L'altra sera facevo notare all'amico di una vita come piano piano stiano mutando gli assetti della nostra giovane e già lunga esistenza. Il 2007 ha rappresentato forse il confine senza ritorno tra il mondo della spensieratezza e quello delle responsabilità. Parola grossa, la responsabilità: chi ha voglia di prendersela? Gli amici che hai visto fare i cretini sui banchi di scuola e ti chiedevi quale posto avrebbero assunto in società cominciano a ridere meno e fare di più: qualcuno lavora già, qualcuno si è indirizzato verso una brillante carriera universitaria tra specialistiche e master in giro per l'Europa. Stiamo diventando vecchi e ci aggrappiamo alla voglia di divertirci e alla nostra età anagrafica, mica così avanti come tentiamo di farci credere. Sciocchi. E però alle due di notte già vedi la gente che è stanca e vuol tornare a casa, quando pochi anni fa cominciava solo allora la quarta serata, dopo la prima a cena, la seconda al pub e la terza a ballare in qualche rock club. Cambiano le amicizie: ne compaiono di nuove (sarà davvero così?), ne spariscono di vecchie, alcune attraversano le nostre esistenze come meteore e le incontriamo dopo mesi in coda al supermercato. Sempre di fretta, ovviamente.
Senza dimenticare l'Amore, che fa girare il mondo come vuole e muove le carte in tavola. Coppie che nascono, coppie storiche che si lasciano, coppie storiche che quando-diavolo-andate-a-vivere-assieme? I soliti single. Che fatica, la vita. Non riesco a far altro che stare a guardare con la bocca aperta, spettatore attonito di un Tutto che mi ruota attorno senza che riesca a tenerne le redini. Il Futuro, che non mi spaventa, al tempo stesso mi incuriosisce terribilmente, con le sue strade che si intrecciano e conducono a situazioni strane, inaudite e mai pensate. Che bella, la vita. Quante sfumature e che colori bellissimi, a volte.
La scatola che dovrà rappresentare il 2007 nel nuovo anno in arrivo è piena di pastelli colorati.
C'è il nero di una notte passata al freddo tra le vie a me sconosciute di una città senza tempo, e quelle a me note della città dove vivo, perennemente a metà tra due mondi così vicini e al contempo così diversi per forma e sostanza. Le serate ai piedi del Castello tra concerti e birre e quelle in giro per bacari ad assaggiare fritti, affettati e buon rosso fresco. Le mille serate al cinese, divenuto ormai una seconda cucina nazionale, la scoperta della birra piccante messicana, i cinema e i popcorn, gli aperitivi e le cene dagli amici. Il grigio delle notti nebbiose a suonare in giro, e l'arancio di una piazza a metà settembre su un palco più grande di noi. Il marrone scuro di Cocacola a fiumi, come necessità impellente per chiudere bene una serata eccitante tra campi, campielli e strade piene di gente.
Il verde di un sedile sudicio sull'interregionale ogni mattina verso nuovi orizzonti, a fare i conti con il Lavoro, quello vero, anche se morbido è il terreno sul quale sono piovuto e simpatico è l'ambiente che mi circonda con più affetto di quanto mi aspettassi. Il bianco sporco delle pagine di un romanzo letto durante il viaggio, con tutto il tempo del caso, finalmente, per pensare e scoprire il mondo descritto tra le pieghe di un libro invece di quello frettoloso scandito dalla rete che insegue le notizie già vecchie e le chiacchiere ad ogni costo. Il rosso di una poltrona che ho occupato per 9 lunghi mesi, bellissimi e pieni di volti, idee, esperienze di vita e racconti. Un microfono, una bicicletta, un grissino alla pancetta, un mouse senza fili e qualcuno su cui contare, talvolta per un parere di lavoro, talvolta per una dritta su un posto carino dove andare a cena. L'azzurro di un ipod nelle orecchie ogni giorno, nel traffico, in spiaggia, tra gli appennini in bicicletta, salendo e scendendo ponti, perfino in macchina a volte.
