Racconti
Venerdì 5 Settembre 2008
di TheEgo · Categoria: Personale, Racconti · ore 00:54
spione.jpgOggi ero in treno sul solito regionale seduto con il portatile bianco sulle gambe e la musica inviata dalle cuffie bianche nelle orecchie bianche poichè colpite dal sole. Di solito scrivo, a volte leggo o guardo qualche serie tv con i sottotitoli, a volte porto avanti lavori che ho lasciato in sospeso in ufficio. Oggi ero intento a realizzare una vetrofania (che razza di nome) per i negozi che aderiscono ad una convenzione del Comune. Di solito non mi curo particolarmente delle persone a fianco a me, che non possono proprio fare a meno di spiare cosa stai facendo tanto è luminoso e sotto il naso il portatile di un vicino in treno. La settimana scorsa una signora si è fatta un'ora e mezza di fatti miei tutta contenta e Dio solo sa quanto avrei voluto sapere cosa diavolo pensasse nel mentre. Comunque.

Si siede questo ragazzo al mio fianco nel posto rimasto libero dalle stazioni precedenti e inizia a guardare cosa faccio senza timore di darlo a vedere. La fase creativa di un prodotto grafico è delicata: non devo FARE qualcosa e basta ma lo devo PENSARE, creare, inventare da zero. Dunque un po' di prove: questo lo piazzo li, quello lo scrivo così, questo colore, no meglio l'altro, la forma, il contenuto e così via. A volte (spesso) si parla di ORE. L'idea buona può uscire dopo svariati bozzetti a vuoto.
Inizio a buttare giu' due cose ma questo pubblico mi infastidisce: segue attentamente e non accenna a smettere. Vuole vedere come prosegue questo adesivo: come verrà fuori. Ad ogni pausa per riflettere è un'agonia. Cosa starà pensando? Gli piace questa scritta qui o lui la metterebbe di un altro colore e girata dall'altra parte? Lo show deve proseguire diamine. Non posso esitare troppo. Fai qualcosa, muovi quel mouse.

Scrivo, riscrivo, tento soluzioni banali per provare qualcosa e non lasciare il foglio in bianco. Lo spettacolo deve andare avanti, vogliamo sapere come sarà. Ogni incertezza è la prova di un'incompetenza, di una idea che non c'è, di scarsa fantasia. Lui lo farebbe diversamente, più bello senz'altro. Lo guardo con la coda dell'occhio in una pausa per cambiare canzone sull'iPod. Sta proprio guardando qui. L'aria perplessa non lascia dubbi: è orribile quest'adesivo. Cosa mai saprà fare di meglio questo marcantonio di ragazzo di quasi due metri tutto spelacchiato e allampanato? Guardati cazzo, hai i pantaloncini di Pinocchio rosso slavato e le tennis che si usavano dieci anni fa. Il marsupio con il telefonino. Cielo, che sfigato dai. Che razza di adesivo farai mai TU?

Cerco invano di proseguire ma i tentativi sembrano goffi perfino a me. Non sta in piedi, non si riesce a trovare un modo per riempire tutta l'area di disegno: chi ha scritto i testi? Datemi del testo da aggiungere! Che adesivo è con solo due parole per testo? Non demorde il ragazzone, che probabilmente si sta pure accorgendo delle crepe nella scocca del portatile e starà confrontando mentalmente con il suo tenuto da Dio, certamente, lo utilizza senz'altro con il guanto in seta e lo ripone in un cassetto ogni sera prima di addormentarsi. Intravedo una via di fuga: la batteria del portatile va esaurendosi. Devo guadagnare tempo... abbozzare soluzioni geniali per dimostrare il mio talento e poi fingere di essere colti alla sprovvista dalla batteria e... oh peccato, finirò domani. Va bene rosso? Sposto più giù? Senza tradire la minima emozione lo sguardo sul collo è sempre al suo posto. O forse starà guardando lontano, verso l'orizzonte fuori dal finestrino?

Mancano pochi minuti di autonomia, serve un diversivo: apro un file vecchio di cui sono contento del risultato, già terminato e rifinito. Guarda questo eh, pirla. Hai visto quando non mi guardi cosa partorisco? Guarda guarda. Renditi conto, tu con i tuoi pinocchietti. Fingo di controllare il cellulare e resto con l'immagine aperta sul mio lavoro finito attendendo finalmente l'ultimo respiro della batteria. Nero. Spento. Era ora.
Chiudo e ripongo soddisfatto il portatile nella borsa. Sono salvo. Almeno fino a domani mattina. Che la notte mi porti consiglio.
Mercoledì 4 Giugno 2008
di Noantri · Categoria: Racconti · ore 13:41

[Dedicato agli incompresi.
Ai giovani che sono diventati vecchi
tra ipocrisia, false ideologie, politica e retorica.
Dedicato a chi si consuma dentro a un bar.]

Il non più giovane Holden sta ritto sotto la pensilina della fermata dell'autobus: ha i capelli lunghi e lisci e baffi da spagnolo. Le ragazze si girano a guardarlo perché sembra Johnny Depp. Il non più giovane Holden tira su col naso e si strofina le narici con l'indice e il pollice: assomiglia a Johnny Depp ma perfino lui ha capito che i baffi da spagnolo, che i capelli lisci e compagnia bella non gli salveranno la vita; perfino lui, che non sa niente del mondo perché non gli vuole fare questo favore, ha capito che Johnny Depp senza Tim Burton oggi farebbe il commesso della Feltrinelli a Largo Argentina. Lui no, lui assomiglia a Johnny Depp, lui non è Johnny Depp: lui non ha bisogno di Tim Burton per essere qualcuno. Lui non ha bisogno di essere qualcuno. Lui non è nessuno. Non gli serve una benda da pirata sull'occhio: lui lavora da Vobis a Piazza Mancini, assembla i computer e consiglia schede grafiche ai ciccioni brufolosi che vogliono giocare a Warcraft come dio comanda. E sniffa cocaina.

La cocaina la prende a Via dei Volsci il mercoledì sera, il giorno in cui i cinema sono pieni: lui spende così i suoi soldi, lui non ne vuole sapere. Lui i soldi che non butta in benzina li investe in cocaina a Via dei Volsci. Il non più giovane Holden sniffa, assomiglia a Johnny Depp, tutte le ragazze si voltano a guardarlo: una volta gli è andata male ed è stato ricoverato per quattro settimane. Da allora non ha mai più cambiato angolo. Il non più giovane Holden ce l'ha con le autorità perché proibiscono tutto alla povera gente: il non più giovane Holden, che assomiglia a Johnny Depp e sniffa cocaina, sostiene che la liberalizzazione totale delle droghe, leggere e pesanti, converrebbe soprattutto allo Stato che otterrebbe in questo modo una schiera di elettori rincoglioniti e contenti che non avrebbe più tempo e cervello per considerare l'operato dei politici. Perciò si droga. Il non più giovane Holden. Per non pensare. Per non considerare. La cocaina un po' se la fuma un po' se la sniffa. Sul lavoro, da Vobis, a Piazza Mancini, i ciccioni che vogliono giocare a Warcraft non si accorgono di niente e tornano soddisfatti a smanettare sulla loro droga al silicio: lo stipendio gli arriva puntuale ogni mese. Dentro una busta gialla. In contanti. In nero.

Alle otto di sera il non più giovane Holden torna a casa. Dai genitori. Perché una casa in affitto costa troppo. Torna a casa dai genitori a via della Balduina e cena in silenzio senza appetito. In bagno gli scende il sangue dal naso e lui rovescia la testa all'indietro come per una risata esplosiva, solo che non c'è niente da ridere: quando torna a guardare il proprio riflesso nello specchio gli sembra che quello non l'abbia seguito nel movimento ma sia rimasto a giudicarlo con severità. "Che vuoi?", gli dice il non più giovane Holden. Al rilfesso. "Che vuoi? Ci tieni o no ad assomigliare a Johnny Depp?".

Il non più giovane Holden è bello, ha i baffi da spagnolo, assomiglia a un attore famoso di Hollywood. Sul 2 tutti lo guardano, anche gli uomini: gli uomini, soprattutto, sono affascinati da ciò che piace alle donne. Sono affascinati e disgustati e per tutta la corsa del tram cercano un solo motivo per non desiderare di essere come lui. La maggior parte di loro si convince che uno che assomiglia a Johnny Depp non può essere anche intelligente e che l'intelligenza, al giorno d'oggi, è qualcosa che non puoi barattare con la bellezza. Così si regalano la loro concessione quotidiana: chi non si droga deve trovare un altro modo per arrivare alla sera senza impazzire.
Martedì 20 Maggio 2008
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 10:56
binario.jpgOgni mattina sul binario quattro ad attendere il treno, quasi sempre puntuale, ci sono le medesime persone. Nessuna di loro apre bocca con il vicino o un passante, immersa nei propri pensieri, nel battito di una canzone scandito tra le cuffiette alla moda bianche, nelle pagine di un romanzo che non può attendere, nelle tristi notizie di un giornale che parla di furti e morti per nebbia. Alle otto e trenta precise, ogni giorno, il gruppo di pendolari per studio o per lavoro si ritrova nella stessa stazione, entra convintamente per la porta principale, si tuffa nel sottopassaggio fino all'altezza del binario numero quattro, operando infine una determinante scelta di campo. Le due rampe di scale che risalgono in superficie segnano il confine tra il gruppo che ogni mattina sceglie la metà sinistra del binario, e quella che opta per la destra, senza mai cambiare la propria scelta, quasi fosse politica o legata a riflessioni profonde. Io milito nella squadra di destra, se non altro per la convenienza forse ovvia di essere in testa al treno andando a nord, scendendo così più vicino alla stazione di arrivo. Scelta così banale da non farmi capacitare la scelta del ramo di sinistra per un pendolare qualsiasi delle otto e trenta, andando il treno in una sola direzione. Dev'essere una questione di abitudine tra chi, fin dai tempi delle medie, saliva sul pullman correndo per accaparrarsi i posti nella loggia in fondo, notoriamente la più chic per chiacchiere e quantità di ragazze, e chi si affrettava ad occupare quelli di testa perchè soffriva il viaggio. Lo sfigato insomma.
E allora eccoli qui sfilare davanti ai miei occhi, gli "sfigati" del binario quattro, indossare sempre uguali giorno dopo giorno la maschera del loro Personaggio, quasi fossero veri e propri attori che recitano la parte ogni mattina, perchè la vita del pendolare è per eccellenza ripetitiva e monotona e sembra un po' che tutti si siano calati nella parte.

Maria, 40 anni timidi e solitari, capelli lunghi, neri e sporchi, raccolti in una lunga coda sempre uguale. Gli stessi pantaloni, le stesse scarpe, la stessa giacca a vento sportiva tutto l'inverno che chissà ormai quanto puzza. Arriva trafelata con la sua mountain bike che parcheggia nel mare di catorci all'uscita della stazione, cuffione nere sony nelle orecchie, collegate anacronisticamente ad un walkman a cassette. Cascasse il mondo Maria sale sul primissimo vagone e la sua preoccupazione non è tanto trovare un posto quanto procurarsi una copia di qualche free press abbandonata sui sedili o perfino in terra. Scandagliato l'intero vagone alla ricerca del trofeo sorride tronfia con la sua copia stropicciata in mano e si siede dove capita conciliando lettura e musica.
Maria lavora a Mestre, in una toelettatrice per cani, dove viene sfruttata per uno stipendio misero in uno sgabuzzino pulcioso, sufficiente per la sua vita pendolare e la convivenza prolungata con i genitori. La sera, inforcata nuovamente la bicicletta, fa rientro nel suo appartamento, dove la stanza ancora tappezzata di poster di quando era giovane, l'accoglie per un poco di conforto prima della nuova giornata piena di stress. Mai un'espressione felice, sul viso rugoso nonostante l'età, se non in quell'attimo in cui si aggiudica il suo ritaglio di notizie quaotidiano, il suo cordone ombelicale con il mondo che gira veloce, fuori della carrozza numero uno.

Michele è una persona riservata e gentile. Un uomo d'altri tempi garbato e vestito di tutto punto, sia con pioggia che con il sole. Svolge il suo compito con meticolosità, dal giorno in cui l'hanno chiamato a Padova per una cattedra alla facoltà di Economia: zainetto in spalla con libri e ombrellino portatile, gilet e occhiali da sole, talvolta un cappello da uomo, quasi più un ometto in gita che un professore. E' benvoluto dagli studenti che vedono in lui una persona onesta, seppure agli esami non faccia sconti a nessuno, tantomeno alle rampanti padovane che esibiscono la mercanzia sperando in qualche sconto. Il prossimo anno verrà assegnato altrove e cambierà città, treno, aria. Forse sceglierà il lato sinistro del binario in un impeto di ribellione verso la sua vita ordinata.

Giulia è una studentessa di Padova minuta e piena di ricci. Il viso duro le conferisce un'aria attenta e corrucciata, talvolta celata da giganti occhiali da sole alla moda. Abbina scarpette trendy a borsette originali e colorate da mercatino, alla lettura di romanzi pesantissimi e saggi sociologici da pochi soldi, dovuti forse agli studi, per antonomasia in Psicologia. Le parole Studentessa, Padova e Psicologia rappresentano forse il più grande clichè del mondo accademico italiano dopo Studente, Bologna, Nonfauncazzo.
Giulia ha un iPod nero, al quale ha abbinato cuffie dal filo nero, perchè è nata negli anni '80, o perchè si sposa bene il colore e quel bianco apple non l'ha mai potuto soffrire. Ascolta rock d'oltremanica, e qualche cantautore italiano di sinistra, ma con moderazione, perchè diligentemente trascorre la sua ora di viaggio evidenziando dispense o ricopiando appunti su un quadernetto ad anelli. Nel imperfetto equilibrio pendolare femminile delle otto e trenta la vediamo scendere a Padova e restituirci al suo posto una quindicina di colleghe che dalla città patavina migrano ancora più a nord inseguendo l'agognato pezzo di carta e un futuro posto fisso. Giulia odia le pettegole venete che parlano solo di Amici, prodotti per capelli e icone pop. Sarà per quello che quando salgono loro lei scende e il tragitto per l'università lo compie a piedi scegliendo di esser sola piuttosto che mal accompagnata.

Gianni ha l'aria baldanzosa di chi la sa lunga, la boria sicura di chi è stato in vacanza proprio dove andrai tu, che conosce perfettamente lo sport che pratichi, è esperto dei tuoi hobby e dall'alto dei suoi cinquant'anni abbronzati le ha già viste tutte. Forse per tali motivazioni Gianni ogni mattina riesce ad occupare l'intero spazio tra le colonne a metà binario e la linea gialla da non oltrepassare, gonfio del suo ego oppure a causa del suo zainetto ingombrante tenuto su una spalla sola come un ragazzino figo di prima liceo. I passanti devono aggirarlo sull'interno, strabordando sulla banchina del binario tre o scegliere di cadere sulle rotaie e poi risalire oltre sperando che il treno non passi proprio in quel momento.
Gianni è sempre vestito elegante perchè il suo posto in banca lo esige, mentre la scelta delle cravatte vistose è del tutto sua, così come il cappellino firmato che indossa con l'aletta in su appena calzato sulla testa che gli conferiscono l'aria di un anzianotto Carletto. Gianni trova sempre posto sul treno, trova sempre un giornale sul sedile, qualcuno che conosce con cui chiacchierare nel breve viaggio verso la stazione successiva dove scende ogni mattina. Gianni è il re nudo del binario quattro, lato destro, ma nessuno gli ha mai fatto notare che a lui sarebbe più utile scegliere il sinistro, maggiormente vicino all'uscita nella sua stazione di arrivo. Un giorno ribelle forse lo cacceremo dal nostro territorio, facendolo passare sulle rotaie.

NdA: ogni riferimento a cose, luoghi, persone NON è puramente casuale ma in buona parte frutto di fantasia.
Venerdì 18 Gennaio 2008
di TheEgo · Categoria: Personale, Racconti · ore 11:00
tennis_pallina.jpgNei luminosi ed interminabili pomeriggi estivi, quando c'era luce fino a tardi e la scuola andava ormai finendo, iniziava il nostro Campionato di Tennis. Contrapponeva due giganti della scena degli anni '90, a loro modo entrambi campioni, seppure in mondi un po' diversi tra loro. Jim Courier aveva una racchetta verde smeraldo Dunlop, residuo del corso pomeridiano di qualche anno prima, lunga e leggera, con un bel fodero completo blu scuro. La racchetta di Andrea Gaudenzi era una Head corta corta, fuori misura anche per un ragazzino delle medie, decorata da un mix di colori prettamente tennistici quali il bianco, il giallo, il rosa. Il fodero ne avvolgeva soltanto la parte superiore. Gaudenzi, a differenza del suo avversario, non aveva mai fatto un corso di tennis, pertanto si arrangiava come poteva ed anzi aveva imparato buona parte della sua tecnica proprio in quei pomeriggi estivi, durante il consueto campionato.

Il campo delle partite quotidiane, forse, non meritava il rango di "campo di tennis" quanto piuttosto quello di area di cemento. Abbandonato al rapido logorio degli anni, ai bordi di un giardino scolastico tra un asilo e un campo di basket, proprio a fianco dell'istituto tecnico, non possedeva nemmeno una rete. Passi quella esterna, di recinzione, andata consumandosi negli anni tra buchi vari fino a scomparire del tutto una volta ridotta a brandelli contorti di ferro acuminati ed arrugginiti. La rete che mancava era - ahimè - proprio quella centrale, sostituita all'occorrenza dal nastro di plastica rosso e bianco a righe alternate tipico delle recinzioni dei lavori in corso. Le righe di delimitazione erano a malapena visibili, ormai dello stesso colore del cemento terra di siena del campo: appena si percepiva il quadrato davanti a rete entro il quale battere. Si aggiunga al quadro già fantozziano della situazione una fitta rete di radici e buche di vario genere che spuntavano riempendo il campo di imperfezioni, zolle sollevate, rametti caduti, fogliame vario. Per farla breve: nessuno a parte noi poteva e soprattutto voleva utilizzare un campo simile.

Tuttavia Gaudenzi e Courier erano li ogni pomeriggio, alle cinque in punto, per la sfida quotidiana. Le bici chiuse contro la cancellata, poi scavalcata per entrare, racchette in mano e borraccia al collo, rigorosamente piena di thè solubile, moda importata dal Canada e protagonista indiscussa delle nostre bevute adolescenziali.
A onor di cronaca va detto: Courier vinceva praticamente ogni partita, inizialmente in maniera molto plateale, poi via via che l'avversario prendeva confidenza con la racchetta e la sua antica arte, in maniera più sofferta e combattuta, fino a perdere qualche incontro ogni tanto. Negli anni che vanno dal 1994 al 1997 Gaudenzi portò infatti a casa almeno quattro o cinque vittorie.

Lo sfidante era però un avversario meticoloso e puntuale. Leale e disciplinato sul campo, disposto a mille incontri faticosi pur di passare un buon pomeriggio di sport (il calcetto sarebbe venuto solo qualche anno dopo). Il protocollo rigidissimo prevedeva la ripetizione della giocata in caso di rimbalzo su qualche gobba del campo, la discussione interminabile è-sopra-è-sotto in caso di difficile valutazione di un tiro vincente raso rete, o meglio raso filo, a volte sfociata in nervosismo e litigio. Prevedeva altresì che il campo rimanesse sempre lo stesso, senza alternanza, per anni, che al termine di ogni set si facesse una pausa a bordo campo per bere il thè freddo e che ognuno andasse a riprendere la pallina nella sua metà campo. Già, la pallina. Una soltanto, per non perderle nel campo con l'erba alto proprio a fianco. Era molto faticoso giocare in quel modo, bisogna riconoscerlo, eppure sono state forse le più belle partite di tennis che si potesse sognare. Spontanee e rustiche come solo due ragazzini potevano accettare. Genuine nel loro ripetersi costante, sempre uguali, con la stretta di mano finale a bordo rete, come i veri tennisti e un altro thè freddo offerto al perdente, a casa di chi aveva vinto la sfida.

Poi sono arrivati gli sbandati, con motorini e qualche siringa, i bonghi e le pentole. Occupavano il campo tanto per fare, qualche volta tagliavano nottetempo la rete. Gaudenzi e Courier diventavano grandicelli e iniziavano a non giocare più come un tempo. Restano le pagine su un'agenda elettronica ormai fuori uso, a registrare una ad una le partite svolte, con tanto di risultati, tempi di gioco, set dopo set. Poco tempo dopo sarebbe esplosa la passione per il calcetto, che tante altre sfide epiche avrebbe regalato ai due imberbi tennisti, sulla scia del Chino e di Cannavaro. Ma questa, è un'altra storia.

Jim Courier

Lunedì 24 Dicembre 2007
di Noantri · Categoria: Racconti, Satira · ore 16:04
Il corpo di Babbo Natale fu ritrovato in un garage tagliato a pezzetti (il corpo di Babbo Natale, non il garage) il 7 gennaio 2008 dopo che un miliardo e duecentotrentatré milioni di denunce erano arrivate concomitanti la mattina del 25 dicembre, mandando in tilt i centralini telefonici.

La mattina dell'8 gennaio 2008 i giornali titolarono a piena pagina la tragedia, mostrando una rara foto di Babbo Natale da giovane quando frequentava il seminario, con sotto la didascalia: "Babbo Natale ai tempi del seminario": in quella foto Babbo Natale assomigliava a Paul Newman da giovane, occhi azzurri tagliati sottili, naso prominente, maglioncino a V e mascella da attore americano. Tantissimi giornali, nelle pagine interne, riportarono anche un'altra foto, sempre risalente ai tempi del seminario, (fa sempre un certo effetto mostrare le foto dei morti ammazzati "ai tempi" di qualcosa) in cui Babbo Natale giovane posava insieme ad altri ragazzi giovani, del tutto simili a lui tranne per il fatto che nessuno di loro riportava, intorno alla faccia, lo stesso circoletto rosso che i grafici dei quotidiani gli avevano tributato per renderlo facilmente riconoscibile. Anche in quest'altra foto, questa del circoletto, la didascalia molto ovviamente ribadiva: "Babbo Natale quando frequentava il seminario".

Allora quella mattina dell'8 gennaio la disperazione nel mondo fu tale che in tutto il mondo piovve. Chi prima, chi dopo, (a seconda del fuso orario) la gente osservò attentamente quella foto, la foto di Babbo Natale da giovane, in particolare quella dove stava insieme agli altri cerchiato di rosso, rimanendo colpita dall'alone di predestinazione che quel volto portava. Nessun altro, in quello scatto, sembrava essere bello a tal punto, così convinto, così fiero, come Babbo Natale da giovane cerchiato di rosso. Sembrava quasi, nella foto, che Babbo Natale giovane se lo vedesse già intorno alla faccia il circoletto rosso che i giornali, un giorno nel futuro lontano, gli avrebbero disegnato attorno. E sembrava che anche tutti gli altri ragazzi del seminario presenti potessero vederlo e che per quello apparissero meno convinti, più sconfortati, perché tanto, qualsiasi cosa avessero fatto, con qualsiasi voto fossero usciti da lì, con qualsiasi ragazza si fossero presentati al ballo di fine anno, ebbene, il circoletto rosso non sarebbe toccato a loro.

