NUMERO DUE- 29 GIUGNO 2000
ALBATROS
PAGINA 2- INTRODUZIONE
PAGINA 3-
FUGA DA ALCATRAZ
PAGINA 4-
DIARIO DI AUSCHWITZ
PAGINA 10- MENGELE
PAGINA 12- DANUBIO –
MAUTHAUSEN E MENGELE
PAGINA 15- CANZONE DEL
BAMBINO NEL VENTO
PAGINA 16–NONGIO
PAGINA 17- COSA SUCCEDE SE HAI DUE MUCCHE
PAGINA 19- LA PAROLA CILE
PAGINA 28 – L’IMPERO DI BILL
GATES?
PAGINA 29 – POESIE
PAGINA 32 – I DIRITTI NEGATI
PAGINA 33 – RECENSIONI
PAGINA 37 – IL PUNK NON E’
MORTO
PAGINA 39 – RICORDATI DI
RICORDARE
Con un lieve ritardo, ma comunque ecco ci di nuovo
qui, per presentare un nuovo numero di questo nostro giornale che sta
coinvolgendo davvero tanti. Oramai di mio e di Claudio c’è ben poco, continua
ad arrivarci materiale e ne abbiamo già talmente tanto che anche il numero tre
è bello che finito. Abbiamo deciso di accantonare il Cile per metterlo appunto
a settembre e mettere così anche il pezzo che avevo previsto su Victor Jara. In
questo numero mancano un sacco di cose (il mito musica, per esempio, oppure il
pezzo dedicato al personaggio che ha cambiato il mondo) ma ci sono cose nuove e
soprattutto finalmente si sente la vostra voce, forte e chiara, vedo che il
progetto vi sta appassionando e spero che la cosa continui per molto e molto
tempo ancora!! Vi giuro che a volte mi viene voglia di non scrivere più,
semplicemente perché il tempo non è quasi mai abbastanza, anzi, e poi ti metti
a pensare “ma chi me lo fa fare, in fondo”? Poi però riceviamo lettere di
consenso, persone che ci dicono che siamo dei grandi… e anche se non credo che
tutto questo sia meritato.. bhe, grazie e andiamo avanti. Pensate siamo al
numero due, ossia tre numeri pieni zeppi di nostre parole e idee, senza
pubblicità di sorta o condizionamenti. Solo noi, con le nostre cazzate, la nostra
voglia di scrivere di quello che ci fa indignare e ci piace. E poi, oltre ai
tre numeri e ai lettori affezionati (e ci sono… Elisa è la prima!), abbiamo un
sito internet (basta andare poi su www.lunanet.net
e cliccare su Albatros) e vari progetti da portare avanti. E poi a fine luglio
il primo raduno, anche se sarà una cosa piccola piccola e se saremo dieci
persone sarà già tanto! E il prossimo anno, con un possibile progetto di
capannone-complesso-ricavatoinbeneficenza da realizzare… Tante cose in mano a
ragazzi più o meno giovani, ma tutti quanti con una voglia di cambiare immensa.
Quindi si continua, si va avanti, fino a quando non avremo più nulla di cui
parlare, fino a quando ci renderemo conto di essere solo degli illusi. Ed io
spero vivamente che questo non accada mai e poi mai perché vorrebbe dire che
nemmeno noi crediamo più nella nostra “coerenza”, nelle nostre “utopie” che, di
conseguenza, diventerebbero dei fuochi fatui… Questo non dovrà mai accadere, lo
sapete.
Continuate quindi a scrivere, a mandare articoli su
tutto quello che vi interessa. Noi diamo sempre la precedenza a voi, e se in un
numero non verrà pubblicato sarà fatto sull’altro. Senza censura, senza
metterci nulla di nostro. Solo cercando di essere noi stessi ancora una volta.
Come al solito, ecco i nostri indirizzi:
Alice Suella
Via Bologna 8
Tronzano Vercellese (VC) 13049
Claudio Torreggiani
Via Ferri
Villa Sesso (RE) 42020
Buona lettura e alla prossima
Alice&Claudio
Oramai
sono iniziate da un bel pezzo le puntate televisive di Alcatraz. C’è chi è
soddisfatto, chi invece non capisce affatto con che criterio un genio come
Diego Cugia abbia potuto creare una così ignobile opera, dopo l’entusiasmo per
la versione radiofonica. Personalmente sono contenta del risultato, anche se
confesso di avere visto solo le prime puntate perché all’ora della trasmissione
(23:30, raidue mi pare) di solito sono al telefono con una persona carissima e
quindi sinceramente non mi sogno nemmeno di chiudere per una trasmissione (ho
imparato da Jack che le amicizie e i contatti con le persone sono la cosa più
importante, quindi..), ma ciò che ho visto mi ha convinta. Le immagini calcano
ancora di più su certi concetti, già forti di per se, ma che con una spinta in
più diventano una vera bomba a orologeria. Ci sono stati però parecchi problemi
per la messa in onda della trasmissione. Censure varie, litigi. Evito i
commenti. Vi lascio questa volta, invece del solito pezzo di Jack, con una
delle poche dichiarazioni di Cugia.
Vi
ringrazio ancora per tutta questa marea di solidarietà. Vorrei però evitare
ingiustizie e generalizzazioni. Che Jack Folla fosse scomodo lo sapevano anche
in RAI. E la RAI non va considerata tutta marcia, come qui molti fanno, perché
se così fosse, per esempio, non avreste certo mai visto neanche una puntata di Alcatraz. E la radio ce la dimentichiamo?
Nessuno ha mai messo il bavaglio, MAI. E io queste cose devo dirle, perché le
generalizzazioni sono una manifestazione di intolleranza che non condividiamo.
Io non so cosa sia successo da un certo punto in poi. Lo "share",
certo, e poi? Quello che so, e che DEVO dire, onde evitare ingiustizie, è che
Pier Luigi Celli, direttore generale della RAI, ha voluto Alcatraz, e l'ha
difeso fino all'ultimo. E potrei dire lo stesso di Freccero, perché dopo aver
letto il libro mi ha chiamato lui. E così di molti altri, dirigenti e
funzionari e tecnici della RAI che ieri erano commossi all'ultima messa in
onda. Questa verità è dovuta, perché non ci siano equivoci se non in chi li
crea. Il nemico non è LA RAI o Celli, ma ...Ragioniamo su questo
"ma...", o sul perché si arriva a sopprimere il programma quasi come
un sollievo generale, però ammettiamo anche -io per primo- che se il programma
l'avessero seguito un po' più di persone, questo non sarebbe accaduto...e
quindi stiamo pagando anche il fatto di non essere scesi a compromessi. Per
esempio: se avessi fatto interpretare Jack Folla a un famoso attore che avreste
detto? Fanculo Diego, vero? Beh, avremmo avuto probabilmente più ascolti. E
dato meno problemi a chi in RAI ci credeva. Ma noi abbiamo scelto la
"quasi" purezza, o meglio, tutta la purezza possibile. (E voi
v'incazzavate per i titoli di coda...Nessuno vi ha detto che altrimenti i
vestiti di Francesca li pagano gli abbonati? E su...è il male minore)E molti
telespettatori hanno acceso e si sono rotti i marroni, perché era una
soggettiva di uno sconosciuto che farneticava. Noi sappiamo che
"diceva" ma per loro era solo un pazzo. Che facciamo con questi
milioni di telespettatori? Gli spariamo? Io non ci sto. Insomma, non abbiamo bisogno
di eroi né di martiri. Vorrei fosse ben chiaro questo concetto a tutti. E
statene certi, non lo faccio "per la pagnotta", ma perché -ribadisco-
le generalizzazioni non mi sono mai piaciute e tantomeno le semplificazioni.
Primo: sui gusti della gente non si discute. Secondo: C'è una parte della RAI
che ha molta intenzione di cambiare, e se alla quarta puntata ci fermiamo non è
colpa loro. So che mi attirerò molte critiche con questo intervento, ma non è
giusto che altri ci rimettano, quando non c'entrano. Né io ho alcuna intenzione
di cavalcare questa marea di giusta incazzatura generale. Nessuno qui dentro
strumentalizza nessuno.
Alice
Ecco qua, per non chiudere per niente il discorso
“campi di concentramento” il Diario di una di noi, Laura, che ha visitato
Auschwitz pochissimo tempo fa. L’ho letto è mi sono venuti i brividi, benché
sia un semplice resoconto, senza troppi commenti melensi e drammatici.
