Benedetto XVI: "Provo gioia per il nuovo clima politico". Gli ricorda la gioventù nella Hitler-Jugend.
metterò i puntini sulle I
stenderò i panni ad asciugare
tenendo per me una parte dei raggi
di sole
rimarrò fuori un poco più a lungo
a rimirare gli alberi in fiore
ascoltando un vecchio disco consumato
che conosco ormai a memoria.
Io, quando avrò venticinque anni
sarò morbido e pulito
ascoltando quel che hai da dirmi,
capendo poi davvero
il significato dei tuoi sorrisi
e dei tuoi silenzi bianchi.
Io, quando avrò venticinque anni
avrò scoperto almeno un poco
da che parte soffia il vento
cosa è bianco e cosa è nero
avrò imparato l'arte del sogno
e la paura di cadere
cullandomi tra braccia
che sanno di rose fresche
e pura seta rossa.
La mezzanotte della Cenerentola nerazzurra era scattata mercoledì 11 marzo, dopo che Cappuccetto Rosso si era mangiata in due bocconi il timido Biscione versione europea. L'inspiegabile, ma in realtà scontatissimo, siluramento di Mancini si era già consumato nella sala stampa di San Siro, per mano dello stesso allenatore. E' vero, poi si è vinto uno scudetto, il più bello e sofferto di questi ultimi tre anni, ma la sbroccata manciniana aveva aperto il vaso di Pandora. La scarpetta di cristallo, delle vittorie consecutive, dei mille punti di distacco si è staccata dal fragile piedino dell'Inter che, improvvisamente, si è riscoperta normale. E quindi più nevrotica di tutti.

Normale, sul piano del gioco e dei risultati, lo era diventata già dall'inizio del 2008, dopo una prima parte di stagione su livelli stratosferici come prestazioni (fisiche, più che di gioco) e risultati. L'apice lo si è toccato nel derby natalizio, l'ennesima partita in cui si dimostrò che la vittoria l'Inter non se la costruiva o guadagnava, semplicemente decideva di andarsela a prendere, e la prendeva.
Nel girone di ritorno invece la squadra si è sfaldata sotto il peso di una serie quasi imbarazzante di infortuni, e di un'Europa da conquistare. Si è iniziato a giocare partite alla pari con le altre squadre di Serie A, si è smesso di correre e di imporre la propria muscolarità, e come ovvia conclusione, si è anche iniziato a perdere. L'inerzia era il carburante di una squadra a pezzi fisicamente, tenuta insieme solo dal morale e dalla dignità di chi non poteva perdere uno scudetto già vinto. Paradossalmente, penso che se Mancini non avesse sbroccato quella sera della sconfitta col Liverpool, forse avrebbero perso davvero il campionato. Quello sfogo assurdo e improvviso, e subito ricucito come se nulla fosse, ha messo alla luce un disagio che, se l'avessero lasciato circolare nei corridoi della Pinetina, avrebbe prodotto altre figuracce. I riflettori sui malumori interni, sono stati il collante che ha evitato la caduta verticale. Il crollo c'è comunque stato, ma una Roma adolescienziale non ha saputo approfittarne, tanto che più di vittoria dell'Inter, si dovrebbe parlare di sconfitta giallorossa.

L'aspetto forse più affascinante di questo campionato è stato il suo intrecciarsi a doppio filo con le vicende tragicomiche nerazzurre. Siamo stati un po' tutti osservatori di un'Inter incapace di accorgersi di quello che era ormai evidente: che l'incantesimo era, non dico finito, ma sospeso.
Fino all'ultimo (derby perso con il Milan, pareggio con il Siena) hanno voluto affidarsi all'inerzia, quasi che si dovesse vincere per volere divino, per manifesta superiorità nei mezzi e nelle intenzioni, ma non nella pratica. L'Inter si sentiva forte, ma non ha saputo rendersi conto che stava perdendo uno scudetto, che era ritornata normale. Sabato sera, mentre ero impegnato nella trasferta di lavoro ravennate, ho visto sventolare bandiere nerazzurre nonostante la Coppa Italia l'avesse vinta la Roma. Il simbolo di una stagione in cui si doveva vincere e si è vinto, di una convinzione irriducibile che va aldilà del campo, del gioco e del risultato e rasenta il patetico. Scene simili di una convinzione radicata all'interno della propria fazione che si afferma sulla Realtà, se ne sono viste anche nella Roma seconda ma "moralmente prima". E' un calcio identitario, dove persino i risultati sono scavalcati dall'umore delle sue componenti: i tifosi integralisti, i calciatori piagnoni, le società schizofreniche. Vincere non è che non basta più, semplicemente è un corollario alla messa da celebrare, diventa relativo, interpretabile e manipolabile. E dunque si gioisce se si sprecano occasioni, si licenziano allenatori vincenti, si sprecano ulteriori miliardi per perfezionare il perfetto. Un calcio onanistico dove si gioca in 11 contro se stessi.

