ALBATROS
PAGINA 2 CAMBIO DI REDAZIONE
PAGINA 2 STEFANIA SI PRESENTA
PAGINA 4 LILLY SI PRESENTA
PAGINA 6 INTRODUZIONE
PAGINA 7 G8 E DINTORNI
PAGINA 7 19-21 LUGLIO 2001, GENOVA
PAGINA 8 DAI CONVENTI ALLE PIAZZE
PAGINA 9 LA TELA DELLE DONNE AVVOLGE IL VERTICE DEI “PREPOTENTI”
PAGINA 10 G8: PER UNA POLITICA ED UN’ECONOMIA DEL BENE COMUNE (rete di Lilliput)
PAGINA 14 G8: I TEMI DEL VERTICE DI LUGLIO
PAGINA 16 G8: OPINIONI...
PAGINA 17 LE STELLE DEL ROCK GIA’ LE SUONANO AL G8
PAGINA 18 LA GLOBALIZZAZIONE E’ BELLISSIMA
PAGINA 20 NEWS...
PAGINA 22 POESIE
PAGINA 23 NONGIO – RAGAZZI
PAGINA 24 LETTERE DELL’ALTRO MONDO
PAGINA 26 IQBAL MASIH
PAGINA 27 CONFUSIONE - MOSORROFA
PAGINA 28 NAPOLI COME SEATTLE
PAGINA 29 KALLE LASN
PAGINA 30 LA FAVOLA DI SPACCIANEVE
PAGINA 33 JANIS JOPLIN: una vita di passioni
PAGINA 35 RECENSIONI (musica, spettacoli)
PAGINA 40 FALSI E CENSURE SUI LIBRI DI TESTO
PAGINA 42 Gino Paoli: LA storia non siamo noi
PAGINA 44 SPAZIO CONCERTI
PAGINA 46 “Le
cose più importanti sono le più difficili da dire”
CAMBIO DI REDAZIONE......
Salve carissimi lettori,
eccoci di nuovo qui alle
prese con questo nuovo numero di Albatros (si tratta del n° 5), che spero vi
colpisca come lo hanno fatto i precedenti.
Ma veniamo subito alle cose
importanti; c'è stata la prima importante defezione di uno dei due
"storici" collaboratori di questo importante progetto; si proprio così, Alice ha deciso di intraprendere
altre strade, e proprio come un albatro ha spiccato il volo verso altri
lidi; spero tanto per lei che sia la strada giusta.
Il numero di marzo non è
uscito proprio per questo; non riuscivo a trovare nuovi referenti con cui
collaborare per la realizzazione di questo giornale; fortunatamente li ho
trovati; si chiamano Stefania ed Elisa (non mi dilungo oltre
perché saranno loro a presentarsi).
La Mailing List di Albatros è già attiva è funzionante da qualche mese
(per iscriversi albatros20@egroups.com) al suo interno si parla di qualsiasi
cosa; senza censure, naturalmente nel limite del comune buon senso; inoltre serve a decidere i pezzi nuovi da
inserire nel giornale; a lanciare nuove proposte; ultimamente si parlava di un
possibile raduno di tutti i lettori e collaboratori di Albatros; io lascio la
palla a voi; avete qualche idea in proposito?
Che altro dire v'invito fin
d'ora a spedire qualsiasi tipo di materiale a me o agli referenti; se avete
voglia di scrivere, di mettere il vostro pensiero su un foglio di carta, fatelo
che aspettate!!!!!!
Ok, ora ho finito; Buona
lettura.
Claudio
REDAZIONE:
Claudio Torreggiani
Via
Ferri, 12/1
42020 Villa Sesso (RE)
stefania si presenta…
Non è facile descriversi, fornire agli altri un'immagine di se' che sia veritiera, sincera, obiettiva. E di se stessi non è facile parlare senza cadere in autocelebrazioni o, diametralmente opposti, in vittimismi. Posso solo dire che questa rappresenta per me un'esperienza del tutto nuova, una ulteriore scommessa con me stessa, un modo diverso per crescere assieme agli altri - noi -.
Ho 36 anni. Alle spalle volti amici che il tempo ha privato dei contorni, nelle orecchie il suono lontano delle mille canzoni urlate a squarciagola, negli occhi un po' di melanconia per ciò che non è più.
Ho due figli ed il terrore di non saperli crescere, in un mondo che troppo spesso vende effimere illusioni per mettere a tacere le crude - ma vive - realtà.
Proprio a mia figlia, Cecilia, avevo dedicato nel gennaio del 1999 un messaggio registrato sulla segreteria telefonica di Jack Folla, mai mandato in onda.
Glielo avrei fatto ascoltare quando, un po' più grande, ne avrebbe potuto cogliere il senso. Glielo donerò - foglio stinto e confuso d'appunti - quando gli anni le insegneranno quella capacità preziosa (e secondo me fondamentale) di saper leggere tra le righe:
"sono ad Alcatraz Park per mia figlia, una
figlia che non è neanche qui con me, ora. Che spero un giorno possa riascoltare
e capire queste mie parole.
Sei ancora piccola, bambina, e crescerai.
Non far mai soffocare la tua voglia di giocare, la tua sete di
conoscere.
Non abbandonare mai i sogni, ma impara a sfidare te stessa, e la
vita.
Io non so se ti sto insegnando a vivere: non esistono regole per
questo.
Ma tu, credi sempre negli altri, nell'amicizia, nell'amore -anche
quello impossibile-.
Impara a leggere negli occhi e nelle mani di chi hai davanti e non
fermarti alle parole.
Ti dedico i versi di una canzone -Figlia, di
Roberto Vecchioni-.
E' ciò che vorrei dirti anche io.
e
figlia, figlia,
non
voglio che tu sia felice,
ma
sempre "contro",
finché
ti lasciano la voce;
vorranno
la
foto col sorriso deficiente,
diranno:
"non
ti arrabbiare che non serve a niente",
e
invece tu grida forte,
la
vita contro la morte.
e
figlia, figlia,
figlia
sei bella come il sole,
come
la terra,
come
la rabbia come il pane,
e so
che t'innamorerai senza pensare,
e
scusa,
scusa
se ci vedremo poco e male:
lontano
mi porta il sogno
ho un
fiore qui dentro il pugno.
(Gennaio 1999 - per Cecilia, a pochi giorni dal
suo quarto compleanno)
Credo nell'amicizia - senza tornaconti -.
Credo nella lealtà ad oltranza - fatta d'amare
delusioni -.
