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Il vecchio dilemma di Nanni Moretti

E’ già passata più di una settimana da quando questa notizia è stata pubblicata ma mi sono chiesto per lungo tempo se fosse il caso di segnalarla, fare finta di niente, ringraziare brevemente o fare lo gnorri passando per snob. Ma eccomi qui, alla fine hanno prevalso le buone maniere, come è giusto che sia.

Il racconto della mia notte del terremoto del 20 maggio, che si legge qui, è stato candidato ai Macchianera Italian Awards 2012, che per chi non è avvezzo al mondo dei blog sono un po’ i premi di riferimento per blogger e scribacchini della rete, gli oscar de noantri.

Il post, che si intitola “Novanta!” come la paura, è candidato nella categoria “Miglior articolo o post dell’anno” (la numero 9 sulla scheda). Per votarlo si può seguire il badge sopra di colore viola oppure direttamente qui sotto compilando il modulo di votazione per almeno 20 categorie su 40, pena l’annullamento del voto, entro e non oltre mercoledì 26 settembre. Lo so, è una bella noia, al Neri piacciono le cose complicate.

Tutto questo per dire che – posto che non si vince un bel niente se non una targa di plexiglass di quelle che si impolverano facilmente sulle mensole o in cantina – vorrei ringraziare le persone che hanno segnalato a mia totale insaputa il post, senz’altro più di una se mi trovo in nomination. Oltre che sorprendermi la cosa mi imbarazza un bel po’, trovandomi a dover fare i conti con giornalisti come Alessandro Gilioli dell’Espresso o scrittori adorabili come Mauro Zucconi. Quindi ecco qui questo breve post di segnalazione, che è uscito come al solito molto più lungo di quanto immaginassi. Se volete votarmi votatemi, se non avete tempo e voglia stiamo tutti bene uguale, tanto il vestito buono è da stirare e il 29 avrei pure un mezzo impegno. Grazie a tutti!

e.

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La città ancora viva

Nel dibattito su Ferrara, i suoi pregi e le sue virtù, capita ogni tanto qualcuno a dare una piccola scossa, schiaffone o carezza che sia, a smuovere un poco le coscienze collettive solite a discutere per lo più nei bar o nelle pieghe di un articolo di estense.com, secondo partigianerie e schemi ormai ben definiti.
E’ successo due volte nell’ultimo anno: prima un graffito nella piazza cittadina con una frase provocatoria dell’artista Andrea Amaducci ha ricordato a tutti che “Ferrara 500 anni fa era New York”, scatenando riflessioni inaspettate nel bene e nel male e pochi giorni fa il post di Lorenzo Mazzoni sui blog del Fatto Quotidiano dal titolo “La città morta”. Un’analisi spietata e per alcuni versi vera dei vizi che si nascondono in questa città di provincia. Cose arcinote a chi vive qui e forse poco interessanti a chi da queste parti non passa mai, il tutto condito con un pizzico di retorica e acidità che hanno fatto storcere il naso ai molti che in questa città investono tempo e denaro, e annuire rammaricati i delusi, gli scontenti e i critici di ogni tempo ed età.
Confesso che mi ha divertito leggere commenti e pareri di amici e conoscenti: avrei potuto indovinare la loro posizione in merito anche prima che la esprimessero. Chi si è sentito punto sul vivo dagli argomenti criticati nel pezzo ha reagito con livore e disprezzo, chi da questa città se ne vuole andare da un bel po’ perché non ci vede un futuro ha eletto i pensieri di Mazzoni a vessillo personale condividendoli sui soliti social network.

Eppure questa città non è ancora morta come si vuol far credere. Pur sopravvissuti di un soffio al taglio delle province montiano ed essendo sempre di più un dormitorio per la vicina Bologna non possiamo dire che da queste parti lo spirito di iniziativa non manchi. I punti che Mazzoni critica non dipendono in larga misura dall’amministrazione comunale o dalle mancate virtù dei ferraresi: il terremoto è un evento naturale che ha colpito trasversalmente e dal quale ancora fatichiamo a capire come ripartire, la naturale propensione alla fuga dei commercianti spaventati è un sintomo che si è sempre verificato nei luoghi colpiti da calamità a causa degli oneri insostenibili per chi ha famiglie da mantenere e vede le vendite già scarse di una piccola bottega del centro crollare rapidamente a picco.

