Author Archive for Cyrano

Family Day: conservazione o progresso?

"[...] Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa. La famiglia ha meritato e tuttora esige tutela giuridica pubblica, proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e forma alla responsabilità sociale."

Tratto da Forum Famiglie.

Ora, mi risulta che la famiglia tradizionale, in questo Paese e in questo momento storico, già goda della “tutela giuridica pubblica”.

Dunque a cosa serve il Family Day?


Io credo, passatemi la frase, che le chiacchere siano a zero in questo paese. Da tempo, volendo leggere tra le righe, si va formando nella cittadinanza una divisione tra due schieramenti trasversali, che nulla hanno a che fare con le attuali rappresentanze politiche. Semplificando (proprio perchè le chiacchere stanno a zero) i due schieramenti sono i seguenti: modernizzazione e conservazione.
Chi si ispira al primo, pone l’accento sulle urgenti necessità di modernizzazione di questo paese. Chi si ispira al secondo è mosso da volontà di conservazione.
Il primo crede che senza modernizzazione il paese è destinato, tra poco, ad affondare. Il secondo è convinto che la specificità Italiana sia invece ancora sostenibile e auspicabile.
Coloro che si ispirano a principi di modernizzazione, tra le altre cose, rifiutano la declinazione ufficiale del pensiero cattolico, che assegna il primato alla cosiddetta famiglia tradizionale, in riferimento al contesto dell’allargamento dei diritti civili. Coloro che si ispirano a principi di conservazione invece, ostentano con molta determinazione l’esclusività del principio di famiglia naturale, e di conseguenza rifiutano di prendere in esame il riconoscimento di forme differenti da quella.
In entrambi gli schieramenti gli argomenti sono sfumati e non monolitici: chi è favore della modernizzazione vuole attribuire più o meno riconoscimenti e diritti (un po’ meno di frequente, doveri) alle cosiddette coppie di fatto. Chi è a favore della conservazione intende più o meno sminuire questi riconoscimenti, a seconda delle preferenze sessuali espresse nelle convivenze o in base ad altri parametri come la durata del rapporto, l’interpretazione della Costituzione, l’esistenza (mitica, antistorica e pseudo-antropologica) di una presunta cellula naturale, e via dicendo.

Una cosa è certa però: l’asse intorno al quale ruotano i due schieramenti è assolutamente chiaro:

 modernizzazione contro conservazione.

Il Family Day dunque, e non solo per esclusione, è la manifestazione di chi si riconosce nello schieramento conservatore. E non potrebbe essere altrimenti, basta dare un’occhiata ai suoi promotori. Ma attenzione! Il problema non è la legittimità dell’esistenza di questi due schieramenti, quanto l’italica confusione che si genera intorno a manifestazioni di questo tipo.
Per quello che mi riguarda: vai al Family Day? Sei un conservatore. Non vai al Family Day? Se un modernizzatore.

Questa è la chiave di volta della futura Italia, non l’embrione di un Partito Democratico  che ostenta la convivenza tra Cattolici ed eredi della Sinistra tradizionale, per chissà quale motivo. Il Partito Democratico, se così intende chiamarsi, deve necessariamente ispirarsi a una visione modernista e laica della società italiana, e non può permettersi di avere al suo interno qualcuno che di modernizzazione non intende parlare. A chi giova sennò questa convivenza? La Bindi e Rutelli vogliono andare al Family day? Si accomodino. Ma per favore si uniscano a quelli che vedono in un principio di conservazione il futuro delle aggregazioni familiari italiane. Alcune comunità gay vorrebbero partecipare al Family Day? E perchè? Le lasciassero fare ai conservatori.

Questo paese ha oggi disperatamente bisogno di rendere evidente chi sta da una parte e chi sta dall’altra, e non ha bisogno della solita ammuina, non più.

Ma poi, facciano a modo loro.

Quello che purtroppo continuo a vedere, io che sono sposato e padre di due figli, modernista per vocazione, tra coppie gay in preda all’isterismo, associazioni cattoliche con nostalgie lefebvriane e tridentine, politici cialtroni che non sanno che fare o che peggio, lo sanno! quello che continuo a vedere è che in questo paese, alle istituzioni non è mai fregato un cazzo di niente, della tanto declamata, santificata, auspicata, e onorata famiglia.