5/7/1999
Sono passate da
poco le 14 di questo lunedì, abbiamo appena finito di consumare i nostri pranzi
a base di brodini e verdure lesse che tanto ci fanno rimpiangere la nostra
cucina italiana, e stiamo per prendere il pullman. Veramente i nostri ospiti
avevano per noi dei programmi completamente diversi: siamo stati noi a
tempestarli di fax per convincerli a non proporci la passeggiata sui Beskidy,
le montagne del papa, ma a portarci ad Auschwitz. Per fortuna il concerto è
passato, altrimenti qualcuno aveva già annunciato che non sarebbe venuto,
temendo da una parte di stancarsi, dall’altra di restare troppo scosso. Non so
cosa aspettarmi da questa visita, anche se ho letto parecchio materiale sui
lager: spesso questi posti vengono restaurati e perdono parecchio l’atmosfera
originaria. Magari va a finire come a Lourdes, dove ho sempre pensato che della
parte spirituale di tutta la faccenda sia rimasto veramente poco. Anche nel
resto del gruppo si coglie la stessa aria di partenza per una gita, con
parecchia curiosità riaccesa da “La vita è bella”, che da questo punto di vista
non è stato affatto inutile. Per il resto, si vuole sapere se almeno qui avremo
una guida che parli italiano (però Magda ci assicura che, in caso contrario,
lei tradurrà per noi). E’ un pomeriggio afoso, e qui nella parte posteriore del
pullman, luogo dove dalla tradizione consolidata dai tempi delle gite
scolastiche vanno a sedersi quelli che hanno voglia di fare casino, cerchiamo
di tirarci su con piccoli gavettoni d’acqua presa dalle bottiglie di una
cassetta che ci hanno dato in albergo, già troppo calda per poterla bere, ma
che così ha ancora un minimo di effetto refrigerante. Mi tengo un po’ distante
da questa allegra confusione, troppo persa tra i miei pensieri per esserne
coinvolta più di tanto. La mia attenzione si rivolge alternativamente al
finestrino, dove scorre sotto i miei occhi il paesaggio della campagna polacca,
che è lo stesso di ieri, ma oggi mi sembra più spoglio e più arido, e al sedile
davanti al mio, da dove spuntano i riccioli di Enrico, anche lui estremamente
silenzioso e pensieroso, nonché impenetrabile nelle sue emozioni. Niente di
nuovo, certo, ma ieri sera mi ha detto che attendeva questo pomeriggio e questa
visita almeno quanto vuole andare alla ricerca dell’urna del cuore di Chopin a
Varsavia, e detta da lui…
Solo un’altra
persona sembra condividere lo stesso stato d’animo meditabondo e taciturno. E’
Roberta, seduta di fianco a me, che mi domanda, ma come fra sé e sé: “Con quale
coraggio vengono a visitare Auschwitz anche i turisti tedeschi? Non si
vergognano, di tutto quello che è successo lì, per colpa loro?”. Alla mia
obiezione che in realtà in Germania, all’epoca, nessuno sapeva davvero cosa
accadesse all’interno di quelle mura (e chi comandava i campi si guardava bene
dal diffondere simili notizie!), che ufficialmente erano posti dove si lavorava
e si produceva, lei ribatte: “Ma allora come sono riusciti a non far capire
niente per tutto quel tempo?” Nessuna risposta…
Per il resto, il viaggio è monotono, lungo strade
deserte, fra vaste distese d’erba con pochissime case e qualche palo della luce
in mezzo, tutto questo almeno fino a quando, trascorsa quasi un’ora da quando
siamo partiti, dalla strada ci compaiono davanti, non annunciate, delle schiere
di costruzioni rossicce in mattoni che invece di spezzare il “deserto” lo
rendono ancora più inquietante. I gruppi di casottini sono recintati dallo
stesso filo spinato visto nei libri di storia, per cui non possiamo più
permetterci di dubitare del fatto che siamo arrivati a destinazione. Il pullman
ci scarica in un piazzale, davanti a un edificio probabilmente più recente
rispetto al resto del campo, affiancato da un paio di altre piccole costruzioni
che si rivelano essere un negozio di souvenir e un bar. Ho bisogno di una
decina di francobolli per spedire le mie cartoline, così, visto che prima di iniziare
la visita dobbiamo aspettare che Magda vada a recuperarci una guida, mi
allontano per andarli a cercare. Sulle prime, sembrerebbe un chioschetto
qualsiasi, con le scatoline gialle dei rullini Kodak, le cartoline, le guide
multilingue, i gadget con il nome del posto dove ci troviamo… Sì, ma sui gadget
c’è scritto solo Oswiecim, il nome polacco, come se questo volesse significare
l’orgoglio di aver sottratto per sempre questi territori ai tedeschi. A
guardare bene, non sono poi tanto “normali” nemmeno le cartoline: c’è lo spazio
per l’indirizzo, ma non quello per scrivere, sostituito da note trilingue
(polacco, inglese e tedesco) sulle immagini riprodotte. Ma chi vorrebbe spedire
una cartolina con una foto dei forni crematori, oppure la foto di una rosa
infilzata al filo spinato? Tutt’al più qualche buontempone che abbia voglia di
scherzarci su (esistono… accidenti, se esistono!), non certo il normale
visitatore dotato di un minimo di sensibilità e buon senso. E le videocassette
e le guide hanno l’aria di contenere non le immagini di questo luogo com’è
adesso, ma solo crudi documentari sulla vita nel campo dal 1940 al 1945. Elena
mi raggiunge per procurarsi un rullino e mi trova a osservare perplessa le
cartoline. “Sai che mia suocera negli anni della guerra è stata anche lei
prigioniera in un lager? Ma… Laura, mi stai ascoltando?”. No, sto solo tentando
di selezionare qualche cartolina da portarmi via… Troppo tardi: da fuori arriva
un richiamo. C’è la guida, e non possiamo attardarci più di tanto. Forse
tornerò qui all’uscita, ma adesso non mi resta che correre scansando i rami dei
numerosi salici che inverdiscono il piazzale e raggiungere il resto del gruppo
sotto il portico dell’ingresso al museo. Ho solo una leggera esitazione dovuta
a una riflessione che mi è venuta mentre scendevo dal pullman. Chi potrebbe mai
dire, vedendo da qui il complesso di Auschwitz, che quasi sessant’anni fa in
questo posto si consumavano tutte le atrocità di cui abbiamo letto sui libri o
visto al cinema? Eppure sembra un luogo tanto sereno, con questi salici
verdissimi e potati in modo che una persona di statura normale possa passarci
comodamente sotto, le panchine su cui alcuni di noi hanno sostato prima che ci
venisse dato il permesso di entrare, un gaio cinguettio di uccelli, le casette
rossicce dietro l’edificio del museo, un pullman turistico che un cartello
annuncia diretto a Birkenau come se “Birkenau” fosse un luogo per gite
domenicali come da noi Anzio o Terracina. Ma noi non possiamo lasciarci
ingannare: le abbiamo già viste dalla strada, quelle casette, l’abbiamo già
visto quel filo spinato attraverso il quale centinaia di migliaia di esseri
umani hanno smesso di essere tali per diventare strumenti di lavoro e carne da
macello, e che anche se ne sono usciti vivi è stato per affrontare una vita in
cui la vita precedente risultava cancellata, quasi per ripartire da zero. E
sono sicura che anche noi, almeno per un intervallo di tempo limitato, non
riusciremo a restare del tutto quelli di prima, una volta usciti di qui. Oltre
alle numerose foto che ci accolgono fin dalla porta d’ingresso, salta
all’occhio un cartello in diverse lingue che non ricordo di aver mai visto in
nessun altro museo: qui si sconsiglia la visita, nonché la visione del
documentario, ai minori di 14 anni. La cosa mi preoccupa non poco: cosa ci
attende, qui, di ancora più sconvolgente e impressionante di tutto ciò che ci è
stato raccontato? La guida è un uomo sulla sessantina, che parla polacco, ma
non abbiamo bisogno di capire quello che dice per renderci conto che l’oggetto
davanti al quale ci troviamo e il cui cartello, colpa della mia bassa statura,
non riesco a leggere, è il monumento alle vittime di Auschwitz. Si tratta di
un’urna cineraria di vetro trasparente che per la sua forma mi fa pensare a una
clessidra. Le ceneri dell’Internato Ignoto… o forse quelle di più di un
internato. “Ricordati che sei polvere, e polvere ritornerai”: e chi se lo
dimentica? Il problema è che qui il ritorno alla polvere è stato bruscamente
accelerato, e che per un pugno di polvere che in questo monumento rappresenta
molto più di un ammasso di molecole, tonnellate e tonnellate di cenere sono
state sparse al vento, e magari sono finite a concimare i campi qui intorno, ad
attaccarsi sulle scarpe dei visitatori forse ancora oggi… Intanto la guida, con
Magda che ci traduce tutto diligentemente, racconta la storia del campo e in
qualche modo ci anticipa ciò che stiamo per vedere. Tanto per cominciare, il
campo, che rimase operativo dal 1940 al 1945, era diviso in tre parti, Auschwitz
dove ci troviamo ora, Birkenau, di superficie molto più grande (forse quello
che abbiamo visto dalla strada), come evidenzia una foto di come apparve agli
aerei, dove potremmo recarci se avessimo tempo, ma non è il nostro caso (e poi
non so fino a che punto ne avremmo voglia), e Monowitz, il più recente e
dall’intervallo di attività più breve. In tutte le fabbriche di morte analoghe
esistenti in Europa, se non ho capito male (già troppi pensieri per la testa:
seguo poco…), sarebbero morti in circa 5 milioni, a conti fatti il 12% dei
morti della Seconda Guerra Mondiale. E tutto questo senza calcolare quelli che
sono, per così dire, morti nell’anima, e forse ancora al giorno d’oggi si
risvegliano in preda agli incubi, come ricordo di aver letto tempo fa in una
lettera scritta a un giornale. Da prassi, si entrava qui dentro con le proprie
valigie, scaricati da treni in cui il paragone con i carri bestiame risulta
perfino offensivo per questi ultimi, ma subito se ne veniva privati. Non dubito
che ognuno, potendo portarsi dietro solo una valigia, prima di partire, se ne
aveva avuto il tempo, avesse scelto accuratamente i pochi oggetti da metterci
dentro. La falsa promessa era che si sarebbe riottenuto tutto quando fosse
terminato il tempo da trascorrere qui. Insomma, non solo il dolore di aver
dovuto abbandonare la propria patria, essere separati dai propri familiari, ma
anche l’illusione che un giorno o l’altro se ne sarebbe venuti fuori. Invece le
poche cose riutilizzabili (per primi scarpe e indumenti, che sarebbero stati
sostituiti dalle casacche a righe che abbiamo visto in tante foto) finivano
ammassate in enormi magazzini, tanto estesi che il tentativo di incendiarli e
distruggere tutto, così come i documenti, quando il campo venne chiuso, non
andò a buon fine. In caso contrario, buona parte di questo museo, che comunque
non contiene altro che una minima parte di ciò che era stato salvato, non
esisterebbe, o almeno raccoglierebbe qualcosa di diverso. Abbandoniamo questa
stanza per raggiungerne un’altra molto più vasta, in una vetrina della quale la
guida ci indica quelli che a prima vista potrebbero sembrare dei barattoli di
vernice, ma in realtà sono i contenitori della sostanza che, opportunamente
riscaldata, produceva il gas. Sembra innocua ghiaietta grigia, o forse concime,
comunque qualcosa di non particolarmente pericoloso. Tutta apparenza, certo,
