Racconti
Mercoledì 4 Giugno 2008
di Noantri · Categoria: Racconti · ore 13:41

[Dedicato agli incompresi.
Ai giovani che sono diventati vecchi
tra ipocrisia, false ideologie, politica e retorica.
Dedicato a chi si consuma dentro a un bar.]

Il non più giovane Holden sta ritto sotto la pensilina della fermata dell'autobus: ha i capelli lunghi e lisci e baffi da spagnolo. Le ragazze si girano a guardarlo perché sembra Johnny Depp. Il non più giovane Holden tira su col naso e si strofina le narici con l'indice e il pollice: assomiglia a Johnny Depp ma perfino lui ha capito che i baffi da spagnolo, che i capelli lisci e compagnia bella non gli salveranno la vita; perfino lui, che non sa niente del mondo perché non gli vuole fare questo favore, ha capito che Johnny Depp senza Tim Burton oggi farebbe il commesso della Feltrinelli a Largo Argentina. Lui no, lui assomiglia a Johnny Depp, lui non è Johnny Depp: lui non ha bisogno di Tim Burton per essere qualcuno. Lui non ha bisogno di essere qualcuno. Lui non è nessuno. Non gli serve una benda da pirata sull'occhio: lui lavora da Vobis a Piazza Mancini, assembla i computer e consiglia schede grafiche ai ciccioni brufolosi che vogliono giocare a Warcraft come dio comanda. E sniffa cocaina.

La cocaina la prende a Via dei Volsci il mercoledì sera, il giorno in cui i cinema sono pieni: lui spende così i suoi soldi, lui non ne vuole sapere. Lui i soldi che non butta in benzina li investe in cocaina a Via dei Volsci. Il non più giovane Holden sniffa, assomiglia a Johnny Depp, tutte le ragazze si voltano a guardarlo: una volta gli è andata male ed è stato ricoverato per quattro settimane. Da allora non ha mai più cambiato angolo. Il non più giovane Holden ce l'ha con le autorità perché proibiscono tutto alla povera gente: il non più giovane Holden, che assomiglia a Johnny Depp e sniffa cocaina, sostiene che la liberalizzazione totale delle droghe, leggere e pesanti, converrebbe soprattutto allo Stato che otterrebbe in questo modo una schiera di elettori rincoglioniti e contenti che non avrebbe più tempo e cervello per considerare l'operato dei politici. Perciò si droga. Il non più giovane Holden. Per non pensare. Per non considerare. La cocaina un po' se la fuma un po' se la sniffa. Sul lavoro, da Vobis, a Piazza Mancini, i ciccioni che vogliono giocare a Warcraft non si accorgono di niente e tornano soddisfatti a smanettare sulla loro droga al silicio: lo stipendio gli arriva puntuale ogni mese. Dentro una busta gialla. In contanti. In nero.

Alle otto di sera il non più giovane Holden torna a casa. Dai genitori. Perché una casa in affitto costa troppo. Torna a casa dai genitori a via della Balduina e cena in silenzio senza appetito. In bagno gli scende il sangue dal naso e lui rovescia la testa all'indietro come per una risata esplosiva, solo che non c'è niente da ridere: quando torna a guardare il proprio riflesso nello specchio gli sembra che quello non l'abbia seguito nel movimento ma sia rimasto a giudicarlo con severità. "Che vuoi?", gli dice il non più giovane Holden. Al rilfesso. "Che vuoi? Ci tieni o no ad assomigliare a Johnny Depp?".

Il non più giovane Holden è bello, ha i baffi da spagnolo, assomiglia a un attore famoso di Hollywood. Sul 2 tutti lo guardano, anche gli uomini: gli uomini, soprattutto, sono affascinati da ciò che piace alle donne. Sono affascinati e disgustati e per tutta la corsa del tram cercano un solo motivo per non desiderare di essere come lui. La maggior parte di loro si convince che uno che assomiglia a Johnny Depp non può essere anche intelligente e che l'intelligenza, al giorno d'oggi, è qualcosa che non puoi barattare con la bellezza. Così si regalano la loro concessione quotidiana: chi non si droga deve trovare un altro modo per arrivare alla sera senza impazzire.
Martedì 20 Maggio 2008
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 10:56
binario.jpgOgni mattina sul binario quattro ad attendere il treno, quasi sempre puntuale, ci sono le medesime persone. Nessuna di loro apre bocca con il vicino o un passante, immersa nei propri pensieri, nel battito di una canzone scandito tra le cuffiette alla moda bianche, nelle pagine di un romanzo che non può attendere, nelle tristi notizie di un giornale che parla di furti e morti per nebbia. Alle otto e trenta precise, ogni giorno, il gruppo di pendolari per studio o per lavoro si ritrova nella stessa stazione, entra convintamente per la porta principale, si tuffa nel sottopassaggio fino all'altezza del binario numero quattro, operando infine una determinante scelta di campo. Le due rampe di scale che risalgono in superficie segnano il confine tra il gruppo che ogni mattina sceglie la metà sinistra del binario, e quella che opta per la destra, senza mai cambiare la propria scelta, quasi fosse politica o legata a riflessioni profonde. Io milito nella squadra di destra, se non altro per la convenienza forse ovvia di essere in testa al treno andando a nord, scendendo così più vicino alla stazione di arrivo. Scelta così banale da non farmi capacitare la scelta del ramo di sinistra per un pendolare qualsiasi delle otto e trenta, andando il treno in una sola direzione. Dev'essere una questione di abitudine tra chi, fin dai tempi delle medie, saliva sul pullman correndo per accaparrarsi i posti nella loggia in fondo, notoriamente la più chic per chiacchiere e quantità di ragazze, e chi si affrettava ad occupare quelli di testa perchè soffriva il viaggio. Lo sfigato insomma.
E allora eccoli qui sfilare davanti ai miei occhi, gli "sfigati" del binario quattro, indossare sempre uguali giorno dopo giorno la maschera del loro Personaggio, quasi fossero veri e propri attori che recitano la parte ogni mattina, perchè la vita del pendolare è per eccellenza ripetitiva e monotona e sembra un po' che tutti si siano calati nella parte.

