NUMERO DUE- 29 GIUGNO 2000

 

ALBATROS

 

PAGINA  2-  INTRODUZIONE

PAGINA  3-  FUGA DA ALCATRAZ

PAGINA  4-  DIARIO DI AUSCHWITZ

PAGINA 10- MENGELE

PAGINA 12- DANUBIO – MAUTHAUSEN E MENGELE

PAGINA 15- CANZONE DEL BAMBINO NEL VENTO

PAGINA 16–NONGIO

PAGINA 17- COSA SUCCEDE SE HAI DUE MUCCHE

PAGINA 19- LA PAROLA CILE

PAGINA 28 – L’IMPERO DI BILL GATES?

PAGINA 29 – POESIE

PAGINA 32 – I DIRITTI NEGATI

PAGINA 33 – RECENSIONI

PAGINA 37 – IL PUNK NON E’ MORTO

PAGINA 39 – RICORDATI DI RICORDARE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con un lieve ritardo, ma comunque ecco ci di nuovo qui, per presentare un nuovo numero di questo nostro giornale che sta coinvolgendo davvero tanti. Oramai di mio e di Claudio c’è ben poco, continua ad arrivarci materiale e ne abbiamo già talmente tanto che anche il numero tre è bello che finito. Abbiamo deciso di accantonare il Cile per metterlo appunto a settembre e mettere così anche il pezzo che avevo previsto su Victor Jara. In questo numero mancano un sacco di cose (il mito musica, per esempio, oppure il pezzo dedicato al personaggio che ha cambiato il mondo) ma ci sono cose nuove e soprattutto finalmente si sente la vostra voce, forte e chiara, vedo che il progetto vi sta appassionando e spero che la cosa continui per molto e molto tempo ancora!! Vi giuro che a volte mi viene voglia di non scrivere più, semplicemente perché il tempo non è quasi mai abbastanza, anzi, e poi ti metti a pensare “ma chi me lo fa fare, in fondo”? Poi però riceviamo lettere di consenso, persone che ci dicono che siamo dei grandi… e anche se non credo che tutto questo sia meritato.. bhe, grazie e andiamo avanti. Pensate siamo al numero due, ossia tre numeri pieni zeppi di nostre parole e idee, senza pubblicità di sorta o condizionamenti. Solo noi, con le nostre cazzate, la nostra voglia di scrivere di quello che ci fa indignare e ci piace. E poi, oltre ai tre numeri e ai lettori affezionati (e ci sono… Elisa è la prima!), abbiamo un sito internet (basta andare poi su www.lunanet.net e cliccare su Albatros) e vari progetti da portare avanti. E poi a fine luglio il primo raduno, anche se sarà una cosa piccola piccola e se saremo dieci persone sarà già tanto! E il prossimo anno, con un possibile progetto di capannone-complesso-ricavatoinbeneficenza da realizzare… Tante cose in mano a ragazzi più o meno giovani, ma tutti quanti con una voglia di cambiare immensa. Quindi si continua, si va avanti, fino a quando non avremo più nulla di cui parlare, fino a quando ci renderemo conto di essere solo degli illusi. Ed io spero vivamente che questo non accada mai e poi mai perché vorrebbe dire che nemmeno noi crediamo più nella nostra “coerenza”, nelle nostre “utopie” che, di conseguenza, diventerebbero dei fuochi fatui… Questo non dovrà mai accadere, lo sapete.

Continuate quindi a scrivere, a mandare articoli su tutto quello che vi interessa. Noi diamo sempre la precedenza a voi, e se in un numero non verrà pubblicato sarà fatto sull’altro. Senza censura, senza metterci nulla di nostro. Solo cercando di essere noi stessi ancora una volta.

Come al solito, ecco i nostri indirizzi:

 

Alice Suella

Via Bologna 8

Tronzano Vercellese (VC) 13049

Suella@santhia.alpcom.it

 

Claudio Torreggiani

Via Ferri

Villa Sesso (RE) 42020

Claudio.torreggiani@libero.it

 

Buona lettura e alla prossima

 

Alice&Claudio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FUGA DA ALCATRAZ

 

Oramai sono iniziate da un bel pezzo le puntate televisive di Alcatraz. C’è chi è soddisfatto, chi invece non capisce affatto con che criterio un genio come Diego Cugia abbia potuto creare una così ignobile opera, dopo l’entusiasmo per la versione radiofonica. Personalmente sono contenta del risultato, anche se confesso di avere visto solo le prime puntate perché all’ora della trasmissione (23:30, raidue mi pare) di solito sono al telefono con una persona carissima e quindi sinceramente non mi sogno nemmeno di chiudere per una trasmissione (ho imparato da Jack che le amicizie e i contatti con le persone sono la cosa più importante, quindi..), ma ciò che ho visto mi ha convinta. Le immagini calcano ancora di più su certi concetti, già forti di per se, ma che con una spinta in più diventano una vera bomba a orologeria. Ci sono stati però parecchi problemi per la messa in onda della trasmissione. Censure varie, litigi. Evito i commenti. Vi lascio questa volta, invece del solito pezzo di Jack, con una delle poche dichiarazioni di Cugia.

 

Vi ringrazio ancora per tutta questa marea di solidarietà. Vorrei però evitare ingiustizie e generalizzazioni. Che Jack Folla fosse scomodo lo sapevano anche in RAI. E la RAI non va considerata tutta marcia, come qui molti fanno, perché se così fosse, per esempio, non avreste certo mai visto neanche una puntata di  Alcatraz. E la radio ce la dimentichiamo? Nessuno ha mai messo il bavaglio, MAI. E io queste cose devo dirle, perché le generalizzazioni sono una manifestazione di intolleranza che non condividiamo. Io non so cosa sia successo da un certo punto in poi. Lo "share", certo, e poi? Quello che so, e che DEVO dire, onde evitare ingiustizie, è che Pier Luigi Celli, direttore generale della RAI, ha voluto Alcatraz, e l'ha difeso fino all'ultimo. E potrei dire lo stesso di Freccero, perché dopo aver letto il libro mi ha chiamato lui. E così di molti altri, dirigenti e funzionari e tecnici della RAI che ieri erano commossi all'ultima messa in onda. Questa verità è dovuta, perché non ci siano equivoci se non in chi li crea. Il nemico non è LA RAI o Celli, ma ...Ragioniamo su questo "ma...", o sul perché si arriva a sopprimere il programma quasi come un sollievo generale, però ammettiamo anche -io per primo- che se il programma l'avessero seguito un po' più di persone, questo non sarebbe accaduto...e quindi stiamo pagando anche il fatto di non essere scesi a compromessi. Per esempio: se avessi fatto interpretare Jack Folla a un famoso attore che avreste detto? Fanculo Diego, vero? Beh, avremmo avuto probabilmente più ascolti. E dato meno problemi a chi in RAI ci credeva. Ma noi abbiamo scelto la "quasi" purezza, o meglio, tutta la purezza possibile. (E voi v'incazzavate per i titoli di coda...Nessuno vi ha detto che altrimenti i vestiti di Francesca li pagano gli abbonati? E su...è il male minore)E molti telespettatori hanno acceso e si sono rotti i marroni, perché era una soggettiva di uno sconosciuto che farneticava. Noi sappiamo che "diceva" ma per loro era solo un pazzo. Che facciamo con questi milioni di telespettatori? Gli spariamo? Io non ci sto. Insomma, non abbiamo bisogno di eroi né di martiri. Vorrei fosse ben chiaro questo concetto a tutti. E statene certi, non lo faccio "per la pagnotta", ma perché -ribadisco- le generalizzazioni non mi sono mai piaciute e tantomeno le semplificazioni. Primo: sui gusti della gente non si discute. Secondo: C'è una parte della RAI che ha molta intenzione di cambiare, e se alla quarta puntata ci fermiamo non è colpa loro. So che mi attirerò molte critiche con questo intervento, ma non è giusto che altri ci rimettano, quando non c'entrano. Né io ho alcuna intenzione di cavalcare questa marea di giusta incazzatura generale. Nessuno qui dentro strumentalizza nessuno.

 

Alice

 

 

 

 

 

Ecco qua, per non chiudere per niente il discorso “campi di concentramento” il Diario di una di noi, Laura, che ha visitato Auschwitz pochissimo tempo fa. L’ho letto è mi sono venuti i brividi, benché sia un semplice resoconto, senza troppi commenti melensi e drammatici.

 

 

5/7/1999

 

Sono passate da poco le 14 di questo lunedì, abbiamo appena finito di consumare i nostri pranzi a base di brodini e verdure lesse che tanto ci fanno rimpiangere la nostra cucina italiana, e stiamo per prendere il pullman. Veramente i nostri ospiti avevano per noi dei programmi completamente diversi: siamo stati noi a tempestarli di fax per convincerli a non proporci la passeggiata sui Beskidy, le montagne del papa, ma a portarci ad Auschwitz. Per fortuna il concerto è passato, altrimenti qualcuno aveva già annunciato che non sarebbe venuto, temendo da una parte di stancarsi, dall’altra di restare troppo scosso. Non so cosa aspettarmi da questa visita, anche se ho letto parecchio materiale sui lager: spesso questi posti vengono restaurati e perdono parecchio l’atmosfera originaria. Magari va a finire come a Lourdes, dove ho sempre pensato che della parte spirituale di tutta la faccenda sia rimasto veramente poco. Anche nel resto del gruppo si coglie la stessa aria di partenza per una gita, con parecchia curiosità riaccesa da “La vita è bella”, che da questo punto di vista non è stato affatto inutile. Per il resto, si vuole sapere se almeno qui avremo una guida che parli italiano (però Magda ci assicura che, in caso contrario, lei tradurrà per noi). E’ un pomeriggio afoso, e qui nella parte posteriore del pullman, luogo dove dalla tradizione consolidata dai tempi delle gite scolastiche vanno a sedersi quelli che hanno voglia di fare casino, cerchiamo di tirarci su con piccoli gavettoni d’acqua presa dalle bottiglie di una cassetta che ci hanno dato in albergo, già troppo calda per poterla bere, ma che così ha ancora un minimo di effetto refrigerante. Mi tengo un po’ distante da questa allegra confusione, troppo persa tra i miei pensieri per esserne coinvolta più di tanto. La mia attenzione si rivolge alternativamente al finestrino, dove scorre sotto i miei occhi il paesaggio della campagna polacca, che è lo stesso di ieri, ma oggi mi sembra più spoglio e più arido, e al sedile davanti al mio, da dove spuntano i riccioli di Enrico, anche lui estremamente silenzioso e pensieroso, nonché impenetrabile nelle sue emozioni. Niente di nuovo, certo, ma ieri sera mi ha detto che attendeva questo pomeriggio e questa visita almeno quanto vuole andare alla ricerca dell’urna del cuore di Chopin a Varsavia, e detta da lui…

