Author Archive for Noantri

Meg Ryan, Billy Boyd, New York.

[Dedicato a chi ha pensato,

almeno una volta nella vita,

che non poter morire per amore

sia un peccato.]

Meg Ryan, se la guardi bene, ma molto bene, attentamente, e col cuore leggero, assomiglia spaventosamente a Billy Boyd, l’attore che ha interpretato, tra gli altri, Pipino, nella Trilogia de “Il Signore degli Anelli”. Ha la stessa boccuccia a triangolo e i medesimi occhi, un identico naso adunco e perfino in certi atteggiamenti Meg Ryan ricorda tantissimo Billy Boyd. Recentemente, rivedendo “Harry ti presento Sally”, mi sono subito reso conto di due cose: la prima è che Meg Ryan e Pipino sono identici, la seconda è che io amerei incondizionatamente, e più di qualsiasi altra donna della realtà o del cinema, la Meg Ryan di “Harry ti presento Sally”, nonostante in certe espressioni, soprattutto quando piange e ordina al ristorante o si abbassa gli occhiali sulla punta del naso, o sorride ironicamente di qualcosa che in realtà non la fa sorridere per niente, diventi identica a Billy Boyd, verso il quale non nutro alcuna passione sentimentale. Quella Meg Ryan lì, solo quella Meg Ryan lì, è fantastica: non so se Rob Reiner, il regista, fosse innamorato di una donna simile quando, insieme ai suoi collaboratori, scrisse la sceneggiatura del film, io glielo auguro perché deve essere semplicemente bellissimo amare una donna in grado di indossare dei pantaloni a scacchi con tanta disinvoltura, comunque sia resta il fatto che io una così la prenderei e comincerei, tutti i giorni, ad auspicare di essere esattamente l’uomo fatto apposta per lei fino a sfiancarmi. La corteggerei così forte da farmi uscire il sangue dal naso.

Quella Meg Ryan lì io credo di amarla, proprio di amarla, come un ragazzino può amare la Stella della Senna, o Creamy, Lamù, o uno di quei personaggi dei cartoni animati in calzamaglia. La amo con la consapevolezza che non esiste una femmina del genere, perciò il mio sentimento è purissimo, incondizionato, senza tentennamenti. E’ un amore letterario, ideale, catastrofico. Quando sorride, quella Meg Ryan lì, e dalle labbra sottili spuntano solo le gengive e quasi mai i denti, a meno che il sorriso non sia veramente largo, e lei non sorride mai a tal punto, ebbene io la amo, senza dubbi. La amo di quell’amore che uno ne deve parlare con gli amici migliori subito, quella sera stessa, offrendo da bere a tutti, senza neppure sapere se si tratta di un amore ricambiato o meno. Amo quella Meg Ryan lì che ogni volta che sta per baciare qualcuno si blocca, come un cerbiatto che ha appena scoperto il proprio riflesso nell’acqua, e spalanca gli occhi perché si è ricordata di qualcosa e allora il bacio, quel bacio che stava per scoccare, un bacio importante o un bacio qualunque, si blocca, si interrompe, viene rimandato, come tutte quelle conversazioni che vengono spezzate dall’arrivo di un cameriere e mai più riprese.

Amo quella Meg Ryan lì, la amo in tutte le posizioni che lei mi obbliga a cambiare sulla poltrona mentre guardo “Harry ti presento Sally” e sono a disagio, in imbarazzo per tutto il tempo che improvvisamente mi pare di aver perduto dietro ad altre donne, la amo mentre ordina un Bloody Mary sull’aereo, tre quarti di succo di pomodoro e solo una spruzzatina di vodka, mi raccomando, solo una spruzzatina, la amo, la adoro, stento a tenere gli occhi da qualsiasi altra parte che non sia il suo viso, quando dice a Billy Christal: “Sembri una persona normale, invece sei l’angelo della morte”.

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Adorava l’America


Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente.
Cassius McLain Sr. non si allacciava più le scarpe da solo dal settembre 2001, più o meno da quando lui e sua moglie avevano appurato che il povero Maurice ci aveva lasciato le penne su quella Ovest: da lì il Parkinson aveva accelerato quella che il Dr. Lance chiamava la Curva Pericolosa e buonanotte al secchio. L’ultima volta aveva rifiutato il deambulatore, quattro anni fa. L’ultima volta. Dall’ultima volta un sacco di cose erano diventate impossibili: allacciarsi le scarpe, appunto, portarsi un cucchiaio di fiocchi d’avena alla bocca senza versare tutto il latte sulla tovaglia, bere più di tre sorsi d’acqua filati senza sentire un sibilo preoccupante nel fondo della gola, avere una minima idea di chi fosse quella negra col foulard rosso sulla testa che tutte le mattine gli sollevava prima una gamba e poi l’altra, comprendere perché il suono della parola “papà” gli facesse arrivare allo stomaco uno strano senso di vertigine. Ma l’America no. Un’America migliore si poteva ancora fare. Un’America dove ai figli onesti fosse richiesto tanto coraggio e sacrificio ma non di sapere volare. Si infilò nella cabina numero 3, con la negra poco distante e sua moglie che aspettava sulla sedia a rotelle: la ragazza che gli esaminò i documenti elettorali aveva qualcosa come settant’anni di meno e, all’incirca quando Maurice provava a volare, lei rovesciava il suo primo barattolo di smalto al lampone sul parquet. Quando gli disse: “Prego Signore, di là”, Cassius McLain Sr. rispose soltanto: “Maurice”. Poi qualcuno gli domandò di mettersi in posa per una fotografia e lui si voltò annaspando, pieno di speranza. Probabilmente aveva capito un’altra volta fischi per fiaschi.

Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente. Disse loro: “E’ per il nostro Paese! E’ per il nostro Paese!”. Ma gli sbirri non l’ascoltarono e dalle ricetrasmittenti arrivò, preciso, sibilante, l’ordine di fermo. Vendeva bandierine a stelle e strisce senza licenza davanti a un seggio elettorale della Florida: “Dio benedica l’America! Dio benedica l’America!”. Anche il suo sciovinismo era senza licenza e il suo accento ispano americano sapeva di mare, povertà e ferite rimarginate. Jorge Ferreira conosceva bene il significato di Oceano Atlantico, sapeva che l’acqua alta può avere denti e salite e discese e, sopra ogni cosa, comprendeva il significato di ciascuna di quelle singole 90 miglia dalla punta di Varadero fino a Miami, la distanza minima possibile tra la sua detestabile isla e la Terra che suo padre gli aveva infilato nel cervello finché aveva avuto fiato e forze per ripeterlo. Ci aveva scritto anche una canzone, che si chiamava proprio così, “90 millas”: per cinque anni l’aveva composta segretamente e l’aveva provata in casa, con la sua strana voce in falsetto, alzando al massimo il volume della televisione per non farsi sentire da fuori. Con le manette ai polsi provò a sorridere ai due mastodontici sbirri, che erano americani, che sapevano fin dentro l’ultimo cromosoma cos’era l’uguaglianza e la libertà: ma ogni emozione sembrava infrangersi sulle lenti robuste dei loro occhiali da sole a specchio. Diciotto ore dopo, buttato in una stanza, con le braccia insensibili fino alle spalle, ricordò una frase che suo padre, che aveva combattuto alla Baia dei Porci dalla parte che riteneva più giusta, ripeteva sempre, tutte le sere, quando a casa conteggiava le banconote che aveva racimolato rifilando servizi dozzinali ai turisti. Sul tavolo, con la faccia di Fidel nel televisore – quella barba sotto al basco se la sarebbe ricordata per sempre – suo padre scuoteva la testa e non guardava negli occhi nessuno. Aveva le unghie sporche e le nocche consumate, come sfregate da una pietra pomice, e quando il conteggio del ricavato giornaliero si interrompeva sempre un momento prima che potesse diventare interessante davvero, suo padre diceva: “Borron y cuenta nueva”. “Borron y cuenta nueva”. Lo sussurrava tra i denti, come una parola magica sospesa sopra un pentolone di un alchimista, ancora e ancora, mentre riconteggiava il totale fino alla nausea. Punto e a capo, significava.

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Prendete una giraffa.

Temo di aver capito questo e cioè che la violenza, da un punto di vista squisitamente estetico, è bellissima. Da giorni, ormai, guardo i video degli scontri di Piazza Navona. Quelle scene mi hanno letteralmente rapito, generando in me una sensazione sempre più strana, finché a un certo punto ho pensato che quel tipo di violenza è stupenda perché gode di un’istanza estetica unica. I volti tirati sono bellissimi, la concentrazione, perfino, perché per perpetrare violenza – almeno quella di piazza, intendiamoci, è di quella che sto parlando – ci vogliono grande concentrazione e passione, due elementi che sono stati propri dei guerrieri o dei grandi eserciti di un tempo e che, non a caso, esprimono indiscutibile bellezza.

Di sicuro la violenza è struggente. Perfino i fascisti di Blocco Studentesco che serravano le fila davanti ai bar del cazzo di Piazza Navona, quelli che infinocchiano i turisti con birre a 12 euro, li ho trovati bellissimi a vedersi e mi sono sorpreso, mandando avanti e indietro le immagini, ad invidiarli. Ho invidiato il loro coraggio, la loro unione, sì, soprattutto quella, l’unione, le grida univoche e decise. “Non indietreggiate!“, “Che nessuno avanzi! Non siamo qui per provocare!“: questo fomento mi ha fatto cambiare posizione sulla sedia, colpito, stordito, improvvisamente, da tanta ammirazione estetica, laddove una persona normale, attraversata da pensieri normali, avrebbe dovuto provare orrore, dissenso o, meglio ancora, fermarsi ad analizzare solo l’istanza ideologica di quanto stava vedendo, non quella estetica, perché quella estetica, spesso e volentieri, come la commozione, l’idolatria o l’eccitazione sessuale, può suggerire pensieri sbagliati, falsati, di parte o, come in questo caso, peccaminosi addirittura.

Ocio: non mi sento particolarmente maschio o aitante nel dire che trovo questo tipo di violenza “di piazza” bellissima. E’ più o meno il tipo di emozione che in voialtri potrebbe suggerire la visione di una giraffa durante un Safari: un meccanismo del tutto naturale. Prendete una giraffa. Se a voi piacciono le giraffe – e anche a me piacciono, intendiamoci, la prima giraffa che vidi allo zoo, da bambino, con quella lingua blu lunghissima, mi comunicò una serie di emozioni talmente vasta che la ricordo tutt’ora, dall’orrore per quell’organo molliccio e sproporzionato dentro la bocca, e di un colore pazzesco per di più, all’amore per il collo inverosimilmente lungo, maculato e alieno -, se a voi piacciono questi animali buffi e grandi, allora a me piace, e da morire, l’istanza estetica della violenza. Siamo pari, no? Tra l’altro, mi viene da riflettere, se a voi piacciono le giraffe, è molto probabile che vi piaccia guardare le giraffe e per fare questo, poter guardare le giraffe in santa pace da vicino, anche voi, di fatto, avete avallato una violenza, la violenza di andare da una giraffa e catturarla come King Kong, portarla nel cosidetto mondo civilizzato, nutrirla di croccantini e piazzarla dietro uno steccato. Perciò questo fatto di mettersi sempre lì a dire nooooo allaaa violeeenzaaaaaa, secondo me, è un modo come un altro per dire beebopalula o kjslksdjfldkfj; insomma, occorrerebbe forse rifletterci per più di quei tre secondi, a proposito della violenza, ogni tanto, ed è proprio quello che ho fatto io, osservando ad libitum le immagini di Piazza Navona. Ho riflettuto sulla violenza di piazza, fino a capire perché mi stesse dando tante emozioni. In effetti è molto semplice: la trovavo esteticamente rilevante quanto una tela di Caravaggio. (sarà un caso che i più grandi quadri dell’umanità o sono rappresentazioni religiose o sono rappresentazioni di battaglie?)