Maria, 40 anni timidi e solitari, capelli lunghi, neri e sporchi, raccolti in una lunga coda sempre uguale. Gli stessi pantaloni, le stesse scarpe, la stessa giacca a vento sportiva tutto l'inverno che chissà ormai quanto puzza. Arriva trafelata con la sua mountain bike che parcheggia nel mare di catorci all'uscita della stazione, cuffione nere sony nelle orecchie, collegate anacronisticamente ad un walkman a cassette. Cascasse il mondo Maria sale sul primissimo vagone e la sua preoccupazione non è tanto trovare un posto quanto procurarsi una copia di qualche free press abbandonata sui sedili o perfino in terra. Scandagliato l'intero vagone alla ricerca del trofeo sorride tronfia con la sua copia stropicciata in mano e si siede dove capita conciliando lettura e musica.
Maria lavora a Mestre, in una toelettatrice per cani, dove viene sfruttata per uno stipendio misero in uno sgabuzzino pulcioso, sufficiente per la sua vita pendolare e la convivenza prolungata con i genitori. La sera, inforcata nuovamente la bicicletta, fa rientro nel suo appartamento, dove la stanza ancora tappezzata di poster di quando era giovane, l'accoglie per un poco di conforto prima della nuova giornata piena di stress. Mai un'espressione felice, sul viso rugoso nonostante l'età, se non in quell'attimo in cui si aggiudica il suo ritaglio di notizie quaotidiano, il suo cordone ombelicale con il mondo che gira veloce, fuori della carrozza numero uno.

Michele è una persona riservata e gentile. Un uomo d'altri tempi garbato e vestito di tutto punto, sia con pioggia che con il sole. Svolge il suo compito con meticolosità, dal giorno in cui l'hanno chiamato a Padova per una cattedra alla facoltà di Economia: zainetto in spalla con libri e ombrellino portatile, gilet e occhiali da sole, talvolta un cappello da uomo, quasi più un ometto in gita che un professore. E' benvoluto dagli studenti che vedono in lui una persona onesta, seppure agli esami non faccia sconti a nessuno, tantomeno alle rampanti padovane che esibiscono la mercanzia sperando in qualche sconto. Il prossimo anno verrà assegnato altrove e cambierà città, treno, aria. Forse sceglierà il lato sinistro del binario in un impeto di ribellione verso la sua vita ordinata.

Giulia è una studentessa di Padova minuta e piena di ricci. Il viso duro le conferisce un'aria attenta e corrucciata, talvolta celata da giganti occhiali da sole alla moda. Abbina scarpette trendy a borsette originali e colorate da mercatino, alla lettura di romanzi pesantissimi e saggi sociologici da pochi soldi, dovuti forse agli studi, per antonomasia in Psicologia. Le parole Studentessa, Padova e Psicologia rappresentano forse il più grande clichè del mondo accademico italiano dopo Studente, Bologna, Nonfauncazzo.
Giulia ha un iPod nero, al quale ha abbinato cuffie dal filo nero, perchè è nata negli anni '80, o perchè si sposa bene il colore e quel bianco apple non l'ha mai potuto soffrire. Ascolta rock d'oltremanica, e qualche cantautore italiano di sinistra, ma con moderazione, perchè diligentemente trascorre la sua ora di viaggio evidenziando dispense o ricopiando appunti su un quadernetto ad anelli. Nel imperfetto equilibrio pendolare femminile delle otto e trenta la vediamo scendere a Padova e restituirci al suo posto una quindicina di colleghe che dalla città patavina migrano ancora più a nord inseguendo l'agognato pezzo di carta e un futuro posto fisso. Giulia odia le pettegole venete che parlano solo di Amici, prodotti per capelli e icone pop. Sarà per quello che quando salgono loro lei scende e il tragitto per l'università lo compie a piedi scegliendo di esser sola piuttosto che mal accompagnata.

Gianni ha l'aria baldanzosa di chi la sa lunga, la boria sicura di chi è stato in vacanza proprio dove andrai tu, che conosce perfettamente lo sport che pratichi, è esperto dei tuoi hobby e dall'alto dei suoi cinquant'anni abbronzati le ha già viste tutte. Forse per tali motivazioni Gianni ogni mattina riesce ad occupare l'intero spazio tra le colonne a metà binario e la linea gialla da non oltrepassare, gonfio del suo ego oppure a causa del suo zainetto ingombrante tenuto su una spalla sola come un ragazzino figo di prima liceo. I passanti devono aggirarlo sull'interno, strabordando sulla banchina del binario tre o scegliere di cadere sulle rotaie e poi risalire oltre sperando che il treno non passi proprio in quel momento.
Gianni è sempre vestito elegante perchè il suo posto in banca lo esige, mentre la scelta delle cravatte vistose è del tutto sua, così come il cappellino firmato che indossa con l'aletta in su appena calzato sulla testa che gli conferiscono l'aria di un anzianotto Carletto. Gianni trova sempre posto sul treno, trova sempre un giornale sul sedile, qualcuno che conosce con cui chiacchierare nel breve viaggio verso la stazione successiva dove scende ogni mattina. Gianni è il re nudo del binario quattro, lato destro, ma nessuno gli ha mai fatto notare che a lui sarebbe più utile scegliere il sinistro, maggiormente vicino all'uscita nella sua stazione di arrivo. Un giorno ribelle forse lo cacceremo dal nostro territorio, facendolo passare sulle rotaie.

