Monthly Archive for July, 2011

Il palombaro

Il palombaro è un racconto sulle immersioni, sulla pelle che si lacera e poi si ricuce, sulle vacanze e su qualcosa che non tornerà più, sempre che sia mai arrivato. L’ha scritto Gaia Tarini, è il racconto dell’estate che vi offre Ciccsoft, da leggere sopra l’ombrellone o sotto lo sdraio, con i capelli gocciolanti mare che bagnano i fogli: potete scaricarlo in pdf a questo indirizzo, e poi stamparlo abusivamente in ufficio, in biblioteca, alla Coop o negli Autogrill.

Il bagagliaio è pieno di roba per il mare: ciabatte di plastica e tuta da sub, maschere, pinne, fiocina, macchina fotografica subacquea, crema solare, teli per stendersi in spiaggia. Anche un ombrellone coi colori stinti che mio padre deve aver comprato a metà degli anni Ottanta. Sta venendo via la vernice bianca dal bordo dell’albero maestro. È una cosa di tristezza assoluta, come questa benda. Sotto c’è la mia pelle cucita, rovinata, offesa: ho avuto un incidente in bicicletta, qualche giorno fa. Poco prima di partire. Se lo sapevo, non ci andavo, in bicicletta fino al negozio di videocassette. È passato un gatto velocissimo e io per non investirlo ho dovuto buttarmi dall’altra parte della strada. Sono finito contro una rete, mi sono tagliato via buona parte della pelle che copre lo spazio tra le due sopracciglia. Sette punti, e non ricordo quasi niente del dolore. Ogni tanto mi domando che cosa stia facendo adesso quel gatto. Voglio dire, se tutto questo è servito a qualcosa.

Clorofilla sui miei guai

Ieri sono salito sui monti come un timido partigiano rimasto senza voce, perché di notte dormo scoperto e di giorno così non riesco nemmeno a ordinare un caffè. Se cliccate qui ci sono le foto, la pagina è ovviamente lentissima a caricare, non a caso in montagna si sale con lentezza.

le foto dal passo pordoi e dintorni

Lassù pioveva, e si vedeva di tutto tranne che le montagne.

But we know it’s just a lie

L’estate è finita più o meno sabato 9 luglio alle 23.06, al termine del concerto degli Arcade Fire, davanti al botteghino di Ticket Office ormai chiuso, sopra i marciapiedi di Corso Garibaldi. Lucca è come Ferrara, più o meno, è circondata su tutti i lati da poderose mura medievali, ma la fortificazione della città toscana è conservata in uno stato migliore rispetto a quella ferrarese: le mura sono più larghe, più massicce, e le porte d’accesso al centro cittadino mantengono l’aspetto quasi originale. A Ferrara invece le mura ci sono e non ci sono, ci si può correre sopra come a Lucca, ci si può innamorare e rotolare sui prati in pendenza come a Lucca, anzi, forse ancora più dolcemente, perché i pendii fanno meno paura, ma presentano ampi varchi, di porte ne resiste a malapena una, Porta Paola, le altre sono state stravolte dal tempo e dalle auto, che per passare hanno preteso e ottenuto varchi in calcestruzzo. E in alcuni tratti non ci sono nemmeno più, o sono appena appena più alte dei vecchi che passeggiano solitari al mattino presto. A Lucca invece ci sono tante porte e hanno tutti nomi propri di persona. Credo.