Credo nella responsabilità del singolo e nel suo
esempio costruttivo "sbattuto" in faccia agli altri - anche se quel
singolo poi passa puntualmente per "fesso"-.
Credo nel potere dei sogni, ancor oggi - nonostante
tutto.
StefaniaLisi
Località
loretello 61
60011
Arcevia AN
PS: in realtà a questo numero non ho
praticamente lavorato, apprezzate quindi l'opera magna di Lilly e auguratemi,
per favore, di avere un migliore rapporto con le mie capricciose attrezzature
informatiche!!!!
lilly si presenta…
Si può dire che io e Claudio neppure ci conosciamo; un paio di e-mail, qualche telefonata.
Nulla di più.
Pur abitando nella stessa città, ancora (oggi è il 4 giugno) non sappiamo che faccia abbia l’altro.
Per questo sono rimasta di stucco quando mi ha proposto di prendere parte attiva in questo progetto per dargli una mano ora che Alice ha qualche problema a mantenere l’impegno preso.
Credo sia stata una bella prova di fiducia nei miei confronti da parte sua.
Fiducia che spero di non deludere.
E’ domenica sera, di uno strano week-end di fine maggio in cui, in meno di ventiquattro ore sono riuscita a riprendere forti contatti con tre persone cardini della mia vita. Tre amici coi quali ho condiviso momenti stupendi e che credevo di avere perso ma che ora sono rientrati prepotentemente nella mia vita. Sono felice. Tranquilla, più che altro, forse questa è la parola giusta.
La sicurezza di potere ricominciare a contare su qualcuno mi restituisce un po’ di forza per continuare andare avanti, e sperare.
In generale, tra i soliti alti e bassi, è un periodo abbastanza buono, in cui tutte le cose sembra stiano tornando al loro posto, o quasi. Dal mondo esterno al mio piccolo Io mi arrivano molteplici stimoli, più o meno interessanti, ma che riescono comunque a tenermi occupata a riempire quei vuoti di cui ho sempre avuto paura, e che troppo spesso ritornano. Anzi, forse non se vanno mai; sono solo io che a volte raggiungo un cavolo di equilibrio interiore per cui non mi spaventano più. Ma presto o tardi ritornano sempre. Fino ad ora sono riuscita a mantenere il controllo della situazione, ma fino a quando durerà, fin quando riuscirò a reggere la maschera?
Probabilmente la mia vita sarebbe più serena, se non avessi lo stramaledetto vizio di crearmi i problemi o vederli anche dove non ci sono. Ed è questa mia costante propensione verso il futuro che, oltre a non farmi vivere l’oggi, lo rende anche un inferno; è questa mia ricerca di sicurezze e obiettivi nel domani che mi fa perdere i punti di riferimento del presente, che mi fa trascurare le piccole gioie quotidiane, in continua ricerca di una Felicità che per ora posso solo sognare.
E allora quando ci si sente persi in una mare in tempesta a volte basta uno sguardo, o un sorriso, o molto più semplicemente un silenzio condiviso a ridarti un barlume di speranza.
Nonostante sia sempre stata circondata da una marea di
persone sono stati tanti i momenti nei miei vent’anni e un mese di vita in cui
mi sono sentita sola. Diversa.
Diversa dalla massa, estranea al mondo che mi circondava.
I primi anni ho
imparato a lottare con il mio Io; l’ho soffocato, strozzato, richiuso sotto
maschere e false opinioni, finché non ce l’ho più fatta e sono scoppiata in
tutta la mia irruente, tormentata, catastrofica, rivoluzionaria, iperattiva
personalità, raccogliendo, come era ovvio, più critiche che consensi.
I risultati sono
arrivati con il tempo e con la pazienza.
Nella marea di conoscenze che ho, nella marea di rapporti astratti che si è costretti ad instaurare, pian piano qualcuno è emerso ma non è facile, soprattutto al giorno d’oggi, in cui “l’apparenza è tutto” e il gruppo è ciò che dà la forza ai singoli.
“Il gruppo è la merda che ti danno da mangiare”
ha detto qualcuno.
Non ho ancora incontrato nessuno che mi abbia dimostrato il contrario.
Ma ho imparato, che sparsi qua e là nel mondo ci sono persone che la pensano come me, che credono nei rapporti veri, che lottano per i diritti inviolabili degli uomini, che non si adeguano a come gira il mondo ma che sono capaci di urlare con quanto fiato hanno in gola: “Fermate il mondo, voglio scendere!”
E Io?! Che posto ho
all’interno di questo perverso universo? Io, alla fine, chi sono?
Beh, Io sono sempre e comunque Io, o almeno ci provo, con le mie molteplici sfumature e i miei controsensi.
Un’ora ho una testa matta, poi ritorno razionale; un momento vince il cuore, l’altro la mente.
Ma sono sempre Io.
Con le mie idee, la mia testardaggine e la mia snervante voglia di fare.
E chissà per quanto ancora la mia vita correrà così, tra alti e bassi, continui cambi di scena e di costume, tra repliche e prime serate, tra un personaggio e l’altro.
Poi, forse, ci sarà un giorno in cui mi sveglierò e riuscirò, guardando la mia vita come spettatrice, a ritrovare la ‘me stessa’ persa tra le righe del copione che recito, e mi renderò conto nuovamente di una cosa che già sapevo.
Non so chi sono; e non
mi comprendo.
Ma, in fondo, in questo grande palcoscenico della vita, non credo che esista un qualche attore che conosce perfettamente l’uomo che è costretto a interpretare, e non mi aspetto di certo di poter essere io la prima, perciò prendetemi così, ogni momento diversa, pur essendo sempre me stessa, che tanto ormai io ci sono abituata a non essere capita.
Via
Ciro Menotti, 1
42100
REGGIO EMILIA
Un ultima cosa prima di lasciarvi alla lettura del nuovo numero:
il 23 Maggio è stato l’anniversario dei nove anni dalla morte di Giovanni Falcone. Solo due righe tratte dal libro “Jack Frusciante” di Enrico Brizzi e un secondo di silenzio per lui.
“Vicino a Palermo avevano fatto saltare 50 metri di autostrada per uccidere il giudice simbolo della lotta alla mafia...
Era questa l’Italia in cui stava vivendo...
...quel giudice che avevano assassinato era un uomo che aveva tentato di uscire dal gruppo... uno a cui non andavano bene le prepotenze e l’arbitrio dei forti , uno che aveva camminato controcorrente con l’acqua alla cintola, fino a quando non era arrivata un’onda troppo grande che l’aveva trascinato via.