NdA: ogni riferimento a cose, luoghi, persone NON è puramente casuale ma in buona parte frutto di fantasia.
Venerdì 18 Gennaio 2008
di TheEgo · Categoria: Personale, Racconti · ore 11:00
tennis_pallina.jpgNei luminosi ed interminabili pomeriggi estivi, quando c'era luce fino a tardi e la scuola andava ormai finendo, iniziava il nostro Campionato di Tennis. Contrapponeva due giganti della scena degli anni '90, a loro modo entrambi campioni, seppure in mondi un po' diversi tra loro. Jim Courier aveva una racchetta verde smeraldo Dunlop, residuo del corso pomeridiano di qualche anno prima, lunga e leggera, con un bel fodero completo blu scuro. La racchetta di Andrea Gaudenzi era una Head corta corta, fuori misura anche per un ragazzino delle medie, decorata da un mix di colori prettamente tennistici quali il bianco, il giallo, il rosa. Il fodero ne avvolgeva soltanto la parte superiore. Gaudenzi, a differenza del suo avversario, non aveva mai fatto un corso di tennis, pertanto si arrangiava come poteva ed anzi aveva imparato buona parte della sua tecnica proprio in quei pomeriggi estivi, durante il consueto campionato.

Il campo delle partite quotidiane, forse, non meritava il rango di "campo di tennis" quanto piuttosto quello di area di cemento. Abbandonato al rapido logorio degli anni, ai bordi di un giardino scolastico tra un asilo e un campo di basket, proprio a fianco dell'istituto tecnico, non possedeva nemmeno una rete. Passi quella esterna, di recinzione, andata consumandosi negli anni tra buchi vari fino a scomparire del tutto una volta ridotta a brandelli contorti di ferro acuminati ed arrugginiti. La rete che mancava era - ahimè - proprio quella centrale, sostituita all'occorrenza dal nastro di plastica rosso e bianco a righe alternate tipico delle recinzioni dei lavori in corso. Le righe di delimitazione erano a malapena visibili, ormai dello stesso colore del cemento terra di siena del campo: appena si percepiva il quadrato davanti a rete entro il quale battere. Si aggiunga al quadro già fantozziano della situazione una fitta rete di radici e buche di vario genere che spuntavano riempendo il campo di imperfezioni, zolle sollevate, rametti caduti, fogliame vario. Per farla breve: nessuno a parte noi poteva e soprattutto voleva utilizzare un campo simile.

Tuttavia Gaudenzi e Courier erano li ogni pomeriggio, alle cinque in punto, per la sfida quotidiana. Le bici chiuse contro la cancellata, poi scavalcata per entrare, racchette in mano e borraccia al collo, rigorosamente piena di thè solubile, moda importata dal Canada e protagonista indiscussa delle nostre bevute adolescenziali.
A onor di cronaca va detto: Courier vinceva praticamente ogni partita, inizialmente in maniera molto plateale, poi via via che l'avversario prendeva confidenza con la racchetta e la sua antica arte, in maniera più sofferta e combattuta, fino a perdere qualche incontro ogni tanto. Negli anni che vanno dal 1994 al 1997 Gaudenzi portò infatti a casa almeno quattro o cinque vittorie.

Lo sfidante era però un avversario meticoloso e puntuale. Leale e disciplinato sul campo, disposto a mille incontri faticosi pur di passare un buon pomeriggio di sport (il calcetto sarebbe venuto solo qualche anno dopo). Il protocollo rigidissimo prevedeva la ripetizione della giocata in caso di rimbalzo su qualche gobba del campo, la discussione interminabile è-sopra-è-sotto in caso di difficile valutazione di un tiro vincente raso rete, o meglio raso filo, a volte sfociata in nervosismo e litigio. Prevedeva altresì che il campo rimanesse sempre lo stesso, senza alternanza, per anni, che al termine di ogni set si facesse una pausa a bordo campo per bere il thè freddo e che ognuno andasse a riprendere la pallina nella sua metà campo. Già, la pallina. Una soltanto, per non perderle nel campo con l'erba alto proprio a fianco. Era molto faticoso giocare in quel modo, bisogna riconoscerlo, eppure sono state forse le più belle partite di tennis che si potesse sognare. Spontanee e rustiche come solo due ragazzini potevano accettare. Genuine nel loro ripetersi costante, sempre uguali, con la stretta di mano finale a bordo rete, come i veri tennisti e un altro thè freddo offerto al perdente, a casa di chi aveva vinto la sfida.

Poi sono arrivati gli sbandati, con motorini e qualche siringa, i bonghi e le pentole. Occupavano il campo tanto per fare, qualche volta tagliavano nottetempo la rete. Gaudenzi e Courier diventavano grandicelli e iniziavano a non giocare più come un tempo. Restano le pagine su un'agenda elettronica ormai fuori uso, a registrare una ad una le partite svolte, con tanto di risultati, tempi di gioco, set dopo set. Poco tempo dopo sarebbe esplosa la passione per il calcetto, che tante altre sfide epiche avrebbe regalato ai due imberbi tennisti, sulla scia del Chino e di Cannavaro. Ma questa, è un'altra storia.

Jim Courier

Lunedì 24 Dicembre 2007
di Noantri · Categoria: Racconti, Satira · ore 16:04
Il corpo di Babbo Natale fu ritrovato in un garage tagliato a pezzetti (il corpo di Babbo Natale, non il garage) il 7 gennaio 2008 dopo che un miliardo e duecentotrentatré milioni di denunce erano arrivate concomitanti la mattina del 25 dicembre, mandando in tilt i centralini telefonici.

La mattina dell'8 gennaio 2008 i giornali titolarono a piena pagina la tragedia, mostrando una rara foto di Babbo Natale da giovane quando frequentava il seminario, con sotto la didascalia: "Babbo Natale ai tempi del seminario": in quella foto Babbo Natale assomigliava a Paul Newman da giovane, occhi azzurri tagliati sottili, naso prominente, maglioncino a V e mascella da attore americano. Tantissimi giornali, nelle pagine interne, riportarono anche un'altra foto, sempre risalente ai tempi del seminario, (fa sempre un certo effetto mostrare le foto dei morti ammazzati "ai tempi" di qualcosa) in cui Babbo Natale giovane posava insieme ad altri ragazzi giovani, del tutto simili a lui tranne per il fatto che nessuno di loro riportava, intorno alla faccia, lo stesso circoletto rosso che i grafici dei quotidiani gli avevano tributato per renderlo facilmente riconoscibile. Anche in quest'altra foto, questa del circoletto, la didascalia molto ovviamente ribadiva: "Babbo Natale quando frequentava il seminario".