Solo un’altra persona sembra condividere lo stesso stato d’animo meditabondo e taciturno. E’ Roberta, seduta di fianco a me, che mi domanda, ma come fra sé e sé: “Con quale coraggio vengono a visitare Auschwitz anche i turisti tedeschi? Non si vergognano, di tutto quello che è successo lì, per colpa loro?”. Alla mia obiezione che in realtà in Germania, all’epoca, nessuno sapeva davvero cosa accadesse all’interno di quelle mura (e chi comandava i campi si guardava bene dal diffondere simili notizie!), che ufficialmente erano posti dove si lavorava e si produceva, lei ribatte: “Ma allora come sono riusciti a non far capire niente per tutto quel tempo?” Nessuna risposta…

Per il resto, il viaggio è monotono, lungo strade deserte, fra vaste distese d’erba con pochissime case e qualche palo della luce in mezzo, tutto questo almeno fino a quando, trascorsa quasi un’ora da quando siamo partiti, dalla strada ci compaiono davanti, non annunciate, delle schiere di costruzioni rossicce in mattoni che invece di spezzare il “deserto” lo rendono ancora più inquietante. I gruppi di casottini sono recintati dallo stesso filo spinato visto nei libri di storia, per cui non possiamo più permetterci di dubitare del fatto che siamo arrivati a destinazione. Il pullman ci scarica in un piazzale, davanti a un edificio probabilmente più recente rispetto al resto del campo, affiancato da un paio di altre piccole costruzioni che si rivelano essere un negozio di souvenir e un bar. Ho bisogno di una decina di francobolli per spedire le mie cartoline, così, visto che prima di iniziare la visita dobbiamo aspettare che Magda vada a recuperarci una guida, mi allontano per andarli a cercare. Sulle prime, sembrerebbe un chioschetto qualsiasi, con le scatoline gialle dei rullini Kodak, le cartoline, le guide multilingue, i gadget con il nome del posto dove ci troviamo… Sì, ma sui gadget c’è scritto solo Oswiecim, il nome polacco, come se questo volesse significare l’orgoglio di aver sottratto per sempre questi territori ai tedeschi. A guardare bene, non sono poi tanto “normali” nemmeno le cartoline: c’è lo spazio per l’indirizzo, ma non quello per scrivere, sostituito da note trilingue (polacco, inglese e tedesco) sulle immagini riprodotte. Ma chi vorrebbe spedire una cartolina con una foto dei forni crematori, oppure la foto di una rosa infilzata al filo spinato? Tutt’al più qualche buontempone che abbia voglia di scherzarci su (esistono… accidenti, se esistono!), non certo il normale visitatore dotato di un minimo di sensibilità e buon senso. E le videocassette e le guide hanno l’aria di contenere non le immagini di questo luogo com’è adesso, ma solo crudi documentari sulla vita nel campo dal 1940 al 1945. Elena mi raggiunge per procurarsi un rullino e mi trova a osservare perplessa le cartoline. “Sai che mia suocera negli anni della guerra è stata anche lei prigioniera in un lager? Ma… Laura, mi stai ascoltando?”. No, sto solo tentando di selezionare qualche cartolina da portarmi via… Troppo tardi: da fuori arriva un richiamo. C’è la guida, e non possiamo attardarci più di tanto. Forse tornerò qui all’uscita, ma adesso non mi resta che correre scansando i rami dei numerosi salici che inverdiscono il piazzale e raggiungere il resto del gruppo sotto il portico dell’ingresso al museo. Ho solo una leggera esitazione dovuta a una riflessione che mi è venuta mentre scendevo dal pullman. Chi potrebbe mai dire, vedendo da qui il complesso di Auschwitz, che quasi sessant’anni fa in questo posto si consumavano tutte le atrocità di cui abbiamo letto sui libri o visto al cinema? Eppure sembra un luogo tanto sereno, con questi salici verdissimi e potati in modo che una persona di statura normale possa passarci comodamente sotto, le panchine su cui alcuni di noi hanno sostato prima che ci venisse dato il permesso di entrare, un gaio cinguettio di uccelli, le casette rossicce dietro l’edificio del museo, un pullman turistico che un cartello annuncia diretto a Birkenau come se “Birkenau” fosse un luogo per gite domenicali come da noi Anzio o Terracina. Ma noi non possiamo lasciarci ingannare: le abbiamo già viste dalla strada, quelle casette, l’abbiamo già visto quel filo spinato attraverso il quale centinaia di migliaia di esseri umani hanno smesso di essere tali per diventare strumenti di lavoro e carne da macello, e che anche se ne sono usciti vivi è stato per affrontare una vita in cui la vita precedente risultava cancellata, quasi per ripartire da zero. E sono sicura che anche noi, almeno per un intervallo di tempo limitato, non riusciremo a restare del tutto quelli di prima, una volta usciti di qui. Oltre alle numerose foto che ci accolgono fin dalla porta d’ingresso, salta all’occhio un cartello in diverse lingue che non ricordo di aver mai visto in nessun altro museo: qui si sconsiglia la visita, nonché la visione del documentario, ai minori di 14 anni. La cosa mi preoccupa non poco: cosa ci attende, qui, di ancora più sconvolgente e impressionante di tutto ciò che ci è stato raccontato? La guida è un uomo sulla sessantina, che parla polacco, ma non abbiamo bisogno di capire quello che dice per renderci conto che l’oggetto davanti al quale ci troviamo e il cui cartello, colpa della mia bassa statura, non riesco a leggere, è il monumento alle vittime di Auschwitz. Si tratta di un’urna cineraria di vetro trasparente che per la sua forma mi fa pensare a una clessidra. Le ceneri dell’Internato Ignoto… o forse quelle di più di un internato. “Ricordati che sei polvere, e polvere ritornerai”: e chi se lo dimentica? Il problema è che qui il ritorno alla polvere è stato bruscamente accelerato, e che per un pugno di polvere che in questo monumento rappresenta molto più di un ammasso di molecole, tonnellate e tonnellate di cenere sono state sparse al vento, e magari sono finite a concimare i campi qui intorno, ad attaccarsi sulle scarpe dei visitatori forse ancora oggi… Intanto la guida, con Magda che ci traduce tutto diligentemente, racconta la storia del campo e in qualche modo ci anticipa ciò che stiamo per vedere. Tanto per cominciare, il campo, che rimase operativo dal 1940 al 1945, era diviso in tre parti, Auschwitz dove ci troviamo ora, Birkenau, di superficie molto più grande (forse quello che abbiamo visto dalla strada), come evidenzia una foto di come apparve agli aerei, dove potremmo recarci se avessimo tempo, ma non è il nostro caso (e poi non so fino a che punto ne avremmo voglia), e Monowitz, il più recente e dall’intervallo di attività più breve. In tutte le fabbriche di morte analoghe esistenti in Europa, se non ho capito male (già troppi pensieri per la testa: seguo poco…), sarebbero morti in circa 5 milioni, a conti fatti il 12% dei morti della Seconda Guerra Mondiale. E tutto questo senza calcolare quelli che sono, per così dire, morti nell’anima, e forse ancora al giorno d’oggi si risvegliano in preda agli incubi, come ricordo di aver letto tempo fa in una lettera scritta a un giornale. Da prassi, si entrava qui dentro con le proprie valigie, scaricati da treni in cui il paragone con i carri bestiame risulta perfino offensivo per questi ultimi, ma subito se ne veniva privati. Non dubito che ognuno, potendo portarsi dietro solo una valigia, prima di partire, se ne aveva avuto il tempo, avesse scelto accuratamente i pochi oggetti da metterci dentro. La falsa promessa era che si sarebbe riottenuto tutto quando fosse terminato il tempo da trascorrere qui. Insomma, non solo il dolore di aver dovuto abbandonare la propria patria, essere separati dai propri familiari, ma anche l’illusione che un giorno o l’altro se ne sarebbe venuti fuori. Invece le poche cose riutilizzabili (per primi scarpe e indumenti, che sarebbero stati sostituiti dalle casacche a righe che abbiamo visto in tante foto) finivano ammassate in enormi magazzini, tanto estesi che il tentativo di incendiarli e distruggere tutto, così come i documenti, quando il campo venne chiuso, non andò a buon fine. In caso contrario, buona parte di questo museo, che comunque non contiene altro che una minima parte di ciò che era stato salvato, non esisterebbe, o almeno raccoglierebbe qualcosa di diverso. Abbandoniamo questa stanza per raggiungerne un’altra molto più vasta, in una vetrina della quale la guida ci indica quelli che a prima vista potrebbero sembrare dei barattoli di vernice, ma in realtà sono i contenitori della sostanza che, opportunamente riscaldata, produceva il gas. Sembra innocua ghiaietta grigia, o forse concime, comunque qualcosa di non particolarmente pericoloso. Tutta apparenza, certo, così come molti altri particolari e fatti avvenuti qui grondano finzione, e ciò che più sconvolge è sicuramente il fatto che per arrivare alla produzione di questo materiale siano stati compiuti degli accuratissimi studi di chimica, anzi addirittura prima di arrivare a questo prodotto ne erano stati provati altri due o tre tipi. Certo che ai tempi della Seconda Guerra Mondiale non ci si voleva proprio far mancare niente: i migliori fisici per gli studi che hanno portato alla realizzazione della bomba atomica, i migliori chimici per il miglior gas qui ad Auschwitz e le migliori armi chimiche in ogni parte del mondo, i migliori medici per esperimenti su cavie umane… Non si vuole risparmiare nessuna emozione al visitatore, mostrandogli quanto compare nella prossima vetrina, un plastico che descrive non solo la struttura della camera a gas, ma anche il percorso che portava i prigionieri a tornare polvere, come si accennava prima. Fra i muri ricostruiti in scala sono state collocate delle figure umane, che in superficie si liberano degli abiti e in fila si avviano al livello inferiore, dove compaiono altre figure ritratte in pose strazianti, contorte e ammassate le une sulle altre. Dal gruppo vengono silenziosi moti di disgusto e di compassione più o meno in uguale misura. Come arriveremo alla fine della visita, se già adesso ci si stringe la gola? Sarà meglio tentare di assumere un atteggiamento distaccato o lasciare che le emozioni abbiano libero corso? Prima di consentirci di trovare una risposta, la guida ci invita a lasciare questo edificio “preliminare” per avviarci al campo vero e proprio. Ecco davanti a noi il famoso cancello sovrastato dalla scritta amaramente ironica “Arbeit macht frei”, fusa in una specie di architrave di ferro verniciata in nero. Forse somiglierà poco a quello che aveva in mente Dante, ma sono proprio sue, le parole che mormoro varcando con un sospiro mal trattenuto questo cancello: “Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente… Lasciate ogni speranza, o voi che entrate…”. Recito a memoria a mezza voce, ma non abbastanza piano da non essere