Che a Ferrara non ci sia lavoro non è una novità e le ragioni sono dovute a talmente tante cause e concause storiche che non è una tendenza alla quale potremo venire meno nemmeno in un paio di generazioni sudando sette camicie. Chi investe su nuove attività commerciali o scommette su qualche iniziativa che debba avere un minimo di visibilità preferisce il palcoscenico di una grande città e difficilmente si interesserà ad una zona decentrata come la nostra. Un ragazzo che cresce a Ferrara sa bene che al 90% quando avrà terminato l’università (se non prima) dovrà rivolgere lo sguardo altrove per cercare lavoro nei tanti settori in cui questa città è carente. Sa altrettanto bene che oltre all’agricoltura questa città si regge sul suo straordinario patrimonio culturale e su tutto l’indotto che gira intorno a mostre, musei, festival culturali che negli ultimi anni hanno portato in città milioni di persone entusiaste di vivere la nostra città anche solo per pochi giorni. E’ un male questo? Non mi pare. E’ un male che il Comune o l’Arci siano in grado malgrado risorse limitate di organizzare eventi che richiamano in città persone da ogni dove da aprile ad ottobre? Direi di no. E’ qualcosa che non ci è chiaro e ci sorprende essendo cresciuti a Ferrara? Nemmeno. C’è chi nasce in altrettante centinaia di città di provincia italiane (o paesi sperduti nel nulla) e sa che le sue prospettive sono molto più limitate di chi vive nelle grandi metropoli ma magari si barcamena per restare ed avere una vita meno caotica e stressante del travet milanese tutto traffico e ufficio.

Dice: c’è la nebbia d’inverno, lo smog a livelli micidiali, gli scarichi del petrolchimico e mi viene la depressione. Fuggire da queste cose è ormai impossibile ovunque si viva: restano le montagne, la via dei monti e dei campi, il vivere sereno dell’agricoltore o del guardiaboschi. Siamo sicuri che le nuove generazioni sceglierebbero quella strada per vivere sani, rinunciando agli aperitivi, all’intrattenimento, al mondo sempre connesso di oggi che vede nelle città i principali punti di aggregazione? Sicuri che per respirare aria pura ed essere felici davvero serva isolarsi fino a questo punto? Ferrara sarà forse inquinata e tumorale quanto Milano, ma aprendo le finestre si riesce ancora a vedere il cielo invece di un grigio palazzone con i clacson impazziti in sottofondo. Piccoli particolari che possono fare la differenza qui come in altre città. Non siamo meglio o peggio di molti altri comuni, siamo quello che abbiamo ottenuto da cinquant’anni di vita sfrenata e produttiva, dal progresso, dall’industrializzazione di un’Italia intera.

Poi ci sono i problemi locali dovuti al malcostume, la politica clientelare, le scelte inoculate, le cattive gestioni di qualcuno che finiscono per distruggere l’interesse comune. E’ fallita la Spal perché chi l’ha comprata e amministrata non era interessato davvero alle sue sorti: un susseguirsi di imprenditori furbetti e poco lungimiranti. Abbiamo trasferito un ospedale in campagna per gli affari privati di qualcuno, ormai tanti anni fa, ed ora ce lo teniamo anche se rappresenta un brillante esempio di cattiva gestione e sarà una delle eredità più fastidiose di sempre che ci porteremo dietro per anni. Avessero davvero chiesto un’opinione ai cittadini sul trasferimento di un ospedale fuori città sarebbe stato un plebiscito di no, ma tra quando si è fatto l’affare e quando questo si è concluso operativamente sono passati 21 anni e con essi è mutata anche l’idea di politica partecipata e la sensibilità verso certe procedure di democrazia dal basso.
Una mattina di settembre di sette anni fa è stato “morto un ragazzo” da quattro poliziotti iracondi per un temperamento che appartiene a loro e non ai ferraresi tutti che ancora indignati lo piangono e lo ricordano. Ferite aperte e non dimenticate che hanno portato Ferrara sulla scena per vicende tristi, capitate non perché questa è una città marcia e morta ma perché purtroppo casi come questo sono successe e succedono nemmeno troppo raramente anche in molte altre città. Essere persone migliori spetta a noi, far si che il malcostume non arrivi in una piccola comunità spetta al carattere e all’educazione di chi ci vive. Possiamo fare la nostra parte ma non possiamo in alcun modo prevedere come si comporterà il nostro vicino, che magari finirà con lo screditare una città intera.

