Author Archive for latestaindipendente

. scelti per voi

In questi dieci giorni, tra le altre, mi sono successe tre cose degne di nota.
Uno: sono andata a vedere L’ultimo terrestre, il film di Gipi in uscita nelle sale dal 9 settembre.
Due: ho visto il nuovo video degli Zen Circus (album in uscita l’11 ottobre): L’amorale.
Tre: ho ascoltato la nuova canzone di Dente (anche lui album in uscita l’11 ottobre): Giudizio universatile.

L’ultimo terrestre è bellissimo, non perché è un film di Gipi ma perché oltre ad avere un cast straordinario e ad essere a conti fatti un ibrido tra un film e un fumetto senza che questo disturbi la visione o vi si intrometta, è una celebrazione della diversità e della normalità insieme, una miscela commovente che strappa le giunture a chi si siede in sala per assistere. Consiglio: non siate frettolosi, arrivate alla fine senza farvi impressionare dagli iniziali tempi dilatati e andrà tutto bene. Dubito che qualsiasi altra persona sulla Terra, al giorno d’oggi, abbia la sensibilità di un personaggio come Gipi: a conti fatti, in un modo o in un altro, riesce sempre a farmi piangere, sia sulla carta che sulla pellicola. Fatevi un pianto anche voi, ogni tanto fa bene.

Il nuovo singolo degli Zen Circus, L’amorale, invece, non è granché: peggio di come mi aspettavo ma, ad oggi, niente di tremendo, piuttosto commerciale. Non mi sembra all’altezza di tanti altri prorompenti singoli e però questa volta – a differenza di quel che mi aspettavo dai Marta sui tubi o dai Verdena – non ero preparata al calo di tensione. Chi ha spento la luce? Gli Zen proseguono imperterriti nella loro critica ironica e apertamente atea condita da un ritornello simil filastrocca cantilenante. Aspettatevi una canzone commerciale. Per consolarci, nel video gli Zen circus sono tutti seminudi e stanno benissimo.

Il nuovo singolo di Dente invece (Giudizio universatile) richiama sul serio i primi dischi di Renato Zero mescolati ad un motivetto da riviera anni Settanta. Non so se questa è una cosa positiva oppure no, ma mi affido al leit-motiv della canzone che giustamente e democraticamente suggerisce “giudica tu se il cielo sta venendo giù“. Faffaraffaraffafà.

Poi volevo dirvi che il 30 settembre esce il nuovo film di Cronenberg, A dangerous method, con un cast d’eccezione tipo Keira Knightley, Viggo Mortensen e Michael Fassbender.

Ci vediamo al cinema.

. consigli per gli acquisti

Potrebbe sembrare l’ennesimo sfoggio di zelo da parte dei cineasti di tutto il mondo, se non fosse che, come dice Paolo Mereghetti nel suo articolo, “ogni paese ha un patrimonio culturale di cui vantarsi e che deve essere difeso”. Visto che molti di noi continuano a fare finta che, ad esempio, non ci sia una Guerra in corso, faccio finta anche io (e del resto, anche nel bel mezzo della crisi più totale, come si potrebbero dimenticare le cose belle come queste?) e vi segnalo questo link e questa iniziativa, secondo me bellissima. Giocate.

. compiti per casa

Oggi stavo pensando che dopo la laurea mi piacerebbe fare qualcosa che riguardi i libri. Avendo un piccolo, piccolissimo gruzzolo da parte, ho iniziato a pensare di aprire una casa editrice. Poche ore dopo venivo smontata dagli amici più cari che mi ricordavano che adesso fare cultura è come voler diventare acrobati circensi senza fare stretching. Comunque i sogni non si pagano, e in attesa di trovare una soluzione coerente che sia anche all’altezza del mio portafogli, ho pensato di aprire una nuova rubrica su tumblr. Mi piacerebbe che partecipassero anche persone che non hanno un indirizzo tumblr loro, perché l’importante, di questi progetti, è aderire, ma soprattutto, non avere paura. Penso che sarebbe bellissimo se per una volta scrittura e temerarietà si incontrassero per qualcosa di serio. Il compito non è difficile, il link all’iniziativa lo trovate qui

http://lapolaroidiuntuffo.tumblr.com/post/1611078533

I compiti per casa e tutti gli aggiornamenti li trovate sempre sul mio tumblr http://lapolaroidiuntuffo.tumblr.com/, o sotto il tag progetti o sotto compiti per casa.

