Monthly Archive for March, 2011

Page 2 of 2

Che fine hanno fatto gli attori di Lost?

Che fine hanno fatto gli attori di Lost?Mentre ci asciugavamo le lacrime nel buio della nostra cameretta, durante la visione dell’ultima puntata di Lost, dentro di noi ci chiedevamo se fosse possibile una vita fuori dall’Isola. Dopo quasi un anno da incidenti atomici vari, passato senza più risentire il salvifico annuncio “Previously, on Lost” nè corroboranti lattine di birra Dharma, sì, ci siamo resi conto che la vita continua anche dopo Lost. Nonostante quel vuoto dentro sia comunque rimasto.

Ma vi siete mai chiesti nel frattempo che fine abbiano fatto le lentiggini di Kate e le memorabili indecisioni di Jack? La rivista americana Entertainment Weekly è andata a scovare gli attori della migliore serie di tutti i tempi (perché non ve ne saranno di altrettanto validi, questo è scontato, no?), ed è subito mancarone.

Si scopre così che Jack si diverte a recitare nei teatri di Londra, mentre altri tentano di riciclarsi in nuove serie tv. Ma le Hawaii erano decisamente un’altra cosa, immagino. Sawyer addirittura ha ottenuto una parte nel nuovo Mission: Impossible. Secondo me qualcuno di loro se lo starà chiedendo: We have to go back?

Nonna, ascolta questi Mogwai

quando ieri sera hanno iniziato a suonare i Mogwai ho pensato che era il suono del futuro, e che ero diventato grande e il futuro non era come l’avevo immaginato ma ci assomigliava abbastanza da fare un suono etereo ed indefinito che colpiva diretto al cuore. mi è sembrato fosse passato un secolo da papaveri e papere e dalle canzonette di sanremo in bianco e nero, e come siamo arrivati a questi suoni postmoderni? in mezzo cosa passa? vorrei far sentire questi brani a mia nonna, che non apprezza molto le canzoni di adesso perchè non riesce a capirle, ci sono troppi suoni dice, troppe parole in fretta, non si capiscono più, una volta erano belle e le potevi cantare. vieni a sentire i Mogwai, nonna, ascolta dove siamo finiti, la guerra non c’è più, le televisioni sono piatte e ci parliamo su skype da una parte all’altra del pianeta, mia sorella sembra vicinissima anche se è andata ad abitare via. vieni a sentire, nonna, il muro di rumore che produce una band dei nostri tempi, e immagina quello che ancora sarà, quello che sempre i soliti strumenti ora sono in grado di produrre per emozionare una platea di giovani folle che non si lamenta se il cantante non canta, pensa nonna, nemmeno una parola in due ore se non per ringraziare. a questo pensavo ieri, ed era il 2011, ma era già il futuro, lontano da quando ero bambino e registravo le musicassette degli ottoottotre, lontano dai vinili incisi con le lacche che mettevi sul giradischi e ai radioromanzi ascoltati tutti insieme nel salotto del vicino. hai ragione tu quando dici che è un peccato morire e non vedere cos’altro ci aspetta e come cambia il mondo, forse in peggio sicuramente, ma questi signori son venuti dalla scozia a farci sentire come suona il futuro e fanno impressione, e allora nonna, spero tu possa campare altri cent’anni per poterli ascoltare e capire, digerirli, farli tuoi. pensavo che potresti iniziare da questo pezzo, mentre guardi fuori dalla finestra del tuo salottino i camion che portano via i mobili dell’ufficio davanti e un’altra famiglia di immigrati colonizzare la tua zona. che fatica il futuro, nonna.

Gli ultimi giorni dell’Impero

(Beh, forse ‘ultimi’ suona un po’ come un eufemismo)

Ora vi mostro una slide...

Cartoline dal Mozambico

Mentre noi siamo qui che contiamo i giorni che ci separano dalla meritata primavera, c’è anche chi si gode un panorama meraviglioso in un villaggio sulla costa del Mozambico, in missione per una Onlus veronese con lo scopo di preparare la popolazione locale ad affrontare l’avvento delle ruspe, del cemento e del turismo di massa. Simur, che i lettori di vecchia data ricorderanno su queste pagine come “quello che è andato da Ferrara a Capo Nord in bicicletta“, ha aperto un piccolo blog dove racconta la sua attività sotto forma di scomodissimi pdf scaricabili settimanalmente. Ma soprattutto sta scattando le foto più belle che abbia mai fatto in vita sua, vuoi per i panorami, vuoi per i volti, vuoi per l’attrezzatura professionale di cui è dotato. Si trovano qui, e a me ricordano un po’ l’isola di Lost.

