Monthly Archive for March, 2012

Grazie Antonio

Tornava alla lettura e i leggeri nomi Tig o Wig, e la leggera brezza che muoveva le frange gialle e blu dell’ ombrellone, come a un cliccare sulla tastiera la parola «leggero» le aprirono nella memoria la finestrella di quando Pereira dopo aver denunciato sul quotidiano «Lisboa» l’ assassinio di Monteiro Rossi è in fuga, alla stazione: «… mentre si allontanava tra la folla aveva la sensazione che la sua età non gli pesasse più, come fosse tornato ragazzo… e allora ripensò alla spiaggia della Grange e a una fragile ragazza che gli aveva dato gli anni migliori della sua vita…». E poi il romanzo le richiamava il film, il finale del film, con Mastroianni che cammina spedito e leggero mentre lo strillone grida la notizia ragazzo assassinato! ragazzo assassinato! spedito e leggero mentre Dulce Pontes canta così bene «A brisa do coraca» di Morricone, e mentre tu seduto al cinema ascolti e guardi il passo leggero di Pereira che infine, in extremis, ce l’ ha fatta, dentro ti senti qualcosa come un’onda del mare che un pò si muove, che un pò si muove come per dirti mentre scorrono i titoli di coda: allora forse «è migliorabile il mondo».
(Lamarque Vivian, Corriere della Sera, 23 agosto 2009)

Good Luck

Quando uscì l’annuncio della data numero zero dei Giardini di Mirò, a Ferrara, il giorno dopo andai subito a prendere il biglietto, in un Mediaworld qualsiasi, per due motivi: il primo, perché avevo voglia di vedere l’effetto che facevano, le parole giardini-di-mirò risuonate dentro un Mediaworld che nemmeno li vende, i loro cd. Secondo, perché i Giardini di Mirò sono quel gruppo che se provi a spiegare come suonano, non ci riesci mica. Credo sia sufficiente, no?

Suonano “da sedici anni”, come ha ribadito Jukka questa sera, alla Sala Estense, e hanno un’ironia lieve, emiliana, e levigata da anni, appunto, passati a suonare assieme, quando parlano sul palco tra una canzone e l’altra. Eppure, io che non li conosco così bene da poter riconoscere le smorfie e le incertezze delle loro corde vocali mentre ringraziano, mi sembra conservino intatto quel loro essere introversi, timidi, quel senso del pudore, quasi, che li fa sembrare (azzardo) naif, o noiosi, o aristocratici. Perché i Giardini di Mirò sono esattamente quello, ‘classe’ pura, una bottiglia di vino, di quello buono, da sorseggiare lentamente, facendo dondolare il bicchiere, o le teste, o le mani o le gambe, oppure da spaccarsele in faccia, senza ferirsi. Li ho sempre visti in situazioni non esattamente canoniche: stasera era la prima data del nuovo tour del nuovo album, per esempio, e prima ancora, era un gennaio di un secolo fa (2010), in tv si parlava ancora di minorenni a feste presidenziali, per dire, ed ero a Berlino, e casualmente loro suonavano proprio a Berlino, le musiche del film muto ‘Il fuoco‘. Quella sera me la ricordo bene, mi ricordo che al mattino chiesi a Kai, il ragazzo che ci ospitava, se gli andava di venire a sentire un gruppo italiano, lui rispose “ora me li ascolto su Myspace e poi vi dico”, noi uscimmo, a consumarci i piedi sui marciapiedi, e quando tornammo, con un mite sorriso disse che in fondo non erano male, e ci avrebbe accompagnato. Così, in un sabato sera di gennaio, mi ritrovai con un berlinese a sentire i Giardini che suonavano le musiche per un film muto degli anni Venti, qualcosa di apparentemente distante, forse (da cosa, poi?), eppure secondo me spiega abbastanza bene cosa possono essere, i Giardini di Mirò. Ricordo anche che poi suonarono anche i loro pezzi, e Jukka disse che ogni volta che venivano in Germania erano felici, perché suonare fuori dall’Italia per loro era come “respirare”, ed era esattamente il motivo per cui mi trovavo io a Berlino, quella sera, quell’inverno, ed ero così contento, di respirare assieme ad altri italiani, che a fine concerto quella sera feci una cosa che non faccio (praticamente) mai, andare da un componente del gruppo e salutarlo e stringerli la mano, vergognandomi come un ladro. Me la ricordo ancora, la faccia contenta di Jukka. Si può essere felici a suonare cose tristi?

