Chiedi chi era Diamante

Diamante era lo storico del paese. Nessuno l’aveva insignito di tale ruolo ma in ogni paese che si rispetti c’è sempre un sindaco, un prete, un ubriacone, un matto, ed altre figure tipiche. Lui conservava la memoria storica del paese: sapeva risalire ai tuoi antenati anche quattro o cinque generazioni indietro, conosceva la storia di tuo nonno e tuo bisnonno, i nomi dei caduti, gli anni in cui si erano svolte le feste patronali, quelli in cui un giornalista Rai era passato per documentare qualcosa in paese e quelli in cui gli emigranti erano partiti per il Canadà, nel primo dopoguerra. Salutava tutti e di tutti voleva sapere ogni cosa: se eri capitato in paese doveva esserci un motivo, e sapere quel motivo era tutta la sua vita.

Annotava tutto quello che succedeva in piccoli quadernetti delle elementari, diari preziosi di una quotidianità piuttosto monotona, come si addice ad un piccolo paese di montagna. Un giorno che lo andai a trovare da ragazzino insieme a suo nipote Mimmo per saperne di più su leggende e antiche memorie del paese, ci offrì contento da bere il consueto analcolico e riempì il suo tavolo di foglietti “a cura dello scrivente”, da lui redatti con minuziosa cura a macchina da scrivere e bordati a pennarello rosso uno ad uno. Opuscoli su chiese e monumenti colmi di arte e storia, racconti favolistici scritti in un ampolloso italiano d’antan unici nel loro genere, che fotocopiava e distribuiva in occasione delle celebrazioni del 25 aprile, del 2 giugno, o di qualche festa patronale dove non mancava di suonare l’harmonium in chiesa scrutando lo spartito da pochi centimetri dietro le sue lenti spesse.

Cappello degli alpini sempre addosso, occhiali scuri, Diamante osservava il mondo curioso, sempre con il registratore sotto braccio e quei nastri a cassetta su cui erano incisi gli inni degli alpini, da ascoltare durante gli alzabandiera davanti alle autorità. Un senso della patria solenne e forse fuori dal tempo, che faceva sorridere molti, ma che negli anni gli ha regalato l’affetto e la stima di tutto il paese. Chiunque prima o poi è passato per il suo mitico scantinato, un vero e proprio museo pieno di reperti storici più o meno veritieri sui quali narrava storie lontane nel tempo e nello spazio: le palle di Annibale ad esempio, che restano nell’immaginario collettivo forse l’oggetto più chiacchierato e raccontato al bar o nella piazza locale. Quando si è un mito non mancano poi le imitazioni: quella di Luigi rimane la migliore, che indossando occhiali e cappello sapeva coglierne frasi tipiche e tic, suscitando simpatia in ogni occasione.

Con la scomparsa di Diamante ieri a Roma, se ne va insomma un tassello importante di un paese montano che va spopolandosi, e soprattutto un’importante memoria di quello che è stato, che si spera potrà essere valorizzato un domani dalla famiglia e dalla proloco locale. A Diamante, un caloroso ringraziamento per quello che ha fatto per il suo paese e la sua terra, e la certezza che l’avranno accolto in cielo con la bandiera e l’inno, proprio come sarebbe piaciuto a lui, davanti a tutte le autorità di un tempo che non c’è più. A lui il compito di raccontare cosa succede lassù, giorno dopo giorno. Sempre che vendano i quadernini, da quelle parti.

lo scrivente E.C.

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cribbio
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