Alla base c’è il calcio

E’ già ottobre e per la prima volta da sempre, credo, non ho ancora visto una sola partita di calcio del campionato. Allora ho messo tutto insieme e ho scritto una cosa per Someone still loves you, Bruno Pizzul.

Ottobre mi piove addosso senza che io abbia ancora visto una partita che sia una del campionato italiano di calcio. Ho sbirciato dal buco della serratura qualche gol (che so, il tiro al volo di Miccoli da 30 metri, o la rovesciata di Osvaldo), ho intravisto dal finestrino la parata con colpo di tacco di Agliardi o tutta la rugosa perplessità di Zeman, ho letto seduto sul water del siparietto di Allegri e Inzaghi o dell’insopportabile postura da studente di master di Stramaccioni, che invitava non so bene chi a sciacquarsi la bocca. Poi, nient’altro. Ottobre mi piove addosso, e per asciugarmi ho soltanto qualche pagina di Televideo (le solite, peraltro, da piccolo ne imparai prima la numerazione che le tabelline a scuola) rubata a colazioni sempre più assonate, per aggiornarmi sui risultati.

Si può vivere il calcio non dico senza giocarlo, ma pure senza nemmeno guardarlo? Me lo sto chiedendo ora, mentre ottobre mi bagna le scarpe, mentre sto imparando a conoscere una città in equilibrio sugli estremi come Napoli, e mi tornano in mente tutte le scritte sui muri o sulle saracinesche abbassate dove il calcio non è uno sport e nemmeno una fede, quanto, semmai, una “consuetudine”, un elemento della natura come lo sono i pomodorini o la striscia di smog che si vede sotto al Vesuvio. Mi tornano in mente le scritte degli ultras, quelle sentenze colorate di blu e impresse sui muri da mani molto ferme e molto limpide, a insegnare il verbo del calcio in una città che ha visto Dio Diego nascere e poi morire, che ha visto tutto e mangiato anche il niente, che tratta questo sport come fosse una tazza di caffè (da bere rigorosamente senza zucchero), o i taralli sul lungo mare o ancora, la cortesia quasi impicciona tra sconosciuti alle fermate sempre affollate dell’autobus. Mai come un figlio, però, perché sia chiaro, esiste il calcio, e poi, e prima e durante, soprattutto durante, esiste IL Napoli. Quelle scritte quasi rassicuranti, da far impallidire per la loro caparbietà e ubiquità il più ribollente tifo ordinato di uno stadio inglese, “Ci siamo ma non ci tesseriamo”, “la Fede prima di tutto”, per arrivare alla definitiva “Alla base c’è il calcio” che si vede solo sulla fiancata di un’edicola chiusa, mi pare di ricordare, dove ho lasciato il cuore, poco prima di entrare in Piazza Dante.

Non ho visto ancora una partita, ma ho sicuramente respirato più calcio rispetto a qualsiasi gara rinviata per ordine pubblico durante la sera di Bulgaria-Italia, mentre ricoperto di sudore e con gli occhi stanchi per averli tenuti sbarrati tutto il giorno, aspettavo un panino che avrebbe alterato per sempre l’equilibrio del mio fegato, e rubavo minuti della partita dalla televisione del chioschetto di girarrosto, quando poi un passante è entrato assieme alla moglie incinta, cui era improvvisamente sopraggiunta voglia di girarrosto, e non appena si è accorto della Nazionale in tv la prima cosa che ha chiesto non è stata il risultato ma se Insigne (di Frattamaggiore) era sceso in campo.

