La città ancora viva

Nel dibattito su Ferrara, i suoi pregi e le sue virtù, capita ogni tanto qualcuno a dare una piccola scossa, schiaffone o carezza che sia, a smuovere un poco le coscienze collettive solite a discutere per lo più nei bar o nelle pieghe di un articolo di estense.com, secondo partigianerie e schemi ormai ben definiti.
E’ successo due volte nell’ultimo anno: prima un graffito nella piazza cittadina con una frase provocatoria dell’artista Andrea Amaducci ha ricordato a tutti che “Ferrara 500 anni fa era New York”, scatenando riflessioni inaspettate nel bene e nel male e pochi giorni fa il post di Lorenzo Mazzoni sui blog del Fatto Quotidiano dal titolo “La città morta”. Un’analisi spietata e per alcuni versi vera dei vizi che si nascondono in questa città di provincia. Cose arcinote a chi vive qui e forse poco interessanti a chi da queste parti non passa mai, il tutto condito con un pizzico di retorica e acidità che hanno fatto storcere il naso ai molti che in questa città investono tempo e denaro, e annuire rammaricati i delusi, gli scontenti e i critici di ogni tempo ed età.
Confesso che mi ha divertito leggere commenti e pareri di amici e conoscenti: avrei potuto indovinare la loro posizione in merito anche prima che la esprimessero. Chi si è sentito punto sul vivo dagli argomenti criticati nel pezzo ha reagito con livore e disprezzo, chi da questa città se ne vuole andare da un bel po’ perché non ci vede un futuro ha eletto i pensieri di Mazzoni a vessillo personale condividendoli sui soliti social network.

Eppure questa città non è ancora morta come si vuol far credere. Pur sopravvissuti di un soffio al taglio delle province montiano ed essendo sempre di più un dormitorio per la vicina Bologna non possiamo dire che da queste parti lo spirito di iniziativa non manchi. I punti che Mazzoni critica non dipendono in larga misura dall’amministrazione comunale o dalle mancate virtù dei ferraresi: il terremoto è un evento naturale che ha colpito trasversalmente e dal quale ancora fatichiamo a capire come ripartire, la naturale propensione alla fuga dei commercianti spaventati è un sintomo che si è sempre verificato nei luoghi colpiti da calamità a causa degli oneri insostenibili per chi ha famiglie da mantenere e vede le vendite già scarse di una piccola bottega del centro crollare rapidamente a picco.

Che a Ferrara non ci sia lavoro non è una novità e le ragioni sono dovute a talmente tante cause e concause storiche che non è una tendenza alla quale potremo venire meno nemmeno in un paio di generazioni sudando sette camicie. Chi investe su nuove attività commerciali o scommette su qualche iniziativa che debba avere un minimo di visibilità preferisce il palcoscenico di una grande città e difficilmente si interesserà ad una zona decentrata come la nostra. Un ragazzo che cresce a Ferrara sa bene che al 90% quando avrà terminato l’università (se non prima) dovrà rivolgere lo sguardo altrove per cercare lavoro nei tanti settori in cui questa città è carente. Sa altrettanto bene che oltre all’agricoltura questa città si regge sul suo straordinario patrimonio culturale e su tutto l’indotto che gira intorno a mostre, musei, festival culturali che negli ultimi anni hanno portato in città milioni di persone entusiaste di vivere la nostra città anche solo per pochi giorni. E’ un male questo? Non mi pare. E’ un male che il Comune o l’Arci siano in grado malgrado risorse limitate di organizzare eventi che richiamano in città persone da ogni dove da aprile ad ottobre? Direi di no. E’ qualcosa che non ci è chiaro e ci sorprende essendo cresciuti a Ferrara? Nemmeno. C’è chi nasce in altrettante centinaia di città di provincia italiane (o paesi sperduti nel nulla) e sa che le sue prospettive sono molto più limitate di chi vive nelle grandi metropoli ma magari si barcamena per restare ed avere una vita meno caotica e stressante del travet milanese tutto traffico e ufficio.