Ogni volta che vedo giovani incazzati e violenti, dentro di me balugina un sentore di nuova speranza. Mi metto lì a pensare che, dopo tutto, come già diceva qualcun altro ben più saggio e importante di me, è stata proprio la violenza, nel corso dei secoli, a sistemare le faccende più intricate degli uomini. Mica la pace. La pace è solo una conseguenza della violenza, non un’alternativa. Proprio come una giraffa dietro uno steccato, idolo e sogno di tanti bambini, è la conseguenza di una violenza e una terriricante coercizione avvenuta precedentemente a migliaia di chilometri di distanza. Si potrebbe fare un discorso simile per le Nike che abbiamo ai piedi o per il Nesquik che mettiamo nel latte la mattina: la violenza sta ovunque, atrocemente, però è soltanto quella dei grandi primi piani distorti e immortalati dai giornali che crea scompiglio nelle anime dell’elettore medio; è soltanto l’icona di un volto sanguinante nella folla che brandisce una mazza o un casco per la difesa di un pezzo di territorio che fa fare “no” con la testa ai lavoratori dentro ai tram. Sono solo i tifosi che si assiepano sotto le curve a scatenare l’ipocrita. Giusta o meno che sia e, probabilmente, non dico di no, la violenza è strategicamente una cazzata, resta la questione della Bellezza.

D’altra parte, sentite: siamo bravissimi a frenare ogni capacità critica di fronte a un sacco di altre situazioni, una giraffa in gabbia, appunto, il nuovo modello di Nike, gli abusi certificati della Nestlé; perfino dietro una rosa rossa di quelle che i bangladesi vendono a due euro nei centri storici delle città, perfino lì dietro si nasconde una scia di sangue, abusi, sfruttamenti umani e ambientali che farebbero rabbrividire il nazismo – lo so perché ci ho fatto un documentario per Rai Educational – eppure il nostro spirito critico si fossilizza, in questi casi, non agisce, ci limitiamo all’istanza estetica della cosa, cioè un Luminoso Fiore Rosso che faccia luccicare gli occhioni già belli della nostra spasimante, una graziosa giraffa la domenica mattina, eccetera eccetera, e andiamo avanti lungo i binari piccolo-borghesi della nostra proficua giornata, sentendoci al riparo dallo sguardo di Dio Onnipotente.

Invece, bum, guarda un po’, una spranga sollevata in cielo ci sconvolge, le urla dei facinorosi da stadio ci perplimono e ci fanno immediatamente fare un passo indietro per dire: ah no! Io non sono come loro!, e il bello è che lo diciamo andando via camminando su scarpe Nike intessute da undicenni vietnamiti e poggiamo i piedi sull’asfalto dove i nostri Suv fanno più morti dell’eroina. Semmai l’indomani butteremo delle pile alcaline dentro il secchio della carta straccia. Provate anche a voi a mettervi davanti a questo tipo di violenza – la violenza di piazza, quella dei centri sociali e di Blocco Studentesco, o scegliete voi quale – attivando, però, solo la capacità estetica di giudizio, non quella ideologica; ovvero mettetevi davanti a questo tipo di violenza proprio come vi porreste nei confronti di una giraffa, di un paio di Nike o di una rosa rossa e giudicate da voi l’effetto che fa. Poi, giuro, avrete di nuovo il permesso di annodarvi al collo il bel guinzaglietto da Brave Persone che vi siete scelti per fare bella figura davanti al prete la domenica mattina. In fondo siete stati battezzati.

L’eterno presente

Noi la crisi non la paghiamo.
La mania di protagonismo delle nuove generazioni, sobillate da professori fannulloni e complottardi, è insopportabile ancor più della loro millanteria, come già mirabilmente spiegatoci dalla G2, Gelmini-Gasparri, che finalmente ci ha aperto gli occhi: non sono studenti ma una minoranza di facinorosi fomentati dalla sinistra estrema. Facinorosi, millantatori e, soprattutto, malati di protagonismo. Noi la crisi non la paghiamo: ma chi vi credete di essere? Per quello c’è già la sanità, ci sono i metalmeccanici e i precari, ma cosa vi siete messi in testa? A ciascuno il suo, è ben altro il conto che spetta a scuola e università. E non fate come al solito quelli che a me non mi ha avvertito nessuno, perché questa volta lo avete saputo con largo anticipo: dovete pagare l’allestimento della prossima puntata della cementificazione su larga scala che si scrive Expo Milano 2015 e si legge speculazione.

Neanche la briga di leggere ciò che i nostri premurosi governanti hanno messo nero su bianco nella 133. Del resto è da irresponsabili rifiutarsi di contribuire alla crescita del nostro povero Nord, insopportabilmente arretrato rispetto al resto del Paese. Dov’è finita la proverbiale solidarietà del popolo italiano? Nelle classi separate per immigrati? Nelle molotov lanciate contro i rom? Nossignore, esiste e resiste, scripta manent: ora è addirittura codificato, basta una lettura comparata dell’art. 14 punto 1 con l’art. 66 punto 13. Te capì?

Credere nelle promesse, nell’onestà e nella buona fede di Berlusconi è comico, ma ritenere ragionevolmente che un governo targato Lega Nord e Forza Italia pensi anche a ciò che avviene al di sotto della Linea Gotica è mostruoso. Linea Gotica, appunto. Con buona pace degli Alleati Nazionali comprati con quattro “vietato”, due “proibito”, la parola “galera” buttata qua e là a casaccio e i soldatini nelle strade per poter chiudere gli occhi e sognare un po’ di Cile degli anni belli. Perché sognare non costa nulla, poscia Tremonti non ha da eccepire.

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La Valle.

I luoghi, tutti i luoghi, hanno un potere intrinseco. C’erano varie cose che m’ero dimenticato, della Valle. Cose che adesso, essendoci tornato dopo un’assenza di dieci anni, mi sono ricordato. Leggere in silenzio, sotto il piumone, alle undici di sera, mentre qualcosa nel legno della casa stride e fa rumore: ecco, questa è una. Il freddo che ti fa saltellare sulle punte dei piedi, le orecchie ghiacciate e il mento che, se arricciato, impiega più tempo del normale a tornare alla posizione di partenza. Lo speck appena tagliato dal contadino: fette giustappunto prelevate dal culo del suo maiale – il SUO maiale, non il maiale di un altro – ancora umide di grasso, che come te le appoggi sulla lingua ti spillano fuori la saliva come certe persone carismatiche sanno fare con la verità. Dieci anni. Non ero mai stato, finora, in un luogo affezionato da cui ero mancato per così tanto tempo: non mi era mai capitato un ritorno del genere e devo dire che è stato affascinante. Non particolarmente gradevole, se devo essere sincero. Riabbracciare persone che non ti vedevano da quando eri un bambino, inevitabilmente fa sì che il loro sguardo appuntito ti cavi via un certo nocciolo della questione dall’anima, vale a dire: sì caro mio, anche tu stai morendo pezzo a pezzo. Deglutire non basta: la moralità della vita può raggiungerci nei posti più impervi, al freddo, a duemila e passa metri sul livello del mare. I vecchi guardano i giovani e trovano conforto nel capire che quella condanna fatta di catarro di notte, artrosi e aritmia, non è una punzione destinata a loro soltanto.