Non fate i timidi.

. l’importanza di chiamarsi vasco brondi

Qualcuno, prima o poi, doveva farlo. E’ vero, potevamo aspettare e risparmiarci i giudizi, trattenere ancora tra le mani quei rimasugli di credibilità del primo tentativo, conservare, come si suol dire, l’immagine di un disco che aveva azzerato tutti gli altri mai usciti durante i fantomatici Anni Zero. Adesso cliccando play non abbiamo più l’atteggiamento neutro e rilassato di quando ancora non sapevamo, non conoscevamo; adesso per cliccare play ci vuole coraggio e abbiamo uno zaino colmo di convinzioni e pre-concetti, opinioni contrastanti, tempeste telematiche, invasioni barbariche dei social network, generazioni di giovani e meno giovani che hanno violentato tutto alle radici fino a raschiare via ogni significato. Adesso le cinque stelle di Repubblica ci sembrano solo il primo gradino isolato di una scala, più che una guida: per costruire le nuove certezze vogliamo essere da soli.

Il nuovo di Brondi è già in circolazione, puoi scaricarlo su megaupload e privarti del piacere dell’attesa: del resto è stato lui, il primo, a dire che ci fregano sempre (cit.). Ci sono già i nostalgici di Canali e le recensioni a fior di bocca che premono per uscire; le critiche di quelli che non lo amavano già prima e il consenso corrotto di coloro che lo amano e lo hanno amato a prescindere. Ragazzi, inutile dirlo: vi prendete troppo sul serio. Specialmente, avete preso troppo sul serio Vasco Brondi, che adesso non assomiglia più ad un ragazzo di ventiquattro anni emergente e insicuro (che se gli vai vicino ti fa un sorriso imbarazzato e non sa cosa risponderti se gli fai i complimenti): adesso avete di fronte un mostro costruito dalle vostre aspettative, dalle vostre e dalle mie, certo, come un robot ricoperto di miele e di pece, che si muove a stento, che è stato ricoperto di soldi e di donne e di manifestazioni culturali, e se riuscite a ritrovare Ferrara e la verità, sotto questo cumulo di bugie, siete fortunati.

Mi viene un po’ da ridere se penso a quanto abbiamo parlato di Vasco Brondi in questo anno e mezzo, quanto lo abbiamo amato, abusato, criticato, crocifisso, preso in giro e soppesato con il criterio limitato delle nostre scelte. Non riusciremo mai a capire, almeno credo, cosa si nasconde dietro certe cose. Credo che arrivati a questo punto, non riesca più a capirlo nemmeno Vasco Brondi. Potrei snocciolare le prime critiche (dirvi ad esempio quanto sia pessima l’immagine di copertina, appoggiarvi nelle vostre malinconiche frasi che rimpiangono Canali, dire che questo disco è uguale al precedente); ma, a pochi minuti dalla fine della prima canzone, mi preme fare una recensione pre-ascolto, pre-giudizio, pre-tutto. Questa volta ho deciso che è meglio così. Questa volta ho deciso, che non voglio lapidare né essere lapidata. Esiste solo una dimensione: la voglia e il bisogno di comunicare. Inoltre, a dirla tutta, come abbiamo più volte ripetuto in sedi private, non è così facile chiamarsi Vasco Brondi durante questo novembre. Provateci voi a confrontarvi con una serie di aspettative non solo così alte, ma anche e soprattutto, così sfaccettate. Provate ad immaginare di aver fatto un disco che, nel bene o nel male, ha diviso la musica (intendo proprio diviso, spaccato, azzerato, battuto: perché che lo vogliate ammettere o meno, non c’è mai stato niente come Canzoni da spiaggia deturpata). Provate ad avere il coraggio di rimettervi in gioco e soprattutto in studio a suonare qualcosa, cercando di essere all’altezza non più dei vostri modelli, ma addirittura di voi stessi. Ecco, provate a superarvi. Vi pare facile? A me per niente.