Nel girone di ritorno invece la squadra si è sfaldata sotto il peso di una serie quasi imbarazzante di infortuni, e di un'Europa da conquistare. Si è iniziato a giocare partite alla pari con le altre squadre di Serie A, si è smesso di correre e di imporre la propria muscolarità, e come ovvia conclusione, si è anche iniziato a perdere. L'inerzia era il carburante di una squadra a pezzi fisicamente, tenuta insieme solo dal morale e dalla dignità di chi non poteva perdere uno scudetto già vinto. Paradossalmente, penso che se Mancini non avesse sbroccato quella sera della sconfitta col Liverpool, forse avrebbero perso davvero il campionato. Quello sfogo assurdo e improvviso, e subito ricucito come se nulla fosse, ha messo alla luce un disagio che, se l'avessero lasciato circolare nei corridoi della Pinetina, avrebbe prodotto altre figuracce. I riflettori sui malumori interni, sono stati il collante che ha evitato la caduta verticale. Il crollo c'è comunque stato, ma una Roma adolescienziale non ha saputo approfittarne, tanto che più di vittoria dell'Inter, si dovrebbe parlare di sconfitta giallorossa.

Fino all'ultimo (derby perso con il Milan, pareggio con il Siena) hanno voluto affidarsi all'inerzia, quasi che si dovesse vincere per volere divino, per manifesta superiorità nei mezzi e nelle intenzioni, ma non nella pratica. L'Inter si sentiva forte, ma non ha saputo rendersi conto che stava perdendo uno scudetto, che era ritornata normale. Sabato sera, mentre ero impegnato nella trasferta di lavoro ravennate, ho visto sventolare bandiere nerazzurre nonostante la Coppa Italia l'avesse vinta la Roma. Il simbolo di una stagione in cui si doveva vincere e si è vinto, di una convinzione irriducibile che va aldilà del campo, del gioco e del risultato e rasenta il patetico. Scene simili di una convinzione radicata all'interno della propria fazione che si afferma sulla Realtà, se ne sono viste anche nella Roma seconda ma "moralmente prima". E' un calcio identitario, dove persino i risultati sono scavalcati dall'umore delle sue componenti: i tifosi integralisti, i calciatori piagnoni, le società schizofreniche. Vincere non è che non basta più, semplicemente è un corollario alla messa da celebrare, diventa relativo, interpretabile e manipolabile. E dunque si gioisce se si sprecano occasioni, si licenziano allenatori vincenti, si sprecano ulteriori miliardi per perfezionare il perfetto. Un calcio onanistico dove si gioca in 11 contro se stessi.
Accomunati dalla passione per il calcio e per il Manchester United siamo andati al Druid’s Rock a vedere la finalissima di Champions League.
Adulti abbastanza, noi quattro, da dover venire a patti, almeno a volte, con quello che più si attiene all’età adulta: moralità, serietà, coerenza, attaccamento alle solide basi del reale. Eppure presenti davanti al Manchester United come cerbiatti o stambecchi attirati al ruscello. Non si può non amare il Manchester United, se quel pallone che rotola sta alla tua vita come i globuli rossi al sangue.
Non c’è molto da fare al Druid’s Rock: non servono da mangiare, non c’è grande fantasia nel menu, anzi non esiste proprio il menu. Però ci sono le sciarpe delle squadre di calcio incollate sul soffitto di legno, ed è stupenda quell’arcata, c’è la bandiera del Galles, un sacco di locandine dei film, vecchie bottiglie di rum e whiskey e una foto di Russel Crowe al bancone, incorniciata, con sotto la scritta a penna, gigante, esitante: "Russel Crowe", a caratteri cubitali, così che ti resti impresso almeno qualcosa da raccontare agli amici, il giorno dopo, nonostante la birra, ehi quel pub, sapete, c’è stato anche Russel Crowe e non aveva una bella faccia. Il Druid's Rock è il locale degli inglesi a Roma. Accogliente e informale, a due passi dalla Stazione Termini. In pratica è come stare a casa, però con l’odore delle ascelle di Bobby Charlton al posto del Vape.
Ci mettiamo lì, noi quattro, in piedi, in mezzo agli inglesi, tutti inglesi, solo inglesi: il primo derby inglese della storia in una finale di Champions. I tifosi del Chelsea presenti sono in larghissima maggioranza di colore: ragazzi neri piuttosto a modo, vestiti casual. Quelli del Manchester United sono decisamente più rustici. La partita è bellissima, Cristiano Ronaldo segna e tutti ci vengono addosso: Yyyeaaah! Il Manchester United è superiore, la gente vestita di rosso comincia ad annuire: si fa a turno per andare a prendere da bere. Qualcuno resta col naso appeso verso il monitor sopra la cassa, la mano coi cinque euro a mezz'aria, mentre l'ennesimo tiro finisce fuori di poco.
Come può esserci qualcuno al mondo a cui il calcio rimbalzi addosso? Non riesco a comprendere come possa esistere una persona che davanti al Manchester United, la squadra dei ferrovieri dello Yorkshire, non si commuova, non decida di cambiare stile di vita, modi, abitudini. Il Manchester United: sono lì a tifare Manchester United e mi piace ostentarlo: sono dei vostri, odio il Chelsea del petroliere mafioso, odio il Chelsea dell’ebreo Grant, l'allenatore che non fa giocare nemmeno per un minuto il grande Sheva. Come si fa? Come si fa? E’ la domanda che gonfia le guance di tutti quando Ferguson toglie Rooney ai supplementari: not Roney! Mi aspetto di vederlo uscire dall’inquadratura, Rooney, raccogliere la felpa dalle mani del dirigente accompagnatore e comparire accanto a noi quattro, ancora sudato, puzzolente di fatica e di pioggia di Mosca, ehi guys, me l’aspetto, Wayne, l’attaccante più forte e con meno muscoli addominali che esista sulla faccia del pianeta, me l’aspetto che ci raggiunga, coi calzettoni risvoltati dentro i parastinchi e qualche parola poco gentile nei confronti del suo allenatore. Ma tutto quello che arriva è un altro giro di birre e la decisione di seguirci i rigori DENTRO, nella bolgia, nel girone infernale.