Forse

A dire che i Verdena sono bravi ci si sente sempre un po’ in imbarazzo, sempre in bilico tra ovvietà e sputtanamento. Poi uno va a vedere le date del tour di Wow, l’ultimo doppio album uscito a gennaio con tanto di copertina (e suoni) vintage, e sembra che siano in tanti a volersi sputtanare: Milano sold out, così come a Torino, Bologna, Firenze, Perugia, Ravenna, Pordenone eccetera. Spuntano doppie date come funghi. Ok, molto dipende dalla scelta di suonare in posti piccoli, dicono che fosse Alberto a preferirli, vuole suonare in posti “raccolti, concentrati”. Però la sfilza di sold out fa un po’ impressione. Quanti altri gruppi italiani rock fanno tutto esaurito come loro? Quanti altri gruppi italiani non si possono idolatrare come loro se no sembri un diciottenne accaldato?

Verdena Wow
Perché poi la questione è semplice: i Verdena sono bravi. Hanno fatto un album, un doppio album, della madonna. Ma non si può dire. Se lo si dice, si diventa automaticamente ventenni che indossano la felpa a cappuccio e pogano sotto il palco. Che gridano Roberta-Roberta (nel senso della bassista carina). Che sono cresciuti a pane e Valvonauta, peccato che Valvonauta è roba di decenni fa e questi che saltano ora sotto il palco non avevano ancora nemmeno iniziato a drogarsi. Allora c’è qualcosa che non mi torna: come li facciamo questi sold out, soltanto con i ventenni tumefatti?

Devono allora piacere anche a qualche ventenne ora trentenne, anche se stare nelle prime file ai concerti (ne ho visti due, per tentare di chiarirmi definitivamente la questione) non aiuta, dato che l’età media tende a degradare man mano che ci si avvicina alla testa ciondolante di Roberta-Roberta. Non ci sarà mica una specie di ‘paura’ a dire che sì, i Verdena han fatto un album, un doppio album, della madonna, che suonano completamente differente dai primi tre, ormai, che sembrano più indipendenti loro, nonostante suonino per Universal, che tutta la trafila di gruppettini xilofono lowfi che qui si adora, sia chiaro, non è un giudizio di merito, ma non è nemmeno un giudizio: è un notare che loro, questi bergamaschi fanno uscire un album e poi si chiudono dentro a un pollaio per svariati anni a suonare in analogico senza farsi vedere in giro, senza postare video virali, sono così fuori dal mondo che scrivono “suoni su Facebook”, insomma si preoccupano essenzialmente di fare musica. Dici niente.

E ne masticano, di musica. Va bene, sempre la stessa, va bene, scopiazzano dai Bitols e da riferimenti scontati, ma tirano su muri con calce cemento chitarre e batteria e pianoforte, prendete il pianoforte di Miglioramento, che è anche il pezzo migliore di Wow, con quelle mani gettate come secchiate sul piano chè vien voglia di saltare e prendere a testate le finestre per aprirle. E cambi di ritmo e citazioni e soprattutto un suono preciso e pulito che anche se cambia lo capisci che sono loro, che sono i Verdena, e ti viene da perdonarli tutte le volte per i loro testi inutili, che se avessero avuto testi un po’ meno ridicoli forse forse adesso suonerebbero nei palazzetti ma in fondo chissenefrega, in fondo loro il fisico ce l’hanno, a trentanni suonati, tirano su i muri dei loro pollai sempre più alti e sono contenti e si vede, ora ai concerti sorridono pure, e il numero di ‘grazie’ è esponenzialmente aumentato rispetto ai tempi dei Samurai e dei Grandi Sassi.

Dice Alberto che “Comunque noi stiamo benissimo così, non ci sentiamo né indie né major, né chissà che. Siamo una cosa a sé, con un’identità ben definita ormai da anni“, e forse non c’è molto altro da dire se non saltare come nemmeno si faceva ai tempi di Valvonauta, e smettere di sforzarsi a capire perché i Verdena o li odi o li ami, ma farsi ogni tanto i cazzi propri nei nostri pollai. Che forse qualcosa di buono alla fine esce.

Up da film diventa realtà

Quei mattacchioni di National Geographic hanno pensato di realizzare la versione ‘reale’ di Up, il film della Pixar con il simpatico vecchietto che volava via dentro la propria casetta trainata da mille palloncini colorati. Ed è subito ‘cosebelle‘.