Le mele marce nella società sono un male trasversale di cui questa città non vuole e non deve ritenersi responsabile. Assistiamo al crescere di delinquenza e degrado o alle fine delle risorse economiche ogni giorno da ogni parte di questo paese acciaccato. Ne facciamo parte nel bene e nel male e abbiamo i nostri momenti tristi come tutti. Se sapremo essere più virtuosi di chi ci ha preceduto come cittadini sta a noi e alle nuove generazioni. I gruppi di persone sono fatti dalle singole eccellenze che ognuno di noi può portare per il bene comune: se gli amministratori di domani prenderanno decisioni pubbliche migliori, se avranno comportamenti esemplari come cittadini, più attenti a rispettare il prossimo perché possa godere anch’esso dei beni pubblici, avremo già fatto un grosso passo avanti. E se guardo all’educazione dei bimbi di oggi e alle lezioni di civiltà che ci offrono ogni giorno, non riesco ad essere così pessimista. Rivolgiamo a loro le nostre attenzioni per cambiare questa città. E vedrete che Ferrara è ancora viva, e faremo in modo di mantenerla tale per quanto ci è possibile. Ci proviamo tutti insieme ogni giorno ed è grazie anche alle riflessioni di qualche cittadino che storce il naso come Mazzoni o Amaducci se ogni tanto una voce arriva ai piani alti e qualcuno prova davvero a cambiare le cose.

Appunti per una internet migliore: catch 22

Una volta se dimenticavi la password di qualche cosa la procedura di recupero ti poneva una o più domande personali al termine delle quali ti veniva ricordata a video la parola cercata. Poi si sono accorti che così facendo un malintenzionato, un amico, un vicino, chiunque potenzialmente, poteva rispondere alle domande conoscendo le risposte corrette, e che molte delle domande segrete erano qualcosa come “Qual è il nome del tuo cane?”, oppure “Qual è il cognome di tua madre da nubile.”

Allora hanno inventato la procedura di recupero password che prevede l’invio tramite posta elettronica della parola smarrita. Tu indichi il nome utente, a quel nome utente è associato un indirizzo email e così la password (o un link per una procedura di recupero o modifica della stessa) è inviata in automatico per posta elettronica.

Se nel mentre quell’indirizzo di posta elettronica è stato chiuso, cancellato, dismesso, magari perché associato ad un sito non più esistente, e quindi per qualche ragione non è possibile accedere a quella casella per ricevere il messaggio di recupero password si è letteralmente fregati. Si resta fuori.

Siamo nel 2012 e forse serve inventare qualcosa di nuovo per superare l’ostacolo. Idee?

Che fine fece il vino

Alla fine della mostra che avevamo allestito in giugno era avanzato del vino. Non tanto, un fondo di damigiana di legno che forse conteneva dieci o quindici litri. Mi avevano detto, riportalo all’azienda vinicola, il fondo lo puoi buttare ma bisogna restituire la damigiana che ci hanno prestato e anche il tubo per fare da sifone e versarlo nei bicchieri. Va bene, dico, lo riporto. Appena ho tempo lo riporto, penso, appena ho tempo.