Era uscito dal gruppo, certo.
E quando per il gruppo era diventato scomodo, l’avevano fatto saltare in aria con la moglie e tutti gli uomini della scorta...
Era questa l’Italia in cui stava marcendo...”
Ciao e buona lettura!
Claudio, Stefania e Lilly.
INTRODUZIONE
Giugno 2001. I telegiornali rispondono con immagini patinate di navi enormi e sontuose ed impomatati capi di stato agli appelli di tute bianche e movimenti anti-globalizzazione.
Da 500 anni altre voci continuano ad innalzarsi, rinnovando nei secoli appelli troppo spesso caduti nel vuoto: sono le voci dei nativi americani che, con la piena disperazione di un popolo martoriato, descrivono la propria storia fatta di amicizia offerta e promesse non mantenute, di speranze e di delusioni, di orgoglio ed umiliazioni.
Quelle stesse parole oggi assumono un nuovo significato, nuova forza e disperazione:
"L'uomo bianco non
capisce questa terra. E' troppo lontano dai suoi processi formativi. Le radici
dell'albero della sua vita non hanno ancora stretto la roccia e il suolo.
Ma negli indiani ha ancora valore lo spirito della terra; sarà così finchè altri uomini saranno capaci di cogliere e incontrare il suo ritmo. Gli uomini devono nascere e rinascere per far parte della terra. I loro corpi devono essere formati con la polvere delle ossa dei loro antenati."
Luther Orso Eretto
"Dove sono oggi i
Pequot?Dove i Narragansett, i Mohicani, i Pocanet e le altre potenti tribù del
nostro popolo? Sono svaniti davanti all'avidità e all'oppressione dell'uomo
bianco, come la neve al sole.
Ci lasceremo
distruggere a nostra volta, senza fare uno sforzo degno della nostra razza? Abbandoneremo,
senza combattere, le nostre case e le terre ricevute in eredità dal Grande
Spirito?
Le tombe dei nostri
mirti e tutto ciò che ci è caro e sacro?
So che voi direte con
me, Mai! Mai!"
Tecumseh
Solo 30 anni fa un giovane Blackfoot, in attesa di raggiungere l'isola di ALCATRAZ (occupata in segno di protesta da numerosi nativi americani) ha così ironicamente espresso la propria amarezza:
"L'uomo bianco
salva le gru nord-americane, salva le oche delle Hawaii, na non sta salvando il
modo di vivere dell'indiano"
(sl)
G8 E DINTORNI
dal 19 al 21 luglio a
Genova
si
riunirà il famigerato "G8".
Questo vertice, come i precedenti, servirà a coordinare le misure economiche, sociali e politiche tese a rafforzare lo strapotere delle multinazionali e ad allineare i singoli governi a scelte contrarie agli interessi dei lavoratori, dei disoccupati e dei settori popolari sia nei paesi industrializzati che in quelli che, non si comprende su che base, sono definiti "in via di sviluppo".
Da anni ormai in questi vertici vengono discusse e prese decisioni che hanno portato allo smantellamento dei diritti sociali, all'abbassamento dei salari, alle privatizzazioni dei servizi, alla flessibilità del mercato del lavoro. In nome della competizione globale, le conquiste dei lavoratori e le esigenze dei settori popolari sono state sottoposte ad un attacco che ha riportato la situazione indietro di mezzo secolo. Queste misure hanno provocato il peggioramento delle condizioni di vita, l'esplosione della povertà, il ritorno di malattie scomparse, l'emigrazione forzata di milioni di uomini e di donne, le devastazioni dell'ambiente.
Negli ultimi anni in molti paesi è cresciuto un movimento di opposizione, di lotta e di resistenza a questo stato di cose. Cresce, in particolare, la mobilitazione dei lavoratori contro i signori dell'economia mondiale su precise rivendicazioni:
Ø per la difesa e l'estensione delle garanzie sociali (diritto alla salute, all'istruzione, alla casa, alla previdenza, ai trasporti) conquistate con lotte decennali;
Ø per una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro;
Ø per il raggiungimento di una qualità della vita dignitosa per tutti;
Ø contro il militarismo, le spese militari, le guerre che ci vengono presentate come scelte "umanitarie" e le missioni di "pace";
Ø contro la precarizzazione di tutte le attività lavorative ed il conseguente degrado delle nostre condizioni di vita e di lavoro;
Ø contro la distruzione ambientale;
Ø perché i lavoratori immigrati godano, almeno, dei diritti, già limitati, riconosciuti, ai lavoratori italiani.
Otto grandi non valgono una moltitudine.
Il neoliberismo sta aggravando enormemente i problemi dell'umanità. Mentre il 20% della popolazione mondiale gode dell'86% della ricchezza, tre miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno, il 16% della popolazione del nord ricco vive in condizioni di povertà, milioni di persone malate di aids e di malaria non possono curarsi a causa degli alti prezzi dei medicinali imposti dalle multinazionali farmaceutiche, il clima viene alterato dall'effetto serra, l'acqua è diventata un bene scarso, lo strato di ozono che ci protegge è a rischio, la biodiversità viene drasticamente diminuita.
Alcuni esempi che riguardano anche la tua vita:
ü Gli Stati Uniti si rifiutano di ridurre le emissioni di gas serra e rivendicano il diritto di continuare ad avvelenare il pianeta per non ridurre i profitti delle loro imprese.
ü Mangiando corriamo il rischio di incorrere in gravi problemi per la salute (mucca pazza, organismi geneticamente modificati.) perché ciò conviene alle grandi imprese del settore agroalimentare.
ü In futuro correremo il rischio di poter andare a scuola o curarci solo se avremo abbastanza soldi perché l'organizzazione mondiale del commercio (WTO) vuole privatizzare l'educazione e la sanità mettendole nelle mani delle grandi imprese private.
ü Imprese grandi e piccole trasferiscono la produzione nei paesi poveri, dove i salari sono bassi e non esistono diritti sindacali, creando sfruttamento laggiù e disoccupazione da noi.
Gli otto grandi (G8) che si riuniranno a Genova sono i maggiori responsabili di queste politiche ed essendo i più forti obbligano di fatto le altre nazioni del pianeta ad adeguarsi.