State bene. Cyrano.

Servizio Pubblico e Digitale Terrestre

12 apr 10:14 Rai: Cappon, "Limitare compensi frena campo d'azione"

ROMA - "Limitare i compensi agli artisti non moralizza, significa soltanto limitare il campo d'azione della Rai". Lo ha detto il direttore generale di Viale Mazzini, Claudio Cappon. Con una metafora calcistica Cappon ha spiegato: "A parte il caso pietoso di quanto accaduto alla Roma, e lo dico da tifoso romanista, non puoi vincere il campionato di serie A con lo stipendio da statali. Non e' pensabile che una squadra possa essere la prima retribuendoli con 100 mila euro all'anno". (Agr) -

Ovviamente è proprio qui che Cappon rivela la sua concezione di servizio pubblico, tanto per cominciare con l’appello al sano realismo che considera centomila euro l’anno come noccioline. Ma sorvoliamo. Concezione vecchia, dicevo: come quella dei suoi predecessori. Per Cappon la RAI deve essere competitiva (con Mediaset e altri). Per poterlo essere, deve attrarre pubblicità. Per attrarre pubblicità deve livellare verso il basso, cioè fare programmazione di massa. E naturalmente le galline dalle uova d’oro, quelle che ti mettono a sedere di fronte alla TV miliardi di italiani, costano parecchio. Quindi, a parte la solita pietosa, noiosa, scontata e offensiva metafora calcistica, Cappon si sdraia letteralmente su un paradigma che come minimo abbiamo già visto, e che nella migliore delle ipotesi ha contribuito a rendere il servizio pubblico la stessa fogna culturale della programmazione Mediaset. Qualche ipotesi invece che sparare sempre e solo a zero? Vediamole:

  • Riduzione del Servizio Pubblico a una rete. Gli altri? Tutti a casa o sul mercato.
  • Abolizione della pubblicità. Il trash va lasciato a chi lo vende di mestiere. E’ bene che la pubblicità si adegui anche a spazi senza tette, culi, calciatori e bestemmie.
  • Programmazione nuova: programmi di lingua inglese, informazione, reportage, territorio (ma non in senso piccolo-leghista-pretesco-valligiano), geopolitica, documentaristica, arte e cultura, intrattenimento, sperimentazione e media.
  • Campagna contro le evasioni: il canone serve al finanziamento di un servizio pubblico, e come tale va pagato e chi non lo paga va perseguito.

 

Triste (ma normale) notare invece che Cappon, come tutti gli altri (metafora calcistica compresa) non hanno la minima idea di quello che dovrebbe, da oggi, essere considerato un servizio pubblico. Meglio puntare sui tifosi di Totti e di Baudo e perdere l’ennesimo treno per le riforme. E torniamo ai costi di Cappon allora, e rendiamoci conto per esempio che il Digitale Terrestre, al di là delle polemiche sulla sua modalità di introduzione (vedi Decoder e l’escamotage ideato da Berlusconi per annacquare il principio di predominanza delle reti Mediaset) ospita al suo interno programmi estremamente interessanti, e spesso di qualità. Questo è facilmente spiegabile perchè nel DT Cappon non spreca soldi pubblici per il nazional-popolare, ma li impiega per dare lavoro a giovani professionisti (spesso donne) che in questa riserva indiana tanto disprezzata, trovano l’opportunità di fare molto bene il loro mestiere, protetti dall’ingerenza dei soliti soloni, dei politici, degli sponsor e di quel soffitto di cristallo che sembra impossibile da spezzare. Mi pare di vederlo Cappon o chi per lui, alle prese con quattro nuove reti sul DT: e adesso chi ci metto a lavorare? E come li pago visto che devo comprare i gerani della riviera dei fiori? Ma come succede sempre in Italia, basta creare una zona franca, fuori dalla portata degli imbecilli, per renderla colma di persone in gamba e piene di forza di volontà. Fino all’arrivo dell’auditel naturalmente, che ci griderà: c’è  vita là fuori, al di là delle partite di Totti, delle commedie di Eduardo (quando va bene), dei reality show e di Bruno Vespa.