Adulti abbastanza, noi quattro, da dover venire a patti, almeno a volte, con quello che più si attiene all’età adulta: moralità, serietà, coerenza, attaccamento alle solide basi del reale. Eppure presenti davanti al Manchester United come cerbiatti o stambecchi attirati al ruscello. Non si può non amare il Manchester United, se quel pallone che rotola sta alla tua vita come i globuli rossi al sangue.
Non c’è molto da fare al Druid’s Rock: non servono da mangiare, non c’è grande fantasia nel menu, anzi non esiste proprio il menu. Però ci sono le sciarpe delle squadre di calcio incollate sul soffitto di legno, ed è stupenda quell’arcata, c’è la bandiera del Galles, un sacco di locandine dei film, vecchie bottiglie di rum e whiskey e una foto di Russel Crowe al bancone, incorniciata, con sotto la scritta a penna, gigante, esitante: "Russel Crowe", a caratteri cubitali, così che ti resti impresso almeno qualcosa da raccontare agli amici, il giorno dopo, nonostante la birra, ehi quel pub, sapete, c’è stato anche Russel Crowe e non aveva una bella faccia. Il Druid's Rock è il locale degli inglesi a Roma. Accogliente e informale, a due passi dalla Stazione Termini. In pratica è come stare a casa, però con l’odore delle ascelle di Bobby Charlton al posto del Vape. Ci mettiamo lì, noi quattro, in piedi, in mezzo agli inglesi, tutti inglesi, solo inglesi: il primo derby inglese della storia in una finale di Champions. I tifosi del Chelsea presenti sono in larghissima maggioranza di colore: ragazzi neri piuttosto a modo, vestiti casual. Quelli del Manchester United sono decisamente più rustici. La partita è bellissima, Cristiano Ronaldo segna e tutti ci vengono addosso: Yyyeaaah! Il Manchester United è superiore, la gente vestita di rosso comincia ad annuire: si fa a turno per andare a prendere da bere. Qualcuno resta col naso appeso verso il monitor sopra la cassa, la mano coi cinque euro a mezz'aria, mentre l'ennesimo tiro finisce fuori di poco.

Come può esserci qualcuno al mondo a cui il calcio rimbalzi addosso? Non riesco a comprendere come possa esistere una persona che davanti al Manchester United, la squadra dei ferrovieri dello Yorkshire, non si commuova, non decida di cambiare stile di vita, modi, abitudini. Il Manchester United: sono lì a tifare Manchester United e mi piace ostentarlo: sono dei vostri, odio il Chelsea del petroliere mafioso, odio il Chelsea dell’ebreo Grant, l'allenatore che non fa giocare nemmeno per un minuto il grande Sheva. Come si fa? Come si fa? E’ la domanda che gonfia le guance di tutti quando Ferguson toglie Rooney ai supplementari: not Roney! Mi aspetto di vederlo uscire dall’inquadratura, Rooney, raccogliere la felpa dalle mani del dirigente accompagnatore e comparire accanto a noi quattro, ancora sudato, puzzolente di fatica e di pioggia di Mosca, ehi guys, me l’aspetto, Wayne, l’attaccante più forte e con meno muscoli addominali che esista sulla faccia del pianeta, me l’aspetto che ci raggiunga, coi calzettoni risvoltati dentro i parastinchi e qualche parola poco gentile nei confronti del suo allenatore. Ma tutto quello che arriva è un altro giro di birre e la decisione di seguirci i rigori DENTRO, nella bolgia, nel girone infernale.
E allora eccoli qui sfilare davanti ai miei occhi, gli "sfigati" del binario quattro, indossare sempre uguali giorno dopo giorno la maschera del loro Personaggio, quasi fossero veri e propri attori che recitano la parte ogni mattina, perchè la vita del pendolare è per eccellenza ripetitiva e monotona e sembra un po' che tutti si siano calati nella parte.
Maria, 40 anni timidi e solitari, capelli lunghi, neri e sporchi, raccolti in una lunga coda sempre uguale. Gli stessi pantaloni, le stesse scarpe, la stessa giacca a vento sportiva tutto l'inverno che chissà ormai quanto puzza. Arriva trafelata con la sua mountain bike che parcheggia nel mare di catorci all'uscita della stazione, cuffione nere sony nelle orecchie, collegate anacronisticamente ad un walkman a cassette. Cascasse il mondo Maria sale sul primissimo vagone e la sua preoccupazione non è tanto trovare un posto quanto procurarsi una copia di qualche free press abbandonata sui sedili o perfino in terra. Scandagliato l'intero vagone alla ricerca del trofeo sorride tronfia con la sua copia stropicciata in mano e si siede dove capita conciliando lettura e musica.