I giornali, quell'8 gennaio 2008, ma anche tutti i giorni a venire, per almeno un anno, parlarono diffusamente di Babbo Natale, raccontando vizi e virtù dell'uomo più famoso del mondo subito dopo Gesù Cristo e Briatore. (secondo un sondaggio di Forbes. In verità Forbes propose anche un altro sondaggio che si trascinò dietro una buona dose di critiche, sondaggio che elesse Babbo Natale secondo uomo più ricco del pianeta subito dopo Putin e i fondatori di Google) Arrivarono settimane atroci per la televisione e per il senso generale dell'inverno: la Borsa crollò pesantemente e "The Economist" scrisse che la morte di Babbo Natale si poteva paragonare, per gravità fiscale, al post 11 settembre. Naturalmente i più colpiti dal lutto furono i bambini: anche quelli che, da anni, avevano perduto la fede nella figura di Babbo Natale, tornarono improvvisamente praticanti e alla fine se ne contarono a milioni nei vari funerali che furono organizzati. (fu deciso che un solo funerale non sarebbe mai bastato a soddisfare la richiesta e, per questo, ne furono preparati 466 sparsi per il mondo: dove fossero realmente le spoglie di Babbo Natale non fu mai rivelato, così che tutti potessero segretamente covare il sogno d'aver scelto il funerale giusto e raccontarlo agli amici o nelle interviste televisive. Quelle giornate di grande unione e fratellanza furono chiamate dai media: "L'ultimo regalo di Babbo Natale". Sei milioni di T-Shirt furono stampate e vendute in poche ore)

Uno dei problemi principali fu che il cadavere tagliato a pezzi di Babbo Natale venne rinvenuto disgraziatamente nei pressi di una Moschea. Vennero perciò mesi difficili per gli islamici di tutto il pianeta: l'Italia, in particolare, si fece portavoce di una moratoria per ristabilire con "urgenza assoluta" la pena di morte. La moratoria fu approvata con grandissimo calore e in una dichiarazione, forse troppo affrettata, Prodi propose di dichiarare illegali tutte le persone di sesso maschile con la barba lunga e che avessero almeno un'acca nel nome o nel cognome. In più la Lega Nord si fece portatrice di una proposta, acclamata sulle rive del Po in uno storico giorno di febbraio alla presenza di 400 bifolchi, quattro vacche e sedici maiali coi paramenti sacri, secondo la quale proposta, chiunque fosse in grado di elargire informazioni sul presunto killer di Babbo Natale (che per comodità tutti cominciarono a chiamare Mohammad) avrebbe ricevuto una cifra in danaro pari al suo peso. (il primo a presentarsi fu sorprendentemente Giuliano Ferrara)
Lunedì 19 Novembre 2007
di Noantri · Categoria: Racconti · ore 11:08
Erika arrivò davanti al Padreterno e si tolse gli occhiali da sole.
Dio la osservò riporli nella borsetta e sputare il chewin gum nel pugno chiuso della mano. Poi Erika avanzò e nella stanza perfettamente bianca ci fu solo un rumore e questo rumore era lo scalpiccìo prodotto dai suoi tacchi. Dio onnipotente si raddrizzò sul Trono facendo leva con le mani inanellate sui braccioli di legno importante: la Sua figura era ovvia, con la barba bianca e una veste dello stesso colore tanto liscia da non presentare nemmeno un'ombra, non una sfumatura. Quando i piedi di Erika, avvolti dentro deliziosi sandali allacciati alla schiava, si arrestarono la distanza tra i due era ridotta a mezzo metro scarso.

- Dio...
- ... Tu sei Erika – la interruppe l'Onnipotente in maniera perentoria, senza manifestare dubbio.
- Sì... – acconsentì la creatura mortale davanti a Lui abbassando il capo, ma solo per controllarsi la scollatura. – Sono Erika e ho chiesto udienza per appellarmi alla Tua Infinita Grazia e Giustizia… -. La voce della ragazza diventò esile in quell'ambiente a tal punto vasto che i confini non si riuscivano a distinguere. Erika alzò di nuovo gli occhi su quelli del Signore e le lunghissime ciglia nere le solleticarono la pelle appena sotto le sopracciglia. Dio sembrò riflettere: non respirava, non emetteva alcun suono tipico della vita. Il Suo costato non si sollevava, non aveva vene sulle mani né altrove: Dio onnipotente era qualcosa di completamente neutro. Lisciandosi la minigonna blu sui fianchi, Erika pensò che quella... Cosa davanti a sé non recava nulla a immagine e somiglianza degli uomini della Terra.

- Erika... - sentenziò ancora Dio seguendo il protocollo -. Il tuo assassino brutale verrà giudicato a tempo debito. La tua innocenza non sarà violata e il ricordo della tua vita sarà serbata nella memoria dei superstiti con tutto l'amore necessario... – Così Dio salmodiò parole a Lui abituali e con quello credette d'aver finito il compito. Gli occhi Onnipotenti non si discostarono mai da quelli della creatura che lo fissava, nemmeno quando questa fece oscillare con un movimento del capo le due treccine bionde all'indiana che s'era acconciata.

- Dio... - riprese Erika. Io... Sono venuta a domandarTi umilmente di essere rimandata sulla Terra nuovamente in vita. Perché ritengo che il mio compito non sia terminato...

Fu allora che Dio azzardò un'impercettibile emozione: la Sua fronte tradì qualcosa di interrogativo che Erika riconobbe come autentica esternazione umana. La ragazza mosse un altro passo verso di Lui, piccolo ma decisissimo, e in quell'attimo Dio onnipotente abbassò lo sguardo incuriosito dal rumore ticchettante dei tacchi alti e scoprì dieci piccoli indiani spuntare nudi dalle scarpe e smaltati di vernice rossissima. Erika ne approfittò per salire sull'unico gradino su cui era adagiato il Trono. Dio trasalì aderendo con la schiena allo schienale ma senza emettere un fiato.
Venerdì 12 Ottobre 2007
di Neuroni Pigroni · Categoria: Racconti · ore 18:05
Oggi sono andato al terzo (e ultimo) colloquio presso una famosa multinazionale in cui spero di lavorare.
Ero molto curioso, dati i due incontri precedenti precedenti: nel primo mi hanno fatto raccontare le mie ultime vacanze in inglese, nel secondo usavano 2 parole in inglese e 2 in linguaggio strettamente tecnico ogni 5.

Infatti le mie attese non sono state deluse: i miei interlocutori erano due tecnici della filiale e il colloquio è diventato una specie di esame universitario.
Dopo un primo approccio tipico (studi superiori/universitari, accertamento delle mie conoscenze) si è passati a domande per testare la mia capacità di problem solving, per poi concludere con un quesito che giro a voi perché veramente assurdo e forse fuori luogo.

(vi porrò la domanda pari pari a come è stata posta a me, nel seguito troverete la risposta)

"Ipotizziamo che il raggio della Terra sia di 6000 Km per semplicità di calcolo.
Immagini di svolgere un filo lungo l'equatore in modo che sia aderente alla superficie in tutti i suoi punti (ovviamente perfettamente sferica).
Ora prendiamo questo filo, aggiungiamo 1metro alla sua lunghezza, rendiamolo di nuovo perfettamente sferico e stavolta anche rigido. Rimettiamolo attorno all'equatore in modo che in ogni punto sia equidistante dalla superficie.
La domanda è: un gatto riesce a passare sotto tale filo?"
Domenica 16 Settembre 2007
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 16:45
(la prima puntata è qui)

Vi avevo lasciati con la questione aperta: come far reggere una tenda con soli due pali? La soluzione, forse ovvia, è stata usare quello che doveva essere adibito a filo per stendere i panni come tirante del palo orizzontale, il tutto con l'ausilio di un alberello li a fianco. Una cosa del genere:

tenda4.jpg
Il picchetto a terra, che deve sorreggere il peso del palo e della copertura in tela, avrebbe dovuto essere piantato con somma perizia. Invece il sottoscritto lo lascia a metà infilato in morbida terra scura perchè quando si è imbranati lo si è fino in fondo.
La tenda sembra stare effettivamente su, sebbene sbilenca, in un assetto testimoniato in questa unica foto ricordo. Ci concediamo un giretto serale per esplorare la zona.
A sera rientriamo discretamente tardi. C'è vento, che fischia tra gli alberi e rende tutto più cupo. Pure la tenda, che sbilenca attende nell'oscurità il test vero e proprio della prima notte.
Verso le 4 del mattino Puntini si sveglia, o meglio MI sveglia.
- Sento dei rumori. C'è qualcuno attorno alla tenda
- Ma figurati, chi vuoi che giri a quest'ora! E' il vento.
- TI dico di no... è un po' che sono sveglia
- Sono gli aghi di pino che cadono sulla tenda vedi? Fanno quel rumore che sembrano passi. Effettivamente sembrano passi ma vedi? Sono quegli aghini che si vedono in controluce.
Puntini mi crede a fatica dopo mezzora o forse si addormenta o forse, più probabilmente, mi riaddormento io e mi lascia dormire. La prima notte è andata quando il sole posa i suoi primi raggi sul mio volto sonnacchioso trasmettendo una luce arancio simpaticissima.

Alle nove circa del mattino Puntini si prepara per la spiaggia e approfitta del mio pigrare nel sacco a pelo per il rito della ceretta. Alle nove e cinque la tenda collassa su stessa. Il picchetto si sfila da terra e il filo duramente provato dal vento cede definitivamente. In una scena comica la ritiriamo su davanti agli sguardi attoniti dei vicini di tenda. Che gli venga un colpo, toscani di merda, nessuno ci dà una mano o si propone per aiutarci. Loro, le loro capanne ultraspaziali e la tv via satellite affanculo.

La notte seguente la tenda è ancora (in)stabile al suo posto e possiamo andare a dormire tranquilli.
Alle quattro del mattino, di nuovo, Puntini mi sveglia.
Lunedì 10 Settembre 2007
di Noantri · Categoria: Racconti, Società · ore 12:45
Sono uscito di casa che faceva caldissimo. Stavo per raggiungere la mia macchina parcheggiata - la mia macchina è rossa e da lontano si vede subito - quando qualcosa di molto più interessante m'ha distratto. Sul vetro di una Golf verde petrolio, appoggiato al tergicristallo, dove di solito gli ausiliari del traffico ci piazzano le multe, più precisamente subito accanto a quel cosetto di plastica che spruzza l'acqua sul parabrezza, proprio lì stava un gambero.

Un gambero arancione, uno di quelli che nei ristoranti fa bella mostra di sé in cima alle fritture miste o sul cucuzzolo della montagna di spaghetti allo scoglio. Aveva tutto di un gambero, aveva quelle antennine, la crosta arancione disarticolata che gli permette il movimento in acqua, le due perline nere sporgenti come occhi, le zampe disposte a raggiera sotto la pancia: era un gambero a tutti gli effetti e se ne stava lì, impossibile, sul parabrezza di una Golf verde petrolio. Morto, certo: non l'ho toccato, non ho idea se fosse cotto o cosa, ma di sicuro era morto. Volete che non sappia riconoscere un gambero morto da un gambero vivo?

Ho alzato gli occhi al cielo, tipo uno che ha appena pestato una cacca, come se in cielo, proprio sopra la Golf verde petrolio, potesse esserci, che ne so, una navicella spaziale a forma di gambero, oppure una nube gravida di uno di quei fenomeni meteorologici che ogni tanto si sentono al telegiornale in quei posti strani: tormenta di rospi ad El Paso. Epperò nel cielo sopra Roma, a parte un azzurro accecante e la pallina gialla del sole, non c'era niente.
Venerdì 31 Agosto 2007
di Noantri · Categoria: Cinema, Racconti · ore 13:13
La serata è finita male.
Ho dovuto camminare intorno al tavolo del salone per un sacco di tempo, finché non è venuta F. e abbiamo mangiato la pizza. (e pure quella l'ho mangiata in piedi) Mi sono guardato allo specchio un paio di volte, ho messo gli indici sotto gli occhi e ho tirato giù la pelle per vedere che effetto faceva. E ho respirato a lungo, naso-bocca, naso-bocca, per togliermi la nausea e fermare la vorticosa terra: ho un video di me stesso, risale ad almeno tre anni fa, in cui cammino alle 4 del mattino in camera mia alzando e abbassando le braccia: è quello che faccio, camminare, ogni volta che sono ubriaco. Perché come mi fermo, vomito. Me lo sono fatto da solo, quel video.

L'altra sera con Andy Capp è finita male: ci siamo ubriacati a metà pomeriggio per festeggiare un lavoro finito e finalmente anche pagato. Io non lo so perché la gente si debba ubriacare per festeggiare: quello che so lo so per bocca di Omer Simpson il quale dice che l'alcol altro non è che la causa di – e la soluzione a – tutti problemi della vita. Io amo Omer Simpson: amo quello che fa e come lo fa. Per me non dovrebbe esserci bisogno di nessun altro modello imitativo se non, appunto, Omer Simpson che riesce contestualmente ad amare se stesso, egoisticamente, e la sua famiglia nella stessa misura. Comunque non è di Omer Simpson che volevo parlare, a parte il fatto che sia Andy Capp che io, dopo sei Cuba Libre, eravamo gialli quasi quanto lui, quanto Omer Simpson.
Giovedì 30 Agosto 2007
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 21:38
Ferrara sud, tre giorni in ritardo sul previsto, caricata alla benepeggio la rombante MelaUno infine si parte per la Toscana.
- Scegli un numero da 1 a 25 - dico a Puntini
- Che significa? - mi fa incuriosita.
- Li dentro - indico il vano portaoggetti della MelaUno - ci sono 25 cd impilati nella torretta di plastica. Scegli un numero, conta e pesca il disco corrispondente, secondo tradizione vigente in ogni vacanza che si rispetti, dal Roadtrip con Attimo in avanti. Ma prima l'inno.
Metto su la sigla di inizio: Baba O'Riley degli Who, mentre l'asfalto dell'A13 avanza rapido verso la capitale del tortellino. Poi Puntini pesca: 883.883-GliAnni-front.jpg
- Cosa?
- 883. Gli anni. The best of.
- Che culo. Ti è andata bene eh? Sei contenta?
Ora non che fosse li per caso quel disco, l'avevo preso su casomai ci andasse una cantata revival della nostra infanzia ma quando è culo è culo. Puntini raggiante carica il disco e da li ai colli è un fiorire di Come mai, Nella notte, Nordsudovestest e parole mandate a memoria come solo un tempo ero capace di.

Arriviamo a Montepulciano che ha fatto notte da poco. Arrivare in Toscana è uno scherzo da Bologna, il problema maggiore è MelaUno che nei pezzi più ripidi fatica a tirare a velocità da autostrada e si becca abbaglianti, strombazzate, fanculi prepotenti di chi possedendo un Mercedes vuol sbizzarrirsi sugli italici viadotti. Tant'è, si arriva, si parcheggia e si va a mangiar qualcosina che la fame è tanta e la cucina è buona. Il mattino dopo saremmo ripartiti verso il mare, destinazione Castagneto Carducci, campeggio in pineta.
Alle otto e trenta del giorno seguente, sveglio da circa 3 minuti, riverso sul letto assaporando la luce filtrante da dietro la tapparella ho una visione: i pali.
- Ehm
- Che c'è?
- Sai una cosa? - dico beatamente come se non rappresentasse chissà quale problema - Temo di aver dimenticato i pali della struttura della tenda.
- Cosa cazz?
- Eh mi sa di si. Non ci sono nella borsona della tenda ne sono quasi sicuro. Ci sono i picchetti, il martello, ma è una sacca ovale non ci possono essere anche i pali. Mi sa che li ho lasciati in garage.
- Sei un disastro. Ed ora come diavolo facciamo?
- Eh... - prendo tempo cercando una soluzione geniale che non mi viene quindi propongo un banale - li compriamo nel negozietto interno del camping... li avranno di sicuro no?
- Lo spero  v i v a m e n t e  per te.
Mercoledì 22 Agosto 2007
di Neuroni Pigroni · Categoria: Racconti · ore 11:45
Vivo un periodo di crisi creativa.
Penso a migliaia di argomenti su cui scrivere un post e non riesco a buttare giù due frasi di senso compiuto.
Ecco una lista di ciò che volevo condividere con voi, cari lettori:

Nintendo Wii sta stravincendo la console war, vedere per credere (è uscita un anno dopo Xbox360). Tale console è fantastica, ci si diverte come pazzi. Finalmente è finita l'era della PlayStation.

Lo scherzo più bello in assoluto da fare ai campi scuola è il leggendario giro di schiaffi: si entra in una stanza dove i ragazzini dormono, si prepara la mano sulla loro faccia, si spegne la torcia e si tira una sberla di media potenza. Fondamentale è rimanere in assoluto silenzio subito dopo per sentire le reazioni.

La nuova Shweppes Cola, per quanto buona, non si avvicina manco lontanamente alla Coca Cola. Poche storie.

Smokin' Aces è un film stupendo. Era dai tempi di Inside Man che non uscivo dal cinema così soddisfatto.

Gli acquisti estivi del Milan sono osceni. Pato non si sa manco chi sia, Digao è in rosa solo perché fratello di Kakà, Emerson ha 31 anni e Ibrahim Ba si commenta da solo.

Per ora può bastare.
Sabato 26 Maggio 2007
di Fulvia Leopardi · Categoria: Attualità, Racconti, Società · ore 09:49
Barbara Cicioni, la donna uccisa nel corso della rapina in villaBarbara Cicioni, 33 anni, è stata uccisa nel corso di una rapina in villa avvenuta a Compignano (Marsciano, provincia di Perugia). Secondo una prima ricostruzione, la donna si sarebbe opposta ai ladri, che per la seconda volta nel giro di pochi mesi si erano introdotti in casa sua. Il frutto della rapina è di 1500 euro. Quello che ha scosso le coscienze e agitato gli animi è il fatto che la donna fosse incinta, all’ottavo mese: i cittadini, infuriati, hanno subito chiesto la pena di morte per chi è stato, (“non importa se italiano o straniero”) puntando però il dito contro gli stranieri che hanno reso la zona invivibile.
Domenica 4 Marzo 2007
di Neuroni Pigroni · Categoria: Racconti · ore 14:22
Sto parlando con te. Sì, proprio con te, è inutile che ti guardi intorno. La forma spesso cambia, ma la sostanza resta identica. Non importa che tu sia un giovanotto con gli auricolari a volume massimo, un adulto in automobile o un anziano in bicicletta. Sta di fatto che sei un idiota. Un grandissimo idiota. Ti vedo spesso in giro per Ferrara e volte ho la terribile voglia di venirti addosso... in fondo avrei pure ragione ma passerei dei guai inutili. Non suono nemmeno il clacson per non sprecare energia su gente come te. La cosa che proprio non comprendo è perché tu lo faccia. Seriamente, spiegamelo perché io proprio non lo capisco. Non hai assolutamente fretta, lo dimostrano i fatti immediatamente successivi: continui a camminare a passo lento sul marciapiede, oppure tieni la seconda marcia per mezzo chilometro, oppure le ruote della tua bicicletta continuano ad andare piano come la rotella di un vecchio contatore del gas. Comunque sia lo fai, sfidi il sistema, ti prendi gioco delle regole e della società. Non imparerai mai l'educazione, in fondo sei un italiano proprio come me.
Venerdì 2 Febbraio 2007
di Alice Su · Categoria: Personale, Racconti · ore 02:08
Ho bisogno di aiuto! Sto partecipando ad un reality assolutamente trash, dove bisogna scrivere dei racconti a tema, toccando il trucidume più completo... essendo un minimo simpatici e leggibili. Ma ho bisogno di voti!!

Il posto dove votare è questo e il racconto si trova qui!! Aiutatemi!!

Alice

Lunedì 8 Gennaio 2007
di TheEgo · Categoria: Personale, Racconti · ore 00:37
Seduto sulla poltrona rossa di attesa del mio barbiere osservo l'arredamento puramente seventies del locale. L'armadio, le seggiole, il bancone con gli specchi e le luci, i comò ed ogni altra cosa sono colorati di bianco o di rosso. C'è un'atmosfera talmente retrò che anche i modelli delle immancabili foto di ragazzotti belli e pettinati appesi lassù al muro mi guardano implorandoli di non assurgerli ad esempio:
- Per favore, non farti una capigliatura anni '80 come la mia, salvati o giovinetto!
I pomi dell'attaccapanni, tutti occupati dai cappotti degli astanti che mi precedono, nascondono dietro l'angolo della zona shampoo una collezione invidiabile di calendari sexy. Non uno ma almeno cinque o sei tra cui spiccano grandi classici tra i migliori degli ultimi anni: l'Arcuri, la Canalis, fino all'immancabile ed attesissimo Corvaglia '07. Certe professioni impongono un clichè: non si può mantenere un'officina o una bottega da barbiere senza una fanciulla che tette all'aria sorride nel mese corrente appesa alla parete.
I discorsi appassionati degli anziani al mio fianco vertono indiscutibilmente sul calcio locale, sulla pesca e sulle vacanze da poco terminate. Sembrano tutti perfetti padroni del dialetto, ottimi pescatori ed allenatori con la scienza in fusa. Perfino la loro vacanza è stata senz'altro la migliore possibile, in qualche resort esotico dove l'importante è spendere, sorridere e godersi il divertimento di plastica in omaggio.

Uno ad uno vengono convocati sulle seggiola pneumatica dove possono continuare il discorso mentre riccioli e ciocche atterrano dolci a terra sotto il lavoro celere e preciso dell'acconciatore di fiducia. Certo, lo strano viavai di clienti tra la zona shampoo e quella taglio avrebbe dovuto insospettirmi. Da quando in qua tutta questa gente con due peli sulla testa sta a perdere tempo e soldi con lo shampoo?
Tra una lettura della Gazzetta e un rapido curiosare tra i fumetti a disposizione non posso fare a meno di notare un bisbiglìo molto discreto che il barbiere rivolge ad ogni cliente che si siede, prima di procedere. Con discrezione spiega qualcosa, ricevendo un cenno col capo come risposta. Che mai dirà a ciascuno di loro?
Le possibilità nella mia testa sono le più svariate:
- Ti piace l'arredamento rosso e bianco retrò?
- Tifi Spal anche tu?
- Hai visto che bomba il calendario di là?
- Il parrucchino lo sfila Lei?

Presto l'avrei saputo anche io. 
Lunedì 20 Novembre 2006
di Alice Su · Categoria: Racconti · ore 18:28

Una mano gelida si posò sul collo del ragazzo che, come preso da un orgasmo, sentì un forte piacere pervadere nel corpo e nel pensiero impazzito. Aveva atteso questo momento da un'infinità, finalmente il Destino lo aveva catturato. La sua vita era quasi giunta al capolinea e la resa dei conti era prossima. L'odio era suo padre e la vendetta propria madre. Creatura creata da una realtà cinica e sadica, essere nato nell'immpotenza di evitare i fatti che presto lo avrebbero intrappolato. Spesso una scena compariva ai suoi occhi, un'immagine che nemmeno Morfeo riusciva ad eliminare: lui, posseduto da un incontrollato e folle desiderio maniaco, compiva finalmente l'atto tanto agognato.