Non lo so, non conta poi questo. Jukka, poi, me lo ricordo a Carpi, per Materiali Resistenti, io ero in prima fila perché a me ai concerti piace sentire i gruppi che suonano, che detta così può sembrare un’affermazione supponente, ma non è così scontato, pensateci. Mi ricordo quella pelle pallida e quella barba e quel viso che quando suona si stira e quando ringrazia si raccoglie, la faccia di Jukka, dico, quando la vedo penso che la faccia di un emiliano è come la sua, pallida, stempiata, minuta, e però sa stirarsi, sudare, sforzarsi, stropicciarsi durante dieci minuti in apnea di Berlin (la penultima canzone di stasera, per esempio). Quella sera si era là per resistere, prima di tutto, un’altra serata anomala per ascoltarli. Tipo stasera.

Stasera è stata già un’impresa arrivarci, conosco persone che in questo momento stanno facendo chilometri e consegnando ore di sonno in cambio di teste che smetteranno di dondolare, sempre più lentamente, soltanto quando saranno sdraiati, per dire, è stata un’impresa arrivarci tutti interi, sconvolti dall’aria aperta, dalle tachipirine e dalle cose che vanno in frantumi. Non l’avevo ancora ascoltato, prima di stasera, il nuovo album, Good Luck, si chiama, un po’ perché odio ascoltare le cose in striming (problema mio, scusate), un po’ perché volevo che andasse esattamente così: volevo fidarmi, di loro, volevo chiudere gli occhi e dondolare la testa, e così è stato. Anzi, forse anche meglio: tra un amaro del capo e l’altro passato sottobanco, ho scoperto pezzi che hanno più voglia di scuotere, e meno di bagnarti. Non ve la posto, la scaletta, l’ho rubata così non la saprete mai, andateci a sentirli, senza saperne niente, di cosa suoneranno, andateci perché dei Giardini di Mirò bisogna fidarsi: e ve lo dice uno che non li conosce così bene, appunto, ed è in casi come questi che la parola ‘fiducia‘ serve ancora a qualcosa, forse.

Perché in fondo lo sai, che certe cose possono capitare solo qui, in Emilia, nelle città “con le zampe di diavolo sopra ai portoni delle chiese” (cit. Agu), in quelle sere dove non hanno importanza le canzoni ma chi le suonerà, e chi le ascolterà a fianco o dietro o davanti a te, con vecchi con la coppola in sala che si alzano a fine concerto, imperturbabili, con il maglione sollevato, con la camicia che esce dai pantaloni, ed occhi liquidi dietro gli occhiali spessi. Da qualche parte, sapere che esistono gruppi del genere, di cui magari per mesi ora non riascolterai più nulla, oppure ascolterai solo loro, e possono esistere soltanto in questa striscia di terra che si ricorda soltanto di dimenticare, o di rimpiangere, che fa crescere la nostalgia sugli alberi, per una sera, una soltanto, questa consapevolezza riesce a tenerti in equilibrio mentre muovi la testa, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro.