Cose che non sono cambiate da allora: il colore dell’erba, lo zainetto rosa dei miei genitori, il coltello per affettare il pane di papà, le erre arrugginite degli uomini e delle donne, la luce del sole continuamente frastagliata dall’ombra gettata dalle sagome dei monti. La mia indecisione al momento di compilare un assegno: gli zeri dopo la cifra scritta a lettere, vanno anche loro scritti a lettere? Cose che sono cambiate da allora: stavolta ho guidato io, all’andata e al ritorno, tortura che mi sono personalmente imposto, proprio in virtù di quella pazzesca pacca sulle spalle che la vita ti dà quando ritorni in un posto caro che non vedevi da un millennio, guarda caso il millennio che più di ogni altro millennio futuro e passato ha contribuito a creare l’uomo che sei. Voglio dire che guidare io stesso, con mio padre seduto di fianco e mia madre dietro, ecco, m’è sembrato quasi un modo per dire alla Valle: ehi senti un po’, lo so cosa stai cercando di farmi, sono pronto, guardami, non vedi che ho le mani tutte e due ben strette sul volante? Non ci incontriamo da dieci anni e so benissimo quanto te quello che sono diventato nel frattempo, perciò non. Mi. Fregherai. Altre cose che sono cambiate: le rughe sulla fronte e sotto il collo di G., che però, nel frattempo, non ha perso neanche un po’ di tutta quella bontà che c’ha negli occhi: ogni volta che lo guardo camminare pesante – in fondo è un omaccione – mi chiedo com’è che ci riescano, certe persone, a rimanere sempre così distaccate da tutto quanto il resto, come pesci, meravigliosi pesci, che nuotano sotto la coltre spessa del ghiaccio, così vicini che li potresti toccare, ma d’altra parte del tutto impossibili da sfiorare. Ancora: le leggere meches sui capelli di M., che tradiscono qualche fermata di troppo alla parola “tinta”, lì dal parrucchiere o dov’è che vanno le donne quando smettono si sorridersi allo specchio. Il fatto che V. sia diventata una donna, io che l’ho vista nascere e crescere, il fatto che abbia bevuto un whiskey sauer con lei, il fatto che abbia guidato, e benissimo, la mia macchina, anche se questo, shhhhh, non si può dire.

La Valle, naturalmente, è rimasta la medesima: certo il progresso, alla fine, ha raggiunto pure lei, che quando ci ha accolti per la prima volta non aveva neanche una cabina telefonica da offrirci e noi dovevamo andarcene in giro con le mani infilate nelle tasche delle giacche a vento, su e giù per le salite, pur di trovare un cavolo di telefono a scheda funzionante. Tornavamo a casa coi polmoni bruciati dal freddo e aspettavamo anche mezz’ora prima di sfilarci i guanti dalle mani. Tutto per una telefonata: adesso tutta quella gente da chiamare è morta o ci ha fatto qualcosa per cui non ne vale più la pena e, in generale, è molto ma molto difficile che ci rimanga qualcuno per cui ci possa venire voglia di fare tanta strada al freddo, è una questione evolutiva, come i cellulari, o i centri fitness dove prima c’erano solo vecchie botteghe, ognuno si ritrova con le cicatrici che si merita e perciò, ecco, progresso o disincanto, io e la Valle, ho capito questo, dieci anni dopo siamo quantomeno pari.

Serrate le chiappe.

Non lo so come la pensiate voi sulla vicenda Sandri. Quello che so io è che un tizio in divisa ha fatto fuori un ragazzo e che se le parti erano invertite – cioè se un ragazzo faceva fuori un tizio in divisa – adesso il ragazzo stava già dentro, come ha dimostrato il caso Speziale, per l’omicidio Raciti, il cui processo si è aperto ufficialmente giusto il 30 settembre. (Speziale molto probabilmente non ha fatto fuori nessuno, beninteso, ma quando si parla di contese legate al tifo e ai tifosi la giustizia italiana funziona con la velocità di un lampo, quindi con tutti i pro e i contro che tale irruenza comporta, per esempio gli errori e le sviste, chiamiamoli così, dai, oggi mi sento proprio buono: errori, sviste. Perciò, intanto, nel dubbio, per fare presto, due anni fa hanno preso e messo dentro questo ragazzo, allora addirittura minorenne per un crimine le cui responsabilità sono ancora tutte da dimostrare. Checché ne dicano i Serra, Crosetti e pennivendoli simili, tizi del tutto incapaci di non avere una visione dell’esistenza parossisticamente manichea, checché ne dicano loro, in Italia, di fatto, l’unica categoria di persone che paga PUNTUALMENTE e con tempestività i propri errori, presunti o tali, questa categoria è quella dei tifosi. Altro che isola felice. I tifosi pagano sempre e, spesso e volentieri, in qualità di capri espiatori. Un giornalista imbellettato col foulard bianco e l’attico al Palatino è sicuramente la persona migliore, e più indicata, per tirare fuori giudizi sommari sul bene e sul male. Vero?)