Martedì 22 Agosto 2006
di Neuroni Pigroni · Categoria: Racconti · ore 17:52

Sabato sono andato con alcuni amici a Gardaland, sfidando i meteo di mezzo web che davano tempo pessimo. C’è stato sole per tutta la giornata, ma la fortuna si è esaurita lì.
Innanzitutto c’era molta, tanta, troppa gente. Code di mezz’ora per le attrazioni più stupide, un’ora per quelle adrenaliniche, superati continuamente da chi aveva acquistato Gardaland Express (una bella idea del cazzo). Fin qui, però, tutto nell’ordinario. Il vero casino è iniziato alle 14, quando abbiamo scoperto che Fuga da Atlantide era out of order. Questione di qualche ora, assicuravano gli addetti. Vi rovino la suspance dicendo subito che quell’attrazione non ha mai più funzionato, seguita a ruota da Ikarus, Space Vertigo, I Corsari, Magic Mountain e Sequoia Adventure. Alle ore 17 migliaia di persone si erano riversate sulle giostre funzionanti, in particolare Colorado Boat e Jungle Rapids in quanto faceva caldo e il desiderio di refrigerio era predominante. Voi penserete "rimboseranno le persone". Beh, la risposta è chiaramente no: anzi, la gente che arrivava nel pomeriggio non veniva nemmeno avvisata. Alle ore 19:45 centinaia di persone hanno preso d’assalto l’ufficio reclami, in cui erano presenti solo alcuni poveri carabinieri che faticavano a tenere a bada la ressa. Ressa causata dalla difesa assunta dagli addetti del parco: colpa dell’Enel. Scusa quasi credibile, se non avessimo tutti visto le attrazioni funzionare a vuoto per oltre un’ora; casualmente, però, in caso di pioggia o mancata fornitura di elettricità il biglietto non viene rimborsato. Quindi, facendo scaricabarile: niente rimborso. Io e i miei amici abbiamo passato mezz’ora urlando a squarciagola all’ingresso del parco di non entrare. Alcuni ci hanno preso per pazzi (e in effetti lo sembravamo) ma molti ci hanno creduto, fermandosi e decidendo il da farsi.
Già durante la giornata avevo fatto paragoni tra Gardaland e Mirabilandia. Dopo il rush finale non ho più dubbi.

UPDATE

L'altro giorno ho spedito una mail alla direzione del parco giochi tramite il sito e mi è arrivata questa risposta:

"Buon giorno, sono Danilo Santi, direttore del parco. La Sua giovane età non è un'attenuante per non significarLe lo sconcerto che le Sue poche righe hanno creato in noi tante sono le cose errate che Lei ha scritto! Ai Suoi amici, oltre a riferire di non venire più, dica però anche che:
- la mancanza di energia elettrica, a casa Sua, da cosa è derivata? Da noi, visto che siamo un'utenza significativa, dall'Enel. Dove sta la scorrettezza?
- Sequoia e Magic funzionavano a vuoto perché, quando accade un black out elettrico, partono i gruppi elettrogeni, che fanno le veci della corrente. Poiché pensavamo di tornate sotto Enel in fretta abbiamo per un arco temporale assai limitato (non certo 1 ora) fatto girare le attrazioni a vuoto.
- chi è entrato alle 17:00 non poteva essere avvisato perché, caro Signor Bonfatti, il guasto si è verificato alle 17:52: come glielo potevamo dire?
- dalle 19:30 in poi, quando abbiamo capito che le cose sarebbero andate per le lunghe, abbiamo fatto informare alle biglietterie delle attrazioni ferme PRIMA che venisse acquistato il biglietto.
Grazie per l'attenzione."

L'unica cosa su cui (forse) ha ragione è l'ora del guasto generale. Posso smentire tranquillamente dell'avviso fatto dalle biglietterie, alle 20:15 ho visto gente andare lì per farsi rimborsare dopo aver sentito dei guasti dalle persone che uscivano dal parco. Inoltre mi sembra una minchiata colossale far andare le giostre sotto gruppo elettrogeno: non serve a niente sprecare corrente, dato che non credo che una giostra ferma e riavviata necessiti di tempo per sincronizzarsi.

Vabbè, i fatti sono questi, traete voi le dovute conclusioni. Io sicuramente non ci andrò più.

Lunedì 7 Agosto 2006
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 21:58
storiepugliesi.jpgRoberta è perfettamente consapevole di essere una ragazza carina. Si muove come una divetta per la discoteca ancora vuota, in compagnia del suo ragazzo, un supermacho dagli attributi piccoli, intendendo certo anche quelli mentali. Loro, i ragazzi, stanno arrivando, carichi di Martini e cuba libero a bordo della fiammante Sporting che-fa-i-200-in-rettilineo. Al loro arrivo il buttafuori accoglie Luigi ed i suoi amici con un sorriso, pezzenti, le liste non ci sono questa sera si entra si beve si paga e si esce. Tutto chiaro? I terrazzamenti sul mare del locale sembrano fatti apposta per i voyeur e i timidi: da ogni ringhiera si apprezza il panorama della balconata sottostante così che si possa osservare a priori la fauna locale, ma anche starsene appoggiati con il naso insù scrutando le stelle in attesa di tornare a casa da cotanta bolgia.
Luigi è felice per la serata che sta trascorrendo e in pista si dimena sicuro incrociando gli sguardi in maniera fiera. Dev'essere in quel momento che nota per la prima volta Roberta danzare dietro di lui. Se non va errato, quella che si sta strusciando contro il suo amico è decisamente un nove, magari un dieci se solo riuscisse a conoscerla scambiandoci due chiacchiere. Chissà, pensa, potrebbe pure essere fascista e scendere rapidamente a cinque, cinquemmezzo. Ma la signorina è inafferrabile. In breve ogni individuo di sesso maschile si orienta verso di lei, Mecca danzante, cercando in qualche modo di attirarne l'attenzione. Chi imita il passo del giaguaro, chi strizza l'occhio in maniera imbarazzante, chi tira fuori tre arance facendole roteare in aria senza farle cadere. Ma gli occhi di Roberta sono rapiti da un truzzetto qualunque, più grande di lei. Tiziano ha trentun'anni questa sera, va per i trentadue, ed indossa un cappellino di Valentino Rossi e una maglietta rosa fintopezzata come la moda post-mondiale impone. Quando le si avvicina deve risultare davvero simpatico perchè in breve tutti gli altri in pista vedono con sgomento Roberta estrarre il cellulare dalla borsetta per segnarsi il numero. Il suo ragazzo assiste a tutta la scena distante, quasi disinteressato, commentando con un amico le gesta della sua compagna. Poi Tiziano si raccomanda di chiamarlo, di farsi viva, perchè è bellissima e lui è follemente innamorato. Le dà un bacio sulla guancia e tanto basta a Luigi per distruggersi l'anima. Esce dalla pista, vuole un altro cocktail per dimenticare, non riesce a capacitarsi perchè ha scelto quello e non lui. Gli amici gli spiegano che Tiziano si è fatto avanti mentre lui no e che deve solo rimproverare a se stesso di non aver avuto abbastanza palle.
Gli altri sono già pronti per andare via quando Luigi si volta ancora una volta a guardarla dalla terrazza. Lei è a bordo pista e parla con il fidanzato, che pare comprensivo o forse soltanto ingenuo. Luigi scende tra la gente percorrendo rapidamente la scalinata illuminata, dirigendosi di gran carriera verso di lei. Sembra deciso, è a pochi passi da lei quando fruga nella tasca per afferrare qualcosa. Gli amici lo vedono dal terrazzo e sorridono capendo. Luigi le tocca una spalla, lei si gira scostandosi i lunghi capelli castani e salutando timidamente.
- Ciao bellissima, ti ho visto ballare prima e devo dire che sei veramente perfetta per un ruolo che cercavo in un cortometraggio di cui sono produttore. Se ti va di farti viva, questo è il mio biglietto da visita, chiamami che ne parliamo... - le dice.
Il che come ultimo disperato tentativo di conoscerla non era nemmeno malvagio. Peccato che le cose andarono diversamente. E ancora adesso Luigi ripensandoci si mangia le mani, mentre ascolta malinconico il Tema della ragazza scomparsa finendo l'ultimo goccio rimasto di Martini bianco. Due parole per un cazzotto in faccia: forse uno scambio accettabile.
Giovedì 25 Maggio 2006
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 01:23
samtes.gifUna storia vera.

Sheila aveva compiuto da poco 18 anni. Come tutti i ragazzi della sua età, i genitori le avevano dato l'opportunità di prendere la patente: finalmente sarebbe potuta uscire con le amiche in totale indipendenza e avrebbe potuto recarsi più comodamente a scuola il mattino.
Sheila aveva scelto con cura l’autoscuola dove avrebbe preso lezioni di guida, e dopo appena un mese di attento studio della teoria aveva brillantemente superato il test scritto. Aveva iniziato anche le prime lezioni pratiche, con l’istruttore assegnatole, che in verità trovava piuttosto scorbutico. A parte lui, Sheila si trovava molto bene con tutti in quell’ambiente alla mano pieno di giovani e conoscenti.
Il proprietario dell’autoscuola aveva preso in gestione l’attività quando il padre era andato in pensione pochi anni prima, tuttavia non c’era giorno che il vecchio non si affacciasse a curiosare o a parlare con il figlio. Di fatto seguiva ancora attivamente l’autoscuola, sbrigando alcune pratiche burocratiche e dispensando consigli ai ragazzi. Ex campione di judo, nutriva una profonda passione per la caccia di cui amava discorrere con ogni persona gli capitasse a tiro. Era un uomo imponente, dall’aspetto per nulla attraente: capelli bianchi su un viso poco aggraziato coperto a tratti da una barba grigia mal curata; corpulento e ormai curvo dal peso degli anni indossava la stessa camicia a scacchi da giorni, a cui abbinava dei semplici pantaloni di velluto verde. Non era certo per lui, che l’autoscuola aveva quel viavai di ragazzine ad ogni ora.
Martedì 2 Maggio 2006
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 13:22
Il primo maggio sono ormai due anni che capita di trascorrerlo Oltrepo. Dopo anni di partecipazione come spettatore nelle belle piazze di varie città, si è passati a dover suonare, ben volentieri, al classico concerto-maratona della festa dei lavoratori. La cosa interessante, o buffa se vogliamo dirla tutta, è che essendo la nostra città così vicina al territorio veneto, siano quasi più le date che ci vengono proposte in provincia di Rovigo che non nella nostra terra di nebbia e zanzare. Ai concerti nei paesi, oltre i vecchietti seduti davanti al barsport che scrutano con aria circospetta è sempre pieno di giovini più o meno caratteristici di cui ormai conosciamo anche le tasche. Il Polesine, è cosa piuttosto nota e non me ne vogliano i suoi abitanti, i conoscenti, o i lettori di queste zone, annovera tra i propri popolani soggetti alquanto interlocutori.
I giovani rovigotti (come amiamo denominarli noi al posto del più corretto rodigini) nascono e crescono più o meno in promiscuità fino all'età dell'adolescenza, dove prendono strade radicalmente diverse, prendendo coscienza di quello che sono veramente dentro. Una metà prende la strada della discoteca, l'altra quella del metallo e dei sacri gotha delle borchie.

A 15 anni R. decide di diventare un truzzo.
Inizia a comprarsi vestiti fighetti, le camicie a righe oblique con i colletti di dieci centimetri inamidati dalla mamma paziente che le stira una ad una ogni due o tre giorni. Si taglia i capelli con la crestina, si compra il gel superincollante che pare stucco, si pettina e si agghinda. Si prende l'anello tamarro, e le catenine di finto oro da portare orgoglione sul petto villoso, non raggiungendo mai i livelli dei colleghi pugliesi che in materia sono maestri. A 18 anni mamma e papà gli comprano la macchina. Grande e vistosa non importa, perchè nel Polesine l'auto la si elabora. Appena passato il ponte sul Po venendo dall'Emilia, ecco fiorire per le strade alettoni da Formula uno, fari colorati di blu, neon multicolor sulla carrozzeria, vernice glitter brillante, marmitte doppie triple, autoradio con lettore dvd e subwoofer che nemmeno il concertone dei Pink Floyd a Venezia...
R. frequenta gli aperitivi fighi con la musica chill out che va tanto di moda, e le discoteche dove suonano la house unz unz unz, dove si reca con la camicia a righe, la macchina elaborata e la fidanzata elegantissima e brilluccicosa per l'occasione. Qui tira tardi con gli amici parlando di motori, in dialetto stretto e cantilena inconfondibile. Tira due bestemmie ogni quattro parole e si alcolizza proprio come tutti gli altri. Vota Lega perchè ha gli schei e le proprietà del papà e Roma ladrona proprio no.

A 15 anni M. decide di diventare un metallaro. Inizia a comprarsi i dischi dei Dreamtheather, poi la discografia dei Metallica, dei Manowar e delle Bestie di Satana in allegato con la rivista "Metal hammer". Inizia a lasciarsi crescere i capelli, rigorosamente lisci a suon di balsamo, che radunerà in coda per praticità qualche anno dopo. Indossa soltanto magliette nere con stampigliato il nome di qualche gruppo metal in voga negli anni ottanta, le tiene addosso finchè la pezzatura ascellare non arriva a coinvolgere l'intero petto con lamentele da parte della fidanzata, anch'essa metallara ma con stile. Solitamente tende ad ingrassare fino a diventare un perfetto animale da palco quando si divincolerà con la sua Stratocaster scuotendo i capelli in un vortice di bassi e batteria. Se resta magro e longilineo, scopre il mondo del computer, si metterà gli occhiali e diventerà un nerd di qualche tipo smanettando davanti al monitor da mattina a sera su siti metal. A 18 anni mamma e papà gli comprano l'amplificatore fico per la chitarra. Grande e vistoso per fare quanto più baccano possibile ed attirare l'attenzione degli amici invidiosetti. Ha un gruppo con cui suona esibendosi sui palchi di festicciole di provincia e con cui gira tra stivali e cinture con le borchie.
M. frequenta i circoli Arci e i concerti alternativi nei club gothic metal con chili di carne danzante che si dimena e poga buttandosi l'uno contro l'altro procurandosi quanti più lividi possibile. Si reca in questi posti con la maglietta nera metal pezzata, i capelli lunghi metal e la fidanzata metal in giacca di pelle per l'occasione. Qui tira tardi con gli amici parlando di altri concerti, rullanti per batteria, birra e gare di rutti, in dialetto stretto e cantilena inconfondibile. Tira tre-quattro bestemmie in ogni frase e si alcolizza proprio come tutti gli altri faticando a trovare la via di casa la sera tardi. Vota Lega perchè per comprare tutta l'attrezzatura per suonare gli schei ce li ha anche lui.
Mercoledì 22 Marzo 2006
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 00:17
V'è buona abitudine di far leggere ai liceali tanti ma tanti libri per farli crescere sani nella mente oltre che nel corpo (che a quello son buoni anche da soli). Così capitava che ti appioppassero dei tomi allucinanti tipo "La famiglia Manzoni", oppure "Il piacere" o "I Malavoglia", che, lo diceva il titolo stesso, leggevi di malavoglia, nonostante poi scoprissi che tutto sommato ti piacevano e che era buffo ad esempio vedere Zeno alle prese con le tre sorelle Malfenti. Siccome però le sventure non vengono mai sole, al povero studente scapestrato veniva inflitta anche la peggiore delle torture libroconnesse: la schedatura del romanzo.
Alzi la mano chi non ha mai dovuto fare la scheda del libro per scuola. Saranno due o tre di voi, non di più. La scheda era quella cosa barbosa che si faceva quando avevi finito di leggere il romanzo e dove scrivevi titolo, autore, trama, personaggi ed analizzavi una ad una le tematiche del libro cercando di sviscerare quali significati profondi l'autore avesse mai voluto dare (magari incosciamente). Poi la consegnavi all'insegnante e ciò era prova inconfutabile dell'avvenuta lettura del sopracitato romanzo.

Ricordo che i più furbetti di noi si pigliavano in biblioteca il bignami, se lo scopiazzavano per bene vantando sulla propria scheda libro dottrine filosofiche e significati reconditi che ai più rimanevano imperscrutabili. Il bel voto era assicurato, l'impegno era minimo e al posto della noiosa lettura del Foscolo o del Verga ci stava pure una bella partita di pallone.

Poi c'ero io.
Domenica 26 Febbraio 2006
di TheEgo · Categoria: Personale, Racconti · ore 05:53
Speravo tu esistessi però non immaginavo tanto.

pecorella.gifLei avrebbe giurato che non sarebbe stato in grado nemmeno di farle un caffè tanta era la fiducia che riponeva in lui. Effettivamente dopo aver riempito troppo l'acqua nel bricco aveva rovesciato anche un certo quantitativo di moka sul mobile della cucina cercando di pulire il tutto goffamente per non farsene accorgere. Riuscito nell'impresa non aveva osato assaggiare nemmeno una goccia della nera bevanda bollente da lui prodotta. Voleva rendersi utile in qualche maniera dimostrandole quanto le volesse bene e cercando di essere propositivo e gentile nonostante per sua natura lo fosse di rado. Probabilmente si stava dimenticando cosa volesse dire a m a r e. Era passato troppo tempo dall'ultima volta in cui aveva a m a t o qualcuno e il suo cuore si stava inaridendo ogni giorno di più. Lei intanto si era già infilata in doccia, gustandosi gli schizzi dell'acqua calda che le donavano calma e serenità come un abbraccio tenero e dolce in cui perdersi. Sarebbe rimasta là sotto per ore avesse potuto fermare il tempo per gustarne ogni momento.
- Da dove viene tutta questa dolcezza? - gli aveva chiesto di striscio
- Amare è un gesto nobile e puro. Richiede dedizione e calma, affinchè ogni suo più piccolo gesto non sia sprecato invano nella foga. - spiegava calmo lui.
Gli occhi della ragazza erano pieni di comprensione e di sincero stupore. Annuì leggermente con il capo e lo strinse forte a se'.
- Sei uno dei miei "per sempre". Lo sai?
- Sono un ragazzo fortunato. E ora lascia che mi perda nei tuoi occhi per un po'. Non dire niente, non fare niente. Lasciamoci trascinare via lontani senza un perchè, senza un motivo.
Poi la guardò a lungo sorridere, corrucciarsi, stringere i dentini mentre lo fissava con quell'aria buffa. Non trovava le parole. Non gli riusciva proprio di scendere a compromessi con la sua timidezza. Dio, quant'era irritante quando faceva così!
A ricordarlo ora gli viene da sorridere. Dev'essere stato li che è cominciato tutto. O forse era qualcosa che era chiaro da prima. Come in quella notte di mezz'estate dove si salutarono dopo aver contato le arcate della vecchia chiesa. O come quella volta sotto la pioggia dove lei piangendo lo tirava per la giacchetta.
- Non partire, ti prego. Non ora!
Non era ripartito mai più, a pensarci bene.
Mercoledì 15 Febbraio 2006
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 02:13
Fari spenti nella notte buia. Strade strade strade. Luci ai margini della città che brucia. Fumo denso che sale, brina sui vetri. Prati bagnati, grida, fiato. Stelle. Tutto ciò che c'è. Tutto ciò che basta. E  b a s t a. L'odore pungente inebria i corpi fino a farli cedere sotto il peso dell'anima. Troppo per resistere. Quando si ridestano i sensi è ormai l'alba ed è troppo tardi per pensare. Agire agire agire. In fretta anche. Ed ora vediamo di rimettere le cose a posto. Dov'eravamo rimasti? Ah si, la fabbrica e i due collettori. Il resto è stato preso, impacchettato, martellato e preso a calci, sbattuto nel più profondo dei pozzi senza luce da dove è impossibile che faccia ritorno e se fa ritorno è perchè qualcosa nella gravità è andato storto improvvisamente. Chip. Girls. Sospiro. d e n s o i n t e n s o m a i m e l e n s o
E' vicino già tutto tremendamente così. Chiedo il replay.
p o s s o ?
Giovedì 26 Gennaio 2006
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 02:11
vespa.jpgDa un'idea non mia, un canovaccio di storia base liberamente riadattato ed arricchito per Esercizio di stile. Se qualcuno fosse interessato, può sempre cimentarsi in un riadattamento differente sul proprio sito/blog.

Il cellulare suonava Holly e Benji e lampeggiava intermittentemente, ma Camillo proprio non aveva voglia di rispondere. Sapeva benissimo a chi corrispondeva quel suono: Carmine, l'amico che gli aveva prestato ormai tre mesi prima il cd dei Friskies, band post punk tardo adolescenziale molto in voga nel suo liceo. Merda merda merda. Vacci tu a spiegargli che il fratellino di 5 anni l’aveva usato come frisbee durante un ameno pomeriggio di giochi con Attila il labrador? No, non era certo sua intenzione affrontarlo nemmeno al riparo dagli improperi che gli sarebbero piovuti addosso casomai l’avesse avuto davanti.

Si trovava in quel momento presso un casolare abbandonato della campagna ferrarese. Ogni tanto si recava lì per pensare o per tirare tardi con gli amici a, come si suol dire, cazzeggiare. Quando gli riusciva, ci portava pure qualche pischella che aveva bevuto troppo, ma mica per farci chissà cosa. Ci aveva provato una volta a fare l’amore con una di queste, ma la malcapitata era finita con una pietra conficcata nella schiena. C'era troppo disordine in terra per stare sdraiati a fare certe cose. Una volta l’avevano fatto all'aperto fuori dal casolare, ma nel momento topico, quando il centravanti mette la palla in goal tra le urla del pubblico, una biscia aveva fatto capolino accanto alla testa della poverina, suscitando in lei panico e costringendola ad una fuga subitanea, tutta nuda e sporca di terra, lasciandolo lì in attesa di un orgasmo che non sarebbe mai arrivato. Da quella volta non l’aveva vista più, così aveva deciso che le ragazze le avrebbe portate li soltanto per parlare o bere un caffè. Era un tipo raffinato...
Mercoledì 18 Gennaio 2006
di Cyrano · Categoria: Racconti, Società · ore 15:17
Sono mesi che quando entro in ufficio saluto i portinai dietro la reception.
Di solito sono svaccati sulle poltroncine, oppure guardano la televisione arrotolandosi la cravatta regimental. Come dire: lavorano.

Sono mesi che i portinai non rispondono in maniera evidente al mio saluto.  Nel senso che quando va bene lasciano uscire un grugnito, o sollevano lo sguardo opaco dallo schermo. Ma non salutano.

Sono mesi che mi ostino a salutarli, senza ottenere nulla in cambio. Mi sono fissato. La loro pochezza non deve scalfire la corazza di buona educazione dietro la quale mi nascondo da trentanove anni.

Rientrato dopo la pausa delle tredici, incrocio di fronte alla reception i due baroni nerovestiti del secondo piano. Uno vecchio, l’altro giovane. Trasudano potenza economica e stronzaggine italica. I due portinai si genuflettono, si lasciano andare a battute allegre, aprono la porta ai signori cappottati, chinano leggermente le spalle in segno di devozione.

Rimango smarrito per un secondo, poi tutto torna al suo posto. Decido che il mondo non può andare avanti in questo modo e sono preda di fantasie à la Tarantino. Mi tocco le tasche e non trovo la pistola. Lascio perdere e torno a lavorare.

State bene, Cyrano.
Domenica 18 Dicembre 2005
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 02:13
Stasera mi trovavo in una pizzeria che ha aperto da poco, la cui gestione ha rilevato un locale in attività cambiandogli nome e posto.
A parte la nuova posizione, parecchio infelice e vicinissima ad un'altra nota pizzeria della città, le sorprese non sono mancate fin dall'inizio.
Entrati nel locale infatti abbiamo da subito adocchiato la tavolata lunghissima da noi prenotata per una festa di laurea, peccato che i posti centrali fossero stati occupati da tre ragazzi che non rientravano tra i nostri invitati e che non si sono schiodati da lì nemmeno quando abbiamo iniziato a sederci al loro fianco. Il direttore non ha potuto far altro che scusarsi spiegando che pensava avrebbero terminato di mangiare prima del nostro arrivo, e invitarli poi a spostarsi in un altro tavolo, portandosi dietro i rispettivi coperti. Mah.

Al momento di ordinare le pizze il cameriere non ha fatto un semplice giro del tavolo segnando le richieste ma ha ritenuto più opportuno procedere snocciolando una per una le varie pizze presenti nel menù, chiedendo urlando in quanti la volevano. Margherita quanti? Prosciutto e funghi? Diavola? Finendo per fare pasticci e disordini che hanno suscitato l'ilarità generale. Mah.

