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Il presentimento che si faceva strada nel corso di questo Europeo diventa indelebile certezza a Vienna, quando Fabregas con tutta la freschezza dei suoi 20 anni mette dentro il rigore decisivo. Si rientra nell'alveo della Storia Recente, abitata dai fantasmi dei rigori e partite giocate completamente sui nervi. Tornano a vincere gli Altri, noi riprendiamo a cambiare ct, illudendoci che basti un colpo di spugna per lavare via i graffi del tempo. Quando invece i segni sulle nostre corazze arruginite si fanno più che mai sentire.
La Spagna ha meritato di batterci dopo secoli quasi più idealmente che per reali meriti sul campo. Partita bruttina, loro mantenevano il possesso palla mentre l'Italia sbuffava, sudava, arrabbattava, prolungava un'agonia mascherata da Dignitosa Resistenza. La verità che pochi di noi, sbavosi di vincere comunque, riuscivano a vedere, era quella di una squadra a scartamento ridotto, con molti giocatori impresentabili o caricati di speranze ma non istruiti a dovere. Si è perso per un rigore, quella questione di centimetri che due anni fa ci fece Grandi e ora ci rende naturalmente Normali: uno scartamento apparentemente ridotto quando in realtà nasconde un principio di indeterminazione atomica. Dove è facile confondersi, credere di essere vincenti (o perdenti, come stasera), trovare la consapevolezza di cosa si è assistito.

Questa Nazionale versione Donadoni ci ha lasciato una piccola "lezione di vita", il problema è che avvenuto in modo inconsapevole, istintivo. Nonostante avessero un luminoso futuro dietro le spalle, hanno tentato stoicamente (utopisticamente) di spostare più in avanti l'inevitabile cartello "Game Over". Logori, stanchi e disorganizzati, hanno tuttavia reagito alle critiche, mettendo in campo la Voglia di Vincere e la Passione Cieca e Assoluta per il proprio Mestiere, armi che possediamo da sempre e che sopravanzano anche quella classe e bravura che in parte possediamo. Eppure il Presente era a corta gittata, e sono finiti per sbattere contro il cielo colorato di rosso. Abbiamo sfidato ancora una volta il Tempo, l'abbiamo prima subìto (Olanda), poi ripreso per i capelli (Romania, Francia), e infine ci siamo ridotti a sfidarlo di nuovo sul suo terreno più congeniale. I calci di rigore: la Casualità mascherata da Destino, il Destino celato dalle Circostanze. Costretti dalla nostra stessa casualità di squadra, con i giocatori che questa volta non si sono abbracciati durante la visione dei rigori, sono rimasti soli ognuno alle prese con le proprie personali rese dei conti. Stavolta era un'Italia più disunita e confusa, e il Tempo ha vinto.
La Spagna ha meritato di batterci dopo secoli quasi più idealmente che per reali meriti sul campo. Partita bruttina, loro mantenevano il possesso palla mentre l'Italia sbuffava, sudava, arrabbattava, prolungava un'agonia mascherata da Dignitosa Resistenza. La verità che pochi di noi, sbavosi di vincere comunque, riuscivano a vedere, era quella di una squadra a scartamento ridotto, con molti giocatori impresentabili o caricati di speranze ma non istruiti a dovere. Si è perso per un rigore, quella questione di centimetri che due anni fa ci fece Grandi e ora ci rende naturalmente Normali: uno scartamento apparentemente ridotto quando in realtà nasconde un principio di indeterminazione atomica. Dove è facile confondersi, credere di essere vincenti (o perdenti, come stasera), trovare la consapevolezza di cosa si è assistito.

Questa Nazionale versione Donadoni ci ha lasciato una piccola "lezione di vita", il problema è che avvenuto in modo inconsapevole, istintivo. Nonostante avessero un luminoso futuro dietro le spalle, hanno tentato stoicamente (utopisticamente) di spostare più in avanti l'inevitabile cartello "Game Over". Logori, stanchi e disorganizzati, hanno tuttavia reagito alle critiche, mettendo in campo la Voglia di Vincere e la Passione Cieca e Assoluta per il proprio Mestiere, armi che possediamo da sempre e che sopravanzano anche quella classe e bravura che in parte possediamo. Eppure il Presente era a corta gittata, e sono finiti per sbattere contro il cielo colorato di rosso. Abbiamo sfidato ancora una volta il Tempo, l'abbiamo prima subìto (Olanda), poi ripreso per i capelli (Romania, Francia), e infine ci siamo ridotti a sfidarlo di nuovo sul suo terreno più congeniale. I calci di rigore: la Casualità mascherata da Destino, il Destino celato dalle Circostanze. Costretti dalla nostra stessa casualità di squadra, con i giocatori che questa volta non si sono abbracciati durante la visione dei rigori, sono rimasti soli ognuno alle prese con le proprie personali rese dei conti. Stavolta era un'Italia più disunita e confusa, e il Tempo ha vinto.
Mettiamola così, il ragionamento è molto semplice:- L'Europa è un sottoinsieme del Mondo
- La dicitura Campioni d'Europa non ha molto valore se c'è già qualcuno che è Campione del Mondo
(é come essere un gradino sotto, Papa-Vescovi, Preside-Insegnanti, Presidente-CapoReparto...)
- Siamo i Campioni del Mondo
- Dunque siamo anche Campioni d'Europa
Corollario: Non ha alcuna importanza quanto è accaduto ieri sera. Alcuna.
Al contrario di due anni fa, quando mi chiedevo come diavolo potessero rinunciare ad Italia Germania i fans dei Sigur Ros accorsi a Ferrara per il loro concerto, domani non sarò nella consueta saletta Ciccsoft a guastarmi il fegato con Italia-Francia.Sarò a godermi lo Spettacolo qui, mentre voi patirete come cani dietro 11 scarponi ormai da pensione. Nel caso vada di culo, mi unirò al chiasso festoso per le strade di Milano, altrimenti almeno il sottoscritto tornerà a casa soddisfatto. In bocca al lupo!
P.S. Che poi giusto un popolo di boccaloni come noi può credere ancora che una squadra che perde dall'Olanda e pareggia dalla Romania batta la Francia.
Tutto mi è stato più chiaro mentre rimiravo orde ubriache di olandesi che bevevano a canna dalle botti di birra. Il clima europeo da "fan-zone" piombava inaspettatamente anche nelle strette vie del centro di Ferrara, mentre a Berna l'Olanda seppelliva l'altra Grande Vecchia del calcio mondiale, l'odiata Francia. Le insopportabili urla arancioni mi strappavano comunque un sorriso, e la consapevolezza che non è più la nostra ora, che a questo giro tocca a qualcun'altro. Il senso dell'irripetibile si tingeva di azzurro sbiadito.
Dopo una partita come Italia-Romania, il trionfo dell'approssimazione e dell'incertezza, la vittoria mondiale assume contorni ancora più mitici. Germania 2006 è stato davvero l'ultima possibilità per salire sul treno della Gloria per una generazione di calciatori che molto prometteva, e che ora non sa più mantenere. Qui in Svizzera invece le congiunzioni astrali favorevoli ci hanno abbandonato, riportandoci su un piano molto più terreno. Avversarie toste, fresche e pimpanti come l'Olanda o guardinghe e quadrate come la Romania; condizione fisica precaria, boccheggiante e arraccante; motivazioni incerte, un muro pieno di autunnali crepe emotive. Stiamo scivolando fuori dall'Europeo, eppure stiamo regalando le partite più vibranti della manifestazione, proprio perchè riempite da tutti i nostri umani limiti. Sfilacciati, privi di una collosa coesione che ci trasformi in squadra organizzata, l'evidenza di non essere i più forti offre prestazioni raffazzonate, che sollevano molta polvere ma lasciano con poco in mano. Comunque vada, non c'è futuro per questa Nazionale, che può strappare con i denti e con la fortuna solo ulteriori scampoli di luce presente fuori tempo massimo.