Allora quella mattina dell'8 gennaio la disperazione nel mondo fu tale che in tutto il mondo piovve. Chi prima, chi dopo, (a seconda del fuso orario) la gente osservò attentamente quella foto, la foto di Babbo Natale da giovane, in particolare quella dove stava insieme agli altri cerchiato di rosso, rimanendo colpita dall'alone di predestinazione che quel volto portava. Nessun altro, in quello scatto, sembrava essere bello a tal punto, così convinto, così fiero, come Babbo Natale da giovane cerchiato di rosso. Sembrava quasi, nella foto, che Babbo Natale giovane se lo vedesse già intorno alla faccia il circoletto rosso che i giornali, un giorno nel futuro lontano, gli avrebbero disegnato attorno. E sembrava che anche tutti gli altri ragazzi del seminario presenti potessero vederlo e che per quello apparissero meno convinti, più sconfortati, perché tanto, qualsiasi cosa avessero fatto, con qualsiasi voto fossero usciti da lì, con qualsiasi ragazza si fossero presentati al ballo di fine anno, ebbene, il circoletto rosso non sarebbe toccato a loro.

I giornali, quell'8 gennaio 2008, ma anche tutti i giorni a venire, per almeno un anno, parlarono diffusamente di Babbo Natale, raccontando vizi e virtù dell'uomo più famoso del mondo subito dopo Gesù Cristo e Briatore. (secondo un sondaggio di Forbes. In verità Forbes propose anche un altro sondaggio che si trascinò dietro una buona dose di critiche, sondaggio che elesse Babbo Natale secondo uomo più ricco del pianeta subito dopo Putin e i fondatori di Google) Arrivarono settimane atroci per la televisione e per il senso generale dell'inverno: la Borsa crollò pesantemente e "The Economist" scrisse che la morte di Babbo Natale si poteva paragonare, per gravità fiscale, al post 11 settembre. Naturalmente i più colpiti dal lutto furono i bambini: anche quelli che, da anni, avevano perduto la fede nella figura di Babbo Natale, tornarono improvvisamente praticanti e alla fine se ne contarono a milioni nei vari funerali che furono organizzati. (fu deciso che un solo funerale non sarebbe mai bastato a soddisfare la richiesta e, per questo, ne furono preparati 466 sparsi per il mondo: dove fossero realmente le spoglie di Babbo Natale non fu mai rivelato, così che tutti potessero segretamente covare il sogno d'aver scelto il funerale giusto e raccontarlo agli amici o nelle interviste televisive. Quelle giornate di grande unione e fratellanza furono chiamate dai media: "L'ultimo regalo di Babbo Natale". Sei milioni di T-Shirt furono stampate e vendute in poche ore)

Uno dei problemi principali fu che il cadavere tagliato a pezzi di Babbo Natale venne rinvenuto disgraziatamente nei pressi di una Moschea. Vennero perciò mesi difficili per gli islamici di tutto il pianeta: l'Italia, in particolare, si fece portavoce di una moratoria per ristabilire con "urgenza assoluta" la pena di morte. La moratoria fu approvata con grandissimo calore e in una dichiarazione, forse troppo affrettata, Prodi propose di dichiarare illegali tutte le persone di sesso maschile con la barba lunga e che avessero almeno un'acca nel nome o nel cognome. In più la Lega Nord si fece portatrice di una proposta, acclamata sulle rive del Po in uno storico giorno di febbraio alla presenza di 400 bifolchi, quattro vacche e sedici maiali coi paramenti sacri, secondo la quale proposta, chiunque fosse in grado di elargire informazioni sul presunto killer di Babbo Natale (che per comodità tutti cominciarono a chiamare Mohammad) avrebbe ricevuto una cifra in danaro pari al suo peso. (il primo a presentarsi fu sorprendentemente Giuliano Ferrara)
Lunedì 19 Novembre 2007
di Noantri · Categoria: Racconti · ore 11:08
Erika arrivò davanti al Padreterno e si tolse gli occhiali da sole.
Dio la osservò riporli nella borsetta e sputare il chewin gum nel pugno chiuso della mano. Poi Erika avanzò e nella stanza perfettamente bianca ci fu solo un rumore e questo rumore era lo scalpiccìo prodotto dai suoi tacchi. Dio onnipotente si raddrizzò sul Trono facendo leva con le mani inanellate sui braccioli di legno importante: la Sua figura era ovvia, con la barba bianca e una veste dello stesso colore tanto liscia da non presentare nemmeno un'ombra, non una sfumatura. Quando i piedi di Erika, avvolti dentro deliziosi sandali allacciati alla schiava, si arrestarono la distanza tra i due era ridotta a mezzo metro scarso.

- Dio...
- ... Tu sei Erika – la interruppe l'Onnipotente in maniera perentoria, senza manifestare dubbio.
- Sì... – acconsentì la creatura mortale davanti a Lui abbassando il capo, ma solo per controllarsi la scollatura. – Sono Erika e ho chiesto udienza per appellarmi alla Tua Infinita Grazia e Giustizia… -. La voce della ragazza diventò esile in quell'ambiente a tal punto vasto che i confini non si riuscivano a distinguere. Erika alzò di nuovo gli occhi su quelli del Signore e le lunghissime ciglia nere le solleticarono la pelle appena sotto le sopracciglia. Dio sembrò riflettere: non respirava, non emetteva alcun suono tipico della vita. Il Suo costato non si sollevava, non aveva vene sulle mani né altrove: Dio onnipotente era qualcosa di completamente neutro. Lisciandosi la minigonna blu sui fianchi, Erika pensò che quella... Cosa davanti a sé non recava nulla a immagine e somiglianza degli uomini della Terra.

