Monthly Archive for May, 2011

Ancora ancora ancora

Il concerto degli Explosions in the Sky all’Estragon di ieri sera è stato prima di tutto bello e impeccabile, alla faccia dei detrattori sempre un passo avanti su tutto che li ritengono ‘bolliti’ (in riferimento all’ultimo album Take Care, Take Care, Take Care) o roba buona giusto per addormentarsi, ormai. Io invece gli occhi li ho tenuti non dico aperti, ma sbarrati, per l’ora e un quarto di cascate sonore. Per citare una ragazzina seduta nella polvere del parcheggio mentre tentava di spiegare come fosse andata all’amichetto, chiosava così: “Ti avvolgeva proprio”. Cioè.

Explosions in the sky  Estragon Bologna
Ma “le esplosioni nel cielo” (per citare il chitarrista Munaf Rayani, molto simile a Sayid di Lost, peraltro) hanno riproposto una laterale quanto scottante questione: è giusto o meno fare i bis a fine serata? Ieri sera infatti il concerto si è chiuso senza l’ormai classico siparietto sui siamo abituati, mani che fanno ciao dal palco, applausi scroscianti in platea, ritorno in scena, urla di approvazione del pubblico pagante. Ieri sera si sono rimessi i plettri in tasca e non sono più usciti. Il concerto è finito quando è finito.
Munaf è uscito soltanto per spiegare che ce ne potevamo tornare a casa “a prenderci cura di noi stessi” e che quello che avevano suonato finora “era tutto quello che avevano da donarci stasera”. Mettetevela via, in sostanza.

Sulla strada del ritorno, con immancabile sosta all’autogrill Bentivoglio Ovest (senza incrociare purtroppo Accento Svedese, guest star della suddetta area di sosta) con il socio si discuteva sull’opportunità dei bis. Richiamo doveroso per gratificare il gruppo che ha suonato, secondo me e la mia fame bulimica (ancora ancora ancora), inutile appendice che non aggiunge poi molto al concerto in sè (va bene così va bene così va bene così). Chi ha ragione? Nel dubbio, a Munaf dico soltanto: tornate presto in Italia, tornate presto in Italia, tornate presto in Italia.

(la foto è di Francesco)

Prima di andarsene in giro a far danni

In un sottobosco sociale dove ci sono ormai tante reflex quanto iPhone, allenarsi prima di andarsene al concerto o alla manifestazione o alla gitafuoriporta o direttamente in bagno davanti allo specchio è fondamentale. Questo link viene in soccorso a tutti quelli che non hanno ancora ben capito cosa succede a cambiare tempi e aperture di diaframmi, che sparano gli Iso a valori stellari ritrovandosi in una sabbia di grana, che scattano scattano senza fermarsi un attimo a riflettere, prima di.

Ecco, stasera, prima di uscire, fermiamoci un attimo su questo Simulatore di Fotocamera.
La comunità intera di Flickr ci ringrazierà.

I ciclisti sono matti

Muore un ciclista al Giro d’Italia. Gianni Mura scrive un pezzo stellare. Qui si piange.

Un ciclista non sogna certo di morire, ma sa che può capitargli. Un ciclista sogna la grande fuga, l’andar via da tutti, l’isolamento, tutte cose che sono l’altra faccia della morte ma in qualche modo la evocano. Il ciclista è un personaggio buzzatiano, e infatti Buzzati sui ciclisti ha scritto pezzi bellissimi: a volte, come i messaggeri dell’imperatore, si spinge così lontano che non torna più. Il ciclista può essere Bertoldo. Un vecchio suiveur, ma ormai lo sono anch’io, mi ha raccontato di un gregario toscano al Tour negli anni ’50, sono indeciso tra Ferlenghi e Falaschi. Allora, si raccoglievano le dichiarazioni di tutti gli italiani, non solo di Bartali o Coppi. “Com’è andata, eh?” indagò un giovane cronista al termine di un tappone pirenaico sotto un sole che c’è solo sui Pirenei. “Su e giù, su e giù, come pulirsi il culo a revolverate” fu la risposta.

Note a margine sulla città di Londra

Appunti sparsi su alcune cose curiose trovate a Londra. Le foto di architetture e scorci incredibili invece sono qui.