così come molti altri particolari e fatti avvenuti qui grondano finzione, e ciò
che più sconvolge è sicuramente il fatto che per arrivare alla produzione di
questo materiale siano stati compiuti degli accuratissimi studi di chimica,
anzi addirittura prima di arrivare a questo prodotto ne erano stati provati
altri due o tre tipi. Certo che ai tempi della Seconda Guerra Mondiale non ci
si voleva proprio far mancare niente: i migliori fisici per gli studi che hanno
portato alla realizzazione della bomba atomica, i migliori chimici per il
miglior gas qui ad Auschwitz e le migliori armi chimiche in ogni parte del
mondo, i migliori medici per esperimenti su cavie umane… Non si vuole
risparmiare nessuna emozione al visitatore, mostrandogli quanto compare nella
prossima vetrina, un plastico che descrive non solo la struttura della camera a
gas, ma anche il percorso che portava i prigionieri a tornare polvere, come si accennava
prima. Fra i muri ricostruiti in scala sono state collocate delle figure umane,
che in superficie si liberano degli abiti e in fila si avviano al livello
inferiore, dove compaiono altre figure ritratte in pose strazianti, contorte e
ammassate le une sulle altre. Dal gruppo vengono silenziosi moti di disgusto e
di compassione più o meno in uguale misura. Come arriveremo alla fine della
visita, se già adesso ci si stringe la gola? Sarà meglio tentare di assumere un
atteggiamento distaccato o lasciare che le emozioni abbiano libero corso? Prima
di consentirci di trovare una risposta, la guida ci invita a lasciare questo
edificio “preliminare” per avviarci al campo vero e proprio. Ecco davanti a noi
il famoso cancello sovrastato dalla scritta amaramente ironica “Arbeit macht
frei”, fusa in una specie di architrave di ferro verniciata in nero. Forse
somiglierà poco a quello che aveva in mente Dante, ma sono proprio sue, le
parole che mormoro varcando con un sospiro mal trattenuto questo cancello: “Per
me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra
la perduta gente… Lasciate ogni speranza, o voi che entrate…”. Recito a memoria
a mezza voce, ma non abbastanza piano da non essere udita da Massimo che è a
due passi da me e di cui intuisco uno sguardo perplesso dietro le lenti da
sole. Del resto, è come se nell’attraversare questo cancello avessimo perso di
colpo la voce, un po’ come accade quando si entra in un luogo sacro, ma il
chiacchiericcio di quando siamo entrati si era spento da un pezzo, ora
sostituito dallo scricchiolio della ghiaia sotto le scarpe. Stiamo percorrendo
un vialetto dritto che passa attraverso due file di block, e quello che ci
circonda è il paesaggio costante che siamo destinati a vedere finché non usciremo
di qui. Il percorso che ci sarà proposto è in fondo quello ideale (si fa per
dire…) degli internati: l’ingresso dal cancello principale e l’uscita dal forno
crematorio, per fortuna sulle nostre gambe. Non si vede altro che block di
mattoni grigi o rossicci, alberi, credo pioppi, lungo i vialetti che si
incrociano ad angolo retto, torri di guardia agli angoli, muri e filo spinato
che sappiamo non essere più percorso da corrente elettrica, ma non per questo
fa meno paura. Verso la fine di questo vialetto, un gruppo di circa una ventina
di persone sosta sul bordo della strada. La prima impressione è che stiano
ascoltando una guida che dà loro spiegazioni, ma avvicinandoci ci accorgiamo
che in mezzo a loro c’è un uomo piuttosto anziano svenuto e steso per terra,
con un paio di persone, suppongo medici, che gli stanno prestando soccorso.
Ancora Dante: “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”. Non è per indifferenza
che non ci fermiamo a indagare, ma solo perché saremmo d’impaccio. Si risolleva
un lieve mormorio carico di punti interrogativi: sarà stato il caldo o
l’emozione a tramortire il poveretto? E si sarà ripreso, nel frattempo? Ma la
guida ci invita a entrare in uno dei block, senza anticiparci niente di ciò che
stiamo per vedere. Mi basta la scritta di un cartello in inglese sulla porta di
una stanza per avvertire una nuova stretta alla gola, dopo quelle da cui stavo
tentando a fatica di riprendermi (“Exploiting the corpses”), ma non è ancora
abbastanza, rispetto alla vista di una vetrina che occupa un’intera parete.
Sulle prime si direbbe che al di là di quel vetro sia stato tosato un gregge di
almeno un centinaio di pecore, ma il colore, un tono di grigio a tratti
cenerino e a tratti più scuro dice che si tratta di qualcos’altro, e una
treccia gettata con finta casualità in cima a una montagnola di quella lanugine
conferma che si tratta di capelli umani. Cosa se ne facessero, basta guardare
questa scena per capirlo: sembra lana, e come tale veniva utilizzata per
produrre tessuto e oggetti di vario genere, qualcuno dei quali è conservato in
una vetrina poco distante. Si dice che dei maiali non si butta niente, aforisma
riadattato qui in modo così macabro e che impedisce di dimenticare cosa potesse
diventare un uomo qui dentro. Niente più che un attrezzo da lavoro, una cosa da
sfruttare finché fosse rimasta efficiente e poi da buttare via e smaltire come
un rifiuto in una discarica. Dopo questa vista agghiacciante, durante la quale
la comitiva è nuovamente precipitata nel silenzio e la guida non ha più ragione
di parlare perché non c’è proprio nulla da commentare, veniamo dirottati in
un’altra stanza, dove invece sono raccolti oggetti personali degli internati,
divisi per categorie. Nella prima che mi ritrovo davanti c’è un mucchio di
occhiali, poco distante, in un’altra vetrina sono esposte alcune stuoie di
quelle che gli ebrei usano per le loro preghiere. Oggetti di uso quotidiano,
apparentemente privi di valore, i primi utilissimi (e parlo da discreta miope
che sa cosa vuol dire non trovare in giro i propri occhiali!), i secondi
simbolo della cultura e della religione di un popolo disperso in ogni parte del
mondo, ma che è stato sempre capace di ritrovarsi nei suoi riti, nelle sue
feste religiose, nella sua lingua, nelle sue canzoni e nei suoi candelabri a sette
braccia, ovunque riprodotti nella stessa forma. E dire che nella storia ci sono
stati popoli che si sono quasi suicidati nelle guerre civili, pur essendo
geograficamente molto vicini… Una vetrina delle stesse dimensioni di quella
degli occhiali raccoglie dei pettini. Ecco, questi oggetti purtroppo non
servivano più a nessuno, ricordando la vetrina che abbiamo visto poco fa. Non
si può certo dire che tutto ciò sia consolatorio… Per un paio di block, il
genere di “spettacolo” che ci passa sotto gli occhi è questo: vetrine larghe
come pareti intere e profonde come stanze, dietro cui si vedono cataste di
oggetti che danno l’idea da una parte della quantità di persone che sono
passate di qui, dall’altra del loro sfruttamento con ogni mezzo. Una delle
prime contiene scarpe, e riporta alla memoria, o meglio all’immaginazione,
visto che per fortuna nessuno di noi ha i mezzi per ricordarlo direttamente,
una scena descritta anche da Primo Levi in “Se questo è un uomo”, quando i
nuovi arrivati al campo dovevano cercare e trovare rapidamente in mucchi del
genere due scarpe, ovviamente spaiate, che andassero bene per loro. Dopo il
primo impatto con la montagna di scarpe nel suo complesso mi soffermo sui
particolari. Scarpe di ogni modello e colore, in ogni stato di conservazione,
da donna e da uomo, e… Di fianco a me, mi arriva all’orecchio un lieve
singulto. Mi volto e vedo Elena, con gli occhi lucidi e le lacrime che
scorrono, mentre con la voce vibrante sospira: “Criminali…” Non le chiedo
niente: ho già visto da me che la sua attenzione si è fermata su un mucchio di
scarpe di piccole dimensioni. Scarpe da bambini… e il ricordo della strage
degli innocenti non è retorico, è spontaneo! I bambini che non avevano l’età e
le forze per lavorare, qui venivano eliminati già al loro arrivo, così come
anziani e invalidi. E’ a questi ultimi che viene da pensare davanti a un’altra
vetrina, che mostra una lugubre collezione di stampelle e protesi, i cui
proprietari non saranno rimasti qui più del tempo necessario per spogliarli di
tutto e mandarli a morire. E quanto saranno rimasti qui e che fine avranno
fatto i proprietari delle tazze di metallo che occupano l’intero pavimento di
un’altra vetrina? E il bimbo a cui apparteneva il biberon dalla bottiglia di
vetro rotta che ho visto in una piccola teca all’interno della stessa stanza?
Sembra incredibile, ma mi fa quasi più impressione questa visione piuttosto che
quella di poc’anzi della vetrina piena di capelli. Mi torna in mente una poesia
di Borges che si intitola “Le cose” e sostiene che quando ce ne saremo andati
da questa terra gli oggetti che ci sono appartenuti resteranno indifferenti a
noi e alla nostra scomparsa. Però… che forza evocativa hanno gli oggetti
appartenuti in passato a una persona per chi li osserva! Questa nuova vetrina
che mi si svela a poco a poco invece contiene un mucchio di valigie vuote, ma
chiuse, e su ognuna di esse un pennello ha tracciato il nome, il cognome e una
data. La prima che mi è caduta sotto gli occhi è 1942. La data di arrivo al
campo? No, poco lontano leggo 1897: sono date di nascita! Allora quella era la
valigia di un bambino di non più di tre anni! Soltanto davanti a questa vetrina
capisco che finora sono rimasta veramente impressionata soltanto dalla quantità
di oggetti più o meno tutti uguali tra loro che ho visto in ognuna delle altre.
Ma adesso no: queste valigie non sono tutte uguali, e le persone che se l’erano
portate dietro hanno o avevano un nome, e sono o erano nati in qualche parte
del mondo, e sono tutti morti qui, anche quelli usciti senza passare per il
camino. E adesso mi sembra di vederli uno per uno, i vari David, Isaac, Judith,
Leah… Vorrei reagire qui come Elena poco fa davanti alla vetrina delle scarpe,
ma non ci riesco. Sono come anestetizzata, vorrei tanto che qualcuno facesse
qualcosa per ricordarmi che dentro ho ancora un’anima. Mi si sono aggrovigliate
dentro tante di quelle emozioni che non ci capisco più niente, anzi mi sembra
addirittura di non essere più in grado di provare niente. Esco da questo block
come se ci avessi lasciato qualcosa dentro, sciamando con il resto del gruppo
dietro la guida che ci annuncia che stiamo per entrare nell’unico block del
campo che è stato lasciato così com’era. Si trova sulla sinistra, in fondo allo
stesso vialetto dove abbiamo trovato i block del museo. In realtà ce ne sarebbe
stato un altro da visitare, quello in cui si proietta il documentario a cui
accennava il cartello all’ingresso, ma non abbiamo il tempo di vederlo e siamo
passati oltre. Prima ancora di arrivare al block, la guida conduce la nostra
attenzione verso uno spiazzo in fondo a cui si trova un muro grigio che
presenta i segni di numerosi colpi d’arma da fuoco e davanti al quale, come
agli altari nel Giovedì Santo, sono stati posti dei fiori e dei lumini rossi.