Dice: c’è la nebbia d’inverno, lo smog a livelli micidiali, gli scarichi del petrolchimico e mi viene la depressione. Fuggire da queste cose è ormai impossibile ovunque si viva: restano le montagne, la via dei monti e dei campi, il vivere sereno dell’agricoltore o del guardiaboschi. Siamo sicuri che le nuove generazioni sceglierebbero quella strada per vivere sani, rinunciando agli aperitivi, all’intrattenimento, al mondo sempre connesso di oggi che vede nelle città i principali punti di aggregazione? Sicuri che per respirare aria pura ed essere felici davvero serva isolarsi fino a questo punto? Ferrara sarà forse inquinata e tumorale quanto Milano, ma aprendo le finestre si riesce ancora a vedere il cielo invece di un grigio palazzone con i clacson impazziti in sottofondo. Piccoli particolari che possono fare la differenza qui come in altre città. Non siamo meglio o peggio di molti altri comuni, siamo quello che abbiamo ottenuto da cinquant’anni di vita sfrenata e produttiva, dal progresso, dall’industrializzazione di un’Italia intera.

Poi ci sono i problemi locali dovuti al malcostume, la politica clientelare, le scelte inoculate, le cattive gestioni di qualcuno che finiscono per distruggere l’interesse comune. E’ fallita la Spal perché chi l’ha comprata e amministrata non era interessato davvero alle sue sorti: un susseguirsi di imprenditori furbetti e poco lungimiranti. Abbiamo trasferito un ospedale in campagna per gli affari privati di qualcuno, ormai tanti anni fa, ed ora ce lo teniamo anche se rappresenta un brillante esempio di cattiva gestione e sarà una delle eredità più fastidiose di sempre che ci porteremo dietro per anni. Avessero davvero chiesto un’opinione ai cittadini sul trasferimento di un ospedale fuori città sarebbe stato un plebiscito di no, ma tra quando si è fatto l’affare e quando questo si è concluso operativamente sono passati 21 anni e con essi è mutata anche l’idea di politica partecipata e la sensibilità verso certe procedure di democrazia dal basso.
Una mattina di settembre di sette anni fa è stato “morto un ragazzo” da quattro poliziotti iracondi per un temperamento che appartiene a loro e non ai ferraresi tutti che ancora indignati lo piangono e lo ricordano. Ferite aperte e non dimenticate che hanno portato Ferrara sulla scena per vicende tristi, capitate non perché questa è una città marcia e morta ma perché purtroppo casi come questo sono successe e succedono nemmeno troppo raramente anche in molte altre città. Essere persone migliori spetta a noi, far si che il malcostume non arrivi in una piccola comunità spetta al carattere e all’educazione di chi ci vive. Possiamo fare la nostra parte ma non possiamo in alcun modo prevedere come si comporterà il nostro vicino, che magari finirà con lo screditare una città intera.

Le mele marce nella società sono un male trasversale di cui questa città non vuole e non deve ritenersi responsabile. Assistiamo al crescere di delinquenza e degrado o alle fine delle risorse economiche ogni giorno da ogni parte di questo paese acciaccato. Ne facciamo parte nel bene e nel male e abbiamo i nostri momenti tristi come tutti. Se sapremo essere più virtuosi di chi ci ha preceduto come cittadini sta a noi e alle nuove generazioni. I gruppi di persone sono fatti dalle singole eccellenze che ognuno di noi può portare per il bene comune: se gli amministratori di domani prenderanno decisioni pubbliche migliori, se avranno comportamenti esemplari come cittadini, più attenti a rispettare il prossimo perché possa godere anch’esso dei beni pubblici, avremo già fatto un grosso passo avanti. E se guardo all’educazione dei bimbi di oggi e alle lezioni di civiltà che ci offrono ogni giorno, non riesco ad essere così pessimista. Rivolgiamo a loro le nostre attenzioni per cambiare questa città. E vedrete che Ferrara è ancora viva, e faremo in modo di mantenerla tale per quanto ci è possibile. Ci proviamo tutti insieme ogni giorno ed è grazie anche alle riflessioni di qualche cittadino che storce il naso come Mazzoni o Amaducci se ogni tanto una voce arriva ai piani alti e qualcuno prova davvero a cambiare le cose.

1 Response to “La città ancora viva”


  • Euge, ho letto con interesse il tuo articolo. Per chi Ferrara l’ha vissuta da esterna, soprattutto venendo dalla Toscana, devo dire che il problema non sono tanto gli affari di inquinamento/speculazione ovunque presenti. Ciò che dà fastidio è il clima provinciale, il senso di rispettibilità e formalismo perbenista, conservatore che uno percepisce, l’impressione che la città è dominata da gerarchie sociali e strutture di potere anacronistiche che sembra che nessuno voglia sfidare. Poi insomma… forse Mazzoni esagera un po’.

cribbio
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