State bene. Cyrano.

L’Italia nel pallone

Ma che belle immagini che ci arrivano dall’Olimpico. Decreto sulla sicurezza? Confesso che mi viene da ridere. Il problema non è semplice, ma mi piacerebbe iniziare a elencare gli aspetti assurdi di questa faccenda:

L’assenza della politica: è ormai evidente come non si possa lasciare la soluzione del problema a Polizia e Tifosi. Il linguaggio di questi due attori infatti è “limitato”. Le forze di Polizia non possono prendersi in carico il problema delle tifoserie violente perchè l’unica sintassi che conoscono è quella del manganello. Le Tifoserie, anche loro, fanno quello che sanno, cioè si incazzano, insultano e menano le mani. Il corto circuito tra questi due attori è noto, e alla lunga provoca lutti. Decreto Sicurezza sugli Stadi? Lascio in sospeso il giudizio, vediamo che ha combinato la Melandri insieme ad Amato..

L’assenza della legge: tifosi contusi, medicati ai policlinici e poi rilasciati. Tifosi arrestati che sono liberati subito dopo. Tifosi fotografati che non sono perseguiti (o raramente). Tifosi minorenni incensurati. Tifosi collusi con le istituzioni sportive che ricevono benefit. Capetti delinquenti, estersori e violenti. Il conto è presto fatto del resto: centinaia di tifosi che trasformano gli stadi e le città in campi di battaglia e appena qualche nome che finisce in gattabuia. Tutti bravi ragazzi di periferia, naturalmente. E qui ci metto del mio: piantiamola con “la questione sociale”. Chi sbaglia paga (proporzionatamente) e l’esempio serva di lezione: la violenza è male. Il rispetto della legge è bene.


L’assenza di cultura sportiva: nelle nostre scuole lo sport è perfino meno importante dell’ora di religione (che abolirei), cosa che provoca un fiorire di attività sportive “private” (naturalmente a carico delle famiglie) delle quali lo Stato ovviamente si disinteressa. Naturalmente il Calcio la fa da padrone e nelle migliaia di pseudo-associazioni calcistiche frequentate dai ragazzini, sparse per l’Italia, la competitività, l’assenza di cognizioni didattiche, il fognino, la violazione delle regole del CONI, l’ignoranza, il coro da stadio in erba negli spogliatoi, e l’impreparazione dei cosiddetti dirigenti societari, contribuisce ad affossare l’idea di qualsiasi sana sportività.

I soldi in ballo: risposta semplice: e allora? Permettetemi di dire che me ne frego dei soldi in ballo. Provate a ragionare: sono soldi che vanno ad arricchire la collettività? Vi viene in tasca qualcosa dal movimento di miliardi delle Società Calcistiche, delle Televisioni, dei mediatori farabbutti alla Moggi, delle carriole di soldi al calciatore di turno?
I famosi interessi in gioco. Non sarà venuto il momento che uno straccio di Governo, non importa quale, si preoccupi finalmente degli interessi della collettività, invece che degli interessi di Sky? I soldi in ballo... una volta le partite le vedevate gratis alla televisione. Adesso pagate. Ecco i soldi in ballo. Sveglia please.

E adesso a voi la parola.

State bene. Cyrano.