L'azzurro del cielo sopra Firenze, il beige di vecchie locandine comuniste di Praga, il giallo di birra a buon mercato, i mille colori della strobo al Lucerna, dove trascorrerei volentieri ogni sabato sera e mi ritrovo a chiedermi quando mai potrò tornarci. L'arancio acceso dei tramonti sopra Castagneto in Toscana e della tenda senza un palo, retta per miracolo, il grigio dell'asfalto di mille chilometri in macchina in giro per l'Italia e di quelli sotto le ruote di Simone e Marco, in bici fino al punto più alto dell'Europa per compiere l'impresa e gustarsi un panorama unico. Il verde intenso dei boschi di Molina, in uno scenario stile Lost in cui perdersi, e quello del grande parco alle porte della città dove festeggiare con vecchi amici un altro giro di vita nel tepore umido di giugno.
Il bianco striato dei capelli dritti come spaghetti della nonna quest'anno ottantenne e ancora attiva come una ragazza, quello lucido e candido del portatile con la mela luminosa, così piccino e simpatico da entrare silenzioso in uno zainetto pronto a seguirmi ogni giorno. Il grigionero elegantissimo del gigante con la mela nel ritaglio di ufficio che da ottobre ho l'abitudine di frequentare e quello di una moquette tutta attorno ad una stanza, nuovo rifugio di un gruppo musicale cazzone e strampalato ma inevitabilmente simpatico e ehm, pittoresco.
E infine il verde dei tuoi occhi, assonnati al mattino, vispi la sera, sorridenti senza bisogno di vedere la bocca ridere. Due occhi profondi e pieni di gioia di vivere, di forza d'animo. Un oceano di dolcezza in cui ancora più che l'anno precedente mi sono perso godendomi momenti di pura vita. Un sentiero per mano, un bacio caldo appena svegli, un ultimo giro di birra quando il pub sta per chiudere, un rifugio disordinato, una macchina giramondo, una canzone che sappiamo a memoria, una lacrimina di tensione e poi il riso che riporta la pace, la calma e la serenità.
Sono cresciuto molto in questo anno, ho imparato grazie a te ad apprezzare mille cose, a farne di nuove, ho scoperto posti bellissimi e mille altri ancora avremo tempo di visitare in questo anno che viene. Per te ho fatto scelte importanti, trascurando a volte amici e persone cui continuo a tenere molto e che vedo ahimè meno di un tempo, correndo su e giù per l'Italia come una trottolina amorosa dudu dadada. A loro e a tutto il mio mondo travolto dal "ciclone" faccio le mie scuse chiedendo pazienza e comprensione. Non sono sparito, ho meno tempo per me e per tutto quello che facevo prima, ma siate contenti del mio essere felice.
Si, sono felice. Non ho molto da chiedere all'anno che viene. Mi sento una persona fortunata, nell'avere accanto le persone cui voglio bene, e spero di averle ancora al mio fianco nei giorni che verranno. Se solo questo 2008 ancora da scrivere fosse simile all'anno che ci lascia, sarà nuovamente una persona soddisfatta a scrivervi tra 365 giorni. Con i ricordi che si accumuleranno nel mentre, rendendo questa stranissima scatola di colori sempre più ricca e variegata, a comporre l'arcobaleno finale. Le nuvole, per ora, speriamo possano attendere.
Il primo, insopportabilmente lungo pippone di fine anno, il secondo (e si spera ultimo) verrà, forse, dal Socio, cui lascio la ribalta di San Silvestro ;-)
"Duro perchè faccio, non faccio perchè duro": Prodi davanti al portone di casa sintetizza così la sua opera di un governo mal sopportato da tutti. Penso che a crederci siano rimasti in tre: Romano, Scalfari e io che leggendo ogni domenica l'Eugenio mi riconvinco che questo non sia il male minore, ma quello "necessario".
Ho iniziato il 2007 in una stanza d'albergo col wifi bloccato, leggendo Repubblica mentre il mio compagno di stanza russava con la bauscina alla bocca. Ho fatto la colazione più rilassante dell'anno intero, cappuccino più torta alla ricotta, in un pub vintage anni 70 vuoto, e fuori le montagne senza la neve. La torta era molto buona, tanto che mi sono fatto portare un'altra fetta. Poi sono arrivati gli altri, e non sapevo se essere io la persona in mezzo a tanti scarafaggi enormi o viceversa. Avrei preso una terza fetta, comunque.