- Erika... - sentenziò ancora Dio seguendo il protocollo -. Il tuo assassino brutale verrà giudicato a tempo debito. La tua innocenza non sarà violata e il ricordo della tua vita sarà serbata nella memoria dei superstiti con tutto l'amore necessario... – Così Dio salmodiò parole a Lui abituali e con quello credette d'aver finito il compito. Gli occhi Onnipotenti non si discostarono mai da quelli della creatura che lo fissava, nemmeno quando questa fece oscillare con un movimento del capo le due treccine bionde all'indiana che s'era acconciata.

- Dio... - riprese Erika. Io... Sono venuta a domandarTi umilmente di essere rimandata sulla Terra nuovamente in vita. Perché ritengo che il mio compito non sia terminato...

Fu allora che Dio azzardò un'impercettibile emozione: la Sua fronte tradì qualcosa di interrogativo che Erika riconobbe come autentica esternazione umana. La ragazza mosse un altro passo verso di Lui, piccolo ma decisissimo, e in quell'attimo Dio onnipotente abbassò lo sguardo incuriosito dal rumore ticchettante dei tacchi alti e scoprì dieci piccoli indiani spuntare nudi dalle scarpe e smaltati di vernice rossissima. Erika ne approfittò per salire sull'unico gradino su cui era adagiato il Trono. Dio trasalì aderendo con la schiena allo schienale ma senza emettere un fiato.
Venerdì 12 Ottobre 2007
di Neuroni Pigroni · Categoria: Racconti · ore 18:05
Oggi sono andato al terzo (e ultimo) colloquio presso una famosa multinazionale in cui spero di lavorare.
Ero molto curioso, dati i due incontri precedenti precedenti: nel primo mi hanno fatto raccontare le mie ultime vacanze in inglese, nel secondo usavano 2 parole in inglese e 2 in linguaggio strettamente tecnico ogni 5.

Infatti le mie attese non sono state deluse: i miei interlocutori erano due tecnici della filiale e il colloquio è diventato una specie di esame universitario.
Dopo un primo approccio tipico (studi superiori/universitari, accertamento delle mie conoscenze) si è passati a domande per testare la mia capacità di problem solving, per poi concludere con un quesito che giro a voi perché veramente assurdo e forse fuori luogo.

(vi porrò la domanda pari pari a come è stata posta a me, nel seguito troverete la risposta)

"Ipotizziamo che il raggio della Terra sia di 6000 Km per semplicità di calcolo.
Immagini di svolgere un filo lungo l'equatore in modo che sia aderente alla superficie in tutti i suoi punti (ovviamente perfettamente sferica).
Ora prendiamo questo filo, aggiungiamo 1metro alla sua lunghezza, rendiamolo di nuovo perfettamente sferico e stavolta anche rigido. Rimettiamolo attorno all'equatore in modo che in ogni punto sia equidistante dalla superficie.
La domanda è: un gatto riesce a passare sotto tale filo?"
Domenica 16 Settembre 2007
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 16:45
(la prima puntata è qui)

Vi avevo lasciati con la questione aperta: come far reggere una tenda con soli due pali? La soluzione, forse ovvia, è stata usare quello che doveva essere adibito a filo per stendere i panni come tirante del palo orizzontale, il tutto con l'ausilio di un alberello li a fianco. Una cosa del genere:

tenda4.jpg
Il picchetto a terra, che deve sorreggere il peso del palo e della copertura in tela, avrebbe dovuto essere piantato con somma perizia. Invece il sottoscritto lo lascia a metà infilato in morbida terra scura perchè quando si è imbranati lo si è fino in fondo.
La tenda sembra stare effettivamente su, sebbene sbilenca, in un assetto testimoniato in questa unica foto ricordo. Ci concediamo un giretto serale per esplorare la zona.
A sera rientriamo discretamente tardi. C'è vento, che fischia tra gli alberi e rende tutto più cupo. Pure la tenda, che sbilenca attende nell'oscurità il test vero e proprio della prima notte.
Verso le 4 del mattino Puntini si sveglia, o meglio MI sveglia.
- Sento dei rumori. C'è qualcuno attorno alla tenda
- Ma figurati, chi vuoi che giri a quest'ora! E' il vento.
- TI dico di no... è un po' che sono sveglia
- Sono gli aghi di pino che cadono sulla tenda vedi? Fanno quel rumore che sembrano passi. Effettivamente sembrano passi ma vedi? Sono quegli aghini che si vedono in controluce.
Puntini mi crede a fatica dopo mezzora o forse si addormenta o forse, più probabilmente, mi riaddormento io e mi lascia dormire. La prima notte è andata quando il sole posa i suoi primi raggi sul mio volto sonnacchioso trasmettendo una luce arancio simpaticissima.

Alle nove circa del mattino Puntini si prepara per la spiaggia e approfitta del mio pigrare nel sacco a pelo per il rito della ceretta. Alle nove e cinque la tenda collassa su stessa. Il picchetto si sfila da terra e il filo duramente provato dal vento cede definitivamente. In una scena comica la ritiriamo su davanti agli sguardi attoniti dei vicini di tenda. Che gli venga un colpo, toscani di merda, nessuno ci dà una mano o si propone per aiutarci. Loro, le loro capanne ultraspaziali e la tv via satellite affanculo.

La notte seguente la tenda è ancora (in)stabile al suo posto e possiamo andare a dormire tranquilli.
Alle quattro del mattino, di nuovo, Puntini mi sveglia.
Lunedì 10 Settembre 2007
di Noantri · Categoria: Racconti, Società · ore 12:45
Sono uscito di casa che faceva caldissimo. Stavo per raggiungere la mia macchina parcheggiata - la mia macchina è rossa e da lontano si vede subito - quando qualcosa di molto più interessante m'ha distratto. Sul vetro di una Golf verde petrolio, appoggiato al tergicristallo, dove di solito gli ausiliari del traffico ci piazzano le multe, più precisamente subito accanto a quel cosetto di plastica che spruzza l'acqua sul parabrezza, proprio lì stava un gambero.