L'apice è stato raggiunto quando una nostra commensale, aggiuntasi in ritardo alla tavolata, ha fatto la sua sacrosanta ordinazione con una semplice pizza margherita. Il cameriere ha segnato sul taccuino ed è poi sparito ricomparendo dopo poco spiegando che sfortunatamente le pizze erano FINITE. Risatine nervose. Finite? E da quando una pizzeria finisce le pizze? Gli impasti preparati erano incredibilmente terminati così le hanno proposto alcuni piatti alternativi e la scelta della nostra amica è caduta su un antipasto di verdure.
Dopo circa una decina di minuti le è stato servito un tagliere di affettati, di cui lei è notoriamente poco amante, e un angolino di verdure ridicolo. Erano finite anche le verdure? Mah.

Tralasciando il fatto che i camerieri ci erano addosso ogni due minuti con le scuse più ridicole e tentando in ogni modo di fare i simpaticoni con la festeggiata o con frasi del tipo: "ma che festa moscia, non ballate sui tavoli?", si giunge al termine della cena dove si ripete la scena di cui sopra. La domanda non è stata semplicemente: volete il dolce o il caffè? Bensì: quanti prendono il caffè? Quanti la grappa? Quanti limoncini porto? Insistendo infine per portare 15 limoncini quando solamente in 4 avevano alzato la mano. Mah.

In tutto questo bailamme di incapacità gestionale volete sapere qual è la cosa buffa? La pizza era una delle più buone che abbia mangiato negli ultimi tempi. Mah.
Lunedì 14 Novembre 2005
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 22:37
1. Frizione. Cambio. Acceleratore. Qualcosa che sa di bruciato. la macchina targata Bs onde evitare troppi insulti.
Sigaretta accesa. Nervoso a mille. Vasco Rossi che risuona dalle casse.
"Cazzo, sono in ritardo", pensiero ossessivo, cenere un po' ovunque, le mani a ghermire il volante, il clacson che si spreca. "Qual era la strada?"
Le rotonde costruite senza logica alcuna, il telefono che squilla come impazzito, rispondere all'auricolare, lavoro ovviamente. "No, scusa, non posso, chiamo dopo, ho appena mancato una vecchietta d'un soffio". Parcheggio pieno.
Macchina parcheggiata al posto dell'autobus pubblico, corsa fino alla sala arrivi, è già là, immobile, gli occhi nerissimi, appoggiato alla sbarra. Lasciare la borsa, la giacca, i fogli, il telefono; tutto al proprio destino. Finire a sbattere contro quel corpo, stringerlo forte a se, respirare l'odore di casa, trovarsi sollevate di mezzo metro da terra, le gambe avvinghiate alla schiena, le mani di lui a giocare con la catenina che porti al collo. Un bacio appoggiato sulla fronte. Un "Bentornato" sussurrato all'orecchio, e poi un abbraccio lungo, forte, disperato.
"Come hai fatto ad arrivare in tempo? Non avevi perso l'autobus?"
"Ho rubatoil touareg dal garage e diciamo che ho corso un po'..."
"Ti han ridato la patente vero?"
"Facciamo che te lo dico quando siamo a casa?"
Martedì 8 Novembre 2005
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 00:13
Arrivò a casa, gettò la borsa sul letto e provò a stendersi.
Nulla da fare. L'irrequietezza la faceva da padrona.
Afferrò la sciarpa per ripararsi dall'umidità della sera e uscì fuori a camminare per la strada, non aveva voglia di parlare con nessuno, solo di stare un po' sola con se stessa e di pensare.
Si sedette sul suo moletto preferito, tirò fuori un vecchio walkman ed un cd, incrociò le gambe, schiacciò play e si mise a fissare i riflessi delle luci sull'acqua.
Il silenzio ad "addormentare la città", i "sogni e i rumori delle notti passate", le chiacchierate sempiterne, le risate, le ore passate a litigare da sola, le sensazioni sulla pelle.
Ecco, per lei tutto quello aveva un senso, ne aveva avuti tanti, ma in quel momento era solo qualcosa di incredibilmente bello. E semplice. Una delle poche cose che era in grado di farla stare bene, senza bisogno di troppe parole.
Istintivamente allungò la mano sul legno umidiccio, su quel posto irrimediabilmente vuoto da quasi un mese. Era da quasi un mese che non si sentiva dire che era "voluta bene, tanto". Ritornò indietro col pensiero a quando aveva sedici anni, e ne aveva molto più bisogno d'adesso, di quei piccoli gesti tanto preziosi. Crescendo s'era abituata alla loro assenza, perchè si va avanti con ciò che si ha, così le avevano insegnato almeno.
Eppure in quel momento li vedeva chiaramente, davanti a sè, piccole cose che poteva sfiorare dolcemente con le dita, perle infilate quasi senza rendersene conto su una collana che arrivava fino a terra. Silenzi che riuscivano a prendere il senso di quelle parole, e rispondevano a quel "dimmi che mi vuoi bene, ti prego, dimmelo ora".
Raccolse i capelli e sorrise. Non c'era nulla che più della sua realtà la potesse rendere felice.
E si sentì al "riparo"
Mercoledì 2 Novembre 2005
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 16:34
"Dovresti partire per New York il prima possibile, Venerdì mattina al più tardi; in realtà preferiremmo metterti sul primo aereo in partenza per Francoforte, ma capisco tu debba anche organizzarti"
"..."
"Devi capire che alla tua età è un'opportunità da non perdere assolutamente."
"No, appunto...è che io dovrei firmare un contratto d'affitto a giorni, col notaio..."
"Un buon avvocato  sistemerà tutto, tu adesso devi solo rilassarti."
Rilassarsi, una parola.
 
"All'asilo a tutti i bambini veniva insegnato a leggere, scrivere e far di conto in due lingue. Dovevano saper tagliare e cucire, i primi rudimenti del punto croce. Era proibito bere prima d'aver finito il primo piatto di portata e dieci bambini ogni giorno dovevano imparare a servire in tavola e a rigovernare. Lei non distingueva la destra dalla sinistra e sciriveva indifferentemente con tutte e due le mani. Così era capitato che le legassero dietro la schiena la sinistra, così, tanto per non sbagliare."

"E' che non puoi valutare una persona dall'ultimo discorso che ci hai fatto, sia stato uno scazzo o un idillio. Non avrai mai il bianco e il nero nei rapporti umani, scordatelo. Vivi di sfumature, di colori, di attimi felici e di lacrime; di litigi pure, che se non ti scorni un po' vuol dire che c'è qualcosa che non va. Non c'è nulla di perfetto a questo mondo, si è felici quando ci si guarda negli occhi consapevoli che nonstante tutto è così."

"Durante le vacanze della prima infanzia veniva sempre spedita almeno un mese in campagna, coi soliti amichetti. Non c'era il riscaldamento, nè la tv, solo contadini anzianotti a sistemare il giardino, le nonne e le bisnonne, e un sacco di racconti dell'orrore. La notte avevano paura che arrivasse la fine del mondo; raccoglievano tutto il cibo che capitava a tiro e assieme filavano a chiudersi a chiave nel "bagno grande". Si avvolgevano nelle coperte e rimanevano immobili fino a che non arrivava l'alba. Era la paura d'addormentarsi e risvegliarsi all'inferno, o Geenna che fosse. Di giorno poi giocavano felici in giardino, felici d'essere vivi"
Lunedì 24 Ottobre 2005
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 12:07
Capisci che non sei altro che una noce di cocco quando tutta la pizzeria, piuttosto di classe e piena di gente medio-raffinata si gira inorridita quando entra la festeggiata e invece di un semplice "auguri" a voce, il tuo trombettista tira fuori un'armonica ed esegue "tanti auguri a te" seguita dalla sigla del Pranzo è servito.
Capisci che non sei altro che una noce di cocco quando la coppia che si è alzata da poco dal tavolo a fianco ha lasciato un pezzo di focaccia alle verdure sul tavolo e qualcuno del tuo gruppo l'ha preso senza batter ciglio e ora lo sta dividendo equamente ai commensali facendo commenti sulla sua insipidità. Se non l'avevi capito prima, te ne accorgi sicuramente dopo, quando la stessa cosa viene ripetuta con un altro tavolo, fregando una mezza bottiglia di minerale.
Capisci di essere una noce di cocco quando la proprietaria del locale scopre che avete rotto un bicchiere di preziosissimo cristallo di Boemia proprio mentre era giunta per comunicarvi che "questa bottiglia la offre la casa: tanti auguri!" e la frase seguente diventa: "e questo ragazzi cos'è?" raccogliendo i cocci inorridita.
Capisci di essere una noce di cocco quando ti rechi in un locale che si chiama "Dal tramonto all'alba" e sei l'ultimo ad andare via, quando anche i gestori hanno raccolto le cartacce in terra e chiuso baracca, il tuo cantante sta per avere una crisi isterica perchè gli bruciano le lenti a contatto e si è ingolfato il motore della sua Classe A, e il trombonista è giunto ormai alla quinta ragazza in una sola serata che a momenti non volevamo crederci.
Capisci di essere una noce di cocco quando un omone alto e grosso, con la faccia da ragazzo ma vestito di tutto punto che sembra un manager di quelli veri, ti annuncia che l'estate prossima "suonerete con i Casino Royale" e che vi manda a registrare a Perugia una settimana per il prossimo cd proprio in quel periodo in cui hai talmente tanti esami che a fatica riuscirai a vedere la luce del sole.
Capisci di essere una noce di cocco quando al tavolo a fianco al tuo l'altra band si comporta in maniera composta e sopita cenando in attesa del concerto mentre noialtri si schiamazza come neanche i bimbi dell'asilo e ci si fanno foto nelle pose più impensabili.
Capisci di essere una noce di cocco quando il tuo secondo strumento è una chitarra di gomma, indossi un cappello di paglia e hai un nome che tutti si chiedono "da dove esce?" e come se non bastasse sei responsabile dell'intera sezione tastiere di cui fai parte solo te.
Capisci che hai esagerato ad essere noce di cocco quando ti rotoli nell'erba, fai il cascamorto con le alunne di tuo padre, cadi dalla bicicletta e te ne rendi conto solo il mattino dopo nel tuo letto, esausto con la testa che ti gira mentre le suddette alunne ti riportano gentilmente a casa il tuo mezzo di locomozione.
Capisci che è bello essere noci di cocco perchè comunque a fine serata si è sempre pari.
- Barista, quant'è il nostro compenso?
- Con le birre e il resto...siamo a posto così ragazzi!
Martedì 18 Ottobre 2005
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 19:13
Si alzò di colpo sul letto e la realtà le tornò davanti agli occhi, crudele, chè non c'era impegno o diversivo che potesse cambiarla.
Lei non c'era più, ed era passata più di una settimana, già.
Come non c'era più lui, da quasi cinque anni oramai.
Ci son tanti modi diversi di suicidarsi, lui di sicuro aveva fatto prima, quello di lei invece si era protratto a lungo nel tempo. Iniziò a tormentarsi capelli, in silenzio,  tentando di reprimere tutto quello che stava lottando per venire fuori dallo stomaco; rabbia, impotenza, dolore. Cosa sarebbe servito tirarli fuori, le lacrime sarebbero scese e nessuno sarebbe tornato indietro per stringerla a sè.
No, infatti.
Erano giorni che ogni pretesto era buono per farle salire un nodo alla gola, l'acqua, il cielo azzurro, il vento sulla barca, il suono d'una voce. Durava un attimo, di solitudine tra il rumore e la frenesia, gli occhiali da sole calati sugli occhi; ma poi doveva andare avanti, come al solito, che la vita gliel'ordinava, imperiosa, ostinata. Era nata per quello alla fin fine.
Tutto su un colpo realizzò che la cosa più dolorosa erano quei ricordi felici che avrebbe voluto tanto portare con sè nel cuore senza che facessero così male. A quelli pensava quando sentiva di odiarli, entrambi. Li odiava per quanto li aveva amati. E li odiava perchè guardava negli occhi tutti giorni qualcuno che non aveva potuto scegliere se rischiare di morire o meno.
Era un flusso di pensieri, un attimo di dolore acuto, poi il rumore cominciava di nuovo, si stringeva nelle spalle e riusciva a respirare abbastanza da muovere qualche passo.
Una mano sulle sue gambe la fece sobbalzare all'improvviso.
"E' successo di nuovo?"
"Sì."
"Vieni qua, appoggiati a me, su, dormi..."
Un attimo e sentì le lacrime scendere, perchè se ogni tanto quasi si vergognava ad essere felice sapeva che il compito dei vivi era andare avanti. Con chi li avrebbe seguiti.
Martedì 11 Ottobre 2005
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 22:11
Le  pareti dipinte di rosso, i faretti, gli specchi enormi nelle loro antiche cornici di legno dorato, scampoli di tessuto, attaccapanni pieni d'abiti, e la "passerella", quella che tante volte aveva  battuto issata su tacchi chilometrici, fasciata in vestiti da sogno, scherzando con le amiche come se nulla fosse.
"L'atelier" lo chiamava quando avevano  quattordici anni, dei giochi di tre ragazzine, la stanza giusto dietro il salotto, non il "Salotto Buono" ovviamente, là ci stavano le nonne coi loro guanti di pizzo a prendersi il The e a giocare a Bridge. Era cambiato poco o nulla in quella casa, la vecchia governante inglese aveva lasciato posto ad una "nanny" trilingue per allevare le nuove leve; c'era la playstation, ma anche la cameriera che dopo averle aperto la porta l'aveva fatta passare nel vecchio rifugio estivo delle ragazze dicendole tutta cerimoniosa:  "L'annuncio alla Signorina".
La porta di legno si mosse lentamente, ne uscì una figura esile, abbronzata, i capelli raccolti in una coda di cavallo.
"Sczita!"
"Deba..."
Lunedì 10 Ottobre 2005
di Cyrano · Categoria: Racconti · ore 15:22
- Sai che succede? Che torno a casa, controllo la flebo di mia moglie, me ne vado in cucina a mangiare un pezzo di formaggio e poi mi addormento sul divano, con le mani sulle palle.
Sabrina non dice nulla. Lo guarda con occhi spalancati, come per abbracciare tutta quella mancanza di senso.
- Non scaldarti. Hai troppa rabbia dentro.
- Rabbia? E perchè mai? Cameriere, mi porta un altro campari? Tu lo vuoi?

Lunedì 3 Ottobre 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 10:38
Venerdi sera Nory mi dà il mio regalo di compleanno, una scatola contenente dei sigari di alta qualità…da fumarsi nelle occasioni importanti, “to smoke in the important happenings”!
La sveglia suona alle 8, come mai? Nory dice: ”Simo, today we go to Vienna”. Ahh, surprise…così mentre mi infilavo I calzoni cercavo di rendermene conto. Prendiamo la macchina, Peugeot 206 verde metallico. 225 km di autopista, come la chiamano qua. Arriviamo alla frontiera, e mi rendo conto di una cosa…dò nell’occhio una cifra: ragazzo italiano, con piercing e pettinatura trendy guida macchina con targa ungherese in territorio austriaco, e per di più a lato ha una bionda! Fico! Mi piace farmi questi viaggi mentali! Insomma sono a Vienna, città in cui operò il famosissimo Adolf Loos (vi chiederete: chi è? Un architetto-designer) studiato per l’esame che purtroppo dovrò ristudiare! Loos House, Sartoria per uomo Knize, American Bar, sono alcune delle sue opere che sono riuscito a raggiungere! Non perdo tempo a dire le solite cose di Vienna, ma perdo tempo per un palazzo dell’arte, che consiglio di vedere almeno da fuori (clic sulla fotografia).
Il ritorno è un serpente di asfalto fino a raggiungere il bagliore che Budapest crea di notte…mi ritrovo nel letto, a dare la buona notte a Nory, e inizio a sognare…sogno di aver progettato un sistema di nervature d’acciaio fino a creare una colonna ad L strutturale, che poi applico nella realizzazione di una struttura di arrampicata artificiale, alta 28 metri che ospita alla base un negozio di cosmetici, integratori e pomate di ogni tipo…il tutto a Ferrara, surclassando così il piccolo Monodito! I giornalisti accorrono da tutta Italia, c’è l’inaugurazione con tanto di cerimonia e conferenza. Vengo presentato accompagnato da un mio quadro, “Composizione vitrea”, salgo sul palco esattamente vestito come lo ero a Vienna…poi il via alle danze….il tutto si conclude che fra microfoni e telecamere mi fumo il mio bel sigaro...
Venerdì 16 Settembre 2005
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 12:29
Ore sette di sera circa, esco di casa, faccio due o tre curvette, attraverso la strada, infilo un euro nel carrello, getto la sigaretta e attraverso le porte scorrevoli del Billa.
Come un automa mi dirigo verso il reparto bevande, afferro una confezione a caso da sei bottiglie e mi volto decisa in direzione della cassa.
Strank.
Uh. La confezione è rotta. No, rettifico, non è rotta, è aperta. Cazzo, anche le bottiglie sono aperte.
Senza pensarci troppo su faccio la vaga, spingo con una pedata il mio ammasso di bottiglie taroccate sotto uno scaffale e catturo un'altra confezione.
Ri-strank.
Siccome a casa mia due indizi fanno una prova abbandono a malincuore la tentazione di costruire un piccolo Empire State Building fatto di bottiglie difettose e mi metto ad osservare che succede attorno a me.
Ad una prima analisi  sembra che la sorella buona di Katrina abbia vissuto una storia d’amore molto intensa con il “ramo bottiglie” del supermercato, confezioni dilaniate sono pseudoimpilate in posizioni più che discutibili e la maggioranza delle bottiglie è aperta.
E c’è quella signora là che le toccaccia tutte.
Uh, mamma che fa, le apre, aiuto, sicurezza, “dagli all’assassina” e si salvi chi può.
Sabato 13 Agosto 2005
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 12:18
Avevano attraversato il mare in nave, dormendo tra la melma e la salsedine di una notte interminabile, trovato casa tra le colline alberate dove il sole nasce e tramonta in mezzo agli ulivi, incontrato facce note tra le sabbie rosse di Kontoyallos, fatto richieste inutili di birre al doppio malto giù per il Liston di Kerkira tra la fortezza e il parco pubblico, gonfiato forte materassini ad Agyos Gordios fino ad impietosire i vicini di ombrellone, tirato tardi per i locali di Kavos inseguendo l'onda di inglesi ubriachi senza una meta ne' una ragione.

Avevano nuotato a lungo dentro le grotte su a Paleokastritsa, tuffandosi dalle rocce e pedalando contro i flutti mossi dal troppo vento, bevuto un cocktail infiammato parlando del futuro sempre troppo incerto, accolto un amico in ritardo tra il vento e la pioggia mattutina del porto, dimenticato un pallone d'oro sulle rocce di Gialiskari, ballato con inglesi cicciottelle e le loro madri sulle coste di Kassiopi, visitato le scogliere di Peroulades e Sidari con il vento in faccia e le onde fino al collo, mangiato troppo al tramonto nel giardino mentre le patate cuocevano sul grill, suonato forte la chitarra fino a che le dita non avevano i calli, offerto rose a studentesse slovene, mangiato pita al posto di piadina quando i fast food sono pieni e i bambini a dormire ormai da molte ore.

Avevano saltato per un'ora sulla baia di Agyos Georgios per rubare uno scatto magico che li cogliesse in volo, giocato a bocce senza nient'altro che sassi, guidato forte sulle curve di una pista di kart inseguendo l'altro senza raggiungerlo mai, tergiversato sui viali silenziosi con l'autoradio a palla su un classico degli anni '90 scrutando i volti e le reazioni della gente, fatto trenini con italiane nemmeno troppo chiacchierone, baciato venditrici di bracialettini senza comprarne nemmeno uno, cantato l'inno d'Italia a squarciagola alle quattro del mattino giù per il lungomare di Ipsos, dove l'isola fa una curva a destra e sale alta verso il monte.

Avevano mangiato spalla cotta e salame di pecora fino alla nausea, assaggiato il formaggio alle erbe e la temibile birra greca, avevano scattato foto e colto fiori secchi nel vecchio villaggio di Perithia sul monte Pantokrator, riso davanti un gruppo di tedesche sornione, suonato campane di una vecchia chiesa abbandonata mentre sulle loro teste giungeva lesto il temporale, salutato felicemente un greco socievole seduto al ristorante tra le colline del nord, dormito a lungo sulla spiaggia dopo tanta acqua, svegliandosi ammirando un cielo a pecorelle.

Avevano tergiversato fissando ragazze ad un tavolo ottenendone indietro solo gesti poco simpatici, scacciato vespe nel self-service di Glyfada, sonnecchiato sui divanetti dell'Aloha dove la festa comincia al pomeriggio e prosegue fino a notte mentre al tavolo a fianco giocano a backgammon e bevono caffè shakerato su ritmi house, giocato a pallone al porto in attesa del lungo ritorno fino a scatenare le ire della Polizia, ritrovato facce note con il sorriso sulle labbra e il segno degli occhiali da sole, cambiato in fretta i biglietti rischiando di rimanere fermi sull'isola e riposato a lungo sul ponte riparato dai venti, mentre appena sopra ballavano sirtaki e suonavano chitarre.

Solo allora, dopo aver fatto tutte queste cose e Dio sa quante altre, si riposarono. Chi in una stanzetta calda e polverosa, chi in un paese sperduto sugli appennini, chi in un'alcova d'amore mitteleuropea...
Martedì 9 Agosto 2005
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 09:07
[Ovvero il risultato di una serata passata fra la tesi e musica depressiva[

 [Nada Surf - If You Leave]
Passeggiava per le stanze senza riuscire a smettere di guardarsi attorno.
Il letto disfatto, la valigia spalancata ed i vestiti ammucchiati su una sedia, qualche foto, cd sparsi, il suo smalto per le unghie, i piatti sporchi, due telefoni in carica.
Lui dormiva sul divano.
[
Creed - Six feet from the edge]
Con un nodo alla gola prese a riordinare le sue cose per andarsene in silenzio, prima del suo risveglio. Perchè se si fosse svegliato prima della sua partenza lei avrebbe ricominciato a parlargli, a spiegargli, a tentare di fargli capire cosa la feriva.
Ma sarebbero state solo frasi ripetute, quel che doveva dire l'aveva detto.
La sua presenza là non aveva più nessun senso, almeno fino a quando qualcosa non fosse cambiato.
[
Death Cab For Cutie - A Lack Of Color ]
Lunedì 25 Luglio 2005
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 11:00
24 Luglio, Venezia S. Lucia, stazione ferroviaria.