Ronaldo rotola da Madrid a Milano, ma questa volta sponda rossonera. E' tondo come una ciambella, ma questa volta il buco non c'è. Segnerà un gol nel derby di ritorno, portandosi la mano alle orecchie come dire, ai tifosi nerazzurri schiumanti odio: e adesso? Adesso ti farai spuntare un'imbarazzante acconciatura su ordine del Presidente, e diventerai un ex-calciatore ancora a libro paga.
Ho organizzato un concorso fotografico per la mia città. Ho passato alcune serate ad attaccare abusivamente volantini e ricontrollare la mattina seguente se non fossero stati stracciati. Fino all'ultimo non c'era nessun iscritto, poi alla fine risultarono una trentina di partecipanti. Ho premiato i vincitori del concorso fotografico, ho allestito la mostra del concorso nel pieno centro cittadino. Una mattina una tempesta di vento fece volare via alcune foto, ma le rimpiazzammo.
21 febbraio: per un pugno di voti viene bocciata una mozione in Senato (non ricordo nemmeno a cosa si riferisse) e Prodi, quello che dura perchè fa, si dimette. C'era ancora qualcuno che masticava amaro, "così si riconsegna il paese alla destra", ecc. Oggi penso che i delusi sarebbero in tre (vedi sopra), ma quel giorno l'incazzatura era diffusa, e non fate finta di non ricordare: ci credevate ancora un po' anche voi.
Ho incontrato praticamente quasi tutti gli assessori della mia città. Ho fatto visita a diversi imprenditori ferraresi, entrando in uffici che probabilmente mai rivedrò più. Ho stretto mani sincere, altre viscide, altre ancora indifferenti. Ho capito che non sono porte inaccessabili, anzi, sono molto più spalancate di quanto una segretaria poco disponibile possa inizialmente far credere. Hanno tutti voglia di essere interpellati, di dimostrare che loro è gente che ascolta, a differenza del resto della comunità cittadina che è sorda. A me è sembrato che in giro ci siano molti muti, tranne lodevoli eccezioni, vedi il tipo col sigaro che ci ha chiaramente fatto notare le cagate che stavamo commettendo senza volere nulla in cambio (anche i buoni consigli hanno un prezzo): solo perchè avevamo ventanni e una storia da raccontare.
3 febbraio: "il calcio chiude", titola la Gazzetta, ma non ci crede nessuno. 28 febbraio: muore Giorgio Tosatti. Prodi riottiene la fiducia al Senato. Il Novecento continuerà a morire al telegiornale, tra un senatore a vita che invece tiene duro. Fanno notizia solo gli ottuagenari: o perchè crepano, o perchè tengono in vita con la flebo un governo morto di un paese morto.
Salto diversi concerti, in più punti del norditalia. Frequento diversi pub, ma finalmente escono di scena dalla mia vita locali inutili. Crescendo, si impara a dire di no, anche se per ora ci si limita ai pub. Diversi sabato sera passato a fissare il vuoto del boccale di birra, rari casi in cui ci si perde a Padova, si esce sporchi di fumo e di sudore da Bologna, si esce con gente che entra per caso nel venerdì sera per riuscirne altrettanto fatalmente. Gente che si fidanza, gente che si ama, gente che si perde di vista, ma io continuo a fissare il boccale di birra vuoto, lo faccio rotolare sul tavolo, non cade, non si rompe, ma non resta nemmeno in equilibrio. Our velocity, mondi paralleli disallineati, l'eclissi di luna sugli scalini del Duomo chè sembriamo due barboni, ma nessuno ci dà la carità. Sono tutti occupati a limonare, a litigare, a decidere dove andare in vacanza. A dire di sì.
6 marzo: l'Inter viene eliminata dalla Coppa dei Campioni, con rissa finale. Anche se in campionato viaggia con 80 punti di vantaggio, mi rimarrà più impresso uno scialbo 0-0 a Valencia che uno scudetto vinto in maniera tracotante, imbarazzante. Sarà che ho gusti difficili. 19 marzo: viene liberato Mastrogiacomo. Chi?