APPELLO AI LIBERI E FORTI

Il partito [Partito Popolare Italiano N.d.r.] che costituisce, secondo Chabod "l'avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo", si presentava ispirandosi ai "saldi principi del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia" ma non doveva qualificarsi su basi religiose; doveva essere, cioè, per usare le parole di Sturzo: "aconfessionale". Rimane esempio alto di lucidità politica e di coerenza morale e religiosa la polemica, al congresso di Bologna del 1919, con Agostino Gemelli e Olgiati che lo avevano accusato di non porre la religione come elemento di differenziazione. Sturzo replica: "Non possiamo trasformarci da partito politico in ordinamento di Chiesa [...] né possiamo avvalorare della forza della Chiesa la nostra azione politica [...]. E' superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il Cattolicesimo è religione, è universalità, il partito è politica, è divisione [...]". E' il rifiuto delle opposte tentazioni del machiavellismo e del clericalismo, l'affermazione dell'autonomia e laicità della politica. Nell'articolo del 9 agosto 1959, all'indomani della scomparsa, Giovanni Spadolini, sul "Corriere della Sera", commemorava "il laico Sturzo" sempre fautore della laicità dei cattolici, della aconfessionalità del partito, della distinzione tra "azione cattolica e azione dei cattolici".
Ecco l'autentica "rivoluzione" sturziana, il taglio netto tra clericalismo e cattolicesimo sociale, la rivendicazione perfino orgogliosa da parte di un sacerdote dell'autonomia dei cattolici nella società civile.
Sul significato delle scelte di quel periodo Paolo Emilio Taviani, scrivendo di Luigi Sturzo nella storia d'Italia, alcuni decenni dopo, notava: "Fu il sì dato, con Don Sturzo, dal mondo cattolico a quel che di valido era nella tradizione liberale, che permise il superamento di un'antitesi ancor più grave di quella che travagliava i rapporti fra Chiesa e Stato in Italia: l'antitesi fra il cattolicesimo e i principi politici di libertà dell'età moderna".
 
Tratto da: http://www.democraticicristiani.it/documenti/sturzo1.

State bene. Cyrano.

Cultura Classica e Montenegro

Fossi in quelli dell’Amaro Montenegro cambierei pubblicità.
Sono anni che usano lo slogan del sapore vero e un paio di tristissimi spot.
Alla Montenegro sanno che il target è costituito da uomini tradizionali e quindi pensano che la pubblicità con l’aeroplano e i rudi quarantenni soddisfi chissà quale prepotente bisogno maschile. L’equazione è presto fatta, perché in Italia non occorre essere sofisticati, sempre per quel moderno principio che vede nello stomaco l’organo ricettivo per eccellenza, invece che il cervello. Dunque l’amaro lo bevono gli uomini e bisogna fare una pubblicità per uomini. Nello stesso tempo (mi par di vederli nelle stanzette del marketing), occorre alzare il livello di percezione del prodotto (vedi Sambuca), puntare a un target più sofisticato di quello dell’osteria del paese, frequentata dai cacciatori della domenica. E allora puntano al “machismo illuminato” di Salvatores: quello del gruppo di amici (o del contingente militare), con tanto di cameratismo, sostegno virile e via dicendo. L’amico nel deserto cui si rompe il camion, la missione spericolata, il salvataggio. Intorno al falò, quelle inesistenti figure prototipali, si danno pacche sulle spalle: hanno la barba di una settimana, caldi maglioni e bevono amaro.


L’amaro dal sapore vero è la vulgata sul passato di una volta, dove regnavano le amicizie maschili e spericolate, con tutto il carico di simboli che si portava dietro: lealtà, sprezzo della vita, onore, divertimento senza donne. E così facendo, quei geni del marketing italiota, tagliano fuori il target femminile, polarizzando il conflitto (scherzoso quanto volete, ma presente). La risposta istintiva a una pubblicità del genere, da parte della donna emancipata è tipicamente un vaffanculo. Se i maschietti vogliono sognare il paradiso virile perduto bevendo Montenegro, che facciano! Noi ci beviamo il Kaipiroska o la Sambuca. La reazione della donna dai costumi tradizionali invece è quella di una conferma della naturale esclusione femminile da un consesso virile, divertente e privato (tipo club). Concludendo, niente Montenegro per le donne e questo ve la dice lunga su questa pubblicità.