Verso la fine di giugno son venuti a montare il condizionatore, l’impianto è già predisposto è un gioco da ragazzi, dicono, ci mettiamo poche ore. Alla fine per fare fresco fa fresco, è tutto pieno di lucine carine e funziona bene, ma dopo qualche ora fa le macchie d’acqua sul muro nelle vicinanze dell’aggeggio che sputa aria, che si chiama split, che in inglese significa tra l’altro fessura.

Chiamo il tecnico per dare un’occhiata a cosa non va e dice non è colpa mia qui è tutto regolare per quanto mi compete.

Chiamo l’amministratore di condominio per chiedere lumi e capire cosa non va e dice non è colpa mia qui è tutto regolare per quanto mi compete.

Chiamo il costruttore della casa per dare un’occhiata a cosa non va e dice ti mando il tizio che ha fatto l’impianto a controllare ma qui è tutto regolare per quanto mi compete.

Nel mentre faceva caldo davvero e dovevo vedere le partite degli Europei a casa con gli amici, allora il primo tecnico, quello che aveva messo su tutto l’ambaradàn mi dice: guarda te lo lascio aperto lo split, così puoi usarlo lo stesso e il tubo che piscia l’acqua lo fai cadere fuori e raccogli il tutto in un bottiglione in attesa di ripararlo. Ce l’hai un tubo? Ci guardo, dico, dovrei averne uno per annaffiare. Allora vado a casa dei miei a cercare il tubo giallo per annaffiare il giardino (che non abbiamo) e vedo il tubo del vino per fare il sifone che mi sorride sopra la damigiana che ancora non ho riportato perché non ho avuto tempo. Prendi me, prendi me, dice. Certo, dico, così faccio pure a meno di tagliare il tubo giallo della misura giusta per adattarlo alla distanza che intercorre tra lo split e il bottiglione in terra.

Così passa un mese e ancora non posso proprio riportare la damigiana di vino perché devo riconsegnare anche il tubo insieme, ma serve al condizionatore per l’acqua distillata che raccoglie nell’aria pesante della bassa padana in luglio. Meno male che ho il tubo, altrimenti morirei di caldo.

Poi viene il tecnico del costruttore, mi sistema il danno, mi spacca il muro, trova l’inghippo e in mezzoretta risolve tutto lasciandomi però una fessura nel muro che nessuno si è ancora premurato di richiudere, me compreso.

Che bello, penso, posso riportare il vino! Stacco il tubo, ricompongo il sifone, prendo la damigiana con il suo fondo di vino rosso ormai abbondantemente acetato dal caldo cane del mio garage e la piazzo sul sedile dietro della macchina. Vado in ufficio per una riunione urgente, poi quando il cliente esce lo vado a riportare, penso, oggi finalmente l’avranno indietro, ormai non ci sperano nemmeno più. Chissà che sorpresa, chissà che feste.

La riunione va per le lunghe, non posso riportarlo quel pomeriggio, il vino resta sul sedile e lo porto in giro fino in stazione dove rimane parcheggiato tutto il giorno seguente mentre sono fuori città. L’aroma di aceto nell’abitacolo è ormai inebriante quando riprendo la macchina per tornare a casa la sera, tutto trafelato per correre a casa ad aggiornare il nuovo sistema operativo del Mac (!) e canticchio La Leggera che ascolto illegalmente dalle cuffiette alla guida della potente Fiat Bruno. Ed è alla leggera che affronto una rotondona piuttosto rotonda a velocità non consona e quando rientro in carreggiata la damigiana fa toc, si piega su un lato, urta la portiera del sedile posteriore che fa tac, il tappetto di gommina appena appoggiato sul collo della damigiana salta via con uno stap e  il vino che c’è dentro fa glu glu glu lungo i sedili che fanno slurp, e sulla tappezzeria laterale che fa ohibò e il posto dei piedi che fa glu glu glu anche lui e si beve un sacco di vino rosso di quello che macchia molto e viene via poco.