 

Nel 2007 ho assistito al miglior concerto della mia vita, e devo dire che sono veramente una persona fortunata, perché il concerto più bello della mia vita (finora, ovviamente) si è tenuto esattamente (guarda te, le coincidenze) nella mia città, ci sono andato in bicicletta, mi ricordo ancora la saracinesca della cartoleria di via Cairoli dove l’ho chiusa, pensando che era fuori mano e che lì, sicuramente, non me l’avrebbero fregata (doppiamente fortunato: non me le fregarono mica, ha!), e di quella sera mi ricordo perfettamente tutto, la maglietta che indossavo, che avevo i capelli più lunghi di adesso, mi ricordo della mano appoggiata sulla sua spalla, sfidando timidezze e ritrosie e scandali, ricordo la scaletta, la gola sgolata e le braccia nude che sotto le luci di luglio picchiavano fragorosamente il tempo, ma senza violenza. Il miglior concerto della mia vita me lo ricordo perché era a Ferrara, perché ci sono andato in bicicletta e perché suonavano, senza violenza ma spaccando comunque i cuori e i polmoni soltanto grazie alla gioia (che cosa quasi scontata, vero?) quello che scoprii poi sarebbe diventato qualcosa di molto simile al mio ‘gruppo preferito’.
Ma quella sera, luglio 2007, non lo era ancora, ma un concerto dove la pausa tra la fine ufficiale e l’inizio dei bis viene interamente riempita dagli ooohh del pubblico che prolunga all’infinito l’ultima canzone, non può non essere il mio preferito. Mi ricordo, di quella sera, a Ferrara, che c’erano un sacco di canadesi sul palco, c’era un tamburino che picchiava come un forsennato su un tamburo e c’erano canzoni che non avevano bisogno di spiegazioni, canzoni da scartare come caramelle, canzoni da tirarsi reciprocamente addosso come torte farcite alla panna, e leccarsi i baffi e andare a letto senza lavarsi i denti. Quella sera, in piazza Castello, eravamo tutti ricoperti di panna, e per le strade che si diramavano dal centro verso l’esterno c’era panna ovunque, e sorrisi ovunque, e mi ricordo ancora di quel gruppetto di ragazzi che si era spinto addirittura fuori dalle mura ferraresi, che non sono così possenti come quelle di Lucca e lasciano filtrare molto, forse tutto, e mi chiesero dove fossero finiti, e sorridevano anche se erano vicino a una rotonda e lontano da casa, così lontano da far girare la testa.

Magari ci saranno stati anche loro, ieri sera, a Lucca, in piazza Napoleone, larga, con gli alberi, con mille ingressi diversi, con il “corridoio di sicurezza”, mi pare si chiamasse così, dove poter prendere quarti di focaccia e correggere il proprietario del negozio di dischi che stava esponendo in vetrina il vinile di The Suburbs posizionandolo però al contrario. Dai ciottoli a un imperatore, i canadesi ne hanno fatta di strada, e ne ho fatta anch’io, e col tempo ho preso il brutto vizio di fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle luci sul palco, che quelle dei tuoi occhi, delle scalette appallotolate dai tizi che smontano gli strumenti, che delle lettere che mi hai scritto. Le mura di Lucca sono molto più imponenti di quelle di Ferrara, e dal 2007 ad oggi è aumentato tutto, in proporzione, le mura, il prezzo del biglietto, la coda ai bagni, la birra che bevo, la mia pancia, la mia fronte sguarnita di capelli, che ora tengo più corti. E sono diventati grandi, grandissimi, anche i canadesi sul palco, Win Butler si erge in piedi sulle casse, e prende in mano le videocamere del pubblico in prima fila, nel 2007 a Ferrara non l’aveva mica fatto, a Ferrara cantava impettito, adesso parla, anche, e credo si renda conto di scrivere canzoni della madonna e di fare concerti che rendono felici le persone. E Regine, Regine è sempre una zolletta di zucchero, indossa sempre vestitini impertinenti come i suoi riccioli, ma ora sono ricoperti d’oro, e ora i canadesi hanno il maxi-schermo alle loro spalle, e molto più persone di fronte, e molte più mani che battono, anche se non riusciranno mai a fare più rumore di quelle che c’erano a Ferrara nel 2007. Ma piove panna montata ovunque, e ovunque le bocche si spalancano, e ogni volta, al loro concerto, e così, (e così sempre sarà, e questo il loro segreto), anche se adesso registi indipendenti producono film con le loro canzoni con bambini che girano in bicicletta, per farci commuovere davanti a uno streaming gratuito ma soltanto fino a mezzanotte, adesso suonano nello stesso festival dove suonerà Elton John, sponsorizzato dal Rotary, con i vergognosi palchi vip semivuoti.