Puntare a un target che s’identifica con la Virile Rimpatriata secondo me non funziona. Primo per la questione femminile di cui sopra. In secondo luogo perchè gli italiani in grado di pensare realmente in termini di onore e virile lealtà sono veramenti pochi. Inoltre salvarsi reciprocamente nel deserto affascina solamente chi non ha abbastanza cervello (o cultura) per capire l’assurdità dello spot. Metà del target potenziale segato via (quello femminile), mancanza di etica e senso critico del target, ignoranza: questi i muri che si oppongono, valorosi, alla rifocalizzazione del prodotto. Anzi, forse perde pure l’anima precedente: i pochi cacciatori che ancora se lo bevono, tra le brume dell’autunno pavese, rimangono straniti da questa virata giovanile, e forse non la capiscono. Meglio il genepì fatto in casa allora.
Secondo me i markettari della Montenegro s’ammazzano di sigarette e non sanno come far alzare la curva. Dopo anni di cura, durante i quali l’eroe continua a portare il pezzo di ricambio in mezzo a una tempesta del deserto, i nostri decidono di cambiare registro. Nessun italiano capisce il concetto di onore e lealtà? Sostituiamo all’amore per l’altro, l’amore per la roba. E quindi magicamente compare l’anfora, e l’anfora vecchia vale dei soldi. Vogliono spostarsi da un target debole a uno culturalmente più forte? Al divertimento dell’avventura fine a se stessa, sostituiscono l’amore per la cultura. E torniamo all’anfora. E siccome cultura significa cultura classica, l’anfora è perfetta, è la forma pop della cultura classica, che si mischia, nella memoria di chi ha fatto il liceo, alle foto dell’Argan e ai sandaloni di hollywood. Delle donne poi (questa metà del target), ancora una volta, chi se ne frega? Da quando le donne bevono amaro? Meglio un target piccolo ma sicuro (quello dei cacciatori della domenica) che provare a fare il salto nel buio. Non credo che la virata culturale dell’anfora abbia radicalmente cambiato il destino dell’amaro Montenegro. I virili quarantenni sono ancora là, sul piccolo schermo, a sfidare le onde del mare anzichè le dune del deserto. Un triste miscuglio di virilità amicale e pseudo-cultura che si esprime nella razzia di reperti.
O forse invece, tutto sommato, hanno ragione loro e basta mettere l’archetipo dell’uomo virile a fare stronzate per vendere a sufficienza. E non ci sarebbe da stupirsi, perchè quello che manca in questo disgraziato paese, è il coraggio di investire su quella parte di popolazione che pensa: al popolo bisogna parlare con la pancia, quindi via libera all’uso di concetti sofisticati: la gnocca, l’amicizia virile, il calcio, la macchina potente, i soldi. E il recupero avventuroso della brocca.
Ma oltre i confini c’è vita, immaginazione, professionalità, intelligenza e cultura. E non potranno tenerla fuori per sempre, nemmeno quelli della Montenegro.

Cyrano

Quando erano prigionieri politici: lettera aperta a Noantri

Ritengo che sia un bel post quello che hai scritto sotto. E non a caso te lo sei tenuto dentro, a discapito del festival, della caduta del governo e via dicendo. Ammiro questa cosa di doverne parlare, a prescindere dall’appeal della notizia. Quindi grazie per l’esempio.
Venendo al merito, non mi piace molto l’abuso del termine generazione, che utilizzi spesso, come se quella degli anni settanta fosse stata esclusivamente la generazione della rivolta. Conosco persone che gli anni settanta, pur avendoli vissuti, non li ricordano come anni di guerra: gente che non lottava per sovvertire la società, ma respirava il periodo di cambiamento, magari si arrabbiava, lavorava, lottava per i propri diritti e si divertiva. Dunque la “generazione armata” cui fai riferimento non può godere, a parer mio, di questa classificazione, e loro stessi! quelli della lotta armata, non si sentivano una generazione (anche se adesso magari lo pensano). Si rispecchiavano piuttosto in un’avanguardia di intellettuali, destinati (loro malgrado) a passare dalla teoria alla prassi. In altre parole, avrebbero voluto farsi generazione. In realtà erano una minoranza di persone, per quanto il numero complessivo di fiancheggiatori, terroristi, collusi, infiltrati e simpatizzanti possa oggi spaventarci. Questo per dire che i casi d’ingiustizia che denunci non possono essere derubricati così facilmente, proprio in quanto compiuti da una minoranza organizzata (e non da una generazione) che ha sferrato un attacco indiscriminato e senza precedenti allo Stato.
Non è il periodo post-resistenza per intenderci, dove il perdono generalizzato ha rimosso il peccato collettivo degli italiani, e nemmeno tangentopoli è paragonabile, perchè fare un reato contro lo Stato è il pane quotidiano della maggioranza degli italiani, che lo si voglia ammettere o no. Questo spiega la differenza del trattamento ricevuto. Nei primi due casi si è rimosso cinicamente una colpa collettiva (se tutti peccano, non esiste il peccato). Nel caso dei terroristi (minoranza colta che si è mossa contro lo Stato) la pena va scontata fino in fondo.
Dunque gli ex-brigatisti pagano fino in fondo, ma questo non è sbagliato, questa non è ingiustizia. Nel paragonare il facile esito di tangentopoli alle pene comminate ai terroristi, l’errore non è che i secondi scontino, ma che i primi non lo facciano.

