NUMERO ZERO- 19 DICEMBRE 1999
ALBATROS
PAGINA 2- INTRODUZIONE
PAGINA 3-
FUGA DA ALCATRAZ
PAGINA 4- IL
FATTO
PAGINA 11- IL RACCONTO
(Pablo)
PAGINA 13- NONGIO
PAGINA 14- L’INNO (TESTE DA
TAGLIARE)
PAGINA 15–LA SCUOLA GIAPPONESE
PAGINA 20- I MITI (MALCOLM X)
PAGINA 23- CONSIGLI PER GLI ACQUISTI
PAGINA 24 – UTILIZZO DELLA
CANAPA
PAGINA 25 – SILVIA BARALDINI
E LA STRAGE CERMIS
PAGINA 28 – LETTERE
PAGINA 31 – RECENSIONI
PAGINA 33 – I GRANDI DELLA
MUSICA - AUGUSTO
GOOD MORNING BROTHER!!!!
Siamo arrivati finalmente all’inaugurazione di questa nuova Fanzine: ALBATROS. Il numero zero è arrivato, per la gioia (??) di tutti voi… Allora, da dove cominciare…
Come è nato questo giornale: Claudio mi chiama a casa. Ha appena finito di leggere i l libro di Jack Folla. Ha una voglia di cambiare tremenda. Dobbiamo cominciare da qualche parte… E così ecco l’idea del giornalino.
Chi siete e chi siamo: gli ideatori siamo ALICE&CLAUDIO (questo numero è stato scritto quasi interamente da noi) e abbiamo pensato di dare questa rivista solo a determinate persone. Ossia: ex detenuti di ALCATRAZ, amici della Prateria (WWW. LUNANET.NET) e persone che conosciamo che hanno una voglia tremenda di spaccare tutto. Di tutte le età.. Dai 50 in giù.. Non importa.
Di cosa di parla: di tutto. Non ha importanza. Principalmente però di cultura. Di fatti che ci hanno colpito, di fatti accaduti tanto tempo fa che però dobbiamo conoscere tutti e anche di sfoghi personali, di musica, cinema…
La rubrica è trimestrale, ossia uscirà a fine marzo, fine giugno, fine settembre e fine dicembre. Per ora non costa assolutamente nulla, ma è possibile che per quelli che la riceveranno per posta ordinaria , ci saranno le addebitazioni delle spese di spedizioni (perché comunque io sono perennemente senza soldi e così mi aiutereste un attimo… A questo proposito mi scuso per eventuali ritardi del giornale..). L’unica clausola che riguarda tutti quanti è questa: BISOGNA SCRIVERE QUALCOSA. Non importa cosa. Una lettera, consigli, un articolo, un approfondimento… Perché non vogliamo creare un giornalino di Claudio & Alice, ma un giornalino di tutti noi, fatto delle cose che pensiamo tutti.
Il numero zero: ha i suoi limiti e sono veramente tantissimi. Innanzitutto non c’è varietà di scrittori ed è una sola idea che circola per pagine e pagine. Secondo: mancano sicuramente tantissime cose, e nei prossimi numeri spero ci sarà una “Rivoluzione” (nel senso che, se manca qualche rubrica, voi la mettete). In pratica questo che avete in mano (o nel computer) è un’idea. Che noi dobbiamo realizzare nel migliore dei modi possibili. E’ per questo che DOVETE SCRIVERE. Ah, è saltata la pagina dedicata a uno scrittore (volevamo fare Baudelaire) per mancanza di tempo. Ci rifaremo la prossima volta. Scusate ancora.
A chi spedire il materiale: ovviamente a me, Alice , e Claudio. Ecco gli indirizzi:
ALICE SUELLA
VIA BOLOGNA 8
TRONZANO VERCELLESE VC 13 049
EMAIL SUELLA@SANTHIA.ALPCOM.IT
TEL: 0161/912324
CLAUDIO TORREGGIANI
VIA FERRI 12/1
42020 VILLASESSO (RE)
EMAIL CLAUDIO.TORREGGIANI@LIBERO.IT
TEL: 0522/531458
Credo non ci sia altro… Spero che questo lavoro non vi annoi troppo…
Alice & Claudio
FUGA
DA ALCATRAZ
Scrivo
mentre ascolto il Cd. Il nostro Cd. Molti di voi hanno già capito di che parlo,
vero? Quelli che ora si sentono rinascere, che ricordano mille parole e mille
note “insolite”, che sentono di nuovo la voglia di urlare e di vivere. E’ “Alcatraz-
un d.j. nel braccio della morte”, il cd di Jack Folla.
Jack
Folla è fuggito. Noi che siamo stati con lui per tanti mesi lo sappiamo. E
abbiamo provato le stesse, diverse emozioni quando lo abbiamo sentito ansimare,
con dietro quei cani che cercavano di riacciuffarlo. Abbiamo riso, pianto,
urlato… Ognuno teneva per mano migliaia di fratelli e sorelle e li guardava
negli occhi, riscoprendo tante bellissime anime. Ma, tra noi, ci sono delle
persone che non hanno avuto occasione di conoscere questo grande piccolo uomo.
Chi era Jack Folla? E perché ne parliamo?
Jack
Folla era, anzi “è” visto che non è morto, un condannato a morte. La matricola
numero 3957 che ogni giorno parlava, dalle 14:15 alle 15 su radiodue, dal
penitenziario di Alcatraz dicendo ciò che noi italiani “liberi” vorremmo poter
dire senza averne il coraggio o la
possibilità. Chi si sentiva in trappola, senza speranza, ha trovato in Jack una
guida, una spinta per poter tornare a vivere. Io e Claudio siamo cambiati tanto
grazie a lui. Pensate, una semplice trasmissione radiofonica ha potuto fare
tutto questo. E tutto solo perché abbiamo CREDUTO, capite? Siamo partiti con
una buona dose di solitudine e siamo ancora in viaggio con un po’ d’amore in
più. E’ per questo che è nato il giornalino, perché vogliamo tentare di portare
informazione nelle vostre/nostre menti e cercare di cambiare di un poco la
realtà che ci circonda. Ora la trasmissione è finita (Jack Folla è fuggito il
14 maggio scorso) ma si possono trovare ancora in giro il libro (Alcatraz- un
dj nel braccio della morte, pubblicato dalla Rai-Eri) e il cd di cui parlavo
prima. Io e Claudio ogni volta scriveremo qualcosa su di lui, un piccolo
omaggio o una citazione. Una cosa importante che non ho detto è che la
trasmissione è stata ideata (quindi anche i testi che leggerete qui sotto) da
DIEGO CUGIA. Scrittore anche di “Domino”, “Rumors-Voci incontrollate” e “Il
Mercante dei Fiori”. Diego
nell’introduzione del libro scrive: “Da
quando ho conosciuto Jack sono cambiato anch’io, come moltissimi ascoltatori.
Nessuno può rimanere indifferente all’ardita tenerezza di un uomo in catene che
ti chiama “fratello” e ha esordito dicendo: “Sono tornato per insegnarvi a
sognare”. Jack mi manca, fratelli e sorelle. Forse anche a
voi. Ma non dobbiamo ridurre le sue parole in semplici ricordi. Siamo qui per
cambiare il mondo, proviamoci! Ora
leggerete l’inno di Jack. “I mediocri girano liberi”. La mediocrità è ciò che
dobbiamo eliminare. Impossibile o semplice non ha importanza. Noi siamo il
popolo di Alcatraz e ce la possiamo fare. Gridate, urlate, piangete… Ma
muovetevi, dovete solo guardarvi attorno. Forse il tuo vicino di casa ha
bisogno di te, ma te ne freghi. Non farlo più. Esci dalla mediocrità e comincia
a volare. Sii anche tu un piccolo, grande Albatros.
I MEDIOCRI GIRANO
LIBERI
Giornalisti,
televisivi, politici, questa NON è la Vostra Radio.
…Ma
tu puoi venire, fratello. Tu, tra i venti e i quaranta, ma avresti voluto
averli ai tempi di Kerouac,
quando
sulla strada il mondo ha abbandonato le sue ultime idee. Tu puoi venire,
fratello.
E
anche i vecchi, i grandi vecchi che attraversano con le menti le montagne
E
tutte le cose che hanno amato e hanno perduto Siete ad Alcatraz, fratelli.
Ma
i mediocri girano liberi. I mediocri hanno invaso le strade,
occupato
tutto: politica, televisioni, giornali: tutto.
I
mediocri girano liberi. Ci hanno imposto che cosa comprare,
cosa è bello e cosa è brutto, i film da vedere, le
canzoni da ascoltare, quando ridere e quando piangere.
I
mediocri girano liberi come poliziotti e se vedono passare un’idea la sbattono
dentro.
I
mediocri si alleano con altri mediocri e formano un esercito di milioni di
fronti basse. Milioni di
Fronti
basse che gridano banalità e piantano le loro bandiere
Nei
nostri liberi stati mentali. Finché un giorno tutte le idee saranno chiuse ad
Alcatraz.
Spegnete
la radio e accendete le vostre Tv mediocri. Perché noi siamo quelli dei sogni
bruciati in una notte.
Quelli
che si sdegnano anche se non hanno più fiato per gridare.
Quelli
che ancora amano anche se sono stati traditi mille volte.
Questa
è la vostra radio e io parlo per te.
Sei
ad Alcatraz, fratello.
Claudio & Ali
IL FATTO
Questo
spazio è invece dedicato ai fatti accaduti ogni giorno, fatti di cui nessuno
parla e che invece tutti dovrebbero conoscere. Noi speriamo sempre che questo
inserto sia vuoto, vorrebbe dire che nel mondo non è accaduto nulla di
terribile e disumano. Dubitiamo però che questo potrà mai accadere, e ci
limitiamo così a scuotere la vostra coscienza affinché, un giorno, questo
nostro desiderio di Pace sarà reale. Quella sarà la vera Rivoluzione.
LA GUERRA DEI BAMBINI HA INVASO IL MONDO
Sono sfruttati come carne da cannone. Inviati in
avanscoperta sui campi minati, per proteggere le truppe più “preziose”.