Adesso mentre guardo le dieci canzoni del disco nuovo mi viene da sorridere e mi sento come se stessi per mangiare una torta perfetta guarnita con tanta panna. Non so ancora se tutti gli ingredienti siano stati usati al meglio, e se quello che è l’aspetto confluirà esattamente nella sostanza. Però sono in qualche modo serena. E’ un’operazione delicata, questa, che speravo non dovesse mai capitare. Per mesi ho pensato che sarebbe stato meglio apprendere dai tg che Brondi fosse morto schiantato con la macchina su una qualsiasi tangenziale italiana. Morire, dopo certe cose, sarebbe preferibile al dover cercare di fare meglio.
Adesso invece so che di qualsiasi cosa sia fatto questo disco, non è più importante la qualità né l’innovazione. Quello che è stato scritto sulla sabbia di una spiaggia deturpata, non è più possibile grattarlo via. Godetevi il passato, se non vi soddisfa il presente. E datemi retta: prendetevi e prendete le persone meno sul serio.

Buon ascolto.

. buon 2 agosto

questo non è un post politico né culturale né rivoluzionario (a proposito, buon 2 agosto): questo è un post su una persona che va in libreria. certo non siamo l’emilia romagna (se sei emiliano o romagnolo o tutt’e due, non lamentarti: vivi in una regione ricca e sensibile alle esigenze dei giovani, ti consiglio di apprezzare la tua fortuna), non siamo la lombardia (bene per lo smog male per i negozi di sushi ogni tre per due) e non siamo nemmeno roma, roma, roma (che fa la stupida solo di rado), firenze non ne parliamo, è una cugina che non ci guarda e non gli interessa e al pranzo di natale ci tira i capelli insieme a siena e lucca (ricordi che succede in ottobre?): siamo perugia.

se credi che sia divertente, hai sbagliato regione. noi siamo quella che nelle cartine politiche è sempre verde, il cuore pulsante di questa scarpa malandata senza tacco, boschi-campi e fiumiciattoli come direbbe bilbo baggins (sì, siamo simpatizzanti degli hobbit perché ci sentiamo hobbit anche noi).

la notizia è che la libreria oberdan chiude, dopo simonelli e il fallimento di altri piccoli negozi più marginali (non parliamo di altre attività che hanno chiuso nel giro di due anni per altri problemi e che hanno demolito l’interesse del centro storico, uno su tutti lo storico teatro pavone, le diatribe riguardo il cinema turreno che vogliono buttare giù per costruire un parcheggio, o lo stato di abbandono che sta degradando il cinema modernissimo che ormai di moderno ha solo il nome).

sulla pagina facebook ne parlano attraverso questo comunicato, laconico e lapidario (nel senso di lapide, e buon 2 agosto di nuovo). c’è chi, come succedeva per voldemort, non vuole fare “il nome del colpevole”, e chi invece crede di essere così rivoluzionario che un nome è solo un nome, e per giunta rosso e troneggiante, ditemi se non esiste qualcosa di più comunista: la-feltrinelli.

ma questo non è un post politico, nè di cultura, nè rivoluzionario (buon 2 agosto a mamme e piccini). è un post, come ho già detto, riguardo le persone che vanno in libreria: non importa quale, non gli interessa il nome. hanno bisogno di sapere che ci siano librerie, e libri e persone che salgono per lui sugli scaffali e prezzi – aehm – modici e un’offerta, diocristo, un’offerta.
perugia è un posto dove le persone litigano tramite i manifesti.
c’hanno costruito il minimetrò rubandoci i soldi tramite lo scandalo dei semafori gialli e grazie all’aumento delle tariffe delle strisce blu (va bene), c’hanno dimezzato e ribaltato il servizio apm mettendo in croce anziani e ragazzini (va bene), c’hanno tolto i cinema, i teatri, i laboratori teatrali, i circoli arci, le aule dei licei, ci hanno chiuso perfino i locali dove si faceva karaoke (che ora sono privati e se vuoi cantare devi tesserarti come al partito), e va bene, va benissimo. e non è una diatriba su chi sia la vittima o il carnefice, le persone che amano i libri sono stanche di decidere di chi sia la colpa e di pensare a quello che avrebbe potuto offrire la oberdan o quello che offre la feltrinelli (che sì, se volete saperlo, dev’esserci in un capoluogo regionale, da chi altro vogliamo farci ridere dietro?): il dubbio è su quello che resta, non rispetto a quello che se ne va. quando si rimane da soli a giocare, si può dire o no di avere già vinto?