I doubledecker bus non sono come pensavo da bambino degli autobus a due piani preposti a giri panoramici della città, ma i normali bus in circolazione per tutti i cittadini. Se la giocano a metà con quelli ad un piano quanto a diffusione, hanno una corsia preferenziale ma rimangono imbottigliati nel loro stesso traffico: ce ne son troppi e con troppe fermate, così nelle ore di punta si procede praticamente a passo d’uomo in una eterna coda di bus rossi a due piani.Le auto sono tutte ben tenute, mediamente nuove o di pochi anni, niente vecchie utilitarie anni ottanta, ma il traffico è davvero insostenibile: conviene andare in bicicletta, e non a caso sono nati in pochi anni un mare di negozi che vendono modelli elegantissimi o da corsa. Il londinese fighetto ora va al lavoro in bici, e per i turisti c’è la possibilità di noleggiarla qualche ora scalando il credito dalla Oyster Card, una prepagata per tutti i trasporti londinesi.


A Londra ci sono telecamere dappertutto: difficile compiere un reato senza essere quantomeno visto. Non si può sostare sui lati fuori dei pub ma solo davanti all’entrata, per controllare eventuali risse o ubriachi molesti. Ci sono vere e proprie no-alcohol zone in alcune vie e non rispettarle significa andare nei guai e mandarci anche i gestori del locale. Mentre aspettavamo in coda di entrare in un locale stavamo beatamente bevendo delle birre quando il buttafuori ci ha fatto cenno verso la telecamera: o le buttate via o ve ne andate di qua. Non è così ovunque, in alcune zone è tollerato quasi tutto, come a Brick Lane ad esempio, dove la gente inizia a suonare i bonghi e a bere birra già a metà pomeriggio.


Tracce di William e Kate nemmeno l’ombra nella Londra che abbiamo girato in questi giorni. La monarchia piacerà anche alle signore di mezz’età ma interessa assai pocoi giovani londinesi. Eccole le due anime di una città con secoli di storia e contraddizioni: il thè delle cinque, le porcellane, il Cheshire sulla ginocchia, la Regina e la passeggiata al parco, ma anche la cultura underground, i locali dub, i mods, i punk, Camden e mille mercatini più o meno legali. A Soho però qualche oggetto kitsch spunta addosso a qualche hipster (kitsch, ma dove l’ha trovata questa parola? mi sgriderebbe Moretti). Me le vedo queste coppie gay sbrodolare davanti al vestito della principessa o per il cappellino indossato da Elisabetta a Westminster.


Brick Lane è una specie di ghetto underground pieno di giovani, locali fighi, gente che fuma, che beve, che mangia per la strada e lascia sporco in giro. Punto di riferimento per anni di questo tipo di cultura, oggi è al centro di una regolamentazione forse in vista delle olimpiadi del 2012 o forse perché le cose vanno sempre a finire così e dove c’è troppa libertà poi arriva un sindaco di destra che si disgusta e fa sbaraccare tutto. Così ecco arrivare zone ordinate con bar e panche per sedersi, polizia ad ogni angolo, telecamere come se piovesse. Mi dicono che non sia più come prima, ma a me che la vedo per la prima volta pare ugualmente una zona molto pittoresca ed artistica.


Lungo Brick Lane è un susseguirsi di ristoranti etnici di più o meno ogni stato mediorientale. La cosa buffa è che ognuno riporta uno striscione sulla facciata dove si loda per la vittoria a qualche tipo di award: tutti hanno vinto almeno un titolo. Il miglior ristorante halal, il miglior curry restaurant, il migliore libanese del 2003, il secondo classificato turco del 2005 e quello che è tre anni che si porta a casa il titolo di migliore di tutta Brick Lane. Persino gli acchiappa clienti sulla porta ti vogliono tirare dentro con la scusa che è un ristorante di qualità in quanto blasonato e titolato.


L’estetica britannica è permeata dell’uso del font Gill Sans. Si trova in tutte le comunicazioni istituzionali del Comune di Londra, nei cartelli degli autobus, dell’underground e in un mare di insegne di negozi. Conferisce una certa uniformità se non sfociasse in una fissazione: ogni cosa moderna è scritta in Gill Sans, ogni insegna antica e classica in Garamond o simili, così non c’è molto spazio alla fantasia. Poco Helvetica in giro, d’altronde appartiene alla cultura elvetica e tedesca, anche se è lo stile usato da molte catene internazionali tra cui ad esempio Mark & Spencer o American Apparel. Molti negozi hanno un’immagine coordinata curata: dall’insegna ai cartelli dei prezzi, alle shopper, anche i negozietti più piccoli hanno comunque fatto uno studio sulla grafica per non sfigurare in strada con i concorrenti. Le insegne si susseguono in maniera molto più vistosa che in Italia e mentre i palazzi mantengono il loro rigore britannico ai piani alti, guardando verso il basso è un caos di scritte di ogni tipo, richiami colorati, input visivi nel complesso disordinati.