E’ il muro delle esecuzioni, un’altra vista che surgela il sangue nelle vene,
il simbolo della cosiddetta giustizia che si applicava ad Auschwitz. Le
finestre di entrambi i block che affiancano questa piazzetta sono sbarrate da
tavole di legno verniciate di nero che sottolineano la tetraggine del luogo,
nonostante sia illuminato da un sole che non ha smesso di essere cocente e ha
fatto sì che gli unici posti in cui abbiamo respirato siano stati
paradossalmente i block. Faccio fatica a camminare verso quel muro, come se ci
fosse qualcosa che mi respinge, così preferisco arrestarmi a qualche metro di
distanza e captare le parole di Magda, che spiega, traducendo le parole della
guida, che quelle tavole servivano a impedire che chi si trovava nei block
capisse cosa accadeva in quella piazzetta. Avrei molti motivi per dubitare
dell’efficacia di un simile provvedimento… Il block alla sinistra del muro
delle esecuzioni ospitava il tribunale del campo, infatti le stanze più vicine
all’ingresso visibili dalle rispettive porte, ognuna delle quali è sbarrata da
un vetro, hanno tutte un aspetto, per così dire, burocratico, con tavoli e
scrivanie. Qui si svolgevano interrogatori e processi che avevano un solo
verdetto: “colpevole”. Ma questo era anche il luogo dove in alcune stanze dimoravano
i prigionieri, stipati in letti a castello in cui si stava in due o perfino in
tre, un luogo in cui anche i più schizzinosi dopo pochissimo diventavano capaci
di mangiare orrende zuppe in confronto alle quali i brodini del nostro albergo
polacco potrebbero sembrare il nettare e l’ambrosia e dell’Olimpo, e lavarsi
sotto docce confronto alle quali i nostri tanto vituperati bagni in comune sono
addirittura toilette regali. Non era già abbastanza una tortura tutto questo?
Allora a che scopo aumentare il carico allestendo una sala delle torture degna
di questo nome? In una stanzetta già di per sé piuttosto piccola erano state
ricavate tre cellette quadrate di un metro di lato l’una, nelle quali i
condannati a questo genere di supplizio dovevano restare in piedi per una notte
intera. Le pareti delle tre cellette sono state tagliate obliquamente, in modo
che il visitatore possa rendersi conto della loro struttura interna. Una è
stata lasciata com’era in origine, senza altri spiragli che la strettissima apertura
a livello del pavimento da cui i prigionieri venivano fatti entrare e uscire,
quella in mezzo è visibile all’incirca per metà, della terza si vedono molto
chiaramente l’intera pianta e lo spessore delle mura. Il fatto che in ognuna di
quelle cellette si dovesse stare in quattro supera ogni umana immaginazione.
Come era possibile che quelle persone riuscissero a respirare, come ce la
facevano a entrare in quel metro quadrato da un ingresso tanto stretto, e come
sarebbe stato possibile tirar fuori di lì qualcuno che fosse morto o solo
svenuto? Non ci voglio nemmeno pensare… Nel sotterraneo di questo block ha sede
un carcere, le cui celle sembrano perfino confortevoli rispetto alle cellette
della tortura appena viste. Credo che in questo, dei luoghi visitati fin qui,
si avverta più che altrove una sensazione di freddo che non dipende dalla
temperatura dell’aria e scende dritta nell’anima. Forse quello che stiamo
respirando è lo stesso odore, intatto, che annusavano i prigionieri del campo.
Sentirlo è una sensazione che per i prigionieri dev’essere stato paragonabile
all’effetto di entrare in uno stabilimento termale. All’ingresso, ti riempi le
narici di quell’aria sulfurea, che ti piaccia o no, ma via via, senza nemmeno
rendertene conto, finisci per abituarti e non la senti più. Noi resteremo solo
per pochi minuti in un corridoio che da un gruppo numeroso come il nostro va
percorso rigorosamente in fila indiana sul lato destro gettando uno sguardo
frettoloso dietro le porte delle celle, quindi non avremo il tempo di
assuefarci a un simile odore di sepolcro, piuttosto ci porteremo dietro il
desiderio di uscire di qui prima possibile. Una di queste celle, l’unica
davanti alla quale ci viene concesso di indugiare un po’ di più, che si
distingue dalle altre per la presenza di un cartello esplicativo e una
ghirlanda di fiori, è quella in cui fu incarcerato e poi ucciso san
Massimiliano Kolbe, probabilmente il più famoso eroe di Auschwitz, la cui
storia ha sempre suscitato in me una certa impressione. Qui vigeva una regola
per cui per ogni prigioniero fuggito (e fortunati quelli che ci riuscivano!) ne
dovevano essere uccisi dieci. In occasione di uno di questi tragici “appelli”
padre Kolbe si offrì in sostituzione di un condannato che conosceva e sapeva
avere moglie e figli, mentre lui, prete, non aveva una famiglia. Gli fu
riservato un “trattamento di riguardo”, nel senso che non morì nella camera a
gas, ma in questa cella per un’iniezione letale e dopo indescrivibili
sofferenze che sopportò pazientemente, per non dare nemmeno un minimo di
soddisfazione ai suoi carnefici. Fuori di questo block ci prendiamo una breve
pausa sotto gli alberi, il tempo che basta a me e Massimo per raggiungere quasi
contemporaneamente un negozietto di souvenir. Buon per lui, perché può chiedermi
aiuto per comunicare in inglese con la ragazza alla cassa. Lui compra un
documentario in italiano, più per mostrarlo a Sara che per sé, io un pacchetto
di cartoline, chiuso in un depliant con una breve storia di Auschwitz. Prima di
entrare volevo sceglierle una per una, ma poi ho pensato che in fondo non ne
valeva la pena. Adesso non ho nemmeno voglia di controllare cosa c’è dentro. La
pausa è finita: la guida ci invita a tornare verso l’uscita, perché stiamo per
concludere il giro con il forno crematorio. Intanto ci indica altri block,
quelli dove avevano sede le infermerie e i laboratori di ricerca, quelli in cui
lavorava un autentico genio del male come il dottor Mengele. Il tempo non ci
permette di dedicare a questi molto più di una rapida occhiata. In un piccolo
spiazzo, accanto a un tabellone con alcune fotografie, è stata eretta una forca
che un cartello ci spiega essere il luogo dell’esecuzione di Rudolf Höss. Qui
davanti, perfino a una persona fermamente convinta dell’assurdità della pena di
morte come me riescono a venire dei dubbi. Le foto di Hitler e di Höss non
possono far dimenticare quelle dei corpi degli internati, le loro vite non
basteranno mai a risarcire nessuno di quelle di milioni di persone. E’
significativo che il luogo della sua esecuzione sia proprio qui, perché
l’ultima cosa che Höss vide prima che sotto di lui venisse aperta la botola fu
proprio l’ingresso alla camera a gas, che sarà il prossimo posto che
visiteremo. La guida ci avvisa che non è consigliabile scendere attraverso quel
cunicolo buio alle persone che soffrono di claustrofobia o particolarmente
sensibili, e ne ha tutte le ragioni del mondo, perché questo posto fa pensare a
una specie di tumulo, una vera e propria tomba in cui si andava a morire a 700
per volta. Peggio di un mattatoio, peggio di una tonnara… No, non è possibile!
Qualcuno mi spieghi come facevano a entrare qui dentro 700 persone! Nel
soffitto si vedono delle aperture rettangolari, quelle da cui veniva il gas, la
doccia mortale a cui i poveretti non sapevano di andare incontro. Anzi, loro
erano convinti di andare a farsi una doccia, illusi fino all’ultimo di poter
recuperare gli ultimi brandelli di umanità che ancora avevano addosso. Non
escludo che molti morissero asfissiati anche prima, indipendentemente dal gas.
Esisterà mai una maniera peggiore di morire? Perfino i condannati del braccio
della morte nelle carceri degli Stati Uniti muoiono uno per volta, magari sotto
gli occhi di quelli che chiedono di assistere all’esecuzione, ma almeno viene
risparmiato loro lo strazio di non vedersi morire intorno altre persone, che
siano conosciute o ignote poco importa. E poi in quel modo, ormai privi del pur
minimo barlume di dignità, destinati a quella fine perché non si è trovata la
maniera di sfruttarli altrimenti, senza vestiti e senza più nulla che potesse
essere segno della loro identità, tranne quel numero tatuato su un braccio.
Nella mia memoria si sovrappongono l’immagine del plastico della camera a gas e
alcune scene del film “La vita è bella”. Ricordo quella con lo zio di Benigni
che si avviava alla camera a gas e soprattutto quella in cui il bimbo andava a
comunicare che volevano portarlo a fare la doccia, ma lui era scappato. Ci sono
dei casi in cui fa bene disobbedire ai genitori… Il forno crematorio è
immediatamente adiacente alla camera a gas, il che non fa che accentuare quella
sensazione di organizzazione metodica che certo a chi ha ideato questi campi
non mancava. Industriali della morte, che al loro servizio più che becchini
avevano impiegati della nettezza urbana, ormai talmente abituati, per forza o
per convinzione, al loro lavoro che dopo qualche tempo avranno finito per farci
l’abitudine anche loro. Allora viene da domandarsi chi fosse più morto, tra i
proprietari di quei corpi e coloro che li portavano via per caricarli sui
carrelli e infilarli in quello che altro non erano che inceneritori da rifiuti.