udita da Massimo che è a due passi da me e di cui intuisco uno sguardo perplesso dietro le lenti da sole. Del resto, è come se nell’attraversare questo cancello avessimo perso di colpo la voce, un po’ come accade quando si entra in un luogo sacro, ma il chiacchiericcio di quando siamo entrati si era spento da un pezzo, ora sostituito dallo scricchiolio della ghiaia sotto le scarpe. Stiamo percorrendo un vialetto dritto che passa attraverso due file di block, e quello che ci circonda è il paesaggio costante che siamo destinati a vedere finché non usciremo di qui. Il percorso che ci sarà proposto è in fondo quello ideale (si fa per dire…) degli internati: l’ingresso dal cancello principale e l’uscita dal forno crematorio, per fortuna sulle nostre gambe. Non si vede altro che block di mattoni grigi o rossicci, alberi, credo pioppi, lungo i vialetti che si incrociano ad angolo retto, torri di guardia agli angoli, muri e filo spinato che sappiamo non essere più percorso da corrente elettrica, ma non per questo fa meno paura. Verso la fine di questo vialetto, un gruppo di circa una ventina di persone sosta sul bordo della strada. La prima impressione è che stiano ascoltando una guida che dà loro spiegazioni, ma avvicinandoci ci accorgiamo che in mezzo a loro c’è un uomo piuttosto anziano svenuto e steso per terra, con un paio di persone, suppongo medici, che gli stanno prestando soccorso. Ancora Dante: “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”. Non è per indifferenza che non ci fermiamo a indagare, ma solo perché saremmo d’impaccio. Si risolleva un lieve mormorio carico di punti interrogativi: sarà stato il caldo o l’emozione a tramortire il poveretto? E si sarà ripreso, nel frattempo? Ma la guida ci invita a entrare in uno dei block, senza anticiparci niente di ciò che stiamo per vedere. Mi basta la scritta di un cartello in inglese sulla porta di una stanza per avvertire una nuova stretta alla gola, dopo quelle da cui stavo tentando a fatica di riprendermi (“Exploiting the corpses”), ma non è ancora abbastanza, rispetto alla vista di una vetrina che occupa un’intera parete. Sulle prime si direbbe che al di là di quel vetro sia stato tosato un gregge di almeno un centinaio di pecore, ma il colore, un tono di grigio a tratti cenerino e a tratti più scuro dice che si tratta di qualcos’altro, e una treccia gettata con finta casualità in cima a una montagnola di quella lanugine conferma che si tratta di capelli umani. Cosa se ne facessero, basta guardare questa scena per capirlo: sembra lana, e come tale veniva utilizzata per produrre tessuto e oggetti di vario genere, qualcuno dei quali è conservato in una vetrina poco distante. Si dice che dei maiali non si butta niente, aforisma riadattato qui in modo così macabro e che impedisce di dimenticare cosa potesse diventare un uomo qui dentro. Niente più che un attrezzo da lavoro, una cosa da sfruttare finché fosse rimasta efficiente e poi da buttare via e smaltire come un rifiuto in una discarica. Dopo questa vista agghiacciante, durante la quale la comitiva è nuovamente precipitata nel silenzio e la guida non ha più ragione di parlare perché non c’è proprio nulla da commentare, veniamo dirottati in un’altra stanza, dove invece sono raccolti oggetti personali degli internati, divisi per categorie. Nella prima che mi ritrovo davanti c’è un mucchio di occhiali, poco distante, in un’altra vetrina sono esposte alcune stuoie di quelle che gli ebrei usano per le loro preghiere. Oggetti di uso quotidiano, apparentemente privi di valore, i primi utilissimi (e parlo da discreta miope che sa cosa vuol dire non trovare in giro i propri occhiali!), i secondi simbolo della cultura e della religione di un popolo disperso in ogni parte del mondo, ma che è stato sempre capace di ritrovarsi nei suoi riti, nelle sue feste religiose, nella sua lingua, nelle sue canzoni e nei suoi candelabri a sette braccia, ovunque riprodotti nella stessa forma. E dire che nella storia ci sono stati popoli che si sono quasi suicidati nelle guerre civili, pur essendo geograficamente molto vicini… Una vetrina delle stesse dimensioni di quella degli occhiali raccoglie dei pettini. Ecco, questi oggetti purtroppo non servivano più a nessuno, ricordando la vetrina che abbiamo visto poco fa. Non si può certo dire che tutto ciò sia consolatorio… Per un paio di block, il genere di “spettacolo” che ci passa sotto gli occhi è questo: vetrine larghe come pareti intere e profonde come stanze, dietro cui si vedono cataste di oggetti che danno l’idea da una parte della quantità di persone che sono passate di qui, dall’altra del loro sfruttamento con ogni mezzo. Una delle prime contiene scarpe, e riporta alla memoria, o meglio all’immaginazione, visto che per fortuna nessuno di noi ha i mezzi per ricordarlo direttamente, una scena descritta anche da Primo Levi in “Se questo è un uomo”, quando i nuovi arrivati al campo dovevano cercare e trovare rapidamente in mucchi del genere due scarpe, ovviamente spaiate, che andassero bene per loro. Dopo il primo impatto con la montagna di scarpe nel suo complesso mi soffermo sui particolari. Scarpe di ogni modello e colore, in ogni stato di conservazione, da donna e da uomo, e… Di fianco a me, mi arriva all’orecchio un lieve singulto. Mi volto e vedo Elena, con gli occhi lucidi e le lacrime che scorrono, mentre con la voce vibrante sospira: “Criminali…” Non le chiedo niente: ho già visto da me che la sua attenzione si è fermata su un mucchio di scarpe di piccole dimensioni. Scarpe da bambini… e il ricordo della strage degli innocenti non è retorico, è spontaneo! I bambini che non avevano l’età e le forze per lavorare, qui venivano eliminati già al loro arrivo, così come anziani e invalidi. E’ a questi ultimi che viene da pensare davanti a un’altra vetrina, che mostra una lugubre collezione di stampelle e protesi, i cui proprietari non saranno rimasti qui più del tempo necessario per spogliarli di tutto e mandarli a morire. E quanto saranno rimasti qui e che fine avranno fatto i proprietari delle tazze di metallo che occupano l’intero pavimento di un’altra vetrina? E il bimbo a cui apparteneva il biberon dalla bottiglia di vetro rotta che ho visto in una piccola teca all’interno della stessa stanza? Sembra incredibile, ma mi fa quasi più impressione questa visione piuttosto che quella di poc’anzi della vetrina piena di capelli. Mi torna in mente una poesia di Borges che si intitola “Le cose” e sostiene che quando ce ne saremo andati da questa terra gli oggetti che ci sono appartenuti resteranno indifferenti a noi e alla nostra scomparsa. Però… che forza evocativa hanno gli oggetti appartenuti in passato a una persona per chi li osserva! Questa nuova vetrina che mi si svela a poco a poco invece contiene un mucchio di valigie vuote, ma chiuse, e su ognuna di esse un pennello ha tracciato il nome, il cognome e una data. La prima che mi è caduta sotto gli occhi è 1942. La data di arrivo al campo? No, poco lontano leggo 1897: sono date di nascita! Allora quella era la valigia di un bambino di non più di tre anni! Soltanto davanti a questa vetrina capisco che finora sono rimasta veramente impressionata soltanto dalla quantità di oggetti più o meno tutti uguali tra loro che ho visto in ognuna delle altre. Ma adesso no: queste valigie non sono tutte uguali, e le persone che se l’erano portate dietro hanno o avevano un nome, e sono o erano nati in qualche parte del mondo, e sono tutti morti qui, anche quelli usciti senza passare per il camino. E adesso mi sembra di vederli uno per uno, i vari David, Isaac, Judith, Leah… Vorrei reagire qui come Elena poco fa davanti alla vetrina delle scarpe, ma non ci riesco. Sono come anestetizzata, vorrei tanto che qualcuno facesse qualcosa per ricordarmi che dentro ho ancora un’anima. Mi si sono aggrovigliate dentro tante di quelle emozioni che non ci capisco più niente, anzi mi sembra addirittura di non essere più in grado di provare niente. Esco da questo block come se ci avessi lasciato qualcosa dentro, sciamando con il resto del gruppo dietro la guida che ci annuncia che stiamo per entrare nell’unico block del campo che è stato lasciato così com’era. Si trova sulla sinistra, in fondo allo stesso vialetto dove abbiamo trovato i block del museo. In realtà ce ne sarebbe stato un altro da visitare, quello in cui si proietta il documentario a cui accennava il cartello all’ingresso, ma non abbiamo il tempo di vederlo e siamo passati oltre. Prima ancora di arrivare al block, la guida conduce la nostra attenzione verso uno spiazzo in fondo a cui si trova un muro grigio che presenta i segni di numerosi colpi d’arma da fuoco e davanti al quale, come agli altari nel Giovedì Santo, sono stati posti dei fiori e dei lumini rossi. E’ il muro delle esecuzioni, un’altra vista che surgela il sangue nelle vene, il simbolo della cosiddetta giustizia che si applicava ad Auschwitz. Le finestre di entrambi i block che affiancano questa piazzetta sono sbarrate da tavole di legno verniciate di nero che sottolineano la tetraggine del luogo, nonostante sia illuminato da un sole che non ha smesso di essere cocente e ha fatto sì che gli unici posti in cui abbiamo respirato siano stati paradossalmente i block. Faccio fatica a camminare verso quel muro, come se ci fosse qualcosa che mi respinge, così preferisco arrestarmi a qualche metro di distanza e captare le parole di Magda, che spiega, traducendo le parole della guida, che quelle tavole servivano a impedire che chi si trovava nei block capisse cosa accadeva in quella piazzetta. Avrei molti motivi per dubitare dell’efficacia di un simile provvedimento… Il block alla sinistra del muro delle esecuzioni ospitava il tribunale del campo, infatti le stanze più vicine all’ingresso visibili dalle rispettive porte, ognuna delle quali è sbarrata da un vetro, hanno tutte un aspetto, per così dire, burocratico, con tavoli e scrivanie. Qui si svolgevano interrogatori e processi che avevano un solo verdetto: “colpevole”. Ma questo era anche il luogo dove in alcune stanze dimoravano i prigionieri, stipati in letti a castello in cui si stava in due o perfino in tre, un luogo in cui anche i più schizzinosi dopo pochissimo diventavano capaci di mangiare orrende zuppe in confronto alle quali i brodini del nostro albergo polacco potrebbero sembrare il nettare e l’ambrosia e dell’Olimpo, e lavarsi sotto docce confronto alle quali i nostri tanto vituperati bagni in comune sono addirittura toilette regali. Non era già abbastanza una tortura tutto questo? Allora a che scopo aumentare il carico allestendo una sala delle torture degna di questo nome? In una stanzetta già di per sé piuttosto piccola erano state ricavate tre cellette