Addestrati come spie. Utilizzati per le missioni suicide. Sono un esercito che
combatte insieme con gli eserciti “normali”, non meno vero degli eserciti veri,
in tutti i continenti e a tutte le latitudini. Almeno 300mila bambini ogni
giorno fanno la guerra. Non per gioco, ma per davvero, uccidendo e facendosi
uccidere. O almeno preparandosi ad uccidere e a morire. Bambini soldati nelle
forze armate regolari, anche nel nord del mondo, nei paesi “civili”; bambini
guerriglieri nelle giungle centroamericane e nelle savane africane; bambini
terroristi alle porte di casa nostra, nei Balcani o nell’Irlanda del Nord. Si
calcola che negli ultimi anni almeno due milioni di minori di 18 anni abbiano
partecipato alle guerre che hanno insanguinato il pianeta. Tra i 300mila
giovanissimi soldati in “servizio” attualmente, la maggioranza ha già avuto il
battesimo del fuoco in qualcuno dei 33 conflitti armati in atto o appena
conclusi. Sono alcuni dei dati resi pubblici dall’organizzazione “Human Rights
Watch”, che ha lanciato una campagna di informazione e sensibilizzazione in
appoggio agli sforzi che l’Onu e le sue agenzie, prima di tutto l’Unicef,
stanno compiendo per contrastare il fenomeno e convincere almeno i paesi
industrializzati a rispettare il limite dei 18 anni per l’arruolamento nelle
forze armate regolari. Quasi nessun paese, ora come ora, lo fa (NEPPURE
L’ITALIA, DOVE SI PUO’ ANDARE SOTTO LE ARMI A 17 ANNI!!) e i tentativi di
imporre una regola internazionale sono stati boicottati finora dall’amministrazione degli Usa, unico
paese, con la Somalia, ad avere rifiutato la firma sotto ogni documento contro
l’arruolamento di minori. Se anche i paesi industrializzati hanno le loro
colpe, è però nei paesi dell’Asia, dell’America Latina e soprattutto
dell’Africa che l’arruolamento dei bambini negli eserciti regolari assume
dimensioni mostruose, quasi incredibili se non fosse per la testimonianza degli
atti ufficiali. In Colombia si può diventare soldati a 13-14 anni, nella
repubblica sud-himalayana del Bhutan a 11. Ma in Birmania si può finire nelle
forze paramilitari a 7 anni e altrettanto succede nell’Africa centrale, in
Ruanda. Dieci anni è l’età minima dei soldati sudanesi, ma nel Burundi e nella
Repubblica democratica del Congo otto sono già sufficienti. Se si considerano
gli arruolamenti e le militanze nelle formazioni armate non regolari, la
situazione appare più confusa ma ancora più drammatica. Il primato dei
“guerriglieri-bambini” pare spetti all’Afghanistan, dove per il movimento
Herb-i-Wahdat combattono ragazzini di 10-11 anni, mentre nel Jamiat Islam si
viene reclutati a 10 e fra i talebani a 13. Un gran numero di guerriglieri in
erba viene utilizzato dai gruppi
rivoluzionari della Colombia e da Sendero Luminoso in Perù. Sono quasi tutti
minori gli irregolari hutu e tutsi incarcerati per le atrocità commesse contro
l’etnia nemica durante la guerra civile. Il Pkk curdo conta tra i propri
militanti bambini a partire dall’età di 7 anni, molti dei quali rapiti alle
famiglie, magari in Germania o in Svizzera, o “sacrificati alla causa” cedendo
a pesanti pressioni e minacce. In Europa sono certamente minorenni molti
militanti dell’Ira nell’Irlanda del nord e anche l’Uck nel Kossovo arruola
giovani e giovanissimi. Il fenomeno dei soldati-bambini è sempre esistito
(basti pensare a Sparta), ma negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre più
drammatiche a causa del progresso della tecnica dell’industria bellica, che
produce armi individuali sempre più leggere e semplici da usare. Inoltre le
crisi economiche e sociali, prodotte magari dai conflitti stessi, favoriscono
la diffusione dei “bambini da guerra”. Quelli che hanno le maggiori possibilità
di finire con un’arma in mano sono i minori che vivono nelle regioni più
povere, separati dalle loro famiglie, lontani da casa: orfani e rifugiati. Una
grande importanza, poi, ha l’impossibilità di accedere all’istruzione: in
Afghanistan, dove la percentuale di ragazzi che non frequentano la scuola con
l’avvento dei talebani è salita al 90% la proporzione dei minorenni nelle forze
armate è cresciuta dal 30 al 45%. Nel Sudan meridionale, fino a metà anni ’90,
l’arruolamento dei bambini veniva presentato alle famiglie come l’unico mezzo
per farli studiare. Poi ci sono pressioni ambientali, ricatto alimentare
(spesso l’esercito o il gruppo di guerriglia è l’unica struttura in cui si
mangia), necessità di trovare surrogati della famiglia e altri fattori
psicologici che pure hanno peso. Il fenomeno dei bambini-soldato riguarda
maschi e femmine. In alcuni paesi, come El Salvador, l’Uganda e l’Etiopia, le
bambine costituiscono un terzo dei minori coinvolti. In molti casi, le ragazze
vengono rapite per essere assegnate come mogli ai comandanti, o per essere
avviate alla prostituzione “militare” Ma vengono usate anche in combattimento,
come portaordini, come spie. O, insieme ai maschi, come “scopri-mine” da far
marciare davanti alle truppe più “preziose”. Questo spiega perché le ferite più
frequenti tra i bambini-soldato sino la perdita dell’udito, la mutilazione di
arti e cecità. In Guatemala, l’esplosione di mine è la causa principale della
morte tra i minorenni nell’esercito. Gli orrori, per i bambini-soldato, non
cominciano e non finiscono con la guerra. In diversi paesi, tra cui
Afghanistan, il Bhutan, la Birmania, la Colombia, il Guatemala, l’Honduras, il
Mozambico e il Nicaragua, i minorenni sono incoraggiati a commettere atrocità
contro i propri parenti e i propri villaggi, in modo che sia impossibile poi,
per loro, trovare rifugio lasciando le formazioni armate. E quando torna la
pace il più delle volte non si può tornare a casa né partecipare a programmi di
reinserimento. I soldati-bambini, educati alla violenza e al disprezzo della
vita, non sanno fare altro. Aspettano un’altra guerra per uccidere e per
morire.
Un
ragazzo cercò di scappare, ma venne riacciuffato. Gli legarono le mani e poi
dissero a noi, prigionieri fatti da poco, di ucciderlo con una coltellata. Io
quel ragazzo lo conoscevo da prima: eravamo dello stesso villaggio. Rifiutai di
ucciderlo e allora mi dissero che mi avrebbero sparato. Mi puntarono un fucile
contro e così fui costretta a farlo. Il ragazzo mi chiedeva: “Perché lo fai?” e
io gli rispondevo che non avevo scelta. Dopo che lo avemmo ucciso, ci sparsero
il sue sangue sulle nostre braccia, dicendo che così non avremmo avuto più
paura della morte e non saremmo scappati. Sogno sempre quel ragazzo: lui mi
parla e mi dice che l’ho ucciso per niente, e io mi metto a piangere.
L’esercito
era un incubo. Soffrivamo molto per le crudeltà che ci infliggevano. Eravamo
picchiati continuamente, il più delle volte senza un motivo, solo per
terrorizzarci. Ho ancora una cicatrice sulle labbra e ulcere nello stomaco
dovute ai calci dei soldati più anziani. Il cibo era scarso e poi ci facevano
fare lunghe marce con dei pesi: troppo per i nostri corpi malnutriti. Mi
obbligarono a imparare come si combattono i nemici in una guerra che non capivo
perché dovesse essere combattuta.
Ci
davano delle pillole che mi facevano impazzire. Quando la pazzia mi arrivava
alla testa, picchiavo la gente sul capo e davo botte finché non sanguinavano.
Poi, quando la pazzia se ne andava, mi sentivo in colpa. Se ricordavo quelli
che avevo picchiato andavo a chiedere loro scusa, e se non accettavano le mie
scuse soffrivo.
Ero
sulla linea del fronte. In genere mi assegnavano la missione di mettere le mine
nelle zone in cui sarebbero passati i nemici. Ci usavano per fare la spia nei
villaggi e per compiti di questo genere: se sei un bambino i nemici non fanno
tanto caso a te, e neppure gli abitanti dei villaggi.
RAGAZZA PERUVIANA
RECLUTATA A 11 ANNI DA SENDERO LUMINOSO
Picchiarono
tutti quelli che stavano lì, vecchi e giovani. Poi li uccisero: una decina di
persone… Li ammazzarono come cani… Io non uccisi nessuno, ma vidi gli altri che
lo facevano… Anche i bambini vennero massacrati… Poi ci fecero bere il sangue
delle vittime: versarono il sangue dei morti in una brocca e ce lo fecero bere…
Poi quando uccisero gli altri ci fecero mangiare il loro fegato e il loro
cuore: li tirarono fuori, li affettarono e li fecero fritti… Ad ognuno di noi
toccò un pezzetto.
LE “PICCOLE API” E LE
“CAMPANELLE”
I
guerriglieri colombiani chiamano “piccole api” i loro bambini-soldato, che
“pungono” il nemico prima che cominci l’attacco condotto dagli adulti. Le
truppe paramilitari anti-guerriglia, invece, chiamano i loro “piccole campane”,
giacché, piazzati sulla prima linea, danno l’allarme in caso di attacco.
“Piccole api” o “campanelle”, sono decine di migliaia i minorenni coinvolti
nella sanguinosissima guerra civile in Colombia: forse addirittura un terzo del
totale dei combattenti, secondo un rapporto di “Human Rights Watch”. In alcuni
reparti, la percentuale di ragazzi inferiori a 15 anni arriva all’85% degli
effettivi. E questo vale per tutte e tre le parti coinvolte nel conflitto: i
guerriglieri, l’esercito governativi e le forze paramilitari anti-guerriglia.