E proseguendo nel ragionamento, quando i nostri ex-terroristi sono fortunati e la pena dello Stato si esaurisce, gli rimane tuttavia da scontare la pena aggiuntiva che gli infliggono gli italiani, per la loro diversità, per i loro delitti efferati, per il loro tentativo, fallito, di farsi generazione. Questa mi pare che sia l’ingiustizia di cui stai parlando.
Ed è su questo punto che, ancora una volta, non sono d’accordo con te.


Credo che la Giustizia sia solo quella dello Stato (comunque esso si incarni) e questa dovrebbe essere proporzionata e certa, giusta per l’appunto cioè la mediazione delle diverse opinioni espresse da chi è rappresentato da quello Stato. E questa Giustizia ha un problema ben più serio dei casi di ingiustizia popolare che citi nel tuo post. Parlo dei minorenni in galera, delle celle orribilmente affollate, della mancanza di medicine di base, d’igiene, delle offese alla dignità, di farmaci salvavita che non ci sono (o venduti sottobanco), di fiumi di droga, di violenza dietro le sbarre, dell’assenza di cure palliative, di burocrazia agghiacciante, dell’impossibilità a rifarsi una vita. Non è esattamente la stessa cosa, evidentemente, per le persone rosse e nere che citi, alle quali viene più o meno democraticamente impedito di  collaborare con lo Stato. Queste persone hanno pagato il debito con la società (duro o morbido che fosse) e adesso lavorano, di norma hanno una vita intellettualmente ricca, alcuni partecipano anche del gossip, scrivono e fanno politica. Meglio per loro, rispondo, non esiste incompatibilità tra il loro passato, la pena scontata e quello che sono adesso. Ma tuttavia esiste un limite, e questo limite è dato dall’avere cercato di demolire lo Stato a colpi di pistola. Un reato commesso da un amministratore pubblico qualsiasi può prevedere il licenziamento e l’impossibilità per il condannato di entrare nuovamente nello Stato. Ritengo corretto tutto questo perchè l’amministratore ha tradito la fiducia dello Stato e i meccanismi di rappresentanza che ne costituiscono uno dei principali fattori di esistenza. Invece un terrorista (magari pure assassino), non appena scontata la pena, può diventare sottosegretario o collaborare con lo Stato, e da questo percepire uno stipendio. Nessuna fiducia tradita in questo caso: apparentemente non è successo niente. Niente. Questa, in effetti, è la vera ingiustizia.

Gli ex-terroristi, a parer mio, non possono essere perdonati fino a questo punto, perchè il perdono totale è identico all’assenza del perdono (e al prevalere della vendetta), dimensioni entrambe che rifiuto in partenza. Nessuna colpa perpetua dunque, niente ergastoli o pene di morte. Semplicemente l’ex-terrorista sconti la sua pena e non entri nello Stato e nelle sue istituzioni. E il semplice dipendente pubblico che compie reato, venga allontanato con ignominia, dopo aver pagato alla collettività per la fiducia tradita. Dunque quello che non funziona è la disarmonia tra il trattamento ricevuto dai primi e quello ricevuto dai secondi, ma non (come tu affermi) nella direzione di permettere agli ex-terroristi di accedere alle cariche dello Stato come i dipendenti pubblici corrotti, quanto piuttosto, io credo, nell’impedirlo a entrambi.