Dato che il Calcio delle Nazionali (e il Calcio in generale) va aldilà dei semplici gol regolari non assegnati o dei rigori miracolosamente parati, la questione centrale che è scoppiata ieri a Zurigo è un'altra. Quale clamorosa goduria inconscia ci sta offrendo il girone dell'Italia? Una sceneggiatura a mio avviso commovente con scenari grotteschi. Le due finaliste mondiali subiscono entrambe un pareggio con le badanti rumene, e vengono sonoramente sculacciate dalle arancie terribili. Ora si ritrovano ad affrontare uno scontro fratricida con la terribile consapevolezza che potrebbe comunque risultare inutile. Questa è autentica "droga" per i tifosi della Nazionale di Calcio, abituati a patetici intrecci che rimandano l'accettazione della Realtà e prolungano la dolce agonia televisiva. Ieri sono piovute dosi nelle vene calcistiche, e di nuovo sono qui a idolatrare questo calcio internazionale di giugno, così pasticcione, approssimato, fresco e adrenalico e, soprattutto, sospettosamente casuale. Salta la logica, ci si perde in calcoli da astrofisici sulle millemila possibilità di combinazioni dei risultati, disperatamente aggrappati a quella piccola percentuale che il nostro spacciatore di fiducia possa concederci ancora un'altra dose tagliata male.
Dopo una partita come Italia-Romania, il trionfo dell'approssimazione e dell'incertezza, la vittoria mondiale assume contorni ancora più mitici. Germania 2006 è stato davvero l'ultima possibilità per salire sul treno della Gloria per una generazione di calciatori che molto prometteva, e che ora non sa più mantenere. Qui in Svizzera invece le congiunzioni astrali favorevoli ci hanno abbandonato, riportandoci su un piano molto più terreno. Avversarie toste, fresche e pimpanti come l'Olanda o guardinghe e quadrate come la Romania; condizione fisica precaria, boccheggiante e arraccante; motivazioni incerte, un muro pieno di autunnali crepe emotive. Stiamo scivolando fuori dall'Europeo, eppure stiamo regalando le partite più vibranti della manifestazione, proprio perchè riempite da tutti i nostri umani limiti. Sfilacciati, privi di una collosa coesione che ci trasformi in squadra organizzata, l'evidenza di non essere i più forti offre prestazioni raffazzonate, che sollevano molta polvere ma lasciano con poco in mano. Comunque vada, non c'è futuro per questa Nazionale, che può strappare con i denti e con la fortuna solo ulteriori scampoli di luce presente fuori tempo massimo.

Possibili titoli dei quotidiani sportivi di domani:- ITALIA: CHE PASSIONE!
- ITALIA: AVANTI TUTTA
- ITALIA: CHE CULO!
- ITALIA: CHE SFIGA!
- TUTTO VERO: TORNIAMO A CASA
- DONADONI SANTO SUBITO - prova convincente degli azzurri: indovinate le scelte del tecnico: segnano Del Piero e Chiellini
- CAOS NEL CAMPO ROM DI NAPOLI - incendiate alcune baracche dopo la cocente sconfitta della nazionale italiana agli Europei di calcio
- CON LA FRANCIA SARA' DENTRO O FUORI
- ITALIA VINCE MA NON CONVINCE
- GRIGIO PAREGGIO: L'ITALIA AD UN PASSO DALL'ELIMINAZIONE
- CHE BOTTA! ITALIA-ROMANIA 0-2
- BUONA LA SECONDA: ANDIAMO AVANTI
- L'ITALIA RESTA IN GIOCO
- ITALIA: CHE COMBINI? - Eliminati dopo soli 180 minuti di pessimo calcio. Donadoni atteso a Fiumicino da quelli di Forza Nuova, mentre in serata sarà a cena dal premier Berlusconi. Probabile l'interim.
AGGIORNAMENTO POST PARTITA: Forse era più adatto ITALIA, CHE CULO MA CHE SFIGA!
In attesa dell'agguerrito aperitivo di domani tra badanti rumene e bamboccioni italiani, per stemperare la Tensione vi serviamo un post per punti su questo Europeo francamente povero di contenuti tecnici, quasi snobbato persino dagli svizzeri e dagli austriaci che vedono il calcio come un'invasione dell'ordine precostituito. Il pane per chi non ha i denti, come sempre.- Forse non tutti sanno che è possibile vedere le partite in diretta anche via streaming, sul sito della Rai (cliccando su "La Diretta"). La qualità è decente, la fluidità pure, direi si tratta dell'unica innovazione tecnologica (a parte la diffusione in 16:9 sul digitale terrestre...) della Rai per questi Europei, altrimenti ferma ancora a Franco Lauro, Enrico Varriale, Amedeo Goria, ecc. Credo sia possibile la visione, per motivi di diritti, solo a chi si collega dall'Italia. Inoltre, vi raccomando di ignorare l'avviso dell'installazione dell'inutile plugin per Microsoft Silverlight (il flash scascio di Bill Gates) e di cliccare per la visione in formato wmv.
- Rimanendo in tema Rai, Aldo Grasso lo spiega molto meglio di me, ma la rassegnazione che pervade il telespettatore ad ogni evento trasmesso dalla tv parastatale giunge puntuale non appena compaiono in studio le facce d'altri tempi (quali, poi?) di Paola Ferrari e Franco Lauro. Quando finirà questo tafazzismo mascherato da "valorizzazione delle professionalità interne" che obbliga la Rai ad agghindare con ghirlande vetuste produzioni di eventi moderni e super tecnologici? Basta fare un confronto tra una domenica qualunque a Sky, e una giornata-tipo di Euro2008 su RaiUno. Confronto impietoso per volti, stile e contenuti. Misteri delle assunzioni bloccate e delle posizioni di anzianità intoccabili. Nel frattempo, qui ci si riduce a sopravvalutare addirittura Marino Bartoletti, che dispensa perle assolute (con effetto di glaciare lo spettatore), ma perlomeno mostra di sbattere le ali (da pulcino bagnato) nella paludosa RaiSport. Il giorno di Italia-Olanda ha avuto il "coraggio" (tale si tratta, nel piattume generale degli interventi tecnici...) di portarsi in tasca un'arancia. Gesto epocale.
- Ma quanto è inutile e ridondante la mini-porta lanciata da Decathlon? Ne sono venuto a conoscenza tramite lo spot che imperversa durante gli intervalli delle partite, e dato che me lo sto guardando più o meno tutte, ogni volta mi chiedo chi possa essere il Frescone che spenda 30 euro per questo... oggetto? Due maglioni o due zaini sono sempre stati più che sufficienti per giocare al parco partitelle improvvisate tra amici o stranieri di passaggio. Serve forse per evitare di andare a raccogliere la palla? Fine delle avventurose immersioni sotto le auto parcheggiate, o dei passaggini buffosamente ribaltati. Oppure risolve la drammatica questione della traversa immaginaria? L'anarchico "ALTA" soppresso da una mini porta del Decathlon? Dopo il No al calcio moderno, un altro pollice verso per il calcio "da strada" moderno.