La guerra in Colombia è, in buona misura, una guerra che gli adulti conducono
per procura. Gli osservatori di HRW hanno accertato che i guerriglieri-bambini
vengono utilizzati prevalentemente come spie, per piazzare o localizzare mine e
come truppe di prima linea nelle imboscate contro l’esercito, i paramilitari e
la polizia. A loro volta, le forze armate colombiane, l’esercito e la polizia
nazionale, contano su 15mila minori “regolari”. Altre migliaia vengono
reclutate per compiti sedicenti “civili” e piazzate di guardia, in divisa, in
zone esposte agli attacchi della guerriglia. Molti giovanissimi guerriglieri
catturati vengono utilizzati inoltre come guide o informatori. Sono costretti a
marciare con i reparti, prendere parte ai combattimenti, fare lavoro di
intelligence e disinnescare le mine. Le unità paramilitari, che il più delle
volte operano in collaborazione con le forze armate regolari e si sono rese
responsabili di alcuni fra i peggiori crimini di guerra, fanno conto anch’esse
su un gran numero di bambini, che vengono reclutati a partire dall’età di 8
anni. Oltre la metà dei reparti che pattugliano le zone in cui è attiva la
guerriglia sono formati da bambini e ragazzi.
KABILA NON VUOLE PERDERE I
“KADOGO”
“I
bambini africani vengono trattati come giocattoli da guerra in tutto il
continente”, dice Reed Brody, uno dei leader di “Human Rights Watch”. L’Africa,
dove si calcola che siano non meno di centoventimila i minorenni che combattono
nei vari conflitti armati, è il continente più colpito dal fenomeno dei
soldati-bambino. E fra i paesi africani, quello in cui la situazione è peggiore
è la Repubblica democratica del Congo (ex Zaire). La guerra scoppiata qui
nell’agosto del ’98 è stata caratterizzata da un massiccio arruolamento di
bambini, sia da parte delle forze del presidente Kabila che da parte dei
ribelli del Rassemblement Congolais puor la Democracie (RCD). Kabila ha usato
soldati-bambini a sostegno della propria forza militare dal 1996. La sua
organizzazione , la ADFL ha reclutato migliaia di minori, che venivano chiamati
“Kadogo” o “i piccolini”, per la sua battaglia contro il regime di Mobutu.
Finita la guerra contro l’ex dittatore, tutti i tentativi esperiti dal governo
per smobilitare i giovanissimi sono stati boicottati dl presidente Kabila, il
quale, anzi, ha continuato le proprie personali campagne di arruolamento di
ragazzi e bambini al di sopra dei sette anni. Attualmente non esistono
statistiche affidabili, ma HRW già nel ’97 stimava “diverse migliaia” il numero
dei soldati-bambini nelle caserme congolesi. Con l’inizio della guerra
dell’anno scorso è stato ulteriormente intensificato. Un comunicato radio del 7
agosto 1998 invitava tutti i cittadini congolesi “tra i dodici e i vent’anni” a
presentarsi nelle caserme. Tra gli altri paesi africani maggiormente toccati
dal fenomeno, vanno segnalati l’Algeria, dove molti bambini militano nei gruppi
integralisti islamici, il Burundi, il Congo-Brazzaville, la Liberia, il Ruanda,
la Sierra Leone, il Sudan e l’Uganda.
Alice (notizie prese dalla
Stampa)
Un
altro atto ignobile in un paese in cui la normalità è ormai in esilio. Raoul,
un bambino di 11 anni residente nel Colorado, è stato condannato per incesto.
Oggi il bambino si trova nel carcere “Mount View”, è stato arrestato la notte del 30 agosto, senza nemmeno un
mandato d’arresto. L’episodio è avvenuto qualche mese fa. In pratica una vicina
di casa affacciata alla finestra lo ha visto strofinarsi contro la sorellina, 5
anni. La piccola aveva le mutandine abbassate. “Spingeva contro il sedere della
bambina, con le mani sui suoi fianchi. Aveva i pantaloni abbassati. Aveva i
pantaloni aperti. Allora sono corsa fuori e gli ho detto: “Cosa stai facendo?”,
ha raccontato Laura Mehmert, la quale ha chiamato gli assistenti sociali. Il
piccolo aveva detto che la sorellina aveva qualcosa nelle mutande, ma la
bambina – secondo il racconto della donna- aveva negato decisamente. Per tre
mesi gli assistenti sociali hanno indagato e la piccola avrebbe detto che il
fratello la toccava spesso sui genitali. Questi i fatti. Ora, io non sto a
giudicare, non so se sia tutto vero o tutta una “farsa”. So soltanto che si
tratta di un bambino di 11 e qualsiasi cosa abbia fatto o non fatto, ora sta
tremando dalla paura. Una società troppo violenta lo ha accolto a malo modo,
senza mezzi termini. Permanenza in carcere, si è visto allontanare dalla
famiglia con violenza. In tribunale è stato portato in catene, legato mani e
piedi. Ha disegnato tutto il tempo dell’udienza. Innocente o meno non si merita
tutto questo. La “scuola di correzione” americana ha tolto l’infanzia a
un'altra povera anima.
Dopo
l’assurda norma che dice che violentare una donna con i jeans è praticamente
legale perché consensuale (un passo indietro per la civiltà), ecco una buona
nuova. Ora anche i mariti violenti potranno sentirsi in diritto (quasi in
dovere, come uno sfogo giornaliero, se vogliamo) di picchiare la moglie, se ne
hanno voglia. Infatti quella grande donna di MONICA AMICONE (ricordate questo
nome) ha detto che non costituisce reato picchiare la moglie se fatto in
momenti di particolare prostrazione e senza la volontà di fare male. Se si è
depressi è concesso. E così ha assolto
un uomo di Caltanissetta che aveva picchiato più la volte la moglie a causa di
crisi economiche e personali. “Scusate, ero depresso”, e quindi assolto. Come
diceva Jack presto anche gli assassini verranno assolti. Basterà che lascerà un
biglietto con scritto: “Scusate, mi stava antipatico”.
Ancora
America, tanto per cambiare. Nel Missouri Cathy L. Adams, 39 anni, ha venduto
il nipotino neonato, partorito dalla figlia sedicenne, per 20 dollari (36 mila
lire). La donna afferma che si è trattata di un’adozione informale e non di una
vendita, ma la polizia l’accusa di traffico di bambini mentre sta cercando
ancora la madre del piccolo. La coppia che ha “comprato” il piccolo dice che i 20
dollari erano solo per le spese di benzina. Ai posteri l’ardua sentenza.
Sappiamo solo che il piccolo Michael, questo il nome del bimbo, è stato
ripudiato da chi dovrebbe davvero amarlo e accudirlo e sappiamo che gli è stato
affidato un prezzo. Non un valore, ma semplicemente una quota di vendita. E
ancora i diritti civili si affossano.
Anche
per gli animali la vita non è facile. Questa volta il fattaccio è accaduto in
Italia. Dodici cani da tartufo ucciso con pezzi di mortadella intrisi di
stricnina, un potentissimo veleno. Accaduto a Sestino, in provincia di
Casentino, un paio di mesi fa. Il giornale dove ho preso la notizia accentua
molto il danno economico della cosa, del fatto che ogni cane da tartufo costa
un pacco di soldi. A noi questo non interessa. I soldi a noi non interessano. A
noi interessa il dolore e la morte assurda, sia umana che animale. Noi siamo
qui per denunciare che una coppia ha perso 12 amici per… Per niente, come
sempre. E scusate se è poco. Qui di
seguito riporto la testimonianza di Fabio Roggiolani, portavoce dei Verdi in
Toscana e rilanciata via Inernet alle forze politiche.
Martedì 19 ottobre 1999.
Sono le 19.30 torniamo a casa, a Casina (RE) sulla
Provinciale Casina Ciano d’Enza, piove e dobbiamo ancora preparare le
pappe per i nostri amici. Scendiamo in
giardino… E’ successo ancora… Ancora una volta quel dolore sordo e quel
maledetto senso di impotenza mi ha
attanagliato lo stomaco. Ancora una volta, l’uomo ha giudicato ed eseguito la
sentenza. Mi hanno ucciso due cani, maledetti cacciatori. Maledetto paese che
li tutela. Maledette autorità che nulla possono nulla vedono e poi “non faccia
così, sono solo cani!”. Ancora una volta la stricnina. Sostanza proibita,
sostanza introvabile, ma che appare come per miracolo in quantitativi
rilevanti, nelle mani dei cacciatori e dei guardacaccia… Bravi… Paese in cui
per acquistare un antidolorifico per il mal di denti, ti occorre una ricetta e
un farmacista ti risponde: “Sa, non posso darle una scatola da 10 pasticche
senza ricetta perché, un dosaggio di 40 (!!!) potrebbe essere pericoloso!”.
Invece il più potente dei veleni il cui dosaggio in milligrammi, è letale per
qualsiasi essere vivente… Che fare, ditemi voi. Siamo andati ad abitare in un posto
isolato, sull’Appennino, il vicino più vicino è a 3 Km, tutto questo per vivere
in pace con i nostri dodici cani. Dodici cani adottati, dodici animali che
avevano avuto alle spalle tristi storie di incomprensioni con gli esseri (???)
umani. A nostre spese e con fatica abbiamo costruito un rifugio per noi e per
loro, una sistemazione dignitosa, un posto dove potessero crescere con quel
calore umano (che termine insignificante adesso!) di cui sono così bisognosi.
L’unica colpa: essere vicini ad una riserva di caccia, uno di quei posti ameni,
dove gli uomini liberano dei piccolissimi fagiani, mostruose pernici e
terrificanti quaglie per poi andarle ad abbattere, ucciderle, massacrarle,
dimostrando di essere l’essere supremo padrone e signore della vita delle altre
creature. I nostri cani abbaiavano. E’ probabile, ma se fosse colpa emettere
suoni con la bocca, fosse anche ad alta voce, quanti di noi rimarrebbero in
vita? I nostri cani disturbavano la selvaggina. Sì è vero, dal loro recinto (di
3000 mq). Senza mai uscire se non al guinzaglio ed in nostra compagnia.