Ma l’organo di Intervention è sempre pronto a gambizzarti, a metterti sulle ginocchia, e l’incedere del piano di We Used To Wait continua a farti paura come un tramonto di fine agosto, e Power Out ti fa scoppiare la testa, e Wake Up ti costringe ad aggrapparti alla prima cosa che incontrano le tue mani, la tua maglietta sudata da strizzare, la spalla di chi ti è vicino, un obiettivo 300mm di una reflex a caso, le transenne o le stelle. E Tunnels è sempre quasi insopportabile, sì, quasi non riesci nemmeno ad ascoltarla perché pensi che sia troppo. “Tutto”. Che cosa è cambiato, allora?

Provi a dare la colpa ai Grammy, all’hype, alle mode, agli indie che si riproducono, ai capelli che cadono, alla gente, a Lucca, al Rotary, al palco vip a 90 euro, alle quattro ore di coda sull’Autostrada del Sole sprovvista però di Ombre, al fatto di averli già visti, e rivisti, al fatto che vuoi mettere la prima volta, vuoi mettere la nostalgia, ma niente, non riesci a smontare l’esperienza extrasensoriale che coinvolge tutti i cinque sensi, lo spettacolo live migliore cui si possa assistere, perché dove lo trovi un altro concerto dove esci col sorriso e con le labbra sporche di panna montata? Però il tarlo ti resta, il giorno dopo: ma cosa è cambiato, però, in tutti questi anni?

E a forza di rimuginarci sopra, al termine di una settimana in cui il tuo corpo ha affrontato prima un concerto dei National e poi un altro degli Arcade Fire, ovvero molto semplicemente la musica che ti ha tenuto in piedi in questi ultimi anni, a poche ore da un lunedì dove non riuscirai a fare altro che disegnare sul soffitto, perché l’estate è finita, ti accorgi che l’unico dettaglio ad essere cambiato sei tu. Sono io. E non perché ora ho meno capelli, o perché faccio impercettibilmente meno fatica a parlare con gli sconosciuti, no. Mi viene in mente il mito della Caverna di Platone, lo so, non c’entra assolutamente niente, oppure sì. E allora vado su Uichipidia per verificare che non sia diventato pazzo. Leggo:

Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:
«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano».

Uhm. In questi anni ho imparato a fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle canzoni che facevano sbattere le imposte come temporali, che di quello che le persone mi dicono, e a credere che possa essere estate soltanto saltando e gridando Lies, Lies. E martedì scorso, e poi sabato, sono uscito a vedere la luce e a scoprire come sono realmente fatti gli oggetti la cui ombra viene proiettata sul muro di fronte. Bottigliette d’acqua rubate dalle borse, capelli che svolazzano, buste riempite di cartoline, edicolanti da abbracciare, persone cui chiedere scusa, abbracci, abbracci, sorrisi e abbracci. E poi ‘grazie mille’ in un inglese stentato, e poi si spengono le luci, e poi si ritorna nella caverna a incazzarsi con chi ti viene a spiegare le ombre, a mettere Haiti a volumi improponibili nell’autoradio.

Lies, lies.

 

(La foto è di Lillas)

About today

Arrivo in piazza prima del previsto affannandomi sulla bicicletta con le ruote sgonfie e parcheggio al solito posto, a due metri dall’ingresso del concerto. Perchè a Ferrara ai concerti in piazza Castello ci andiamo in bici, come vi immaginate voi da fuori: qui si gira in bici per davvero, mica come a Venezia dove i veneziani non vanno in gondola. Un po’ mi stimo e penso di essere fortunato, dopo aver letto su twitter di persone che arrivano dal sud o dall’estero con l’aereo pur di assistere ad una serata speciale come quella di stasera. Bisogna ringraziare l’Arci di questa città, che ce la invidia tutta l’Emilia ed è capace con sempre meno soldi di organizzare estati come queste e un festival ogni anno di buona qualità.