quadrate di un metro di lato l’una, nelle quali i condannati a questo genere di supplizio dovevano restare in piedi per una notte intera. Le pareti delle tre cellette sono state tagliate obliquamente, in modo che il visitatore possa rendersi conto della loro struttura interna. Una è stata lasciata com’era in origine, senza altri spiragli che la strettissima apertura a livello del pavimento da cui i prigionieri venivano fatti entrare e uscire, quella in mezzo è visibile all’incirca per metà, della terza si vedono molto chiaramente l’intera pianta e lo spessore delle mura. Il fatto che in ognuna di quelle cellette si dovesse stare in quattro supera ogni umana immaginazione. Come era possibile che quelle persone riuscissero a respirare, come ce la facevano a entrare in quel metro quadrato da un ingresso tanto stretto, e come sarebbe stato possibile tirar fuori di lì qualcuno che fosse morto o solo svenuto? Non ci voglio nemmeno pensare… Nel sotterraneo di questo block ha sede un carcere, le cui celle sembrano perfino confortevoli rispetto alle cellette della tortura appena viste. Credo che in questo, dei luoghi visitati fin qui, si avverta più che altrove una sensazione di freddo che non dipende dalla temperatura dell’aria e scende dritta nell’anima. Forse quello che stiamo respirando è lo stesso odore, intatto, che annusavano i prigionieri del campo. Sentirlo è una sensazione che per i prigionieri dev’essere stato paragonabile all’effetto di entrare in uno stabilimento termale. All’ingresso, ti riempi le narici di quell’aria sulfurea, che ti piaccia o no, ma via via, senza nemmeno rendertene conto, finisci per abituarti e non la senti più. Noi resteremo solo per pochi minuti in un corridoio che da un gruppo numeroso come il nostro va percorso rigorosamente in fila indiana sul lato destro gettando uno sguardo frettoloso dietro le porte delle celle, quindi non avremo il tempo di assuefarci a un simile odore di sepolcro, piuttosto ci porteremo dietro il desiderio di uscire di qui prima possibile. Una di queste celle, l’unica davanti alla quale ci viene concesso di indugiare un po’ di più, che si distingue dalle altre per la presenza di un cartello esplicativo e una ghirlanda di fiori, è quella in cui fu incarcerato e poi ucciso san Massimiliano Kolbe, probabilmente il più famoso eroe di Auschwitz, la cui storia ha sempre suscitato in me una certa impressione. Qui vigeva una regola per cui per ogni prigioniero fuggito (e fortunati quelli che ci riuscivano!) ne dovevano essere uccisi dieci. In occasione di uno di questi tragici “appelli” padre Kolbe si offrì in sostituzione di un condannato che conosceva e sapeva avere moglie e figli, mentre lui, prete, non aveva una famiglia. Gli fu riservato un “trattamento di riguardo”, nel senso che non morì nella camera a gas, ma in questa cella per un’iniezione letale e dopo indescrivibili sofferenze che sopportò pazientemente, per non dare nemmeno un minimo di soddisfazione ai suoi carnefici. Fuori di questo block ci prendiamo una breve pausa sotto gli alberi, il tempo che basta a me e Massimo per raggiungere quasi contemporaneamente un negozietto di souvenir. Buon per lui, perché può chiedermi aiuto per comunicare in inglese con la ragazza alla cassa. Lui compra un documentario in italiano, più per mostrarlo a Sara che per sé, io un pacchetto di cartoline, chiuso in un depliant con una breve storia di Auschwitz. Prima di entrare volevo sceglierle una per una, ma poi ho pensato che in fondo non ne valeva la pena. Adesso non ho nemmeno voglia di controllare cosa c’è dentro. La pausa è finita: la guida ci invita a tornare verso l’uscita, perché stiamo per concludere il giro con il forno crematorio. Intanto ci indica altri block, quelli dove avevano sede le infermerie e i laboratori di ricerca, quelli in cui lavorava un autentico genio del male come il dottor Mengele. Il tempo non ci permette di dedicare a questi molto più di una rapida occhiata. In un piccolo spiazzo, accanto a un tabellone con alcune fotografie, è stata eretta una forca che un cartello ci spiega essere il luogo dell’esecuzione di Rudolf Höss. Qui davanti, perfino a una persona fermamente convinta dell’assurdità della pena di morte come me riescono a venire dei dubbi. Le foto di Hitler e di Höss non possono far dimenticare quelle dei corpi degli internati, le loro vite non basteranno mai a risarcire nessuno di quelle di milioni di persone. E’ significativo che il luogo della sua esecuzione sia proprio qui, perché l’ultima cosa che Höss vide prima che sotto di lui venisse aperta la botola fu proprio l’ingresso alla camera a gas, che sarà il prossimo posto che visiteremo. La guida ci avvisa che non è consigliabile scendere attraverso quel cunicolo buio alle persone che soffrono di claustrofobia o particolarmente sensibili, e ne ha tutte le ragioni del mondo, perché questo posto fa pensare a una specie di tumulo, una vera e propria tomba in cui si andava a morire a 700 per volta. Peggio di un mattatoio, peggio di una tonnara… No, non è possibile! Qualcuno mi spieghi come facevano a entrare qui dentro 700 persone! Nel soffitto si vedono delle aperture rettangolari, quelle da cui veniva il gas, la doccia mortale a cui i poveretti non sapevano di andare incontro. Anzi, loro erano convinti di andare a farsi una doccia, illusi fino all’ultimo di poter recuperare gli ultimi brandelli di umanità che ancora avevano addosso. Non escludo che molti morissero asfissiati anche prima, indipendentemente dal gas. Esisterà mai una maniera peggiore di morire? Perfino i condannati del braccio della morte nelle carceri degli Stati Uniti muoiono uno per volta, magari sotto gli occhi di quelli che chiedono di assistere all’esecuzione, ma almeno viene risparmiato loro lo strazio di non vedersi morire intorno altre persone, che siano conosciute o ignote poco importa. E poi in quel modo, ormai privi del pur minimo barlume di dignità, destinati a quella fine perché non si è trovata la maniera di sfruttarli altrimenti, senza vestiti e senza più nulla che potesse essere segno della loro identità, tranne quel numero tatuato su un braccio. Nella mia memoria si sovrappongono l’immagine del plastico della camera a gas e alcune scene del film “La vita è bella”. Ricordo quella con lo zio di Benigni che si avviava alla camera a gas e soprattutto quella in cui il bimbo andava a comunicare che volevano portarlo a fare la doccia, ma lui era scappato. Ci sono dei casi in cui fa bene disobbedire ai genitori… Il forno crematorio è immediatamente adiacente alla camera a gas, il che non fa che accentuare quella sensazione di organizzazione metodica che certo a chi ha ideato questi campi non mancava. Industriali della morte, che al loro servizio più che becchini avevano impiegati della nettezza urbana, ormai talmente abituati, per forza o per convinzione, al loro lavoro che dopo qualche tempo avranno finito per farci l’abitudine anche loro. Allora viene da domandarsi chi fosse più morto, tra i proprietari di quei corpi e coloro che li portavano via per caricarli sui carrelli e infilarli in quello che altro non erano che inceneritori da rifiuti. In un moto di istintiva (me lo auguro) pietà qualcuno ha pensato di appoggiare dei fiori su questi carrelli. Qualcuno ancora ha la forza di dichiararsi commosso, inorridito, frastornato… Io non sento più niente almeno da quando ho visto nel block tutta quella montagna di valigie. Siamo di nuovo fuori, all’aria aperta, in mezzo all’afa, sulla strada per l’uscita. Nel gruppo non c’è più molta voglia di parlare, né tanto meno di cantare, anche se è un nostro classico “seminare” brani di musica sacra in chiese e cappelle o comunque in luoghi dove ci sia qualcosa da ricordare. Ma questo non è il posto adatto, non ci verrebbe nemmeno un “Va’ pensiero” a cappella. “Arpa d’or dei fatidici vati, perché muta dal salice pendi?”. Ho detto “salice”? Ma sì! I salici qui davanti… forse non è un caso, forse ce l’hanno piantati apposta. Quei versi del “Va’ pensiero”, e anche quelli della poesia di Quasimodo che finisce con “…alle fronde dei salici per voto anche le nostre cetre erano appese e oscillavano lievi al triste vento”, vengono da un salmo della Bibbia che ricordava l’esilio a Babilonia e in cui il segno più evidente di lutto e disperazione del popolo ebraico era il fatto che loro non cantassero e non suonassero più. Anzi, i babilonesi trovavano che il modo migliore per schernire gli ebrei era chiedere loro di cantare e suonare gli inni che destinavano a Jahveh nel tempio di Gerusalemme, ma lontani dalla loro patria, loro non ci riuscivano. Storicamente, pare che la musica fosse un’attività molto diffusa tra gli ebrei, e la musica klezmer che ora va tanto di moda è solo la sua ultima forma. Re Davide suonava la lira, le mura di Gerico crollarono al suono delle trombe dell’esercito… Che io sappia, perfino nei lager si cantava e si suonava, ma solo per costrizione (è noto che parecchi strumentisti fossero impiegati per intrattenere i dirigenti dei lager) o per protesta. Si dice che cantasse padre Kolbe in cella insieme a coloro che sarebbero stati giustiziati con lui, e ricordo un film sulla vita di una donna internata in un lager, che si era salvata proprio perché faceva la cantante. Ma oggi ad Auschwitz gli unici che hanno ancora voce per cantare sono gli uccelli, che non sanno nulla di cosa alcuni uomini sono stati in grado di fare ai danni dei propri simili. Al sentir citare il detto “homo homini lupus”, i lupi si offenderebbero a morte! Restiamo qui ancora qualche minuto, quanto basta a me per procurarmi i francobolli che cercavo e al resto del gruppo per radunarsi e tornare sul pullman. Salgo insieme a Serenella, che era una di quelli che non volevano venire, ma poi si è convinta perché il concerto è passato. Non per questo la visita l’ha lasciata meno scossa, ma ha una domanda per me, o forse per se stessa (che strano: dall’inizio del pomeriggio mi sembra che la gente che mi sta intorno rifletta ad alta voce fingendo di parlare con qualcun altro!): “Ma perché non l’hanno raso al suolo, questo posto?” Ora però una risposta me la sono trovata, ed è una frase di cui non ricordo mai l’autore, e anche adesso che l’ho riletta da poco proprio all’ingresso del museo non so più chi l’ha scritta: “Chi dimentica il suo passato è condannato a riviverlo”. Rivivere un’altra Auschwitz? No, grazie! E che fra cento anni altri turisti possano ancora venire qui e portarsi dietro cartoline come quelle che sto sfogliando insieme a Roberta sul pullman che si lascia dietro i block e il filo spinato, se questo può servire a riavvicinare il ricordo di quanto un tempo accadde qui e allontanare il rischio che si ripetano certi orrori!

