Il palombaro

Il palombaro è un racconto sulle immersioni, sulla pelle che si lacera e poi si ricuce, sulle vacanze e su qualcosa che non tornerà più, sempre che sia mai arrivato. L’ha scritto Gaia Tarini, è il racconto dell’estate che vi offre Ciccsoft, da leggere sopra l’ombrellone o sotto lo sdraio, con i capelli gocciolanti mare che bagnano i fogli: potete scaricarlo in pdf a questo indirizzo, e poi stamparlo abusivamente in ufficio, in biblioteca, alla Coop o negli Autogrill.

Il bagagliaio è pieno di roba per il mare: ciabatte di plastica e tuta da sub, maschere, pinne, fiocina, macchina fotografica subacquea, crema solare, teli per stendersi in spiaggia. Anche un ombrellone coi colori stinti che mio padre deve aver comprato a metà degli anni Ottanta. Sta venendo via la vernice bianca dal bordo dell’albero maestro. È una cosa di tristezza assoluta, come questa benda. Sotto c’è la mia pelle cucita, rovinata, offesa: ho avuto un incidente in bicicletta, qualche giorno fa. Poco prima di partire. Se lo sapevo, non ci andavo, in bicicletta fino al negozio di videocassette. È passato un gatto velocissimo e io per non investirlo ho dovuto buttarmi dall’altra parte della strada. Sono finito contro una rete, mi sono tagliato via buona parte della pelle che copre lo spazio tra le due sopracciglia. Sette punti, e non ricordo quasi niente del dolore. Ogni tanto mi domando che cosa stia facendo adesso quel gatto. Voglio dire, se tutto questo è servito a qualcosa.

2 Responses to “Il palombaro”


  • Samuele Baglioni

    Non è mai semplice scrivere ‘recensioni’ di opere di persone che si conoscono: c’è il rischio di apparire ruffiani, se la recensione è positiva, o invidiosi, se è negativa. In questo caso mi disinteresso completamente del rischio-ruffianeria e faccio tutti i miei complimenti a Gaia.
    Il suo palombaro dodicenne mi ha incantato, con il suo processo di crescita, con i suoi dubbi, con la sua attitudine riflessiva e filosofeggiante, ma -al contempo- con le sue ingenuità tipiche dell’età.
    E poi c’è la scrittura di Gaia, che avevo intravisto qua e là, ma che in questo racconto ho potuto ammirare e gustare con un respiro più ampio (o con maggiore profondità, trattandosi di ‘immersioni’). Dico subito che mi piace come scrive, mi piacciono i suoi periodi brevi, telegrafici, alternati a quelli lunghissimi, da leggere in apnea finché un punto non ci fa riemergere, ormai senza fiato, ma vogliosi di ributtarsi giù a scoprire cosa si nasconda sotto la superficie del mare (la tentazione della metafora era troppo forte). Mi piacciono le ‘immagini’ che sa disegnare: il polpo sbattuto, incomprensibilmente per il nostro piccolo palombaro, sul muretto fuori dalla casa, «non so che cosa voglia, dal polipo, mio padre»; il costume che «si fluttua, gonfiandosi come una vela» (e qui le possibilità sono due: o Gaia ha uno straordinario spirito di osservazione, e quando va al mare guarda come reagiscono i costumi dei suoi amici maschietti al contatto con l’acqua, oppure anche lei è solita portare il costume a pantaloncino.. eh eh); il «rumore, più che il sentire, delle forbicine che tagliano via i punti»… e mi fermo qua, ché gli esempi sarebbero innumerevoli.
    L’unica raccomandazione che posso aggiungere è: scaricate il racconto e leggetevelo, perché merita e perché è pubblicato con licenza creative commons, che è sempre una cosa buona e giusta di per sé.

    P.S.: nemmeno a me piacciono i cetrioli, ma non credo che questa assonanza sia stata determinante nel gradimento per il suo racconto.

  • Mi è piaciuto molto! Grazie Gaia!

cribbio
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