La parte peggiore dell’Italia

La parte peggiore del Paese si chiama Alice. La parte peggiore del Paese ha i capelli intrecciati sopra la nuca, colore del grano o dei muri delle case al mattino presto, e offre bicchieri d’acqua pubblica ai passanti. La parte peggiore del Paese la incrocio ogni giorno nel percorso che dalla stazione di Venezia Santa Lucia mi porta nel mio ufficio appena dietro Rialto: lungo il tragitto vedo gelatai napoletani, pizzaioli pugliesi e ristoranti tipici gestiti da cinesi, e poi lei, china sulla sua macchina da cucire dentro al suo negozio. O bottega. O studio. O laboratorio. Aspetta, ma che cos’è?

Oggi la saracinesca è mezza alzata, o abbassata, dipende dai punti di vista, e sui gradini per entrare ci sono appoggiate delle teste per parrucche, a vigilare Alice intenta a cucire un vestito. Fa scorrere il velo bianco sotto l’ago, preme il pedale con il piede, tiene in bocca gli aghi. L’altro giorno, invece, c’era una bollitore, esplicitamente vintage, d’accordo, ma pieno d’acqua, e un cartello scritto di suo pugno invitava a farsi un bicchiere, tanto era gratis. Si festeggiano i referendum anche così. La saracinesca è mezza alzata ma riesco lo stesso a intravederla, Alice, la parte peggiore dell’Italia, che sembra una specie di mamma intenta ad accudire la sua prole: i suoi cuccioli hanno la forma di stoffe, stoffe di tutti i colori, abiti, accessori, sparpagliati su scaffali ripieni appoggiati a pareti appena finite di essere imbiancate. C’è una tangibile atmosfera di precarietà (se questa parola non suonasse ormai come un luogo comune), di qualcosa che è stato e che non è più (chissà cos’era prima, questa che ora sembra essere diventata una bottega artigianale) e che ancora non si capisce bene cosa sia. Cosa voglia diventare. Tutto, le stoffe, i colori, le teste e le teiere e le macchine da cucire, sembra essere tenuto insieme soltanto da ago e filo, e le forbici sono lì, appoggiate sul tavolo, pronte per essere usate, per scegliere quali rami potare, e il metro per prendere le misure è arrotolato sul pavimento. Ora non serve.

La parte peggiore di questo Paese non lo sa nemmeno lei, cosa sia questo posto. Dice Alice che “aprirà nei prossimi mesi, sto ancora finendo di sistemare”, ma se le chiedi cosa ci vuol fare, con questa bottega (la vogliamo chiamare così?), lei ti risponde “ancora non lo so”. Ha in mente un sacco di idee, per schiarirsele: “Ci faremo dei laboratori, venderò i miei vestiti e non solo, cose di ogni genere”. Un po’ come mettersi a innaffiare il terreno nei giorni di sole, sapendo o sperando, la differenza non è così lacerante, che prima o poi inizierà a piovere.

La parte peggiore del paese si chiama Alice, è toscana, ha 34 anni e da sei fa la customista al Teatro La Fenice, a Venezia, un mestiere che se ci provi a visualizzartelo ti vengono in mente i teatri, appunto, il dietro le quinte, i vestiti sfarzosi e fuori dal tempo. Sa cucire “ma non è una sarta”, ci tiene a precisare. Sembra fuori dal tempo anche lei, Alice, e se le fai notare che è precaria, che rappresenta la parte peggiore del paese, secondo chi ne tiene in pugno le sorti, di questo paese, non si arrabbia nemmeno. Sorride, chiude il ricamo con i denti, e prende in mano le forbici.

Alla parte peggiore dell’Italia piacciono le persone. “Non riuscirei a immaginarmi a vivere in un’altra città che non sia Venezia”, spiega, “perché, tra gli altri motivi, qui le persone si parlano ancora”. E mentre ascolto la sua storia, dimenticandomi del treno da prendere, del fatto che in fondo sono precario anch’io, e pure di Brunetta, si fermano di continuo persone diverse. I vicini anziani, che le chiedono se ha ritrovato le piante rubate il giorno prima, turisti stranieri affascinati da chi sa ancora lavorare con le mani, amici a progettare vacanze future, signore che a rivedere Alice che cuce riacquistano la voglia di farsi da sole una gonna, “modello unico”, assicurano. Alice non riuscirebbe a stare in un’altra città che non sia Venezia, dove le persone comunicano ancora con foglietti affissi al portone di casa, come ha imparato a fare anche lei per ritrovare la sua pianta di basilico sottratta nottetempo (c’era anche un vaso di menta, ma quello se lo son tenuti), dove bisogna adeguarsi all’acqua alta, e si è pure contenti, perché Alice “è anche pigra”, dove ci si ferma “ad ascoltarsi”. Convidere, riscrivere l’economia sulla base del buon senso e non sul mercato, il discorso sfora dall’asola ma prontamente infila il bottone, “in questo paese si sta dilapidando il sapere degli artigiani, che sono stati scacciati fuori dai centri e invece è qui che dovrebbero stare, in mezzo alle persone”. Dovrebbero essere cucite addosso alle città, le persone e i loro mestieri.

Ecco, la parte peggiore dell’Italia se ne frega anche, di quel che dice Brunetta, e anche di quello che dice l’ipotetica parte migliore. Prima che un laboratorio, o una bottega, questo posto dove Alice cuce abiti è la riappropriazione di sè stessi, ma senza gridarlo: “Non so cosa diventerà, ma è così che lo volevo”. Alice non sa cosa farà da grande, esattamente come quella bambina che ad un certo punto si ferma di fronte alle quattro teste mute di legno disposte a proteggere la saracinesca. Inizia a picchiettare i quattro capi, di differente materiale, imparando a riconoscere le teste di polistorolo da quelle pesanti, di legno. “Quello è un testone”, fa notare Alice. La bambina prova a sollevarlo, allora, si sforza ma è troppo pesante, la mamma le dice che è ora di andare, ma lei indugia, insiste, fino a quando, ostinata, non riesce finalmente ad alzare la pesante testa di legno massiccio. E poi se ne va.

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cribbio
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