 

LAURA

 

Dopo tanto parlare non potevamo evitare di approfondire la storia del Dottor Mengele, il medico del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Lui era quello che, all’arrivo dei treni dei deportati, selezionava i prigionieri. Le donne, gli uomini, i bambini, i vecchi, sfilavano ad uno ad uno davanti alla commissione selezionatrice. A un suo segnale essi si allineavano in due gruppi. La colonna di sinistra comprendeva soprattutto vecchi, storpi, le persone gracili, le donne con i loro figli di età inferiore ai dodici anni… I malati che non potevano camminare, i vecchi e gli alienati venivano caricati su vetture della Croce Rossa. Poco tempo dopo essi varcavano la porta di un crematorio. Il Dottor Mengele li aveva condannati a morte. Un prigioniero scrisse una poesie su Mengele. Diceva:

 

Come un diavolo onnipotente

Io sorgo dalla profondità della notte…

Sono un medico sapiente

Capace di aumentare all’infinito il numero dei Morti.

 

Tra tutti colore che operavano ad Auschwitz egli era colui che portò più gente alla camera a gas.

Facciamo ora, come abbiamo fatto di Hoess, un breve resoconto della sua vita.

 

CHI ERA IL DOTTOR MENGELE?

 

Nacque il 16 maggio 1911 a Gunzbrg, una città sulle rive del Danubio. Per la città era un avvenimento, i festeggiamenti sarebbero stati grandi e numerosi. Il padre era orgoglioso perché ora la sua potenza non sarebbe decaduta, avrebbe potuto avere l’appoggio del figlio e la certezza che avrebbe continuato la sua opera. Dieci anni prima, egli aveva aperto una fabbrica di utensili agricoli, “Mengele & figli”. I figli erano venuti in seguito e il nuovo nato, Joseph, era il secondo. Herr Mengele aveva ben amministrato la fabbrica, aveva costruito da sé la propria ricchezza ed ora giustamente si compiaceva della considerazione e del rispetto che nutrivano per lui i concittadini. I suoi affari dominavano la vita economica della regione; la maggior parte degli abitanti della città erano suoi impiegati o dipendevano strettamente da lui. La nascita di Joseph Mengele assomigliava a quella di un giovane principe in una famiglia regnante. La sua infanzia trascorse felice in un’atmosfera sicura e confortevole. Solo una cosa pesava: era molto solo. Tute le sue amicizie erano accuratamente selezionate dal padre ed erano comunque sempre molto freddi nei suoi confronti. Comunque questo ebbe un minimo peso nella sua vita, egli continuò a studiare e ad avere quella buonissima educazione obbligatoria per un figlio di buona famiglia. Nel gennaio del 193, all’età di 19 anni, egli se ne andò di casa, per Monaco. Mengele aveva deciso di studiare filosofia. Preparò con entusiasmo una tesi su “La Critica della ragion pura”, il capolavoro del pensiero razionalista tedesco. Ma il caos e la “rivoluzione” che regnava nella politica di allora, lo presero nel profondo e lo portarono a militare nelle file della destra nazionalista. Dal 1931 entrò a far parte degli Elmi d’acciaio. Una sera, i suoi amici nazionalsocialisti lo trascinarono a una riunione. Qui un ometto prese la parola e la sua presenza suscitava un grande fervore. Fu conquistato da quest’uomo, che altri non era che Adolf Hitler. Nell’ottobre del 1933 Mengele si iscrisse alle SA. Da allora cominciò a leggere le opere di Rosenberg, l’ideologo del nazionalsocialismo. E si convinse e si esaltò della superiorità della razza ariana. Il nazismo era la chiave del successo, ne era convinto. Si laureò in filosofia e lasciò Monaco, per andare a Francoforte a studiare medicina. Il medico, infatti, sarebbe stato uno degli strumenti preferiti del regime nazista. Nel 1938, a 27 anni, ottenne il diploma di dottore. Mengele si arruolò nelle SS, la legione del Fuhrer. Poco tempo dopo ricevette un incarico all’istituto di Biologia ereditaria e di Igiene razziale di Francoforte. Doveva dimostrare scientificamente che “la razza è eredità e solo eredità”. Doveva eliminare l’influenza di ogni cosa esterna, le qualità e i difetti di una ragazza dovevano essere scritti nel patrimonio genetico. Se ci fosse riuscito, il razzismo della dottrina nazista avrebbe potuto fondarsi su una base scientifica. Solo a questo prezzo, pensavano i nazisti, tutte le misure razziali discriminatorie avrebbero potuto essere giustificate agli occhi dei posteri: esse avrebbero rappresentato solo la naturale protezione di un popolo superiore contro le aggressioni biologiche delle razze degenerate. Mengele si impegnò a fondo su questa via, convinto che vi avrebbe trovato la fortuna e la gloria. La sua ambizione segreta era quella di ottenere una cattedra universitaria. Scoppiò però la guerra e dovette abbandonare le ricerche e riuscì a farsi trasferire nell’amministrazione dei campi di concentramento. Nel maggio del 1943 arrivò ad Auschwitz. Aveva 32 anni. Qualche mese dopo divenne medico capo di Auschwitz-Birkenau. Mengele aveva ormai diritto di vita e di morte su centinaia di migliaia di uomini, donne, di bambini di tutte le origini. AL suo primo incontro con Hoess, egli si sentì dire che nel campo per i malati non c’era posto, che la gente doveva o lavorare o morire. L’ospedale doveva essere il luogo in cui si recuperavano le forze di lavoro ancora utilizzabili. Se la cura si fosse annunciata troppo lunga e troppo difficile, sarebbe stato inutile insistere. Il Reich aveva altre preoccupazioni che salvare ebrei o nemici dello Stato. Li si teneva in vita solo perché producessero. E poi le medicine servivano per i soldati tedeschi. A Mengele toccava designare i detenuti abili al lavoro e quelli che era inutile mantenere in vita. Mengele aveva subito giudicato Hoess mediocre, lo avrebbe assecondato solo per riuscire ad avere un suo appoggio per la sua ascesa. E ben presto divenne anche medico capo del campo di Birkenau. In quel periodo notò che il sovraffollamento, la fame, il freddo, le torture, avevano fatto sviluppare delle malattie estremamente “curiose”. Una di queste era il Noma, una specie di tumore del viso che assomigliava alla lebbra e che lo affascinava. Comunque, nonostante il suo enorme interesse, egli non aveva il compito di curarli. Tutto ciò che doveva fare era selezionare chi doveva andare a morire. A volte dava semplicemente il numero dei morti a dei suoi “dipendenti”, i quali radunavano queste persone nel piazzale e li caricavano sul “treno della morte”. A volte, quando il numero dei malati non era sufficiente, venivano presi anche degli uomini che, a causa della stanchezza, erano stati messi “a riposo” per qualche tempo. Quello che era importante era rispettare le “statistiche di morte”. Mengele si riteneva investito di un potere quasi divino sulla folla brulicante, tremebonda ed affamata dei prigionieri. Presto, nell’esercizio delle sue funzioni, prese l’abitudine di lasciare che l’umore del momento dettasse le sue decisioni. La sua perversità si può notare terribilmente in questa cronaca. In pratica, le donne scoprirono che le donne incinte avrebbero goduto di un trattamento a favore. Esse dovevano presentarsi dal primario che le avrebbe trasferite in un campo meno duro, dove non sarebbero state obbligate a lavorare. In realtà esse sarebbero state mandate alla camera a gas. Ed ecco il comportamento di Mengele. Prima di morire, le future madri venivano sottoposte ad un interrogatorio molto approfondito da parte di Mengele che, chiaramente, provava un particolare piacere nell’interrogare le sue vittime. Indugiò specialmente nei confronti di una giovane, internata da poco, e sorrise di soddisfazione quando questa confessò di non vedere il marito, soldato, da quindici mesi. La sollecitò poi a raccontare tutti i particolari della relazione adulterina e, quando la poveretta, terrorizzata, cominciò a parlare balbettando, Mengele, impaziente, la schiaffeggiò, comandandole di esprimersi a voce alta ed in maniera intellegibile. Quando la donna terminò il racconto, egli le fece notare che stava per pagare ben caro il suo piccolo tradimento: “Che volete farci, è la vita, vero?” le disse spingendola fuori dalla stanza. Si mise poi alla calcagna di una ragazzina di quindici anni che gli confessò di essere rimasta incinta dopo il suo arrivo nel campo. Mengele era al colmo del divertimento: ma come, quei cani riuscivano a trovare la voglia di abbqndonarsi ad avventure boccaccesche? Volle sapere tutti i particolari piccanti della storia: come aveva perduto la verginità, quando, con chi, in che luogo… Che racconto appassionante! Docilmente, la ragazza rispose senza esitazioni a tutte le sue domande, convinta che alla fine il medico l’avrebbe risparmiata. Aveva raccontato con precisione anche i particolari più scabrosi, arrossendo leggermente, ma all’improvviso Mengele, con un gesto, la mandò alla morte. Le prigioniere compresero di essere cadute in una trappola e da quel momento nessuna fece più cenno al proprio stato, cercando di cavarsela da sole.. Qualche tempo dopo, arrivarono da Berlino nuove direttive: le detenute avrebbero potuto partorire. Il susseguirsi di ordini contraddittori era un fenomeno estremamente frequente presso i nazisti che lo consideravano un ottimo metodo per mantenere i prigionieri nell’incertezza e nella paura. Così, un bel mattino, avrebbero potuto nuovamente decidere di mandare a morte le future madri. Il dottor Mengele aveva persino istituito una specie di lotteria sulla vita e sulla morte: se il neonato nasceva morto, la madre aveva salva la vita, se il neonato nasceva vivo, madre e figlio dovevano morire. Le visite di Mengele erano inaspettate. Egli poteva arrivare in ogni momento. E, quando faceva spogliare le vittime e indicava destra e sinistra, fischiettando, guardava negli occhi le sciagurate che dovevano morire, quelle della destra, per godere del loro terrore.            