Nelle banchine di sosta nell’underground oltre ai soliti cartelloni pubblicitari ogni tanto compaiono usi più creativi degli spazi: alcune campagne si basano esclusivamente sull’uso del testo. Paragrafi lunghi e discorsi di una certa rilevanza contano sul fatto che l’attesa è mediamente lunga e si ha tempo di leggerli con relativa calma. Quando arriva la metropolitana una voce ripete ossessivamente “please, mind the gap” e fin qui niente di nuovo. Quello che ho scoperto è che agli inglesi devi proprio ricordare tutto: sulle scale ci sono i cartelli “mind the steps”, sulle porte “mind the door”. Per non parlare dell’aeroporto in coda al controllo bagagli, dove i cartelli sono tra l’ossessivo e l’orwelliano.


I controlli antiterrorismo inglesi in aeroporto sono molto elevati rispetto quelli italiani. I liquidi devono andare dentro una bustina di plastica trasparente e non superare i 100 ml per pezzo. La bustina dev’essere sigillata come quelle per contenere i cibi. La mia era trasparente ma aveva una zip, così i bobby inglesi me l’hanno respinta e ho dovuto comprarne una conforme dalle apposite macchinette che sembrano quelle con le palline colorate dei bar anni ottanta. Dentro ogni pallina ce ne sono quattro e il tutto costa una sterlina: accordatevi con i vicini, a voi ne basta una soltanto e, vista la consistenza, probabilmente solo per una decina di minuti.

Prendere un aereo tredici anni dopo


Chi mi conosce sa della mia paura per gli aerei, il volo, le altezze e così via. Una cosa piuttosto diffusa quanto sciocca, dovuta a chissà quale tarlo che si è insinuato ormai diversi anni fa nella mia mente e non è più andato via. L’ultima volta che ho preso un aereo correva l’anno 1998, era dell’Aliltalia, quando era ancora davvero Alitalia, a bordo servivano il caffè e ti davano il giornale. Io ho preso la Gazzetta dello sport perchè volevo leggere del malore di Ronaldo in finale di Coppa del Mondo. Andavo a Londra a studiare inglese in un college per due settimane, come si usava fare negli anni novanta d’estate e forse anche adesso ma con l’euro costerà almeno il doppio. A fianco a me avevo un perfetto sconosciuto, che poi per fortuna non sarebbe diventato il mio compagno di stanza perchè si rivelò essere tra i più stronzetti della compagnia e finii invece per fare amicizia con Davide che qualche anno dopo scrisse persino su questo sito quando ancora non era un blog.

Ma non divaghiamo. Dicevamo dell’aereo, che ho paura, e che sono 13 anni che non ne prendo uno. Nel mentre sono nate le compagnie lowcost, sono nati nuovi aeroporti (tipo, uno qualunque, Malpensa), ci sono stati disastri aerei, l’11 settembre, Lost e altri film e telefilm ambientati su aerei che cadono o spariscono, sono cambiati i controlli al check in e anche le modalità di imbarco e di prenotazione. C’è internet in pratica che ha sparigliato le carte anche in questo settore. Eppure la mia paura rimane tutta al suo posto ed io, per assecondarla, ho viaggiato in macchina più o meno in ogni posto che si potesse raggiungere in macchina, su e giù per il vecchio continente con una vecchia Lancia Dedra o una vintagissima Fiat Uno, per tredici lunghissimi anni.

Prima o poi le cose però vanno affrontate nella vita, e visto che il tempo passa in fretta e ci si fa vecchi, restare con i piedi per terra ancora a lungo sarebbe stato davvero sciocco. Quindi ho comprato un biglietto per Londra un mese fa. Domani si parte, anzi si riparte proprio da dove ero rimasto nel luglio del 1998. Ryanair, volo economico, bagaglio ridotto all’osso, servizio semplice ed efficace. Cercherò di dormire, o di giocare a frisbee con le hostess, mi han detto che si può. Ho autorizzato la mia compagna di viaggio a menarmi nel caso mi metta a gridare come un bimbo che vuole scendere. Tanto sono convinto che appena saremo un poco in alto mi metterò a fare urletti di stupore guardando le nuvole e la paura sarà passata. Proprio come un bimbo che non voleva salire, ma poi chiede alla mamma se può fare un altro giro.

Dove acquistare Mac a prezzo scontato

Chissà cosa ci mettono dentro ai Mac per farli costare almeno il doppio dei normali pc. Ho passato anni a chiedermelo sbavandoci dietro.

L’estetica, pensavo, e va bene: sono indubbiamente più belli, più compatti, più ammiccanti. Così belli che mentre cerco posto in treno, se vedo un posto libero vicino a qualcuno che sta usando un mac, beh io mi siedo vicino a lui, anche se magari puzza o legge Libero. La robustezza, d’accordo: adesso peraltro i Macbook Pro ed Air li fanno tutti con una monoscocca di alluminio, che d’accordo, conduce l’elettricità in modo fastidioso e scalda tantissimo, ma sembra di trasportare il telaio di una Formula 1: tagliano il vento.