Un gambero arancione, uno di quelli che nei ristoranti fa bella mostra di sé in cima alle fritture miste o sul cucuzzolo della montagna di spaghetti allo scoglio. Aveva tutto di un gambero, aveva quelle antennine, la crosta arancione disarticolata che gli permette il movimento in acqua, le due perline nere sporgenti come occhi, le zampe disposte a raggiera sotto la pancia: era un gambero a tutti gli effetti e se ne stava lì, impossibile, sul parabrezza di una Golf verde petrolio. Morto, certo: non l'ho toccato, non ho idea se fosse cotto o cosa, ma di sicuro era morto. Volete che non sappia riconoscere un gambero morto da un gambero vivo?

Ho alzato gli occhi al cielo, tipo uno che ha appena pestato una cacca, come se in cielo, proprio sopra la Golf verde petrolio, potesse esserci, che ne so, una navicella spaziale a forma di gambero, oppure una nube gravida di uno di quei fenomeni meteorologici che ogni tanto si sentono al telegiornale in quei posti strani: tormenta di rospi ad El Paso. Epperò nel cielo sopra Roma, a parte un azzurro accecante e la pallina gialla del sole, non c'era niente.
Venerdì 31 Agosto 2007
di Noantri · Categoria: Cinema, Racconti · ore 13:13
La serata è finita male.
Ho dovuto camminare intorno al tavolo del salone per un sacco di tempo, finché non è venuta F. e abbiamo mangiato la pizza. (e pure quella l'ho mangiata in piedi) Mi sono guardato allo specchio un paio di volte, ho messo gli indici sotto gli occhi e ho tirato giù la pelle per vedere che effetto faceva. E ho respirato a lungo, naso-bocca, naso-bocca, per togliermi la nausea e fermare la vorticosa terra: ho un video di me stesso, risale ad almeno tre anni fa, in cui cammino alle 4 del mattino in camera mia alzando e abbassando le braccia: è quello che faccio, camminare, ogni volta che sono ubriaco. Perché come mi fermo, vomito. Me lo sono fatto da solo, quel video.

L'altra sera con Andy Capp è finita male: ci siamo ubriacati a metà pomeriggio per festeggiare un lavoro finito e finalmente anche pagato. Io non lo so perché la gente si debba ubriacare per festeggiare: quello che so lo so per bocca di Omer Simpson il quale dice che l'alcol altro non è che la causa di – e la soluzione a – tutti problemi della vita. Io amo Omer Simpson: amo quello che fa e come lo fa. Per me non dovrebbe esserci bisogno di nessun altro modello imitativo se non, appunto, Omer Simpson che riesce contestualmente ad amare se stesso, egoisticamente, e la sua famiglia nella stessa misura. Comunque non è di Omer Simpson che volevo parlare, a parte il fatto che sia Andy Capp che io, dopo sei Cuba Libre, eravamo gialli quasi quanto lui, quanto Omer Simpson.
Giovedì 30 Agosto 2007
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 21:38
Ferrara sud, tre giorni in ritardo sul previsto, caricata alla benepeggio la rombante MelaUno infine si parte per la Toscana.
- Scegli un numero da 1 a 25 - dico a Puntini
- Che significa? - mi fa incuriosita.
- Li dentro - indico il vano portaoggetti della MelaUno - ci sono 25 cd impilati nella torretta di plastica. Scegli un numero, conta e pesca il disco corrispondente, secondo tradizione vigente in ogni vacanza che si rispetti, dal Roadtrip con Attimo in avanti. Ma prima l'inno.
Metto su la sigla di inizio: Baba O'Riley degli Who, mentre l'asfalto dell'A13 avanza rapido verso la capitale del tortellino. Poi Puntini pesca: 883.883-GliAnni-front.jpg
- Cosa?
- 883. Gli anni. The best of.
- Che culo. Ti è andata bene eh? Sei contenta?
Ora non che fosse li per caso quel disco, l'avevo preso su casomai ci andasse una cantata revival della nostra infanzia ma quando è culo è culo. Puntini raggiante carica il disco e da li ai colli è un fiorire di Come mai, Nella notte, Nordsudovestest e parole mandate a memoria come solo un tempo ero capace di.

Arriviamo a Montepulciano che ha fatto notte da poco. Arrivare in Toscana è uno scherzo da Bologna, il problema maggiore è MelaUno che nei pezzi più ripidi fatica a tirare a velocità da autostrada e si becca abbaglianti, strombazzate, fanculi prepotenti di chi possedendo un Mercedes vuol sbizzarrirsi sugli italici viadotti. Tant'è, si arriva, si parcheggia e si va a mangiar qualcosina che la fame è tanta e la cucina è buona. Il mattino dopo saremmo ripartiti verso il mare, destinazione Castagneto Carducci, campeggio in pineta.
Alle otto e trenta del giorno seguente, sveglio da circa 3 minuti, riverso sul letto assaporando la luce filtrante da dietro la tapparella ho una visione: i pali.
- Ehm
- Che c'è?
- Sai una cosa? - dico beatamente come se non rappresentasse chissà quale problema - Temo di aver dimenticato i pali della struttura della tenda.
- Cosa cazz?
- Eh mi sa di si. Non ci sono nella borsona della tenda ne sono quasi sicuro. Ci sono i picchetti, il martello, ma è una sacca ovale non ci possono essere anche i pali. Mi sa che li ho lasciati in garage.
- Sei un disastro. Ed ora come diavolo facciamo?
- Eh... - prendo tempo cercando una soluzione geniale che non mi viene quindi propongo un banale - li compriamo nel negozietto interno del camping... li avranno di sicuro no?
- Lo spero  v i v a m e n t e  per te.
Mercoledì 22 Agosto 2007
di Neuroni Pigroni · Categoria: Racconti · ore 11:45
Vivo un periodo di crisi creativa.
Penso a migliaia di argomenti su cui scrivere un post e non riesco a buttare giù due frasi di senso compiuto.
Ecco una lista di ciò che volevo condividere con voi, cari lettori:

Nintendo Wii sta stravincendo la console war, vedere per credere (è uscita un anno dopo Xbox360). Tale console è fantastica, ci si diverte come pazzi. Finalmente è finita l'era della PlayStation.