X: Senti, per favore, scendiamo dal treno, è troppo pieno, se fossi un attentatore salirei su questo treno.
R: My god, è il quarto treno da cui mi fai smontare per lo stesso motivo. Alla luce del fatto che sembra che i precedenti tre non siano esplosi mi faresti il santissimo favore di evitarmi d'arrivare a casa alle tre del mattino per aspettare un treno vuoto?
X: Sei un'irresponsabile, mia madre me lo dice sempre che non puoi capire. Lei capirebbe; lei, quando stavamo in Israele mandava me su un autobus e mio fratello su un altro, così almeno le sarebbe rimasto un figlio. Lei non premerebbe per farmi montare su un treno che certamente esploderà.
R: E perchè allora non li fai con lei i tragitti in treno di grazia? Che poi, non per essere pignola, ma anche i precedenti tre treni a tuo avviso sarebbero esplosi si-cu-ra-men-te... Eppure non mi è ancora arrivato il messaggino dell'ansa, guarda te che strano.
Giovedì 21 Luglio 2005
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 03:21
Dolce è il dolore che porti negli occhi, quanto il perdersi dentro di te. Ed il lieve infuriare di rabbia che porti aggrappata alla fragilità. Dormi che è meglio pensarci domani alla muta distanza che scorre tra noi. Quando non sei vicino a scaldare i miei sogni, quando i sogni nemmeno son qui. Dormi che è meglio. (Subsonica - Dormi)

Un'altra notte è scesa questa notte e passa veloce sui tetti della mia città, passa veloce. La notte. E le macchine corrono rapide inseguendo un posto oppure un altro e il ragazzo con la bottiglia di birra in mano appoggiato al muro parla con gli amici, ride, un altro bacia la sua ragazza proprio ora, e guardalo accidenti cosa daresti per essere al posto suo, mentre lui proprio in questo momento pensa che in fondo avrebbe dovuto provarci con quella del primo banco al Liceo perchè diciamolo è capace di baciare niente male. Suona una sirena in lontananza, perchè le sirene sono sempre in lontananza e non capita mai niente dove sei te, e qualcuno in questo momento avrà delle grane serie, muovi il culo e scappa, muovi il culo, non corri mai abbastanza veloce quando hai combinato qualche guaio con la legge. Il fornaio pigramente si alza per preparare il suo solito pane e anche questa mattina farà i bomboloni caldi per la gioia dei bambini golosi e del ragazzo che ora ha finito di parlare con gli amici e si dirige a testa bassa, ciondolante, verso il forno. Hanno lasciato le bottiglie di birra per terra, che maleducati, pensa la signora di passaggio mentre accompagna il cane in giro per giardinetti a fare bisogni primari. Non ci sono più i ragazzi di una volta signora mia, forse il ragazzo di sua figlia dovrebbe portare a spasso il cane al posto suo? Volano piatti fuori dalla finestra: gente che litiga anche a notte fonda. Santo cielo, il servizio buono no. Quanto ben di Dio avrebbe volentieri raccolto il barbone mentre fruga nella pattumiera e si vede volare a pochi metri oggetti rotondi in porcellana. Dateglieli a lui saprà farne buon uso, a voi non servono più. Vi basta un buon avvocato vi basta. Un avvocato. Renzo portagli i capponi che vedrai l'avrai vinta tu. Ecco passare un uomo. Corre, è di fretta. La polizia lo segue a ruota con le sirene spiegate, ma lui è a piedi. Non vincerà. Un nuovo ospite all'hotel Polizia questa sera. Se ti va bene domani sei fuori: magari hai un Cognome con la C maiuscola. Le luci accese in un locale, suonano un brano dei Beatles, le voci da dentro sembrano calde ed intense. Quante chiacchiere, quante risa, quanto alcol scorre nelle vene delle voci, del ladro, del barbone, del ragazzo che bacia la ragazza mentre la signora rimane a guardare e il cane sta cagando proprio in questo momento sul suo piede, dannato cane di merda. Fiumi di verbosità recalcitrante. Resti sconnessi di una notte che ancora è lunga da passare. I primi uccelli intonano un mattutino K126 per chi li sta ad ascoltare e davvero sembra non esserci più un'anima in giro se non fosse che sai benissimo che sono tutti da qualche parte rinchiusi ad ascoltare i Beatles o a bere birra, o a baciare, portare in giro cani, rubare, litigare, rovistare nel pattume e scrivere scrivere scrivere... Così quando me ne vado a dormire e i furgoncini hanno terminato di pulire le strade e i forni emanano in giro l'aroma di pane caldo e le rotative del quotidiano stampano cronaca nera fresca fresca e i morti si schiantano contro gli stessi platani da sempre e lo sballato esce dalla discoteca pieno di overdose e il clochard è avvolto nella sua coperta di carta del giorno prima e le puttane lavorano più possibile per portare un sorriso ai loro bimbi che dormono ignari di tutto a casa lontano lontano lontano e anche l'ultimo tiratardi è andato a casa per davvero e ha detto per stasera basta salutando gli amici e non c'è davvero più nessuno in giro, allora si, non c'è davvero più nessuno in giro. E me ne vado a dormire sereno contando le stelle che ci separano da tutto il resto come sempre è stato e sempre sarà.
Martedì 21 Giugno 2005
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 01:42
Perchè non te ne vai a dormire e la smetti di scrivere almeno questa sera? Guardati, sei magro sfatto, hai l'aria stanca, quei quattro capelli che ti rimangono sono disordinati e non sanno come stare. Fatti quella barba, non ti sei mai chiesto perchè gli uomini perbene girano rasati quando escono di casa? Potresti andare a chiedere l'elemosina ai semafori. Taci una buona volta, sempre a dare lezioni agli altri. Guardati come sei messo: hai un mare di esami davanti st'estate, tremila impegni che non riesci a incastrare, clienti incazzati che ti chiamano ogni ora, fai tardi ogni sera altro che storie. E allora? Ma che vuoi? Sei sempre in giro tu, ogni sera ne trovi una diversa: le feste, il cinema, gli happy hour, i concerti e le prove con il gruppo, gli amici del liceo, quelli della facoltà, quelli del quartiere e quelli del corso di cucito a momenti. Questa casa non è mica un albergo, trovati un lavoro, datti una regolata. Quando sei qui sei sempre dietro a sto cazzo di blog, ma che avrai mai, l'oro? Lo vuoi capire che non ci fai niente con questo sito? Pure il giornalino ti sei messo in testa di fare, non bastava il tempo che perdi qui? Basta, basta! Smettila di rinfacciarmi ogni scemenza che faccio. Queste cose le so benissimo, tu pensa per te, quand'è che trovi una ragazza e fai meno lo sciatto? Sei diventato scontroso e cinico, per me non ti si piglia nessuno. Lo dici poi te, cazzo ne sai della nostra ferrovia? Lo dico io si, toh, è arrivato il playboy della bassa, il casanova della torre estense! Non esagerare, esageri sempre. Sto solo dicendo che se la smettessi di dirmi cosa non ti va della mia vita e guardassi un po' anche la tua ti accorgeresti che alla fine non sono che due facce della stessa cartolina. Si dice medaglia, imbecille. Mi sembrava una chiusura un po' banale la frase fatta. Non sei più quello di una volta. Ecco. - disse E.
Sabato 18 Giugno 2005
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 01:35
Ho fatto l'esame di seconda elementare nel 1989.
Il comunismo era come una foglia morta: quasi caduto.
La maestra mi chiese la tabellina del due e di scrivere un testo su di un cervo.
Le risposi che 2x2 fa 4 e che il cervo sta sulle montagne quando non è condimento del sugo con le pappardelle.
La maestra ritenne di fare altre domande.

Ma abbiamo anche molti ricordi di quel piccolo mondo antico Fogazzaro:
- il pluke pluke di Alex Kidd e gli aculei di Sonic il riccio
- Bettino Craxi alla tv
- Il muro di Berlino che cade come mattoni Lego
- le vittorie olimpiche di Ben Johnson in nome della legalizzazione del doping
- Saddam e Bush che si stringono la mano sorridenti
- il catechista che regalava giocattoli
- gli amici del quartiere, passati dalla Parrocchia direttamente all'Azione Cattolica senza nemmeno passare dal via
- i fumetti di Topolino detective palloso e la 126 di Andrea col motore posteriore.
- i referendum di Pannella e non capivamo perché raggiungesse il quorum nonostante nessuno sapesse per cosa votare
- Vasco Rossi a Sanremo conciato come un alcolizzato modenese
- i Pet Shop Boys
- la prima sbornia
- la vicina di casa, una testimone di Geova di nome Antonia che tutti chiamavano "scassaballe" con nostro sommo sbigottimento
- Martina Navratilova
- il Tartufone, qualcuno sa perché
- una scritta degli ultras della Spal che ho capito solo dieci anni più tardi, ormai grande.
Diceva: "Ferrara odia la polizia non può sparare"
- e poi la nostra meravigliosa toponomastica:
Via Francia
Via Messico
Via delle nazioni
Viale Olanda
Via Jugoslavia
Via Polonia
Piazzale Palestina a Quacchio
e la grande scuola non più statale con sede in Via Portogallo
- e infine la mia città, dove il Pds prendeva percentuali bulgare e a tutti gli altri non restavano che le briciole.

[La capiremo in tre ma non fa niente: sono soddisfazioni. Nel caso, l'originale è qui.]
Domenica 29 Maggio 2005
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 23:45
julesjim2.jpgLei aveva occhi grandi e sinceri e parlava parlava... Li conosceva da nemmeno ventiquattro ore ma era curiosa, fresca, gioviale, come le ragazze della sua età e fare amicizia non era un problema. "Stasera si va a mangiare fuori", aveva proposto, ed ecco pronti due nullafacenti a seguirla volentieri. Si era fatta attendere un po' come è giusto che sia, per poi comparire lontana, elegante, sportiva. Adulta nei suoi 17 anni troppo stretti, solare e sorridente.
Per una sera Jules e Jim erano tornati indietro di cinque anni, a discorrere con lei di storie finite male, ingiustizie di poco conto, passioni musicali e ricordi dei tempi che furono. In due, ammaliati, persi nel mare di parole di una cena insolita e piacevole. Si erano offerti di pagare il conto, nonostante i suoi borbottii, acconsentendo poi ad un giro per le vie del centro, poco affollate per l'arsura estiva ma non per questo prive di vita. Era un fiume in piena che teneva banco ad ogni loro chiacchiera, una dolcissima compagnia tra due guardie del corpo buffe e imbranate. Li aveva portati in un localetto di quelli che frequentavano anni fa, quand'era ancora buio e fumoso e si mangiavano quei chicchi di mais tostati che facevano venire sete ma inevitabilmente era impossibile smettere; si era quindi fatta portare qualcosa da bere e senza nemmeno lasciar loro il tempo di accorgersene, aveva saldato il conto rendendo il favore di prima, lasciandoli a bocca aperta.
- E' eccezionale. - diceva Jules
- Eccezionale, si. - confermava Jim guardandola da lontano.
Si era fatta riaccompagnare a casa, in una via buia e umida non distante dal centro, li aveva salutati ringraziando per la serata ed era sparita dietro il portone, leggera come quella poca aria che l'aveva portata davanti a loro nel pomeriggio.
I due amici si erano poi congedati ed ognuno era andato per la sua strada. Rientrando, non avrebbero potuto distogliere dalla mente quel sorriso, quello sguardo e quell'inusuale ed eccezionale serata. Semplice e bellissima, come non ne vedevano da parecchio tempo.
Martedì 17 Maggio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 22:41
lupo.jpgQuesti ultimi giorni sono stati passati in maniera abbastanza tranquilla…da bravi ragazzi diciamo: studio, lezioni, progetti. In questo mese poi ci siamo accorti di un fatto curioso: Budapest è divisa in 12 quartieri, come 12 sono i mesi dell’anno, quindi ad ogni quartiere è assegnato un mese in cui tutti coloro che in casa hanno oggetti vecchi e che non usano più hanno il permesso di accatastarli lungo i larghi marciapiedi; questo mese toccava al nostro quartiere, quindi sembrava un immensa discarica e tutti in giro con carretti, camioncini, o semplicemente famigliari a tirare su quanto possibile. Certo gran parte della roba era rotta, però era divertente vedere come gli homeless si accaparravano i cumuli, uno rimaneva sempre seduto di fronte, gli altri si davano i turni per portare via la roba, quindi ogni cosa nuova che veniva aggiunta a quel cumulo era inizialmente di principio loro, poi se a loro no interessava allora ti lasciavano guardare.
Venerdì 13 Maggio 2005
di Darkripper · Categoria: Racconti · ore 01:46
Capita semplicemente di aver voglia di regalare qualcosa di proprio. Ecco, io voglio regalare un mio racconto a Ciccsoft. Voglio scriverne uno per questo bel blog e limitarmi pesantemente nella lunghezza, perché non mi sono mai misurato con la forma moltobreve e voglio provare.
Voglio raccontare una scheggia di storia e lasciare spazi bianchi tutto intorno.
Quella che segue, é una storia abortita. No, non é una storia che poteva diventare altro, magari un romanzo o qualcosa di più lungo. E' un piccolo settore illuminato di una narrazione. Il resto é al buio e io (come voi) non posso vedere cosa si nasconde nell'oscurità.
Non odiatemi, é la prima volta che tento l'essenziale.
Venerdì 6 Maggio 2005
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 00:41
BD10826_.GIFSi chiamavano "il gruppo dei nullafacenti". Erano un manipolo di persone, pensionati più che altro, che si trovavano la sera in un luogo chiamato appunto "Niente" a tirar tardi in compagnia. La cosa bella è che per davvero in queste riunioni non si faceva nient'altro che guardare per aria ed era perciò inspiegabile il successo riscontrato dall'associazione.
C'era Gianni lo spazzino: ogni sera cenava alle 19 in punto, guardando i quiz in tv per i quali andava matto, leggeva trenta minuti del quotidiano - lo stesso del giorno prima, perchè lui lo comprava solo i giorni pari - e poi, salutata la moglie, si recava al Niente. Non rincasava mai prima delle sette quando il sole nasceva e ogni bravo cristiano stava per destarsi.
C'era Ines la maestra: corretti i temi dei suoi scolari sul calar della sera era sempre la prima ad arrivare. Apriva lei la grande stanza bianca, rassettava le sedie contro il muro e spazzava in terra per far trovare tutto in ordine agli amici che sarebbero giunti di li a poco. Faceva davvero in fretta perchè c'era ben poco da sistemare: una dozzina di sedie, un tavolino e un libretto rosso aperto su di esso per segnare le presenze. Non c'erano nemmeno davanzali e finestre ad abbellire un posto all'apparenza squallido e cadente.
E che dire di Loris e Ivano? Passavano i pomeriggi alla bocciofila ma niente e nessuno al mondo li avrebbe sottratti al loro appuntamento serale. Erano i più anziani, e loro consci di esserlo, si sentivano responsabili per tutti gli altri, quasi una sorta di fratelli maggiori che avrebbero tutelato i più giovani o gli indifesi.
Erano in tutto quindici persone, ma le sedie non bastavano per tutti: gli ultimi arrivati stavano in piedi, se non volevano sistemarsi in terra. Di inverno tale pratica era fortemente evitata a causa del freddo pavimento in marmo...Oh! Ecco che arrivano come ogni sera, posso smettere di raccontarvi tutta la storia. Se fate silenzio li stiamo ad osservare. Mi apposto dietro questa siepe per non farmi scorgere.
Lunedì 21 Marzo 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 20:50
Martedì 15 Marzo in Ungheria è stata festa nazionale, scuole chiuse, ipermercati chiusi, bandiere verdi bianche e rosse lungo le strade, feste e sfilate per strada e molti eventi quali recite, commedie teatrali, concerti musicali. In questa bellissima giornata di folclore io, Giovanni, Francesco (29 anni che ha trovato la ragazza ungherese e che ha il progetto di rimanere qui a vivere) e Michele (27 anni, qui già da tre anni, sta facendo il tirocinio e sta insegnando Italiano al dipartimento di Italianistica, docente anche di Giovanni) abbiamo lavorato, divertendoci e partecipando attivamente alla festa!
Tùndi ragazza 22enne ungherese di nascita, ha vissuto un po’ in Germania e un po’ in Ungheria, conosce bene l’Italiano e quindi col tempo è entrata in contatto con Michele e poi è diventata amica di tutti, da un po’ di anni si è dedicata al teatro e ultimamente ha scritto una commedia di 20 minuti. È entrata in contatto con il dipartimento di lingua tedesca, ha presentato il proprio progetto e hanno deciso di realizzarlo…io cosa centro in tutto questo? Tùndi ci ha chiesto di vestirci con vestiti dell’800, trovati in teatro, e di andare la mattina in giro a fare volantinaggio per sponsorizzare l’evento! Perché noi 4? Perché sostiene che gli italiani essendo molto simpatici e molto apprezzati in Ungheria siano molto più convincenti…ma non è finito, ci ha anche chiesto di entrare nella commedia nelle battute iniziali…il nostro ruolo era fare la gente che canta in tedesco e parla in tedesco…tedesco? Ma non lo sappiamo! Non fa niente! Siete simpatici e quello è l’importante!
Bene! Alle 10 del mattino eravamo in teatro, un'oretta di prove e poi fuori vestiti da rivoluzionari con 2000 locandine e la chitarra di Giovanni…la giornata è bellissima, sotto quei vestiti si inizia a sudare…iniziamo a cantare e suonare ed è pazzesco come la gente arrivi da tutte le parti a chiedere le locandine…1 ora ed erano tutte finite…quindi decidiamo di andare a fare un po’ i vacanzieri, mangiamo qualche piatto tipico…e poi una fotografa ci ferma, ci vuole scattare delle foto per Metro…poi altri due fotografi, non so per che giornale! Alle 14 torniamo in teatro, un'altra oretta di prove e poi lo spettacolo delle 15, la gente non è tanta, più che altro amici, ma siamo tutti applauditissimi…ah già…la commedia si intitola Europa 1848, l’anno è quello della rivoluzione tedesca, quindi la commedia inizia con noi che siamo in quel periodo e gridiamo rivoluzione, nella scena è presente anche un fantasma che assiste e scrive una melodia musicale; la scena poi si sposta nell’epoca moderna in cui tre ragazze stanno preparando la maturità e la loro tesina è appunto sulla Rivoluzione, fanno molta fatica a trovare materiale, ma il fantasma che aveva assistito a tutto va in loro aiuto!
L’altra rappresentazione è alle 17…alle 18 è finito tutto e l’organizzazione ci offre da bere a noi attori e a tutto lo staff tecnico. Volete sapere quanto abbiamo guadagnato a testa noi attori italiani? 2000 fiorini per la rappresentazione teatrale e 10000 fiorini per il volantinaggio…totale in euro: 48!
La giornata è stata stancante, però veramente una bellissima esperienza…e chissà, magari ci chiamano per qualche altra rappresentazione…in effetti siamo veramente simpatici, eravamo gli unici a far casino dietro le quinte!
di · Categoria: Racconti · ore 14:06

Era una giornata meravigliosa, squillante, e le strade traboccavano a ogni curva di mandorli e pesche in fiore. C’era una folla domenicale, nessuno era andato a lavorare . Ma come il motore si spense, mi resi conto che c’era qualcosa di diverso dal solito nella mia stanza. Non c’era più animazione. Sembrava la sorda riproduzione di una realtà nota, catturata dall’ obbiettivo di una machina fotografica. Un silenzio sordo e profondo  Tutti avevano lo sguardo rivolto a terra in un atteggiamento impacciato, di timida e goffa riprovazione. Rimasi ferma al letto come per aggrapparmi a qualcosa e deglutii. Rispose al mio saluto muovendo le labbra, senza emettere suoni
Mi sentii come se dovessi scusarmi , per essermi intromessa in tale scena di universale cordoglio. Le camere fresche a pianterreno risuonavano nel silenzio e da fuori arrivava la luce del sole, filtrata dai rami di limoni amari già spremuti.
C’era il mio vecchio cestino che mi aveva accompagnata in tutte le mie gite, pieno di piccolissime cose, seppellite sotto una manciata di sabbia, che sgusciò via lenta tra le maglie del vimini. Mi torno in mente dove era stato preso ciascuno: un frammento di vetro di Murano blu e trasparente come il mare estivo nei punti profondi, la mano del mio marito, manici di anfora di Atene con il sigillo impresso col pollice sull ‘argilla morbida, le rughe del mio padre, un penny vittoriano, tessere di mosaico di qualche chiesa bizantina, gli occhi di mia madre. Tutti insieme documentavano in modo singolare il mio soggiorno su questa terra.
Nel 1990 avevo ventisei anni. Ero svenuta e il flusso di ossigeno nel mio cervello si è interrotto per cinque minuti. Danni irreversibili anche al pancreas. Muta sotto l ‘albero del ozio in una immobilità raggelante. Quegli sguardi che evitarono di incontrare il mio tramite i schermi televisivi, posandosi timidamente altrove, “come farfalle primaverili“. Semplicemente vedermi procurava dolore, in quella aria tersa di primavera, dorata come miele.
Scivolai via per la strada deserta sotto gli alberi in fiore e raggiunsi il crinale della collina. Giunsi ansimando l‘ultima terrazza e saltai sulla strada con un balzo tremendo, raggiante di gioia e senza fiato…
Mi chiamo Terry  Schiavo e sono finalmente felice.

Lefty333boy

Mercoledì 16 Marzo 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 21:53

Io e Giovanni abbiamo deciso di partire domenica per raggiungere Esztergon, città a nord dell’Ungheria, al confine con la Slovacchia, confine segnato dal Danubio ed un ponte che unisce i due Paesi. Partiamo alle 10 del mattino con le nostre mountain-bike…la prima giornata di primavera…seguiamo tutto un percorso ciclabile che ci accompagna per 20 km fino a Szantaindrè, paesino degli artisti, situato su una collina, domina il Danubio! Paese ampiamente paragonabile come bellezza ai più bei paesi italiani! Tagliamo dentro per le colline e raggiungiamo una cima a 500 metri di altezza, è pieno di neve e la strada è percorribile seguendo solo i solchi lasciati dalle ruote delle macchine. La salita è stata snervante, la temperatura inizia ad abbassarsi e cade qualche goccia di pioggia…poi la discesa è ancora peggio, le ruote alzano l’acqua, e alla velocità di 40 all’ora io non mi sento più le dita, inizio a tremare…poi per fortuna arriviamo a valle, e si riinizia a pedalare, pian piano ci scaldiamo, ormai sono le 17…ecco si vede la cupola della Basilica! Dopo 5 ore di marcia siamo arrivati, stanchissimi ma contentissimi! Troviamo una stanza con bagno e TV a 12 euro. Non abbiamo vestiti con noi se non la tuta che fa anche da pigiama…la indossiamo e ci andiamo al ristorante…siamo i primi ciclisti-turisti dell’anno! Poi in camera guardiamo Chievo – Juventus…0 – 1! La mattina la sveglia suona alle 7, Giovanni essendo meno allenato si sveglia tutto indolenzito, io per fortuna l’unico dolore che ho è al sedere! Giro per la cittadina e attraversamento del ponte per arrivare in Slovacchia, di la niente se non una chiesa e una via piena di negozi…alle 9 ripartiamo, questa volta il tragitto consiste nel seguire il Danubio…sosta a Viszegrad e poi ancora a Szantandrè! Alle 16 dopo altre 4 ore di marcia arriviamo a Budapest! 8.28 ore di marcia, 153.55 km, 15.1 km/h di media, 47.0 km/h di massima, tanta stanchezza, dolore al sedere, ginocchio di Giovanni dolorante, faccia abbronzata, tanta soddisfazione!
Siamo gli eroi degli altri ragazzi erasmus!