Quello che è successo dopo non si può raccontare da queste parti ma è secondo in quanto a situazioni imbarazzanti ed incredibile solo a quella volta, non troppo remota, in cui ho vomitato la cena all’improvviso mentre andavo in campagna con l’auto dei miei, senza pezzi di carta o altro a portata di mano per poter ripulire.

Vi interesserà altresì sapere che l’auto del sottoscritto (la Fiat Bruno!) puzza ora più di una cantina della Valdichiana ed è quindi sconsigliabile salirci a bordo nei prossimi mesi.
Che la damigiana, riportata in garage in fretta per cercare di pulire la macchina, non è al momento ancora stata restituita e chissà quando lo sarà.
Che una copia stampata di questo post, una damigiana quasi vuota e un sifone sporco saranno presto abbandonati davanti alla porta d’ingresso dell’azienda vinicola. Nottetempo.

La generazione delle finali perse

Nel 1994 seguo i miei primi Mondiali da Bormio, almeno per quanto riguarda la gloriosa fase finale fatta di sistematici due a uno. Dico i miei primi Mondiali perché nel 1986 avevo solo tre anni e a Italia ’90 tifavo Olanda e Germania, così per simpatia, tra mio padre incredulo: “Devi tifare Italia!” e mia mamma più cauta: “Lascia che tifi per chi vuole”. Continue reading ‘La generazione delle finali perse’

Qualcuno scriva una canzone sul rigore a cucchiaio di Pirlo

Mi perdoni l’Italia pallonara tutta se questa Nazionale di Calcio non mi scalda il cuore come quella Campione del 2006, che a sua volta non mi aveva scaldato il cuore fino forse alla botta di culo con l’Australia e la conseguente travolgente cavalcata finale di cui forse più di ogni altro momento ricordiamo la sera di Italia Germania, il gol di Mio Dio Fabio Grosso e poi i cori in piazza tedesco-mangia-la-pizza eccetera eccetera. Non mi suscita alcuna simpatia Balotelli, inutile in ogni partita, buono solo per il gossip dei tabloid inglesi ma di fatto egoista e sperduto nell’attacco europeo della Nazionale di Prandelli. Non voglio diventi campione d’Europa uno come lui, non voglio diventi campione uno come Montolivo, Maggio, Thiago Motta.

Vorrei potermi concentrare solo sulle cose che contano in tutta questa faccenda e non sono poche. Sul piatto della bilancia contano più di un Balotelli qualunque, più di una prestazione scialba di Cassano, più di una telecronaca noiosa di Gentili:

– il rigore tirato freddamente a cucchiaio di Pirlo, una classe esagerata – quasi imbarazzante in una nazionale di giovincelli senza carisma – a muso duro senza esultare dopo un gesto simile in un momento in cui era fondamentale trasformare dal dischetto dopo l’errore di Montolivo, qualcosa che rimarrà nella storia del calcio come quello di Totti nel 2000 (“Mo je faccio er cucchiaio”), di Fabio Grosso nel 2006 (“Il cielo è azzurro sopra Berlino!”) e di Baggio nel 1994 (“ALTO!”). Fossimo andati a casa dopo un simile rigore – per quanto mi riguarda – sarei stato ugualmente soddisfatto. Da oggi sul dizionario alla voce “epica”.

– gli azzurri in cerchio che si danno la carica prima dei calci di rigore, con la grinta trascinatrice di Buffon Santo Subito, momenti che uno sport di squadra dovrebbe avere sempre (cfr. Ogni maledetta domenica per esempio) e invece vedi spesso solo nei film.

– la classe di Prandelli, elegante, sorridente, tranquillo, in un abitino da sera perfetto, scarpa lucida, pantalone attillato. Un figurino che batte ogni confronto con gli altri allenatori e supera di gran lunga in simpatia Lippi Papa.

– il mal di pancia tipico da Nazionale, che non provavo più dai supplementari di Italia-Francia del 2006, capace di piantarmi sullo stomaco perfino un innocente piatto di prosciutto e melone.