Lo scherzo più bello in assoluto da fare ai campi scuola è il leggendario giro di schiaffi: si entra in una stanza dove i ragazzini dormono, si prepara la mano sulla loro faccia, si spegne la torcia e si tira una sberla di media potenza. Fondamentale è rimanere in assoluto silenzio subito dopo per sentire le reazioni.

La nuova Shweppes Cola, per quanto buona, non si avvicina manco lontanamente alla Coca Cola. Poche storie.

Smokin' Aces è un film stupendo. Era dai tempi di Inside Man che non uscivo dal cinema così soddisfatto.

Gli acquisti estivi del Milan sono osceni. Pato non si sa manco chi sia, Digao è in rosa solo perché fratello di Kakà, Emerson ha 31 anni e Ibrahim Ba si commenta da solo.

Per ora può bastare.
Sabato 26 Maggio 2007
di Fulvia Leopardi · Categoria: Attualità, Racconti, Società · ore 09:49
Barbara Cicioni, la donna uccisa nel corso della rapina in villaBarbara Cicioni, 33 anni, è stata uccisa nel corso di una rapina in villa avvenuta a Compignano (Marsciano, provincia di Perugia). Secondo una prima ricostruzione, la donna si sarebbe opposta ai ladri, che per la seconda volta nel giro di pochi mesi si erano introdotti in casa sua. Il frutto della rapina è di 1500 euro. Quello che ha scosso le coscienze e agitato gli animi è il fatto che la donna fosse incinta, all’ottavo mese: i cittadini, infuriati, hanno subito chiesto la pena di morte per chi è stato, (“non importa se italiano o straniero”) puntando però il dito contro gli stranieri che hanno reso la zona invivibile.
Domenica 4 Marzo 2007
di Neuroni Pigroni · Categoria: Racconti · ore 14:22
Sto parlando con te. Sì, proprio con te, è inutile che ti guardi intorno. La forma spesso cambia, ma la sostanza resta identica. Non importa che tu sia un giovanotto con gli auricolari a volume massimo, un adulto in automobile o un anziano in bicicletta. Sta di fatto che sei un idiota. Un grandissimo idiota. Ti vedo spesso in giro per Ferrara e volte ho la terribile voglia di venirti addosso... in fondo avrei pure ragione ma passerei dei guai inutili. Non suono nemmeno il clacson per non sprecare energia su gente come te. La cosa che proprio non comprendo è perché tu lo faccia. Seriamente, spiegamelo perché io proprio non lo capisco. Non hai assolutamente fretta, lo dimostrano i fatti immediatamente successivi: continui a camminare a passo lento sul marciapiede, oppure tieni la seconda marcia per mezzo chilometro, oppure le ruote della tua bicicletta continuano ad andare piano come la rotella di un vecchio contatore del gas. Comunque sia lo fai, sfidi il sistema, ti prendi gioco delle regole e della società. Non imparerai mai l'educazione, in fondo sei un italiano proprio come me.
Venerdì 2 Febbraio 2007
di Alice Su · Categoria: Personale, Racconti · ore 02:08
Ho bisogno di aiuto! Sto partecipando ad un reality assolutamente trash, dove bisogna scrivere dei racconti a tema, toccando il trucidume più completo... essendo un minimo simpatici e leggibili. Ma ho bisogno di voti!!

Il posto dove votare è questo e il racconto si trova qui!! Aiutatemi!!

Alice

Lunedì 8 Gennaio 2007
di TheEgo · Categoria: Personale, Racconti · ore 00:37
Seduto sulla poltrona rossa di attesa del mio barbiere osservo l'arredamento puramente seventies del locale. L'armadio, le seggiole, il bancone con gli specchi e le luci, i comò ed ogni altra cosa sono colorati di bianco o di rosso. C'è un'atmosfera talmente retrò che anche i modelli delle immancabili foto di ragazzotti belli e pettinati appesi lassù al muro mi guardano implorandoli di non assurgerli ad esempio:
- Per favore, non farti una capigliatura anni '80 come la mia, salvati o giovinetto!
I pomi dell'attaccapanni, tutti occupati dai cappotti degli astanti che mi precedono, nascondono dietro l'angolo della zona shampoo una collezione invidiabile di calendari sexy. Non uno ma almeno cinque o sei tra cui spiccano grandi classici tra i migliori degli ultimi anni: l'Arcuri, la Canalis, fino all'immancabile ed attesissimo Corvaglia '07. Certe professioni impongono un clichè: non si può mantenere un'officina o una bottega da barbiere senza una fanciulla che tette all'aria sorride nel mese corrente appesa alla parete.
I discorsi appassionati degli anziani al mio fianco vertono indiscutibilmente sul calcio locale, sulla pesca e sulle vacanze da poco terminate. Sembrano tutti perfetti padroni del dialetto, ottimi pescatori ed allenatori con la scienza in fusa. Perfino la loro vacanza è stata senz'altro la migliore possibile, in qualche resort esotico dove l'importante è spendere, sorridere e godersi il divertimento di plastica in omaggio.