Alice

 

Questi due capitoli sono tratti da “Danubio” di Claudio Magris (edizione GARZANTI). L’intero libro è una lettura che consigliamo, anche se in più punti ci sono tali e tanti riferimenti di ogni genere (letteratura, filosofia) che diventa un tantino pesante, ma in generale è scritto molto bene. Buona lettura, almeno di questi due capitoli. Grazie a Laura per avermeli spediti.

 

A Gunzburg, in questa cittadina detta la piccola Vienna durante il periodo asburgico, la cittadinanza rese omaggio, il 28 aprile 1770, a Maria Antonietta che si recava, col suo corteo nuziale di 370 cavalli e 57 carrozze, al matrimonio con Luigi XVI e, più oltre, al suo appuntamento con la ghigliottina. Ma non è a Maria Antonietta che fanno pensare queste case amabili, queste vie accoglienti e ordinate, l’insegna dell’Hotel “Goldene Traube” col suo grappolo dorato. Qui è nato Josef Mengele, il medico aguzzino di Auschwitz, forse il più atroce assassino dei Lager; qui è rimasto nascosto fino al 1949, in un convento, e qui è tornato furtivamente del 1951 per il funerale del padre. Ad Auschwitz Mengele, sempre sereno e sorridente, gettava bambini nel fuoco, strappava lattanti dalle braccia delle madri e li sfracellava al suolo, estraeva feti dal ventre materno, faceva esperimenti su coppie di gemelli – con particolare passione su gemelli zingari – strappava occhi, che teneva infilzati alla parete della sua stanza e mandava al professor Otran von Verschuer (direttore dell’Istituto di antropologia a Berlino e professore dell’Università di Munster anche dopo il 1953), iniettava virus, bruciava genitali. Forse è ancora vivo, e da quarant’anni è sfuggito alla caccia. Certo, anche un uomo che uccide per divertimento un altro costringendo il figlio di quest’ultimo ad assistere alla scena, può amare il proprio padre. L’infamia attira la complicità: Mengele è stato scarcerato dagli americani, forse aiutato dagli inglesi a fuggire, nascosto dai frati, protetto dal dittatore del Paraguay. Certamente il nazismo non è la sola barbarie esistita al mondo, e condannare oggi la violenza nazista, che non è più minacciosa, serve a molti per far tacere altre violenze, compiute su altre vittime di razza e colore, e mettersi in pace con la coscienza grazie a questa professione di fede antifascista. Ma è anche vero che il nazismo è stato un apogeo, un vertice insuperato dell’infamia, il nesso più stretto che sia mai esistito fra un ordine sociale e l’efferatezza. E’ fuorviante ricorrere a spiegazioni patologiche, per il sadico medico sorridente, come se fosse un malato colto da irrefrenabile raptus. A Gunzburg, nel convento in cui era nascosto, non strappava occhi né squarciava visceri, e non credo soffrisse di crisi d’astinenza; si sarà comportato bene, un signore tranquillo e discreto che magari bagnava i fiori e ascoltava rispettosamente la funzione vespertina. Non uccideva, perché non poteva farlo, perché le circostanze glielo impedivano, e si rassegnava senza smanie a questa rinuncia, ai limiti che la realtà poneva alle sue aspirazioni, così come uno si mette il cuore in pace se non può diventare miliardario o andare a letto con le dive di Hollywood. Timor Domini, initium sapientiae; se manca una legge, un timore, un argine che impedisca di fare ciò che ad Auschwitz si poteva fare impunemente, non solo il dottor mengele, ma forse ognuno può diventare Mengele. I delitti di Mengele sono una pagina fra le più orribili dei campi di sterminio. Come ogni passione delittuosa, anche la sua voluttà di torturare rivela un’enorme banalità, vacua come il suo stupido sorriso durante l’esecuzione del crimine. Un medico ebreo, che era costretto ad assecondarlo nei suoi esperimenti, gli chiese una volta fino a quando sarebbe ancora durata quell’opera di sterminio. Sorridente, con dolcezza, Mengele gli rispose: “per sempre, amico mio, per sempre”. Quella frase ebete ed estatica contiene tutta l’ottusità del male: è la ripetizione meccanica e affascinata di una specie di formula rituale, oscillante fra il Refrain di una canzonetta psichedelica e una litania religiosa; è il balbettio di una povera mente drogata dalla crudeltà. Mengele, in quel momento, è incantato dalla trasgressione, la esercita come una specie di culto, pensa che essa illumini la vita quotidiana di una luce superiore. Gli atti che compie sono, oltre che atroci, di un’estrema stupidaggine, sono atti che ciascuno potrebbe compiere e che egli, nella sua ignoranza abbagliata dal Kitsch, pensa invece siano azioni riservate a pochi eletti. La retorica della trasgressione presenta il crimine come se questo contenesse in sé, forse per l’infelicità che si suppone lo accompagni, il proprio riscatto, senza necessità di altra catarsi. La violenza appare identica alla redenzione e sembra instaurare una specie di innocenza fra le pulsioni. La mistica della trasgressione, parola avvolta da un’enfasi edificante, s’illude di esaltare il male per il male, in dispregio di ogni morale; il technicolor suggestivo e tenebroso del Male è più seducente del sobrio bianco e nero del bene e un’opera che celebra qualsiasi infrazione è ossequiata con deferenza, quasi bastasse sparare a un amico, come Verlaine a Rimbaud, per scrivere le poesie di Verlaine. Il fascino della trasgressione ha origini antiche; la tradizione ebraica parla del Messia che giungerà quando il male sarà arrivato al culmine e secondo alcune sette estremiste accelerare il trionfo del male, cooperando ad esso, significa affrettare la sua fine e l’avvento della redenzione. Dinanzi all’oscura violenza latente nel fondo nascosto della propria persona, ognuno vorrebbe convincersi, come gli antichi gnostici, che le sue azioni, anche se impastate di fango e di crudeltà, non possono macchiare l’oro nascosto della sua anima e chiede allora l’autorizzazione o meglio l’ingiunzione di dar sfogo a quella violenza, nell’illusione che essa sia o conferisca innocenza. Finché la trasgressione si rivolge a codici sessuali, le cose sono facili, perché le infrazioni di tabù erotici, se compiute per la libera scelta da persone capaci di decidere e non accompagnate da sofferenze inflitte da altri, non sono il Male e lo zelo degli apostoli dell’orgia è solo ridicolmente innocuo. Le cose sono un po’ diverse quando Mengele strappa i genitali a chi no è consenziente a questo gioco; quando il nostro desiderio, come ogni desiderio giustamente rilutta da parte sua a venire represso, può venire soddisfatto a prezzo del dolore altrui. Il delitto di Raskolnikov e quello di M., l’assassino di bambine del famoso film di Fritz Lang, non nascono da capricci, bensì da reali e straziate passioni, che vanno rispettate nelle loro sofferenze, ma non perciò giustificate nelle sofferenze che infliggono ad altri. L’arte predilige questi esempi estremi ed abnormi, ma anche la nostra piccola esistenza quotidiana è intessuta di dissidi fra il nostro piacere e il diritto degli altri e viceversa. Il misticismo trasgressivo vuole amare non già il peccatore bensì il peccato e, credendo che l’unica cosa proibita sia il sesso, riverisce ogni impulso considerandolo impulso sessuale e ritenendo che ciò autorizzi o imponga la sua soddisfazione. E’ probabile che la sessualità di Mengele avesse a che vedere con le sue predilizioni e che la sua vita sessuale, ad Auschwitz, fosse soddisfatta, ma è opinabile che ciò giustifichi le sue azioni, inducendo a vedere in lui un uomo disinibito che, senza remore moralistiche, ha vissuto, come si suol dire, la sua vita. L’arte suggestionata della trasgressione redentrice sa esaltare in realtà soltanto colpevoli di terz’ordine, la manovalanza del male: i delinquenti-redentori che quest’arte – ad esempio la narrativa di Genet – propone a modello sono ladri, stupratori, assassini, crudeli e infelici criminali al minuto. Non si osa scorgere il Messia peccatore nel capo di stato che ordina di sganciare l’atomica o di radere al suolo una città, nel governatore corrotto che s’appropria del denaro destinato agli ospedali, nel fabbricante di materiale bellico che spinge un paese alla guerra per aumentare i suoi profitti o nel capufficio che umilia un proprio subalterno. E’ giusto aver più comprensione per il tagliagola di strada che per lo sterminatore a tavolino, se si pensa che abbia maggiori attenuanti d’infelicità o di bisogno, ma chi ragiona così si richiama a dei valori; è un uomo onesto che guarda al bene, anche se, per civetteria, non vuol ammetterlo. Se invece il redentore è colui che compie più a fondo il male, allora il leader che fa sganciare l’atomica, il profittatore di guerra, il capomafia che impedisce gli scioperi e il governante disonesto sono dei Messia più autentici di Jack lo Squartatore. L’artista ingenuo che celebra quest’ultimo è affascinato dalla sua perversione erotica, dall’eccitazione sessuale che egli suppone nel suo gesto, ma forse anche chi preme il bottone dell’atomica e chi defrauda gli altri del loro sostentamento prova, nella sua soddisfazione, chissà quale perverso orgasmo, che dovrebbe nobilitarlo agli occhi di chi ritiene che l’eccitazione sessuale nobiliti ogni agire. La dolcezza mielosa di Mengele, del suo sorriso e delle sue parole, con le quali egli spera di assomigliare all’Angelo della Morte, sono l’autentica, imbecille espressione di ogni fascinazione del male, di ogni mezza cultura che attende dalla paccottiglia delle tenebre una compensazione alla propria pochezza. Il gesto proibito, spesso piatto come gettare immondizie dal finestrino, non è meno ottuso quando tormenta o tortura. La Medusa, diceva Joseph Roth a proposito del nazismo, è banale. Le vittime di Mengele sono figure di tragedia, Mengele è una figura da polpettone. 