Un altro mondo è possibile, costruiamolo insieme.
da repubblica 13.6.01
dai conventi alle
piazze
Appello delle
congregazioni religiose per manifestare a Genova
ORAZIO LA ROCCA
ROMA - "Uscite dai conventi, venite a Genova!". Anche il mondo cattolico e missionario in vista del vertice del G8 di Genova del 2022 luglio prossimi scende in campo e prende decisamente posizione accanto al "popolo di Seattle". E lo fa affilando le armi che caratterizzano, in genere, l'azione dei religiosi impegnati nel sociale e vicino alle istanze dei poveri: con digiuni, preghiere, appelli, documenti.
Il via arriva dal mensile Nigrizia di giugno, periodico dei missionari comboniani, che pubblica un dossier con cui invita i religiosi e le religiose a "uscire", appunto, dai conventi per rispondere in massa all'appuntamento genovese per dar vita ad una pacifica mega manifestazione - in stile tutto gandhiano - a favore della "totale cancellazione del debito estero dei paesi poveri". All'appello – informa Nigrizia - hanno già risposto positivamente 77 congregazioni religiose e una quindicina di organizzazioni di volontariato che hanno sottoscritto un documento redatto apposta per l'occasione, il "manifesto appello interreligioso ai G8 per una giustizia economica in favore dei paesi impoveriti".
Paladina dell'iniziativa, una religiosa delle missionarie della Consolata, suor Patrizia Pasini. La missionaria da anni è animatrice della Rete Fede e Giustizia Europa Africa, un organismo che si batte contro il debito estero a nome di istituti missionari e religiosi, e in collaborazione con il Gruppo Debito del Sedos e la commissione Giustizia, pace e integrità del creato delle Unioni superiori e superiore generali (le congregazioni religiose maschili e femminili).
Oltre alla pubblicazione del manifesto appello interreligioso, l'iniziativa avrà il suo momento centrale in una due giorni di digiuni e preghiere – dal 20 al 21 luglio - nella chiesa francescana di S.Antonio di Boccadasse, sul lungomare genovese. «Chiediamo che la città - spiega suor Patrizia Pasini - accolga apertamente la nostra contestazione pacifica» per la quale sono attese oltre 100mila persone. «Noi ci saremo comunque», avverte la religiosa, «con un documento, ma anche con la voglia di pregare e pronti al digiuno, con spirito alternativo, ma senza aggressività». «Dobbiamo dimostrare - spiega a Nigrizia la suora - che c'è una possibilità di far giungere in alto la nostra voce, senza ricorrere a mezzi volgari». Una precisazione con cui la religiosa prende decisamente le distanze da chi, eventualmente, potrebbe pensare di andare a Genova solo con l'intenzione di sfasciare qualche vetrina. A suor Pasini e ai 77 rappresentanti di congregazioni religiose che hanno aderito all'appello la violenza non piace, in nessuna forma, nemmeno nel linguaggio: dare degli "assassini" - spiega la religiosa - ai dirigenti degli 8 paesi più ricchi del mondo può essere gratificante per i contestatori, ma è non è il modo migliore di farsi ascoltare.
«Ma c'è un'altra buona
ragione per andare a Genova: noi religiosi - esorta la missionaria - abbiamo
una missione da compiere, dobbiamo finirla di avere paura, dobbiamo metterci
dentro ai drammatici problemi di oggi, come la povertà del mondo, e dare la
nostra opinione».
Don Vittorio Nozza, direttore della Caritas: i Grandi lancino un segnale per distendere il clima. Anch’io cattolico e antiviolento sto con il popolo di Seattle.
la tela delle donne
avvolge il vertice
dei “prepotenti”
Due giorni di dibattito e, sabato pomeriggio, la Marcia mondiale delle donne che costruiranno, portando ognuna un proprio pezzo di tela, una rete di spaghi e stoffa attorno alla «zona rossa» di Genova nella quale i «prepotenti» della Terra saranno blindati dal 20 al 22 luglio.
E' femminile e femminista la protesta che in questo week-end animerà la città, secondo le sue proponenti vuole marcare, essendo a più di un mese dal vertice, la necessità di utilizzare a meglio il tempo, per studiare i temi della globalizzazione, per chiarire perché si dice loro di no. La mobilitazione, tappa di avvicinamento al summit, è organizzata dalla Rete di oltre 140 associazioni e gruppi femministi della «Marcia mondiale contro le guerre, le violenze e la povertà delle donne».
Il convegno internazionale, che si terrà venerdì e sabato a Palazzo San Giorgio, ha per titolo «Punto G: genere e globalizzazione - Per una società di donne e uomini equa, sostenibile, democratica e solidale». Un punto "G" che sappia scatenare le emozioni e le reazioni di mobilitazione, di fronte ai cambiamenti che si presentano al mondo. Un punto G che sappia trasformarsi in un punto fermo: cioè in una carta degli intenti che verrà discussa nella giornata di sabato. I avori cominciano alle 15 del venerdì; dopo le prime relazioni (da Lidia Menapace all'economista Christa Wichterich e a Sophie Zafari della Marche Mondiale des Femmes), partono i gruppi i lavoro. Sabato, altre testimonianze (tra cui Ivonne Ramos dall'Amazzonia, Cristina Gualengua dall'Ecuador, mentre non ci sarà la fisica Vandana Shiva), presentazione della Carta degli intenti, e infine nel pomeriggio la tavola rotonda: «Un mondo diverso è possibile: speriamo che sia femmina».
Conclusi il dibattito e gli approfondimenti, alle 17,30 prenderà il via da palazzo San Giorgio una manifestazione itinerante che si svilupperà nella «zona rossa» con performance di artiste, pittrici, danzatrici, attrici. Il corteo si svilupperà lungo via San Lorenzo - con momenti teatrali in largo Sanguineti - poi in via Scurreria, e quindi in piazza Campetto, dove sarà rappresentato lo spettacolo teatrale «La vera storia della Donna Cannone e di Quella Serpente» e infine ancora su verso piazza Matteotti, conclusione scelta non a caso, visto che lì davanti si riunirà il G8. Infine, il corteo convoglierà verso i Magazzini del Cotone, dove da venerdì sarà in corso "Tuttunaltracosa", la mostra del commercio equo e solidale.
Sono attese dall'estero e dall'Italia almeno 300 partecipanti, ma le organizzatrici genovesi - tra le altre la rivista Marea e il Coordinamento Donne, Lavoro, Cultura - contano di portare in piazza almeno un migliaio di manifestanti.
«Le donne - ha spiegato Monica Lanfranco, direttrice di Marea – si mobilitano un mese prima del summit per avere spazio per esprimere le loro posizioni tenendo conto del fatto che, nei giorni del vertice, la contestazione, anche come evento mediatico, sarà così imponente da non consentire approfondimenti e riflessioni».
La presenza femminista sarà comunque assicurata durante i cortei di fine luglio. Ma la protesta contro il G8 potrà meglio declinarsi al femminile in questa mobilitazione di giugno.
«Il filo conduttore -
ha spiegato Oriana Cartaregia del Coordinamento Donne, Lavoro, Cultura - sarà
la gigantesca tela che costruiremo, che stiamo già costruendo con le nostre
figlie e nipoti, con stoffe e spaghi. Ogni donna porterà in piazza il suo
lavoro e lo unirà a quello delle altre». Tessitrici, le donne, e nello stesso
tempo tela di una protesta pacifica contro le diseguaglianze di un mondo le cui
leve sono ancora saldamente in mano agli uomini .
per una politica ed un’economia
del bene comune
Questo documento vuole costituire la base di contenuto che caratterizzerà l'impegno ed il lavoro della Rete di Lilliput e del Tavolo Intercampagne durante il percorso verso il summit dei G8 di Genova, in rappresentanza di un ampio schieramento della società civile italiana.
Prendendo
spunto dal prossimo summit di Genova invitiamo il governo italiano ad una
riflessione e ad un confronto che vada comunque oltre il vertice, a cui
non riconosciamo legittimità democratica in quanto gli otto paesi più ricchi del mondo non possono arrogarsi la prerogativa di prendere decisioni globali che
toccano le sorti dell'intero pianeta.
Credendo
noi che il pianeta appartenga a tutti i popoli della terra e che tutti i popoli
abbiano diritto di espressione, cittadinanza ed autodeterminazione non possiamo accettare che la "legge
dei più forti" possa diventare la legge per tutti, non possiamo
accettare che le scelte finalizzate alla eliminazione della povertà siano
prodotte " in esclusiva " da chi tale povertà ha prodotto, non possiamo accettare che una nuova forma
di neocolonialismo, chiamato globalizzazione neoliberista, mantenga in servitù economica, culturale ed ideologica i
due terzi della umanità.
Chiediamo
quindi che il governo si impegni sin da ora in preparazione dell'incontro
delle Nazioni Unite su Finanza e Sviluppo (Finance for Development) evento di
gran rilievo per la ridefinizione di impegni della comunità
internazionale per lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà, nei quali
l'Italia dovrà svolgere un ruolo di primissimo piano.
Come ricorda opportunamente l'UNDP (1999) e' necessario
intervenire in questi fenomeni prestando grande attenzione a sei componenti
fondamentali: etica, equità inclusione, sicurezza umana, sostenibilità
ambientale e sviluppo con le seguenti caratterizzazioni:
a) etica: diminuire le violazioni dei diritti umani,
non aumentarle;
b) equità: diminuire le disparità all'interno e tra le
nazioni, non aumentarle;
c) inclusione: diminuire la marginalizzazione di
individui e paesi, non aumentarle;
d) sicurezza umana:
diminuire l'instabilità delle società e
la vulnerabilità degli individui, non aumentarle;
e) sostenibilità
ambientale: diminuire il degrado
ambientale, non aumentarlo;
f) sviluppo: diminuire le povertà e la deprivazione, non aumentarle
Le indagini svolte da tutti i maggiori centri di analisi e di
ricerca ci dimostrano sempre più come il nostro sistema economico e
produttivo sia ormai palesemente entrato in rotta di collisione con i sistemi
naturali che ci supportano e senza i
quali non potremmo vivere e come la situazione economica e sociale
complessiva abbia prodotto un’insostenibilità dei modelli di sviluppo
che ormai necessitano di un grande riorientamento etico e morale.
Continuare sulla strada del “business as usual”, appare assolutamente insensato
e la responsabilità' del cambiamento che hanno i paesi a maggiore
industrializzazione e con le maggiori economie mondiali e' immensa.
A quasi dieci anni dalla Conferenza ONU su ambiente e sviluppo di
Rio de Janeiro (1992) è indispensabile diminuire l’impatto ambientale delle
nostre società con un impegno senza precedenti.
L'economista Herman Daly ha scritto che l'avvio di un'economia sostenibile richiede meno risorse al nostro
ambiente, ma richiede, contestualmente,
molte risorse alla nostra morale.
Secondo le stime della stessa World Bank ("Development Indicators
2000"), 2,8 miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno,
1,2 miliardi di persone con meno di 1 dollaro al giorno, 1,1 miliardo di
persone sono malnutrite, 1,2 miliardi non hanno accesso all'acqua potabile.
Dietro a queste fredde statistiche ci sono volti, storie, vite, ridotte, al
meglio, a sopravvivere. Sono gli
oppressi ed i derelitti della Terra che stanno sempre peggio.
I fenomeni naturali sono inoltre aggravati dalla crescita
demografica che si traduce in un sempre crescente consumo di energia e di
materiali ed un conseguente aumento dei rifiuti prodotti chiaramente
differenziati secondo gli stili di vita ed i pattern di consumo dei vari paesi
del mondo (con i paesi ricchi che presentano un livello assolutamente
insostenibile di consumo delle risorse) La maggioranza degli esperti ambientali
ritiene che, se si vuole assicurare una stabilità dell’intervento umano sugli
equilibri dinamici della biosfera, la pressione ambientale a livello mondiale
dovrebbe essere ridotta almeno del 50% nei prossimi 50/60 anni.
v L’inadeguatezza delle politiche di BM e del FMI
Sulla scia della mobilitazione massiccia della società civile in
Italia ed a livello internazionale per la cancellazione
del debito estero dei paesi in via di
sviluppo, l'Italia ha già preso impegni politici di grande rilevanza che rischiano però di essere resi vani
allorché non si risolvano al contempo le cause strutturali della povertà tra
cui il fallimento delle politiche della Banca Mondiale (BM) e del Fondo
Monetario Internazionale (FMI).
A 56 anni dalla loro
creazione, BM e FMI hanno infatti dimostrato di non essere in grado di creare
le basi per un sistema di giustizia e stabilità economica al quale possano
partecipare tutti i popoli del pianeta.
Le loro politiche non solo hanno generato l’enorme ed insostenibile fardello del debito
estero, ma hanno anche prodotto quello che la società civile del Sud del
mondo chiama "debito ecologico e sociale", un debito cioè contratto
da queste istituzioni internazionali e dalle nazioni ricche verso i paesi in
via di sviluppo che si sono appropriati di risorse naturali a bassissimo costo
o che hanno sfruttato i loro ambienti incontaminati per smaltire le quote di
inquinamento da loro prodotte e i loro abitanti per avere lavoro a bassissimo
costo.