E tante e tante cose incredibili sono successe negli ultimi tempi che non sarebbe sufficiente un post a ricordarle tutte, ma forse nell'anno che arriva saprò raccontarvele poco alla volta, trovando le parole giuste.
La mattina dell'8 gennaio 2008 i giornali titolarono a piena pagina la tragedia, mostrando una rara foto di Babbo Natale da giovane quando frequentava il seminario, con sotto la didascalia: "Babbo Natale ai tempi del seminario": in quella foto Babbo Natale assomigliava a Paul Newman da giovane, occhi azzurri tagliati sottili, naso prominente, maglioncino a V e mascella da attore americano. Tantissimi giornali, nelle pagine interne, riportarono anche un'altra foto, sempre risalente ai tempi del seminario, (fa sempre un certo effetto mostrare le foto dei morti ammazzati "ai tempi" di qualcosa) in cui Babbo Natale giovane posava insieme ad altri ragazzi giovani, del tutto simili a lui tranne per il fatto che nessuno di loro riportava, intorno alla faccia, lo stesso circoletto rosso che i grafici dei quotidiani gli avevano tributato per renderlo facilmente riconoscibile. Anche in quest'altra foto, questa del circoletto, la didascalia molto ovviamente ribadiva: "Babbo Natale quando frequentava il seminario".
Allora quella mattina dell'8 gennaio la disperazione nel mondo fu tale che in tutto il mondo piovve. Chi prima, chi dopo, (a seconda del fuso orario) la gente osservò attentamente quella foto, la foto di Babbo Natale da giovane, in particolare quella dove stava insieme agli altri cerchiato di rosso, rimanendo colpita dall'alone di predestinazione che quel volto portava. Nessun altro, in quello scatto, sembrava essere bello a tal punto, così convinto, così fiero, come Babbo Natale da giovane cerchiato di rosso. Sembrava quasi, nella foto, che Babbo Natale giovane se lo vedesse già intorno alla faccia il circoletto rosso che i giornali, un giorno nel futuro lontano, gli avrebbero disegnato attorno. E sembrava che anche tutti gli altri ragazzi del seminario presenti potessero vederlo e che per quello apparissero meno convinti, più sconfortati, perché tanto, qualsiasi cosa avessero fatto, con qualsiasi voto fossero usciti da lì, con qualsiasi ragazza si fossero presentati al ballo di fine anno, ebbene, il circoletto rosso non sarebbe toccato a loro.
I giornali, quell'8 gennaio 2008, ma anche tutti i giorni a venire, per almeno un anno, parlarono diffusamente di Babbo Natale, raccontando vizi e virtù dell'uomo più famoso del mondo subito dopo Gesù Cristo e Briatore. (secondo un sondaggio di Forbes. In verità Forbes propose anche un altro sondaggio che si trascinò dietro una buona dose di critiche, sondaggio che elesse Babbo Natale secondo uomo più ricco del pianeta subito dopo Putin e i fondatori di Google) Arrivarono settimane atroci per la televisione e per il senso generale dell'inverno: la Borsa crollò pesantemente e "The Economist" scrisse che la morte di Babbo Natale si poteva paragonare, per gravità fiscale, al post 11 settembre. Naturalmente i più colpiti dal lutto furono i bambini: anche quelli che, da anni, avevano perduto la fede nella figura di Babbo Natale, tornarono improvvisamente praticanti e alla fine se ne contarono a milioni nei vari funerali che furono organizzati. (fu deciso che un solo funerale non sarebbe mai bastato a soddisfare la richiesta e, per questo, ne furono preparati 466 sparsi per il mondo: dove fossero realmente le spoglie di Babbo Natale non fu mai rivelato, così che tutti potessero segretamente covare il sogno d'aver scelto il funerale giusto e raccontarlo agli amici o nelle interviste televisive. Quelle giornate di grande unione e fratellanza furono chiamate dai media: "L'ultimo regalo di Babbo Natale". Sei milioni di T-Shirt furono stampate e vendute in poche ore)
Uno dei problemi principali fu che il cadavere tagliato a pezzi di Babbo Natale venne rinvenuto disgraziatamente nei pressi di una Moschea. Vennero perciò mesi difficili per gli islamici di tutto il pianeta: l'Italia, in particolare, si fece portavoce di una moratoria per ristabilire con "urgenza assoluta" la pena di morte. La moratoria fu approvata con grandissimo calore e in una dichiarazione, forse troppo affrettata, Prodi propose di dichiarare illegali tutte le persone di sesso maschile con la barba lunga e che avessero almeno un'acca nel nome o nel cognome. In più la Lega Nord si fece portatrice di una proposta, acclamata sulle rive del Po in uno storico giorno di febbraio alla presenza di 400 bifolchi, quattro vacche e sedici maiali coi paramenti sacri, secondo la quale proposta, chiunque fosse in grado di elargire informazioni sul presunto killer di Babbo Natale (che per comodità tutti cominciarono a chiamare Mohammad) avrebbe ricevuto una cifra in danaro pari al suo peso. (il primo a presentarsi fu sorprendentemente Giuliano Ferrara)
Una canzone è come una pagina scritta sul diario. Un appunto che serve a fermare un momento e renderlo identificabile ed unico anche in un mare magnum di ricordi.Colas ricorda il valore storico delle canzoni, a cui assegniamo volontariamente o meno una grossa responsabilità: ricordare la nostra vita, essere testimoni delle nostre sensazioni e di noi stessi.