Mercoledì 9 Marzo 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 14:41

Come ogni buon racconto che si rispetti sarebbe giusto iniziare dalle storie dei personaggi…
Giovanni, il mio coinquilino, 21 anni, viene da Como, piccola città, si conoscono un po’ tutti…conosce alla perfezione i monti dietro casa…studia letteratura alla Cattolica di Milano…
Arianna, di Roma, 28 anni, vive da sola, ha fatto l’accademia di restauro e adesso sta facendo l’accademia di belle arti di Roma, ha lavorato molti anni come restauratrice e adesso ha deciso che vuole solo dipingere, ogni tanto vende qualche quadro…
Isaak, 22 enne di vicino a Barcellona, catalano con i rasta biondi e occhi azzurri, ascolta musica techno, dipinge ma soprattutto disegna, possiede una bella videocamera digitale e ha girato dei filmini fantastici…
Io, 22 anni di Ferrara, dipingo, fotografo, ho fatto tante cose che adesso non vi sto a raccontare, ma la cosa più importante è che sono lo sportivo e il mangione del gruppo...
Venerdi mattina io e Gio ci alziamo e decidiamo che abbiamo voglia di un viaggio…Praga? Praga! Mandiamo qualche messaggio e a noi si aggiungono Isaak e Arianna…il pullman parte alle 22, i mitici ultimi 5 posti sono nostri, Coca-Cola da una parte e sporta piena di cibo e bere dall’altra…Giovanni e Isaak si ubriacano con una bottiglia di Palinka…l’autista se ne accorge e viene a farci la romanzina. Sono le 6.30, abbiamo dormito mezz’ora al massimo, siamo arrivati, stiamo per scendere quando l’autista ci blocca e in ceco ci spiega che qualcuno ha vomitato nel bagno, non era stato nessuno di noi! Ma vaglielo a spiegare…è convinto sia stato Isaak, noi scendiamo mentre lui è costretto a rimanere su e a pulire tutto…alle 7.30 di sabato mattina ci troviamo catapultati nella Old town square, siamo solo noi e pochi altri…fantastico…da mozza fiato. Giriamo tutto il giorno…Powder Gate, Charles bridge, Old-New Synagogue, Prague Castle, St. Nicholas Church. Al castello riusciamo ad entrare accodandoci ad una classe italiana…le professoresse ci hanno detto che dei ragazzi non volevano entrare e quindi se volevamo potevamo prendere i loro posti e ascoltarci anche la guida.
Alle 17 incontriamo le ragazze spagnole che sono in Erasmus li e che avevamo conosciuto a Budapest…ci consigliano un ostello…camera da 4 a 12 euro a testa compresa colazione, bagno e cucina in comune…ci portano a cena in un locale non turistico dove abbiamo mangiato tantissimo e speso niente.
È l’1 siamo distrutti e torniamo in ostello, andiamo nella cucina e scopriamo come aprire la dispensa dentro la quale è racchiusa la prima colazione del giorno dopo, ci appropriamo di latte, succo di frutta e cornflakes…bene, abbiamo lo spuntino notturno!
Il giorno dopo decidiamo di andare a vedere la mostra di Mucha…un artista a dir poco fantastico…poi ci dirigiamo verso il quartiere ebreo ed entriamo nel cimitero assieme alla stessa classe italiana del giorno prima rincontrata casualmente. La sera conosciamo in ostello un ragazzo algerino, laureato in legge, che finirà la sua vacanza in Spagna dove spera di trovare anche lavoro…usciamo tutti assieme a prendere una birra.
L’ultimo giorno siamo ancora in giro per la città, ci dirigiamo verso la collina sopra la quale è situato il castello, la risaliamo tutta a piedi, aggiriamo tutto il castello in mezzo ad alberi attraverso i quali è possibile scorgere l’intera città vista dall’alto…vediamo anche due scoiattoli, un picchio e una lepre. Entriamo di nuovo al castello e questa volta riusciamo a vedere anche il vicolo d’oro…che sarebbe a pagamento, ma noi siamo entrati dall’uscita e scroccato la visita. Ormai siamo veramente distrutti…incontriamo ancora le ragazze spagnole per salutarle, ci portano a vedere un ultima chiesa e finalmente sono le 22 e ci dirigiamo verso la stazione dei treni.
Il viaggio è pazzesco, per fortuna riusciamo a prendere due scompartimenti e ci distendiamo per dormire…PASSPORT…la prima frontiera, salgono i doganieri a controllare, ti aprono lo scompartimento e ti svegliano in maniera brutale…seconda dogana…e cosi via…due dogane e quindi 4 volte i doganieri e tre volte i controllori dei biglietti…avremo dormito si e no tre ore!
Siamo a casa, finalmente facciamo la doccia dopo tre giorni di vita da capre e ci buttiamo a letto!
Tutto questo è durato tre giorni interi ad una temperatura costante di -5/-10, sotto la neve!

Venerdì 25 Febbraio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 15:20

Questo è Mai...uno dei personaggi più interessanti conosciuti in questa città...Spagnolo di Jerez della frontera, vicino allo stretto, non è mai stato in Marocco, suona e disegna, non esce molto spesso e afferma che hanno un ottima spazzatura in Spagna, già perchè lui ha recuperato una chitarra(che ha solo due corde, non accordate, ma di cui gli piace il suono) e una custodia per la chitarra(in pelle vecchia)...capelli lunghi e scuri, barba incolta, vestiti trasandati, unghie della mano destra lunghissime...esatto, gli servono per suonare la chitarra...da brividi...suona il flamenco! Occhi chiusi...la mano è velocissima e poi improvvisamente silenzio...ferma le corde...poi di nuovo tutto riprende a vibrare...

Mercoledì 23 Febbraio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 18:33

West Balkan serata bonghi…poi Trafo, Elisa non la vogliono fare entrare perché ubriaca, sono le 4 Elisa inizia a insultare i buttafuori…naturalmente in italiano…questi s’incazzano, iniziano a spingere…cerco di mettermi fra lei e loro…uno mi mostra un coltello…capiamo che è meglio andarsene. Sono a letto, l’amico del mio coinquilino rientra mezz’ora più tardi, non riesco a dormire…ho i nervi un po’ tesi…andiamo alle terme? Perché no! Sono le 6.15 e noi siamo dentro alle terme, ci sono altre persone per lo più anziani…pian piano diventa giorno…sono le 8.30 la stanchezza fa da padrone…decidiamo di tornare a casa, alle 9.30 sono a letto. Sveglia alle 4 e si inizia un'altra serata! 

Martedì 8 Febbraio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 11:58

Mercoledì…sono stato in facoltà…ho conosciuto compagni e docenti…prima lezione sul luogo di progetto…una grande area dismessa vicino il Danubio, fuori Budapest…due ore di spiegazione in ungherese all’aria aperta…-10…Judit, una ragazza molto disponibile mi ha invitato a bere un caffé e mi ha tradotto il tutto in inglese…it’s about the interiors of the music bulding…it may be not a so difficult progect…I hope!
Serata al West Balkan….locale afro…chi col bongo, chi col gembe, una birra media 1.50 euro…tantissimi erasmus…una bella serata…sono le 3, siamo a casa…abbiamo fame…e fammoce ‘na spaghettata!
Giovedì…siamo a cena da Maya…ci insegna a fare il sushi…buonissimo! Serata al Kultiplex...musica hip hop…è il degenero…sono le 6…tutti a letto!
Venerdì…mi alzo…colazione o pranzo? Scelta imbarazzante alle 12 del mattino…colazione! A pattinare con Gabriella e alle 8 incontro con i due ragazzi tedeschi…locale…aperitivo con birra, sandwiches, e Unicum…una bevanda tipica di qui, simile alla nostra grappa che però qui bevono a piombo prima dei pasti…salto a casa…finisco la pasta al tonno avanzata da Giovanni…sono le 12…Trafo, discoteca carina piena di gente erasmus…le 6…avete fame? Dai venite su che facciamo due spaghi…pomodoro, aglio e cipolla…guarda il sole…sorge!
Sabato…ancora colazione anche se sono le 3…mezzora e devo essere alle terme! Tre vasche all’aperto a diverse temperature…getti d’acqua…statue…vortici…scacchiere gremite di vecchietti…poi inside…sauna…acqua solforosa a 38 gradi…vasca fredda post sauna…ghiaccio da spalmarsi. Cena a casa…pollo, patate…Palermo-Juventus…Real Madrid-Espaniol…è si, qui la tv ci propina tutte le partite più importanti di tutti i campionati gratuitamente…tutti al sangria parti organizzato all’interno di uno studentariato da ragazzi spagnoli che stano finendo la loro lunga vacanza…tre secchi di sangria…camere aperte…è ora di andare all’Arkadia, musica rep, break dance…si esce e ci si fa il kebab delle 5…Bianca non riesce a tornare a casa, dorme a letto con Domenico…domani parte anche lui!

Lunedì 31 Gennaio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 18:33
Evvai! Ho trovato un appartamento! In pieno centro a Pest, con altri due studenti…Giovanni un italiano di Como e una ragazza tedesca. Sono nella doppia con Giovanni. Mamma mia! È il primo sabato e già sono invitato a due differenti serate…un concerto rock con la ragazza ungherese…un party privato in un appartamento con Giovanni ed altri erasmus…ho optato per il concerto! Il tutto ha inizio alle 5…invitato a casa di Gabriella mi sono trovato a seguire RAI1 mentre correggevo un quaderno di suo fratello che studia italiano, frasi di compagnia per lo più sbagliate tipo Che tempo ha oggi?…Mi hanno rubato lo portafogli… Per l’occasione mi hanno servito il miglior vino locale e una buonissima torta di frutta fatta in casa…veramente ospitali. You are the wellcome…ok…ecco tutta la compagnia di Gabriella…io unico ragazzo in mezzo a 9 ragazze…pub e poi concerto…pazzesco…come una goccia d’acqua in un deserto io ero al concerto rock…tutti in black clothes…tante piccole Avril Lavigne che giravano ovunque…e quello chi è? Ma è Marilyn Manson! No è solo il sosia…ma…ma quanti sono! È tardi, ormai la musica mi ha ribaltato completamente…torniamo a casa e domani…a cena da Giovanni…nel mio futuro appartamento!
Venerdì 28 Gennaio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 19:53
28/1/05 ore 9.00: Di nuovo la neve… Oggi ho visitato il Palazzo Reale e tutta la zona del castello che comprende la città alta di Buda o città vecchia. Il Palazzo Reale è passato attraverso numerose e diverse vite…l’imperatore del Sacro romano impero, Sigismondo di Lussemburgo, fece costruire un palazzo gotico dal quale cominciò a prendere forma l’attuale castello. Nel XVIII secolo gli Asburgo costruirono qui la loro monumentale residenza. La struttura odierna è il risultato della ricostruzione, dopo la distruzione del febbraio 1945, del palazzo ottocentesco. Durante i lavori sono stati rinvenuti resti del palazzo gotico: il muro di cinta e le camere reali.

Sono stato nella piazza degli Eroi che è l’immagine di un’epoca gloriosa della storia ungherese. Nel 1896 vennero aperte in questa piazza le Celebrazioni per il Millennio. Un esempio straordinario di questo orgoglio nazionale è il Monumento al Millennio. Il suo colonnato raffigura statue degli uomini illustri ungheresi, e la grande colonne centrale è sormontata da una statua dell’arcangelo Gabriele. Alla sinistra della piazza abbiamo il museo delle Belle Arti che adesso ospita una mostra sul Tiepolo, alla destra la galleria d’arte, che è la sede più grande del paese per le esposizioni artistiche. Oltre la piazza una serie di laghi naturalmente ghiacciati su cui è allestita la scuola di pattinaggio sul ghiaccio.
di · Categoria: Racconti · ore 17:19

Tanto perché poi qualcuno dice che "io ce l'ho sempre con le ferrovie" voglio raccontarvi questi eventi realmente accaduti, cose che sinceramente son della serie "mi aspettavo di tutto, ma questo no".
Ieri mattina ero alla stazione di Assisi per prendere il treno. Non avendo l'abbonamento per il mese di gennaio, devo comprare i biglietti. Ma il tipo che dovrebbe vendermeli non c'è, né al bar né all'edicola. La biglietteria automatica non funziona. Fortuna che l'edicola della stazione vende anche i biglietti (ma solo quelli della tratta regionale), perché quest'uomo, che dopo 10 minuti è riapparso dal nulla, è subito andato a far colazione al bar. Provo a timbrare il biglietto ma nessuna delle 4 macchinette obliteratrici funziona: mi metto in fila allo sportello, ho davanti una turista che parla solo inglese. Dopo 2-3 minuti di attesa, finalmente qualcuno lo chiama e gli dice che la fila si sta allungando; arriva, ma non sa una parola d'inglese. Per questo io, che devo aspettare ancora il treno 15 minuti (non era in ritardo, ma vista la scarsità di pulman devo arrivare alla stazione 35 minuti prima che il treno arrivi) decido di fare da interprete tra i due, altrimenti ancora starebbero a discutere non capendosi. Arriva il mio turno "Guardi, gli dico, io ho timbrato il biglietto, ma 3 macchinette non funzionano e 2 non hanno l'inchiostro per cui faccia qualcosa lei, io la multa non voglio prenderla" "AH, IO NON POSSO FARCI NIENTE"

"Come no? Ma almeno mi scriva qualcosa, che ne so..data-ora e timbro delle FS" "Non posso farci niente, guardi..c'è un'altra obliteratrice in fondo alla stazione, vada lì. E' lontana e non la usa mai nessuno, quindi dovrebbe funzionare. Tanto il treno prima di 15-20 minuti non arriva, ha tutto il tempo no?"  "Sì, sì, ok..comunque guardi, c'è la macchinetta automatica che dovrebbe dare i biglietti che è rotta" "AH IO NON POSSO FARCI NIENTE" (Scusi, ma allora che cavolo ci fa qui?!, penso, ma non glielo dico..con certa gente è inutile perdere tempo). Mentre torno verso la stazione al caldo (per quanto può essere calda una stazione con due porte perennemente aperte e senza riscaldamento, lo vedo che chiacchiera un po' con quello che pulisce i marciapiedi e i bagni della stazione e va a dare due calci e una manata sulla macchina dei biglietti (credo sarebbe stato meglio se non c'avesse fatto niente) poi torna fuori, altra chiacchierata con il tizio che sta pulendo il marciapiede, e quando torna si stupisce pure che non ci sia quasi più nessuno ad aspettarlo.
Per fortuna arriva il treno (in orario) che mi porta via allibita. Mentre parto, l'occhio mi cade sulla fila di gente che pazientemente aspetta di poter comprare un biglietto per chissà quale destinazione. Probabilmente li troverò ancora lì al mio ritorno.

Giovedì 27 Gennaio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 20:39
26/1/05 ore 14.00: Finalmente ho raggiunto l’università. Mi hanno detto di tornare il 1 Febbraio quando iniziano i corsi…dicono che è prevista una locazione in un hotel vicino all’uni, io invece pensavo ad un appartamento, voi che mi consigliate?Ho incontrato tre ragazze italiane, di cui una, Maya alta circa 1.95 m, è anche lei in Erasmus, mi ha detto di chiamarla se ho bisogno. Lei è qui da Settembre!La serata invece è andata molto bene, ho conosciuto la ragazza che lavora nel ristorante sotto casa…Gabriella…abbiamo parlato per un’oretta e l’ho accompagnata alla metro…mi ha ringraziato e mi ha detto che se voglio posso uscire con lei e gli amici…non sono più da solo!Ecco credo che adesso si possa chiudere il mio scrivere disperato…ho conosciuto della gente…e penso che a voi non interessi la mia giornata…adesso magari cercherò di farvi conoscere di più questa magnifica città!27/1/05 ore 9.00: Qui siamo circa a -10°…del bagaglio ancora niente…dicono che non hanno notizie, ma mi chiedo: come fai a non avere notizie di un bagaglio di 18 kg? Io continuo a sperare…nel frattempo ho visitato i magazzini generali, una sorta di mercato al chiuso su due piani, dove si trovano tutti i prodotti tipici. Ho fatto un giro per tutta la via Vaci che è la via dello shopping e della moda di Budapest…per intenderci una Vittorio Emanuele di Milano. A pranzo sono stato in un Mc fantastico…un tavolo da 8 posti, rotondo, con stampate sopra le ore, un palo al centro e a soffitto due lampade che muovendosi creano due ombre:la lancetta delle ore e quella dei minuti…una meridiana! Spostate a destra delle postazioni in cui puoi ascoltare dei CD, gentilmente offerti dal Mc, mentre mangi il tuo bel Chicken Mc Nuggets Menu!Una cosa che trovo un po’ particolare è che nonostante il freddo qui le pizze vengono consigliate a domicilio con le biciclette…e ieri che tutte le strade erano innevate questi andavano lo stesso…chi con la mountain-bike, chi con la bici da corsa!
Mercoledì 26 Gennaio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 12:19
25/1/05 ore 9.20: Mi sveglio e mi tocca aspettare i bagagli. Non arrivano. Il cellulare non si accende neanche più…prendo una scheda e chiamo l’aeroporto…”We have only one baggage, the other one is coming, we phone you when it comes!”…speriamo, il mio cellulare è fuori uso. Comunque hanno l’indirizzo…Vaci Utca (che si pronuncia ”Vatzi Utza”=”Vatzi Via”)…speriamo bene!
Eccolo…il primo…quello dei vestiti…ancora però non ho il carica batterie…il computer ormai è a secco anche lui…devo trovare un adattatore per la presa elettrica!
Ci credete? Sono le 18.00, i negozi iniziano a chiudere e io ho appena trovato al Despar, dopo una giornata di ricerca, una penna…dell’adattatore ancora niente (le ferramenta non li hanno)!
Mi riduco così ad andare nell’Internet Caffé per mandare segni all’Italia via MSN…ma che cavolo, queste tastiere manco le lettere accentate hanno!

Faccio un giretto…il ristorante pizzeria Rocco sulla sinistra…il ristorante Testa Rossa sulla destra…attraverso il Szabadsag hid (= ponte della Libertà) e mi trovo a Buda, sulla sinistra ho il fantastico Hotel Gellert che include al suo interno il complesso termale, gli interni secessionisti sono tra i più splendidi esempi che si possono trovare  a Budapest. Sulla destra la collina Gellert. Salgo e arrivo alla Chiesa della Grotta: ”Nell’interno roccioso della grotta di Saint’Istvan, nella parte meridionale della collina Gellert, nel 1926 i preti dell’ordine paolino costruirono una chiesa su modello della grotta di Lourdes.”

26/1/05 ore 8.30: Inevitabili e danzanti ecco che scendono i fiocchi di neve…
Devo provare a raggiungere la facoltà, di cui non so né il nome per intero, né l’indirizzo poiche non mi è ancora arrivato il secondo bagaglio! Prendo la metropolitana…so che devo prendere la linea rossa e andare non so bene dove verso Buda…mi fermo al capolinea e chiedo. Nessuno sa dove si trova la Egyetem…Mayar University of Art and Craft. Purtroppo dove ho messo i puntini credo manchi una parte del nome fondamentale, così nessuno mi sa indicare la strada…decido di tornare indietro sempre sulla linea rossa. Esistono tre linee: rossa, blu e gialla…nel pomeriggio riproverò a raggiungere la facoltà, tanto dall’aeroporto non sanno ancora niente del mio bagaglio, potrebbe arrivare anche domani…buona serata a tutti!
Lunedì 24 Gennaio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 21:49
23/1/05 ore 1.00: Dopo una sbornia colossale mi addormento con i vestiti ancora indosso… l’ultimo ricordo…il secchio verde affianco al letto, mio fratello dorme in corridoio…dice che russo.
24/1/05 ore 5.50: Mio fratello mi sveglia…dice che bisogna andare…dove? Ah già ho l’aereo…mangio un mandarino e bevo un fruttino…saliamo in macchina…dice che guida lui…prima curva…”Manu posso guidare io? Almeno mi distraggo, se no vomito”…impressionante vedere che alle 6.45 l’autostrada sulla corsia che porta a Milano è già intasata…ci siamo è l’aeroporto…no…no…mi sento male…parcheggio…apro lo sportello…no! Sono di fronte all’entrata!
24/1/05 a seguire: Non ce la faccio più, sono a Dusseldorf, ho tre ore di attesa per il cambio ma non riesco a dormire, così vi scrivo…sono le 15.30 arriva il momento dell’imbarco…mi dicono che non ho la carta d’imbarco perché non sono passato al check-in, dico che non lo sapevo e che credevo che bastasse quello di Milano, così la signorina gentilissima fa una telefonata e mi fa salire sull’aereo scrivendomi su un foglio il mio posto a sedere…avete capito? Vi rendete conto di cosa è accaduto? Fra l’altro ero appena stato a mangiare qualcosa(un secondo molto buono), ed essendo self-service mi dovevo prendere le posate…ce ne erano di due tipi: di metallo e di plastica…esteticamente preferivo quelle di plastica e ho preso quelle…e…come ogni italiano che si rispetti le ho infilate in tasca…bene...se erano di metallo io salivo sull’aereo e potevo dirottarlo…16.30 sono sopra a Budapest…è tutta bianca, ma non è neve, è brina…infatti qui siamo a -5°. Vado a ritirare i bagagli…non arrivano…come è possibile…mi informo…sono rimasti a Dusselfort…io ero convinto arrivassero direttamente qui…invece li dovevo ritirare la e fare il check-in…sono nella merda…va bè compilo un po’ di moduli e in teoria mi dovrebbero arrivare domani…sono senza telefono(non ho il carica batterie), senza vestiti, senza shampoo, niente…dormirò in scarpe da tennis.
Finalmente incontro il proprietario dell’ostello in cui ho prenotato una stanza per una settimana…fa troppo freddo…ma quanto è bella…il Danubio…i night club…è stata la prima cosa che mi ha detto: attento ai night club, le ragazze ti si avvinghiano, ti fanno spendere anche mille euro…ecco sono prossimo alla stanza…il palazzo è fantastico…zona pedonale…sotto il ristorante su cui ho il 20% di sconto visto che dormo sopra…cazzo…non è una stanza…è un open space solo per me…tre letti…cucinotto…bagno(senza bidet e lavabo…ma si…si fa tutto con la doccia), soppalco con un letto…finestra sul cortile interno…una domanda mi sorge spontanea…ma è solo per me? Volete sapere la risposta? Si, a noi piace creare l’intimità del cliente e poi sai, così puoi invitare qualche amico…amica…ok?...Ok! Ok!
Domenica 23 Gennaio 2005
di Simur · Categoria: Racconti · ore 22:20
Finalmente si parte…eh si, sono in partenza per l’Erasmus…
Come? Dove vado?...a Budapest!
Seguitemi…vi parlerò di luoghi, culture, dialoghi, divertimenti e donne…
...soprattutto donne!