In un moto di istintiva (me lo auguro) pietà qualcuno ha pensato di appoggiare
dei fiori su questi carrelli. Qualcuno ancora ha la forza di dichiararsi
commosso, inorridito, frastornato… Io non sento più niente almeno da quando ho
visto nel block tutta quella montagna di valigie. Siamo di nuovo fuori,
all’aria aperta, in mezzo all’afa, sulla strada per l’uscita. Nel gruppo non
c’è più molta voglia di parlare, né tanto meno di cantare, anche se è un nostro
classico “seminare” brani di musica sacra in chiese e cappelle o comunque in
luoghi dove ci sia qualcosa da ricordare. Ma questo non è il posto adatto, non
ci verrebbe nemmeno un “Va’ pensiero” a cappella. “Arpa d’or dei fatidici vati,
perché muta dal salice pendi?”. Ho detto “salice”? Ma sì! I salici qui davanti…
forse non è un caso, forse ce l’hanno piantati apposta. Quei versi del “Va’
pensiero”, e anche quelli della poesia di Quasimodo che finisce con “…alle
fronde dei salici per voto anche le nostre cetre erano appese e oscillavano
lievi al triste vento”, vengono da un salmo della Bibbia che ricordava l’esilio
a Babilonia e in cui il segno più evidente di lutto e disperazione del popolo
ebraico era il fatto che loro non cantassero e non suonassero più. Anzi, i
babilonesi trovavano che il modo migliore per schernire gli ebrei era chiedere
loro di cantare e suonare gli inni che destinavano a Jahveh nel tempio di
Gerusalemme, ma lontani dalla loro patria, loro non ci riuscivano.
Storicamente, pare che la musica fosse un’attività molto diffusa tra gli ebrei,
e la musica klezmer che ora va tanto di moda è solo la sua ultima forma. Re
Davide suonava la lira, le mura di Gerico crollarono al suono delle trombe
dell’esercito… Che io sappia, perfino nei lager si cantava e si suonava, ma
solo per costrizione (è noto che parecchi strumentisti fossero impiegati per
intrattenere i dirigenti dei lager) o per protesta. Si dice che cantasse padre
Kolbe in cella insieme a coloro che sarebbero stati giustiziati con lui, e
ricordo un film sulla vita di una donna internata in un lager, che si era
salvata proprio perché faceva la cantante. Ma oggi ad Auschwitz gli unici che
hanno ancora voce per cantare sono gli uccelli, che non sanno nulla di cosa
alcuni uomini sono stati in grado di fare ai danni dei propri simili. Al sentir
citare il detto “homo homini lupus”, i lupi si offenderebbero a morte! Restiamo
qui ancora qualche minuto, quanto basta a me per procurarmi i francobolli che
cercavo e al resto del gruppo per radunarsi e tornare sul pullman. Salgo
insieme a Serenella, che era una di quelli che non volevano venire, ma poi si è
convinta perché il concerto è passato. Non per questo la visita l’ha lasciata
meno scossa, ma ha una domanda per me, o forse per se stessa (che strano:
dall’inizio del pomeriggio mi sembra che la gente che mi sta intorno rifletta
ad alta voce fingendo di parlare con qualcun altro!): “Ma perché non l’hanno
raso al suolo, questo posto?” Ora però una risposta me la sono trovata, ed è
una frase di cui non ricordo mai l’autore, e anche adesso che l’ho riletta da
poco proprio all’ingresso del museo non so più chi l’ha scritta: “Chi dimentica
il suo passato è condannato a riviverlo”. Rivivere un’altra Auschwitz? No,
grazie! E che fra cento anni altri turisti possano ancora venire qui e portarsi
dietro cartoline come quelle che sto sfogliando insieme a Roberta sul pullman
che si lascia dietro i block e il filo spinato, se questo può servire a
riavvicinare il ricordo di quanto un tempo accadde qui e allontanare il rischio
che si ripetano certi orrori!
LAURA
Dopo
tanto parlare non potevamo evitare di approfondire la storia del Dottor
Mengele, il medico del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Lui era
quello che, all’arrivo dei treni dei deportati, selezionava i prigionieri. Le
donne, gli uomini, i bambini, i vecchi, sfilavano ad uno ad uno davanti alla
commissione selezionatrice. A un suo segnale essi si allineavano in due gruppi.
La colonna di sinistra comprendeva soprattutto vecchi, storpi, le persone
gracili, le donne con i loro figli di età inferiore ai dodici anni… I malati
che non potevano camminare, i vecchi e gli alienati venivano caricati su
vetture della Croce Rossa. Poco tempo dopo essi varcavano la porta di un
crematorio. Il Dottor Mengele li aveva condannati a morte. Un prigioniero
scrisse una poesie su Mengele. Diceva:
Come un diavolo onnipotente
Io sorgo dalla profondità della notte…
Sono un medico sapiente
Capace di aumentare all’infinito il numero dei
Morti.
Tra tutti colore che operavano ad Auschwitz egli era
colui che portò più gente alla camera a gas.
Facciamo ora, come abbiamo fatto di Hoess, un breve
resoconto della sua vita.
CHI ERA IL
DOTTOR MENGELE?
Nacque il 16 maggio 1911 a Gunzbrg, una città sulle
rive del Danubio. Per la città era un avvenimento, i festeggiamenti sarebbero
stati grandi e numerosi. Il padre era orgoglioso perché ora la sua potenza non
sarebbe decaduta, avrebbe potuto avere l’appoggio del figlio e la certezza che
avrebbe continuato la sua opera. Dieci anni prima, egli aveva aperto una
fabbrica di utensili agricoli, “Mengele & figli”. I figli erano venuti in
seguito e il nuovo nato, Joseph, era il secondo. Herr Mengele aveva ben
amministrato la fabbrica, aveva costruito da sé la propria ricchezza ed ora
giustamente si compiaceva della considerazione e del rispetto che nutrivano per
lui i concittadini. I suoi affari dominavano la vita economica della regione;
la maggior parte degli abitanti della città erano suoi impiegati o dipendevano
strettamente da lui. La nascita di Joseph Mengele assomigliava a quella di un
giovane principe in una famiglia regnante. La sua infanzia trascorse felice in
un’atmosfera sicura e confortevole. Solo una cosa pesava: era molto solo. Tute
le sue amicizie erano accuratamente selezionate dal padre ed erano comunque
sempre molto freddi nei suoi confronti. Comunque questo ebbe un minimo peso
nella sua vita, egli continuò a studiare e ad avere quella buonissima
educazione obbligatoria per un figlio di buona famiglia. Nel gennaio del 193,
all’età di 19 anni, egli se ne andò di casa, per Monaco. Mengele aveva deciso
di studiare filosofia. Preparò con entusiasmo una tesi su “La Critica della
ragion pura”, il capolavoro del pensiero razionalista tedesco. Ma il caos e la
“rivoluzione” che regnava nella politica di allora, lo presero nel profondo e
lo portarono a militare nelle file della destra nazionalista. Dal 1931 entrò a
far parte degli Elmi d’acciaio. Una sera, i suoi amici nazionalsocialisti lo
trascinarono a una riunione. Qui un ometto prese la parola e la sua presenza
suscitava un grande fervore. Fu conquistato da quest’uomo, che altri non era
che Adolf Hitler. Nell’ottobre del 1933 Mengele si iscrisse alle SA. Da allora
cominciò a leggere le opere di Rosenberg, l’ideologo del nazionalsocialismo. E
si convinse e si esaltò della superiorità della razza ariana. Il nazismo era la
chiave del successo, ne era convinto. Si laureò in filosofia e lasciò Monaco,
per andare a Francoforte a studiare medicina. Il medico, infatti, sarebbe stato
uno degli strumenti preferiti del regime nazista. Nel 1938, a 27 anni, ottenne
il diploma di dottore. Mengele si arruolò nelle SS, la legione del Fuhrer. Poco
tempo dopo ricevette un incarico all’istituto di Biologia ereditaria e di
Igiene razziale di Francoforte. Doveva dimostrare scientificamente che “la
razza è eredità e solo eredità”. Doveva eliminare l’influenza di ogni cosa
esterna, le qualità e i difetti di una ragazza dovevano essere scritti nel patrimonio
genetico. Se ci fosse riuscito, il razzismo della dottrina nazista avrebbe
potuto fondarsi su una base scientifica. Solo a questo prezzo, pensavano i
nazisti, tutte le misure razziali discriminatorie avrebbero potuto essere
giustificate agli occhi dei posteri: esse avrebbero rappresentato solo la
naturale protezione di un popolo superiore contro le aggressioni biologiche
delle razze degenerate. Mengele si impegnò a fondo su questa via, convinto che
vi avrebbe trovato la fortuna e la gloria. La sua ambizione segreta era quella
di ottenere una cattedra universitaria. Scoppiò però la guerra e dovette
abbandonare le ricerche e riuscì a farsi trasferire nell’amministrazione dei
campi di concentramento. Nel maggio del 1943 arrivò ad Auschwitz. Aveva 32 anni.