Non so come la pensiate voi, dicevo, a proposito della vicenda Sandri. Di certo c’è che Gabriele è morto e via dicendo. Di certo c’è una verità che fa più male ancora della morte e questa è la considerazione che il perpetratore di tale assassinio è ormai un anno che continua a fare il suo lavoro, quello di tutore dell’ordine, protetto dalla stampa, dal governo, dai colleghi: dell’agente Spaccarotella s’è saputo il nome solo a fatica e non se ne conoscono tuttora le fattezze. “E’ minacciato”, dice la difesa, “Ha paura”, aggiunge ancora: io mi sono sentito in dovere di presentarmi sempre in aula per un processo che mi pende sul capo a proposito di una banale questione di diffamazione e un individuo, che è stato vestito della divisa dallo Stato Italiano, e poi armato, accusato di omicidio, forse volontario, non trova niente di meglio da fare, ancora una volta, che puntare il dito indice, per fortuna questa volta senza alcun grilletto sotto, verso la gente, verso i ragazzi, verso di NOI, perché secondo lui, secondo la difesa, lo stiamo minacciando. Ci risiamo. Lui fa fuori un ragazzo, un giovane che grondava vita e passioni, e dovremmo essere NOI a vergognarci. Noi a fare un passo indietro. NOI a sentirci rimproverati. Ci risiamo. Un’altra volta. I preti sono pedofili ma siamo NOI i peccatori. Non è rimasto un solo politico pulito ma siamo NOI quelli che devono pagare le tasse. I potenti fanno levitare il prezzo del petrolio e siamo NOI che dobbiamo pagare i loro pieni di benzina. Beppe Grillo vuole sostituirsi al nostro cervello, ma è a NOI che chiede i soldi per le sue attività di santone indiano del cazzo. Ci risiamo. E ci piace, evidentemente. Ce lo facciamo fare. Ci pieghiamo con convinzione: dalle parti mie ci si bacia, prima di infilarselo nel culo, diceva Michael Douglas in “Black Rain” di Ridley Scott. Noi manco più quello. Ci abbassiamo direttamente i pantaloni e, zing, ce lo facciamo infilare nel culo dallo Stato, dai telegiornali, dagli articoli che si preoccupano più che altro di stigmatizzare la presenza degli “scorbutici” tifosi della Lazio fuori del Tribunale. Come fatto notare già da Giornalettismo, qualche giorno fa, di recente “Panorama” se n’è venuto fuori con questa Grande Inchiesta Rivelatrice, secondo la quale le tracce del proiettile esploso da Spaccarotella erano riscontrabili su una rete metallica divisoria presente prima dell’autogrill scenario della tragedia. Pagine e pagine firmate e controfirmate da “Panorama” per sollevare il dubbio che effettivamente il proiettile potesse essere stato deviato verso la gola di Gabriele. (Teoria e Tecnica della Deviazione del Proiettile: ne fu fatta una grande dimostrazione pubblica a Genova, un caldo luglio di sette anni fa) Peccato che quella rete metallica fosse stata messa lì solo alcuni mesi DOPO l’omicidio di Sandri e che le tracce riscontrate fossero perfettamente compatibili con i materiali utilizzati per la lavorazione della rete stessa. Ci risiamo. E va bene così. Leggiamo questa merda sui giornali e annuiamo dietro i nostri cappuccini col cuoricino di panna disegnato.

Scuotiamo le teste: ci indignamo perché i tifosi del Napoli hanno divelto un treno. Poi vai a domandare, vai ad informarti e scopri che QUEL treno, il treno “completamente vandalizzato dai barbari” non esiste, non si trova, non c’è. Naturalmente non se ne parla, di questo fatto, perché, nel frattempo, con una velocità da cartone animato, i presunti responsabili sono finiti in galera, le curve degli stadi svuotate e tutti vivono felici, col guinzaglio e contenti. Solo che il treno vandalizzato, barbaramente distrutto, non c’è. E un ragazzo tedesco, presente sul treno, intervistato da la Repubblica, ha confermato, giurato e spergiurato che su quel treno, “Il treeenoooo deeelllaaaa vergoooognaaaaa” non è successo niente. Enneieennetie. Niente. Però i perbenisti scrivono. I manichei dondolano sulle loro amache in corsivo e decantano la purezza dei loro sentimenti e del loro agire a discapito del Male Assoluto che, invece, serpeggia fuori. Ci risiamo. L’agente Spaccarotella, tuttora in servizio, non si sa dove sia: gli danno la scorta. Gli danno la scorta, a Spaccarotella. Lo fanno lavorare nell’anonimato, a Spaccarotella. Uno che un bel giorno ha preso e, da 70 metri di distanza, ha sparato nel mucchio. La scorta, ci ha. E poi forse scriverà un libro, come la Franzoni, che titolerà “La mia verità” e quella verità, in mancanza di un processo degno, resterà l’UNICA verità. E a noi ci piace. Ce lo facciamo infilare nel culo. Mattina dopo mattina, davanti ai nostri croissant e scarpe firmate. E’ morto Gabriele, che faceva il deejay, ma poteva morire Carlo, che faceva volontariato, poteva crepare ammazzato Federico che era appassionato di arti marziali, poteva morire Stefano, che ci sapeva fare con la scrittura, poteva morire Patrizio, uno che sarebbe diventato un grande giornalista, poteva morire Serena, una talentuosissima ballerina di tango, che ne so, al limite potevamo morire tutti in quell’autogrill di Badia al Pino. Invece è morto Gabriele. Invece è stato il papà di Gabriele, che si chiama Giorgio, una mattina di settembre a doversi annodare per bene la cravatta e a presentarsi a un processo terribile, emotivamente estenuante, per vedersi rispedito a casa venti minuti dopo, per un vizio di procedura. Invece è stato alla mamma di Gabriele che hanno detto signora guardi, se ne può tornare in macchina, ci rivediamo tra due mesi. E’ toccato a loro, non ad altri. E’ a loro che bisogna rispondere, dire. E’ per loro, anche, la giustizia che si vorrebbe e che invece non arriva mai. E’ per noi. Che invece ci inchiniamo, ci facciamo annichilire, ci abbassiamo i jeans. E scopriamo che ci piace. Perché, invece, non proviamo a dire no? Incolliamo gli adesivi, non è reato, compriamo il libro di Maurizio Martucci sulla vicenda, (già esaurita la prima edizione, BENE!) mi sono informato, è un libro onesto, pulito, dettagliato e preciso; parliamone, senza amache, senza televisioni padrone. Senza indici puntati o indici d’ascolto. Torniamo a far pendere la bilancia quantomeno in una posizione di centro. Altrimenti non c’è partita. Che sia per NOI questa giustizia, non soltanto per Gabriele e gli altri morti ammazzati senza una verità. Su i pantaloni, adesso, è arrivato il momento, e serrate le chiappe.

::UPDATE::
Proponiamo, qui di seguito, il video-inchiesta, credo risolutivo, di Rai News 24, a firma Enzo Cappucci, che conferma una volta e per tutte quanto detto finora, ovvero la bolla mediatica che si è venuta a creare in seguito alle vicende legate ai presunti sconti prima durante e dopo Roma-Napoli. Risultano false tutte le tesi di ultrà napoletani che sequestrano un treno, che cacciano passeggeri, che devastano convogli, che fanno guerriglia urbana all’arrivo a Roma. Il reportage evidenzia, attraverso le parole del pm Ardituro che sta seguendo la vicenda, del sindacalista della Polizia Tommaso Delli Paoli, di due giornalisti che erano sul posto, di come nulla di ciò che si è raccontato finora sia vero.