Up nella realtà
Son cose che fanno svoltare il lunedì e brillare gli occhi: qui la gallery completa della fedele ricostruzione.

La pagina ufficiale di Ciccsoft su Facebook

Questo sito, se non ve lo sapete ve lo dico ora, ha più di dieci anni. Se aprissimo oggi una cosa simile a Ciccsoft, molto probabilmente lo chiameremmo, con la stessa logica, ‘Ciccbook‘. Direi che suonerebbe lo stesso incomprensibile.

Da qualche giorno è attiva la pagina ufficiale di Ciccsoft su Facebook, visto che non potevamo mancare pure noi.
Arriviamo ultimi perché ci piace la lentezza, che è un modo elegante per dire non abbiamo tempo per queste cazzate. Non che ora il tempo abbondi, anzi, tutt’altro, però le cazzate, come i suoni incomprensibili che bisogna fermarsi un attimo per scandirli bene, continuano ancora a piacerci, anche svariati anni dopo.

Insomma, ora potete trovare Ciccsoft anche su Facebook: segnalazioni di nuovi post, ma non solo. Sapete cosa fare, insomma: cliccare qui:

La pagina ufficiale di Ciccsoft su Facebook: diventa fanhttp://www.facebook.com/ciccsoft

La seconda cosa che vedi quando arrivi a Ferrara

Ancora treni, ancora stazioni e piazzali davanti alle stazioni, non è che stiamo diventando un blog per pendolari, però non è nemmeno colpa mia se le cose succedono o non succedono dentro e fuori e lungo le stazioni. Ché detta così sembra esattamente quella banalita qual è. Ma insomma, le stazioni sono posti così fascisti, ché le stazioni praticamente tutte le hanno tirate su loro, da diventare perfetti luoghi di resistenza, e sono posti fascisti e dunque spigolosi, essenziali e definitive nelle forme, con quei marmi segnati e quindi liscissimi, quando non sono incrinati, e quei freddi d’inverno dove sono tutti sotto i sottopassaggi ad aspettare una poltrona calda dove poter dormire altri cinque minuti in più. Dentro le stazioni si resiste, fuori dalle stazioni capitano cose che nemmeno ci fai caso, vedi gesti piccoli inoffensivi gratuiti e però proprio per questo ti sembrano anche così volgari, quasi te ne vergogni a parlarne.

Il biciclaro della stazione di Ferrara

Uno esce dalla stazione di Ferrara e la prima cosa che vede è un mare di biciclette. Piantagioni di bici (bici e stazioni, sempre lì si finisce, ve l’ho detto) geneticamente modificate, ridipinte per non farle riconoscere dai rispettivi proprietari che nel frattempo le avran rubate a qualcun altro. Io, per dire quanto son diventato diffidente, la parcheggio lontano, mica lì davanti, la parcheggio lontano al sicuro nel cortile di un palazzo. Lontano.

Allora quando esco dalla stazione, per colpa della mia diffidenza mi tocca fare un pezzo di strada in più a piedi e passo davanti a queste biciclette parassite che si attaccano a qualsiasi cosa, rastrelliere pali infissi alberi cartelli, e poco prima di infiltrarmi nel parco attorno al Grattacielo, un tempo la zona più malfamata di Ferrara ora “simbolo” dell’integrazione, almeno così dicono, sicuramente forse l’unico posto dove d’estate alla sera ci sono bambini fuori a giocare o persone a discutere tra di loro, appena prima di entrare nel parco del Grattacielo ci sta sulla sinistra il ‘biciclaro‘ della stazione, che oltre a riparare le biciclette rotte ha il suo piccolo parcheggino privato, dove pagando lui ti tiene a bada le biciclette.

E’ un servizio per i pendolari diffidenti, o pendolari esasperati dai continui furti forse, o pendolari che toccatemi tutto ma la mia bicicletta no, ognuno ha i suoi validi motivi per non volersi fare fottere la bicicletta, e allora paga e la lascia lì, in quelle rastrelliere un po’ più rastrelliere delle altre, dipinte di giallo e separate dalla giungla con soltanto un cordicino metallico. A vegliare su di loro, mentre tu dormi verso Padova Rovigo Venezia Bologna, ci sta un omino, un umarell meccanico di biciclette, che butta un occhio ogni tanto, così tu sui tuoi regionali puoi dormire tranquillo, sicuro alla sera di ritrovare la tua fedelissima bici (rubata o meno).