Qualche mese dopo divenne medico capo di Auschwitz-Birkenau. Mengele aveva
ormai diritto di vita e di morte su centinaia di migliaia di uomini, donne, di
bambini di tutte le origini. AL suo primo incontro con Hoess, egli si sentì
dire che nel campo per i malati non c’era posto, che la gente doveva o lavorare
o morire. L’ospedale doveva essere il luogo in cui si recuperavano le forze di
lavoro ancora utilizzabili. Se la cura si fosse annunciata troppo lunga e
troppo difficile, sarebbe stato inutile insistere. Il Reich aveva altre
preoccupazioni che salvare ebrei o nemici dello Stato. Li si teneva in vita
solo perché producessero. E poi le medicine servivano per i soldati tedeschi. A
Mengele toccava designare i detenuti abili al lavoro e quelli che era inutile
mantenere in vita. Mengele aveva subito giudicato Hoess mediocre, lo avrebbe
assecondato solo per riuscire ad avere un suo appoggio per la sua ascesa. E ben
presto divenne anche medico capo del campo di Birkenau. In quel periodo notò
che il sovraffollamento, la fame, il freddo, le torture, avevano fatto
sviluppare delle malattie estremamente “curiose”. Una di queste era il Noma,
una specie di tumore del viso che assomigliava alla lebbra e che lo
affascinava. Comunque, nonostante il suo enorme interesse, egli non aveva il
compito di curarli. Tutto ciò che doveva fare era selezionare chi doveva andare
a morire. A volte dava semplicemente il numero dei morti a dei suoi
“dipendenti”, i quali radunavano queste persone nel piazzale e li caricavano
sul “treno della morte”. A volte, quando il numero dei malati non era
sufficiente, venivano presi anche degli uomini che, a causa della stanchezza,
erano stati messi “a riposo” per qualche tempo. Quello che era importante era
rispettare le “statistiche di morte”. Mengele si riteneva investito di un
potere quasi divino sulla folla brulicante, tremebonda ed affamata dei
prigionieri. Presto, nell’esercizio delle sue funzioni, prese l’abitudine di
lasciare che l’umore del momento dettasse le sue decisioni. La sua perversità si
può notare terribilmente in questa cronaca. In pratica, le donne scoprirono che
le donne incinte avrebbero goduto di un trattamento a favore. Esse dovevano
presentarsi dal primario che le avrebbe trasferite in un campo meno duro, dove
non sarebbero state obbligate a lavorare. In realtà esse sarebbero state
mandate alla camera a gas. Ed ecco il comportamento di Mengele. Prima di
morire, le future madri venivano sottoposte ad un interrogatorio molto
approfondito da parte di Mengele che, chiaramente, provava un particolare
piacere nell’interrogare le sue vittime. Indugiò specialmente nei confronti di
una giovane, internata da poco, e sorrise di soddisfazione quando questa
confessò di non vedere il marito, soldato, da quindici mesi. La sollecitò poi a
raccontare tutti i particolari della relazione adulterina e, quando la
poveretta, terrorizzata, cominciò a parlare balbettando, Mengele, impaziente,
la schiaffeggiò, comandandole di esprimersi a voce alta ed in maniera
intellegibile. Quando la donna terminò il racconto, egli le fece notare che
stava per pagare ben caro il suo piccolo tradimento: “Che volete farci, è la
vita, vero?” le disse spingendola fuori dalla stanza. Si mise poi alla calcagna
di una ragazzina di quindici anni che gli confessò di essere rimasta incinta
dopo il suo arrivo nel campo. Mengele era al colmo del divertimento: ma come,
quei cani riuscivano a trovare la voglia di abbqndonarsi ad avventure
boccaccesche? Volle sapere tutti i particolari piccanti della storia: come
aveva perduto la verginità, quando, con chi, in che luogo… Che racconto
appassionante! Docilmente, la ragazza rispose senza esitazioni a tutte le sue
domande, convinta che alla fine il medico l’avrebbe risparmiata. Aveva
raccontato con precisione anche i particolari più scabrosi, arrossendo
leggermente, ma all’improvviso Mengele, con un gesto, la mandò alla morte. Le
prigioniere compresero di essere cadute in una trappola e da quel momento
nessuna fece più cenno al proprio stato, cercando di cavarsela da sole..
Qualche tempo dopo, arrivarono da Berlino nuove direttive: le detenute
avrebbero potuto partorire. Il susseguirsi di ordini contraddittori era un
fenomeno estremamente frequente presso i nazisti che lo consideravano un ottimo
metodo per mantenere i prigionieri nell’incertezza e nella paura. Così, un bel
mattino, avrebbero potuto nuovamente decidere di mandare a morte le future
madri. Il dottor Mengele aveva persino istituito una specie di lotteria sulla
vita e sulla morte: se il neonato nasceva morto, la madre aveva salva la vita,
se il neonato nasceva vivo, madre e figlio dovevano morire. Le visite di
Mengele erano inaspettate. Egli poteva arrivare in ogni momento. E, quando
faceva spogliare le vittime e indicava destra e sinistra, fischiettando,
guardava negli occhi le sciagurate che dovevano morire, quelle della destra,
per godere del loro terrore.
Questi
due capitoli sono tratti da “Danubio” di Claudio Magris (edizione GARZANTI).
L’intero libro è una lettura che consigliamo, anche se in più punti ci sono
tali e tanti riferimenti di ogni genere (letteratura, filosofia) che diventa un
tantino pesante, ma in generale è scritto molto bene. Buona lettura, almeno di
questi due capitoli. Grazie a Laura per avermeli spediti.
A Gunzburg, in questa cittadina detta la piccola
Vienna durante il periodo asburgico, la cittadinanza rese omaggio, il 28 aprile
1770, a Maria Antonietta che si recava, col suo corteo nuziale di 370 cavalli e
57 carrozze, al matrimonio con Luigi XVI e, più oltre, al suo appuntamento con
la ghigliottina. Ma non è a Maria Antonietta che fanno pensare queste case
amabili, queste vie accoglienti e ordinate, l’insegna dell’Hotel “Goldene
Traube” col suo grappolo dorato. Qui è nato Josef Mengele, il medico aguzzino
di Auschwitz, forse il più atroce assassino dei Lager; qui è rimasto nascosto
fino al 1949, in un convento, e qui è tornato furtivamente del 1951 per il
funerale del padre. Ad Auschwitz Mengele, sempre sereno e sorridente, gettava
bambini nel fuoco, strappava lattanti dalle braccia delle madri e li
sfracellava al suolo, estraeva feti dal ventre materno, faceva esperimenti su
coppie di gemelli – con particolare passione su gemelli zingari – strappava
occhi, che teneva infilzati alla parete della sua stanza e mandava al professor
Otran von Verschuer (direttore dell’Istituto di antropologia a Berlino e
professore dell’Università di Munster anche dopo il 1953), iniettava virus,
bruciava genitali. Forse è ancora vivo, e da quarant’anni è sfuggito alla
caccia. Certo, anche un uomo che uccide per divertimento un altro costringendo
il figlio di quest’ultimo ad assistere alla scena, può amare il proprio padre.
L’infamia attira la complicità: Mengele è stato scarcerato dagli americani,
forse aiutato dagli inglesi a fuggire, nascosto dai frati, protetto dal
dittatore del Paraguay. Certamente il nazismo non è la sola barbarie esistita
al mondo, e condannare oggi la violenza nazista, che non è più minacciosa,
serve a molti per far tacere altre violenze, compiute su altre vittime di razza
e colore, e mettersi in pace con la coscienza grazie a questa professione di
fede antifascista. Ma è anche vero che il nazismo è stato un apogeo, un vertice
insuperato dell’infamia, il nesso più stretto che sia mai esistito fra un
ordine sociale e l’efferatezza. E’ fuorviante ricorrere a spiegazioni
patologiche, per il sadico medico sorridente, come se fosse un malato colto da
irrefrenabile raptus. A Gunzburg, nel convento in cui era nascosto, non
strappava occhi né squarciava visceri, e non credo soffrisse di crisi d’astinenza;
si sarà comportato bene, un signore tranquillo e discreto che magari bagnava i
fiori e ascoltava rispettosamente la funzione vespertina. Non uccideva, perché
non poteva farlo, perché le circostanze glielo impedivano, e si rassegnava
senza smanie a questa rinuncia, ai limiti che la realtà poneva alle sue
aspirazioni, così come uno si mette il cuore in pace se non può diventare
miliardario o andare a letto con le dive di Hollywood. Timor Domini, initium
sapientiae; se manca una legge, un timore, un argine che impedisca di fare ciò
che ad Auschwitz si poteva fare impunemente, non solo il dottor mengele, ma
forse ognuno può diventare Mengele. I delitti di Mengele sono una pagina fra le
più orribili dei campi di sterminio. Come ogni passione delittuosa, anche la
sua voluttà di torturare rivela un’enorme banalità, vacua come il suo stupido
sorriso durante l’esecuzione del crimine. Un medico ebreo, che era costretto ad
assecondarlo nei suoi esperimenti, gli chiese una volta fino a quando sarebbe
ancora durata quell’opera di sterminio. Sorridente, con dolcezza, Mengele gli
rispose: “per sempre, amico mio, per sempre”. Quella frase ebete ed estatica
contiene tutta l’ottusità del male: è la ripetizione meccanica e affascinata di
una specie di formula rituale, oscillante fra il Refrain di una canzonetta
psichedelica e una litania religiosa; è il balbettio di una povera mente
drogata dalla crudeltà. Mengele, in quel momento, è incantato dalla
trasgressione, la esercita come una specie di culto, pensa che essa illumini la
vita quotidiana di una luce superiore. Gli atti che compie sono, oltre che
atroci, di un’estrema stupidaggine, sono atti che ciascuno potrebbe compiere e
che egli, nella sua ignoranza abbagliata dal Kitsch, pensa invece siano azioni
riservate a pochi eletti. La retorica della trasgressione presenta il crimine
come se questo contenesse in sé, forse per l’infelicità che si suppone lo
accompagni, il proprio riscatto, senza necessità di altra catarsi. La violenza
appare identica alla redenzione e sembra instaurare una specie di innocenza fra
le pulsioni. La mistica della trasgressione, parola avvolta da un’enfasi
edificante, s’illude di esaltare il male per il male, in dispregio di ogni
morale; il technicolor suggestivo e tenebroso del Male è più seducente del
sobrio bianco e nero del bene e un’opera che celebra qualsiasi infrazione è
ossequiata con deferenza, quasi bastasse sparare a un amico, come Verlaine a
Rimbaud, per scrivere le poesie di Verlaine. Il fascino della trasgressione ha
origini antiche; la tradizione ebraica parla del Messia che giungerà quando il
male sarà arrivato al culmine e secondo alcune sette estremiste accelerare il
trionfo del male, cooperando ad esso, significa affrettare la sua fine e
l’avvento della redenzione. Dinanzi all’oscura violenza latente nel fondo
nascosto della propria persona, ognuno vorrebbe convincersi, come gli antichi
gnostici, che le sue azioni, anche se impastate di fango e di crudeltà, non
possono macchiare l’oro nascosto della sua anima e chiede allora l’autorizzazione