. ti regalo un post

Posso dire che tutto questo spopolare del libro di Brondi mi sta facendo venire l’orticaria. Non ci metto il punto interrogativo, perché non ho bisogno di chiedere il permesso. Sgrat. Conservo molto orgogliosamente la copia del suo manoscritto quandoancoranonerafigo (il manoscritto, non lui), con la prima pagina di carta assorbente da forno che nella borsa mi si è stropicciata tutta, con la forma scomoda e improbabile e le figure molto autentiche dei fogli con la sua vera calligrafia. Sgrat. La conservo gelosamente, all’interno ci sono perfino due gambi di papaveri (seccati) da questa primavera in un giorno di particolare ispirazione artistico-fotografica – poi abortita. Ogni tanto quando riapro il libro questi due gambi vengono fuori senza petali e sembrano delle zampe di cavalletta molto lunghi: ogni volta ho paura. Conservo e mi domando: come mai quest’odio e quest’orticaria per questo spopolare del libro di Brondi (edito tutt’oggi da Baldini/Castoldi, altro che fogliazzi riciclati di carta igienica di seconda mano)? Forse perché vorrei essere pubblicata anche io da Baldini e Castoldi? O forse – e io sono più propensa per questa ipotesi – le cose che sono mie sono mie e basta e non devono essere di nessun altro perché ho l’esclusiva sulle cose che trovo molto belle e da quel momento vorrei che sprofondassero nell’0blio generale a parte qualche raro momento in cui IO decido di farle tornare a galla e farvi attingere a tutti ma solo con le dovute maniere e a piccole dosi ecco sì, senza esagerare. Punto interrogativo. Ma non troppo, perché in fondo so la risposta a questa domanda. Sono gelosa di molte cose. Della mia canzone preferita, e anche di Vasco Brondi, a quanto pare, e del suo manoscritto quando ancora si poteva chiamar tale – mano/scritto, scritto a mano, partecipato, stuprato, partorito in via Croce Bianca (dico bene?) che sarebbe il vicolo di Ferrara, io ci sono stata, dove alla fine trovi il Korova, che adesso è il bar dei due fratelli di Vasco Brondi che lavorano facendo a gomitate con gli articoli di giornale incorniciati, le teche, gli altari benedetti, i poster, i videofilmati, i distinti saluti sulle cartoline autografate dal loro stesso fratello minore. Quello che prendevano a schiaffoni da bambino. Quello che gambizzavano quando non si sopportava. Ecco sì, secondo me QUEL manoscritto è nato secondo una sequenza di passeggiate dalla macchina al Korova, nelle fredde notti di dicembre-gennaio a Ferrara. Dico questo augurandomi che Vasco Brondi non abbia avuto un pass o un tagliandino apposito per parcheggiare DIETRO al Korova e non fare più di dieci passi per andare a lavorare, togliendosi così tutto il gusto che invece abbiamo noi, dico noi, che per andare a trovarlo chiuso per ferie, beh, anche andandolo a trovare chiuso per ferie, ci facciamo tutta Ferrara, vicoli, vicoluzzi e vicoletti per un totale di cento chilometri quadrati lungo le strette vie illuminate. Questa é Ferrara. Questo è Vasco Brondi? Era sicuramente Vasco Brondi sì, con i guanti tagliati in cima e le dita scoperte (i fili sì, erano pezzi di maglia tranciati male), e anche se ne sto dando un’immagine insopportabilmente emo punk che sicuramente Brondi non è mai forse stato a parte il periodo del gruppo che aveva al liceo (voci di corridoio), mi piace immaginarmelo così. Così che cammina nel freddo e nel gelo, soffiandosi sulle mani congelate. Mancano dieci giorni al suo ventiduesimo compleanno, la sua ragazza é appena partita per Parigi, in cui, dice, non volano