- Nel mare di speciali da seguire, non può mancare l'ormai (per me, almeno) imprenscindibile Sistema WM, covo di blogger che dispensa "pillole di saggezza" e disegna ritratti "naif" sull'Europeo. La finezza dissacrante e l'acume tecnico-tattico ne fanno il blog di riferimento di Euro2008 (assieme a Ecce Pred'houmme), il mio modo di descriverli ne fa invece di me loro probabile bersaglio...
Il Socio nel post precedente inquadra bene le dimensioni dello "psicodramma": sconfitta molto psicologica, quella contro l'Olanda, sotto diversi aspetti.
Ragionando però in prospettiva, concediamoci una liberatoria ammissione. Diciamocelo, ora siamo tutti quanti un po' più sollevati, dopo aver assistito al massacro della nazionale campione del mondo in carica. Questo clima tranquillo da pascolo sui prati verdi della Svizzera lasciava presagire bruschi risvegli e puntualmente, il Disastro si è compiuto. Ora si ripiomba in un terreno a noi più consono, la famigerata Ultima Spiaggia, il topos giornalistico della Partita della Vita, del Riscatto, della Resurrezione. Evidentemente sappiamo fare solo i miracoli, la normale amministrazione proprio non ci garba.
E dunque attendiamo la sfida decisiva di venerdì prossimo contro la Romania con il sorriso stampato sulle facce (ancora incredule guardando il punteggio di ieri sera) e le birre belle fresche in frigo. Finalmente la retorica sui Campioni del Mondo è spazzata via, Donadoni è tornato ad essere un brocco capitato lì per caso, i giocatori da semidei riassumono le sembianze di figuranti senza nerbo, fiato, palle, ecc. Dai, diciamocelo a noi stessi, che non vedevamo l'ora. Il vero Europeo italiano, quello del "tutti a casa" oppure della Riscossa "inaspettata", deve ancora iniziare.

Impossibile però non fare i conti con l'assurda disfatta di ieri sera. Il campo ha sentenziato le nostre mancanze su tutti i fronti: fisico (i nostri contropiede venivano abortiti per mancanza di fiato), mentale (vero, una mezza reazione c'è stata, ma non ringhiosa, e in generale la sensazione di annebbiamento e confusione era palpabilissima) e tattico (Donadoni ha clamorosamente toppato la formazione, non tanto per gli uomini schierati quanto per la disposizione in campo). Le dimensioni rotonde del risultato (3-0, fatico a ricordarmi simili spettacoli penosi) indicano che non esiste nessun appiglio plausibile, sebbene le circostanze del gol potrebbero offrire qualche spunto, ma è stata una sconfitta a priori, anche se è scontato affermarlo a posteriori. Eppure l'evidenza è sotto gli occhi di tutti: non esiste un'idea granitica di questa Nazionale. Donadoni ha lavorato di ricamo, senza plasmare, con il risultato di avere un abbozzo di squadra, un reticolo pieno di buchi e collegato da fili sottili. Laddove Lippi aveva letteralmente forgiato un monolito azzurro, ora invece ci ritroviamo una Nazionale Italiana che non fa della difesa il suo punto di forza (!), che si permette di schierare un centrocampo a tre con giocatori spompati, con un attacco friabile come un grissino. Chiedere scusa è un gesto politicamente accorto, forse sufficientemente retorico per rituffarci nel mare delle nostre angoscie nel quale diventiamo squali, ma potrebbe anche suonare come una resa anticipata. O, peggio ancora, come un'ammissione dei propri limiti. Sospinto da pesanti ricordi mondiali che fanno da zavorra piuttosto che stimolo per il Riscatto, nell'aria dei pascoli svizzeri spira il forte vento dell'Inevitabile.
Ragionando però in prospettiva, concediamoci una liberatoria ammissione. Diciamocelo, ora siamo tutti quanti un po' più sollevati, dopo aver assistito al massacro della nazionale campione del mondo in carica. Questo clima tranquillo da pascolo sui prati verdi della Svizzera lasciava presagire bruschi risvegli e puntualmente, il Disastro si è compiuto. Ora si ripiomba in un terreno a noi più consono, la famigerata Ultima Spiaggia, il topos giornalistico della Partita della Vita, del Riscatto, della Resurrezione. Evidentemente sappiamo fare solo i miracoli, la normale amministrazione proprio non ci garba.
E dunque attendiamo la sfida decisiva di venerdì prossimo contro la Romania con il sorriso stampato sulle facce (ancora incredule guardando il punteggio di ieri sera) e le birre belle fresche in frigo. Finalmente la retorica sui Campioni del Mondo è spazzata via, Donadoni è tornato ad essere un brocco capitato lì per caso, i giocatori da semidei riassumono le sembianze di figuranti senza nerbo, fiato, palle, ecc. Dai, diciamocelo a noi stessi, che non vedevamo l'ora. Il vero Europeo italiano, quello del "tutti a casa" oppure della Riscossa "inaspettata", deve ancora iniziare.

L'arroganza è presentarsi al primo appuntamento importante con il mantello da Campioni del mondo, consci di un ruolo difficile da indossare ma pienamente meritato, con quell'appagatezza e spavalderia di chi non ha niente da perdere. Passare dalle stelle alle stalle in maniera così brusca fa male, molto, e a pensarci viene voglia di riporre la scaramantica maglia del 2006 nell'armadio per non indossarla più. Non siamo più i migliori e ci teniamo a sottolinearlo nel peggiore dei modi possibili indossando fin da subito la maglia dei Perdenti, dei Peggiori del torneo fino a questo momento. Peggiore schiaffo all'Italia calciofila non si poteva dare. Manca sopra ogni cosa il gioco e l'intenzione di combinare qualcosa in quel rettangolo di gioco: ieri sera ci è parso vedere un gruppo spaesato come se non conoscesse le regole o sapesse in quale direzione correre.Mancano le palle di Lippi, il culo di Prodi, lo scandalo di Moggi e quella voglia di alzare la testa e provare a far sorridere un popolo che chiede di divertirsi almeno ogni due anni dimenticando per un mese di essere in mezzo alla monnezza e all'intolleranza dilagante.
Una partita e il sogno svanisce, due anni dopo il vento è cambiato e siamo di nuovo l'Italietta del dentro o fuori, dei patemi, dei fiumi di inchiostro di critiche e nervosi - compresi questi - e delle recriminazioni su un gol dubbio che conta, nel bilancio complessivo di una serata disastrosa, come il due di coppe quando briscola è spade. Speravamo in un risveglio meno brusco ed è andata come molti in fondo allo stomaco sentivano, ora gambe in spalla tornate subito a farci sognare. O almeno a dormire un poco, che poi il resto verrà da se'.