>>> LINK AL VIDEO INCHIESTA <<<

Come la Corazzata Potemkin.

… E adesso cosa diranno quelli che lo pensavano intelligente, brillante, uno tra i pochi, i pochissimi, lassù tra gli scranni del Parlamento, un paladino, una risorsa autentica di originalità, diversità, uno con delle cose da dire, “uno che ha letto tanti libri in vita sua, e si vede“, uno che la lingua italiana la sa trattare, un’opportunità per i “diversi”, ma anche per gli altri, cosa diranno, tutti quelli che ci avevano creduto, adesso che Vladimiro Guadagno, conosciuto nei locali di un certo tipo, e al Maurizio Costanzo Show, con il nomignolo d’arte di “Vladimir Luxuria”, è partito per l’Isola dei Famosi?

Diranno qualcosa? Declameranno il loro stupore in conferenze stampa convocate per l’occasione? La loro resa? Si diranno pentiti? Ammetteranno di averci visto doppio? Non so se esiste, in natura, un sistema più infallibile per dimostrarsi dei perfetti imbecilli quanto il partecipare a un reality show bolso e vetusto come l’Isola dei Famosi. (forse sì: partecipare a un ALTRO reality show bolso e vetusto) Non è questione di razzismo antropologico o di snobismo: chi partecipa all’Isola dei Famosi è un cretino. Lo fa consapevolmente. Io m’immagino che nel contratto che firmano questi signori (a proposito, ricordiamoli: l’allenatore Antonio Cabrini, Giucas Casella, Massimo Ciavarro, l’ex tronista Giuseppe Lago, il nuotatore Leonardo Tumiotto, la giornalista Michi Gioia, l’ex velina Veridiana Mallmann e le showgirl Belen Rodriguez, Flavia Vento e anche Valeria Marini) ci sia scritto, a un certo punto, forse in piccolo: “Firmando accetterete di far parte della schiera dei cretini”. (o del GIRONE dei cretini, che dir si voglia) Una persona qualunque che partecipi a un reality show perde automaticamente qualsiasi diritto di credibilità: figuriamoci un parlamentare. Cosa diranno, adesso, tutti quelli che avevano visto in lui, in Vladimiro, una risorsa, un passo avanti, o che cosa dirà lui, Vladimiro, a quelli che avevano creduto in lui, adesso che consapevolmente se ne sta lì a mostrare le tette di silicone in giro, a scorreggiare in prime time, a ruttare chele di granchio, ad esibirsi in prove di abilità dove il migliore del gruppo deve camminare sui carboni ardenti insieme a Giucas Casella e, per premio, può ricevere la possibilità di divorarsi un Big Mac in massimo trenta secondi? Dirà che lo fa per tutti quelli come lui? Che lo fa per l’Italia? Dirà che lo fa per i diversi, gli emarginati, i freaks, gli uomini e le donne, i vilipesi, gli ingannati, i fuoriforma, i Platinette di questo mondo? Perché è questo che ha detto, alla vigilia. Fossi in loro, nei diversi, negli emarginati, nei freaks, negli uomini e nelle donne, nei vilipesi, negli ingannati, nei fuoriforma e nei Platinette di questo mondo, davanti a una minaccia del genere, insorgerei in piazza per prendere le distanze, salirei sul palco, affitterei una mongolfiera. Eccola qua l’opportunità NUOVA della politica italiana: eccola qua. Un tizio che prende e va a fare un reality show di infima qualità morale vestito da donna. Ecco fatto. Ecco cos’ha partorito il ventre italiano. E la gente si straccia le vesti davanti a questa cosa qui: dice che è meraviglioso che possa esserci una roba del genere. Facendo del razzismo endogeno spaventoso. Come quei cretini che si indignano quando uno dice “negro”, ignorando che sono loro stessi, i negri, a chiamarsi “negri” tutte le volte che devono. O gli audiolesi. Audiolesi. I diversamente abili. Potessi, ne avessi il potere, bandirei una legge: ogni volta che qualcuno dice “diversamente abile”, o “di colore”, deve essere preso e portato in una salina. Fine del discorso. Perciò un parlamentare italiano (o un ex parlamentare italiano, che dir si voglia) che va a fare un reality show vestito da donna su un’isola piena di derelitti e cacche di gabbiani, non è bello, non è nuovo, non è affascinante, non è risolutore, non è lo specchio di un paese che sta imparando a cambiare. Questo lo pensano tutti quelli che, per quanta fatica facciano, non riescono proprio a levarsi dalla testa il pensiero che Vladimiro Guadagno sia un uomo travestito da donna. A me, invece, che non frega una cippa, perché DAVVERO credo che ciascuno sia libero di fare quello che vuole, a me che non ho nulla di nulla contro i diversi, gli emarginati, i freaks, gli uomini e le donne, i vilipesi, gli ingannati, i fuoriforma, i Platinette di questo mondo, che vedo la situazione per com’è realmente, e non attraverso quella stolta lente di rimpicciolimento che è l’IPOCRISIA, a me tutta questa cosa non sembra altro che una gigantesca, enorme, sesquipedale, megagalattica, cagata pazzesca. (e manco gratis: per la precisione 106 euro da pagare entro il 31 gennaio)

Facce.

Il cubo di Rubik si scrive col kappa finale, non con la q. Io pensavo con la q. Tipo Iraq. Tipo. Tipo. Non mi viene in mente altro. Cubo di Rubik si scrive col kappa finale. O con LA kappa finale. La lettera kappa. Mi sa che è femminile. Rubik come Bostik. La colla Bostik. Femminile pure questa. Comunque il cubo di Rubik a me m’ha sempre sconfitto in partenza. Non ci ho mai saputo fare. Niente, è più forte di me.