mosche, è sabato sera e davanti al Korova si riuniranno gruppetti di adolescenti poco più piccoli di lui che vorranno bere parlare mangiarsi le unghie attaccar bottone far saltare bottoni ruttare vomitare e poi andare a casa, che domani ci si ha l’appuntamento con il mal di testa domenicale. Non so se avete mai visto le stradine della vecchia Ferrara: ecco, sono puntellate di sassi in rilievo, completamente inadatti a scarpe con la suola bassa e poco malleabile tipo Converse, anche se molto più pittoreschi dei sanpietrini a Roma; ecco io mi immagino che Vasco Broni cammina (molto, perché è senza tagliandino) e gli vengono in mente parole, parole, parole alla Mina, gli vengono in mente frasi, frasi, frasi, concetti – poi improvvisamente uno di quei sassi in rilievo delle stradine vecchie lo fanno inciampare e i discorsi si compromettono: “e i tuoi capelli che sono…” … “nastro isolante” … “c’è un incendio…” “nei bar”. Per una prosa poesia di squisiti versi alla cazzo, che si sposano benissimo e che ci fanno piangere, come se io adesso dicessi oggi ho pensato molto … ai destini degli elettricisti … che mangiano dei gelati troppo sciolti … e i tuoi occhi ricolmi di soli. Sono capace anche io di fare Vasco Brondi, ma in quel manoscritto, con la sua calligrafia tremendamente brutta e incomprensibile, ecco in quel pezzetto rilegato alla peggio, Vasco Brondi era solo un povero coglione che inciampava nelle proprie emozioni come facciamo tutti noi e andava a lavorare com’è giusto che sia, ma era anche un tizio, ecco, sì, un tizio che a me sarebbe piaciuto frequentare, pur nel suo spastico esprimersi e nel suo impostato modo di parlare e soprattutto nel suo modo di leggere così uguale. Era uno che a fine serata cercava di tenere insieme i fogli con le mollette e di venderteli o magari di regalarteli, basta che gli offrivi una vodka, sua grandissima passione. Cosa voglio dire, cosa sto dicendo? Non voglio fare la nostalgica, e nemmeno la moralista. Quella che dice “Ah Brondi era meglio quando non era Brondi”. E chi era, allora? Oppure dire: il successo cambia tutti. E’ un concetto sdoganato, e comunque fa bene lui, a campare col suo unico talento: mettere in fila parole molto belle. Vasco Brondi, per me, è uno che ha fatto molto l’amore col vocabolario. Lo Zanichelli è il suo migliore amico, e come si fa a non voler bene a uno così?  Non sto dicendo niente, su Vasco Brondi, la metà di queste frasi le sapevate già tutti. Sto dicendo che sono gelosa del suo manoscritto prima che lo scoprissero: è diverso leggerlo in quei fogli stupidi, invece che sul libro carino ordinato (e con una copertina orribile) di Baldini e Castoldi. La morale di questa storia è che dovete svegliarvi tutti. Ma a piccole dosi, però, come quando e quanto lo dico io. Poi basta. Sono gelosa delle cose che ritengo belle, perché ormai di cose belle ce ne sono rimaste poche, bisognerebbe per giustizia, secondo me, riazzerare tutto e ridistribuire le preziosità: a te i libri, a te i testi di Vasco Brondi, a te la neve, a te l’esclusiva di dire Sono stato sulla luna! Mi sono persa tra i miei stessi cosavolevodire: non lo so. A questo punto potrei e dovrei premere seleziona tutto e poi fare canc, liberare questo impaccio, togliermi da quest’impasse – per dirla alla Battisti. C’erano alcune cose che volevo dire: che le cose che amiamo ci costringono ad un continuo andirivieni di odio-amore; e che mi dà fastidio che ora la gente legga Vasco Brondi sul libro edito da Castoldi e Baldini, perché dov’eravate fino a ieri?