Maria lavora a Mestre, in una toelettatrice per cani, dove viene sfruttata per uno stipendio misero in uno sgabuzzino pulcioso, sufficiente per la sua vita pendolare e la convivenza prolungata con i genitori. La sera, inforcata nuovamente la bicicletta, fa rientro nel suo appartamento, dove la stanza ancora tappezzata di poster di quando era giovane, l'accoglie per un poco di conforto prima della nuova giornata piena di stress. Mai un'espressione felice, sul viso rugoso nonostante l'età, se non in quell'attimo in cui si aggiudica il suo ritaglio di notizie quaotidiano, il suo cordone ombelicale con il mondo che gira veloce, fuori della carrozza numero uno.
Michele è una persona riservata e gentile. Un uomo d'altri tempi garbato e vestito di tutto punto, sia con pioggia che con il sole. Svolge il suo compito con meticolosità, dal giorno in cui l'hanno chiamato a Padova per una cattedra alla facoltà di Economia: zainetto in spalla con libri e ombrellino portatile, gilet e occhiali da sole, talvolta un cappello da uomo, quasi più un ometto in gita che un professore. E' benvoluto dagli studenti che vedono in lui una persona onesta, seppure agli esami non faccia sconti a nessuno, tantomeno alle rampanti padovane che esibiscono la mercanzia sperando in qualche sconto. Il prossimo anno verrà assegnato altrove e cambierà città, treno, aria. Forse sceglierà il lato sinistro del binario in un impeto di ribellione verso la sua vita ordinata.
Giulia è una studentessa di Padova minuta e piena di ricci. Il viso duro le conferisce un'aria attenta e corrucciata, talvolta celata da giganti occhiali da sole alla moda. Abbina scarpette trendy a borsette originali e colorate da mercatino, alla lettura di romanzi pesantissimi e saggi sociologici da pochi soldi, dovuti forse agli studi, per antonomasia in Psicologia. Le parole Studentessa, Padova e Psicologia rappresentano forse il più grande clichè del mondo accademico italiano dopo Studente, Bologna, Nonfauncazzo.
Giulia ha un iPod nero, al quale ha abbinato cuffie dal filo nero, perchè è nata negli anni '80, o perchè si sposa bene il colore e quel bianco apple non l'ha mai potuto soffrire. Ascolta rock d'oltremanica, e qualche cantautore italiano di sinistra, ma con moderazione, perchè diligentemente trascorre la sua ora di viaggio evidenziando dispense o ricopiando appunti su un quadernetto ad anelli. Nel imperfetto equilibrio pendolare femminile delle otto e trenta la vediamo scendere a Padova e restituirci al suo posto una quindicina di colleghe che dalla città patavina migrano ancora più a nord inseguendo l'agognato pezzo di carta e un futuro posto fisso. Giulia odia le pettegole venete che parlano solo di Amici, prodotti per capelli e icone pop. Sarà per quello che quando salgono loro lei scende e il tragitto per l'università lo compie a piedi scegliendo di esser sola piuttosto che mal accompagnata.
Gianni ha l'aria baldanzosa di chi la sa lunga, la boria sicura di chi è stato in vacanza proprio dove andrai tu, che conosce perfettamente lo sport che pratichi, è esperto dei tuoi hobby e dall'alto dei suoi cinquant'anni abbronzati le ha già viste tutte. Forse per tali motivazioni Gianni ogni mattina riesce ad occupare l'intero spazio tra le colonne a metà binario e la linea gialla da non oltrepassare, gonfio del suo ego oppure a causa del suo zainetto ingombrante tenuto su una spalla sola come un ragazzino figo di prima liceo. I passanti devono aggirarlo sull'interno, strabordando sulla banchina del binario tre o scegliere di cadere sulle rotaie e poi risalire oltre sperando che il treno non passi proprio in quel momento.
Gianni è sempre vestito elegante perchè il suo posto in banca lo esige, mentre la scelta delle cravatte vistose è del tutto sua, così come il cappellino firmato che indossa con l'aletta in su appena calzato sulla testa che gli conferiscono l'aria di un anzianotto Carletto. Gianni trova sempre posto sul treno, trova sempre un giornale sul sedile, qualcuno che conosce con cui chiacchierare nel breve viaggio verso la stazione successiva dove scende ogni mattina. Gianni è il re nudo del binario quattro, lato destro, ma nessuno gli ha mai fatto notare che a lui sarebbe più utile scegliere il sinistro, maggiormente vicino all'uscita nella sua stazione di arrivo. Un giorno ribelle forse lo cacceremo dal nostro territorio, facendolo passare sulle rotaie.
NdA: ogni riferimento a cose, luoghi, persone NON è puramente casuale ma in buona parte frutto di fantasia.
Sentimi bene: si chiama scopare.
Amore si chiama ma, dalla faccia che fai e dalle parole che dici, mi par di capire che il concetto ti sfugge.
Allora Vecchio, mettiti qui, a sedere, cuccia, sitz, stai buono un attimo e parliamo dell'amore, del sesso. Tu ed io, Vecchio, sfilati le scarpucce Prada e parliamo. Dici: "Se l'esercizio della sessualità si trasforma in una droga che vuole assoggettare il partner ai propri desideri e interessi, senza rispettare i tempi della persona amata, allora ciò che si deve difendere non è più solo il vero concetto dell'amore, ma in primo luogo la dignità della persona stessa".