Disturbavano la selvaggina con il loro abbaiare, è una colpa grave. La
selvaggina deve essere tranquilla, non si può spaventarla, altrimenti come
fanno i cacciatori ad ucciderli con tranquillità. E allora cosa c’è di meglio
se non provvedere. Basta una piccola polpetta avvelenata, un collo di gallina
ripieno di ossa tritate e vetro (così agisce prima) e stricnina. E il gioco è fatto, basta
lanciarlo al di là della recinzione in rete di acciaio elettrosaldata alta tre
metri, e… giustizia è fatta. Noi rimaniamo con il nostro dolore, con la
sensazione di impotenza, con lo sguardo fisso sul corpo rigido e bagnato, di
quelli che un attimo prima erano i nostri compagni di giochi. Quelli che con il
loro scodinzolare o il loro abbaiare al nostro ritorno ci scaldavano il cuore.
Quelli che avevano la colpa di spaventare la selvaggina… Forse con il loro
abbaiare gli volevano dire, che non tutti gli uomini sono cattivi, forse gli
dicevano che l’uomo sa essere compagno di gioia, forse questa è stata la loro
vera colpa.
La nostra intenzione non era quella di volere fare i
sentimentali e strappare lacrime facili… Noi stiamo dalla parte dei più deboli,
degli infedeli. Bambini, animali, persone come noi. Questa lettera rispecchia
tutte le emozioni che certi atti causano
inevitabilmente. Se vi è sembrata patetica mi dispiace, ma non era nostra
intenzione incutere sentimenti facili in voi.
Una
ragazze di ventun anni, Fanny, si è sottoposta alla marchiatura sulla pelle
nuda con un ferro rovente a Postdam, durante la registrazione di un programma
televisivo dell’emittente privata Sat 1. E’ accaduto sabato 6 novembre,
pomeriggio, il programma si chiama “Ricky”. L’operazione voleva essere una
dimostrazione pratica del “branding”, la dolorosa moda che consiste nel farsi
infliggere sulla pelle un marchio a fuoco. L’operatrice ha dapprima riscaldato
il ferro, arroventandolo alla temperatura di 1200 gradi centigradi con un becco
Bunsen, e poi ha proceduto ad applicarlo
sul polpaccio della ragazza. Quest’ultima ha avuto una smorfia di dolore,
mentre il sangue le copriva il polpaccio, ed è svenuta: è stata portata in
ospedale, e le riprese televisive sono state interrotte. Il pubblico ha avuto
smorfie di disgusto (non di orrore, di disgusto). Il presentatore si difende
dicendo che la ragazza era d’accordo… E allora se era disposto a spararsi a una
tempia glielo si faceva fare, infondo era d’accordo.
I GAY SONO SCANDALO
Una
notizia che riguarda il programma di Bonolis. Anche quella cretinata di “Ciao
Darwin 2” ha fatto qualche cosa di buono, in fondo. Ha portato in tv una
squadra di gay contro una squadra di eterosessuali. Sembrerebbe finalmente che
la mente degli uomini si sia allargata… Invece la chiesa ha accusato Bonolis di
invitare all’anormalità la gente.. “Proporre una squadra di omosessuali come se
fosse una cosa normale è assolutamente fuorviante. Per la maggior parte gli
uomini sono tutti eterosessuali: equipararli agli omosessuali va contro la
dottrina contenuta nella parola di Dio che li invita a controllarsi e a
liberarsi dalle tentazioni. Mandare queste persone in televisione in prima
serata e’ riprovevole. Non approvo affatto questo modo di fare tv, quella di
Bonolis è una buffonata”, ha detto Girolamo Grillo, vescovo di Civitavecchia.
Un’altra
notizia che riguarda la tv, ma puramente informativa. Il Che sarà di nuovo alla
tv grazie a un film scritto da GIANNI MINA’… Da evitare assolutamente di
guardare, mi raccomando!
ANCORA BAMBINI…
Un
altro bambino che si vede rifiutato, solo per egoismo e opportunismo, per
superficialità e immaturità.. Si chiama Carla e ha 10 anni. La madre e il padre
sono divorziati e la bambini è diventata una cosa troppo scomoda per poter
essere cresciuta e allevata… La madre, trentenne, vuole uscire con i suoi
coetanei, fare le ore piccole, e non avere una piccola rompina per i piedi. E
il padre non la vuole in casa perché la sua nuova moglie la considera “il terzo
incomodo”.. La bambina allora è fuggita di casa, in cerca di un posto dove
stare, perché con persone che non la volevano non poteva vivere… L’hanno poi
trovata i carabinieri, che hanno ascoltato la sua storia, confermata poi da
quegli stronzi (scusate il giudizio, ma non riesco a tenermelo dentro) dei suoi
genitori. Carla aveva sentito direttamente dalla voce dei suoi genitori che non
la volevano più. Credo sia la cosa più terribile che a un bimbo può accadere.
Per un bambino la mamma e il papà sono tutto… Credo che Carla si sia sentita
morire. Ora forse verrà portata in orfanotrofio, non ve lo so dire perché no ho
più avuto notizie, se ne saprò qualcosa vi informerò..
Ultima
notizia sui bambini (che sembrano veramente i protagonisti di questo nostro
NUMERO ZERO). La polizia pachistana sta cercando l’assassino di due bambini
(che ha abbandonato, mutilati, dentro a un barile) che ha lasciato un biglietto
in cui sostiene di averne ammazzati altri cento.
RELIGIONE, MORTE E
VARIETA’…
Passiamo
ora a notiziole che riguardano la Chiesa e i loro sacri funzionari e pastorelle
smarrite.. A parte la suora che non è stata rifiutata da due medici molto
spiritosi (notizia che conoscono tutti e di cui oramai si sa tutto) ci sono
altri 3 episodi che valgono la pena di essere citati. Uno molto “soft”… In un
paese, Monteroduni, il parroco ha dato la comunione a dei divorziati… Così il
vescovo ha chiuso la Chiesa e il paese ha dovuto fare la sua messa in aperta
campagna… Poi…. A Vernazza, nelle Cinque terre un parroco è stato assassinato
durante una rapina in canonica, ucciso a causa di colpi alla testa (dati con un
crocifisso.. ). E infine, un avvenimento più insolito… Un ragazzo di 27 anni, è
entrato in una chiesa di Londra, nudo, con una spada da samurai e, urlando, ha
cominciato a mutilare i fedeli. La strage è stata fermata da un poliziotto in
borghese, lì con la famiglia, che lo ha tramortito con una canna d’organo. Poi
un fedele lo ha inchiodato al muro con un crocifisso. Non si sa ancora il
motivo di tale gesto. Una cosa che non c’entra niente ma mi va di dirla, è che
il canonico che stava facendo la messa si chiama JOHN LENNON.
Alice
MACAO
Salve amici , ero già pronta per andare a letto quando al telegiornale di rai
2 hanno dato la notizia che Macao,
antica colonia portoghese, è passata al dominio cinese. Avrà come Hong Kong uno statuto speciale ma
si teme per l'istituzione legale della PENA DI MORTE e la chiesa cristiana
trema. La Cina non vede bene il cristianesimo, le chiese e le cattedrali quindi rischiano la chiusura e la gente forse sarà
esiliata. I bambini temono per il loro futuro. La gente verrà piegata ad un
governo che non vuole e costretta a rinunciare agli ideali personali per un
ideale comune... Io sono un essere umano e come tale non mi interessa la politica espansionistica di
uno stato già molto forte, ma solo della gente che soffrirà e che dovrà
cambiare. Temo per un nuovo Tibet. Temo
per un nuovo esilio. Temo per una nuova lotta. Temo per una nuova sofferenza. I
Casinò non verranno chiusi, le corride
continueranno... ma la gente continuerà a poter parlare la proprio
lingua? potrà essere libera di professare il proprio credo? Potrà essere libera
di battezzare i propri figli? L'uomo sovrasta l'uomo, il forte regna sul debole
e le vittorie sono disfatte dei vincitori sui vinti.
Siamo stanchi
di vedere che sua santità il Dalai Lama è "libero ma ovunque in
catene", che spera in un ritorno nella sua terra, che prega anche per chi
lo ha allontanato dal suo popolo...
Siamo stanchi
di vedere che l'uomo umilia l'uomo. Siamo
stanchi...
Con speranza
UMANA per un mondo più libero...
Any
Ci
scusiamo se mancano delle notizie importanti. Alcune sono state omesse di
proposito perché se ne era anche parlato troppo. Ma una, quella dell’aereo
dell’Onu caduto misteriosamente, è stata solo rimandata al prossimo numero.
Questo perché, come è logico pensare, vorremmo fare una correlazione con la
strage di Ustica. Ovviamente, come in tutte le cose, se qualcuno vuole scrivere
di questo, le può e lo deve fare. .
FURBY:
IL NUOVO TAMAGOTCHI
Il tamagotchi è morto. Anche i bambini più tenaci si
sono ormai stancati di quell'animaletto composto da pochi cristalli liquidi,
graficamente brutto, e che passava intere giornate a piangere e a richiamare
l'attenzione del suo sventurato padrone con quell'insopportabile beeep-beep che
avrebbe reso folle qualsiasi persona sana di mente. Bene, eravamo convinti che
solo i giapponesi sarebbero potuti arrivare a tanto, ma ora il nuovo
virtual-pet viene dall’America, e questa volta ha un corpo ricoperto di peli ed
è in grado anche di parlare. E' il Furby (abbreviativo di fur-ball = palla di
pelo), e in effetti è proprio una palla di pelo, a cui sono stati aggiunti però
due occhi sensibili alla luce e una bocca che lo fa comunicare in un linguaggio
degno dell'interesse di un linguista (il Furbish, creato con un mix di parole
rubate da varie lingue e dialetti fra cui il Filippino). Questo mostriciattolo ha invaso il mercato italiano e si pensa proprio
che il risultato sarà lo stesso tutto esaurito che si è verificato in
Inghilterra e in America, con la caccia al rarissimo Furby blu.