La nuova iniziativa congiunta Banca Mondiale - Fondo Monetario
Internazionale denominata "Poverty Reduction Strategy" rischia di
essere un ulteriore onere per i governi dei paesi poveri e di scalzare uno dei
principi base per nuove politiche di sviluppo, quello della rispondenza agli
effettivi bisogni delle classi marginali.
Occorre
pertanto sviluppare un nuovo approccio
economico e finanziario che faccia prevalere
i bisogni ed i diritti dei popoli, rispetto agli imperativi di
liberalizzazione e globalizzazione dei mercati.
Una strategia integrata di lotta alla povertà ed all'esclusione
sociale non può inoltre prescindere da
una serie di misure ed impegni politici generali volti a rafforzare i
meccanismi di governo dell'economia e della finanza globale e ad accelerare la cancellazione del debito estero
dei paesi poveri ed a medio reddito. Nel contempo vanno effettuati degli
interventi particolari di riforma della Banca mondiale e del Fondo Monetario Internazionale
Obiettivo di queste riforme sarà quello
di garantire che tali istituzioni funzionino in maniera efficace, trasparente e
coerente. Banca Mondiale e FMI soffrono di difetti cronici che vanno dalla
scarsa qualità dei progetti finanziati, alla mancanza di trasparenza e
responsabilità per il loro operato.
Chiediamo quindi
al Governo italiano di impegnarsi affinché i paesi più ricchi impostino
una strategia comprensiva che affronti una volta per tutte il problema del debito estero, cancellando del
tutto il debito dei paesi più poveri verso la Banca mondiale ed il Fondo
monetario internazionale, e creando i presupposti per un sistema economico e
finanziario basato su criteri di equità responsabilità e sostenibilità. Andrà
inoltre garantita la prevalenza delle istanze politiche rispetto a quelle
dell'economia e del mercato. Una delle caratteristiche e conseguenze della
globalizzazione economica è infatti rappresentata dallo spostamento di asse
delle dinamiche politiche e decisionali
dagli stati e dai parlamenti ad istituzioni sopranazionali globali.
Una
riforma del sistema economico-finanziario dovrebbe quindi ricreare le basi per un controllo democratico
e politico dell'economia, da parte della società civile e dei governi.
v I pilastri per sostenere lo sviluppo sociale
Equità, sostenibilità e responsabilità,
questi dovrebbero essere i pilastri di ogni azione volta a sostenere lo
sviluppo sociale e la lotta alla povertà oltre il debito.
Perché
non basta rilanciare gli scambi commerciali, o i flussi di investimenti senza
indicare i criteri ed i vincoli ai quali tali scelte devono essere
condizionate.
L’equità
richiede l’introduzione di procedure negoziali nelle quali la società civile ed
i governi dei paesi impoveriti possano avere gli stessi diritti di quelli
ricchi, e che le politiche di sviluppo siano improntate verso la giustizia
sociale ed il rispetto dei diritti umani.
La responsabilità
necessita di istituzioni responsabili, trasparenti, e coerenti con i propri
obiettivi. E significa che il settore privato, siano esse banche o imprese multinazionali
dovrà essere sottoposto a regole certe riguardo alla delocalizzazione
produttiva, alla loro partecipazione a programmi di riduzione del debito, di
prevenzione delle crisi e di incentivazione degli investimenti diretti nei
paesi più poveri.
La sostenibilità
richiede un sistema economico e
finanziario solido, non basato su interventi macroeconomici tradizionali, e che
riconosca il diritto dei paesi a controllare le proprie economie ed i flussi
finanziari speculativi; richiede anche che la sostenibilità ambientale venga
messa al centro delle politiche di
sviluppo, degli scambi commerciali e degli
investimenti, poiché il più grande bene comune e' la stabilita' del pianeta
e dei rapporti tra i suoi abitanti.
v Il debito estero
Il
debito globale delle nazioni in via di sviluppo, ha sorpassato i 2.500 miliardi
di dollari. Il 2000, anno del Giubileo, doveva essere l'anno in cui i paesi
ricchi, grazie ad una forte campagna
pubblica internazionale, sarebbero stati invitati a cancellare questi
debiti che sono ormai divenuti una pesante "catena" alla salute umana
ed ambientale dei paesi indebitati.
40
nazioni sono state designate dalla World Bank e dal FMI come Highly Indebted
Poor Countries (HIPC) e come tali e' stato per loro previsto un programma che mira
a ridurre i debiti ad un "livello sostenibile". Ai paesi beneficiari
di questi programmi si chiede, in
cambio, di mettere in atto riforme economiche che riducano la spesa pubblica,
facilitino le privatizzazioni e promuovano la liberalizzazione del commercio.
Queste politiche si
traducono concretamente in azioni che non
fanno che peggiorare i livelli di povertà della popolazione ed i danni per
l'ambiente
Questo
fallimento è legato ai limiti che questa iniziativa presenta
dall'origine. I paesi e le Istituzioni creditrici hanno mantenuto una
posizione dominante: hanno introdotto una distinzione fra le categorie dei
paesi indebitati ed hanno prodotto una divisione fra i paesi in via sviluppo, ponendo le premesse per nuove
tensioni e conflitti; hanno definito in maniera unilaterale i criteri di
sostenibilità e le condizioni di ammissione alla riduzione del debito;
continuano ad ignorare i meccanismi politici ed economici che hanno portato
alla attuale crisi e quindi negano qualsiasi principio di responsabilità.
Con
le recenti innovazioni, ottenute sotto la spinta della campagna per la
cancellazione del debito, i paesi e le Istituzioni creditrici hanno manifestato
l'intenzione di rendere più efficaci e rapidi i meccanismi di riduzione del
debito.
Ma anche in presenza delle modifiche più recenti i
risultati rimangono deludenti: ad oggi, un solo paese ha ottenuto la
cancellazione del debito, l'Uganda; solo 12 paesi sui 40 del gruppo HIPC stanno
ora beneficiando di una riduzione del servizio del debito. Per questi paesi, in
ogni caso, la riduzione del debito e stata in media del 30% e la spesa per il
servizio del debito continua ad essere superiore a quella per l’assistenza
sanitaria.
Dopo il
fallimento del vertice di Okinawa, chiediamo quindi un nuovo accordo che
includa l'obiettivo della cancellazione del debito, che dia certezze
sull'impiego a favore delle popolazioni dei paesi indebitati delle risorse
recuperate attraverso la cancellazione, che risponda all'esigenza di nuovi
rapporti fra paesi indebitati e paesi e Istituzioni creditrici, per il
riequilibrio delle relazioni Nord-Sud.