Vecchio, cazzo dici?
Fermo, stammi a sentire. Il problema di quelli come te è che parlano senza sapere, solo perché ci sono milioni di rincoglioniti che vanno pazzi per questo accomondantissimo nulla. Quelli ti piazzano in braccio il loro primogenito e buonanotte al secchio.
A parte il fatto che le droghe dovrebbero essere un diritto di ogni libero cittadino che si trovi costretto a vivere in questo mondo di merda, ti voglio anche dire che "l'esercizio della sessualità", come lo chiami tu, non assoggetta manco per un cazzo il partner ai propri desideri, perché, in genere, a letto - sai quella cosa morbida su doghe di legno che tu usi solo per dormire - il partner è d'accordo, altrimenti si chiama violenza sessuale e lì interviene la magistratura. In più, Vecchio, tu dai aria alla bocca quando parli di "rispettare i tempi della persona amata": si vede che non sai di che minchia vai cianciando, perché, Vecchio, rispettare i tempi della persona amata, nel sesso, quando si scopa, in genere è complicatissimo, è vero, hai ragione tu, qualche volta non si riesce a fare, ma ciò che tu chiami peeeeeeccaaaaaato moooooortaaaaaaaaleeeeeee noi lo chiamiamo eiaculatio precox.
Amore si chiama ma, dalla faccia che fai e dalle parole che dici, mi par di capire che il concetto ti sfugge.
Allora Vecchio, mettiti qui, a sedere, cuccia, sitz, stai buono un attimo e parliamo dell'amore, del sesso. Tu ed io, Vecchio, sfilati le scarpucce Prada e parliamo. Dici: "Se l'esercizio della sessualità si trasforma in una droga che vuole assoggettare il partner ai propri desideri e interessi, senza rispettare i tempi della persona amata, allora ciò che si deve difendere non è più solo il vero concetto dell'amore, ma in primo luogo la dignità della persona stessa".
Vecchio, cazzo dici?
Fermo, stammi a sentire. Il problema di quelli come te è che parlano senza sapere, solo perché ci sono milioni di rincoglioniti che vanno pazzi per questo accomondantissimo nulla. Quelli ti piazzano in braccio il loro primogenito e buonanotte al secchio.
A parte il fatto che le droghe dovrebbero essere un diritto di ogni libero cittadino che si trovi costretto a vivere in questo mondo di merda, ti voglio anche dire che "l'esercizio della sessualità", come lo chiami tu, non assoggetta manco per un cazzo il partner ai propri desideri, perché, in genere, a letto - sai quella cosa morbida su doghe di legno che tu usi solo per dormire - il partner è d'accordo, altrimenti si chiama violenza sessuale e lì interviene la magistratura. In più, Vecchio, tu dai aria alla bocca quando parli di "rispettare i tempi della persona amata": si vede che non sai di che minchia vai cianciando, perché, Vecchio, rispettare i tempi della persona amata, nel sesso, quando si scopa, in genere è complicatissimo, è vero, hai ragione tu, qualche volta non si riesce a fare, ma ciò che tu chiami peeeeeeccaaaaaato moooooortaaaaaaaaleeeeeee noi lo chiamiamo eiaculatio precox.

Silvio: No.
Rachele mi fa giustamente notare: cosa c'è di più Pari Opportunità che affidare l'incarico di ministro ad una donna qualunque, priva di competenze politiche di alcun tipo?
Alla fine, Mara Carfagna, ce l'ha fatta.
[scritto da Simona, donna]
Mi ricordo le mani. E le venuzze che gli si gonfiavano sulle tempie quando si arrabbiava.
Mi ricordo ogni centimentro della faccia e le diverse sfumature dei suoi occhi.
So perfettamente com'ero vestita la prima volta che l'ho visto, quante sigarette ho fumato e cosa c'era scritto sul post-it attaccato allo schermo del computer.
Colloquio per fare la segretaria amministrativa in un'azienda di ricambi per auto. Una grossa. Azienda. Di ricambi per auto. Con sedi in tutta Italia. Loro sono in due: il capo-filiale con le sue venuzze ed il responsabile di zona del nord-est.
Dopo mezz'ora il lavoro è mio: me la chiacchiero bene, nulla da dire. Anche a scuola era così: liceo classico, voti ottimi, mai una versione a casa. Me la chiacchiero proprio bene. All'inizio va che è una meraviglia; lui, il capo filiale, con le sue mani, è simpatico e paziente, si congratula per la velocità con cui imparo, è indulgente per gli errori. Si ride, anche; ci si racconta. Oltre a noi ci sono due colleghi che però vanno spesso in giro per i servizi a domicilio; simpatici pure loro. Tutto perfetto.
Dopo un mese circa, cambia la musica; le venuzze cominciano a gonfiarsi all'improvviso e per un nonnulla. Basta un timbro messo in un punto sbagliato della scrivania e si scatena l'inferno. Insulti e grida. Io, sorpresa arrabbiata triste, mi chiedo dove sia finito quel signore simpatico che mi ha fatto il colloquio: questo tizio non è lui, è solo uno che cerca di farmi piangere ma che non ci riuscirà.