 

MAUTHAUSEN

In questo Lager, non dei peggiori, sono morte più di centodiecimila persone. L’immagine più terribile, forse più ancora della camera a gas, è la grande piazza in cui i prigionieri venivano raccolti e inquadrati per l’appello. La piazza è vuota, assolata e afosa. Niente più di questo vuoto rende l’irrappresentabilità di ciò che si è svolto fra queste pietre. Come il volto della divinità per le religioni che vietano di disegnarne l’immagine, lo sterminio e l’abiezione assoluta non mi lasciano ritrarre, non si presentano all’arte e alla fantasia, a differenza delle belle forme degli dei greci. La letteratura e la poesia non sono mai riuscite a rappresentare adeguatamente quest’orrore; anche le pagine più alte sbiadiscono dinanzi al nudo documento di questa realtà, che sovrasta ogni immaginazione. Nessuno scrittore, neanche grandissimo, può gareggiare a tavolino con la testimonianza, con la trascrizione fedele e materiale dei fatti accaduti fra le baracche fedele e materiale dei fatti accaduti fra le baracche e le camere a gas. Soltanto chi è stato a Mauthausen o ad Auschwitz può cercare di dire quell’orrore radicale; Thomas Mann o Brecht sono grandi scrittori, ma se avessero cercato di inventare una storia di Auschwitz le loro pagine sarebbero state edificate letteratura d’appendice rispetto a “Se questo è un uomo”. Forse le testimonianze più adeguate a quella realtà non le hanno scritte neppure le vittime, bensì i carnefici, Eichmann o Rudolf Hoss, il comandante di Auschwitz, - probabilmente perché, per dire cos’era veramente quell’inferno, lo si può soltanto citare alla lettera, senza commenti o senza umanità. Un uomo che lo racconti con ira o con pietà lo abbellisce senza volerlo, trasmette alla pagina una carica spirituale che attenua, nel lettore, lo schock di quella mostruosità. Forse per questo  è quasi imbarazzante incontrare per caso, a un inoffensivo e amabile pranzo, un sopravvissuto dei Lager, scoprire sul braccio del nostro gentile o antipatico vicino di tavola il numero di matricola del campo; C’è sempre un divario paralizzante fra la sua inimmaginabile esperienza e l’insufficienza dei gesti o delle parole con le quali egli vi accenna, facendola apparire quasi una routine. Il più grande libro sui Lager lo ha scritto, nelle settimane fra la condanna a morte e l’impiccagione, Rudolf Hoss. La sua autobriografia, “Comandante ad Auschwitz”, è il racconto oggettivo, imparziale e fedele di atrocità che sconvolgono ogni metro umano, rendendo intollerabili la vita e la realtà, e che dovrebbero sconvolgere e quindi impedire anche la loro rappresentazione, la stessa possibilità di raccontarle. Nella pagina di Hoss lo sterminio sembra narrato dal Dio di Spinoza, dalla natura indifferente al dolore, alla tragedia e all’infamia; la penna registra imperturbabile ciò che accade, l’ignominia e la viltà, gli episodi di bassezza e d’eroismo fra le vittime, le dimensioni immani del massacro, la grottesca solidarietà automatica che si crea per un attimo, sotto le bombe, fra carnefici e perseguitati. Hoss non è il solito burocrate, pronto a seconda degli ordini a salvare o ad assassinare con eguale efficienza; non è un torturatore come Mengele, no è neppure Eichmann, che racconta e rielabora la propria vicenda perché interrogato dagli israeliani, tentando di non pagare il fio dei suoi delitti. Hoss scrive dopo la condanna a morte, senza che nessuno glielo chieda; la molla che lo spinge a scrivere è oscura, non si lascia spiegare dal desiderio di nobilitare la propria figura, perché l’autoritratto che ne risulta è certo quello di un criminale e il libro sembra obbedire a un’imperiosa esigenza di verità, a un bisogno di ribadire la propria vita, dopo averla vissuta, di protocollarla con precisione, di passarla impersonalmente agli atti. Per questo il libro è un monumento, la registrazione della barbarie, preziosa contro i reiterati e abietti tentativi di negarla o almeno di smussarla, sfumarla. Il comandante di Auschwitz, assassino di centinaia e centinaia di migliaia di innocenti, non è più abnorme del professore Faurisson, che ha negato la realtà di Auschwitz. Scendo la Scala della Morte, che conduceva alla cava di pietra di Mauthausen. Su questi 186 alti gradini gli schiavi portavano macigni, cadevano per la fatica o perché le SS li facevano inciampare e rotolare sotto i sassi, venivano abbattuti a bastonate o a fucilate. I gradini sono blocchi ineguali e impervi, il sole scotta; il massacro è ancora vicino, vengono in mente divinità arcaiche avide di sacrifici umani, le piramidi di Teotihuacan e di idoli aztechi, anche se dei più moderni e civili non hanno impedito ai torturatori di torturare. Il libro di Hoss è terribile – terribilmente istruttivo – perché la sua epica concatenazione di fatti mostra come nella meccanica ruota delle cose si possa giungere, un passo dopo l’altro, a diventare non solo vigili urbani o cuochi dell’esercito del Terzo Reich, comparse dell’orrore, ma anche primattori e registi dello sterminio, comandanti ad Auschwitz. Gli scalini sono alti, sono stanco e sudato anche se non porto macigni e non ho le SS ai fianchi. Adorno ha detto che dopo i campi di sterminio è impossibile scrivere poesia. Quella sentenza è falsa – e infatti è stata smentita dalla poesia, per esempio da Saba, che sapeva cosa significasse scrivere “dopo Maidanek”, altro terribile Lager, ma che ha scritto “dopo Maidaken”; è falsa anche perché non c’è stato soltanto il nazionalsocialismo, e pure dopo i Conquistadores, la tratta dei negri, i gulag o Hiroshima la rima fiore-amore era – è – altrettanto problematica. La sentenza è tuttavia paradossalmente vera, perché il Lager è un esempio estremo di annullamento dell’individuo – di quell’individualità senza la quale non c’è poesia. Su questa scala di Mauthausen si sente, fisicamente, la superfluità dell’individuo, il suo annichilimento, la sua sparizione; come se egli fosse un dinosauro o un okapi, un animale estinto o in via di estinzione. Non solo la svastica, ma la storia universale, i processi generali cospirano a questo esautoramento. Il protocollo dell’interrogatorio di Eichmann è un documento estremo di una parcellizzazione dell’esistenza, della persona e del suo agire, che abolisce responsabilità e creatività. Eichmann non uccide, provvede al convoglio e al trasporto di colore che devono essere uccisi; la responsabilità sembra non coinvolgere nessuno  - perché ognuno, anche ad altissimo grado, è solo anello di una catena di trasmissione di ordini – o tutti, ad esempio pure le organizzazioni ebraiche, che i nazisti costringono a collaborare e a scegliere gli ebrei da deportare. Su questi scalini, il singolo si sente uno dei grandi numeri macinati dallo Spirito del Mondo che evidentemente da segni di squilibrio mentale, uno di quei numero di matricola che l’ufficio competente del Lager incideva sul braccio dei detenuti. Ma su questi gradini l’individuo ha saputo anche rendersi unico e incancellabile, più grande di Ettore sotto le mura di Troia. Quella giovane donna che, sulla soglia della camera a gas di Auschwitz, si volta verso Hoss, e gli dice, sprezzante – com’egli racconta – che non ha voluto farsi selezionare, come avrebbe potuto, per seguire i bambini che le erano affidati, e poi entra sicura con loro nella morte, è la prova dell’incredibile resistenza che l’individuo può opporre a ciò che minaccia di annientare la sua dignità, il suo significato. Nei vari Lager e anche su questa scala di Mauthausen sono avvenute tante di queste gesta, di queste Termopili che fermano la marea dell’abiezione. Mentre sono ancora sulla scala, ho davanti agli occhi una fotografia, fra le tante viste poco prima nel Lager. E’ la fotografia di un uomo senza nome, probabilmente dall’aspetto, un balcanico, un europeo sudorientale. Il viso è sfigurato dalle percosse, gli occhi sono due grumi gonfi e sanguinosi, l’espressione è paziente, di umile e solida resistenza. Indossa una giacca rattoppata, sui calzoni si vedono delle pezze ricucite con cura, con amore del decoro e della pulizia. Quel rispetto di sé e della propria dignità, conservato nel cuore dell’inferno e rivolto anche ai propri pantaloni sbrindellati, fa apparire le uniformi delle SS, o delle autorità naziste in visita al Lager, in tutta la loro miserabile straccioneria da carnevale, costumi presi a nolo al monte dei pegni, con la convinzione che un bagno di sangue li potesse far durare per un millennio. Sono durati dodici anni, meno della mia vecchia giacca a vento che porto di soliti in gita.

Laura

 

 

CANZONE DEL BAMBINO NEL VENTO (AUSCHWITZ)

FRANCESCO GUCCINI

 

 

 

Son morto con altri cento son morto che ero bambino

Passato per il camino e adesso sono nel vento

E adesso sono nel vento

Ad Auscwitz c’era la neve il fumo saliva lento

Nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento

E adesso sono nel vento

Ad Auschwitz tante persone ma un solo grande silenzio

E’ strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento

A sorridere qui nel vento

Io chiedo come può l’uomo uccidere un suo fratello

Eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento

In polvere qui nel vento

Ma ancora tuona il cannone e ancora non è contenta

Di sangue la bestia umana e ancora di porta il vento

E ancora ci porta il vento

Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare

A vivere senza ammazzare e il vento si poserà

E il vento si poserà

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL TEATRINO DEI BURATTINI

 

 

Venti giorni fa’, il centro sinistra ha perso (di brutto) le elezioni regionali, proprio a causa di questa bruciante sconfitta, il governo D’Alema è  caduto, il premier ha dato le dimissioni al capo dello stato che ha iniziato il solito giro di consultazioni per capire se c’era una maggioranza capace di governare.

Fin qui tutto perfettamente nella norma, l’assurdo, è successo quando Ciampi, piuttosto che sciogliere le camere ed indire libere e democratiche elezioni, ha preferito creare dal nulla il Governo Amato, sorretto da una maggioranza che non è più rappresentativa dell’elettorato popolare.

USA e Inghilterra, che sono politicamente molto più avanti di noi, hanno da anni due soli blocchi contrapposti, rispettivamente (Democratici e Repubblicani) e (Laburisti e Conservatori); noi no, ci distinguiamo da questi stati, grazie all’enorme numero di partitini politici che valgono meno di zero, ai continui ribaltoni e controribaltoni ormai all’ordine del giorno in ogni giunta governativa, sia essa a livello nazionale, regionale, provinciale o comunale; per non parlare della continua fuoriuscita di deputati e senatori da un partito all’altro, ormai il gruppo misto è un vero è proprio partito, che però non rappresenta nessuno tranne che se stesso!!!

Il 21 maggio si andrà a votare per alcuni referendum, uno di questi serve per cambiare la legge elettorale, l’attuale legge dà l’80% delle preferenze con il sistema maggioritario e il restante 20% con il sistema proporzionale.

I vari esponenti politici stanno proponendo diversi modelli elettorali, chi propone l’uninominale secco alla francese, chi il doppio turno alla tedesca.

La verità è che comunque vada il referendum non si metteranno mai d’accordo, rimarrà tutto così.

Avete mai visto “Il Gattopardo”? Nel film uno dei protagonisti pronuncia questa frase: “Che tutto cambi, perché tutto resti com’è”, è il motto di Andreotti, sarà un caso ?

 

 

 

 

Nongio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che cosa succede se hai due mucche
Un istruttivo confronto tra forme di governo

 

 

 

SITUAZIONE

 

Sei da sempre un allevatore di bestiame, e hai due mucche nella tua stalla. Quello che succede poi dipende fortemente dalla forma di governo dello stato in cui vivi:



 

Feudalesimo

 

Hai due mucche. Il tuo signore si prende parte del latte.

 

Socialismo puro

 

Hai due mucche. Il governo le prende e le mette in una stalla insieme alle mucche di tutti gli altri. Tu devi prenderti cura di tutte le mucche, insieme con tutti gli altri.

Il governo ti dà esattamente il latte di cui hai bisogno.

 

Socialismo burocratico

 

Hai due mucche. Il governo le prende e le mette in una stalla insieme alle mucche di tutti gli altri. A prendersi cura di loro è un gruppo di ex allevatori di polli.
Tu devi prenderti cura delle galline prese agli ex allevatori di polli. Il governo ti dà esattamente il latte e le uova di cui i regolamenti stabiliscono che hai bisogno.

 

Fascismo

 

Hai due mucche. Il governo le prende entrambe, ti assume perché te ne prenda cura e ti vende il latte.

 

Comunismo puro

 

Hai due mucche. I tuoi vicini ti aiutano a prendertene cura e tutti insieme vi dividete il latte.

 

Comunismo russo

 

Hai due mucche. Tu devi prendertene cura, ma il governo si prende tutto il latte.

 

Dittatura

 

Hai due mucche. Il governo le prende entrambe e ti spara.

 

Democrazia di Singapore

 

Hai due mucche. Il governo ti multa per il possesso non autorizzato di due animali da stalla in un appartamento.

 

Regime militare

 

Hai due mucche. Il governo le prende entrambe e ti arruola nell'esercito.

 

Democrazia pura

 

Hai due mucche. I tuoi vicini decidono chi si prende il latte.

 

Democrazia rappresentativa

 

Hai due mucche. I tuoi vicini nominano qualcuno perchè decida chi si prende il latte.

 

Democrazia americana

 

Il governo promette di darti due mucche se lo voti. Dopo le elezioni, il presidente è messo sotto impeachment per aver speculato sui "futures" bovini. La stampa ribattezza lo scandalo "Cowgate".

 

Democrazia inglese

 

Hai due mucche. Le nutri con cervello di pecora e loro impazziscono. Il governo non fa nulla.

 

Burocrazia

 

Hai due mucche. All'inizio il governo stabilisce come le devi nutrire e quando le puoi mungere. Poi ti paga per non mungerle. In seguito le prende entrambe, ne uccide una, munge l'altra e ne butta via il latte. Alla fine ti costringe a riempire alcuni moduli per denunciare le mucche mancanti.

 

Anarchia

 

Hai due mucche. O le vendi a un prezzo equo, oppure i tuoi vicini provano a ucciderti per prendersi le mucche.

 

Capitalismo

 

Hai due mucche. Ne vendi una e ti compri un toro.

 

Capitalismo di Hong Kong

 

Hai due mucche. Ne vendi tre alla tua società per azioni, usando le lettere di credito aperte da tuo cognato presso la banca. Poi avvii uno scambio debito azioni con un'offerta pubblica, e riesci a riprenderti tutte e quattro le mucche con uno sgravio fiscale per il mantenimento di cinque mucche. I diritti sul latte di sei mucche sono trasferiti tramite un intermediario panamense a una compagnia delle Isole Cayman di proprietà dell'azionista di maggioranza, che rivende alla tua Spa. i diritti sul latte di tutte e sette le mucche. Il bilancio annuale afferma che la società è proprietaria di otto mucche, con un'opzione sull'acquisto di un'altra. Nel frattempo tu uccidi le due mucche perché il latte è cattivo.

 

Ambientalismo

 

Hai due mucche. Il governo ti vieta sia di mungerle che di ucciderle.

 

Femminismo

 

Hai due mucche. Loro si sposano e adottano un vitellino.

 

Totalitarismo

 

Hai due mucche. Il governo le prende e nega che siano mai esistite. Il latte è messo fuori legge.

 

Political correctness

 

Sei in rapporto (il concetto di "proprietà" è simbolo di un passato fallocentrico, guerrafondaio e intollerante) con due bovini di diversa età (ma altrettanto preziosi per la società) e di genere non specificato.

Controcultura

 

Ehi, capo... tipo che ci stanno due mucche... Oh! Devi proprio farti un tiro di 'sto latte!