. una piccola ape furibonda

C’era qualcuno che scriveva “le più belle poesie si scrivono sopra la pietra“. Questo qualcuno era Alda Merini. Per sapere chi è tutti possono fare una ricerca su wikipedia o seguire i coccodrilli dei telegiornali. Certo quelli che si accontentano di guardare in superficie, dove le pietre sono semplicemente appoggiate, saranno più che soddisfatti. C’è però una differenza sostanziale tra queste persone e i poeti: e cioè che questi ultimi sanno bene che la pietra ha radici profonde, che vanno più in basso e più all’interno di quello che all’occhio umano è dato vedere. Alda Merini, secondo me, era una di queste persone. La notizia della sua scomparsa arriva in terza pagina al telegiornale della domenica sera, con molto meno rumore di quanto fecero, tempo fa, le morti di Michael Jackson e Mike Bongiorno. Una testimonianza di quanto il nostro tempo sia cambiato e di come la televisione e la spettacolarità abbiano soppiantato ferocemente il piccolo mondo riservato della Poesia. Un mondo intimo e quasi sempre nascosto, specialmente nei giorni nostri, che ha lasciato ai nostri padri ricordi sbiaditi e ha tolto alla radice a noi, figli degli anni Ottanta, la fortuna di poter entrare direttamete in contatto con queste piccole e preziose forme d’arte forse considerate minori al giorno d’oggi
E’ scomparsa una grande poetessa italiana che ha perpetuato la grande dignità di un “fare arte” che spesso ci dimentichiamo, a favore di altre forme più prepotenti – il cinema, la televisione. La poesia, anche, ci viene inflitta da bambini alla scuola elementare, certi versi ce li fanno portare dietro come macigni sin da piccoli: attraversano le tempeste degli anni e dei licei, fino a perdersi, lentamente, fino a sgretolarsi sotto il peso delle nostre vite frenetiche. Con un atteggiamento che forse sembrerà propagandistico, io vorrei approfittare di questa perdita per ricordare a me stessa e agli altri, invece, quanto più bello e più utile sia scoprire l’arte – e in questo caso la Poesia – per conto nostro. Scegliere, invece che subire. E’ un concetto che pare scontato, invece non lo è. Ho amato molto, oggi pomeriggio, andare in libreria a cercare una poesia, tra quelle di Alda, che potesse rappresentare la sua grandezza di artista. Ho trovato molti versi bellissimi, mentre li copiavo sul mio blocco note e mi sporcavo le mani di inchiostro liquido blu, era come mettere le mani in una tavolozza piena di colori: questi colori sono le parole, che solo pochi di noi sanno gestire e ammaestrare. Come piccoli gatti ci sfuggono. Ecco, per me Alda Merini è stata capace di addomesticare queste parole semplici per regalarci una Poesia fatta di sostanza vera, fremente e viva. Alcuni di questi versi mi fanno ricordare ed entrare in contatto con la sua sofferenza piena d’orgoglio (“e perciò non ti chiamerò al telefono, nè avrò bisogno delle tue vene che pulsano”), la sua straordinaria capacità di amare ineguale a tutte le altre (“io non sarò più libera/come un uccello/dacché tu te ne sei/andato e hai legato/le ali con le piume/del tuo passaggio segreto), la sua profondità e la sua capacità comunicativa (“adesso sono una pioggia spenta“), la sua malinconia (“non ho mai visto un rigoglio di rosa pura“), la sua speranza (“correre insieme a te come avessi vent’anni“). Piccola grande Alda, che a proposito di radici scrive “l’unica radice che ho mi fa male“, che porta con sè il fascino e la dannazione di tutti i grandi poeti maledetti, la pazzia riservata solo ai grandi, l’Eternità che da qualche parte è destinata agli artisti.
Questi versi sono stati letti su due volumi, rispettivamente Fiore di poesia e La volpe e il sipario. Ve ne regalo uno, secondo me bellissimo seppur non originale, per condividere e per mandare il mio personale e piccolo pensiero alla voce di una piccola ape furibonda che si è fatta flebile ma che non potrà mai essere messa a tacere.
Spegnimi come il lume della notte
come il delirio della fantasia.
Spegnimi come donna e come mimo,
come pagliaccio che non ha nessuno.
Spegnimi perché ho rotta la sottana:
uno strappo che é largo come il cuore.