Uno ad uno vengono convocati sulle seggiola pneumatica dove possono continuare il discorso mentre riccioli e ciocche atterrano dolci a terra sotto il lavoro celere e preciso dell'acconciatore di fiducia. Certo, lo strano viavai di clienti tra la zona shampoo e quella taglio avrebbe dovuto insospettirmi. Da quando in qua tutta questa gente con due peli sulla testa sta a perdere tempo e soldi con lo shampoo?
Tra una lettura della Gazzetta e un rapido curiosare tra i fumetti a disposizione non posso fare a meno di notare un bisbiglìo molto discreto che il barbiere rivolge ad ogni cliente che si siede, prima di procedere. Con discrezione spiega qualcosa, ricevendo un cenno col capo come risposta. Che mai dirà a ciascuno di loro?
Le possibilità nella mia testa sono le più svariate:
- Ti piace l'arredamento rosso e bianco retrò?
- Tifi Spal anche tu?
- Hai visto che bomba il calendario di là?
- Il parrucchino lo sfila Lei?

Presto l'avrei saputo anche io. 
Lunedì 20 Novembre 2006
di Alice Su · Categoria: Racconti · ore 18:28

Una mano gelida si posò sul collo del ragazzo che, come preso da un orgasmo, sentì un forte piacere pervadere nel corpo e nel pensiero impazzito. Aveva atteso questo momento da un'infinità, finalmente il Destino lo aveva catturato. La sua vita era quasi giunta al capolinea e la resa dei conti era prossima. L'odio era suo padre e la vendetta propria madre. Creatura creata da una realtà cinica e sadica, essere nato nell'immpotenza di evitare i fatti che presto lo avrebbero intrappolato. Spesso una scena compariva ai suoi occhi, un'immagine che nemmeno Morfeo riusciva ad eliminare: lui, posseduto da un incontrollato e folle desiderio maniaco, compiva finalmente l'atto tanto agognato.

Martedì 22 Agosto 2006
di Neuroni Pigroni · Categoria: Racconti · ore 17:52

Sabato sono andato con alcuni amici a Gardaland, sfidando i meteo di mezzo web che davano tempo pessimo. C’è stato sole per tutta la giornata, ma la fortuna si è esaurita lì.
Innanzitutto c’era molta, tanta, troppa gente. Code di mezz’ora per le attrazioni più stupide, un’ora per quelle adrenaliniche, superati continuamente da chi aveva acquistato Gardaland Express (una bella idea del cazzo). Fin qui, però, tutto nell’ordinario. Il vero casino è iniziato alle 14, quando abbiamo scoperto che Fuga da Atlantide era out of order. Questione di qualche ora, assicuravano gli addetti. Vi rovino la suspance dicendo subito che quell’attrazione non ha mai più funzionato, seguita a ruota da Ikarus, Space Vertigo, I Corsari, Magic Mountain e Sequoia Adventure. Alle ore 17 migliaia di persone si erano riversate sulle giostre funzionanti, in particolare Colorado Boat e Jungle Rapids in quanto faceva caldo e il desiderio di refrigerio era predominante. Voi penserete "rimboseranno le persone". Beh, la risposta è chiaramente no: anzi, la gente che arrivava nel pomeriggio non veniva nemmeno avvisata. Alle ore 19:45 centinaia di persone hanno preso d’assalto l’ufficio reclami, in cui erano presenti solo alcuni poveri carabinieri che faticavano a tenere a bada la ressa. Ressa causata dalla difesa assunta dagli addetti del parco: colpa dell’Enel. Scusa quasi credibile, se non avessimo tutti visto le attrazioni funzionare a vuoto per oltre un’ora; casualmente, però, in caso di pioggia o mancata fornitura di elettricità il biglietto non viene rimborsato. Quindi, facendo scaricabarile: niente rimborso. Io e i miei amici abbiamo passato mezz’ora urlando a squarciagola all’ingresso del parco di non entrare. Alcuni ci hanno preso per pazzi (e in effetti lo sembravamo) ma molti ci hanno creduto, fermandosi e decidendo il da farsi.
Già durante la giornata avevo fatto paragoni tra Gardaland e Mirabilandia. Dopo il rush finale non ho più dubbi.

UPDATE

L'altro giorno ho spedito una mail alla direzione del parco giochi tramite il sito e mi è arrivata questa risposta:

"Buon giorno, sono Danilo Santi, direttore del parco. La Sua giovane età non è un'attenuante per non significarLe lo sconcerto che le Sue poche righe hanno creato in noi tante sono le cose errate che Lei ha scritto! Ai Suoi amici, oltre a riferire di non venire più, dica però anche che:
- la mancanza di energia elettrica, a casa Sua, da cosa è derivata? Da noi, visto che siamo un'utenza significativa, dall'Enel. Dove sta la scorrettezza?
- Sequoia e Magic funzionavano a vuoto perché, quando accade un black out elettrico, partono i gruppi elettrogeni, che fanno le veci della corrente. Poiché pensavamo di tornate sotto Enel in fretta abbiamo per un arco temporale assai limitato (non certo 1 ora) fatto girare le attrazioni a vuoto.
- chi è entrato alle 17:00 non poteva essere avvisato perché, caro Signor Bonfatti, il guasto si è verificato alle 17:52: come glielo potevamo dire?
- dalle 19:30 in poi, quando abbiamo capito che le cose sarebbero andate per le lunghe, abbiamo fatto informare alle biglietterie delle attrazioni ferme PRIMA che venisse acquistato il biglietto.
Grazie per l'attenzione."

L'unica cosa su cui (forse) ha ragione è l'ora del guasto generale. Posso smentire tranquillamente dell'avviso fatto dalle biglietterie, alle 20:15 ho visto gente andare lì per farsi rimborsare dopo aver sentito dei guasti dalle persone che uscivano dal parco. Inoltre mi sembra una minchiata colossale far andare le giostre sotto gruppo elettrogeno: non serve a niente sprecare corrente, dato che non credo che una giostra ferma e riavviata necessiti di tempo per sincronizzarsi.

Vabbè, i fatti sono questi, traete voi le dovute conclusioni. Io sicuramente non ci andrò più.