Chiediamo al Governo italiano di
impegnarsi affinché i paesi più ricchi perseguano:
-
la completa cancellazione del debito da parte dei paesi e delle Istituzioni
creditrici; in particolare Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale
devono garantire la cancellazione del 100% dei loro crediti (abbandonando il
livello del 30% mantenuto attualmente);
- la cancellazione immediata di tutti i
debiti dei paesi in condizione di estrema povertà, dove il reddito individuale
e inferiore al dollaro al giorno, in presenza di chiari impegni per l'uso delle
risorse rese disponibili in piani di riduzione della povertà che vedono la
partecipazione della società civile;
-
la garanzia che i paesi più poveri ed altamente indebitati non siano costretti
a spendere di più per il servizio del debito di quanto spendano per
l'assistenza sanitaria;
-
la garanzia che le condizioni per la cancellazione del debito siano coerenti
con l'obiettivo dello sradicamento della povertà, evitando, ad esempio,
l'applicazione del sistema delle tariffe (<user fees>) per l'accesso
all'educazione ed alla sanità;
-
l'individuazione di vie permanenti per al soluzione della crisi del debito
attraverso forme di mediazione, che garantiscano gli interessi delle
popolazioni dei paesi indebitati (sostenute recentemente anche dal Segretario
Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan), ed il ricorso alla Corte
Internazionale di Giustizia;
-
la modifica dell'iniziativa HIPC che porti all'estensione del numero dei paesi
beneficiari sulla base del livello d'indebitamento e povertà (per includere
paesi come la Nigeria ed Haiti); la
modifica delle condizioni per l'accesso alla riduzione e la cancellazione del
debito sulla base delle esigenze delle popolazioni dei paesi indebitati; la
ridefinizione delle politiche macroeconomiche alla base dell'iniziativa HIPC;
la riduzione dei tempi
Chiediamo
inoltre al Governo Italiano d'impegnarsi, a partire dalla piena applicazione
della legge per la cancellazione del debito recentemente approvata, per
ottenere un nuovo accordo che dia la risposta definitiva alla crisi del debito
dei paesi più poveri ed altamente indebitati.
v Il debito ecologico e sociale
Crediamo sia giunto il momento che i paesi ricchi ed industrializzati e le grandi istituzioni finanziarie internazionali, riconoscano il debito ecologico che hanno nei confronti dei paesi poveri. Sebbene l'economia globale prometta sviluppo e benessere per i cittadini del pianeta, la povertà nel mondo è purtroppo aumentata ed i sistemi naturali hanno subito impatti e pressioni che hanno provocato effetti devastanti oggi molto difficili da restaurare.
I paesi poveri, che sono stati sempre ricchi di risorse
naturali e di diversità culturale, sono stati rapinati nei secoli dei loro beni
permettendo lo sviluppo del Nord grazie
alle loro risorse, dal petrolio ai
metalli preziosi, dalle foreste alla loro ricchissima biodiversità.
Conoscenze ancestrali e patrimoni genetici sono stati e sono portati via indiscriminatamente; i suoli, l'acqua, i mari, l'aria sono stati inquinati da rifiuti e residui tossici, armi chimiche, test nucleari; la sopravvivenza dei popoli indigeni e' stata ed e' messa a rischio continuamente.
Il peso e l'impatto ambientale (che può essere quantificato con la cosiddetta “Impronta ecologica”) dei modelli di consumo e dei sistemi economici dei paesi ricchi pesano enormemente sulle risorse di tutto il pianeta, in particolare su quelle dei paesi poveri.
Gli Stati Uniti hanno un'impronta ecologica che supera le 12 unità di superficie pro capite (quelle dei paesi dell'Europa occidentale vanno da 5 a quasi 10), mentre i paesi dell'Africa subsahariana presentano impronte ecologiche inferiori a 2 unita' di superficie pro capite (quella dell'Eritrea e', ad esempio, di 0,35).
Tenendo conto delle capacità bioproduttive degli ecosistemi e della necessità della conservazione di almeno il 10% della superficie terrestre, l'impronta ecologica degli abitanti della Terra non dovrebbe superare le 2 unità di superficie . Oggi i paesi poveri sono, quindi, creditori del debito ecologico e sociale.
Chiediamo
al Governo italiano di impegnarsi affinché i paesi più ricchi avviino un processo che consenta il riconoscimento di
questo credito attivando meccanismi di compensazione e di
"restituzione". Tra questi, ad esempio, si possono citare gli aumenti
dei contributi per una cooperazione ambientalmente e socialmente sostenibile,
il finanziamento di progetti internazionali di recupero ambientale, programmi
mirati per l'uso di fonti energetiche rinnovabili per una decentralizzazione
delle distribuzioni di energia con particolare orientamento ai bisogni del Sud
del mondo, ecotasse sui prodotti forestali a beneficio dei paesi che detengono
patrimoni forestali, impegni concreti per ridurre l'impronta ecologica dei
cittadini dei paesi del Nord mediante politiche di sobrietà ed efficienza, ecc.
Lilly
(da www.retelilliput.it)
PS: per ovvi problemi di spazio il testo integrale
è stato ridotto e sono stati trattati sono alcuni temi. Chiunque fosse
interessato a leggere tutto il manifesto lo può trovare, se non ricordo male!,
al sito www.retelliliput.org
i temi del G8 di Genova
Il vertice di Genova vedrà la partecipazione delle delegazioni di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito Russia e Stati Uniti che saranno affiancate anche da una delegazione dell’Unione Europea.
La città ospiterà 100 delegati per ciascun Paese e per l’Unione, circa 10.000 persone da tutto il mondo, almeno 4.000 giornalisti e 5.000 militari provenienti da tutta Italia per assicurare il servizio d’ordine.
I TEMI principali che verranno dibattuti a Genova dagli 8 Grandi saranno:
o la cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo e la lotta alla povertà
o lo squilibrio delle conoscenze tecnologiche
o l’ambiente
o l’architettura finanziaria
o la democratizzazione mondiale.