L'inventore di questo nuovo animaletto elettronico, molto simile al Mogwai del
film "Gremlins" (come dimostra anche la causa che è stata intentata
per plagio contro la tiger electronics che lo distribuisce), è un americano che
abita con la sua famiglia in un ranch isolato dal resto del mondo, e che
ammette di essersi direttamente ispirato al tamagotchi rendendolo, però, più
"umano". L'animaletto sembra essere del tutto simile al suo
predecessore in quanto a carattere, rompendo le scatole con continue lamentele
e richiedendo più attenzioni di un animale vero. Per chi inizierà (forse molto
presto) a pentirsi di averlo comprato (il prezzo si aggira attorno alle 80000
lire) quei pazzi della phobe industries hanno già pensato ad una autopsia da
effettuare sul povero animaletto, e hanno documentato il tutto con delle foto
del "cadavere" e delle informazioni sulla cpu che lo controlla e
sulla rom interna, e sulle eventuali possibilità di crackarla (ve lo immaginate
un Furby che parla come beavis?). Perché ve ne sto parlando? No, non è il
nostro sponsor ufficiale, non ci paga le spese del giornalino… Noi non ci
facciamo sponsorizzare da nessuno. Ve ne parlo perché è giusto che sappiate una
cosa al riguardo di questo “bellissimo” giocattolo. Ho avuto la notizia dal
nostro Jack. E’ stato costruito dai bambini. Sì, bambini. Gli stessi che
dovrebbero correre per le strade e cercare di vivere degnamente e senza
pensieri quella loro vita ed invece sono costretti a stare ore ed ore in una
fabbrica a lavorare per guadagnare pochi soldi. Lo sanno tutti eppure se ne
fregano, continuano a pubblicizzarlo alla tv e sui giornali. Anche mia sorella
lo ha comprato, nonostante io abbia cercato di oppormi. Non riuscirei mai a
giocare con un quasi “strumento di morte”. Certo, sono consapevole che non
comprando il giocattolo quei bambini non staranno meglio. Non lo aiuteremo.
Magari non guadagna lo sfruttatore ma il bambino che fine farà? Spesso l’unica
alternativa per questi bambini è la prostituzione. Come fare per aiutare queste
povere creature? Non ho risposte, sono uno come voi, e anch’io mi trovo con le
mani legate. Ma vorrei che almeno un po’ di indignazione vi salga nel cuore e
che evitaste di dare soldi a queste malvagità umane. Forse è troppo poco, ma è
un inizio. Se qualcuno ha un’idea per un qualcosa di concreto, ce le scriva.
Ali
Spazio racconti. Chiunque voglia pubblicare suoi
pezzi (racconti o poesie) li spedisca. Lunghi anche cento, duecento pagine, non
è importante. Speriamo di riceverne abbastanza. Questo è di Alice.
PABLO
Seduto sulla spiaggia Pablo
guardava il mare. Aveva imparato a comprenderne la voce ed ogni suo moto
smuoveva qualcosa nei recessi della sua mente. Da quanto tempo era seduto lì?
Un’ora, due? Ma, ripensandoci, poteva dire di esserci da anni ormai, tutta la
vita. Non c’era un solo ricordo in cui il mare era inesistente. Era sempre
presente, un secondo padre. Il mare. Infinito, reale, sfuggente. Era al mare
che aveva chiesto aiuto, con cui aveva parlato, a cui aveva rivolto preghiere:
una distesa d’acqua che lo aveva sempre protetto e gli aveva insegnato a
pensare, a capirsi. Gli aveva suggerito versi della sua esistenza e tramandato
il ricordo di secoli di storia vissuta dentro sé. Quando aveva un anno,
sussurrava se stesso a questo grande protettore. Gli chiedeva i perché delle
cose, nella sua lingua incomprensibile agli adulti che lo sentivano. Pablo
aveva imparato il suo linguaggio, quello delle onde e delle maree. Aveva
sfuggito la compagnia degli umani, ancora immaturi per poter condividere il suo
amore. Anche quelli che si bagnavano dentro quell’infinità o navigavano, non
erano in grado di essere suoi amici, di comprendere l’essenziale. Era solo la
superficialità del mare ad attirarli. Ma lui, Pablo, mai si era allontanato dal
suo amico. Mai aveva dimenticato la sua comprensione, mai lo aveva tradito.
Infiniti giorni trascorsi sulla spiaggia, tra le carezze e le allegre ondate
del suo compagno. Non c’era nient’altro di così bello nella vita per lui. Il
mare gli aveva raccontato di un altro uomo, solo uno, che era stato capace di
raggiungere il suo spirito. Anche lui si chiamava Pablo. Pablo Neruda. Era uno
scrittore, un poeta e amava la natura, la raffigurava come Dio. E grazie alla
comunione col mare erano nate le sue più
grandi opere. Quando glielo raccontò aveva sette anni. E lesse tutto ciò che
Neruda aveva lasciato come testimonianza della sua esistenza. Da allora aveva
vissuto segnato da quei versi, versi di dolore e amore mescolati nel suo sangue
ardente di vita. Pablo solo contro il mondo. Solo insieme al mare. Ottanta tre
anni di pensieri, di stupori, di emozioni. Di poesie, di parole affogate nel
sale e di muta comprensione. A volte anche il mare aveva bisogno di conforto… E
Pablo lo abbracciava, lo stringeva forte a sé, fino a quando non smetteva di
singhiozzare. Era vecchio, il mare. E forse anche per questo, mentre parlava,
piangeva piano. I suoi occhi avevano visto troppe crudeltà, troppe vite erano
state ricacciate nel buio. Qualcuno si buttava nella sua massa, pieno di
tristezza e angoscia, desideroso di morire. Allora lui cercava di togliere da
quegli occhi l’infinita malinconia e ridare il sorriso. Con le sue braccia cercava di farlo
riemergere dagli abissi. Ma quello no comprendeva, si agitava, annaspava… Fino
a quando il Mare, scorgendo lo sguardo morente, non lo abbandonava a se stesso,
preparando una piccola fossa per rinchiudere questo altro fallimento dentro sé.
Forse erano tutti i fallimenti a farlo piangere. O forse era la sua infinità. O
altro di cui non trova spiegazione. Forse era quello che Neruda gli disse, a
suo tempo: “A volte sono stanco di essere un uomo”. Forse anche il mare si
sentiva stanco di essere tale. Avrebbe voluto correre, amare qualcuno, potere
aver paura di piccole avversità. Ma non gli era permesso. E viveva il suo
inferno. Solo con Pablo si lasciava andare, si sfogava. Sapeva che comprendeva.
Nei suoi occhi c’era un azzurro limpido e puro, senza tradimento e impurità.
Era solo Pablo e per lui avrebbe fatto qualsiasi cosa. Erano diventati una sola
essenza, si capivano senza parlare. E’ semplice così stare insieme. Basta
pensare al proprio dolore e alla propria esistenza per sentire i pensieri di
conforto dell’amico. “Pablo, cosa vuol dire essere uomini? Come ti senti ad
avere dei limiti, dei confini?”… “E’ triste, a volte. Spesso, soprattutto
quando si è soli e non si ha nessuno con cui confrontarsi, ci si sorprende a
chiedersi se davvero sia tutto qui. Se la vita di un uomo sia solo fata di
sudore, dolore e amarezze, se c’è qualcosa in più che noi non vediamo. Sono
pensieri che si fanno, sai? E allora si tenta di trovare una scappatoia, una
via d’uscita. Si cambia. C’è che si adatta e continua l’esistenza, ma c’è anche
chi cerca disperatamente la parte mancante di sé, che si sforza di guardarsi
dentro, con risultati sempre più deludenti. Quando si è in questo stato d’animo
l’essere confinati porta alla disperazione. Ci si ritrova a scrutare sempre gli
stessi angoli, a sbattere contro gli stessi spigoli. Immutabile, impassibile.
Niente universi, solo barriere. Essere uomo e chiedersi il perché è deleterio,
porta solo all’annullamento dell’essere. Ti sei mai posto il problema: esisto?
O, ancora più terribile, posso esistere? Dover chiedere il permesso per ogni
tuo respiro a Qualcuno di indefinito… Il non conoscere l’identità di questo
Qualcuno e dover accatastare ogni tuo desiderio porta solo, alla fine di tutto,
a possedere una scatola di rimpianti…” “Io ho visto cose che non potresti
immaginare, scoperto tesori immensi, assistito a scene impressionanti. Ma nulla
mi stupisce come l’essere vivo. Il sapere che vedo, parlo, penso. Ma essere
così vasto, così infinito porta a non conoscere di sé che una parte
infinitesimale. Non sapere dove si inizia e dove il nostro essere giunge alla
fine è ancora più brutto che l’essere “intrappolati”. Invidio te, che sbatti
sempre contro gli stessi spigoli. Io ancora non ho scorto nemmeno una parete…
Ed è terribile non avere un proprio luogo. Milioni di uomini si imbarcano per
l’America, l’Africa o chissà quali altre mete straordinarie. Sono carichi di
sogni, illusioni… Non si rendono conto che ciò che rende la vita unica non è a
miglia da loro, ma è più vicino ci quanto possano immaginare. Forse la vita si
trova semplicemente nello sguardo di qualcuno, ma loro non l’hanno incontrata
perché erano troppo occupati a cercare la mancanza tra i deserti e le praterie.
Non vale la pena fuggire. Hai mai sentito parlare dei Tuareg? Nomadi del
deserto che trascorrono la vita a passare da una duna all’altra, sostando poco
tempo di tanto in tanto. Perché? E’ solo un’usanza oppure è un qualcosa di più
radicato? Cosa cercano? Forse un posto dove riposare? Ti assicuro che no c’è
luogo al mondo diverso. Tutto si somiglia. Puoi salire e oltre passare cento,
duecento dune, ma il risultato non cambierà. Non è il luogo, sei te stesso”.