Quanto alla colpa infinita e alla riprovazione sociale che a quanto pare, colpisce queste persone, mi dispiace per loro, sul serio. Ma non si può pensare di poter sparare in faccia alla gente e poi immaginarsi che tutto sia come prima, questo è troppo comodo per la propria coscienza e per quella collettiva. Io a prendere l’aperitivo con un fucilatore fascista non ci vado, perchè la pochezza dei suoi argomenti, la banalità malvagia di aver compiuto quello che ha fatto non è cosa interessante ai miei occhi. Stessa cosa per chi ammazza un padre di famiglia in bicicletta sproloquiando su un dattiloscritto. No grazie, si becchino pure la riprovazione sociale e si sforzino di compiere fino in fondo, e fino alla fine, dignitosamente (visto che i mezzi intellettuali ce li hanno), le rispettive riflessioni personali, le parabole delle loro vite, loro che ancora ce l’hanno una vita. Altro che cariche nello Stato.

State bene, Cyrano.

Prigionieri politici

Mi vien da pensare: ma tutti quelli che hanno arrestato, quelli delle “nuove BR” ma che hanno dentro il cervello?
Ora, mi sforzo di capire per esempio quelli di 50 anni, e mi dico: avere venti anni nel settantasette per qualcuno è stato un danno, e va bene. Ma quelli giovani? Quelli mi stupiscono. Rapinare banche, sparare alle case, immaginarsi esplosioni, uccidere, tutto mischiato tra fantasia e realtà, tutto condito da circolari clandestine interne alle cellule, appostamenti, espedienti di piccola elettronica e mitra rivoluzionari. Gli infiltrati “nelle file del Movimento”.

Certo, perché una strategia politica deve avere il suo respiro internazionale (la Svizzera?!?) e dev’essere al passo coi tempi (in Movimento), non importa se combattono per la collettivizzazione o per l’abolizione della proprietà privata, se intendono, una volta vinta la rivoluzione, instaurare i Soviet, o le Comuni, o i Territori Liberati, l’importante è fare qualcosa adesso, magari ammazzare a pistolettate un padre di famiglia perché è un pubblico amministratore, così si rendono simpatici alla gente. La fiera della mediocrità. Ogni tanto invece “le nuove BR” si fanno prendere dal delirio di onnipotenza e allora vogliono colpire i sindacalisti più in vista, quelli più importanti perché si parla di loro sui media, sparano alto i brigatisti! ma quando si tratta di Berlusconi, allora gli viene meno il coraggio rivoluzionario e si accontentano di sparare a una facciata di una villa che magari non è nemmeno la sua. Loro mi risponderebbero citando i quaderni di Che Guevara, o mi racconterebbero la teoria dei bersagli realistici (possibilmente senza scorta). Invece di vivere, pensano di ammazzare. Ragazzi di ventotto anni che non ragionano su tutto quello che c’è di buono da fare, e che si ripetono il mantra del marxismo-leninismo, che è poi lo stesso che recita il cinquantenne, e prima di lui tutti gli altri, e attenzione alle deviazioni dalla dottrina! Interpretiamo i testi sacri! Scissione! Clandestinità!

Ma ciò che più mi da fastidio è questo piccolo orizzonte mentale. Hai deciso di soccombere all’impeto rivoluzionario? Ti senti in dovere di combattere i governi dispotici a favore della dittatura del proletariato? E allora perché sei ancora qui a rompere i coglioni? Al di là dell’oceano c’è la Sierra Lacandona, dove esistono parecchie buone ragioni per farsi rispettare da uno stato corrotto e autoritario. Oppure c’è il Delta del Niger, fianco a fianco con un genocidio, contro gli sgherri delle multinazionali e non contro un ufficio postale di provincia. E adesso si dichiarano prigionieri politici e si preparano a lunghi anni di filosofia. Volenti o nolenti. 

State bene. Cyrano.

 

Eutanasia passiva vs Accanimento terapeutico

Piergiorgio Welby vuole farsi “staccare la spina”. Ama la vita anche lui, naturalmente. Ma quello che gli rimane in questo momento, a sentire lui, non è più vita, ma solo sofferenza (fisica, spirituale, psicologica).
Ora le posizioni mi pare siano due:

O si somministra una dose di sedazione “importante” e si stacca la spina, eseguendo quello che tecnicamente si definisce una eutanasia passiva oppune si risponde negativamente a questa richiesta mettendo in pratica, nei fatti, quello che si definisce un accanimento terapeutico.