La memoria che si tramuta e si fa carne nelle nostre canzoni racchiude molto spesso un secondo strato di verità, difficile da distinguere se non si è molto allenati con quella scomoda compagna di viaggio di nome Realtà. Girolami la butta sui sentimenti, ma si potrebbe estrapolare dal suo discorso intimista una regola valida per tutti: ci sono le canzoni segnalibro, e ci sono le canzoni di cui abusiamo per succhiare loro pezzi di vita non vissuta, inscenando una clamorosa non corrispondenza di sensi.
Amiamo canzoni che chiedono scusa per tutto quello che abbiamo commesso, quando invece siamo innocenti. Sfoderiamo canzoni che gridano amori inconfessabili quando invece siamo single convinti. Bruciamo canzoni schiumanti furore sociale o depressione di inizio secolo mentre siamo in coda in macchina e stiamo pensando nient'altro che alla foglia di insalata incastrata tra i molari.
Eppure esistono queste canzoni così prepotenti che sarebbe un crimine contro la (nostra) umanità lasciarle fuori dalla porta, e così le fai entrare anche se sono nere e tu razzista, le fai accomodare anche se sono milaniste e tu interista, a cui offri da bere anche se loro urlano e tu taci. Ti risparmiano la fatica di riempire le tue pagine bianche da solo, evitando dolori e gioie per farle finire incapsulate e standardizzate in quei 4 minuti e mezzo . Le scarichi da emule e le adotti anche se non sono figli tuoi, e magari finisci anche a tentare di assomigliare a quello che raccontano. Forse sono loro i tuoi genitori, e tu soltanto il segnalibro tra gigabyte di mp3.
Sarà, ma io un giretto per i supermercati me lo sono fatto, e tutta sta tragedia mica l'ho notata, ho sofferto un po' la carenza di caffè Illy ma mi ha appena detto la nonna che han fatto spuntare fuori da un magazzino pure quello quindi dovrei essere a posto.
Sinceramente non capisco la gente isterica che va a riempire il carrello di lattine d'olio e scatolame di ogni genere. Han detto che sciopereranno fino a Venerdì, non penso che i supermercati siano incapaci di fronteggiare la cosa, qui in zona stan tutti pieni.
Diciamo che sarebbe stato tutto moooolto più semplice se molti di quelli che si fan chiamare giornalisti (invece di andare a zappare la terra come dovrebbero) avessero evitato di calcare la mano su una nazione già di per sè troppo portata alla psicosi collettiva.
Condivido in pieno ciò che dice Severgnini, questo tipo di protesta non porta da nessuna parte, fosse per me questi potrebbero continuare a cuocere nel loro brodo, son sicura che sopravviverei benissimo lo stesso, prima o poi si stuferebbero loro per primi e a quel punto potrebbero sedersi ad un tavolo per trattare in maniera ragionevole.
Tralaltro leggo qua e là che la spesa l'han fatta comodamente più o meno tutti, pare quindi che il problema principale al momento si riduca alla benzina.