Connessi a tali temi spiccano:
o la lotta al crimine tecnologico (high – tech crime) commesso attraverso Internet e le nuove tecnologie informatiche ai danni di banche e gruppi finanziari ma anche, e soprattutto, ai danni delle popolazioni di ciascun Paese che, pertanto devono essere protette (si pensi ai reati quali lo sfruttamento sessuale dei bambini ad opera di reti di pedofili o agli attacchi alle infrastrutture civili);
o le opportunità di sviluppo sociale ed economico offerte, non solo ai paesi industrializzati ma anche ai paesi in via di sviluppo, dalle ICT (Information & Comunication Technologies), ossia dalle nuove tecnologie digitali.
Lilly
AMATO: G8 lavorate con le ONG e cancella te il debito
In una lettera aperta indirizzata al G8 pubblicata sull’International Herald Tribune, Giuliano Amato chiede di cancellare il debito e di lavorare con le ONG.
“Le ONG hanno un importante ruolo da svolgere al G8”. Lo ha dichiarato Giuliano Amato in una lettera aperta ai Premier degli otto Paesi più potenti della Terra.
Il ruolo che Amato si immagina per le ONG al summit di Genova?
“Non tanto ingaggiare una battaglia ideologica, ma aiutare ad identificare e risolvere problemi concreti sul campo, dove spesso lavorano con più efficacia di istituzioni e governi.”
Tre, secondo il Premier uscente, le azioni urgenti da intraprendere al G8:
ü cancellare il debito estero dei Paesi poveri;
ü detassare le esportazioni di prodotti provenienti dai Paesi in via di Sviluppo;
ü aiutare i Paesi poveri a sviluppare il capitale umano.
Carlotta Jesi
c.jesi@vita.it
20, 21, 22 luglio: gli otto paesi più ricchi del mondo (USA,
Gran Bretagna, Germania, Giappone, Francia, Italia, Canada, Federazione delle
Repubbliche Russe) si riuniranno a Genova nel vertice G8 per concordare le loro
politiche. Ci vogliono far credere di lavorare per uno sviluppo sostenibile e
per la lotta alla povertà ed invece a luglio la tv e i giornali non
ci diranno
che i cambiamenti climatici e il buco dell’ozono non si fermeranno
davanti alle loro decisioni;
che continuiamo a vivere consumando più di quello che possiamo
permetterci per la salvaguardia dell’ecosistema;
che la mucca pazza è il risultato della politica del profitto che è
tutelata dai paese del G8 per le grandi multinazionali;
che gli organismi geneticamente modificati possono far male a noi e
all’ambiente e non risolvono la fame nel mondo;
che l’acqua tra pochi anni non sarà sufficiente neanche al nord del
mondo;
che l’AIDS come tante altre malattie potrebbero essere curate se le
medicine costassero il loro prezzo reale di fabbricazione;
che in 50 anni le politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario
Internazionale sostenute dagli Stati ricchi non hanno dato risultati positivi;
che il debito dei paesi poveri non è stato cancellato;
che quasi 2 miliardi di persone vivono con meno di 1 dollaro al giorno;
che la povertà e l’insicurezza del lavoro è aumentata anche nel nord
del mondo;
CHE INSIEME POSSIAMO FARE QUALCOSA PER EVITARE TUTTO QUESTO.
Cosa
chiediamo al Governo Italiano
ed al G8
che si facciano promotori di un’economia di giustizia nel mondo per
sostenere lo sviluppo sociale;
che sia cancellato il 100% del debito estero dei paesi poveri;
che il protocollo di Kyoto sul clima sia ratificato e applicato in
tutto il mondo;
che si avvii un processo di radicale
revisione della struttura e delle politiche della Banca Monetaria, del Fondo
Monetario Internazionale e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO);
che comincino seriamente ad applicare delle regole basate sulla
chiarezza, la democraticità e la trasparenza sulla sostenibilità ambientale e
sociale;
che il rispetto dei diritti dell’umanità, dell’ambiente e la sicurezza
alimentare siano la priorità davanti all’economia.
Chiediamo cibo
per tutti, medicine per tutti, acqua per tutti!
Da “Rete di Lilliput” 9 aprile 2001
G8: opinioni
Tra poco più di un mese si svolgerà a Genova l’ormai tanto famigerato/vituperato/boicottato G8.
I movimenti antiglobalizzazione sono pronti a scendere in piazza, sono pronti a dare battaglia, sono pronti allo scontro per difendere le proprie ragioni. Nel variegato universo troviamo di tutto dai centri sociali agli scout, dagli anarchici agli ecologisti fino ad arrivare ai cani sciolti passando per qualche comunità religiosa e molte associazioni politiche e culturali, non solo della sinistra. In questo caravanserragli di sigle e movimenti scontato che le posizioni, i distinguo, le richieste e le denunce sono diversissime così come sono diversissimi i modi e le forme della contestazione.
L’unica cosa che sembrerebbe unire tutti questi gruppi, associazioni e movimenti è il non volere la "globalizzazione", oscura parola dietro la quale ogni gruppo, del variegato popolo di Seattle, vede cose, minacce, finalità e obiettivi diversi.
Se ci attenessimo al significato proprio della parola allora dovremmo soltanto suggerire a questo popolino di svegliarsi e di rendersi conto che il Mondo è da tempo globalizzato.
Da Marconi in poi il Mondo è sempre diventato più piccolo e le distanze sono sempre diminuite.
All’inizio del secolo ci volevano settimane (per nave) per andare dalla vecchia Europa alle Americhe, oggi bastano (in aereo) ore. Con l’avvento della televisione le informazioni e le notizie, le inchieste ed i reportage sono diventate di pubblico mondiale dominio. Con l’aumento dei viaggi (di affari ma soprattutto di piacere) milioni di giovani sono usciti dalla propria nazione ed hanno conosciuto altri milioni di giovani.
Con l’arrivo di Internet, poi, il Villaggio Globale telematico è una realtà per cui essere oggi "antiglobalizzazione" tout-court significa essere ancora fermi alla guerra del fuoco e non essersi accorti che è stata inventata la ruota, la stampa e che il Mondo è andato avanti. Evidentemente non può essere così altrimenti, più di un Forum, questi giovani avrebbero bisogno di uno psichiatra.
Ma allora qualcuno è in grado di formulare una piattaforma, un documento, un’analisi che possa essere poi sottoscritta, dalle mille anime della protesta, per poi essere portata nelle piazze e fra la gente per discuterne tutti assieme? Evidentemente la risposta è no, se fino ad oggi il movimento (o per meglio dire i cento movimenti) non ha ancora trovato una strategia, un obiettivo, una strada comune.
Difficile dire perché, nonostante la non poca organizzazione, il popolo di Seattle ancora non abbia trovato (pur nelle mille diversità delle idee) un obbiettivo comune.