La domanda risuona sempre come il grido di battaglia della più feroce banda di ultras: che pizza prendi? In quel momento capisci che è giunta l'ora di scendere in campo, senti tutto il peso della nazione sulle tue spalle, senti il rito compiersi per l'ennesima volta. Finalmente sei trasformato in un perfetto esempio di cieco tifo calcistico popolare, la tua benzina è la cocacola, il tuo credo sono le vocali allungate allo spasimo da Pizzul.Si chiama "magia" da rito collettivo, dove la moltitudine di cui ti circondi ogni 2 anni nelle calde sere estive di giugno è rappresentata da uno sparuto gruppo di amici-amiche. Cambiano le disposizioni sul divano e pavimento (non toccatemi il sacro scranno mundial) ma il luogo del ritrovo resta immutato, da otto anni a questa parte. Abbiamo iniziato per caso in occasione di un Turchia-Italia 0-2 di una domenica pomeriggio, per gli Europei del 2000 quando scoprimmo le gioie inerrarabili delle invasioni di piazze, vie, centri storici. Quando un litro di bibbbite (con tre b, sì) non bastava a lavare via tutto il sudore consumato per colpa di mille rigori parati e riparati, e una bandiera mordicchiata ad asciugare increduli lacrime per i laccetti tricolori strappati da una coppa che pareva conquistata.
Da allora non c'è più stato evento calcistico che non l'abbia seguito nel quartier generale di Ciccsoft assieme al Socio. Abbiamo assistito ai finti mondiali in Corea e Giappone, le partite a ora di pranzo che facevano saltare le lezioni a ingegneria, i pugni sul pavimento per colpa di un arbitro ecuadoregno. Abbiamo imprecato, ma nemmeno così tanto, al biscotto scandinavo che ci ha fatto ingoiare Euro2004.
A colpi di inni nazionali e tv formato 14" (incuranti di maxischermi e televisori al plasma altrui) si è scolpita sui muri di quella tavernetta la fama di Perdenti, e con questa consapevolezza ci siamo messi a sedere, quasi uno sopra l'altro, la sera di Italia-Ghana. Finita la partita si schizzava via subito per i "caroselli", su una Punto verde anche lei troppo piccola per farci stare tutti quanti, bandiere annesse. E poi una partita dopo l'altra, tra un colpo di culo e un sigaro lippiano si è arrivati allo zenit dell'abbraccio al televisore al gol di Del Piero a Dortmund, alla pizza che ora porgevamo garbatemente in faccia ai tedeschi, a un abbraccio veramente spontaneo e infantile che, provate a chiederlo a chi c'era in quella tavernetta, non si dimentica. Sono ricordi innocui, momenti di vita sì ma fatti di "non vita", chè il calcio, si sa, è una cosa venduta, commerciale, una moda (che dura da 100 anni). In quel momento la tavernetta ha smesso di essere un covo di Perdenti per diventare una ratatouille di ragazzi che stavano imparando a vincere un mondiale. Di lì a pochi giorni, avrebbero fracassato le casse della Punto verde su e giù per Corso Giovecca e Viale Cavour.
Tra poco si apre un nuovo capitolo della Saga dei Grandi Eventi Calcistici. L'Europeo 2008 in Austria e Svizzera: tra vacche e latte, tra cioccolata e banche, tra chiome bionde e prati verdi, con il meglio del calcio moderno. Basta ricordare che agli ultimi mondiali in Germania, 4 semifinaliste su 4 erano europee. Vincerlo conta di meno, per il cuore e per l'onore, ma tecnicamente vale molto di più, tale è l'equilibrio di squadre e l'assenza di materassi arabi o giamaicani. Si potrebbe parlare di pronostici, del fatto che sarebbe anche ora che la Spagna vincesse qualcosa, o del fatto che gira e rigira, le squadri più forti rimangono Italia e Francia. Ma per la prima volta, nella recente storia personale e quindi collettiva, ci presentiamo da Campioni del Mondo. Quindi, diventiamo automaticamente "sfavoriti", dato che solo climi da ultima spiaggia riescono a trasformarci in vincenti. Sarà strano sedersi sullo sgabellino, lunedì sera per Olanda-Italia, appagati e sazi dopo quel trionfo generazionale di due anni fa. Esulteremo in modo contenuto? Faremo spallucce se eliminati al primo turno? Prenderò una semplice margherita oppure opterò per il mio personalissimo grido di battaglia: "una wurstel, grazie"?
Nel mentre, le casse della Punto verde ancora gracchiano, mai riparate dopo i guasti bagordi della notte di Berlino.
La mezzanotte della Cenerentola nerazzurra era scattata mercoledì 11 marzo, dopo che Cappuccetto Rosso si era mangiata in due bocconi il timido Biscione versione europea. L'inspiegabile, ma in realtà scontatissimo, siluramento di Mancini si era già consumato nella sala stampa di San Siro, per mano dello stesso allenatore. E' vero, poi si è vinto uno scudetto, il più bello e sofferto di questi ultimi tre anni, ma la sbroccata manciniana aveva aperto il vaso di Pandora. La scarpetta di cristallo, delle vittorie consecutive, dei mille punti di distacco si è staccata dal fragile piedino dell'Inter che, improvvisamente, si è riscoperta normale. E quindi più nevrotica di tutti.

Normale, sul piano del gioco e dei risultati, lo era diventata già dall'inizio del 2008, dopo una prima parte di stagione su livelli stratosferici come prestazioni (fisiche, più che di gioco) e risultati. L'apice lo si è toccato nel derby natalizio, l'ennesima partita in cui si dimostrò che la vittoria l'Inter non se la costruiva o guadagnava, semplicemente decideva di andarsela a prendere, e la prendeva.
Nel girone di ritorno invece la squadra si è sfaldata sotto il peso di una serie quasi imbarazzante di infortuni, e di un'Europa da conquistare. Si è iniziato a giocare partite alla pari con le altre squadre di Serie A, si è smesso di correre e di imporre la propria muscolarità, e come ovvia conclusione, si è anche iniziato a perdere. L'inerzia era il carburante di una squadra a pezzi fisicamente, tenuta insieme solo dal morale e dalla dignità di chi non poteva perdere uno scudetto già vinto. Paradossalmente, penso che se Mancini non avesse sbroccato quella sera della sconfitta col Liverpool, forse avrebbero perso davvero il campionato. Quello sfogo assurdo e improvviso, e subito ricucito come se nulla fosse, ha messo alla luce un disagio che, se l'avessero lasciato circolare nei corridoi della Pinetina, avrebbe prodotto altre figuracce. I riflettori sui malumori interni, sono stati il collante che ha evitato la caduta verticale. Il crollo c'è comunque stato, ma una Roma adolescienziale non ha saputo approfittarne, tanto che più di vittoria dell'Inter, si dovrebbe parlare di sconfitta giallorossa.

L'aspetto forse più affascinante di questo campionato è stato il suo intrecciarsi a doppio filo con le vicende tragicomiche nerazzurre. Siamo stati un po' tutti osservatori di un'Inter incapace di accorgersi di quello che era ormai evidente: che l'incantesimo era, non dico finito, ma sospeso.