C’era il sole alla fine, la pioggia è caduta un po’ al mattino per rinfrescare e rendere l’attesa meno dura. Entro in fretta con il biglietto in mano: voglio andare davanti. Appena dentro raggiungo il socio Fabio che sta distribuendo le buste gialle con le cartoline di Ciccsoft: ha fatto un gran bel lavoro e l’ha fatto davvero in buona parte lui, dall’idea alla forma di mio c’è poco niente ma ci tiene a dire che siamo una squadra come Lennon/Mc Cartney e quindi mi prendo i complimenti dell’Arci e di tanti ragazzi entusiasti che ne vogliono una copia, due copie, una per la nonna che è rimasta a casa e una per la morosa che non è potuta venire perché è a casa a letto con un altro. Se Ciccsoft oggi è stato linkato ovunque, chiacchierato e apprezzato lo si deve a te Fabietto: ti meriti tutte e due le C di Ciccsoft, diglielo con orgoglio alla Signora Paola.

C’è un sacco di bella gente dentro: come Giulia Sagramola, una disegnatrice di cui tutti parlano bene in rete e che io però non conosco. Si presenta con mia sorella e non ho capito come si siano incontrate in una metropoli come Milano. C’è mezza Twitter, un quarto di Facebook, tre quinti di Google+. Se metti assieme Beirut e National come minimo ti arrivano i blogger, e un po’ di geek internettari, il paese reale manco li conosce e va bene così, altrimenti non verrebbero più a suonare a Ferrara.

Beirut me lo ricordavo più giovane invece sembra un giovanotto maturo e buono. Un bravo ragazzo, di quelli rubicondi delle campagna americane, cresciuti a sermoni e camicie di flanella. L’inizio è un po’ fiacco, sarà che c’è ancora luce e io i concerti con la luce non riesco a farmeli andare giù. Quando parte la canzone che ti piace ti chiamo per fartela sentire, tu rispondi dopo un po’, che manco conosci il numero, ma rimani ad ascoltare tutto il tempo. Chissà cos’hai pensato, se hai sentito qualcosa, se ti sei spaventata, se ti sei chiesta di chi fosse quel numero nuovo che ti manda canzoni al telefono. Un po’ mi sembra di vederti quando richiami qualche minuto dopo e ti affanni a chiedere chi è sentendo in cambio solo note di tromba squillanti e la voce di un giovanotto cresciuto a sermoni e camicie di flanella che canta paciocco.

Sono davvero arrivato piano piano davanti quando entrano i National, e Matt Berninger è di un’eleganza allucinante. Fossi donna o gay sarei completamente impazzito. In casi come questi ci si leva il cappello e ci si congratula per il genere maschile capace a volte di sfornare esemplari degni di rappresentarci degnamente con il gentil sesso. E’ un po’ barcollante, semiubriaco, ma ha una voce che potrebbe dire merda merda merda tutta la sera e comunque lo staremmo ad ascoltare per ore affascinati. Assomiglia un poco a mio zio Francesco a guardarci bene. Uno zio Francesco giovane, con la barba, ma indubbiamente è lui. Sarà quest’aria familiare, questa classe innata nei testi, nell’esecuzione pacata, in tutta la musica dei National che sprigiona malinconia e stile, sobrietà ed energia e un mix di sonorità che vengono da lontano e ci sembrano già note, ma gli si vuole bene subito a questi giovanotti. Gli vorrebbe bene chiunque se li ascoltasse cinque minuti con la mente sgombra e un minimo di orecchio.