– le partite davanti alla tv con gli amici di sempre come fosse un rito, il bandierone, la torcida lungo il viale principale della mia città strombazzando e sventolando il tricolore da ignoranti, cosa che attendevamo di poter finalmente fare, fosse anche solo per una sera, in questo faticosissimo duemiladodici. Bentornato Simo.

Novanta!

Mi sveglio all’improvviso per un tuono. Non so che ore sono, mi siedo sul letto. Il tuono non smette, è lungo e fa un rumore fortissimo. Trema tutto. Come fai a capire che trema tutto quando c’è buio, mi son sempre chiesto quando mi hanno raccontato dei terremoti? Ora lo so.

Merda!

Dico forte, e non so che altro fare, cos’altro dire. Merda, merda, merda, dico continuamente io che raramente utilizzo questo vocabolo. Non riesco ad alzarmi a gridare, non riesco a correre sotto un tavolo, come attratto da un macigno che mi tiene inchiodato a guardare il vuoto ascoltando il frastuono agghiacciante da un intorno a me indefinito. Attonito, immobile. Per istinto ti prendo per mano ma non dici niente, non capisco se hai paura ma voglio farti coraggio, o voglio cercare qualcuno da stringere forte finchè tutto non sarà finito. Però non finisce in fretta, saranno passati minuti interi nella mia testa invece che una ventina di secondi nel mondo reale. Fai in tempo a pensare un sacco di cose in venti secondi, ed è esattamente il mio incubo peggiore, quando ti restano pochi secondi di vita e non sai cosa fare se non pensare a mille cose inutili e sciocche.

Penso al tetto che ora crolla, ci crollerà in testa da un momento all’altro perché la scossa è troppo forte e siamo all’ultimo piano, e finiremo sul piano sotto e quello sotto su quello sotto ancora, come nei fumetti, dove si alza la nuvola di polvere e alla fine c’è un cumulo di macerie e noi due sul letto in cima ai detriti con i cerotti in testa e le bruciature sulle guance. Saremo precipitati insieme, in silenzio, con la mano destra stretta forte nella tua e la sinistra premuta contro la libreria perché non ci cada addosso.

A quasi ventinove anni per la prima volta in vita mia ho creduto di morire, e rassegnato al mio destino ho atteso senza fare nulla che tutto si compisse tenendoti per mano. Come se andarsene in quel modo alla fine fosse bellissimo e giusto. Come se nel momento tragico la pillola fosse meno amara se presa in buona compagnia. Non è forse questo il senso di tutto alla fine? Tenersi per mano, aver vicino le persone care quando capita qualcosa di brutto. Non essere soli. Poi vada come vada, in fondo non lo decidiamo noi.

Quando tutto finisce sembra un film di JJ Abrams, con la telecamera girata a mano e scene concitate nella penombra della luna che filtra dalle tapparelle abbassate. Non si possono aprire, sono elettriche ed è saltata la luce. Uso l’iPhone per farmi luce, tiro su l’orologio a pendolo caduto, sistemo il computer con lo schermo enorme di vetro che incredibilmente si è piegato fino ad un pelo dal crollare distruggendosi, accendo il cellulare per chiamare i familiari ma le linee sono intasate. Vado su Repubblica e INGV dal cellulare a leggere notizie di quanto è successo ma sono intasati e non si aprono. Appena due minuti dopo la scossa, invece di uscire in strada e mettermi al sicuro, sono ancora dentro casa che tergiverso e voglio sapere, capire cosa è successo. So che quando aprirò le tapparelle perché sarà tornata la luce troverò uno scenario infernale: case crollate, cumuli di macerie. Il mio pessimismo a volte dipinge scenari catastrofici e forse è un bene che non si possa aprire per vedere l’accaduto.