I dettagli, poi, che nella scelta d’acquisto di un portatile secondo me sono quasi decisivi perché influenzano davvero l’uso quotidiano: la tastiera retroilluminata vale da sola mezzo rene, i tasti precisi ma anche morbidi, dalla corsa netta, rendono piacevole la scrittura, fanno anzi venir voglia, proprio, di mettersi lì e aprire il blocco note, la batteria dura più dei normali pc, e soprattutto, dettaglio che dettaglio non è, il monitor. I mac hanno la resa dei colori perfetta, il bianco è (finalmente) bianco, le foto sembrano addirittura “migliori”, anche se è solo un’impressione dovuta all’esplosione misurata e armonica dei colori. Il bianco “bianco”, sui monitor del mac, vale almeno un rene intero.

Ci sarebbe il discorso del sistema operativo, sì, lì si aprirebbero scenari dirimenti e scontri tra faziosi. Mac OS X è più semplice? Sì. E’ più personalizzabile rispetto a Windows? No. Ti lascia più libertà rispetto a Windows? No. E’ più rassicurante da usare? Sì. Ecco, ho passato anni interi a sbavare dietro ai mac per poi ogni sera ritornare nel mio letto con accanto un fidato Windows XP (sempre sia lodato) per due principali motivi: perché avevo bisogno di rassicurazioni, come tutti del resto, e perché i mac costavano troppo, dove il ‘troppo’ sta per ‘vergognosamente troppo’.

Ora che invece sono capitolato, probabilmente sobillato da amici che ne decantavano le lodi, e vi sto scrivendo da a un sublime Macbook Pro 15″, posso smentire i timori di uno stoico difensore di XP come me: il Mac è effettivamente rassicurante, e non mi sono mai ritrovato a maledirlo. Io volevo che il passaggio fosse immediato e indolore, e così è stato. Ci sono effettivamente delle stranezze incomprensibili: la misteriosa scomparsa del tasto canc, per dirne una, o l’impossibilità di dimensionare le finestre prendendole su tutti e quattro i lati, ma sono le prime che mi vengono in mente e non le più rilevanti.

Sconti per i macRimaneva così l’ultimo e decisivo ostacolo: il prezzo. Premetto: non l’ho superato del tutto, nel senso che lacrime e sangue le ho dovute versare comunque. Ma ho scoperto una leggera ‘falla’ nella rigorosa politica dei prezzi Apple, dove sconti e favoreggiamenti non sono assolutamente ammessi. Là dove il capitalismo non è arrivato, ci hanno pensato i rossi della Coop a macchiare il bianco immacolato Apple. Vengo al dunque: circa ogni mese i soci Coop (quelli con la tesserina, per intenderci) hanno diritto allo sconto del 20% su prodotti non alimentari. Un consumatore distratto potrebbe obiettare che alla Coop in corsia non si sono mai visti i Macbook e gli iMac. E ha ragione, ma il consumatore distratto si dimentica che esiste un Catalogo Virtuale, chiamato Coop Più, dove ci sono molti altri prodotti acquistabili, e sui quali si può applicare lo sconto 20% destinato ai soci.

Fate un po’ voi i vostri conti, tenendo presente che il 20% è applicabile soltanto ai primi 1000 euro di spesa. Quindi, il vostro Macbook Pro ve lo potete portare a casa con 200 euro di risparmio, tondi tondi. E’ un risparmio superiore all’Education, che di norma offre uno sconto tra l’8% e il 9% ed è riservato soltanto agli studenti. Soprattutto, sembra l’unica maniera per ottenere in Italia un prezzo più umano per i prodotti Apple.

Insomma, è semplice: voi andate alla Coop, lo ordinate tramite Coop Più, e poi dovete solo aspettare qualche settimana. Il trapasso sarà un pochino meno doloroso.

Esperimento politico

Sono venuto in possesso di una copiosa quantità di depliant informativi sul Referendum per l’Acqua del prossimo 12 giugno. Ho pensato allora di provare a fare un piccolissimo e inutile esperimento ‘politico’: ogni mattina li lascerò sul vagone del mio regionale per Venezia e vediamo quanti vengono raccolti e quanti invece lasciati abbrustolire dal sole nell’indifferenza generale.

Oggi, 0 depliant raccolti. Ma siamo persone molto pazienti, se vogliamo.

(Aggiornamenti, nel caso, su twitter)

Buffet

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Camera Ciccsoft

Si comincia!

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Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)