o meglio l’ingiunzione di dar sfogo a quella violenza, nell’illusione che essa
sia o conferisca innocenza. Finché la trasgressione si rivolge a codici
sessuali, le cose sono facili, perché le infrazioni di tabù erotici, se
compiute per la libera scelta da persone capaci di decidere e non accompagnate
da sofferenze inflitte da altri, non sono il Male e lo zelo degli apostoli
dell’orgia è solo ridicolmente innocuo. Le cose sono un po’ diverse quando
Mengele strappa i genitali a chi no è consenziente a questo gioco; quando il
nostro desiderio, come ogni desiderio giustamente rilutta da parte sua a venire
represso, può venire soddisfatto a prezzo del dolore altrui. Il delitto di
Raskolnikov e quello di M., l’assassino di bambine del famoso film di Fritz Lang,
non nascono da capricci, bensì da reali e straziate passioni, che vanno
rispettate nelle loro sofferenze, ma non perciò giustificate nelle sofferenze
che infliggono ad altri. L’arte predilige questi esempi estremi ed abnormi, ma
anche la nostra piccola esistenza quotidiana è intessuta di dissidi fra il
nostro piacere e il diritto degli altri e viceversa. Il misticismo trasgressivo
vuole amare non già il peccatore bensì il peccato e, credendo che l’unica cosa
proibita sia il sesso, riverisce ogni impulso considerandolo impulso sessuale e
ritenendo che ciò autorizzi o imponga la sua soddisfazione. E’ probabile che la
sessualità di Mengele avesse a che vedere con le sue predilizioni e che la sua
vita sessuale, ad Auschwitz, fosse soddisfatta, ma è opinabile che ciò
giustifichi le sue azioni, inducendo a vedere in lui un uomo disinibito che,
senza remore moralistiche, ha vissuto, come si suol dire, la sua vita. L’arte
suggestionata della trasgressione redentrice sa esaltare in realtà soltanto
colpevoli di terz’ordine, la manovalanza del male: i delinquenti-redentori che
quest’arte – ad esempio la narrativa di Genet – propone a modello sono ladri,
stupratori, assassini, crudeli e infelici criminali al minuto. Non si osa
scorgere il Messia peccatore nel capo di stato che ordina di sganciare
l’atomica o di radere al suolo una città, nel governatore corrotto che
s’appropria del denaro destinato agli ospedali, nel fabbricante di materiale
bellico che spinge un paese alla guerra per aumentare i suoi profitti o nel capufficio
che umilia un proprio subalterno. E’ giusto aver più comprensione per il
tagliagola di strada che per lo sterminatore a tavolino, se si pensa che abbia
maggiori attenuanti d’infelicità o di bisogno, ma chi ragiona così si richiama
a dei valori; è un uomo onesto che guarda al bene, anche se, per civetteria,
non vuol ammetterlo. Se invece il redentore è colui che compie più a fondo il
male, allora il leader che fa sganciare l’atomica, il profittatore di guerra,
il capomafia che impedisce gli scioperi e il governante disonesto sono dei
Messia più autentici di Jack lo Squartatore. L’artista ingenuo che celebra
quest’ultimo è affascinato dalla sua perversione erotica, dall’eccitazione
sessuale che egli suppone nel suo gesto, ma forse anche chi preme il bottone
dell’atomica e chi defrauda gli altri del loro sostentamento prova, nella sua
soddisfazione, chissà quale perverso orgasmo, che dovrebbe nobilitarlo agli
occhi di chi ritiene che l’eccitazione sessuale nobiliti ogni agire. La
dolcezza mielosa di Mengele, del suo sorriso e delle sue parole, con le quali
egli spera di assomigliare all’Angelo della Morte, sono l’autentica, imbecille
espressione di ogni fascinazione del male, di ogni mezza cultura che attende
dalla paccottiglia delle tenebre una compensazione alla propria pochezza. Il
gesto proibito, spesso piatto come gettare immondizie dal finestrino, non è
meno ottuso quando tormenta o tortura. La Medusa, diceva Joseph Roth a
proposito del nazismo, è banale. Le vittime di Mengele sono figure di tragedia,
Mengele è una figura da polpettone.
MAUTHAUSEN
In questo Lager, non dei peggiori, sono morte più di
centodiecimila persone. L’immagine più terribile, forse più ancora della camera
a gas, è la grande piazza in cui i prigionieri venivano raccolti e inquadrati
per l’appello. La piazza è vuota, assolata e afosa. Niente più di questo vuoto
rende l’irrappresentabilità di ciò che si è svolto fra queste pietre. Come il
volto della divinità per le religioni che vietano di disegnarne l’immagine, lo
sterminio e l’abiezione assoluta non mi lasciano ritrarre, non si presentano
all’arte e alla fantasia, a differenza delle belle forme degli dei greci. La
letteratura e la poesia non sono mai riuscite a rappresentare adeguatamente
quest’orrore; anche le pagine più alte sbiadiscono dinanzi al nudo documento di
questa realtà, che sovrasta ogni immaginazione. Nessuno scrittore, neanche
grandissimo, può gareggiare a tavolino con la testimonianza, con la
trascrizione fedele e materiale dei fatti accaduti fra le baracche fedele e
materiale dei fatti accaduti fra le baracche e le camere a gas. Soltanto chi è
stato a Mauthausen o ad Auschwitz può cercare di dire quell’orrore radicale;
Thomas Mann o Brecht sono grandi scrittori, ma se avessero cercato di inventare
una storia di Auschwitz le loro pagine sarebbero state edificate letteratura
d’appendice rispetto a “Se questo è un uomo”. Forse le testimonianze più
adeguate a quella realtà non le hanno scritte neppure le vittime, bensì i
carnefici, Eichmann o Rudolf Hoss, il comandante di Auschwitz, - probabilmente
perché, per dire cos’era veramente quell’inferno, lo si può soltanto citare
alla lettera, senza commenti o senza umanità. Un uomo che lo racconti con ira o
con pietà lo abbellisce senza volerlo, trasmette alla pagina una carica
spirituale che attenua, nel lettore, lo schock di quella mostruosità. Forse per
questo è quasi imbarazzante incontrare
per caso, a un inoffensivo e amabile pranzo, un sopravvissuto dei Lager,
scoprire sul braccio del nostro gentile o antipatico vicino di tavola il numero
di matricola del campo; C’è sempre un divario paralizzante fra la sua
inimmaginabile esperienza e l’insufficienza dei gesti o delle parole con le
quali egli vi accenna, facendola apparire quasi una routine. Il più grande
libro sui Lager lo ha scritto, nelle settimane fra la condanna a morte e
l’impiccagione, Rudolf Hoss. La sua autobriografia, “Comandante ad Auschwitz”,
è il racconto oggettivo, imparziale e fedele di atrocità che sconvolgono ogni
metro umano, rendendo intollerabili la vita e la realtà, e che dovrebbero
sconvolgere e quindi impedire anche la loro rappresentazione, la stessa
possibilità di raccontarle. Nella pagina di Hoss lo sterminio sembra narrato
dal Dio di Spinoza, dalla natura indifferente al dolore, alla tragedia e
all’infamia; la penna registra imperturbabile ciò che accade, l’ignominia e la
viltà, gli episodi di bassezza e d’eroismo fra le vittime, le dimensioni immani
del massacro, la grottesca solidarietà automatica che si crea per un attimo,
sotto le bombe, fra carnefici e perseguitati. Hoss non è il solito burocrate,
pronto a seconda degli ordini a salvare o ad assassinare con eguale efficienza;
non è un torturatore come Mengele, no è neppure Eichmann, che racconta e
rielabora la propria vicenda perché interrogato dagli israeliani, tentando di
non pagare il fio dei suoi delitti. Hoss scrive dopo la condanna a morte, senza
che nessuno glielo chieda; la molla che lo spinge a scrivere è oscura, non si
lascia spiegare dal desiderio di nobilitare la propria figura, perché
l’autoritratto che ne risulta è certo quello di un criminale e il libro sembra
obbedire a un’imperiosa esigenza di verità, a un bisogno di ribadire la propria
vita, dopo averla vissuta, di protocollarla con precisione, di passarla
impersonalmente agli atti. Per questo il libro è un monumento, la registrazione
della barbarie, preziosa contro i reiterati e abietti tentativi di negarla o
almeno di smussarla, sfumarla. Il comandante di Auschwitz, assassino di
centinaia e centinaia di migliaia di innocenti, non è più abnorme del
professore Faurisson, che ha negato la realtà di Auschwitz. Scendo la Scala
della Morte, che conduceva alla cava di pietra di Mauthausen. Su questi 186
alti gradini gli schiavi portavano macigni, cadevano per la fatica o perché le SS
li facevano inciampare e rotolare sotto i sassi, venivano abbattuti a bastonate
o a fucilate. I gradini sono blocchi ineguali e impervi, il sole scotta; il
massacro è ancora vicino, vengono in mente divinità arcaiche avide di sacrifici
umani, le piramidi di Teotihuacan e di idoli aztechi, anche se dei più moderni
e civili non hanno impedito ai torturatori di torturare. Il libro di Hoss è
terribile – terribilmente istruttivo – perché la sua epica concatenazione di
fatti mostra come nella meccanica ruota delle cose si possa giungere, un passo
dopo l’altro, a diventare non solo vigili urbani o cuochi dell’esercito del
Terzo Reich, comparse dell’orrore, ma anche primattori e registi dello
sterminio, comandanti ad Auschwitz. Gli scalini sono alti, sono stanco e sudato
anche se non porto macigni e non ho le SS ai fianchi. Adorno ha detto che dopo
i campi di sterminio è impossibile scrivere poesia. Quella sentenza è falsa – e
infatti è stata smentita dalla poesia, per esempio da Saba, che sapeva cosa
significasse scrivere “dopo Maidanek”, altro terribile Lager, ma che ha scritto
“dopo Maidaken”; è falsa anche perché non c’è stato soltanto il
nazionalsocialismo, e pure dopo i Conquistadores, la tratta dei negri, i gulag
o Hiroshima la rima fiore-amore era – è – altrettanto problematica. La sentenza
è tuttavia paradossalmente vera, perché il Lager è un esempio estremo di
annullamento dell’individuo – di quell’individualità senza la quale non c’è
poesia. Su questa scala di Mauthausen si sente, fisicamente, la superfluità
dell’individuo, il suo annichilimento, la sua sparizione; come se egli fosse un
dinosauro o un okapi, un animale estinto o in via di estinzione. Non solo la
svastica, ma la storia universale, i processi generali cospirano a questo
esautoramento. Il protocollo dell’interrogatorio di Eichmann è un documento
estremo di una parcellizzazione dell’esistenza, della persona e del suo agire,
che abolisce responsabilità e creatività. Eichmann non uccide, provvede al
convoglio e al trasporto di colore che devono essere uccisi; la responsabilità
sembra non coinvolgere nessuno - perché
ognuno, anche ad altissimo grado, è solo anello di una catena di trasmissione
di ordini – o tutti, ad esempio pure le organizzazioni ebraiche, che i nazisti
costringono a collaborare e a scegliere gli ebrei da deportare. Su questi
scalini, il singolo si sente uno dei grandi numeri macinati dallo Spirito del
Mondo che evidentemente da segni di squilibrio mentale, uno di quei numero di
matricola che l’ufficio competente del Lager incideva sul braccio dei detenuti.