(Cidindon era tra quelli che dondolava la testa, e scrive molto meglio del concerto di ieri sera, e di cosa è davvero stato, qui)

Generatore di ottimismo (omaggio a Guerra)

(clicca refresh sul browser per generarne un’altra)

La notizia del nostro presente è fortemente esagerata

Forse non lo sapete, ma in edicola c’è un giornale che viene voglia di comprarlo soltanto ‘guardandolo‘. E’ un mensile, e costa 50 centesimi, la metà di un caffè, e rappresenta lo stato dell’arte della grafica e dell’impaginazione di un periodico: è semplicemente impossibile, infatti, pensare qualcosa di più razionale e armonico di IL, il magazine del borghesissimo Sole 24 Ore. Discorsi fanatici da fanatico quale sono dei giornali, lo so: ma prendete l’ultimo numero in edicola, osservate soltanto la copertina, composta unicamente da caratteri dosati, quasi fossero stati messi lì con le mani, e non disegnate su uno schermo lucido di un Mac. Una grazia declinata su diverse tonalità di grigio, di pieni e di vuoti, di griglie seducenti: la perfezione stilistica, appunto.

Il lenzuolo

Sembra anacronistico, oggi, ai tempi in cui le notizie ormai le leggiamo in bagno sugli schermi degli smartphone, ritrovare la bellezza proprio in edicola, eppure IL è l’esempio di come basti il Bello, per aprire il portafoglio, è l’iPhone dei giornali italiani, ma a un prezzo di un Nokia scassato. Roba da far passare in secondo piano i contenuti, i direttori, le firme: IL è un oggetto da esibire in salotto, in bella vista, prima ancora che da sfogliare. Oggi l’ho comprato, non aspettando come faccio sempre il sabato perché francamente Il Sole 24 Ore non rientra tra le mie letture quotidiane, e poi avevo paura terminasse in edicola visto il gran vociare che se ne faceva su Twitter (come se la gente che usa Twitter andasse ancora in edicola, già). E così, il secondo grande merito di IL (il primo è la Bellezza) è stato farmi portare a casa anche un quotidiano dalle dimensioni così esagerate, in tempi in cui tutti i quotidiani puntano a rosicare preziosi centimetri di carta, riducendo le dimensioni il più possibile per tagliare costi di stampa, visto che appunto, i giornali, stanno diventando ‘anacronistici’, e non se ne vendono più. E allora bisogna tagliare, tutto.
E viene da sorridere, a pensare che proprio nell’imponente dimensione da broadsheet, quindi segno tangibile di un tempo che fu e che mai più tornerà, per i quotidiani, riscontri il grande merito di IL, che questo mese tenta di sostenere l’utopistica tesi dei quotidiani più vivi che mai. Non c’è affatto contrasto, in fondo. Perché il formato da lenzuolo del Sole 24 Ore mi costringe, per leggerlo, a prendere una sedia, a sedermi al tavolo della cucina, con la luce fioca, a fare rumore mentre lo sfoglio, a muovermi non solo con gli occhi ma anche con la testa, il collo, il dito per tenere il segno, lungo quelle pagine di un giallo come non se ne fanno più. Tradotto in una sola parola: esperienza.

Esperienza d’uso, direbbe un Jobs de noantri, qualcosa che i giornali di oggi, che stanno appallottolati in borsa, che si fanno sempre più timidi, nel tentativo di mantenersi simpatici, pratici, accondiscendenti ai nostri tempi sempre più compressi, non sanno più regalarci. Qualcuno una volta, ora non ricordo chi, disse che il vero stile di un uomo si misurava da come reggeva il giornale mentre lo sfogliava seduto a un tavolino di un bar. Oggi non c’è nessuno stile, nessuna liturgia, nel leggere di sfuggita su giornali sempre più piccoli, ed anzi, il respiro dell’Esperienza (opposta, certo, ma comunque significativa) lo si ritrova facendo scorrere le dita sulla liscissima superficie di un vetro di un tablet. E quindi il futuro è come sempre scritto sui nostri polpastrelli: è il tatto, la vista, l’odore, la percezione, è sporcarsi le mani d’inchiostro o sporcare il vetro con le nostre impronte unte. Questo, è un quotidiano, un giornale, la parola scritta, e di fronte al vetro di un iPad, o al lenzuolo ingiallito di un giornale obbligati a leggerlo a un tavolo, provo quel senso di rispetto che oggi, le cose sospese a metà, non mi fanno più provare. E bastano soltanto due euro, per farmelo tornare in mente.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)