Quante volte avevano fatto questo discorso? Pablo avrebbe voluto partire, il
mare avrebbe voluto arrestarsi. Si invidiavano a volte ma erano certi, anche se
non lo avrebbero mai ammesso, che se mai avessero avuto il coraggio di cambiare
la loro realtà, niente sarebbe mutato. L’insoddisfazione e il desiderio di
essere qualcun altro non li avrebbe abbandonati.
Pablo ricordava. Ottanta
tre anni trascorsi senza un perché, il tempo si dilatava e si restringeva di
continuo impedendogli di distinguere il vero dai sogni. Era davvero esistito? E
poi, alla sua età, aveva ancora il vizio (se di vizio si può parlare) di porsi
simili domande. La saggezza non dovrebbe portare alla pace interiore? Ed invece
si poneva domande da sedicenne e non riusciva a evitarlo. Forse perché aveva
sempre posseduto questo muoversi incessante dentro sé, quasi un moto di onde e
di correnti e non poteva certo modificare il suo stato naturale. Neanche con la
saggezza. Ma davvero il non porsi domande era saggezza? Non era forse
stupidità? Chi vive senza una lacrima, senza una domanda, senza un mai il
dubbio di stare semplicemente sopravvivendo a se stesso, può dire di avere
vissuto davvero? Cos’era giusto? Cos’era il male?
Era circa un anno che lui e
il Mare non si parlavano. Non c’era un motivo particolare, semplicemente
pensava. Pensavano a tutto. A i vecchi discorsi ma anche a cose nuove, a
teorie, sogni. Non ci è dato sapere di che portata fossero tali pensieri. Ed
ora Pablo si sentiva prossimo alla fine. Era vecchio, stanco e troppo debole
per sorreggere ancora per molto tutte quelle domande a vuoto. Ruppe il silenzio
per primo. “E’ giunto il momento di partire”. Queste parole suonavano strane
alle sue orecchie. Ora che il destino aveva deciso per lui, ora che il suo
sogno di vita di stava per realizzare, ora avrebbe voluto ancora un po’ di
tempo, la paura lo stava prendendo a poco a poco. Il mare sapeva cosa
intendeva. Avrebbe perso il suo amico e
per questo lo ascoltava con una calma e una pazienza che sconcertarono un poco
il vecchio. Voleva assaporare le ultime parole della persona che era riuscita
davvero ad entrare dentro i suoi pensieri. Ascoltarlo ancora per un poco era
l’unica cosa che voleva. “Sai, ci ho pensato e molto anche. Ho vissuto con te
ogni momento e se mi specchio dentro te vedo me stesso bimbo e adulto e
ragazzo. Felice, triste, irritato. Tutto me stesso ti appartiene. E’ ora che tu
possieda anche il mio corpo. Devo morire, lo sento, ma non voglio abbandonarti.
Voglio che tu mi prenda con te. Ma non voglio che ti lo consideri un altro fallimento,
non voglio che tu mi costruisca una tomba per seppellirmi nella tua memoria. IO
voglio viaggiare dentro i tuoi pensieri, voglio unire la mia staticità con il
tuo movimento. Forse così troveremo davvero la perfezione. Capisci? Voglio
entrare nel tuo spirito definitivamente” Nella sua infinita saggezza il mare
taceva, colmo di tristezza e malinconia per i tempi che, di lì a poco,
sarebbero svaniti. Il cambiamento, pensava, non è mai positivo. “ E’ giunto il
momento, amico mio, prendimi con te”. E Pablo si alzò, camminò, guardò il cielo
e si lanciò nell’immenso blu. Sentì un abbraccio per tutto il corpo, un calore
mai sentito… Umano… Era dolce morire così… Ma non stava morendo, viveva per la
prima volta. E non si accorse mai che il Mare, che sapeva che non avrebbe più
potuto parlargli, che avrebbe dovuto sopportare il vuoto dei suoi occhi persi,
non seppe mai che aveva unito le sue lacrime con la sua essenza. Dolore e morte
il risultato di un’esistenza. E nuove domande negli abissi…. HA DAVVERO SENSO
TUTTO QUESTO?
COMPAGNI, SEPPELLITEMI IN ISLA NEGRA,
DI FRONTE AL MARE CHE CONOSCO, AD OGNI AREA RUGOSA DI
PIETRE
E D’ONDE CHE I MIEI OCCHI PERDUTI NON RIVEDRANNO.
OGNI GIORNO D’OCEANO MI PORTO’ NEBBIA O INVIOLATE
ROVINE DI TURCHESE
O SEMPLICE ESTENSIONE, ACQUA RETTILINEA, INVARIABILE,
Ciò CHE CHIEDEVO, LO SPAZIO CHE DIVORO’ LA MIA FRONTE.
OGNI FUNEBRE PASSO DI CORMORANO,
IL VOLO DI GRANDI UCCELLI GRIGI CHE AMAVANO L’INVERNO,
E OGNI CERCHIO TENEBROSO DI SARGASSI
E OGNI GRAVE ONDA CHE SCROLLA IL SUO FREDDO
ED ANCOR PIU’ LA TERRA CHE UN INVISIBILE ERBORIO
SEGRETO,
FIGLIO DI BRUME E DI SALI, ROSO DALL’ACIDO VENTO,
MINUSCOLE COROLLE DELLA COSTA UNITE ALL’INFINITA
ARENA:
TUTTE LE CHIAVI UMIDE DELLA TERRA MARINA
CONOSCONO OGNI GRADO DELLA MIA GIOIA,
SANNO CHE Lì VOGLIO DORMIRE, TRA LE PALPEBRE DEL MARE
E DELLA TERRA…
VOGLIO ESSER TRASCINATO GIU’, NEL PROFONDO,
CON LE PIOGGIE CHE IL VENTO INFURIATO DEL MARE ASSALTA
E STRITOLA,
E POI, PER CANALI SOTTERRANEI, PROSEGUIRE
VERSO LA PRIMAVERA SEGRETA CHE RINASCE.
-DISPOSIZIONI,
PABLO NERUDA-
Alice
Rubrica fissa del Nongio (sta per Nongiovane). Cos’è? Indignazione, rabbia, voglia di cambiare. Una pagina per conoscere meglio ciò che non va.
SVEGLIAMOCI!!!
Qualche
anno fa’ ridevo quando i Media definivano la nostra generazione, quella dai 18
ai 25 anni, la generazione X; purtroppo sbagliavo, credevo che fosse la solita
“Etichetta” per definire qualcosa che non si conosce.
Stavolta avevano ragione loro, siamo un’incognita,
una generazione invisibile, cioè c’è ma non si vede, non c’è rimasto più
niente, niente valori, niente ideali, niente interessi, insomma niente di
niente.
Le uniche cose rimaste sono: superficialità,
ipocrisia ed egoismo, naturalmente accompagnate dal culto dell’apparire a tutti
i costi; si è dato così tanta importanza a questo culto che alcune persone
ormai sono solo quello, non se ne accorgono ma dentro sono morte da un pezzo.
Avete mai pensato il controllo che hanno i Media
sulla nostra generazione, è pressoché totale compriamo qualunque cosa che loro
vogliano farci comprare, ci danno qualsiasi notizia come se fosse vera, ma in
realtà lo è veramente?
Prendete il cellulare, credete davvero che quei 28
milioni che ne hanno preso uno in Italia, ne abbiamo davvero bisogno? Se è così
siete degli illusi, anche in questo caso i Media hanno preso il sopravvento
inculcando nella testa della gente che il cellulare è necessario, ma in realtà
è vero il contrario.
La libertà di pensiero non esiste più, voi credete
di pensare con la vostra testa, ma non è così, preferite delegare a qualcuno
che lo faccia per voi.
Per molti una falsa sicurezza è meglio di una
sicurezza vera.
Ribellatevi a questa assurda situazione.
Il buon vecchio Jack ha detto:
“Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo,
due uomini che guardano il muro è il principio di
un’evasione”.
E’ ora di distruggerlo questo muro!!!
Nongio
Questo spazio è per gli “inni”. Testi di canzoni significative, per testi o per origine. Questa volta trascriviamo “TESTE DA TAGLIARE”, la sigla di chiusura di ALCATRAZ. Ci sembrava ovvio. Dalla prossima però si comincerà con le canzoni con un forte significato umano.
Prima o poi esploderà, tornerà in libertà
Ad Alcatraz se vuoi.
Quanta vita c’è imprigionata dentro te
Non scordartela mai, liberarla tu puoi,
da Alcatraz se vuoi.
Siamo mostri nella folla, siamo teste da tagliare
l’innocenza non esiste, non ci colpevolizzare
siamo mostri nella folla ,siamo teste da tagliare,
sono il mostro, l’assassino
sono l’uomo, l’uomo, l’uomo è vivo…
Quanta vita c’è, imprigionata dentro te
liberarla dovrai, se fuggire tu vuoi
da Alcatraz, puoi
Siamo mostri nella folla, siamo teste da tagliare,
l’innocenza non esiste, non ci colpevolizzare
siamo mostri nella folla, siamo teste da tagliare
sono il mostro, l’assassino,
sono l’uomo, l’uomo. L’uomo è vivo…
La scuola
giapponese
Tratto da In Asia, Longanesi e C., ISBN 88-304-1482-4. ![]()
L'idea mi venne quando un amico mi regalò un bonsai,
un albero nano, e mi disse: "In questo Paese fanno lo stesso con gli
esseri umani: a forza di potarli e tagliarli li fanno crescere tutti su misura".