Ma su questi gradini l’individuo ha saputo anche rendersi unico e
incancellabile, più grande di Ettore sotto le mura di Troia. Quella giovane
donna che, sulla soglia della camera a gas di Auschwitz, si volta verso Hoss, e
gli dice, sprezzante – com’egli racconta – che non ha voluto farsi selezionare,
come avrebbe potuto, per seguire i bambini che le erano affidati, e poi entra
sicura con loro nella morte, è la prova dell’incredibile resistenza che
l’individuo può opporre a ciò che minaccia di annientare la sua dignità, il suo
significato. Nei vari Lager e anche su questa scala di Mauthausen sono avvenute
tante di queste gesta, di queste Termopili che fermano la marea dell’abiezione.
Mentre sono ancora sulla scala, ho davanti agli occhi una fotografia, fra le
tante viste poco prima nel Lager. E’ la fotografia di un uomo senza nome,
probabilmente dall’aspetto, un balcanico, un europeo sudorientale. Il viso è
sfigurato dalle percosse, gli occhi sono due grumi gonfi e sanguinosi, l’espressione
è paziente, di umile e solida resistenza. Indossa una giacca rattoppata, sui
calzoni si vedono delle pezze ricucite con cura, con amore del decoro e della
pulizia. Quel rispetto di sé e della propria dignità, conservato nel cuore
dell’inferno e rivolto anche ai propri pantaloni sbrindellati, fa apparire le
uniformi delle SS, o delle autorità naziste in visita al Lager, in tutta la
loro miserabile straccioneria da carnevale, costumi presi a nolo al monte dei
pegni, con la convinzione che un bagno di sangue li potesse far durare per un
millennio. Sono durati dodici anni, meno della mia vecchia giacca a vento che
porto di soliti in gita.
CANZONE DEL
BAMBINO NEL VENTO (AUSCHWITZ)
FRANCESCO
GUCCINI
Passato
per il camino e adesso sono nel vento
E
adesso sono nel vento
Ad
Auscwitz c’era la neve il fumo saliva lento
Nel
freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento
E
adesso sono nel vento
Ad
Auschwitz tante persone ma un solo grande silenzio
E’
strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento
A
sorridere qui nel vento
Io
chiedo come può l’uomo uccidere un suo fratello
Eppure
siamo a milioni in polvere qui nel vento
Ma
ancora tuona il cannone e ancora non è contenta
Di
sangue la bestia umana e ancora di porta il vento
E
ancora ci porta il vento
Io
chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare
A
vivere senza ammazzare e il vento si poserà
E
il vento si poserà
IL
TEATRINO DEI BURATTINI
Venti
giorni fa’, il centro sinistra ha perso (di brutto) le elezioni regionali,
proprio a causa di questa bruciante sconfitta, il governo D’Alema è caduto, il premier ha dato le dimissioni al
capo dello stato che ha iniziato il solito giro di consultazioni per capire se
c’era una maggioranza capace di governare.
Fin qui tutto perfettamente nella norma, l’assurdo,
è successo quando Ciampi, piuttosto che sciogliere le camere ed indire libere e
democratiche elezioni, ha preferito creare dal nulla il Governo Amato, sorretto
da una maggioranza che non è più rappresentativa dell’elettorato popolare.
USA e Inghilterra, che sono politicamente molto più
avanti di noi, hanno da anni due soli blocchi contrapposti, rispettivamente
(Democratici e Repubblicani) e (Laburisti e Conservatori); noi no, ci
distinguiamo da questi stati, grazie all’enorme numero di partitini politici
che valgono meno di zero, ai continui ribaltoni e controribaltoni ormai
all’ordine del giorno in ogni giunta governativa, sia essa a livello nazionale,
regionale, provinciale o comunale; per non parlare della continua fuoriuscita
di deputati e senatori da un partito all’altro, ormai il gruppo misto è un vero
è proprio partito, che però non rappresenta nessuno tranne che se stesso!!!
Il 21 maggio si andrà a votare per alcuni
referendum, uno di questi serve per cambiare la legge elettorale, l’attuale
legge dà l’80% delle preferenze con il sistema maggioritario e il restante 20%
con il sistema proporzionale.
I vari esponenti politici stanno proponendo diversi
modelli elettorali, chi propone l’uninominale secco alla francese, chi il
doppio turno alla tedesca.
La verità è che comunque vada il referendum non si
metteranno mai d’accordo, rimarrà tutto così.
Avete mai visto “Il Gattopardo”? Nel film uno dei
protagonisti pronuncia questa frase: “Che tutto cambi, perché tutto resti
com’è”, è il motto di Andreotti, sarà un caso ?
Nongio
Che cosa succede se hai due
mucche
Un istruttivo confronto tra forme di
governo
|
|
|
|
SITUAZIONE |
|
|
|
Sei da sempre un allevatore di bestiame, e hai due
mucche nella tua stalla. Quello che succede poi dipende fortemente dalla
forma di governo dello stato in cui vivi: |
|
|
|
|
Feudalesimo |
|
|
|
Hai due mucche. Il tuo signore si prende parte del
latte. |
|
Socialismo puro |
|
|
|
Hai due mucche. Il governo le prende e le mette in
una stalla insieme alle mucche di tutti gli altri. Tu devi prenderti cura di
tutte le mucche, insieme con tutti gli altri. Il governo ti dà esattamente il latte di cui hai
bisogno. |
|
Socialismo burocratico |
|
|
|
Hai due mucche. Il governo le prende e le mette in
una stalla insieme alle mucche di tutti gli altri. A prendersi cura di loro è
un gruppo di ex allevatori di polli. |
|
Fascismo |
|
|
|
Hai due mucche. Il governo le prende entrambe, ti
assume perché te ne prenda cura e ti vende il latte. |
|
Comunismo puro |
|
|
|
Hai due mucche. I tuoi vicini ti aiutano a
prendertene cura e tutti insieme vi dividete il latte. |
|
Comunismo russo |
|
|
|
Hai due mucche. Tu devi prendertene cura, ma il
governo si prende tutto il latte. |
|
Dittatura |
|
|
|
Hai due mucche. Il governo le prende entrambe e ti
spara. |
|
Democrazia di Singapore |
|
|
|
Hai due mucche. Il governo ti multa per il
possesso non autorizzato di due animali da stalla in un appartamento. |
|
Regime militare |
|
|
|
Hai due mucche. Il governo le prende entrambe e ti
arruola nell'esercito. |
|
Democrazia pura |
|
|
|
Hai due mucche. I tuoi vicini decidono chi si
prende il latte. |
|
Democrazia rappresentativa |
|
|
|
Hai due mucche. I tuoi vicini nominano qualcuno
perchè decida chi si prende il latte. |
|
Democrazia americana |
|
|
|
Il governo promette di darti due mucche se lo voti.
Dopo le elezioni, il presidente è messo sotto impeachment per aver speculato sui "futures" bovini. La
stampa ribattezza lo scandalo "Cowgate". |
|
Democrazia inglese |
|
|
|
Hai due mucche. Le nutri con cervello di pecora e
loro impazziscono. Il governo non fa nulla. |
|
Burocrazia |
|
|
|
Hai due mucche. All'inizio il governo stabilisce
come le devi nutrire e quando le puoi mungere. Poi ti paga per non mungerle.
In seguito le prende entrambe, ne uccide una, munge l'altra e ne butta via il
latte. Alla fine ti costringe a riempire alcuni moduli per denunciare le
mucche mancanti. |
|
Anarchia |
|
|
|
Hai due mucche. O le vendi a un prezzo equo,
oppure i tuoi vicini provano a ucciderti per prendersi le mucche. |
|
Capitalismo |
|
|
|
Hai due mucche. Ne vendi una e ti compri un toro. |
|
Capitalismo di Hong Kong |
|
|
|
Hai due mucche. Ne vendi tre alla tua società per
azioni, usando le lettere di credito aperte da tuo cognato presso la banca.
Poi avvii uno scambio debito azioni con un'offerta pubblica, e riesci a
riprenderti tutte e quattro le mucche con uno sgravio fiscale per il
mantenimento di cinque mucche. I diritti sul latte di sei mucche sono
trasferiti tramite un intermediario panamense a una compagnia delle Isole
Cayman di proprietà dell'azionista di maggioranza, che rivende alla tua Spa.
i diritti sul latte di tutte e sette le mucche. Il bilancio annuale afferma
che la società è proprietaria di otto mucche, con un'opzione sull'acquisto di
un'altra. Nel frattempo tu uccidi le due mucche perché il latte è cattivo. |
|
Ambientalismo |
|
|
|
Hai due mucche. Il governo ti vieta sia di
mungerle che di ucciderle. |
|
Femminismo |
|
|
|
Hai due mucche. Loro si sposano e adottano un
vitellino. |
|
Totalitarismo |
|
|
|
Hai due mucche. Il governo le prende e nega che
siano mai esistite. Il latte è messo fuori legge. |
|
Political correctness |
|
|
|
Sei in rapporto (il concetto di
"proprietà" è simbolo di un passato fallocentrico, guerrafondaio e
intollerante) con due bovini di diversa età (ma altrettanto preziosi per la
società) e di genere non specificato. |
|
Controcultura |
|
|
|
Ehi, capo... tipo che ci stanno due mucche... Oh!
Devi proprio farti un tiro di 'sto latte! |
|
| |