Tuttavia se i distributori di benzina son vuoti è perchè in italia c'è una media di 2-3 automobili per nucleo familiare e i proprietari delle suddette spesso la usano pure per andarsi a prendere i giornali; aggiungiamoci che il trasporto pubblico spesso fa pena, pensiamo a tutti i proprietari delle autovetture in corsa per un "pieno" nell'ansia della caccia all benzina ed ecco prosciugata la riserva di benzina a disposizione della collettività.
Dovendo essere del tutto onesta non provo neppure un po' di empatia per la situazione, mi spiace per chi si ritrova appiedato ma non condivido neppure un briciolo di questo allarmismo che è specchio di un paese che non sa gestire per nulla la sua emotività e si fa tenere in ostaggio da ogni minima agitazione.
Perchè le soluzioni ci sarebbero eccome.
Eccome se ci sarebbero.
trovare un volo Ryanair a/r a 0.1 centesimo, applaudire fortissimo ad un concerto, saltellare, giocare a pallone in corridoio con gli amici del lavoro, infilarsi le mani nelle tasche di un vecchio jeans e trovarci qualcosa, soffocare una risata disperata davanti al conto inaspettatamente salatissimo che t'è arrivato al ristorante, trovare parcheggio, lasciare la macchina sulle strisce blu senza pagare e farla franca, Lost il lunedì sera, sentire lo starnuto imminente e trovare subito il fazzoletto a portata di mano, dire qualcosa ad un amico e vederlo annuire, stare sempre dietro l'orologio perché non vedi l'ora di vederla, appiccicare un adesivo della Lazio in camera come dieci anni fa, guardare la gente fumare insieme fuori ai locali e raccontarsi cose diverse da quelle che si stavano dicendo dentro, il momento preciso in cui capisci che hai appena trovato il coraggio di tuffarti completamente nel mare gelato dopo venti-minuti-venti di approccio timoroso, la radio che ti indovina la canzone giusta in macchina, la mattina quando apri il blog e ci trovi già 12 commenti, i commenti, il blog, i lettori del blog, gli amici che ti commentano nel blog senza dirti niente, i complimenti;
Word di microsoft che sono 10 anni che mi cambia "coglioni" in "ciglioni", il pugilato, levarsi le fascette e scoprirsi le nocche insensibili, gonfie, rosse e un rivolo di sangue giusto tra il mignolo e l'indice, il senegalese Bariza che, appena arrivi in palestra, ti dice: allora sei pronto?, sempre, tutte le volte, non si dimentica mai, l'aperitivo, Andy Capp che ti citofona e, in romanaccio, dice aho, apri, il romanaccio, Roma, il traffico che ti fa scoprire una nuova stazione radio, le 11 di sera, sentirsi giusto un gradino sotto Che Guevara dopo la terza chiara media, ogni singolo gol della Lazio, la Roma che perde in casa, la Champions League in redazione con quindici televisori accesi e Emmenne che gira una canna un po' guardando la Lazio un po' ammirando Drogba, avere una minilibreria in camera di libri ancora non letti da cui attingere ogni volta che se ne ha voglia, scoprire che il raffreddore t'è passato, l'acido lattico dopo una giornata di sport, la pipì fatta sulle mura di Corso Italia dopo il Negroni di Piero, le vacanze quando la Vita Vera è lontana, F., nonostante tutto, Federico che viene a trovarci al lavoro con la bustina piena di birre, sentire la mancanza di qualcosa, il lasonil, le coincidenze, i lobi delle orecchie morbidi, gli sconti, il terzo episodio de "Il Signore degli Anelli" visto in un cinema a Leicester Square a Londra, accanto a un tizio con un turbante e una specie di rubino rosso al centro della fronte, "King Kong" visto per la terza volta a New York in un cinema vicino a Times Square con tutti gli autoctoni che si spazzolavano i capelli quando lo scimmione si affacciava dall'Empire State Building esattamente dietro al cinema in cui stavamo noi;
Avete visto come sono bravo? Ho addirittura rispettato l'antica regola che la domenica non si posta, perchè si ha altro da fare. In realtà ieri c'era una pioggia atroce e son rimasto pressochè in casa ma mi sono trattenuto, anche in virtù del mio cercare di smettere. Tra l'altro ho avuto il mio bel da fare a giocare a Lego, il che mi ha tenuto distratto un'oretta buona su 24, durante la quale appunto non ho toccato il computer.