Il gran segreto dei giapponesi è nelle loro
fabbriche. La radice del loro successo economico è tutta lì, nella precisione,
nell'efficienza con cui producono le cose. La fabbrica giapponese di più grande
successo è quella che produce i giapponesi stessi: la scuola. Ogni anno, dalle
automatizzate catene di montaggio del sistema scolastico, escono ventotto
milioni di ragazzi e ragazze. Come tutti i prodotti giapponesi, questi giovani
sono di ottima qualità e di grande affidamento. Allo stesso tempo però sono
standardizzati, senza individualità, come tutte le cose fatte in serie. I
bambini giapponesi frequentano per nove anni la scuola d'obbligo. Il 94 per
cento arriva fino alle scuole medie superiori, il 36 per cento s'iscrive
all'università. I risultati di questa fabbrica sono impressionanti. Nonostante
le enormi difficoltà della lingua - vanno, per esempio, imparati tre diversi
sistemi di scrittura - tutti i giapponesi finiscono per saper leggere e
scrivere. A far di conto sono ugualmente bravissimi: nei concorsi
internazionali di matematica gli studenti giapponesi si piazzano regolarmente
primi. Anche nella musica riescono bene. Fra i partecipanti ammessi al concorso
Chopin di Varsavia almeno un quarto è giapponese. Quasi nessuno però riesce a
entrare in finale. "È impossibile distinguere l'uno dall'altro", ha
spiegato poco tempo fa uno dei giudici. "Suonano tutti allo stesso
modo." In Giappone, la strada più sicura per avere successo è quella della
scuola ed è così che ogni giapponese, fin da piccolissimo, viene messo sotto
torchio perché studi. Un terzo dei giapponesi viene costretto dalle famiglie ad
andare a scuola all'età di tre anni, la metà a cinque. "A vent'anni un
giapponese è disciplinato, docile e rispettoso dell'autorità", dice lo
scrittore Shuichi Kato. "La scuola è efficientissima: riesce a trasformare
piccoli esseri umani in tante foche ammaestrate." Secondo alcuni esperti
questo sistema scolastico, che sforna a getto continuo giapponesi diligenti e
non ribelli, sarebbe alla base della stabilità del Paese; il "miracolo
economico" del dopoguerra avrebbe le sue radici nel "miracolo
dell'educazione". Secondo altri, invece, il tallone d'Achille del colosso
Giappone sarebbe proprio in questo tipo di scuola che alleva gente incapace di
affrontare i problemi del futuro. "Se non la finiamo al più presto con
questa produzione in massa di robot di seconda categoria, il Giappone nel
prossimo secolo si sfascerà", mi dice Naohiro Amaya, ex vice ministro del
MITI, il ministero per il Commercio
Internazionale e l'Industria, e oggi uno dei dirigenti del colosso
pubblicitario Dentsu. "Abbiamo sempre più bisogno di giovani creativi,
dotati di fantasia, ma le nostre scuole continuano a darci esattamente il
contrario." Sebbene nel Giappone stesso gli svantaggi dell'attuale sistema
scolastico vengano discussi e suscitino crescenti preoccupazioni, molti
stranieri continuano a stravedere per questo sistema e alcuni propongono
persino d'importarne certi aspetti nei nostri Paesi. Un recente studio
americano, per esempio, definisce la scuola giapponese "altamente efficace
e democratica". "La considerano democratica perché a ogni bambino viene
propinato lo stesso tipo di educazione. In realtà questa forma di egualitarismo
è una nuova forma di totalitarismo", sostiene Steven Platzer, un pedagogo
dell'università di Chicago, ora all'università di Tokyo. L'impressione che si
ha degli studenti giapponesi è quella di una massa rigidamente controllata e
continuamente sotto pressione. A vederli uscire al mattino dalle stazioni della
metropolitana, tutti nelle loro uniformi scure, i più piccoli con la cartella
sulle spalle, e mettersi poi rigidamente in fila, sugli attenti nei cortili
delle scuole, si pensa più a soldatini che a scolari. Ogni scuola ha la sua
uniforme. Tutte derivano dallo stesso modello prussiano che il Giappone adottò
nel secolo scorso, quando improvvisamente il Paese, per modernizzarsi, decise
di copiare tutto quel che poteva dall'Occidente: una gonna blu scura a pieghe
con camicia alla marinara per le ragazze; pantaloni neri con giacca abbottonata
fino al collo per i maschi. I berretti sono quelli che erano di moda nella
Germania di Bismarck. Ogni scuola ha i suoi regolamenti. L'osservanza è
d'obbligo. Ogni dettaglio è precisato: dalla lunghezza delle gonne alla misura
delle cartelle, al colore dei calzini. I maschi devono portare i capelli a
spazzola e nasconderli nel berretto; le femmine non possono né tingerseli né
farsi la permanente. Se una ragazza ha riccioli naturali o i suoi capelli sono
di una tonalità diversa da quella corvina della maggioranza dei giapponesi, è
necessario che abbia sempre con sé un apposito certificato per spiegare la sua
"anormalità". Una scuola, per esempio, ha stabilito che le scarpe da
ginnastica degli studenti devono avere dodici buchi per le stringhe, un'altra
che le ragazze possono portare solo mutandine bianche. La madre di un ragazzo di
Tokyo, che durante una gita scolastica a Nara, a 370 chilometri dalla capitale,
era stato scoperto con un paio di pantaloni un po' più stretti di quanto
stabilito, ha dovuto raggiungerlo al più presto per portargliene un paio di
taglio regolamentare e impedire così che venisse punito. I modi con cui gli
studenti pagano per i loro atti d'indisciplina variano da scuola a scuola, ma
spesso le punizioni sono fisiche, comportano una qualche forma di violenza. Il
caso di un professore che è andato a casa di una sua allieva per suggerirle di
suicidarsi con un coltello da cucina, dopo che era stata scoperta a fumare, è
certo eccezionale, ma i giornali riferiscono in continuazione episodi di
violenza che avvengono nelle scuole. Secondo una recente inchiesta del
ministero della Pubblica Istruzione, uno studente su tre nelle scuole medie ha
subito una qualche punizione fisica. Di questi il 70 per cento ha riportato
ferite. Un professore di liceo ha scritto indignato al quotidiano Asahi per raccontare di aver visto nella
sua scuola "ragazzi cui è stata rapata la testa, altri presi a schiaffi o
rinchiusi di forza negli armadietti degli spogliatoi". Almeno cinque
ragazzi negli ultimi due anni sono morti in seguito alle violenze subite a
scuola, ma nonostante le proteste di alcuni genitori, l'uso di punizioni
fisiche, di per sé illegale, viene generalmente accettato. "I genitori
sono stati a loro volta picchiati quand'erano ragazzi e pensano che un maestro
che picchia sia seriamente impegnato nel suo lavoro", spiega Kenichi
Nagai, fondatore di un gruppo civico per la protezione dei diritti
dell'infanzia. In Giappone il conformismo è considerato una grande virtù e la
pressione a sottomettersi, a non disturbare "l'armonia sociale" con
atteggiamenti individualistici comincia prestissimo. "Le affido mio figlio
perché ne faccia un buon membro della società, uno che non dia noia agli
altri", è la formula più comune usata dalle madri giapponesi quando
portano per la prima volta i loro bambini all'asilo. È all'asilo che il
"montaggio" di un buon giapponese comincia. Fermo, con le mani sulle
ginocchia unite, la schiena dritta, il piccolo giapponese si abitua a occupare
poco spazio e a controllare i propri movimenti. Subito impara a rispettare i
regolamenti. Molti asili non solo esigono che tutti i bambini si portino la
stessa merenda, ma impongono anche che sia sistemata secondo un modello preciso
nell'apposito contenitore e che i bambini la mangino in una precisa sequenza. A
scuola il bambino non viene abituato a pensare con la propria testa, ma addestrato
a dire la cosa giusta al momento giusto. Per ogni domanda esiste una risposta e
quella va imparata a memoria. "Che cosa succede quando la neve si
scioglie?" chiede la maestra, e la classe, in coro, deve rispondere:
"Diventa acqua!" Se a uno viene da dire: "Arriva la
primavera!" è redarguito. Con quello sfoggio di fantasia si è messo fuori
del gruppo e questo è mal visto. "Il chiodo che sporge, va preso a
martellate", dice un vecchio proverbio giapponese. E un principio ancora
validissimo. Chi esce dai ranghi, chi la pensa a modo suo, chi crede di poter
fare da sé, è un "indesiderabile". L'essere semplicemente
"diverso" dal gruppo è una colpa, l'essere escluso dal gruppo è la
peggiore punizione. Pochi mesi fa, un quattordicenne di Shimabara si è tolto la
vita perché, a causa di una piccola infrazione ai regolamenti della scuola,
temeva di essere escluso dalla squadra di baseball. Il contenuto stesso
dell'educazione non lascia alcuna scelta all'individuo. Il ministero della
Pubblica Istruzione decide quel che deve essere insegnato. I libri di testo
passano una severissima censura e lo studente giapponese, che può leggersi a
volontà i fumetti sadomasochisti che inondano il mercato, non riuscirà a
trovare, fra i libri che gli passano per le mani a scuola, uno che gli dia una
versione obiettiva, per esempio, della seconda guerra mondiale, uno che usi la
parola "invasione" per l'avanzata giapponese in Cina e nel Sud-Est
asiatico, uno che parli delle atrocità commesse dall'esercito imperiale giapponese
in quei Paesi. Generazione dopo generazione crescono così senza avere la minima
idea della recente storia del loro Paese e delle relazioni che questo ha avuto
con il resto dell'Asia, dove il Giappone è ancora visto con notevole sospetto.
"Fintanto che i cittadini non insisteranno sul loro diritto
all'informazione, il Giappone non sarà una società realmente democratica",
dice il professor Teruhisa Horio, decano della facoltà di Pedagogia
all'università di Tokyo e uno dei più duri critici del sistema scolastico di
questo Paese. "Per ora è lo Stato a decidere che cosa i cittadini devono
pensare." E lo Stato sembra avere un'idea molto chiara di come i cittadini
devono essere e del "giapponese modello" che la scuola deve produrre.
Il "modello" è stato descritto con grande precisione in un libretto
di 54 pagine, dalla copertina gialla, che ogni preside tiene oggi nel proprio
cassetto. E intitolato L 'immagine del
giapponese desiderato. Pubblicato dal ministero della Pubblica Istruzione
nel 1964, il libretto definisce la funzione e gli obiettivi del sistema
scolastico. "Per il futuro benessere dello Stato e della società, il
Giappone ha bisogno di un nuovo tipo d'uomo", si legge nel libretto.