È calcio anche girare per le strade durante una partita del Napoli, è scoprire il risultato calcolando il numero di volte in cui hai sentito suonare i clacson, è uno scudetto sbiadito, uno dei tanti, dipinto su un muro di un vicolo, uno dei tanti, accanto ai panni stesi e a tavoli dal compensato ormai divelto. E’ calcio non tanto le statuette subito aggiornate di Ibrahimovic al PSG nei presepi di via San Gregorio (quello semmai potrebbe essere classificato come folklore) quanto il fiume azzurro di persone che invade la metro al termine della partita a Fuorigrotta, sono calcio i commenti di una signora in abito elegante di fronte a un hotel di lusso sui risultati del Milan la sera prima, perché appunto, il calcio si mastica, si impasta, esce dai rubinetti nelle case, lo si indossa come un vezzo o una necessità o un modo di vivere. E’ calcio, soprattutto, il vecchietto che porta a spasso una bicicletta (o viceversa?) alle tre di una silente domenica pomeriggio, con il sole che picchia come ad agosto anche se è già settembre, mette giù il cavalletto, fermandosi in una piazzetta della provincia campana di fronte ai bar ancora o appena chiusi, appoggiando la radiolina modello transistor sintonizzata su Tutto il Calcio minuto per minuto all’interno del cestello di vimini, pieno di stracci, come se dovesse rimboccare le coperte a un bambino. E’ calcio il suono discreto della voce dei radiocronisti, che attira i passanti, comprese madri di famiglia che chiedono “quanto stanno?” con la stessa anonima naturalezza con cui si chiede a tuo padre a tavola di passarti il sale. O ancora, il ristoratore a Sorrento che precisa al turista un po’ troppo facilone che non esiste solo il Napoli, ma pure il Sorrento, appunto, è calcio il brulicare di differenze e di interessi di cortile anche in pochi chilometri quadrati.

E mentre ottobre mi buca le ruote della bici, e mentre il calcio sparisce dai nostri stadi e dalle tv in chiaro, io vedo calcio ovunque, in questo paese, e nella mia vita, anche. L’irrefrenabile impulso a sbirciare i titoli della Gazzetta in mano a un signore seduto su una panchina al parco, l’irrestibile richiamo di una vetrina di maglie ufficiali da gioco, che fanno sembrare le divise sociali modelli di Armani o Gucci, con la voglia di scoprire quel ricamo, quelle righe più strette o più larghe, che la nuova stagione autunno-inverno propone. E ancora, è calcio la volante della Municipale che chiude via Ortigara, alla domenica pomeriggio mentre sfreccio in bici poco distante, e butto la coda dell’occhio sulla rinascita di un mito cittadino defunto, la Spal ora caduta tra i dilettanti, eppure le porte dello stadio si aprono ancora, e le vie al traffico vengono chiuse, anche se riguardano un’area dolorosamente più ristretta rispetto a nemmeno pochi anni fa. Sento tutto il peso del calcio mentre tento di tenere in piedi la mia vita nella sala d’aspetto ormai abbandonata di una stazione della mia provincia, polverosa, con porte e infissi divelti, dove entra sempre il vento e dove Napoli arriva pure lì, sulle scritte dei muri che ormai nessuno si prende la cura di riverniciare. Sento il peso del calcio, mentre abbraccio la mia vita e vedo sulla panca di legno graffiato di fronte a me una fila interminabile di piccole figurine, scorgo il volto di Aldair, è calcio rompere la nuvola di tristezza pronunciando improvvisamente il nome di Aldair, e poi risalire, dai tagli delle maglie, a che stagione fosse, e provare a indovinare i volti dei calciatori ormai erosi dal tempo, che fanno sembrare il Bierhoff del 2000 un Piola in bianco e nero. Ottobre ci piove addosso, e sento il calcio che divide famiglie e amici ma avvicina pianeti e sistemi solari diversi sul divano di un sabato sera, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, avvicinarsi, dico, ma pure guardare una partita insieme. Non ho ancora visto una partita di calcio, ma mi sembra comunque di viverlo abbastanza spesso, come quando ho provato a spiegare dove ho imparato la pazienza tifando per una squadra di calcio, appunto, o dove ho cercato di farti capire chi sono citando Alvaro Recoba e il suo esordio contro il Brescia, e le sue figuracce in Champions League, dove ho usato il calcio per raccontarti di quando ero piccolo, per far sembrare il passato quello che in fondo è, qualcosa di distante e che non torna, anche se continuo a guardare il Televideo, ma su un’applicazione per il mio iPhone. E’ già ottobre e mi sento quasi nudo e sperduto, senza 90 minuti negli occhi, ma ho dovuto fare spazio per guardarti mentre leggevi spontaneamente la Gazzetta e mi sono ricordato, dopo averlo perso, che cosa fosse davvero il calcio e anche respirare, sì.

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