Cercare di smettere di scrivere è difficile, specialmente se si scrive ogni giorno quello che sta accadendo. Ieri mi chiedevo: come farò a smettere anche di raccontare sul blog che sto smettendo? Arriverà un momento in cui dovrò cessare di scrivere queste righe. Potrei prendere il telefono, chiamare Attimo in ufficio e distrarlo dai suoi css solitari e raccontare a lui, con preghiera di pubblicazione e diffusione. Oppure potrei aprirmi un account sotto falso nome e postare parlando di TheEgo come se fosse un conoscente.
Ma ho avuto un'idea migliore. Smetterò un po' per volta, cercando di essere via via più sintetico nei miei interventi tagliando via un pezzo di post in modo da farli sempre più corti. A voi vi basti sapere che sto bene, sto riuscendo per ora nel mio intento e che dopotutto magari finalmente,
Oggi è il secondo giorno che non bloggo. Oddio che termine odioso bloggare l'ho sempre odiato. Diciamo che è il secondo giorno che non scrivo sul blog. Riassunto delle puntate precedenti: ieri ho smesso di avere un blog e son qui a raccontarvi come va. Innanzitutto grazie per le parole di conforto e di commiato: non mi ha cagato praticamente nessuno a parte chi era meglio non lo facesse. Nessuno che si sia strappato i capelli, nessuno che abbia detto mi dispiace, oppure era ora non ne potevamo più. Evidentemente il mio apporto alla blogosfera è pari a zero, tondo tondo. E pensare che sono un blogger con 5 anni di onorata carriera, magari un mazzo di fiori, un pensierino faceva piacere. Vabbè.Da quando non ho più un blog ho un sacco di tempo libero. Ieri ad esempio ho potuto dar retta ad un mio amico che di recente si è convertito al Mac dopo che tanto ne decantavo le lodi. Mi ha chiamato dall'Inghilterra dov'è in Erasmus per dirmi che sul Macbook gli è uscito un punto interrogativo sullo schermo e non si avviava più. Ho dovuto dargli la terribile notizia che, come tanti altri macbook di quella serie, anche il suo disco fisso era partito per la tangente e con esso tutto il suo contenuto. Sono stato male per lui e per me che l'ho preso da poco e incrocio le dita nonostante il disco sia di marca differente.
Ma dicevamo, bisogna cercare di smettere, di fare qualcosa di più edificante. Sul modello di un'amica che sta cercando di smettere di fumare e mi raccontava i metodi che usano al centro antifumo ho pensato di fare di tutto per tenere lontano da me questo sito in modo tale da non ricadere in tentazione. Ho cancellato tutti i link, le password che avevo salvate, i dati di configurazione. Per scrivere questo non sapete la fatica che ho dovuto fare per ricordarmi tutte le chiavi di accesso. Per fortuna ho ritrovato un foglietto in un cassetto con alcune indicazioni.
Comunque sono stato proprio bravo. Ieri per esempio ho controllato se c'erano commenti solo 22 volte durante la giornata e, visto che non ne arrivavano, ne ho scritto uno io per farmi compagnia. Oggi per tenermi impegnato farò l'albero di Natale, e poi i prossimi giorni sono convinto sarà tutto in discesa: il Natale alle porte, i regali da fare e alcune faccende da sbrigare faranno il resto. Poi le vacanze natalizie dove notoriamente ci si abbuffa e non si sta tanto a pensare al blog. Posso farcela dai. E' il momento giusto.
– Ciao! Ci siamo già visti?
– Può darsi... Tibet? Duecento anni fa?
– Ciao! Come ti chiami?
– Dalai Lama.
– La dai cooosa?
– Ciaobbella! Ti hanno mai fatto raggiungere il Nirvana?
– Ogni giorno. Cinque volte.
No, non funzionerebbe mai. Litigare con una donna il cui nome significa "Oceano di saggezza". Già vogliono avere sempre ragione...