Fino all'ultimo (derby perso con il Milan, pareggio con il Siena) hanno voluto affidarsi all'inerzia, quasi che si dovesse vincere per volere divino, per manifesta superiorità nei mezzi e nelle intenzioni, ma non nella pratica. L'Inter si sentiva forte, ma non ha saputo rendersi conto che stava perdendo uno scudetto, che era ritornata normale. Sabato sera, mentre ero impegnato nella trasferta di lavoro ravennate, ho visto sventolare bandiere nerazzurre nonostante la Coppa Italia l'avesse vinta la Roma. Il simbolo di una stagione in cui si doveva vincere e si è vinto, di una convinzione irriducibile che va aldilà del campo, del gioco e del risultato e rasenta il patetico. Scene simili di una convinzione radicata all'interno della propria fazione che si afferma sulla Realtà, se ne sono viste anche nella Roma seconda ma "moralmente prima". E' un calcio identitario, dove persino i risultati sono scavalcati dall'umore delle sue componenti: i tifosi integralisti, i calciatori piagnoni, le società schizofreniche. Vincere non è che non basta più, semplicemente è un corollario alla messa da celebrare, diventa relativo, interpretabile e manipolabile. E dunque si gioisce se si sprecano occasioni, si licenziano allenatori vincenti, si sprecano ulteriori miliardi per perfezionare il perfetto. Un calcio onanistico dove si gioca in 11 contro se stessi.

Nel girone di ritorno invece la squadra si è sfaldata sotto il peso di una serie quasi imbarazzante di infortuni, e di un'Europa da conquistare. Si è iniziato a giocare partite alla pari con le altre squadre di Serie A, si è smesso di correre e di imporre la propria muscolarità, e come ovvia conclusione, si è anche iniziato a perdere. L'inerzia era il carburante di una squadra a pezzi fisicamente, tenuta insieme solo dal morale e dalla dignità di chi non poteva perdere uno scudetto già vinto. Paradossalmente, penso che se Mancini non avesse sbroccato quella sera della sconfitta col Liverpool, forse avrebbero perso davvero il campionato. Quello sfogo assurdo e improvviso, e subito ricucito come se nulla fosse, ha messo alla luce un disagio che, se l'avessero lasciato circolare nei corridoi della Pinetina, avrebbe prodotto altre figuracce. I riflettori sui malumori interni, sono stati il collante che ha evitato la caduta verticale. Il crollo c'è comunque stato, ma una Roma adolescienziale non ha saputo approfittarne, tanto che più di vittoria dell'Inter, si dovrebbe parlare di sconfitta giallorossa.

Fino all'ultimo (derby perso con il Milan, pareggio con il Siena) hanno voluto affidarsi all'inerzia, quasi che si dovesse vincere per volere divino, per manifesta superiorità nei mezzi e nelle intenzioni, ma non nella pratica. L'Inter si sentiva forte, ma non ha saputo rendersi conto che stava perdendo uno scudetto, che era ritornata normale. Sabato sera, mentre ero impegnato nella trasferta di lavoro ravennate, ho visto sventolare bandiere nerazzurre nonostante la Coppa Italia l'avesse vinta la Roma. Il simbolo di una stagione in cui si doveva vincere e si è vinto, di una convinzione irriducibile che va aldilà del campo, del gioco e del risultato e rasenta il patetico. Scene simili di una convinzione radicata all'interno della propria fazione che si afferma sulla Realtà, se ne sono viste anche nella Roma seconda ma "moralmente prima". E' un calcio identitario, dove persino i risultati sono scavalcati dall'umore delle sue componenti: i tifosi integralisti, i calciatori piagnoni, le società schizofreniche. Vincere non è che non basta più, semplicemente è un corollario alla messa da celebrare, diventa relativo, interpretabile e manipolabile. E dunque si gioisce se si sprecano occasioni, si licenziano allenatori vincenti, si sprecano ulteriori miliardi per perfezionare il perfetto. Un calcio onanistico dove si gioca in 11 contro se stessi.
Accomunati dalla passione per il calcio e per il Manchester United siamo andati al Druid’s Rock a vedere la finalissima di Champions League.
Adulti abbastanza, noi quattro, da dover venire a patti, almeno a volte, con quello che più si attiene all’età adulta: moralità, serietà, coerenza, attaccamento alle solide basi del reale. Eppure presenti davanti al Manchester United come cerbiatti o stambecchi attirati al ruscello. Non si può non amare il Manchester United, se quel pallone che rotola sta alla tua vita come i globuli rossi al sangue.
Non c’è molto da fare al Druid’s Rock: non servono da mangiare, non c’è grande fantasia nel menu, anzi non esiste proprio il menu. Però ci sono le sciarpe delle squadre di calcio incollate sul soffitto di legno, ed è stupenda quell’arcata, c’è la bandiera del Galles, un sacco di locandine dei film, vecchie bottiglie di rum e whiskey e una foto di Russel Crowe al bancone, incorniciata, con sotto la scritta a penna, gigante, esitante: "Russel Crowe", a caratteri cubitali, così che ti resti impresso almeno qualcosa da raccontare agli amici, il giorno dopo, nonostante la birra, ehi quel pub, sapete, c’è stato anche Russel Crowe e non aveva una bella faccia. Il Druid's Rock è il locale degli inglesi a Roma. Accogliente e informale, a due passi dalla Stazione Termini. In pratica è come stare a casa, però con l’odore delle ascelle di Bobby Charlton al posto del Vape.
Ci mettiamo lì, noi quattro, in piedi, in mezzo agli inglesi, tutti inglesi, solo inglesi: il primo derby inglese della storia in una finale di Champions. I tifosi del Chelsea presenti sono in larghissima maggioranza di colore: ragazzi neri piuttosto a modo, vestiti casual. Quelli del Manchester United sono decisamente più rustici. La partita è bellissima, Cristiano Ronaldo segna e tutti ci vengono addosso: Yyyeaaah! Il Manchester United è superiore, la gente vestita di rosso comincia ad annuire: si fa a turno per andare a prendere da bere. Qualcuno resta col naso appeso verso il monitor sopra la cassa, la mano coi cinque euro a mezz'aria, mentre l'ennesimo tiro finisce fuori di poco.
Come può esserci qualcuno al mondo a cui il calcio rimbalzi addosso? Non riesco a comprendere come possa esistere una persona che davanti al Manchester United, la squadra dei ferrovieri dello Yorkshire, non si commuova, non decida di cambiare stile di vita, modi, abitudini. Il Manchester United: sono lì a tifare Manchester United e mi piace ostentarlo: sono dei vostri, odio il Chelsea del petroliere mafioso, odio il Chelsea dell’ebreo Grant, l'allenatore che non fa giocare nemmeno per un minuto il grande Sheva. Come si fa? Come si fa? E’ la domanda che gonfia le guance di tutti quando Ferguson toglie Rooney ai supplementari: not Roney! Mi aspetto di vederlo uscire dall’inquadratura, Rooney, raccogliere la felpa dalle mani del dirigente accompagnatore e comparire accanto a noi quattro, ancora sudato, puzzolente di fatica e di pioggia di Mosca, ehi guys, me l’aspetto, Wayne, l’attaccante più forte e con meno muscoli addominali che esista sulla faccia del pianeta, me l’aspetto che ci raggiunga, coi calzettoni risvoltati dentro i parastinchi e qualche parola poco gentile nei confronti del suo allenatore. Ma tutto quello che arriva è un altro giro di birre e la decisione di seguirci i rigori DENTRO, nella bolgia, nel girone infernale.
Adulti abbastanza, noi quattro, da dover venire a patti, almeno a volte, con quello che più si attiene all’età adulta: moralità, serietà, coerenza, attaccamento alle solide basi del reale. Eppure presenti davanti al Manchester United come cerbiatti o stambecchi attirati al ruscello. Non si può non amare il Manchester United, se quel pallone che rotola sta alla tua vita come i globuli rossi al sangue.