Però il biciclaro della stazione non si limita a tenertele lì, le biciclette. Cioè, a forza di passarci tutte le sere, ho notato che intorno alle sette e mezza ormai tutte le bici sono state riprese dai legittimi (o meno) proprietari, tranne una, ed è la bici di una ragazza, oddio, donna, signora, insomma, di una tipa che secondo me è una professoressa o una maestra forse una mamma, non importa, lei si presenta dal biciclaro e lui è lì sulla soglia della bottega con la sua bici in mano. Sta lì, ad aspettarla, così lei quando arriva al termine della giornata, deve soltanto prendere la bici già aperta che le viene offerta dal biciclaro, salire e salutare ringraziando quella persona lì, che non si limita a riparlarle, le biciclette, o a buttarci un occhio, ma te le porge anche.

Ecco. La seconda cosa che uno vede, uscendo dalla stazione, dopo il mare di biciclette, è un gesto carino. Uno poi pensa, stai a vedere che qui a Ferrara sono tutti così. Carini.

A Ferrara le bici erano come le persone

Niente, ieri con i due viaggi in treno e mettici anche un’ora sottratta al sonno ho finito un libro che avevo preso praticamente senza pensarci alcuni mesi fa. Quando intendo senza pensarci intendo davvero senza pensarci, sono uscito dal lavoro, sono entrato dalla Mel (perché da noi si dice così, LAMEL), ho chiesto se avevano quel libro, che era uscito esattamente quel giorno stesso, qui la pazienza te la raccomando, sono entrato trafelato perché ero in ritardo, ero in bici e poi dovevo tornare a casa e scambiare la bici con la macchina, avevo ancora la Puntoverde, all’epoca, cara lei, e poi andare dal cinese e poi in stazione, e poi andare al Comunale per il miglior concerto di Vascobrondi visto finora, ché sabato all’Estragon non ci vado perché ora ci ha messo pure la batteria nei pezzi e perché comunque vado altrove, se ci metti insieme tutto questo ero trafelato e insomma entro da Lamel e chiedo questo libro, il tizio ci guarda e dice sì ce l’ho, e io dico che però ne volevo due copie, è possibile? e lui ah guarda ne abbiamo cinque se vuoi te le dò tutte, a me non cambia niente, a me sì invece, quindi ne prendo solo due, il massimo indispensabile, prendo infilo nello zaino vado in stazione e lo sventolo fuori e dico fanculo a trenitalia.

L’ho preso così, senza nemmeno sapere di cosa parlava, e guarda caso anche dentro al libro partono diversi fanculi a trenitalia, ma è più che altro un libro sulle biciclette, l’ho preso poi anche per quello, oltre al fatto che fosse di Paolo Nori, l’avevo sentito parlare, leggere cioè, soltanto a Carpi per la Resistenza e lì mi aveva fatto rabbrividire, in senso buono, e sorridere, e ne avevo sentito parlare come uno dei migliori scrittori italiani viventi, più o meno, adesso probabilmente ricordo male, ma questi sono dettagli, a me contava che mi avesse fatto rabbridivire (un lavoro) in senso buono, contava che parlasse di biciclette, anche se poi ho scoperto che non era il tema principale, contava soprattutto mandare a fanculo trenitalia, fare le sorprese, comprare un libro. Ecco, l’ho preso essenzialmente perché avevo voglia di comprare un libro, che significa tante cose, nell’ordine: avere voglia, avere voglia di comprare, avere voglia di comprare un libro, un libro. Tanta voglia che ne ho prese due copie, figuriamoci.

Ora, potrei passare le prossime giornate a riportarvi le pagine che ho cerchiato sobriamente con la matita, facendo un cerchio attorno al numero di pagina, invece che sottolineare il pezzo esatto, ma perché intanto non so, mi mettono soggezione i libri, nel senso buono, e allora non mi va di sporcarli col mio tratto di penna che va di traverso, e poi perché cosa vuoi sottolineare, lì tutte le pagine son buone e allora l’ho presa alla larga, così quando tra ventanni lo andrò a ripescare dalla mia libreria di casa (tra ventanni ce l’avrò anchio vero una casa mia sulla via Emilia?) per rileggere i passaggi che ho adorato finirà che per ritrovarli leggerò anche tutta la pagina intera e quindi anche il libro intero. Potrei insomma, ma mi trattengo, anche perché ho pensato, metti che ve le riporti tutte, poi vi passa la voglia di comprarlo anche voi, questo libro, e non va bene, perché questo libro non parla mica solo di biciclette, parla di nasi a forma di roncola e di cassette sbobinate. Soprattutto cassette sbobinate.