AGGIORNAMENTO by TheEgo, ore 20.10 - Sms dall'Ungheria: Non ho batteria, non posso ricaricare perchè ho perso i bagagli... Sono rimasti in Germania per errore mio.... 
Venerdì 31 Dicembre 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 02:37

Sipresentò di colpo davanti a lui, era vestito di velluto blu, con risvoltidorati, e indossava un paio di occhiali dalla montatura spessa. Lo scrutavadall'alto in basso con aria saccente ed emanava un puzzo niente male dallabocca, troppo spesso aperta per redarguirlo, nascosta nella folta barba bianca.
- La devi smettere Eugenio! - lo ammonì -ogni anno la stessa storia. Arriva fine dicembre e perforza devi scrivere il tuo discorso pieno di bei propositi dove ricordi i fattiavvenuti in dodici mesi, tiri le somme e prendi un attimo le misure per l'annoche viene. Basta! Serve forse a qualcosa?
- No, a niente. Ogni anno poi fa di testa sua. - ammise Eugenio a capochino.
- Lo sai come vanno le cose. Inutile fare bilanci eprevisioni, il gioco è bello perchè imprevedibile. E' stato meglio l'anno scorsoche eri in montagna e non hai potuto farlo come tuo solito. Ci sono ancoralettori di Ciccsoft che mi ringraziano per averti fatto desistere dall'inviarlovia posta prioritaria a tua sorella a casa, affinché lo postasse. Ora dimmi,cialtrone che non sei altro: sei pronto per stasera?
- Per niente. Più passa il tempo e più il Natale è soltanto una ricorrenza"festosa" per scambiarsi gli auguri e niente di più. Il Capodanno invece unasera come un'altra dove ogni anno che nasce non è che un "continuum" con quelloprecedente. Festeggiamo pure, ma se anche non si fa niente ci resto male più perl'idea che per la sostanza.
- Sei parecchio deprimente, sai? Sembri mia suocera.Certo, è stato un anno faticoso, è vero... Ne ho viste di tutti i colori io,come ogni anno, ma sono duramente provato nello spirito. Sai, questa guerraincessante, ogni giorno, ogni giorno... Che palle. Bombe, morti, sangue edolore. Un Papa moribondo che parla di pace e amore, ma dove cazzo li vede lo sasolo lui. Un presidente americano avido di potere, uno italiano troppo preso dalvoler fare bella figura. Cosa sono quei capelli che ricrescono ora? Santo cielo.E dall'altra parte cosa combinano? Non si mettono nemmeno d'accordo sull'abc. Machi dovrebbe votarli? E poi certe cose, nel segreto di quattro mura qua e là,che fanno accapponare la pelle. Fuori sono sorrisi e strette di mano, dentrovolano parole grosse e traffici che fanno schifo solo a pensarci. Lascia stare.Io da domani sono in pensione, mi spiace ma sono affari che non mi competono.Già so che oggi sentirò ancora i soliti discorsi "speriamo che l'annoprossimo...", "auguriamoci che sia meglio...". Ma cosa vuoi sperare? Eugenio,ascoltami, ti sembravo un anno malvagio quando ho cominciato a gennaio?
- Beh sai...anno bisesto, dicono... - rise il ragazzo. - Comunque no. Ogni annoè uguale all'altro quando inizia. Le pagine si riempiono man mano, nei mesi.
- Appunto! E allora, perdiana, vuoi dirmi tu cosa tiaspetti che cambi il prossimo anno?
- Niente, difatti. A me basterebbe continuare così, in questo stato di apparentecatatonia mentre le cose lentamente scemano al peggio senza che ce ne rendiamoconto.
Il vecchio sorrise guardando il ragazzo, lisciandosi la barba da cima a fondo.Eugenio sorrise fissandolo a sua volta negli occhi, ripensando a PaiMei in KillBill volume 2. Era uno sguardo affettuoso quello dell'omone, come di un padreche stesse salutando l'ultima volta il figlio, da domani solo nel cammino dellavita. Il ragazzo si sedette, perfettamente a suo agio, su un morbidopouff color arancione. Prese una bottiglia di coca,una di bacardi, e si versò da bere. Il vecchio accese una sigaretta, come siconfà agli uomini illustri, che pensano, pensano, pensano. Poi d'improvviso,ruppe il silenzio.
- Allora dimmi, giovane, cosa vuoi tirare fuori di tuttaquesta roba che ho qui dentro? Dimmelo ora che poi non torno indietro.
- Tante cose le ricordo bene, altre preferirei lasciarle dove sono. Mostrami diquella volta quando abbiamo suonato davanti ad una platea di centinaia diragazzi. Dev'essere in aprile, prova a cercare! - gli occhi del ragazzo siilluminarono.
Davanti a lui si formò una strana bolla e in pochi istanti comparve dentro diessa la scena richiesta. C'erano un sacco di persone ammassate, un concerto!,poi altre sul palco, le luci, i suoni, i colori. Che spettacolo... Eugenioriguardava attento e canticchiava un motivetto.
- Bello. E quella volta in una piazza, tanta gente, pioveva...lei mi lasciò dasolo con degli sconosciuti, poi tornò a prendermi, un panino e una chitarra,cantavamo e ballavamo...riesci a mostrarmelo? Io la guardavo negli occhi epensavo già che sarebbe stata mia. L'illusione, la magia, la passione, poil'autunno... - ricordava spensierato Eugenio.
Apparve la bolla e riuscì a rivedere la scena. Meraviglia.
- E' andata via così su due piedi...che stupidaggine.Riuscirai a perdonarla?
- No. Ma fa niente. - ammise il ragazzo scuotendo la testa e mordicchiandosiun'unghia.
- Ancora ancora! - gridava il giovane cercando di salvare le istantanee di unanno - la casa in campagna! Le feste, le cene, le jam session fino a tardopomeriggio e poi le partite a pallone!
-POUF-
- E le arrampicate su per i tornanti con le biciclette, poi giù indiscesa, che velocità!, chilometri e chilometri di Luna per vedere il cielodietro le montagne! Era agosto, vero?
-POUF-
- E tutti quei film, gli attori, i giri in barca dopo l'estate... Dueocchi bellissimi che mi guidavano in ogni dove e quante cose in due giornicompreso un treno perso e una notte all'addiaccio. Che spettacolo, chespettacolo.
- Quanto ha fatto per te...e tu cosa le hai dato incambio? L'hai fatta soffrire. -POUF-
- Sono un coglione, l'ho sempre detto. Un egoista immaturo, non so che farci. Omeglio, non ci provo, ma chi migliora mai? Manco tu ci riesci, l'hai dettoprima...
- Io sono io, che c'entro. Non serve che migliori. Durocosì poco.
- Senti le ultime cose...quella sera magnifica dove ho conosciuto tutta quellagente in quella sala...c'era da bere a volontà, e sorrisi e strette dimano dei tanti amici che ancora conoscevo solo per quello chescrivevano...fantastico davvero.
-POUF-
- L'ultima dai, non vorrei sembrare noioso, dovrebbe essere qui in cima, quellavolta dal vecchio delle Stelle...c'era quella ragazza con i guanti blu...ecco,si proprio quella, perfetto!
-POUF-
- Guarda non so come ringraziarti, mi hai dato una possibilità magnifica. Dovedevo conservarli questi ricordi per poterli far saltar fuori quando voglio?
- Sotto sale si conservano benone per qualche tempo...Altrimenti fanne un Dvd o, peggio ancora, apriti un blog e riversaceli dentro. Imodi ci sono ragazzo, ingegnati tu, da bravo.
- Benissimo. Allora mi sa che andrò. Devo "incipriarmi il becco" per stasera,fare gli ultimi giretti, e, se resta tempo perchè no, studiare.
- Pelandrone! Ad ogni modo prendi anche questa, vedrai chevorrai tenerla. - sorrise il vecchio porgendogli un'ultima sfera.
- Che cos'è? - chiese Eugenio cercando di vedere al suo interno senza riuscirvi.
- E' il ricordo di questa sera. Ancora non vedi nienteperchè la storia la scriverai tu stesso. Tienila, dai retta a me. Un giorno miringrazierai.
Il vecchio se ne andò ridacchiando di gusto. Salì in macchina, si mise gliocchiali da sole e partì alla volta di Chissadove, facendo ampi gesti dalfinestrino per salutare. La radio, volume a palla, trasmetteva un brano indiedell'anno che andava finendo.
- Pure lui questa mania indie...spaventoso. - pensò Eugenio incredulorigirandosi tra le mani la sfera che avrebbe riempito di lì a poco.
- Asd. - disse la sfera.

Lunedì 13 Dicembre 2004
di Darkripper · Categoria: Racconti · ore 03:26

Ma quale San Francesco? Ma quale tradizione? E che c'entra il cattolicesimo?
Il presepe lo abbiamo inventato noi napoletani. E ve lo assicuro, ha davvero poco a che fare con la religione.
Prima cosa: un vero presepe, un presepe postmoderno come dio (!) comanda, é enorme, barocco, opulento.
Un presepe con una sola grotta, é un presepe decisamente sfigato.
Il presepista bravo di presepi ne compra due, tre o semplicemente molti: li monta assieme, poi dalle caverne in eccedenza ricava osterie, macellai, pizzerie, ogni genere di cosa.
Della grotta non frega un cazzo a nessuno, tanto tutti si concentrano sull'ipnotico movimento delle pale del mulino o sullo scorrere dell'acqua della cascata.
Proviamo a fare un esperimento.
Via il bambino, via bue e asinello, via anche Giuseppe e Maria. Ora il presepe é una perfetta e idealizzata rappresentazione di una napoletanità da età dell'oro. Ci sono pastaioli, pulcinelli e varia umanità popolana. Magari nel mezzo del tutto torreggia un bel colonnone greco-romano, giusto per far capire che siamo a Betlemme.
E' per questo che mi piace il presepe: c'é qualcosa di incredibilmente grandioso in questa tradizione che finge di essere religiosa e in realtà é profondamente post-pagana.
Questo culto a metà tra la nostalgia e il pacchianesimo, noi lo chiamiamo presepe. Siamo bravi a fingere, la facciamo sembrare quantomeno una cosa cattolica. Ma prima o poi ci sbaglieremo, lo so.
Un giorno qualcuno per sbaglio metterà un venditore di cocomeri al posto di una culla, e allora scoppierà un gran casino. Ma voi nel frattempo continuate ad andare a venire a Napoli da tutto il mondo per comprare i pastori di San Gregorio Armeno. E fatevi il segno della croce prima di chiedere quanto costa la statuina dipinta a mano di Gesù Bambino. Non si sa mai.

Venerdì 19 Novembre 2004
di Darkripper · Categoria: Racconti · ore 02:28

E allora?
Si, hai assistito ad una sparatoria.
Anzi, togli "assistito". Tu hai sentito una sparatoria. Hai sentito dei proiettili esplodere, e poi rumore di motorini o forse di macchine (non ricordi). La cosa che ti ha lasciato perplesso é che quel rumore di proiettili te lo aspettavi molto diverso, mentre alla fin fine ti sei resto conto che non sapresti distinguerlo dall'esplosione di un cipollone bello robusto. Solo che tu hai sentito un caricatore tutto intero, e qualcosa ti diceva che quella era una semiautomatica.
Non eri a casa tua, eri dietro Vico Vasto.
Non si é fatto male nessuno, pare.
La polizia ha messo quel nastro, quello dei film e ha bloccato il vicolo. Tutto il vicolo. Nel senso che c'é gente contro il nastro che vuole passare, perché il vicolo é chiuso e non ci sono altri vicoli. Una tipa si lamenta: deve passare, o perderà la funicolare. Deve arrivare nonricordodove, ma é un nonricordodove molto lontano che odora di paesi vesuviani.
Ma no, non é il nastro dei film. Non é giallo canarino, non c'é scritto sopra, a stampatello nero, "Crime Scene Do Not Cross". E' banale, cazzo, ma é normalissimo scotch da imballaggio, quello marrone. C'é una macchina e scorgi un buco nel parabrezza, e un bossolo per terra, c'é anche un bossolo.
Buchi nel muro, precisamente due. Poi un sacco di pulotti, ovviamente.
Ora inizia ad esserci un bel pò di gente, che protesta e vuole passare. Io vorrei fare una foto per il blog, vorrei immortalare il tutto, ma alla fine penso che sia una cosa stupida da fare e evito.
Alla fine fanno passare tutti, uno alla volta. Tu lo sai che é cambiato qualcosa nel tuo rapporto con questa città. Lo sai eppure non sai dire cosa. C'é qualcosa che si é incrinato in te, un contratto con gli italiani che é stato violato.
Vico Vasto, due minuti a piedi da casa tua. Non é qualche paese dell'hinterland, é il pieno centro abitato. A pochi passi c'é la Mela, magari un bel concentramento di fighetti infarinati alla grande. Tu sei poco oltre, magari un domani la sparatoria la fanno sotto casa tua, oppure perché no, nel tuo liceo. Si, il tuo liceo. Il Parini di Napoli, quello dove hai visto e sentito cose che avresti preferito di no.
Qualcosa si é incrinato, decisamente.

Martedì 16 Novembre 2004
di Boss · Categoria: Racconti · ore 19:11

La fase A* del grande freddo è già un ricordo. Da stamattina sono entrato nella fase B, quella che mi impone di fumare all'aperto con entrambe le mani in tasca... Fa molto scaricatore di porto, però non è per tutti, e richiede abitudine ed esercizio. Sulle prime, vi lacrimerà l'occhio e non riuscirete a coordinare i movimenti di inspirazione ed espirazione e tanto meno a scenerare...  Con la pratica i polmoni si ingolferanno a dovere e ci sarà un bell'unicum di fumo, a ciclo continuo... Per lo scenerare, all'inizio farete movimenti bruschi che susciteranno negli altri l'impressione che voi siate stupidi... Avete due alternative: fregarvene e continuare con questi moti impetuosi, oppure aspettare che la colonnina di cenere si adagi dolcemente sui vosti vestiti... In questo caso fate comunque la figura degli stupidi... E' puramente un discorso di scelte...

*La fase A è quella che mi ha portato a deporre definitivamente in letargo le allstar rosse...

Venerdì 12 Novembre 2004
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 19:08

Lontano dalle telecamere le cose si svolgono più o meno così:

"Questi sono per te, però evita di mangiarli tutti sennò poi ingrassi, diventi isterica e ti devo ammazzare."
"...?"
"Hai presente la pubblicità? Il senso è che oggi non ho cazzi, mangia, stattene là seduta buona e zitta e per carità di Dio evita di rompermi i coglioni. Se proprio devi fare qualcosa ci sono i piatti da lavare."

Qualcuno mi da una mano ad uccidere progressivamente una schiera di uomini cresciuti studiando a menadito Ferradini (in maniera incompleta tralaltro...)?

Giovedì 28 Ottobre 2004
di Darkripper · Categoria: Racconti · ore 01:31

Un susseguirsi di colpi di scena sullo sfondo della metropoli più metropoli del mondo, dove tutto è accaduto e dove tutto può accadere, dove in realtà non c'è niente di vero. Tranne gli occhi...

Mi spaventa Faletti.
Mi spaventa, non tanto il Faletti scrittore o i contenuti dei suoi libri. Non li ho letti, non credo che mi piacerebbero. Il thriller all'americana non fa per me, io preferisco quello all'italiana. Ma no, non é questo. Mi spaventa il nome FALETTI stampato su hardcover che sembrano costosi e molto probabilmente lo sono. Stampato oro, in rilievo. Cazzo, ho una specie di sindrome di Stendhal causata dalle copertine dei best-sellers.
Ecco, mi spaventano i libri di Faletti, più che il libro di Faletti. Mi spaventa il piramidone formato da copie di Niente di vero tranne gli occhi piazzato lì da Edison, a Firenze. Mi disgusta la copia di Io Uccido che c'é accanto al piramidone stesso, perché é in un formato strano - ricorda quello di alcune edizioni dei vangeli - e mi sembra decisamente un formato da cesso e da ombrellone.
Tocco la copertina del libro. Mi suggestiono probabilmente, ma mi sembra di aver toccato un Necronomicon di plastica. Ripeto nella mia testa "non hai niente contro Faletti". Leggo il plot. E' freddo, impersonale quanto quello del suo primo libro. La copertina é identica a quella di tanti altri libri, forse anche il contenuto. Mi guardo in giro, mi sento uno snob cazzone.
Mi allontano dal piramidone, che mi sembra sempre più grosso. Cazzo, sembra quasi che mi sovrasti. Che mi voglia divorare. Ma quale serial killer!! E' lui il mostro, un Babau di inchiostro e cellulosa.
Ho visto i due motivi per cui sono in una libreria nonostante gli innumerevoli libri rimasti in sospeso. Il mostro é già un ricordo lontano, due Stile Libero lo hanno cancellato dalla mia fervida immaginazione. La crisi passa, la scenografia torna normale. Il piramidone non mi spaventa più.
Afferro New Thing e La Notte dei Blogger, vado a pagare e poi sono subito fuori, con già l'iPod che pompa i Ben Folds Five ad altissimo volume.
Non ho nulla contro Faletti.
Giuro.

Lunedì 25 Ottobre 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 12:39

Lunedì mattina. Ottoetrenta. C'è ancora buio nella grande aula al primo piano e gli occhi si chiudono reclamando ulteriore riposo. Ma non c'è niente da fare. In guardia, studentelli. Oggi chiama alla lavagna. E' un'angoscia che ci portiamo dietro fin da bambini, quando alle elementari a capo chino speravamo di non incrociare lo sguardo della Maestra che doveva pur interrogare qualcuno sulle guerre puniche. E' un po' come quando alle medie incrociavamo le dita e facevamo attenzione al dito della Prof. di Lettere che scorreva l'elenco sul registro. Interroghiamo....Artosi....e Balboni. Sempre loro. Fiuuu, meno male...Ecco guarda è già alla lettera L, mi ha passato, per oggi sono a posto. E con malcelata soddisfazione ci auguravamo che se proprio doveva pescare qualcuno nella nostra direzione avrebbe pescato il compagno davanti, quello dietro. Io prof? Lui? No, quello dietro.
Dall'altra parte il Nemico, il Professore che prima di tutto è stato studente e conosce benissimo il meccanismo del gioco. C'è il professore sadico che tiene la suspence alle stelle fino alla fine scorrendo l'elenco più volte su e giù oppure scrutando le facce cadaveriche degli studenti, pescando infine il più spaurito. C'è quello bonario che interroga quando vi offrite e cerca sempre volontari, se non ce ne sono va avanti a spiegare e se ne frega. Quello simpatico ma subdolo, che mentre ti racconta del derby della sera prima (sembra un amico come un altro!) ti butta li un "vieni alla lavagna, va, che facciam due esercizi!". Così, in amicizia. E poi c'è il prof. che chiama a caso, guardando la folla. Uno vale l'altro. Chi si nasconde sotto il banco, chi fissa impavido lo sguardo del docente con sfida (perchè se lo guardo non sceglierà certo me, no?), chi abbassa la testa rileggendo come impazzito gli appunti, chi guarda i compagni, chi guarda la punta delle scarpe, chi è proprio rimasto a casa quella mattina, per motivi familiari ovviamente...

- Viene alla lavagna quello con la camicia grigia.
- Io?
- Si, lei.
- Guardi, la mia camicia non è grigia, forse si confonde.
- Vabbè, antracite?
- No no, forse intende lui?
- No, proprio lei. La camicia grigio quarzo.
- No, non ci siamo. Io non sono vestito così.
- Senta lei con gli occhiali, faccia poco il cretino.
- (Fregato.) Cazzo, brava, brava. Ce l'ha fatta. Ha vinto lei, vengo!

Cosa non farei per non essere chiamato. D'altra parte aver fatto parte in gioventù di tutte le sopracitate categorie di studenti, non aiuta nemmeno oggi. Si cresce e si cambia ma certe piccole paure restano in eterno, accidenti a loro. E non chiamatemi "fifone", è che io amo ascoltare...

Sabato 9 Ottobre 2004
di Rachele · Categoria: Racconti · ore 01:34

La strada è lunga e basta, a tratti eterna quando non la si conosce, quando non sai neppure dove ti porta, quando anche solo guardarsi allo specchio riesce a terrorizzarla.
Respira, o almeno ci prova, singulti affannati nascosti dietro una bocca chiusa in un'espressione indecifrabile, mani strette a pugno in una lotta impari con tutto quel che rappresenta la realtà.
Se avesse potuto scegliere avrebbe voluto saperla dipingere la realtà, poterci mettere i colori, schizzarla dal nulla sul foglio bianco, darle vita, farla sorridere, anche solo per un istante.
Ammucchiati ai suoi piedi fogli stracciati densi di righe appena vergate, rimane immobile per non scappare, per non andare lontano, per non ritorare nel mondo irreale, quello che non puoi vedere, quello che regala manette e libertà nello stesso pacco dono.
Uno scalino, l'accendino rintracciato tra le tasche, l'ennesima sigaretta, la necessità di bloccare il tempo ancora per qualche istante.
Lo vede chiaramente adesso il confine tra il reale e ciò che rimane oltre lo specchio colorato, la sente sulla sua pelle, la sfiora con la punta delle dita, l'afferra con la ragione.
Non sa neppure cosa ci fa là, non sa perchè si trova là, non sa cosa sta aspettando là.
Sorride triste tra sè sapendo di conoscere tutte e tre le risposte.
Non vuole essere toccata per paura di farsi male ed allo stesso tempo vuole soltanto essere abbracciata, non vuole che le venga chiesto nulla ma vuole regalare l'anima, non vuole mostrarsi debole ma a tratti gli occhi le si riempiono di lacrime.
La strada è lunga stanotte.
Ma in fondo si tratta solo di spezzare in due lo schermo.

Domenica 19 Settembre 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 18:23
Venerdì 13 Agosto 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 15:35

- Io ho già bevuto abbastanza per oggi...
- Si ma un the lo prenderai con me? Per digerire.
- E va bene, va bene. Due the, nel mio mettici del latte.
- Cosa mi dici?
- Ma, niente:
Il paese è isolato dalla valle, dagli altri paesi con le loro comodità di sorta, giusto un tabaccaio che apre quando le tira, un alimentari monopolizzante e questo bar nemmeno troppo bello. C'è un ristorantino appena aperto, ma vedremo che ne sarà di lui. Un ufficio postale per ritirare quello sputo di pensione ogni mese. Un telefono pubblico, un punto informativo del Parco, una fontana e un monumento ai caduti. C'è una farmacia aperta un'ora ogni tre giorni. Un medico che riceve ogni tanto. Così quando qualcuno sta male arriva l'elicottero a prenderlo, e non l'ambulanza tradizionale, che attraverso queste impervie stradine arriverebbe parecchio tempo dopo e con gli infermieri paonazzi per le curve. E pensa allo spavento che il Sottoscritto si è preso questa mattina mentre ancora rotolava per il letto dopo aver tirato tardi la sera prima, sentendo le pale dell'elicottero Apache sopra la sua testa, arrivare di gran carriera per soccorrere l'ultimo malcapitato. Vietnam? Saigon? Per un attimo il sogno in corso si è tramutato in guerra fredda, poi sudore freddo e poi rapida coscienza di cosa stava accadendo, il cuore a mille per l'improvviso risveglio. E con l'immaginazione è stato facile pensare alla scena che là fuori stava accadendo: il Campione, fermo con il pallone sul dischetto degli 11 metri, mentre attendeva di battere il Portiere in un penalty decisivo per la partita mattutina. E questo gigantesco moscone con l'elica rumorosa atterrare placido a centrocampo, mentre infermieri e guardie mediche saltavano giù manco dovessero invadere il paese. Per un attimo gli sguardi si incrociarono, torbidi e diffidenti, poi ognuno tornò alle proprie occupazioni. Chi salverà una vita, chi, forse, una partita. Prese la rincorsa e tirò. La palla finì alta sopra la traversa nel nervosismo generale. L'elicottero sarebbe ripartito appena qualche minuto più tardi con il suo carico di agonia.

Giovedì 12 Agosto 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 15:00

- Ma è ancora aperto?
- Si dai, approfittiamone!
- Due Martini rosso, con ghiaccio.
- Ebbene ci sono novità?
- Più o meno:
Festa grande in paese in onore del santo patrono, per due giorni abbiamo addirittura l'orchestrina in piazza la sera. Imperdibile lo spettacolo di un trio tastiera-fisarmonica-voce che ieri ha dato il meglio di sè davanti ad una platea assente. Passa un cane, quache bambino corre qua e là, più per la sua natura intrinseca di bambino che non per la musica. I vecchi sulle panchine si tengono a debita distanza, scettici. Noi si cazzeggia sui gradini di una casa succhiando gelati. Il tastierista finge di suonare musiche latinoamericane riprodotte in realtà da un tastierone midi ma verrà pagato ugualmente al termine della serata. Nemmeno "Io vagabondo" viene cantata dal pubblico, come il gruppo avrebbe voluto. Forse era necessario visto che il testo viene clamorosamente sbagliato in più punti. La cantante prova a coinvolgere la gente (e a coinvolgersi) con l'uso di due maracas. Qualcuno azzarda che sono finte anch'esse: sono vuote e il suono esce dalla tastiera midi. Ohibò. Al termine della serata viene messa musica dance random: apre le danze "Dragostea din tei", e a dimostrare l'imprevedibilità di questa gente come per magia la piazza si riempie di cinquantenni truccati e stuccati che ballano sotto i lampioni già spenti per metà. Il gruppo frustrato per il successo di Dragostea scappa senza voltarsi indietro e noi si va tutti al campetto a veder le stelle. Sognando pannocchie arrostite e spaghettate di mezzanotte.