Non c’è molto da fare al Druid’s Rock: non servono da mangiare, non c’è grande fantasia nel menu, anzi non esiste proprio il menu. Però ci sono le sciarpe delle squadre di calcio incollate sul soffitto di legno, ed è stupenda quell’arcata, c’è la bandiera del Galles, un sacco di locandine dei film, vecchie bottiglie di rum e whiskey e una foto di Russel Crowe al bancone, incorniciata, con sotto la scritta a penna, gigante, esitante: "Russel Crowe", a caratteri cubitali, così che ti resti impresso almeno qualcosa da raccontare agli amici, il giorno dopo, nonostante la birra, ehi quel pub, sapete, c’è stato anche Russel Crowe e non aveva una bella faccia. Il Druid's Rock è il locale degli inglesi a Roma. Accogliente e informale, a due passi dalla Stazione Termini. In pratica è come stare a casa, però con l’odore delle ascelle di Bobby Charlton al posto del Vape. Ci mettiamo lì, noi quattro, in piedi, in mezzo agli inglesi, tutti inglesi, solo inglesi: il primo derby inglese della storia in una finale di Champions. I tifosi del Chelsea presenti sono in larghissima maggioranza di colore: ragazzi neri piuttosto a modo, vestiti casual. Quelli del Manchester United sono decisamente più rustici. La partita è bellissima, Cristiano Ronaldo segna e tutti ci vengono addosso: Yyyeaaah! Il Manchester United è superiore, la gente vestita di rosso comincia ad annuire: si fa a turno per andare a prendere da bere. Qualcuno resta col naso appeso verso il monitor sopra la cassa, la mano coi cinque euro a mezz'aria, mentre l'ennesimo tiro finisce fuori di poco.

Come può esserci qualcuno al mondo a cui il calcio rimbalzi addosso? Non riesco a comprendere come possa esistere una persona che davanti al Manchester United, la squadra dei ferrovieri dello Yorkshire, non si commuova, non decida di cambiare stile di vita, modi, abitudini. Il Manchester United: sono lì a tifare Manchester United e mi piace ostentarlo: sono dei vostri, odio il Chelsea del petroliere mafioso, odio il Chelsea dell’ebreo Grant, l'allenatore che non fa giocare nemmeno per un minuto il grande Sheva. Come si fa? Come si fa? E’ la domanda che gonfia le guance di tutti quando Ferguson toglie Rooney ai supplementari: not Roney! Mi aspetto di vederlo uscire dall’inquadratura, Rooney, raccogliere la felpa dalle mani del dirigente accompagnatore e comparire accanto a noi quattro, ancora sudato, puzzolente di fatica e di pioggia di Mosca, ehi guys, me l’aspetto, Wayne, l’attaccante più forte e con meno muscoli addominali che esista sulla faccia del pianeta, me l’aspetto che ci raggiunga, coi calzettoni risvoltati dentro i parastinchi e qualche parola poco gentile nei confronti del suo allenatore. Ma tutto quello che arriva è un altro giro di birre e la decisione di seguirci i rigori DENTRO, nella bolgia, nel girone infernale.
Mi dispiace, caro, ma hai detto una cazzata.
La stagione del Milan è già fallimentare: mettere in bacheca due coppe, conseguenti lo scorso fortunoso anno, giocando 270 minuti e aver acquistato un futuro fenomeno non bastano a coprire le falle di una campagna acquisti mancata (sbagliata sarebbe stato forse meglio) e l'aver snobbato totalmente il campionato, che ora vi vede invece piagnucolare per ottenere un immeritato quarto posto.
Le squadre che attualmente vi precedono meritano di giocare martedì e mercoledì il prossimo anno: Inter e Roma attualmente sono le rose più competitive e che esprimono rispettivamente il gioco più efficace e spettacolare, la Juve è riuscita a riversare tutte le energie sulle partite della domenica... e poi la Fiorentina, da cui ora dipende la prossima stagione. Vincere domani e le prossime due domeniche non basta, purtroppo!
La squadra va rinnovata per più della metà, la vittoria di Atene dello scorso anno è equivalsa a due belle fette di prosciutto sugli occhi di Galliani e nella pancia di Ronaldo... Tra l'altro tra un mese inizieranno gli Europei, quindi non piazzarsi per la Champions e farsi una preparazione estiva come si deve, dopo delle vacanze, con tutti i giocatori nuovi che dovranno per forza arrivare, potrebbe essere una soluzione da non trascurare. Inoltre, nel palmares del Milan manca giusto la Uefa... pensaci, Andrea, pensaci...
(se contro l'Inter Pirlo fa una partita di merda, mi allontano da qualsiasi accusa)
La stagione del Milan è già fallimentare: mettere in bacheca due coppe, conseguenti lo scorso fortunoso anno, giocando 270 minuti e aver acquistato un futuro fenomeno non bastano a coprire le falle di una campagna acquisti mancata (sbagliata sarebbe stato forse meglio) e l'aver snobbato totalmente il campionato, che ora vi vede invece piagnucolare per ottenere un immeritato quarto posto.
Le squadre che attualmente vi precedono meritano di giocare martedì e mercoledì il prossimo anno: Inter e Roma attualmente sono le rose più competitive e che esprimono rispettivamente il gioco più efficace e spettacolare, la Juve è riuscita a riversare tutte le energie sulle partite della domenica... e poi la Fiorentina, da cui ora dipende la prossima stagione. Vincere domani e le prossime due domeniche non basta, purtroppo!
La squadra va rinnovata per più della metà, la vittoria di Atene dello scorso anno è equivalsa a due belle fette di prosciutto sugli occhi di Galliani e nella pancia di Ronaldo... Tra l'altro tra un mese inizieranno gli Europei, quindi non piazzarsi per la Champions e farsi una preparazione estiva come si deve, dopo delle vacanze, con tutti i giocatori nuovi che dovranno per forza arrivare, potrebbe essere una soluzione da non trascurare. Inoltre, nel palmares del Milan manca giusto la Uefa... pensaci, Andrea, pensaci...
(se contro l'Inter Pirlo fa una partita di merda, mi allontano da qualsiasi accusa)
I lettori ferraresi probabilmente si ricorderanno della strana coppia che, la scorsa estate, se ne andò in bici da Ferrara fino a Capo Nord. Quest'anno, il più fremente dei due, Simone, ha pensato a un altro giro ciclistico, assieme agli amici e compagni del Cus Ferrara Triathlon: da Ferrara a Bolzano, sempre in bicicletta, ma questa volta solo su piste ciclabili, e tutto in un giorno solo. Dalla maratona di un mese e mezzo si passa allo sforzo condensato, un chupito monstre di 314km da mandare giù con un lungo, unico sorso.

Anche Ciccsoft è coinvolto nel progetto, addirittura in veste di, coff coff, "partner tecnico ufficiale". Sulla nostra "piattaforma" ospitiamo infatti il sito ufficiale, e diamo una mano per tutta la copertura dell'evento online, tramite il blog, il Flickr e il canale su YouTube. Oggi nella Sala Arengo del Comune di Ferrara c'è stata la conferenza stampa (ne scrive Simone in questo post), durante la quale i ragazzi hanno spiegato le finalità del progetto, con sullo sfondo l'enorme telone degli sponsor tra cui compare pure quello del nostro sgangherato multiblog.
Durante il viaggio invieremo dei video sul canale di YouTube ad ogni ora, per simulare una sorta di "diretta video" ospitata anche su queste pagine. Si parte (e si arriva) sabato 26 aprile, con sveglia all'alba e partenza "intelligente" alle 6.