"Un uomo che abbia coscienza della propria unicità di giapponese, un uomo
che trovi soddisfazione nella completa dedizione al lavoro." L'idea fu
brillante. Erano gli anni in cui il Giappone, ancora povero, era scosso da
violenti conflitti sociali, in cui la sinistra aveva ancora abbastanza forza da
contestare ai conservatori il diritto di governare e in cui la grande industria
giapponese progettava il suo grande balzo in avanti per catapultare il Paese,
come si diceva allora, "nell'era della massima crescita economica".
Si trattava di far dimenticare alla gente la politica, di mettere dinanzi al
naso di ognuno la carota del benessere. Si trattava soprattutto di popolare le
fabbriche, i cantieri, gli uffici del Paese con dei giapponesi che fossero da
un lato ben preparati, dall'altro leali e obbedienti. Alla scuola fu affidato
l'importantissimo compito di produrre questo tipo di cittadini che il professor
Horio chiama "gli schiavi dell'industria". Quel compito non è mai stato
ridefinito e L’immagine del giapponese
desiderato, nel frattempo alla sua ventesima edizione, è ancora una sorta di
Bibbia per gli educatori di qui.
Questo racconto è di Vittorio Zucconi e parla della
scuola in Giappone.
L'abbiamo trovato molto interessante. Ci piacerebbe
ricevere il tuo parere.
La stanza è immersa nel buio e solo una lampada snodabile
da tavolo proietta una chiazza di luce sopra la scrivania. Nel piccolo ovale
illuminato, la mano di un bambino giapponese traccia geroglifici con il
pennellino da calligrafia, silenziosamente. - La prego, non lo distragga, - mi
scongiura a bassa voce la madre, con una nota di durezza più' forte della sua
cortesia di ospite. La manina continua a disegnare i segni dei geroglifici, che
sono le lettere dell'alfabeto giapponese, e la madre chiude morbidamente la
porta alle nostre spalle, per tenere lontani i rumori e le voci degli ospiti
nel soggiorno. Mi scusi, ma che sta facendo suo figlio? - Ma come "che sta
facendo", - mi risponde stupita - i compiti per domani, no - I compiti? -
Guardo l'orologio: è l'una passata. L'una di notte. - E quando dorme? - mi
permetto di chiedere. - Dorme quando
può, - taglia corto la signora, gentilmente, ma fermamente, spingendomi fuori
dalla camera del bambino. Benvenuti in Giappone. Ormai sappiamo tutti, anche
senza volerlo, che il Giappone è diventato una "grande potenza
industriale", una nazione che produce enormi quantità di cose bellissime e
moderne vendute in tutto il mondo. Anche chi non si è mai mosso di un
chilometro dalla propria città e dalla propria casa, è stato in qualche modo
"toccato " dalle lunghe mani della potenza giapponese. L'orologio
digitale che portiamo al polso, il televisore che guardiamo a casa, la
radiolina portatile, il registratore, lo stereo, il motorino elettrico che fa
funzionare l'aspirapolvere, il cervellino elettronico nascosto che regola il
motore dell'auto, sono con ogni probabilità prodotti giapponesi, anche quando
l'etichetta o la marca sembrano diversi. Nomi come Sony, Honda, Panasonic,
Toshiba, Hitachi, Seiko, Citizen, Sanyo, Toyota, Nintendo, solo per citarne
qualcuno, sono entrati nel vocabolario e nelle case di tutto il mondo,
dall'Italia alle Filippine, dalla Cina alla Russia. Come trent'anni or sono si
diceva dell'Italia, così oggi si parla di un "miracolo giapponese".
Una nazione che nella seconda guerra
mondiale aveva perduto due milioni di soldati e un milione di civili, che aveva
visto la sua capitale Tokyo andare interamente in fiamme in una sola notte di
bombardamenti incendiari (morirono 180.000 persone) e altre due, Hiroshima e
Nagasaki, polverizzate in pochi secondi dalla bomba atomica, è divenuta in
quarant'anni appunto una "grande potenza" industriale. E al centro di
questo "miracolo" c'è quella piccola chiazza ovale di luce proiettata
sulla scrivania di un bambino alla una di notte. Ci sono la fatica, l'impegno,
la disciplina di un popolo che per uscire dalle macerie - e dalla vergogna - di
una guerra, non ha chiesto aiuto alla fortuna o elemosine agli altri paesi, ma
ha pescato nella sola risorsa che in Giappone abbonda: la capacità dei singoli
di sacrificarsi per il bene di tutti. Un sacrificio che comincia dai bambini:
in quella stanzetta semibuia dove vedevo la manina tracciare le parole alla una
di notte. - Come ti chiami? - chiesi al bambino che faceva i compiti.- Taro. -
Quanti anni hai? - Undici. E mezzo, - si affrettò ad aggiungere. - Che classe fai? - La sesta, - l'ultima
delle sei classi elementari, seguite poi da tre medie, obbligatorie, e tre di
scuola superiore. - Mi racconti come passi la tua giornata, Taro? - Si sveglia
alle 6 e 30 del mattino, e non c'è
bisogno di un grande matematico per fare subito il conto: se alla una è ancora
sveglio a fare i compiti, non dorme più di cinque ore per notte. Una pacchia. -
Ma non hai sonno durante il giorno?- Beh sì, molto, - rise Taro scuotendo il
testone fitto di capelli dritti e neri, - ma il sonno mi passa quando penso a
tanti dei miei compagni di scuola che si alzano alle 5 del mattino per fare
ancora un po' di compiti e per ripassare le lezioni. La mia mamma mi lascia
dormire di più. - Una santa, quella donna. Taro frequentava una scuola privata,
costosa, scelta con cura dalla madre e pagata con grande sacrificio dalla
famiglia che non era certo ricca ma sa che non basta andare bene a scuola, per
fare carriera domani. Bisogna frequentare le scuole migliori, fin dall'asilo,
per essere ammessi alle università migliori e poi avere i buoni posti di
lavoro.
- Per arrivare a scuola devo prendere due metrò, in tutto sono 50 minuti di corsa. - Che seccatura. - Ma no, ci divertiamo un sacco, corriamo sui marciapiedi, ci diamo spinte, qualche volta pestiamo i piedi alle gente nei vagoni del metrò. - Talmente pieni, a quell'ora, che sul marciapiede ci sono incaricati speciali che devono letteralmente spingere i passeggeri dentro le porte per farcene stare qualcuno in più, come si fa con le valigie nel portapacchi quando si parte per il mare. La scuola comincia alle 8 e 50 e va avanti per quattro ore prima dell'intervallo. Ogni giorno, si fanno due ore di lingua giapponese, che è lo studio, durissimo, dei kanji, i caratteri complicatissimi dell'alfabeto cinese che anche i giapponesi usano. E’ uno studio che comincia in prima elementare e in pratica non finisce mai. Solo per leggere un giornale, è necessario conoscere circa 1500 di questi " ideogrammi " e una persona colta, un avvocato, uno scrittore, un medico, deve impararne 20.000. Pensate: per leggere un libro come questo in giapponese, dovreste conoscere 20.000 lettere. E voi vi lamentate. Per fare un confronto, nel nostro alfabeto latino, il vecchio, caro "A, B, C", ci sono solo 21 lettere, 26 se vogliamo aggiungere le lettere entrate nell'uso anche da noi, come "i", "k", "x", "y" e "w". Dopo le due ore immancabili di giapponese e dello studio - tutto a memoria - di migliaia e migliaia di geroglifici, arriva un'ora di matematica, tutti i giorni, severissima. Anche per questo gli scolari giapponesi risultano sempre fra i migliori nel mondo quando si fanno confronti e concorsi internazionali di matematica. Poi c'è un'ora di "scienze sociali", materia un po' vaga sotto la quale si fanno storia, geografia, politica, etnologia che è lo studio dei popoli. A mezzogiorno e mezzo arriva l'obento, la colazione che passa la scuola nel refettorio. Riso con pesce, riso con carne, riso con verdure, riso con alghe, riso con questo e riso con quello, sempre riso, che è la base di tutta l'alimentazione giapponese, come per noi è la pasta. - E non ti scocci del riso, Taro? - Si', mi piacciono più gli spaghetti e la pizza, - confessò, ma subito aggiunse: - Non lo dica alla mamma, per favore. - Giuro. Digerito il riso, arrivano altre due ore di scuola al pomeriggio. Un'ora di - indovinate? - giapponese, un'ora di scienze. Poi a casa. - A casa? - mi guardò stupito Taro. - No, no, prima di uscire dalla scuola dobbiamo naturalmente pulire. Scopiamo i pavimenti delle aule, mettiamo in ordine i gabinetti, spolveriamo i banchi...- Aspetta un momento. Come sarebbe a dire "puliamo i gabinetti"? Gli scolari stessi puliscono la propria scuola? - Certo, - mi rispose Taro tornandomi a guardare come se fossi matto, - è ovvio, perché? Gli scolari nel suo paese non puliscono la scuola prima di uscire? - E’ già molto se non la sporcano, ma andiamo avanti. Tra giapponese, matematica, riso e pulizie si fanno le 4 del pomeriggio. Gli scolari si rituffano nel metrò, cambiano treno, camminano (nessuno va a prendere i figli in auto, non nel traffico congestionato di Tokyo) e tornano allegramente a scuola. Anzi, al doposcuola. Alle 5 del pomeriggio comincia lo juku, il corso di ripetizioni integrative, a pagamento, al quale tutti i genitori che possono, o che vogliono, mandano i figli. L'”obbiettivo" è prepararli fin da piccoli, fino dalle elementari, alla prova cruciale che deciderà della loro vita di adulti: l'esame di ammissione alle università. Tutti gli ordini e i gradi di scuole private, dalle elementari fino all'università hanno esami di ammissione per entrarci. Quelle pubbliche, di Stato, no, e ci si entra per forza. Nessuno viene mai bocciato, tutti sono promossi e, se la cosa vi sembra una cu