Volendo semplificare:

  • c’è un primo nucleo di posizioni, identificate politicamente con i radicali e i libertari della Rosa del Pugno, che spinge per la regolamentazione dell’attuale normativa (ambigua) e che chiaramente vuole “staccare la spina” di Welby e di quanti si trovano, disgraziatamente, nella sua situazione. 
  • C’è un secondo nucleo di posizioni, identificabili con l'area cattolica di entrambi gli schieramenti che sostenendo la sacralità della vita dal suo concepimento al suo esaurirsi naturale, non intende rivedere alcunchè dell’attuale normativa (ambigua).
  • C’è un terzo nucleo di posizioni, che definirei di NON posizione, e quindi deprecabile, che fa riferimento a quanti, in entrambi gli schieramenti, non hanno ancora elaborato una loro posizione e condiscono con il silenzio (politico) quanto si sta consumando in questi giorni.


A prescindere dal fatto che ovviamente mi ritrovo nel primo schieramento (in buona compagnia a quanto sembra), e che in ogni caso rispetto ma combatto la posizione del secondo, quello che risulta disgustoso è il gruppo di parlamentari (anche al governo), che non prendono posizione. Di fronte agli abissi di sofferenza in cui versano migliaia di cittadini italiani, questa gente, pagata da noi, non è in grado di espimere nulla.

A fronte di questa vergognosa latitanza politica e al prevalere ipocrita di chi ancora ritiene che il dolore sia obbligatoriamente un evento dignitoso (e non una scelta, quella di viverlo in questo modo), io rispondo che se dovesse capitare a me, di assistere un congiunto disgraziatamente in queste condizioni che me ne facesse richiesta esplicita, io staccherei la spina, fottendomene di quella che qualcuno ha ancora il coraggio di chiamare legge. E così sarà, temo, anche per Welby.

State bene, Cyrano.

Romeo e Giulietta

«Sono morti abbracciati. Sembrano Romeo e Giulietta. Lui l'ha amata tanto ed è stato così sino alla fine».

Come Romeo e Giulietta? Ma dico, stiamo scherzando? Qui parliamo di una donna che è stata ammazzata dall’ex marito! Vorrei avere tra le mani il titolista, sul serio, ma come si fa a scrivere roba del genere? Siamo di fronte all’ennesimo omicidio di una donna, da parte del solito marito rincoglionito e incapace di gestirsi uno straccio di vita, che prima la perseguita e poi, come se fosse “roba sua”, piuttosto che perderla l’ammazza. E questi parlano di Romeo e Giulietta.


L’ha amata fino alla fine? L’ha amata fino alla fine? Ma vi rendete conto di quello che pensa questa gente? E l'articolista che fa? Gli pare intelligente il paragone con una bellissima e commovente storia d’amore, ovvio. E noi che dobbiamo capire? Che in nome dell’amore si può ammazzare una donna a pistolettate? Perchè invece non ci chiediamo a quale tipo di sostegno può ricorrere una donna perseguitata, oggi, in Italia? Quante sono le donne ammazzate da questi imbecilli, eterni ragazzini che, poveri cari! non si rassegnano al viver civile? Complimenti al giornalista, ottimo modo di presentare una notizia.

State bene, Cyrano.

Libro & Condom: che rivoluzione!

Il papa ha scritto un libro. Ha detto che possiamo commentarlo (mica come il corano! Mica come la bibbia!).

Inoltre i grandi vecchi della curia (forse qualche teologo, di sicuro nessuna femmina) stanno studiando se attraverso la chiave di lettura del cosiddetto male minore possono permettere quello che già tutti (i cattolici) fanno: usare il preservativo.
Come faranno adesso tutti quegli ipocriti bacchettoni teo-neo-para-con adesso? E gli atei devoti? Ammesso che ne sia rimasto qualcuno dopo la sconfitta di Bush...

Ma si sa! che Ferrara e Pera lo vogliano o meno, la terra gira e ruota intorno al sole, soltanto da quando la chiesa romana ha riabilitato Galileo.

Seppellirli con una risata, please.

State bene. Cyrano.

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(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)