E al mare, a Viareggio, una signora che era seduta sotto l’ombrellone vicino al nostro aveva raccontato a una sua amica che suo figlio, siccome gli avevano insegnato che non si dice Voglio ma Vorrei, adesso lui a sua mamma e a suo babbo diceva: “Ti vorrei bene”.

Paolo Nori – A Bologna le bici erano come i cani

La rivoluzione senza fare la rivoluzione

Sarebbe da provare, no? Se ognuno di noi si prendesse, finalmente, la responsabilità (un gesto inedito per degli italiani, oibò) e l’impegno solenne di portarsi in maniera più etica, più civile, più morale in tutti i momenti della propria giornata non ci sarebbe bisogno di dare una sola grande spallata a chi ci governa. Sarebbero tanti, milioni, di delicatissimi urti che avrebbero lo stesso fortissimo effetto di una deflagrazione.

Quello che volevo dire io da settimane l’ha detto lei, allora mi limito ad aggiungere soltanto due o tre cose.

E’ farsi crescere i capelli quando dovresti tagliarteli, è accorciarli per vezzo e non per necessità. E’ comprare un biglietto per uno spettacolo teatrale il giorno in cui Berlusconi si compra la fiducia in parlamento. L’unica veemente reazione che ti viene in mente. E’ voler vedere i teatri più pieni, per ogni piazza che rimane vuota, andare al cinema anche se aumentano il biglietto di un euro, per ogni evasione fiscale. E’ non tagliarsi la barba la domenica sera e tirare dritto fino al venerdì dopo. E’ voler vedere sempre più barbe sempre più capelli sciolti, e vedere assaltare i locali e far raddoppiare i concerti perché dentro tutti non ci possiamo stare. Ad ogni insulto alla scuola pubblica o ai gay mi viene da comprarmi un vinile, o andare a piedi da Bologna a Firenze o in bicicletta da Ferrara a Perugia nella mia unica settimana di ferie. Mi viene voglia di aprire una libreria. E’ raccogliere un pezzo di carta che tuo padre getta per strada, è prendere i treni, è andare in stazione in bicicletta anche se piove, è vedere più facce felici più teste ciondolanti più braccia consorte che cullano corpi stonati, e vedere in giro sotto i palchi o sui vagoni più labbra morsicate, più sguardi inespressivi e più chiacchiere inutili, in fondo alla sala, e girarsi a zittirli tutti. E’ ascoltare chi suona, è comprare biglietti per concerti per ogni immigrato che sbarca sulle nostre isole che nemmeno sapremmo indicarle sul mappamondo.

Piazze vuote

E’ sperperare denaro in tutto quello che i potenti contrastano, la musica il teatro il cinema l’arte i fumetti i giornali i libri la scuola l’università il pane i prati, e visto che non abbiamo la minima intenzione di aizzare scarpe al cielo o di farci sparare nel culo, e visto che ci sentiamo ridicoli a parlare di rivolta con un Matteo Renzi o un Cicchitto tremolante di parkinson e di fiele in televisione, per chi ancora la guarda, non ci rimane che farci del bene, che siamo sensibili solo a quello, al bene e ai beni, che siamo golosi e uno solo, di bene, non ci basta mai. E’ fare la coda fuori dalle librerie è rimanere fuori a pranzo è fare le due di notte su un manuale è ricordarsi di andare a trovare un amico che abita lontano, è non avere bisogno di ricordarselo per farlo, è correggere il cassiere che ti dà il resto sbagliato è essere ostinati ma in silenzio, è frequentare ogni tanto le stazioni i binari le fermate dell’autobus le mense, è sistemare la valigia pesante è scontrarsi con i passanti per renderci conto della loro presenza, è origliare i discorsi della gente, è bere e smettere di bere, è imparare a fare il pesto in casa, è comprare il necessario e concedersi il superfluo.
E’ cambiare lavoro, è rispondere male a chi se lo merita, è caricarsi i forni in spalla per portarli alle isole ecologiche, è fare le cose contro voglia.
E’ ridere delle tragedie, è non vergognarsi di essere tremendamente seri, è fare la rivoluzione senza fare la rivoluzione.

L’unica rivoluzione possibile che mi viene in mente.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)