Usciamo di casa con straordinaria lentezza, radunando le cose importanti da salvare in uno zaino, vestendoci con le uniche cose a portata di mano: abiti da cerimonia di un matrimonio di un amico la sera precedente. E così eleganti vaghiamo storditi per i corridoi, diamo sostegno all’anziana vicina di casa con i ninnoli di porcellana rovinati a terra, consoliamo una giovane donna in lacrime con i gatti impazziti, scendiamo in strada come due alieni in mezzo a pigiami imbarazzanti, coperte di lana, cellulari intasati. Ovunque intorno gente che gira impazzita, sirene, macchine, persone in bici e il sottoscritto in giacca e scarpe con i tacchi che attraversa la città per andare a controllare come sta la nonna che soffre di cuore, ma che ha fatto la guerra e non si fa certo intimidire da una scossetta come suo nipote che in vita sua ha visto solo l’avvento dei computer, e di internet, ma non sa come sono fatti i bunker, non sa cosa vuol dire avere paura, perdere tutto, stringere la cinghia.

Lungo il corso principale della città ci sono macchine schiacciate da capitelli e calcinacci, aree transennate, vigili del fuoco già all’opera. Nel tempo in cui mi infilavo due calzini e un completo elegante la macchina organizzativa era già ampiamente in moto, twitter era già pieno di racconti da ogni dove, le agenzie battevano notizie in rapida successione e la gente per strada raccontava cose a vanvera con il passaparola che ingigantisce sempre tutto. Qualcuno dice che ci sono crolli in centro, molti morti, qualcuno che è niente in confronto al Friuli, qualcuno che sono crollati i ponti e non si può raggiungere certi paesi verso Bologna, qualcuno giura che ad un certo punto ha segnato anche Zoff, di testa su calcio d’angolo.

Il mondo là fuori

Ieri mi trovavo a spiegare un po’ la storia della comunicazione sulla rete, come si è evoluta la conversazione nelle varie forme che progresso e mode hanno via via messo a disposizione, da Usenet ai social passando per i blog, a un gruppo di circa 25 volontari del Servizio Civile del Comune di Ferrara, impegnati per larga parte in asili, musei, biblioteche o comunque in ruoli non strettamente connessi all’uso del web. Età variabile tra i venti e i ventotto anni suppergiù.

Nessuno dei presenti aveva internet alla fine degli anni Novanta.

Nessuno ha mai sentito parlare dei Gruppi di discussione Usenet.

Nessuno ha un account su Ferraraforum, il forum più popolare della mia città fino almeno al 2008.

Due hanno/hanno avuto un blog.

Nessuno ha mai usato un feed rss.

Tutti hanno un account Facebook tranne tre.

Solo in tre hanno un account Twitter.

Niente di nuovo forse, anche se le proporzioni mi hanno in parte stupito. Lo scrivo qui per ricordare a voi smanettoni dell’Internet che c’è tutto un mondo la fuori che non sa cosa sono i trending topics, i meme, i LOAL e le trollface, i viral e tutte queste menate. E vive bene lo stesso.

Pensateci un po’ quando dite che quel film è stupendo perché ne han parlato bene i vostri quattro twitteri di riferimento, o che il nuovo disco della band indie è molto figo perché ha avuto buone recensioni sui blog musicali.

La Pasqua, quando ero bambino

Quando ero piccolo si trascorreva la giornata di Pasqua in Abruzzo con nonni, zii e cugini dalla parte di mio padre. Natale a Ferrara, Pasqua in Abruzzo, fifty-fifty. Si mangiava sempre un sacco e c’erano le lasagne, che sembra strano mangiarle lontano 400 chilometri dalle zone dove sono nate, ma è anche vero che al nord si mangia la pizza che è nata a Napoli e quindi ci sta. Poi era il momento dell’agnello, che a me non piaceva ma dovevo mangiare lo stesso per fare contenta mia nonna. L’agnello non mi piaceva per due ragioni principalmente: era selvatico e duro da masticare, ed era cosparso di aceto insieme all’insalata che l’accompagnava. Se riuscivo a sopravvivere all’agnello poi si poteva aprire l’uovo di Pasqua.