Pronto a uscire il nuovo film di Sylvester Stallone. Tornerà a vestire i panni di Rambo. In questo episodio John Rambo, stanco dei continui soprusi dei suoi compatrioti verso i reduci di guerra, decide di autoesiliarsi in un paese più tranquillo. La Jugoslavia. La situazione però degenera e Rambo capisce che è meglio cambiare aria. Afghanistan. Ma i suoi ex-colleghi americani, ancora rancorosi nei suoi confronti ("Hai fatto un film dove liberavi l'Afghanistan dai russi e la lasciavi nelle mani dei talebani, complimenti!", era il 1988), arrivano anche lì. Costretto a fuggire, John trova riparo nel deserto. È l'Iraq.
Di lui si perdono le tracce per diversi anni, fino ai giorni nostri, quando il colonnello Trautman riceve una cartolina dal suo vecchio amico. "Qui fa caldo, ma almeno non ci bombardano. Bacioni dall'Iran, John Rambo".
Vive nell'ombra. Spesso indossa una maschera e corteggia la Stella della Senna. Il più famoso di loro è il Tulipano nero, ma non era reperibile. Troppo impegnato a scrivere le interviste di un famoso presidente. Americano. L'altro è Simcam. L'ultimo suo impegno è stato sostituire Luigi Berlusconi per la rivista Style.
Ecco alcuni stralci dell'intervista rilasciata dal finto Luigi per il mensile del Corriere.
(Per i disattenti: notare la firma in calce all'immagine)
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Ferrara solitamente è una città tranquilla, talmente immobile da sembrare quasi addormentata. Nebbia e freddo d'inverno, caldo ed afa d'estate, non ci sono mezze misure: nulla sembra cambiare per davvero e tutto sembra sempre uguale, come in un film che si replica all'infinito. Però a volte capita che Ferrara riesca ad uscire dal suo caratteristico torpore, ed allora saltano gli schemi e ci viene data la possibilità di vivere serate importanti come quella di giovedì scorso.
Al Renfe, nell'ambito dell'azzeccatissima rassegna Indie Thursdays, hanno suonato i torinesi Disco Drive. Una band a modo suo emergente, che è partita da un suono di chiara matrice punk-funk e si è evoluta costantemente, cambiando pelle e riuscendo concerto dopo concerto a trovare un suo suono, un qualcosa esattamente a metà strada tra la melodia pop a e la sperimentazione più pura, facile e difficile allo stesso tempo, ma estremamente intrigante e coinvolgente. Una band semplicemente favolosa, la cui forza sta nella fantasia degli arrangiamenti unita alla potenza e ad un tiro davvero micidiale. Intrecci vocali formidabili e ritmi quadrati e trascinanti, che riproposti dal vivo riescono sempre nella difficile impresa di trascinare il pubblico pagante (nel caso del Renfe non tanto pagante, visto che l'ingresso era gratuito).
Preceduti dai giovanissimi Simplemen Think da Padova (titolari di un post-hardcore spigoloso ma che al momento opportuno sa come lasciare spazio alla melodia, parecchio bravi e con ampi margini di miglioramento: credo che si sentirà molto parlare di loro in futuro), i Disco Drive hanno dato vita ad una grande esibizione. Rispetto all'ultima volta in cui li ho visti mi sono sembrati più sciolti e sicuri di sé, più tranquilli e meno tesi. L'impressione è che abbiano acquisito piena consapevolezza dei loro grandi mezzi e, definitivamente liberi da ogni vincolo mentale, riescano a raggiungere l'obiettivo con più facilità e senza grossi sforzi apparenti. In poche parole, sul palco sembrano cazzeggiare ma in realtà stanno facendo cose sempre più complicate.
I Disco Drive ci credono. Hanno infiammato Ferrara con un set che ha pescato a piene mani dall'ultimo, favoloso Things To Do Today ed hanno vinto la sfida, riuscendo a convincere anche il più scettico tra i presenti. Un bell'inedito eseguito al momento opportuno è stata la ciliegina sulla torta, un momento che una band preziosa ha voluto condividere con chi in un freddo giovedì sera é rimasto sveglio fino a tarda ora solo per seguirla.
Confermo, i Disco Drive sono pronti.

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