Alda Merini

. lezioni di prospettiva

Quasi tutti quelli che frequentano il DAMS, o un altro corso a sfondo culto-cinematografico, vi diranno che se non avete mai visto Rapacità di Von Stroheim, allora non capite niente di cinema. Se vi capiterà mai di sedervi per un caffé con un accanito cinefilo, gli spiegherete che sì, conoscete il cortometraggio del treno che esce dalla galleria, e vi liscerete il baffo spiegando che sapete anche che nel milleottocentonovantasei gli ignari spettatori corsero via fuori dalla sala credendo che il treno in arrivo alla stazione stesse veramente per travolgerli. Il cinefilo vi riderà in faccia dicendo che nonostante la gran parte delle persone (e non ci vorranno sottotitoli per capire con quanto disprezzo lo starà dicendo) credano che l’ Arrivée d’un train en gare de La Ciotat sia conosciuto come il primo cortometraggio della storia del cinema, i fratelli Lumière produssero altri vari corti in bianco e nero, rispettivamente Repas de bébé o La sortie de l’usine Lumière à Lyon, ma anche L’arroseur arrosé o la Démolition d’un mur. Voi vi sentirete ignorantissimi, e penserete che tutto sommato era meglio uscire con un cinofilo. Credetemi se vi dico che, nonostante mi sia sentita dire moltissime volte da svariate tipologie di persone, che per i miei quindici anni avevo visto una marea di pellicole – poche volte mi sono sentita ignorante come quando ho assistito alla prima lezione di Storia e critica del cinema. Tra le diverse persone che erano in aula, diverse di loro avevano già visto Rapacità di Von Stroheim dieci o quindici volte, e ne erano molto soddisfatti. Li guardavo e mi meravigliavo delle loro facce soddisfatte, saccenti e sornione, mentre il professore parlava di questo film, che annuivano in segno di comprensione profonda e attenta partecipazione. Sì, ho visto Rapacità di Stroheim settantuno volte, confesso che nelle buie notti di pioggia in cui non riesco a dormire, oppure se ho acidità per il pranzo di natale, non riesco a non far partire play sul dvd su cui ho copiato Rapacità. Come se Rapacità fosse un gran film. I cinefili vi diranno di sì, per molti motivi che non ci interessano (o sì?) e che quindi evito di elencare. In verità Rapacità é un film muto, e non solo: ha quelle sgradevolissime schermate nere con scritti in caratteri bianchi le battute. Non so se avete avuto mai la sfortuna di incappare in tali pellicole: un tizio fa una faccia disgustata, e nella schermata nera seguente compare la scritta: – Che schifo! Il che, a mio parere, è davvero avvilente, pensando che c’è stato qualcuno che arbitrariamente voluto avere la meglio sulla mimica, e illudersi di poter interpretare universalmente il significato di un’espressione, uccidendo non solo la dignità all’attore, ma anche la fiducia nelle capacità intellettive dello spettatore. Ma con quale criterio malsano siamo arrivati a decretare cos’è bianco, cos’è nero, e cosa, a nostro gusto, dovrebbe essere un tantino grigio? Cambiando discorso: non più tardi di ieri mattina, lungo i corridoi dell’ateneo, mi intrattenevo con vari personaggi che stavano sostenendo un esame di storia della danza e del mimo. Che ogni volta che lo dico, uno pensa: che palle. In realtà é stato molto meno traumatico che guardare Rapacità di Von Stroheim, se non altro non c’erano sottotitoli, e uno poteva mettersi mentalmente a dialogare con Mejerchol’d e compagni. Il fatto é che la prospettiva é molto importante: se guardi il David di Donatello a Firenze, certo ti renderai conto che quello che guardi é sempre un David, ma non potrai nemmeno non ammettere che se lo guardi da davanti ha un pene, e se lo guardi da dietro ha un deretano. Insomma: Rapacità di Von Stroheim é un bel film oppure no? Non l’ho ancora deciso, ma vi consiglio di vederlo, se non altro per cultura generale, e per non farvi trovare impreparati durante una lezione di cinema. Ma cercate di non avere quella faccia saccente, mentre il professore ne parla: sembrerete molto meno insopportabili. Ci sono almeno cinque milioni di persone a questo mondo che non sanno neppure chi fosse, Von Stronheim; una buona percentuale di loro non sa neppure cosa significhi la parola “rapacità”. Parlo di persone che non sono andate a scuola, ad esempio, e la cui ignoranza arriva molto prima del cinema tedesco di inizio Novecento. D’altra parte, forse, sono gli stessi che ci darebbero lezioni di prospettiva. Il punto é: quanti lati ha una figura geometrica? Evitino di rispondere i geometri. Perché non tutti lo sono (per fortuna). Secondo me la vera domanda é: è sul serio importante sapere con precisione quanti lati abbia un esagono? Oppure all’esagono basta avere la certezza che sarà guardato nella sua totalità, con lucidità, da occhi vergini, illibati dalla contaminazione della cultura esclusiva? E’ bello essere ignoranti, per certi versi, ignorare che esistano certe forme di corruzione; é bello capire le cose senza manuale; é bello vedere i film che ci piacciono, ed essere liberi di decretare che Rapacità fa cagare, ma Saturno contro é un bel film. E’ bello essere acculturati solo di quello che consideriamo noi cultura, e infine, di questi tempi, credetemi, é bello non dover frequentare l’università.

. aria fritta

nessuno di noi può immaginarsi quanto siano collegate tra loro le parti del corpo. la funzione dei nervi la intuiamo solo quando si infiammano e ci fanno male, quando non riusciamo nemmeno a cuocere un uovo per via di un dolore ad un fianco, ci rendiamo conto che siamo semplicemente una centrale elettrica con molti fili che hanno a che fare l’un con l’altro. così è anche per le persone che se ne vanno. non intendo dire che partono all’areoporto, o che muoiono: parlo di quelle che scelgono di andarsene con coscienza, che non fanno fatica a racimolare la loro roba, e che non si voltano indietro quando varcano la porta di casa (anche metaforicamente parlando). non ci rendiamo conto dell’esistenza di una persona, o di quanto quella persona conta per noi, di quanto ci ascolta o di quanto ci fa piacere averla intorno, finché non se n’è andata. é un concetto fritto e rifritto, ma è la verità. ellen page in juno diceva: non mi rendo conto di quanto mi piace stare a casa mia finché non vado in un posto diverso per un po’. anche questa, è un’affermazione abbastanza già sentita, ma quando vidi il film mi colpì molto. a proposito di cose trite e ritrite, stamattina di buon’ora sono andata in libreria, ho perfino parcheggiato di fronte alle porte scorrevoli, cosa che in vent’anni di vita in cui frequento quel posto, non mi era mai capitata (ho spento la macchina e ho pensato: dovrò scriverlo sul mio blog, non dimenticarmi che è successo). questa, per esempio, é una cosa originale: trovare parcheggio davanti alla libreria di ponte san giovanni. poi ho fatto qualche passo, e come ho messo piede dentro mi sono resa conto di due cose. la prima (che mi succede sempre), era che ero di nuovo capitata in un posto, forse l’unico, in cui mi sentivo a casa mia; la seconda, che c’è ancora un mucchio di persone che non vogliono arrendersi al fatto che tutto é stato scritto o detto, e che ci provano, facendo spesso e volentieri la parte dei coglioni, a scrivere un romanzo. queste persone, che a me piace considerare amici anche se non ci siamo mai visti e mai parlati, sono tutte lì che si danno la mano. calvino guarda buzzati da sotto a sopra stringendogli la mano, i libri di marek van der jagt salutano quelli di arnon grunberg, ignari che il loro autore sia la stessa persona; e infine ci sono i signori nessuno – la maggioranza, in verità, gente che ha scritto libri per passatempo, o chi l’ha fatto solo una volta e poi mai più; quelli che gli é bastato provare, quelli che stampano ancora roba ma non vendono, quelli che vendono esageratamente, quelli che stuprano il mestiere, quelli che fanno vergognare la categoria, quelli che meriterebbero di stare sul banco degli “scelti per te”, ma che non vengono mai scelti. non lo so perchè ho iniziato parlando delle parti del corpo e sto finendo per parlare di librerie e libri – una risposta plausibile potrebbe essere che sono il mio argomento preferito, o un’altra risposta accattivante potrebbe essere che metaforicamente parlando i libri fanno parte di me come parti del corpo o che mi si infiammano le ghiandole quando non riesco a leggere libri; ad ogni modo tutti questi signori nessuno, a parte certe categorie, sono tutti miei amici, e per un attimo mi viene da ridere pensando che se é vero che gli amici sono nati per aiutarsi, in questo momento avrei bisogno di un massaggio al fianco sinistro: mi immagino tutte le coppie di mani che ci sono in una libreria, tolti i commessi e i clienti, che mi fanno un massaggio per farmi passare il dolore. non ho mai riflettuto a quante paia di mani potessero co-esistere in una libreria sola, anche se di modeste dimensioni: chissà quanti modi di impastare, di toccare, di massaggiare diversi si potrebbero incontrare. ci sarebbe lo scrittore di libri un po’ sporchi che cerca di allungare le mani, lo scrittore di saggi di medicina che insiste per sapere bene dov’è localizzato il dolore. e alla fine, un mucchio di persone che massaggiano come sanno fare, che muovono le mani allo stesso modo di quando tengono in mano una penna o pigiano sui tasti dei loro portatili: in maniera personale e a volte goffa, troppo frettolosa, e per niente speciale, semplicemente veloce, perchè urgente è scrivere. credo sarebbero i miei preferiti.

Buffet

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Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)