Mercoledì 11 Agosto 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 15:04

- Vieni al bar?
- Si, prenderò un gelatino!
- Un Cornetto e un Liuk, offro io
- Dunque, come procedono le cose?
- Mah, ti dirò:
Se c'è una cosa di cui non ci si può lamentare è l'assenza di zanzare, in compenso sul nostro balcone regnano sovrane le vespe. Sono anni che si intrufolano durante le pennichelle pomeridiane nella stanza e tentano di fare il nido nelle stecche che sorreggono il poster di Snoopy... Una battaglia ormai vinta dagli Umani con l'introduzione di pezzettini di carta igienica a tappare i fori, ma queste schifose ne sanno una più del diavolo. Quest'anno si sono invaghite delle porte Usb del portatile...è da ieri che tentano in ogni modo di depositarci le uova, così tocca ricoprire il pc con una maglietta quando non lo si usa. Son cose. Per non parlare delle mosche...saranno le mucche sotto casa e il loro prodotto ultimo che tanto le attira, saranno i cani rognosi che girano liberamente per il paese, sarà che qui puzziamo tutti, ma certo il camioncino della demuscazione che passa ogni 15 giorni sembra davvero non servire a niente. La fauna locale si completa con i già menzionati cani randagi; una delegazione di essi quest'anno ha preso possesso del casolare disabitato a fianco a noi, con tanto di cucciolata e mamma rompicoglioni che abbaia la notte quando voglio rientrare a casa all'ora che pare a me. Ma so portare pazienza: l'altr'anno ho atteso davanti casa che l'adorato canelupo di mio cugino mi riconoscesse per quasi un'ora, fifone davanti alle sue ringhiate cattive. Erano le quattro del mattino e ancora non potevo andarmene a dormire. Qualcuno ancora ride ricordando l'episodio, io un po' meno.

Martedì 10 Agosto 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 14:37

- Cosa posso offrirti?
- Avrei proprio voglia di una birretta fresca...
- Benissimo. Due birre, Toni!
- Dai com'è andata ieri?
- Siamo alle solite:
E' ufficialmente cominciato il torneo di calcetto e in paese non si parla d'altro. I vecchi del bar continuano imperterriti a giocare a carte nel retrobottega (e l'ottima temperatura glielo consente), ma per il resto l'ondata calcistica ha sommerso tutti, grandi e piccini. Ci sono le divise, finto-brasile per una squadra, finto-francia per un'altra, Di Fabio Turbogas per le altre due, ma insomma, ci si arrangia. Ci sono le coppe. C'è la finale, finalmente, dopo un torneo all'italiana con i soliti punti. C'è una grande cena finale, a cui il Sottoscritto mira ad arrivare senza spendere una goccia di sudore sul campo, forte del mio ruolo di panchinaro fisso. Come alle olimpiadi, anche qui ci sono una serie di regole da osservare per il corretto svolgimento della manifestazione: non si può entrare al campetto con abiti troppo succinti, per non distrarre i giocatori, non si possono introdurre cani randagi nelle vicinanze del campo (o almeno non devono superare il numero degli spettatori), i giocatori non devono chiacchierare con il pubblico mentre sono di turno in porta, pena il gol subìto quando meno se lo aspettano. Niente macchine fotografiche, niente videocamere, le cartoline si possono acquistare all'uscita del campo. L'arbitro, rigorosamente in pantofole, sarà scelto tra la gente che al bar si rende disponibile, e non dovrà essere parente di nessuno dei giocatori in campo, ma questo è impossibile in un paese di 70 anime. Infine, è vietato mettere nella stessa squadra il Padre e lo Zio onde evitare siparietti memorabili. Purtroppo qualche mattacchione ha fatto proprio in modo che succedesse e se ne sono già viste delle belle.

Lunedì 9 Agosto 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 15:40

- Te cosa prendi?
- Un caffè anche per me, grazie
- Due caffè allora.
- E allora, raccontami su.
- Guarda, niente di che:
C'è sullucchero nell'aria per l'arrivo della Signora, le elezioni portano cambiamenti, lo sai, danno sempre una ventata di freschezza, almeno nei primi tempi che seguono. Per prima cosa han terminato il campo di bocce, era li pronto da oltre dieci anni, han raccolto quelle centomilalire che mancavano, han tolto le ragnatele da dentro e ora quei quattro vecchi potranno giocare stando all'ombra, là dentro. Bene. Poi hanno ridipinto le strisce del campo di calcetto e hanno cambiato le reti delle porte togliendo quelle vecchie usate per le olive, ormai logore. Ora ci son quelle da peschereccio, più robuste dicono. Il Campioncino, opportunamente intervistato, dice che la palla rimbalza sulla rete e torna fuori. Hanno addirittura ridipinto il campo di tennis, ora non è più tutto nero senza strisce, ma è addirittura possibile giocarci per davvero. L'ombrellone nella sedia dell'arbitro? No dai, sono commosso. Che non ci faccia male tutto questo sport? Qui l'età media è 70 anni, poi dicono che hanno il fiatone. Ettecredo.

di · Categoria: Racconti · ore 13:18

La tortura peggiore per chi rimane in città d'estate è la TV; cè poco da dire...
...dalla mattina alla sera è un susseguirsi di fuffa allo stato brado: suonerie, loghi e messaggi sono più presenti di ogni altra forma di informazione (basti sommare la quantità di TG presenti sui nostri canali non a pagamento ed il confronto è presto fatto) ... per non parlare delle emittenti musicali che sembra si diano appuntamento per rimandare in onda o lo stesso special oppure la stessa canzone (presente anche negli spot delle suonerie) ogni ora!!! Mi ricordo qund'ero piccolo... almeno alla sera trovavo i film di Lino Banfi, Tomas Millian, Bombolo, Mario Brega e tutto il genere "trash" che ha segnato un'epoca, quiei film che ti facevano almeno passare le ore fresche della giornata ed eeri consapevole che erano "film estivi" ... ma invece ora non più, forse perchè troppo "osceni" (mah...)!? Certo è che io li ritengo meno tediosi (per essere fine) di una qualsiasi pubblicità ripetuta in loop 24 su 24!
Basta esco!
Come non detto: "la città è chiusa per ferie" ... l'Italia intera è come un negozio dove si comprano stili di vita, dove si vendono notizie belle e brutte, vere e false, dove si vendono immagini fittizie....ma ora è chiusa per ferie?! Eppure il tempo delle "grandi fabbriche" è tramontato, ma "l'italiano medio" preferisce fare statistica, numero sull'Autosole o sulla Salerno-Reggio Calabria (che apre i cantieri al 10 luglio circa fino al 30 settembre) altriment i TG che direbbero?

Lunedì 12 Luglio 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 16:00

Succede che Alberto Puliàfito, regista, nonchè autore de L'Indignato, organizzi un rodeo multimediale, sulla scia dei tanti blogrodei organizzati in passato da tante autorevoli personalità. Come al solito c'è un tema su cui ognuno può scrivere liberamente sviluppando una storia, un pensiero, una sceneggiatura... Il migliore viene questa volta premiato con la realizzazione di un cortometraggio prodotto da Alberto in persona. Incuriosito dalla cosa partecipo con il testo seguente, scritto pigramente sul divano il giorno prima di un esame, senza troppo pensarci su. Succede che non si vince, ma il sottoscritto porta a casa l'"ambitissimo" premio: Miglior soggetto "impossibile da realizzare", poichè in effetti il testo non è di facile trasporto in immagini. Che dire...grazie grazie, non me lo aspettavo, troppo buoni, non vi dovevate disturbare, ecc... Vabbè, ecco il mio stupidissimo e sconclusionato racconto. Dimenticavo: il tema era "BENVENUTI NELLA MACCHINA".

- Benvenuti nella macchina.
- Cosa?
- Benvenuti nella macchina - ripetè - è il tema da sviluppare per compito questa settimana.
Chiara chiuse il quaderno sorridente, si alzò dalla sedia e corse verso il fratello maggiore, steso sul letto.
- Ma che razza di tema sarebbe? Non vuol dire niente! - si lamentò il fratello.
- Beh non è vero, potresti dar spazio alla fantasia e interpretarlo in mille modi possibili, no? - lo interrogò Chiara con fare speranzoso.
- Si, si…un’altra volta magari ok?
- Dai fratellone lo so benissimo che non hai voglia ma per favore fatti venire qualche idea…tra pochi giorni dovrò consegnare il tema e qualcosa dovrò pur aver scritto… Lo sai che non sono una cima in queste cose. - disse Chiara facendo irresistibili occhidolci.
- Fammi pensare: benvenuti nella macchina… cosa potrebbe voler dire? Che so, un uomo entra in una macchina dove ad aspettarlo c’è un equipe di ingegneri che l’hanno progettata e gliela vogliono far provare. Così lui entra e loro soddisfatti in coro: “Benvenuto nella macchina!”…
Chiara sorrise. Amava sentire le cazzate che suo fratello si inventava ma sapeva che le sarebbe stato di grande aiuto se solo gli fosse venuta un’idea originale.
- Dai smettila! Ti pare abbia senso? - obiettò allora.
- Si, un pochino si. Altrimenti aspetta… C’è un computer che all’accensione ti dice: Benvenuto nella macchina! Come frase di apertura…uhm…no no troppo stupido. Senti non mi viene in mente niente, facciamo che ci penso, ci dormo su e poi ti so dire qualcosa, va bene? Benvenuti nella macchina…che razza di tema assurdo.
- Va bene va bene - si arrese Chiara.
Prese il quaderno dal tavolo dove l’aveva lasciato e andò di sopra nella sua cameretta. Chiara viveva in quella casa da ormai 12 anni con il padre e il fratello e conosceva ogni angolo della sua stanza. Riordinava spesso ogni cosa con maniacale precisione. Le magliette nel primo cassetto, il diario segreto nella seconda mensola, la chiave per aprirlo nel salvadanaio, i libri di scuola in libreria, le foto strappate del suo primo amore alle medie sul fondo del cestino, sempre pieno. Soltanto quel cestino si concedeva come unico posto “disordinato”. Entrando allegra e canticchiante quel pomeriggio le saltò quindi subito agli occhi un foglietto giallo fatto a pezzettini minuscoli e gettato nel cestino in cima al mucchio di altre scartoffie. Incuriosita dal foglio che sembrava non appartenerle, recuperò i pezzettini uno ad uno. C’era la finestra aperta così la porta sbattè per il vento e Chiara sobbalzò trafelata come se l’avessero colta con le mani nel sacco. Ricompose i pezzi per formare il testo così com’era e con orrore lesse la frase sul bigliettino giallo: “b e n v e n u t a  n e l l a  m a c c h i n a”. Un gridolino stridulo le uscì dalla bocca ma la mano che isitintivamente portò alla bocca tentò di soffocarlo sul nascere.
- Che bastardo! Ma che scherzi fa? - penso tra sè e sè Chiara, poi si accorse che il fratello non si era mosso da camera sua ed inorridì.
Girandosi per andar verso la porta scoprì il computer acceso. C’era una pagina tutta blu a tutto schermo e non era il solito errore di Windows. C’era scritto solo un breve testo in alto a sinistra: benvenuti nella macchina. Chiara non capì più nulla. Corse giù per le scale gridando aiuto e chiamando a gran voce il fratello ma non lo trovò nella sua stanza. C’era odore di marcio sulle scale e scesa al piano terra trovò la tv accesa su una televendita di pentole. Non c’era nessuno nella stanza ma la porta di casa era aperta.
Chiara uscì in giardino e non potè non accorgersi della bellissima macchina che era parcheggiata proprio sul vialetto di ingresso. Non era la macchina che aveva sempre conosciuto. Era un modello bellissimo, rosso, luccicante e sportivo. A bordo c’erano 4 persone, vestite di bianco. Chiara non distinse quasi chi fossero, nè se li aveva mai visti prima. Si avvicinò trafelata e chiese:
- Avete visto mio fratello? Chi siete voi? Di chi è quest’auto?
Non fece in tempo a terminare la domanda che in coro le 4 algide figure dissero in perfetto unisono:
- BENVENUTA NELLA MACCHINA!
Chiara corse via, impaurita. Vide persone per strada e tutte la salutavano con quella frase, i giornali nelle edicole aprivano con la stessa notizia senza senso: benvenuti nella macchina! C’erano manifesti con quella frase attaccati ovunque manco fosse periodo di elezioni, c’erano negozi con grandi cartelli attaccati alle vetrine, radio accese con canzoni dal contenuto insensato, perfino gente che indossava magliette dal messaggio alquanto criptico… ovunque si girasse vedeva quella scritta. Un uomo la afferrò per la camicetta appena svoltato l’angolo e Chiara non fece in tempo a dire niente.
- Ragazzina…benvenuta nella macchina! Benvenuta nella macchina! Benvenuta nella…m a c c h i n a !…

Chiara si svegliò. Non era più lungo le strade del suo quartiere, non c’erano pazzi che urlavano quella frase, non c’era più niente. Aveva sognato. La mente di una ragazzina di 12 anni l’aveva portata ad un volo pindarico assurdo. Si trovava su un divano, in una stanza semibuia. C’era lo stesso odore di marcio delle scale di casa sua. Abbastanza rincuorata si alzò, avvicinandosi all’unica flebile luce bianca che vedeva. Illuminava uno specchio malandato in un angolo. C’era una scritta strana fatta con il rossetto sulla superficie. Chiara preferì non leggere neppure. E scoppiò a piangere.

Giovedì 8 Luglio 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 01:54

(segue da seconda parte)
- Lei giovanotto dovrebbe fare più sport invece che passare le ore in biblioteca - berciò la vecchia
- Lei signora poterbbe pure farsi una padellina di cazzi suoi ogni tanto neh? - sparò l'obiettore senza pensarci troppo su.
- Il mio libro! - gemette l'uomo ancora in terra guardando verso il tombino.
- Veramente quel libro appartiene alla biblioteca - disse il giovane ancora ansimante per la corsa sfrenata
- Ma che importanza ha? Faccia finta che l'abbia preso a prestito. - disse stizzito l'uomo
- Già, ma lei non l'ha fatto. Ora dovrà ripagarlo lo sa? Si alzi e venga con me in biblioteca.
- Spero voglia scherzare. Ho tante cose da fare. Arrivederla. - e nel dire ciò l'uomo si alzò con inaspettata rapidità e corse via.
Il ragazzo rimase spiazzato per la seconda volta e non ebbe nemmeno la voglia di inseguirlo. La vecchia ridacchiando riprese il suo cammino. Il sole era ormai alto nel cielo e l'arcobaleno indicava che era da poco piovuto. La chiazza sui pantaloni dell'uomo che era da poco corso via era inequivocabile: o era caduto in terra in una pozzanghera o si era pisciato sotto. Chissà forse la vecchietta rise anche per questo.

Epilogo. Il ragazzo ripensò alla frase della vecchia e si decise a fare un pò di sport. Ogni sera iniziò ad andare a correre anche se non ottenne mai risultati brillanti. L'anziana massaia comprò le uova, fece una buonissima torta per la sua nipotina di 9 anni, e ne fù soddisfatta. Dell'uomo in incognito non si seppe più niente, ma venne ritrovato pochi giorni dopo un volumetto in biblioteca, nei pressi della lettera B anche se non esattamente al suo posto. Si trattava di una copia del medesimo libro rubato e poi perso in maniera tragibuffa dal losco figuro. Aprendolo, la direttrice si fece cadere un foglietto, inserito tra la pagina 45 e la 46 del libro. C'era scritto: "Vi lascio una copia nuova di questo libro, ho preso la vostra perchè mi piaceva la copertina e non si trova più in commercio. Inoltre nella nuova edizione la carta è troppo sottile, il carattere usato è piccolo e l'inchiostro tende a sporcare, insomma: un disastro. Scusatemi ma il libro per me è una cosa preziosa! P.S. Non raccontate balle, è impossibile inserire un foglietto tra la pagina 45 e 46 di qualunque libro!". Touchè.

(fine)

Martedì 6 Luglio 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 22:44

(segue da prima parte)
L'uomo non disse nulla, riprese da terra il libro, lo infilò nuovamente sotto il giaccone e iniziò a correre. Corse velocemente, cogliendo di sorpresa il ragazzo che sul momento non capì cosa intendesse fare. Corse, corse, corse sempre più in fretta, la biblioteca era grande ma non un anello olimpico così arrivò dopo circa 15 secondi davanti all'ingresso. Aprì il portone e fuggì. L'allarme scattò e l'insopportabile cicalino risuonò nell'aria nel panico generale e tra la gente vagamente stupita ed assopita dei corridoi e delle sale studio. Fù il principio del caos. I primi a scappare, allarmati per un possibile incendio furono i bambini della sezione ragazzi, seguiti da alcune mamme e un paio di ragazzi più grandi. La direttrice era scesa dagli uffici del piano di sopra e urlava come impazzita cos'è successo cos'è successo? fate tacere quell'allarme! L'obiettore era intanto arrivato nell'atrio dove gridava a gran voce presto! fermate quell'uomo! ha appena rubato un libro! Tra le risatine generali e un vociare indistinto di qualche simpaticone che fece notare che i libri da che mondo e mondo sono gratis in biblioteca e rubare non serviva poi a molto...
Ne nacque una discussione stupida che non riportiamo per sintesi e per buoncostume, e durante la quale lo strano signore guadagnò parecchi metri di vantaggio sui suoi inseguitori fuori in strada. L'obiettore lo rincorse ma non sembrava stargli dietro, l'uomo con libro e cappotto era maledettamente veloce. Nel mentre nell'ingresso della biblioteca, Gianni, conosciuto dai più come un povero matto che amava passeggiare da quelle parti cercando il profumo della vita, ritrovò berretto ed ombrello dell'uomo ed ebbe l'ottima pensata di portarseli via. Questo particolare non serve a niente, è una cosiddetta frase di contorno per allungare la storia ed arricchirla per renderla più realistica.
Il destino stava per compiersi ma non sempre ci si immagina quello che potrebbe accadere da un momento all'altro. Anzi mai, a dire il vero. Altrimenti l'uomo che scappava dal ragazzo avrebbe imboccato un'altra strada e non la stessa che percorreva in senso inverso la signora Gina, anni settantatre, massaia, diretta dal bottegaio perchè aveva finito le uova. BAM! Fù il suono della vecchia che si scontrò contro l'uomo facendo rintuzzare entrambi in terra. Il volumetto sotto il braccio dell'uomo cadde in terra rovinosamente e rintuzzando sul marciapiede si infilò bel bello nel tombino che stava alla sua base. L'uomo si voltò con sguardo terrorizzato malcelato dalle lenti scure degli occhiali, la donna bestemmiò in un dialetto a lei noto rialzandosi malandata. Giunse il ragazzo, col fiatone, e si fermò davanti a loro.
(segue)

Lunedì 5 Luglio 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 19:07

Raccontino surreale estivo partorito dalla mia mente offuscata e pigra... per chi ha voglia e tempo di leggerlo, verrà pubblicato a puntate per i prossimi tre giorni.

Era un edificio grande e alto, di colore grigio, con un portone monumentale sopra il quale campeggiava una scritta che non lasciava dubbi sul contenuto del palazzo: BIBLIOTECA. Ad un primo sguardo uno poteva anche scambiarlo per un palazzo come un altro, magari un'abitazione qualunque, ma il passante attento avrebbe sicuramente notato la scritta cubitale sopra il portone. Un uomo dall'aspetto losco, vestito con un giaccone pesante, berretto, occhiali scuri e con una sciarpa che gli copriva buona parte del volto si dirigeva in tutta fretta verso l'edificio. Entrando si tolse il berretto e chiuse l'ombrello che c'eravamo dimenticati di descrivere nella frase precedente. Appoggiò il tutto su una panca vicino all'ingresso, quindi si diresse rapido e deciso verso la zona "Narrativa italiana". Un ragazzo dietro il bancone si accorse di lui a causa del suo look sospetto e si mise a seguirlo senza farsi scorgere. Ad uno sguardo più attento avremmo chiamato il ragazzo "Obiettore" e il bancone "Sportello dei prestiti". L'uomo era giunto nel frattempo davanti alla lettera B: Beccaria, Bembo, Boccaccio, Boiardo, Boito... Guardava quei tomi innanzi a lui con passione e avidamente ne afferrò uno, che potremmo chiamare "Bastogne" di Enrico Brizzi, ma anche un altro se vi fa piacere, e lo infilò rapido sotto il giaccone. Il ragazzo era stupito dello strano comportamento dell'uomo ma rimase in silenzio ad osservare. Una mosca si posò garrula sul braccio dello strano uomo, che con un gesto di stizza la allontanò. Questo particolare sembra non avere nessuna utilità al racconto, in realtà ci siamo dimenticati di dire che l'uomo reggeva con il braccio il libro sotto il giaccone. Molti di voi lo sospettavano e hanno dovuto leggere ugualmente queste righe chiarificatrici. Chiedo scusa e proseguo. Il libro cadde a terra con fragore e il giovane fino a quel momento zitto e buono perse la calma.
- Scusi, dovrebbe fare più attenzione con quel libro - gli disse con tono comunque gentile.
(segue...)

Sabato 3 Luglio 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 11:22

Tre anni fa, l'esame orale e finivano gli anni del Liceo. Fin lì tutto facile.

Venerdì 2 Luglio 2004
di · Categoria: Racconti · ore 10:04

A casa di mia nonna, quando ero piccolo e ancora più innocente, seduto sul divano, circondato da cuscini ricoperti da tele forate di lana grossa con motivi floreali ricamati su colori sgargianti, leggevo riviste molto nonnesche, come Confidenze, o Intimità. Le lettere delle donne in quelle riviste mi piacevano moltissimo, ma più di tutto mi piacevano i fotoromanzi.
I tempi però sono cambiati, e a questi nuovi ritmi mal si adatta la forma mezzo statica e mezzo dinamica del fotoromanzo. un telefilm è più fluido, più simile, un libro rosa è più pieno, più fantasioso.
Occorre rifondare il fotoromanzo su basi diverse, come una performance live di incredibile audacia.
Realizzare un fotoromanzo in movimento richiede fantasia, intuizione, colpo docchio e velocità di esecuzione, come insegna Renzo Montagnani in Amici miei prima di fare quella grossa nel vasino del bimbo.
Si fa cosi':
Ci si aggira con un blocco bianco e un pennarello, e si osserva la gente.
Quando si individua una situazione che si crede di saper interpretare, si scrive un pensiero, o si fa un disegno rapidissimo, si strappa il foglio e lo si espone sopra la testa della vittima, come un fumetto vivente.
Il tutto dura pochissimo, il tempo di leggere il fumetto per quelli che in quel momento stanno guardando in quella direzione.
Poi via, subito, che si rischiano le botte, a rompere i coglioni alla gente.

Sabato 19 Giugno 2004
di TheEgo · Categoria: Racconti · ore 12:11

E' una soddisfazione andare agli esami e vedere che nonostante tutto i professori continuano a fare l'appello chiamando Turbato Thomas, matricola inesistente sempre presente ad ogni appello. La goliardata, l'estro maldestro del burlone di turno fa si che si materializzi in ogni facoltà, agli esami più disparati, senza però mai essere presente. E quasi non si ride nemmeno più, gli studenti del primo anno non conoscono quasi l'origine di questo nome, che sentito chiamare solo per cognome non ha praticamente senso ma la cui ironia si coglie solo grazie all'ingenuità del professore che lo chiama con Nome e Cognome. Ci si guarda attorno spauriti, attendendo il proprio nome, e cercando nella folla dove sia Turbato. Non c'è. Non è venuto nemmeno stavolta. E chissà se l'autore dello scherzo è presente e ride sotto i baffi. Sogno un giorno lontano dove mi presenterò ad un esame ormai già superato sotto il falso nome di Thomas... "Turbato!", chiameranno. E io mi farò avanti: "Eccomi.", nell'ovazione generale.