Andare in ufficio è come camminare sui carboni ardenti: combattere tutti i giorni con l'isteria di frasi cattive ("fammi un bocchino", "perché non la dài a quel cliente, così lo facciamo contento", "non capisci un cazzo") ed attenzioni da fidanzato adolescente, tipo che mi viene a prendere a casa senza che io l'abbia chiesto, anche perché un fidanzato ce l'ho già, lo amo e - guarda un po' - me lo sposerei domani, quindi grazie dell'offerta, ma prendo l'autobus.
Ormai è chiaro che i centrimetri della sua faccia si sono presi una cotta per me, però c'è una modalità ossessivo-compulsiva nel manifestare l'interesse che col corteggiamento non ha niente a che fare: alterna momenti di estrema calma, (momenti in cui, manco a dirlo, io credo davvero che tutto sia tornato a posto; retaggio di un passato che ha spostato i limiti della mia sopportazione un paio di abissi oltre il buon senso) ad altri di rabbia per la sua vilipesa mascolinità.
Nel frattempo reagisco, è ovvio: quando mi si avvicina, quando urla, quando mi dice che sono una troia. Parlo con il super boss del nord est, il quale cerca di appianare le cose, che però non si appianano. Parlo allora con altri responsabili di responsabili di responsabili. Nessuno muove un dito.
Finché arriva lo strappo: un telefono tirato in testa. E la settimana dopo una spalla lussata. Mentre salgo sul taxi che mi porta in ospedale, mi ordina di dichiarare che sono finita contro una porta; faccio di sì con la testa e intanto penso: "Col cazzo...".
Mi licenzio il giorno dopo: sono in infortunio, vivo da sola, devo mantenermi; ma non voglio comunque i soldi di quello schifo di Azienda. Un amico avvocato mi spinge a denunciarli: la società, lui, le sfumature dei suoi occhi. Mi lascio convincere solo perché ho i colleghi pronti a testimoniare, so come vanno queste cose, le umiliazioni che devi passare: ho già dato, grazie. La peggiore, di umiliazione, è quello sguardo: una donna che ha subìto molestie lo riconosce subito, anche perché spesso segue la domanda, che spiega quello sguardo. "E tu che hai fatto per provocarlo?". Ecco perché non se ne parla mai abbastanza. Perché non si hanno risposte adeguate ad una domanda così. A parte inviti a recarsi in un posto che finisce per "ulo".
In buona sostanza vinco: o meglio, lui patteggia per la denuncia di mobbing e molestie sessuali.
E anche stavolta è servito prontamente lo spauracchio da dare in pasto alle folle, farle ruminare. Il Tg5 ha pure ritirato fuori le statistiche sugli ultras, che tra autogrill e pestaggi notturni fanno sempre la loro porca figura. L'evento di cronaca verrà digerito e produrrà i detriti che andranno a concimare il "dibattito politico" (Fini e relativo codazzo non perdono tempo), diventerà materia di sondaggio. Tutto si riduce a propaganda e tende a dilatare i contorni della vicenda, il morto è sepolto dalla retorica del Male che questa volta si impersona sotto forza di neonazismo.
A questo punto il motivo più ovvio e accettabile per spiegare l'omicidio risulta essere effettivamente una sigaretta negata. O l'essere di destra estrema lo trovate un movente più credibile? Allora dovremmo automaticamente accettare l'ira populista che identifica inderogabilmente come stupratori ogni rumeno per strada, e come ladri infami ogni zingaro che si aggira nelle periferie.
Dare l'enfasi sull'estrazione politica degli arrestati serve solo a coprire la paura e l'incapacità di accettare che sì, Nicola è effettivamente morto per aver negato una sigaretta a un passante. Ci vorrebbero le magliette rosse e le candele alla finestra per questo Nulla qui, altro che xenofobia e nazismo.
A questo punto il motivo più ovvio e accettabile per spiegare l'omicidio risulta essere effettivamente una sigaretta negata. O l'essere di destra estrema lo trovate un movente più credibile? Allora dovremmo automaticamente accettare l'ira populista che identifica inderogabilmente come stupratori ogni rumeno per strada, e come ladri infami ogni zingaro che si aggira nelle periferie.
Dare l'enfasi sull'estrazione politica degli arrestati serve solo a coprire la paura e l'incapacità di accettare che sì, Nicola è effettivamente morto per aver negato una sigaretta a un passante. Ci vorrebbero le magliette rosse e le candele alla finestra per questo Nulla qui, altro che xenofobia e nazismo.
Tu a un genovese i soldi glieli devi lasciar stare, sennò il genovese s'incazza. I genovesi sono fatti strani, hanno quella faccia un po' così, come diceva que tale al pianoforte. I genovesi coi soldi non ci sanno fare: i genovesi sono dominati, dai soldi.