Anche Ciccsoft è coinvolto nel progetto, addirittura in veste di, coff coff, "partner tecnico ufficiale". Sulla nostra "piattaforma" ospitiamo infatti il sito ufficiale, e diamo una mano per tutta la copertura dell'evento online, tramite il blog, il Flickr e il canale su YouTube. Oggi nella Sala Arengo del Comune di Ferrara c'è stata la conferenza stampa (ne scrive Simone in questo post), durante la quale i ragazzi hanno spiegato le finalità del progetto, con sullo sfondo l'enorme telone degli sponsor tra cui compare pure quello del nostro sgangherato multiblog.
Durante il viaggio invieremo dei video sul canale di YouTube ad ogni ora, per simulare una sorta di "diretta video" ospitata anche su queste pagine. Si parte (e si arriva) sabato 26 aprile, con sveglia all'alba e partenza "intelligente" alle 6.
Esiste forse qualcosa di più inebriante e allo stesso tempo rassicurante del profumo della Gazzetta? Difficile trovare altrove la sintesi perfetta di tutto quanto ha bisogno un uomo: quelle pagine rosa sanno essere amante voluttuosa e madre premurosa, amica sincera e fidanzata scorbutica. Sinonimo di garanzia e perdite di tempo, la Gazzetta è probabilmente la Donna delle nostre vite di sportivi sedentari, un momento quasi istituzionale di letture inutili ma allo stesso tempo irrinunciabili. Con simili responsabilità sulle proprie ultracentenarie spalle, viene sempre guardata con sospetto ogni volta che si tenta di intaccarne il mito con cambi di direzione. La Gazzetta si distingue da un semplice quotidiano sportivo per diventare Mito proprio per la sua autorevolezza raggiunta nel corso degli anni, grazie allo stile e alla personalità che le sue valide penne hanno imposto nel tempo, e risulta pericoloso, se non addirittura oltraggioso il tentativo di modificare qualcosa che funziona, resiste. A chi verrebbe mai in mente di cambiare la formula della Coca-Cola? Ci siamo capiti.
Negli ultimi anni, ovvero in coincidenza con l'abbandono dell'ultimo direttore veramente "sportivo", il Candido Cannavò, la Gazzetta è stata affidata a direttori che con lo sport c'entravano zero. Da Di Rosa a Calabrese, il culmine lo si è raggiunto con l'attuale direttore Verdelli, proveniente (addirittura) da Vanity Fair. Chiaro l'intento: trasformare la Gazzetta da giornale per leggere i voti del fantacalcio il lunedì mattina o coprire il petto dei ciclisti lungo le discese del Giro d'Italia, a giornale "popolare" per eccellenza, per vendere più copie possibili. I puristi hanno storto il naso di fronte agli inutili articoli sulle fidanzate dei calciatori o sulle due pagine piene di brevi da fondino blu di Repubblica.it, che forse aprivano gli orizzonti al lettore ma indubbiamente sottraevano spazio agli altri sport, ad altre analisi, a storie sportivamente più interessanti. Ma un giornale non fa beneficenza, deve vendere, e dunque Verdelli ha osato laddove i precedessori si erano fermati: ha preso la Gazzetta e l'ha rivoltata come un calzino, cambiandone clamorosamente il formato.
Oggi nelle edicole troviamo sempre la Rosea, ma in un'edizione smaccatamente tabloid: dalle dimensioni stile giornali scandalistici inglesi, ai titoloni sparati per qualsiasi notizia, alle pagine interamente a colori ricche di foto (e pubblicità). L'effetto, quando mi sono ritrovato tra le mani il primo numero Post Rivoluzione, è stato quello di vedere la propria madre in minigonna e reggicalze, più o meno. Mi è venuto da chiedermi se era veramente "necessario" questo cambio radicale, se fossi io ad essere un'inguaribile affezionato allo scomodo formato lenzuolo o se effettivamente si stava sputtanando definitivamente un'istituzione. Da leggere è sicuramente più facile, così mini e così infilabile ovunque, e la grafica risulta gradevole alla vista, ma l'aspetto che più mi lascia perplesso è l'ammissione stessa del Blasfemo Verdelli. Nell'editoriale d'esordio della nuova veste, registrava il passaggio di ruolo della Gazzetta, che da "mezzofondista" si apprestava a diventare "velocista". Posso confermare, dopo una settimana di letture, che l'obiettivo è mantenuto: in un formato più piccolo gli articoli sono diventati semplicemente più corti, quelli più inutili sono stati eliminati, lo spazio per gli altri sport condensato, gli articoli solitamente più lunghi ora vengono sostituiti da sintetici riassunti. Come dire: l'approfondimento e la dovizia di analisi non ce lo possiamo più permettere. La Gazzetta sembra essere diventata niente di più che un autorevole Controcampo (autorevole grazie a quello che è rimasto immutato, ovvero la Storia e i Giornalisti), e nonostante frasi da imbonitori e lodevoli intenzioni di rinnovamento, tenta di stare dietro a internet gareggiando sullo stesso campo: la velocità, l'immediatezza. Velocisti, e pure illusi.
Negli ultimi anni, ovvero in coincidenza con l'abbandono dell'ultimo direttore veramente "sportivo", il Candido Cannavò, la Gazzetta è stata affidata a direttori che con lo sport c'entravano zero. Da Di Rosa a Calabrese, il culmine lo si è raggiunto con l'attuale direttore Verdelli, proveniente (addirittura) da Vanity Fair. Chiaro l'intento: trasformare la Gazzetta da giornale per leggere i voti del fantacalcio il lunedì mattina o coprire il petto dei ciclisti lungo le discese del Giro d'Italia, a giornale "popolare" per eccellenza, per vendere più copie possibili. I puristi hanno storto il naso di fronte agli inutili articoli sulle fidanzate dei calciatori o sulle due pagine piene di brevi da fondino blu di Repubblica.it, che forse aprivano gli orizzonti al lettore ma indubbiamente sottraevano spazio agli altri sport, ad altre analisi, a storie sportivamente più interessanti. Ma un giornale non fa beneficenza, deve vendere, e dunque Verdelli ha osato laddove i precedessori si erano fermati: ha preso la Gazzetta e l'ha rivoltata come un calzino, cambiandone clamorosamente il formato.
Oggi nelle edicole troviamo sempre la Rosea, ma in un'edizione smaccatamente tabloid: dalle dimensioni stile giornali scandalistici inglesi, ai titoloni sparati per qualsiasi notizia, alle pagine interamente a colori ricche di foto (e pubblicità). L'effetto, quando mi sono ritrovato tra le mani il primo numero Post Rivoluzione, è stato quello di vedere la propria madre in minigonna e reggicalze, più o meno. Mi è venuto da chiedermi se era veramente "necessario" questo cambio radicale, se fossi io ad essere un'inguaribile affezionato allo scomodo formato lenzuolo o se effettivamente si stava sputtanando definitivamente un'istituzione. Da leggere è sicuramente più facile, così mini e così infilabile ovunque, e la grafica risulta gradevole alla vista, ma l'aspetto che più mi lascia perplesso è l'ammissione stessa del Blasfemo Verdelli. Nell'editoriale d'esordio della nuova veste, registrava il passaggio di ruolo della Gazzetta, che da "mezzofondista" si apprestava a diventare "velocista". Posso confermare, dopo una settimana di letture, che l'obiettivo è mantenuto: in un formato più piccolo gli articoli sono diventati semplicemente più corti, quelli più inutili sono stati eliminati, lo spazio per gli altri sport condensato, gli articoli solitamente più lunghi ora vengono sostituiti da sintetici riassunti. Come dire: l'approfondimento e la dovizia di analisi non ce lo possiamo più permettere. La Gazzetta sembra essere diventata niente di più che un autorevole Controcampo (autorevole grazie a quello che è rimasto immutato, ovvero la Storia e i Giornalisti), e nonostante frasi da imbonitori e lodevoli intenzioni di rinnovamento, tenta di stare dietro a internet gareggiando sullo stesso campo: la velocità, l'immediatezza. Velocisti, e pure illusi.