Me li vedo quei video su Youtube, in cui ci sono certi ragazzini campioni del mondo che lo risolvono in quattro e quattr’otto, il cubo. E quando dico quattro e quattr’otto intendo proprio quattro e quattr’otto: roba di otto secondi, massimo dieci. Si mettono lì, davanti a un giudice e un pubblico, con un cubo di Rubik tutto scombinato e, tac, in un attimo lo rimettono sul tavolo bello che completato. Il cubo di Rubik. Tutte le facce di un colore. Una magia. Visto così sembra un gioco da ragazzi. Una sciocchezza. Poi ti ci metti e niente da fare. A meno che non sia un matematico, un fisico, una di quelle cose lì, o uno di quei cinesi schizzati del cazzo che fanno tutte le cose velocissime che non fai neanche in tempo a seguirle con gli occhi. Se c’è una cosa che mi ha sempre fatto capire quello che sarei stato e quello che non sarei stato, questa cosa è il cubo di Rubik. Il cubo di Rubik mi ha sempre suggerito l’idea di quello che non sarei mai stato in vita: io, cari miei, mamma, papà, amici, vattelapesca, non sarò MAI uno che risolverà il cubo di Rubik. Potrete darmi una settimana, o un anno, potrete alimentarmi con un tubicino, tagliarmi i capelli, le unghie con un laser, mettermi e togliermi una padella, lavarmi, tutto quello che volete, potrete lasciarmi dieci anni con un cubo di Rubik in mano, ebbene siate pur certi che non ne verrò a capo. Il genere umano è composto di due tipi di persone: quelle che sanno risolvere un cubo di Rubik e quelle che sanno a malapena scriverlo correttamente. Mi ricordo che una volta ci andai vicino. Molto vicino. Nel senso che riuscii a completare un solo lato. Un lato di quel cazzo di cubo che avevo per le mani divenne di un bel colore bianco. Tutto quanto. Tutti quegli stupidi cubettini. Tutti bianchi. Al che mi venne un colpo. Mi guardai quel meraviglioso lato nel palmo della mano e mi dissi: opporcatroia, ce l’ho fatta. Capite? Io pensai di averlo finito, il cubo di Rubik. Mica mi passò per la testa che ce n’erano altri, di lati. Scemo come sono credetti che se un lato era completato, anche tutti gli altri dovevano esserlo. Come una proprietà transitiva o che ne so io. Quando rovesciai il cubo, già pensando al discorso di ringraziamento da fare in salotto, e vidi un’orgia di cubetti impazziti, tutti di un colore diverso, quasi caddi morto. Era stato inutile. Tutto inutile. La perversione del cubo di Rubik questo pretendeva: che completato perfettamente un lato, quello stesso lato avrebbe dovuto essere scomposto per dar modo agli altri di uniformarsi. Una follia per uno come me. Che il cubo di Rubik credeva si scrivesse con la q finale. Non che non ci abbia provato. Ma dopo due tentativi riuscii solo nell’impresa di confondere anche l’unico lato uniformato, quello bianco, e di non riuscire più a tornare indietro.

Da allora non credo di aver mai ripreso in mano un cubo di Rubik, però mi torna in mente spesso, il cubo, ogni volta che mi metto e cerco di venire a capo di qualche questione della vita. Non è che uno vuole per forza fare dei paragoni. Però certo è che mi sembra che la vita sia proprio un gigantesco, colossale cubo di Rubik. Un oggetto che non solo non riesci mai a capire bene come si scriva, ma anche un ghirigoro pazzesco che ogni volta che ti sembra d’aver risolto, invece non lo è. Cioè sì. Lo è da un lato. Lo guardi e ti sembra d’aver vinto. Eureka e tutte quelle cose che si dicono. Invece è un casino. E’ tutto un casino. Devi essere un matematico. O uno di quei cinesi stupidi. Il dramma è che nella vita, la maggior parte di noi non è quasi mai né un matematico né un cinese stupido. E allora va a finire che si perde la testa. Guardi le cose sfilarti davanti e non sai che pesci pigliare. Non è mica facile. Non sempre si è abbastanza ubriachi per lasciar correre. Alle volte uno è sobrio. E allora è proprio una brutta sensazione capovolgere il cubo e scoprire che quel lato perfettamente bianco era soltanto una faccia della medaglia. Non è facile da spiegare: a me hanno impiegato dieci minuti solo per far capire che un cubo non ha lati, ma facce, appunto. E che non ne ha quattro, né dodici, ma sei. Figuriamoci il resto. La vita è fatta così: ha lati. Che poi non sono lati ma facce. E se uno non se ne intende abbastanza, a malapena può dire quanti siano, questi lati. Cioè, facce. E’ come guardare andare via la donna dei tuoi sogni, dopo che ci hai passato una serata intera insieme, senza aver trovato mai il coraggio di dirle la frase giusta. E’ così ogni tanto, la vita. Quando scopri che ci sono ancora cinque facce su sei da mettere a posto. Lo stesso senso di spietata rassegnazione. Da una parte pensi che ce la farai, che avrai un’altra occasione, dall’altra ti metti a pensare a tutta la fatica sprecata. Il cubo di Rubik è come la vita. Più ci rifletto e più me ne convinco: è irrisolvibile per la maggior parte di noi, eppure tutti ce lo abbiamo avuto per le mani almeno una volta. E pure quelli che lo hanno finalmente risolto, i geni, gli scienziati, o i cinesi del cazzo, alla fine non hanno trovato niente di meglio da fare che metterlo sulla mensola del camino e dimenticarselo.

Ne vale la pena?

Io non voglio diventare importante. Non me ne frega niente di essere qualcuno. E’ abbastanza banale, questo? Non voglio ali per volare. Non voglio chiedere troppo alle occasioni. Non voglio diventare amministratore delegato. Non voglio entrare in politica. Non voglio essere importante. Ci sono volte in cui è così che mi sento. Quattro anni fa, per esempio, quando ho aperto questo blog, era diverso: quattro anni fa non faceva così caldo e volevo diventare qualcuno. Adesso i gomiti si appiccicano alla scrivania e nemmeno mi passa per la testa di diventare importante.