Tu lo puoi idolatrare, un genovese, puoi mandare a puttane il tuo cervello, se credi, te lo puoi prendere, il cervello, svitartelo dal cranio come una lampadina, e poggiarlo sul comodino, se ritieni che il suo, il cervello del genovese, possa fare tranquillamente le veci del tuo. Puoi firmare i referenda del genovese, gli puoi comprare i dvd, i giornali, le videocassette, i cd, gli alambicchi, i ritratti, i libri, e tutto questo puoi farlo perché lui, proprio lui, il genovese, ti implorava di farlo, perché altrimenti - altrimenti - avrebbe rischiato di non potersi pagare le spese legali e amministrative necessarie per consentirsi tutto ciò, gli puoi dare i tuoi, di soldi, al genovese, se il genovese si vuole comprare delle pagine sui quotidiani nazionali per sparare delle stronzate che potevi benissimo pensare DA SOLO, gli puoi chiedere un autografo per la strada, puoi anche evitarti di domandare PERCHE' il genovese non risponda mai, giammai, alle critiche, alle richieste di spiegazione e alle interviste, puoi fare lo gnorri, puoi far finta di niente quando cominci a fare caso che il genovese insulta i giornalisti attraverso gli amici suoi giornalisti e le trasmissioni televisive attraverso le trasmissioni televisive amiche sue, puoi alzare le spalle, dirti che i nodi verranno al pettine prima o poi, se qualcuno ti fa notare che nessun sistema si è mai rovesciato dall'interno e che a forza di vaffanculo non si sovvertono nemmeno le decisioni di una partita di calcio, figuriamoci gli indirizzi di un Paese, sbufferai di noia quando scoprirai che gli uomini e le donne del genovese, gli amici suoi, stanno lentamente penetrando nei gangli della politica italiana, quella stessa politica italiana, cioè, che, secondo il genovese, è qualcosa di malato come un fegato abitato da metastasi, gli puoi fare tutto al genovese, però non gli devi toccare i soldi, i soldi no, come il Breil, avete presente il Breil?, toccatemi tutto ma non il mio Breil, quella roba là, ecco al genovese non devi mai far sapere quant'è divertente fargli i conti in tasca.
Perché, non si sa come, improvvisamente gli prende la tigna: tira fuori i coglioni, così, tutto d'un tratto, dopo anni che si limitava a fare i discorsi di peluche della casalinga di voghera. Gli prende tipo un ictus, al genovese, e che fa? Diventa pesto e dopo averci raccontato quanto bello fosse Internet e di quanto libero dovesse restare, Internet, e ad ogni costo, improvvisamente tuona che no, altolà, bisogna stare attenti a cosa ci si piazza, su Internet.
Dice il genovese che a rendere pubblici i nostri conti in tasca si rischia
l'attivazione della criminalità. Come se uno tutti quei soldi li tenesse sotto al materasso, o nel portaombrelli sul pianerottolo. Dovrebbe pensare, il gnovese, che la medesima cosa, allora, potrebbe rischiarsi salendo sul palco a tuonare morte e distruzione contro TUTTO e contro CHIUNQUE. I giovani vengono istigati al delitto da cartoni animati e videogiochi: il genovese non crede che anche le sue parole d'odio e d'ira potrebbero alla stessa maniera crepare i delicati meccanismi chimici di chi lo ascolta pedissequamente con la lancetta dello spirito critico ormai sotto lo zero? Non ci pensa, il genovese.
Tu lo puoi idolatrare, un genovese, puoi mandare a puttane il tuo cervello, se credi, te lo puoi prendere, il cervello, svitartelo dal cranio come una lampadina, e poggiarlo sul comodino, se ritieni che il suo, il cervello del genovese, possa fare tranquillamente le veci del tuo. Puoi firmare i referenda del genovese, gli puoi comprare i dvd, i giornali, le videocassette, i cd, gli alambicchi, i ritratti, i libri, e tutto questo puoi farlo perché lui, proprio lui, il genovese, ti implorava di farlo, perché altrimenti - altrimenti - avrebbe rischiato di non potersi pagare le spese legali e amministrative necessarie per consentirsi tutto ciò, gli puoi dare i tuoi, di soldi, al genovese, se il genovese si vuole comprare delle pagine sui quotidiani nazionali per sparare delle stronzate che potevi benissimo pensare DA SOLO, gli puoi chiedere un autografo per la strada, puoi anche evitarti di domandare PERCHE' il genovese non risponda mai, giammai, alle critiche, alle richieste di spiegazione e alle interviste, puoi fare lo gnorri, puoi far finta di niente quando cominci a fare caso che il genovese insulta i giornalisti attraverso gli amici suoi giornalisti e le trasmissioni televisive attraverso le trasmissioni televisive amiche sue, puoi alzare le spalle, dirti che i nodi verranno al pettine prima o poi, se qualcuno ti fa notare che nessun sistema si è mai rovesciato dall'interno e che a forza di vaffanculo non si sovvertono nemmeno le decisioni di una partita di calcio, figuriamoci gli indirizzi di un Paese, sbufferai di noia quando scoprirai che gli uomini e le donne del genovese, gli amici suoi, stanno lentamente penetrando nei gangli della politica italiana, quella stessa politica italiana, cioè, che, secondo il genovese, è qualcosa di malato come un fegato abitato da metastasi, gli puoi fare tutto al genovese, però non gli devi toccare i soldi, i soldi no, come il Breil, avete presente il Breil?, toccatemi tutto ma non il mio Breil, quella roba là, ecco al genovese non devi mai far sapere quant'è divertente fargli i conti in tasca.