Penso che ci sarà da piangere parecchio stasera, se bastano le prime note a fare sussultare. Invece non piango, non piango praticamente mai, cogliendo la gioia e la semplicità nelle parole di omaggio alla nostra città, nei saluti agli amici dell’Hana-bi, nella voglia di buttarsi tra il pubblico e cantare tutti insieme. Matt Berninger, o mio zio Francesco, è un animale da palco, non uno sfigato complessato che scrive bellissimi pezzi tristi. Preferisco cantare che commuovermi, poi con tutta quella gente che alza le mani non viene proprio naturale. Sarà che non hanno fatto About Today, che a mio avviso rimane il loro pezzo migliore, nella versione di 8 minuti del Virginia Ep, you know what I mean.
Mi ricorda tre anni fa, un periodo difficile: erano successe tante cose ingarbugliate in pochi mesi che ora non ricordo nemmeno più. Poi era stato male mio padre all’improvviso: un mattino si è accasciato per un ictus sul divano e ho dovuto portarlo al pronto soccorso al volo, mia madre era tesa e preoccupata e non sapeva cosa dire, chiedeva al medico e il medico stronzo diceva che era gravissimo e lo faceva con un tono distaccato che mi sembrava impossibile per un dottore. Io ero fuori nel cortile che giravo a vuoto e ti chiamavo al cellulare ma non rispondevi e mi veniva da piangere e pensavo che non sapevo nemmeno io cosa dovevo fare, avevo solo bisogno di parlarti e raccontarti e non rispondevi perchè lavoravi, lavoravi sempre all’epoca, ancora oggi lavori sempre ma nel mentre ci siamo lasciati. Forse perchè lavoravi sempre.

E quel periodo mi ricorda About Today, che è un pezzo lento e triste, what could I say?, ma poi cresce cresce e si apre, partono le chitarre, un assolo di speranza solare e potente che fa vedere l’Assoluto e non è ancora finita perchè poi la gente applaude a ritmo e c’è un altro minuto e mezzo di finale e in conclusione il pezzo diventa sontuoso e perfetto per raccontare il caos di quei mesi perchè finisce benino, parte triste e finisce medio, non allegro ma medio, e anche mio padre l’han preso per i capelli ed è tornato a casa e tutto si è risolto per il meglio. Ci rivedremo Matt, prima o poi dovrai farmela sentire dal vivo. Magari ci porto anche la ragazza al telefono, se vorrà venirci, così non sente tutto distorto e gracchiante come stasera.

Postcards from The National

Speciale The National Ferrara sotto le stelle 2001

The National a Ferrara (si legge tutto di fila, chiudendo gli occhi) è il concerto dell’estate 2011 cui siamo più affezionati. Perché quella voce di Matt Berninger, quella voce definitiva che sembra uscire direttamente dai ciottoli riscaldati dal sole, dalla terra su, su fino dentro le nostre narici, riesce a farci sentire semplicemente meno soli. Come poche altre cose.

Turn the light out, say goodnight,
no thinking for a little while

Abbiamo pensato che il concerto dei National di martedì 5 luglio, per Ferrara Sotto le Stelle, meritasse una sorpresa. Che ce la meritassimo noi, una sorpresa. Uno speciale di carta, da toccare e conservare, come siamo soliti fare da queste parti, di tanto in tanto. Ma un po’ diverso dal solito.
Quattro racconti, per quattro canzoni, scritti per Ciccsoft da Cidindon, Chiara, Inkiostro e GiorgioP/Junkiepop. Illustrati dai disegni dei ragazzi di Maciste (Federico Manzone, Damiano Fenoglio e Lorenzo Mò). Tutto infilato dentro una busta.

Il risultato lo potrete scoprire martedì sera, mentre sarete in coda dai cancelli oppure seduti in piazza Castello ad attendere prima Beirut, e poi The National. Saranno disponibili 500 copie: se volete che ve ne teniamo da parte una, fateci sapere.

Grazie, davvero, ad Antonio, Chiara, Fabrizio e Giorgio. E a Federico, Damiano e Lorenzo.
E a Simone ed Emma.

Buffet

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Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)