Ci sono volte in cui diventare qualcuno può sembrare la maniera migliore per prendere sonno la sera. Invece la direzione che ha preso il mondo nel frattempo mi ha fatto cambiare idea. Adesso, quando mi guardo negli occhi con gli amici, le cose di cui si parla stanno quasi tutte sopra al tavolo. Non una è più lontana: anche questo deve essere colpa del caldo. Prima le temperature non erano tanto alte e uno si sporgeva più volentieri. Ci sono volte in cui pensare a domani ti sembra la maniera migliore per invecchiare. Non “al” domani: domani, proprio. DOMANI. Anche i miei amici, quattro anni fa, volevano diventare qualcuno. Chi più, chi meno. Adesso no. Adesso abbiamo caldo. Adesso abbiamo capito che questo posto qui, quello in cui viviamo, l’Italia, non vale lo sforzo: e questa consapevolezza ci rende, ogni tanto, non sempre, però capita, succede, ce lo leggiamo negli occhi, abbastanza felici. Ci regala un altro vagoncino di plastica da aggiungere al trenino elettrico.

Non è che funzioni sempre: molto spesso prevale la rabbia, la consapevolezza che quelli più incapaci, meno bravi, più stupidi, meno preparati di noi, sono tutti quanti dotati della furbizia che a noi invece manca. E allora potremmo metterci lì, seduti, concentrati, a inventarci qualcosa: ci sono volte in cui avere ragione ti stufa. Ci sono volte in cui, al millesimo giro, il trenino elettrico smette di contenere viaggiatori e storie da mille e una notte, e torna ad essere soprattutto un gioco, un artefatto. Ci sono queste volte. Lo so io e lo sapete voi. Solo che oggi capita più di rado, ecco. Oggi ci capita di scoprire che la rabbia di ieri è diventata blanda serenità a fronte del caos inconcepibile che ci hanno costruito fuori. Oggi abbiamo imparato che non essere anche noi come gli altri è già qualcosa. Ci accontentiamo di questa distanza. Facciamo fare un altro giro al trenino elettrico. L’ovale della ferrovia ci ipnotizza e va bene così. Ci sono volte in cui non capisco se questa sia rivoluzione o arrendevolezza. Ci sono volte in cui. Ma è normale che ci siano: le Guinness esistono apposta. Con quella schiumetta. Esistono apposta. Perciò ci sono. Mentre si depositano. Ti regalano un altro vagoncino. E’ quello che fanno. Le Guinness, le ragazze, gli amici, il pallone, il blog. Datemi la giusta dose di banalità e vi solleverò il mondo: costa senz’altro meno dell’eroina, anche se non sono convinto che faccia meno male.

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Il non più giovane Holden.

[Dedicato agli incompresi.
Ai giovani che sono diventati vecchi
tra ipocrisia, false ideologie, politica e retorica.
Dedicato a chi si consuma dentro a un bar.]

Il non più giovane Holden sta ritto sotto la pensilina della fermata dell’autobus: ha i capelli lunghi e lisci e baffi da spagnolo. Le ragazze si girano a guardarlo perché sembra Johnny Depp. Il non più giovane Holden tira su col naso e si strofina le narici con l’indice e il pollice: assomiglia a Johnny Depp ma perfino lui ha capito che i baffi da spagnolo, che i capelli lisci e compagnia bella non gli salveranno la vita; perfino lui, che non sa niente del mondo perché non gli vuole fare questo favore, ha capito che Johnny Depp senza Tim Burton oggi farebbe il commesso della Feltrinelli a Largo Argentina. Lui no, lui assomiglia a Johnny Depp, lui non è Johnny Depp: lui non ha bisogno di Tim Burton per essere qualcuno. Lui non ha bisogno di essere qualcuno. Lui non è nessuno. Non gli serve una benda da pirata sull’occhio: lui lavora da Vobis a Piazza Mancini, assembla i computer e consiglia schede grafiche ai ciccioni brufolosi che vogliono giocare a Warcraft come dio comanda. E sniffa cocaina.

La cocaina la prende a Via dei Volsci il mercoledì sera, il giorno in cui i cinema sono pieni: lui spende così i suoi soldi, lui non ne vuole sapere. Lui i soldi che non butta in benzina li investe in cocaina a Via dei Volsci. Il non più giovane Holden sniffa, assomiglia a Johnny Depp, tutte le ragazze si voltano a guardarlo: una volta gli è andata male ed è stato ricoverato per quattro settimane. Da allora non ha mai più cambiato angolo. Il non più giovane Holden ce l’ha con le autorità perché proibiscono tutto alla povera gente: il non più giovane Holden, che assomiglia a Johnny Depp e sniffa cocaina, sostiene che la liberalizzazione totale delle droghe, leggere e pesanti, converrebbe soprattutto allo Stato che otterrebbe in questo modo una schiera di elettori rincoglioniti e contenti che non avrebbe più tempo e cervello per considerare l’operato dei politici. Perciò si droga. Il non più giovane Holden. Per non pensare. Per non considerare. La cocaina un po’ se la fuma un po’ se la sniffa. Sul lavoro, da Vobis, a Piazza Mancini, i ciccioni che vogliono giocare a Warcraft non si accorgono di niente e tornano soddisfatti a smanettare sulla loro droga al silicio: lo stipendio gli arriva puntuale ogni mese. Dentro una busta gialla. In contanti. In nero.

Alle otto di sera il non più giovane Holden torna a casa. Dai genitori. Perché una casa in affitto costa troppo. Torna a casa dai genitori a via della Balduina e cena in silenzio senza appetito. In bagno gli scende il sangue dal naso e lui rovescia la testa all’indietro come per una risata esplosiva, solo che non c’è niente da ridere: quando torna a guardare il proprio riflesso nello specchio gli sembra che quello non l’abbia seguito nel movimento ma sia rimasto a giudicarlo con severità. "Che vuoi?", gli dice il non più giovane Holden. Al rilfesso. "Che vuoi? Ci tieni o no ad assomigliare a Johnny Depp?".

Il non più giovane Holden è bello, ha i baffi da spagnolo, assomiglia a un attore famoso di Hollywood. Sul 2 tutti lo guardano, anche gli uomini: gli uomini, soprattutto, sono affascinati da ciò che piace alle donne. Sono affascinati e disgustati e per tutta la corsa del tram cercano un solo motivo per non desiderare di essere come lui. La maggior parte di loro si convince che uno che assomiglia a Johnny Depp non può essere anche intelligente e che l’intelligenza, al giorno d’oggi, è qualcosa che non puoi barattare con la bellezza. Così si regalano la loro concessione quotidiana: chi non si droga deve trovare un altro modo per arrivare alla sera senza impazzire.

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Buffet

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Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)