Muore un poliziotto, e si grida alla fine del calcio, si sospende il campionato, il Paese a lutto.
Muore un tifoso, si sospende solo Inter-Lazio, le altre partite iniziano con 10 (o 15, dettaglio fondamentale, già) minuti di ritardo. Negli stadi risuonano musiche gioviali e Guida al campionato imperterrita prosegue con i suoi stacchetti comici, tanto per citare i primi due dettagli che la pigra televisione domenicale mi sottopone.
Qual è l'errore?
Spiego meglio, che per la frettolosità iniziale mi è sfuggito il quadro generale:
L'errore sta nell'associare al Calcio qualcosa (di inspiegabile) che non c'entrava nulla con esso. Perchè si è parlato ijnizialmente di "rissa tra tifosi"? Per scaricare sul Calcio la colpa un poliziotto pistolero? Dall'errore iniziale è scaturito poi il classico teatro dell'Orrore, messo in scena da Istituzioni, Federazioni e Tifosi, che anche oggi hanno interpretato alla perfezione i propri ruoli.
Muore un tifoso, si sospende solo Inter-Lazio, le altre partite iniziano con 10 (o 15, dettaglio fondamentale, già) minuti di ritardo. Negli stadi risuonano musiche gioviali e Guida al campionato imperterrita prosegue con i suoi stacchetti comici, tanto per citare i primi due dettagli che la pigra televisione domenicale mi sottopone.
Qual è l'errore?
Spiego meglio, che per la frettolosità iniziale mi è sfuggito il quadro generale:
L'errore sta nell'associare al Calcio qualcosa (di inspiegabile) che non c'entrava nulla con esso. Perchè si è parlato ijnizialmente di "rissa tra tifosi"? Per scaricare sul Calcio la colpa un poliziotto pistolero? Dall'errore iniziale è scaturito poi il classico teatro dell'Orrore, messo in scena da Istituzioni, Federazioni e Tifosi, che anche oggi hanno interpretato alla perfezione i propri ruoli.
Da ieri la nazionale italiana di Tchoukball è in Taiwan per tenere alto l'onore dei nostri colori al Warm-Up Game che si terrà tra il 9 e l'11 Novembre.
Il torneo servirà per tastare il polso delle avversarie in vista dei mondiali del 2009 (all'interno dei World Games).
Quindi mi raccomando, tutti sul sito ufficiale della federazione e su Youtchouk a tifare Italia!
Fergy, Fergna, Edo e Dolzo, non deludete i vostri concittadini, siamo tutti con voi!
Il torneo servirà per tastare il polso delle avversarie in vista dei mondiali del 2009 (all'interno dei World Games).
Quindi mi raccomando, tutti sul sito ufficiale della federazione e su Youtchouk a tifare Italia!
Fergy, Fergna, Edo e Dolzo, non deludete i vostri concittadini, siamo tutti con voi!
La sensazione che il rugby italiano non ce l'avrebbe fatta ad entrare tra i primi 8 al mondo è sopraggiunta quando un individuo tozzo e sogghignante, indicando lo schermo fa notare all'amico seduto in sala a trepidare per Scozia-Italia: "Ma cosa stai guardando, guarda che non è mica calcio questo!"Peccato, perchè per la cosidetta "crescita del movimento" una vittoria decisiva ai Mondiali sarebbe stato lo scalino (scalone) necessario da salire. Invece ci si ferma a qualche vittoria, quando capita, nel Sei Nazioni, contro avversarie alla nostra portata. Difficilmente gli italiani si appassionano a sport che non vincono le partite volàno, quelle che fanno poi scattare orgoglio e spirito di emulazione. Così il rugby italiano rischia di rimanere ambiguamente a metà strada tra sport di nicchia e sport di massa. Con il calcio-totem, in Italia la deriva per chi non sfonda è un'ipotesi abbastanza plausibile.
Per inquadrare lo spirito della sentenza sul caso Spy Story, è sufficiente fare un parallelo con il caso Calciopoli dell'anno scorso. Semplificando, è come se la FIA avesse adottato lo stesso metro di giudizio che molti tifosi juventini si affannavano ad usare per salvare la Juventus dalle pene dell'Inferno.Se fosse stata la FIA a giudicare Moggi e soci, si sarebbe arrivati a una sentenza simile: "Ok, la Juventus intratteneva rapporti privilegiati con arbitri e federazione, ma questo non prova che le partite siano poi state effettivamente falsate, nè ci sono gli strumenti per dimostrarlo. Quindi, non possiamo punirla".
La verità è che del marcio, sia in quel caso che oggi con la McLaren, c'è, ma la Formula 1 è guidata da tipi alla Ecclestone, veri e propri squali che rispettano religiosamente il mercato, le televisioni e soprattutto la garanzia che lo "spettacolo" in pista (che poi i gran premi siano ottimi sonniferi è un altro discorso) venga preservato da fattori esterni. Loro non possono permettere (e tollerare) un campionato mutilato con una delle due pretendenti al titolo escluse: non è questo che vorrebbero i tifosi addormentati sul divano, sia mai che si sveglino, no?
La notte del 9 luglio 2006 la ricorderemo per sempre, noi generazione di Sconfitti, quando avremo il compito di raccontare ai nostri nipoti che c'eravamo, abbiamo assistito, abbiamo gioito, in quella notte mondiale di Berlino dove il cielo era azzurro anche se erano le undici passate e si cantava l'inno a squarciagola. La ricorderemo per sempre come forse la nostra notte più cara e dolce, dove il Fato ci ha viziato con un delitto perfetto servito ai fratelli d'oltralpe, nemici-amici di sempre, nel modo più beffardo e ingiusto come solo i calci di rigore sanno essere. La ricorderemo perchè una festa così, noi nati dopo il 1982, non l'avevamo mai vista, una sensazione così non l'avevamo mai assaporata e ogni urlo era insufficiente per poter farci capire, per comunicare al mondo cosa si provava ad essere finalmente Campioni del Mondo.
Di quella notte ricorderemo l'esultanza dei nostri sul campo, la testata di Zidane a Materazzi (se non fosse per il risvolto eticamente negativo, una pagina gustosa del calcio mondiale), il rigore di Fabio Grosso, emblema del torneo come in passato Baggio, Schillaci, Rossi. DI quella notte ricorderemo il mal di pancia per il gol subito, poi la gioia del pareggio, poi di nuovo l'angoscia per quella lotteria a noi tristemente nota. Ricorderemo il degno coronamento di un mese di tifo appassionato, di taverne, bandiere, festeggiamenti in giro per la città, striscioni, magliet

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