Diciamocelo, l’uovo di Pasqua non era poi sta gran cosa anche per un bambino: molto meglio i regali di Natale che facevi la lista e qualcosa di quello che ti piaceva lo ottenevi. Ad andar bene nell’uovo di pasqua c’era un portachiavi da due lire, un pupazzetto, una macchinina inutile non richiesta. Gingilli che duravano un paio di giorni di attenzione. Poi si pose il problema dei regali per maschietti finiti in mano a femminucce e viceversa. Così andavano alla grande le uova con l’espressa dicitura e colore: regali per lui, regali per lei. Ti regalavano l’ovetto colore azzurro e dentro trovavi sempre balocchi di presunto interesse maschile: macchine, pistole, soldatini. Se eri goloso al limite ti rifacevi con il cioccolato, ma ho sempre preferito le barrette o le merendine, all’uovo al latte o fondente. Per aprirlo ero meticoloso: coltello alla mano per seguire il taglio a metà e dividere in due semisfere precise il tutto, con buona pace della madre insegnante di matematica. Siamo tipi precisi: avessi avuto per genitori dei camionisti forse avrei sfogato i miei istinti rompendo l’uovo con un bel pugno al centro.

Quindi con buona pace del catechista che insegnava l’importanza della Pasqua rispetto al Natale (la notizia è che Gesù è risorto, non che è nato, a nascere siam buoni tutti no?) ho sempre atteso con tiepido interesse l’arrivo della festa primaverile. Manca l’atmosfera e il calore che c’è a Natale, dove tutti diventano buoni, tutti comprano regali, si fanno un mucchio di sorrisi e bevono la cioccolata calda, si stringono per il freddo, cantano in coro, e cose così. Gli spot natalizi degli anni Ottanta devono avermi rovinato il cervello, ma senz’altro erano meglio della Cantata 147 di Bach che ogni anno allietava in tv la venuta delle uova kinder e ferrero.

Il giorno dopo Pasqua c’era Pasquetta. Quando ero piccolo non facevo le gite fuori porta e le scampagnate perché rimanevo in famiglia e quindi era un giorno un po’ inutile. Per molti anni ho cercato di capire cosa fosse questa Pasquetta di cui tutti parlavano. Cercavo sul calendario quando fosse e non ne trovavo traccia da nessuna parte. Ho scoperto che era il cosiddetto Lunedì dell’Angelo solo intorno al Liceo, quando il cosa fare a Pasquetta divenne più rilevante di cosa fare a Pasqua. In ogni caso in montagna sul Gran Sasso fino alla fine degli anni Novanta c’era sempre molta neve, quindi non si andava molto in giro. Si stava tutto il giorno in casa davanti al camino, c’erano i compiti delle vacanze da fare, libri da leggere, a volte influenze primaverili da smaltire. In tempo per il rientro a scuola con il quaderno in ordine, la pancia piena e la faccia riposata.

Grazie Antonio

Tornava alla lettura e i leggeri nomi Tig o Wig, e la leggera brezza che muoveva le frange gialle e blu dell’ ombrellone, come a un cliccare sulla tastiera la parola «leggero» le aprirono nella memoria la finestrella di quando Pereira dopo aver denunciato sul quotidiano «Lisboa» l’ assassinio di Monteiro Rossi è in fuga, alla stazione: «… mentre si allontanava tra la folla aveva la sensazione che la sua età non gli pesasse più, come fosse tornato ragazzo… e allora ripensò alla spiaggia della Grange e a una fragile ragazza che gli aveva dato gli anni migliori della sua vita…». E poi il romanzo le richiamava il film, il finale del film, con Mastroianni che cammina spedito e leggero mentre lo strillone grida la notizia ragazzo assassinato! ragazzo assassinato! spedito e leggero mentre Dulce Pontes canta così bene «A brisa do coraca» di Morricone, e mentre tu seduto al cinema ascolti e guardi il passo leggero di Pereira che infine, in extremis, ce l’ ha fatta, dentro ti senti qualcosa come un’onda del mare che un pò si muove, che un pò si muove come per dirti mentre scorrono i titoli di coda: allora forse «è migliorabile il mondo».
(Lamarque Vivian, Corriere della Sera, 23 agosto 2009)

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
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I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
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Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)