Perché, non si sa come, improvvisamente gli prende la tigna: tira fuori i coglioni, così, tutto d'un tratto, dopo anni che si limitava a fare i discorsi di peluche della casalinga di voghera. Gli prende tipo un ictus, al genovese, e che fa? Diventa pesto e dopo averci raccontato quanto bello fosse Internet e di quanto libero dovesse restare, Internet, e ad ogni costo, improvvisamente tuona che no, altolà, bisogna stare attenti a cosa ci si piazza, su Internet. Dice il genovese che a rendere pubblici i nostri conti in tasca si rischia
l'attivazione della criminalità. Come se uno tutti quei soldi li tenesse sotto al materasso, o nel portaombrelli sul pianerottolo. Dovrebbe pensare, il gnovese, che la medesima cosa, allora, potrebbe rischiarsi salendo sul palco a tuonare morte e distruzione contro TUTTO e contro CHIUNQUE. I giovani vengono istigati al delitto da cartoni animati e videogiochi: il genovese non crede che anche le sue parole d'odio e d'ira potrebbero alla stessa maniera crepare i delicati meccanismi chimici di chi lo ascolta pedissequamente con la lancetta dello spirito critico ormai sotto lo zero? Non ci pensa, il genovese.
Mi dispiace, caro, ma hai detto una cazzata.
La stagione del Milan è già fallimentare: mettere in bacheca due coppe, conseguenti lo scorso fortunoso anno, giocando 270 minuti e aver acquistato un futuro fenomeno non bastano a coprire le falle di una campagna acquisti mancata (sbagliata sarebbe stato forse meglio) e l'aver snobbato totalmente il campionato, che ora vi vede invece piagnucolare per ottenere un immeritato quarto posto.
Le squadre che attualmente vi precedono meritano di giocare martedì e mercoledì il prossimo anno: Inter e Roma attualmente sono le rose più competitive e che esprimono rispettivamente il gioco più efficace e spettacolare, la Juve è riuscita a riversare tutte le energie sulle partite della domenica... e poi la Fiorentina, da cui ora dipende la prossima stagione. Vincere domani e le prossime due domeniche non basta, purtroppo!
La squadra va rinnovata per più della metà, la vittoria di Atene dello scorso anno è equivalsa a due belle fette di prosciutto sugli occhi di Galliani e nella pancia di Ronaldo... Tra l'altro tra un mese inizieranno gli Europei, quindi non piazzarsi per la Champions e farsi una preparazione estiva come si deve, dopo delle vacanze, con tutti i giocatori nuovi che dovranno per forza arrivare, potrebbe essere una soluzione da non trascurare. Inoltre, nel palmares del Milan manca giusto la Uefa... pensaci, Andrea, pensaci...
(se contro l'Inter Pirlo fa una partita di merda, mi allontano da qualsiasi accusa)
La stagione del Milan è già fallimentare: mettere in bacheca due coppe, conseguenti lo scorso fortunoso anno, giocando 270 minuti e aver acquistato un futuro fenomeno non bastano a coprire le falle di una campagna acquisti mancata (sbagliata sarebbe stato forse meglio) e l'aver snobbato totalmente il campionato, che ora vi vede invece piagnucolare per ottenere un immeritato quarto posto.
Le squadre che attualmente vi precedono meritano di giocare martedì e mercoledì il prossimo anno: Inter e Roma attualmente sono le rose più competitive e che esprimono rispettivamente il gioco più efficace e spettacolare, la Juve è riuscita a riversare tutte le energie sulle partite della domenica... e poi la Fiorentina, da cui ora dipende la prossima stagione. Vincere domani e le prossime due domeniche non basta, purtroppo!
La squadra va rinnovata per più della metà, la vittoria di Atene dello scorso anno è equivalsa a due belle fette di prosciutto sugli occhi di Galliani e nella pancia di Ronaldo... Tra l'altro tra un mese inizieranno gli Europei, quindi non piazzarsi per la Champions e farsi una preparazione estiva come si deve, dopo delle vacanze, con tutti i giocatori nuovi che dovranno per forza arrivare, potrebbe essere una soluzione da non trascurare. Inoltre, nel palmares del Milan manca giusto la Uefa... pensaci, Andrea, pensaci...
(se contro l'Inter Pirlo fa una partita di merda, mi allontano da qualsiasi accusa)
Anni di gavetta sui palchi più scalcagnati della bassa ferrarese, tra concerti impossibili, serate etiliche, maratone da venti gruppi a botta, concorsi birrosi e cosi via, una reputazione da mantenere, un contegno e un'immagine da "omino ska" da salvaguardare come musicista, artista e ragazzo.
Poi un primo maggio qualsiasi, un attimo prima di cominciare a suonare, davanti ad un centinaio di persone, la tua ragazza, tua sorella, amici vari e non oso immaginare quante altre persone che MI conoscono, sbuca un ragazzetto moro, amico strambo della suddetta sorella - 18 anni suppergiù, visto due volte in vita mia - salta sul palco con due zompi tutto garrulo, mi si avvicina e mi fa:
"Fatti dare un bacino, va. In bocca al lupo." Mi bacia sulla guancia e scende lesto, tornando da dove era venuto.
2008: il rock'n roll, per come lo conosciamo da libri e film, è definitivamente morto, o è meglio se cambio hobby alla svelta.

Il gadget shop







Categoria: