Archive for the 'Attualità' Category

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. scelti per voi

In questi dieci giorni, tra le altre, mi sono successe tre cose degne di nota.
Uno: sono andata a vedere L’ultimo terrestre, il film di Gipi in uscita nelle sale dal 9 settembre.
Due: ho visto il nuovo video degli Zen Circus (album in uscita l’11 ottobre): L’amorale.
Tre: ho ascoltato la nuova canzone di Dente (anche lui album in uscita l’11 ottobre): Giudizio universatile.

L’ultimo terrestre è bellissimo, non perché è un film di Gipi ma perché oltre ad avere un cast straordinario e ad essere a conti fatti un ibrido tra un film e un fumetto senza che questo disturbi la visione o vi si intrometta, è una celebrazione della diversità e della normalità insieme, una miscela commovente che strappa le giunture a chi si siede in sala per assistere. Consiglio: non siate frettolosi, arrivate alla fine senza farvi impressionare dagli iniziali tempi dilatati e andrà tutto bene. Dubito che qualsiasi altra persona sulla Terra, al giorno d’oggi, abbia la sensibilità di un personaggio come Gipi: a conti fatti, in un modo o in un altro, riesce sempre a farmi piangere, sia sulla carta che sulla pellicola. Fatevi un pianto anche voi, ogni tanto fa bene.

Il nuovo singolo degli Zen Circus, L’amorale, invece, non è granché: peggio di come mi aspettavo ma, ad oggi, niente di tremendo, piuttosto commerciale. Non mi sembra all’altezza di tanti altri prorompenti singoli e però questa volta – a differenza di quel che mi aspettavo dai Marta sui tubi o dai Verdena – non ero preparata al calo di tensione. Chi ha spento la luce? Gli Zen proseguono imperterriti nella loro critica ironica e apertamente atea condita da un ritornello simil filastrocca cantilenante. Aspettatevi una canzone commerciale. Per consolarci, nel video gli Zen circus sono tutti seminudi e stanno benissimo.

Il nuovo singolo di Dente invece (Giudizio universatile) richiama sul serio i primi dischi di Renato Zero mescolati ad un motivetto da riviera anni Settanta. Non so se questa è una cosa positiva oppure no, ma mi affido al leit-motiv della canzone che giustamente e democraticamente suggerisce “giudica tu se il cielo sta venendo giù“. Faffaraffaraffafà.

Poi volevo dirvi che il 30 settembre esce il nuovo film di Cronenberg, A dangerous method, con un cast d’eccezione tipo Keira Knightley, Viggo Mortensen e Michael Fassbender.

Ci vediamo al cinema.

Perchè ci ricordiamo dell’11 settembre

Oggi ricorrono dieci anni dall’attentato alle Twin Towers di New York, una giornata che in qualche modo ha cambiato la vita di molti americani e non, e la percezione del resto del mondo sul concetto di terrorismo. Quel giorno di dieci anni fa avevo iniziato l’università da appena un giorno, mi trovavo a lezione nell’ultimo banco in fondo e un’amica seduta a fianco a me mi informava tranquilla di un attentato alle Torri Gemelle. Io che avevo 18 anni, e non ero mai stato a New York, nemmeno sapevo cosa fossero le Torri Gemelle. Mai viste, mai fatto caso a queste due cose altissime che svettavano sulla skyline di Manhattan, eppure in tanti film e fotografie erano sempre state li ed oggi sono la prima cosa che notiamo quando guardiamo un’immagine di New York. Foto prima dell’undici settembre, foto dopo l’undici settembre, tutto estremamente facile. La parola attentato unita ad un posto che non conoscevo non ha suscitato in me emozioni particolari sul momento, facendomi bollare la cosa come la solita bomba in un palazzo americano, eventi di certo non all’ordine del giorno ma qualcosa di già noto nell’immaginario collettivo. Poi il tam tam mediatico e i particolari che iniziavano a trapelare persino a noi studenti chiusi in aula magna a seguire una lezione di geometria: aerei che si schiantano contro grattacieli. La dinamica è nuova, terrificante se avessero confermato che non si trattava di uno sciagurato incidente. Ma poi giunge il secondo schianto e gli aerei sono due e quindi non poteva essere una coincidenza. Quando arrivo a casa ad ora di cena tutti le televisioni del mondo hanno gli occhi sgranati davanti all’orrore di qualcosa che nessuna mente avrebbe mai potuto concepire. La tecnica terroristica aveva raggiunto il suo apice di imprevedibilità: potenzialmente dal giorno seguente sarebbe potuto succedere di tutto.

Negli anni a seguire abbiamo temuto altri attacchi terroristici simili e nella catena di eventi legati ad Al Qaeda abbiamo assistito alla bomba alla stazione di Madrid e quella nella metro di Londra. Attentati più simili a quelli cui eravamo abituati seppure di impatto terribile per numero di morti e per significato politico. Eppure le torri di New York sono rimaste impresse nella nostra mente come una pietra miliare della storia cui abbiamo assistito tutti in maniera forse per la prima volta globalizzata. Senz’altro l’evento storico più importante per la mia generazione che non ha conosciuto guerre o rivoluzioni.

Non ricordiamo l’undici settembre perchè è successo agli Stati Uniti o perchè da quel momento è iniziato il conflitto in Afghanistan, ricordiamo l’undici settembre perchè da quel giorno abbiamo avuto tutti paura. Tanta paura per anni, che il precedente c’era stato ed ora poteva essere il caos. Che sarebbe toccato anche a noi. Che l’aereo era diventato pericoloso. Che la metropolitana poteva essere a rischio, ma anche l’autobus, anche la coda alle poste, anche l’autostrada, il benzinaio. Nel significato più totale di terrorismo si era creata una distinzione tra quello che gli esseri umani concepivano come possibile e rischioso e il resto delle nostre vite quotidiane, improvvisamente sopraffatte da un’angoscia e una tensione che non ci era mai passata per la mente. Poi ogni cosa con gli anni finisce per scemare, e non sono servite guerre in medio oriente o la cattura e uccisione di Bin Laden a calmare i nostri animi, ma solo il nostro cervello che con il tempo ha imparato a convivere con i propri fantasmi e passare oltre, accettando nel nuovo corso delle cose post undici settembre di fare code agli aeroporti per controlli severissimi ad ogni imbarco, o facendo attenzione al tipo sospetto che abbandona un pacco su un treno, esattamente come chi elabora un lutto presto o tardi si rialza e riprende la sua vita sperando sia ancora lunga. Deal with it, dicono gli americani.

Dieci anni dopo, abbiamo elaborato il nostro undici settembre e siamo qui a ricordarlo e raccontarlo perchè il mondo di domani non ripeta gli stessi errori. Almeno fino al prossimo evento della Storia, che spiazzerà tutti di nuovo e aprirà nuovi scenari, parole, paure, costringendoci a fare i conti con lui e cambiando ancora un po’ le nostre vite. Come sempre è stato e sempre sarà.

Sulle dimissioni di Steve Jobs

Scusate se faccio il bastian contrario rispetto a molti articoli che si leggono in giro. Le dimissioni di Steve Jobs da CEO di Apple non sono una semplice fase di transizione dell’azienda più innovatrice al mondo e non saranno indolori. Sono l’inizio di un lento e progressivo impoverimento delle idee e dello spirito che Apple ha avuto fino ad oggi e che Jobs ha saputo imprimere ad un’azienda di computer un tempo simile ad altre. Quel quid in più dato dalla sua visione delle cose senz’altro unica, che è mancata ad esempio a Microsoft in tutti gli anni zero, e continua a mancare ancora oggi che Steve Ballmer è succeduto a Bill Gates. L’idea di marketing di Jobs, i suoi keynote di presentazione dei nuovi prodotti, seguiti maniacalmente come messe cantate da milioni di adepti nel mondo, i prodotti dalla linea elegante e perfettamente minimale, simmetrici fino all’ossessione, sono tutti parti della mente di un uomo soltanto. Al limite di un ristretto staff di collaboratori visionari e brillanti (Jonathan Ive su tutti), non di tutta l’azienda. Questo forse ci fa preoccupare oggi alla notizia che la guida carismatica di Apple non ci sarà più e che il volto che ha reso celebre questo marchio non sia più associato ad esso.

L’eredità che il nuovo CEO Tim Cook eredita è pesante e complicata e sbaglierebbe a mio avviso se cercasse di campare portando avanti lo stile e il metodo imposto da Jobs negli ultimi 15 anni. Jobs è arrivato in Apple quando la società era al tracollo e ha sfornato negli anni computer e nuovi dispositivi innovativi e dal design rivoluzionario. Questa fortuna non potrà durare per sempre ed anzi i competitor si stanno avvicinando ogni giorno che passa sempre di più. Come è arrivata Apple con i suoi iPod nel 2001 e ci ha convinto che il lettore mp3 andava fatto in quel modo e che anche i suoi computer erano fatti bene, poi che il telefono doveva essere touchscreen, che i tablet non dovevano avere maniglie e pulsanti, che l’immediatezza e la velocità di un software è più importante di una lista di caratteristiche tecniche hardware da addetti ai lavori, così arriverà presto qualche nuova mente illuminata con idee geniali e prodotti innovativi e guiderà qualche altra azienda.

Apple può amministrare questo vantaggio sul mercato per qualche anno ma poi? Non ci accontenteremo certo di nuovi iPhone e nuovi iPad per tutti gli anni Dieci. La lezione di Jobs sarà stata utile ad Apple se sarà capace di innovare in maniera nuova, di stare al passo con i tempi non scopiazzando se stessa e le idee che il suo leader ha proposto in passato. Se i suoi prodotti saranno un po’ meno eleganti pazienza, in un futuro dove tutto è sempre più precario ci accontenteremo che funzionino bene e tengano alto il nome di un marchio che oggi fa sognare non solo il mondo informatico ma anche molta gente comune.

La parte peggiore dell’Italia

La parte peggiore del Paese si chiama Alice. La parte peggiore del Paese ha i capelli intrecciati sopra la nuca, colore del grano o dei muri delle case al mattino presto, e offre bicchieri d’acqua pubblica ai passanti. La parte peggiore del Paese la incrocio ogni giorno nel percorso che dalla stazione di Venezia Santa Lucia mi porta nel mio ufficio appena dietro Rialto: lungo il tragitto vedo gelatai napoletani, pizzaioli pugliesi e ristoranti tipici gestiti da cinesi, e poi lei, china sulla sua macchina da cucire dentro al suo negozio. O bottega. O studio. O laboratorio. Aspetta, ma che cos’è?

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Chiamare le cose col proprio nome e non vergognarsene

Lo sappiamo, che Santoro è un vittimista ammalato di protagonismo, che cavalca l’onda, che fa del populismo, che le sue trasmissioni le butta sempre in caciara. Sappiamo tutto. Ma sapere non basta. Santoro riesce a fare due cose: infastidire chi non la pensa come lui, e far commuovere chi la pensa come lui. Perché ieri sera, a vederlo paonazzo sputazzare il suo cazziatone memorabile contro Castelli, ma poteva esserci qualsiasi altro politico lì seduto, mi sono ‘commosso’: quella di Santoro di ieri sera si può chiamare soltanto con un semplice, chiaro e inequivocabile nome: frustrazione.
E non mi vergogno ad avere provato empatia verso di lui.

Esperimento politico

Sono venuto in possesso di una copiosa quantità di depliant informativi sul Referendum per l’Acqua del prossimo 12 giugno. Ho pensato allora di provare a fare un piccolissimo e inutile esperimento ‘politico’: ogni mattina li lascerò sul vagone del mio regionale per Venezia e vediamo quanti vengono raccolti e quanti invece lasciati abbrustolire dal sole nell’indifferenza generale.

Oggi, 0 depliant raccolti. Ma siamo persone molto pazienti, se vogliamo.

(Aggiornamenti, nel caso, su twitter)

Sporcarsi le mani fa bene alla salute e alla pelle

Quando parlo di “sporcarsi le mani”, intendo anche cose come queste:

Merita molta simpatia un ragazzo di vent’anni (Mattia Calise, grillino) che vuole fare il sindaco di Milano, disinteressatamente, spendendo per la sua campagna elettorale quello che Letizia Moratti spende per una messa in piega, e dichiara ai giornali, insieme a qualche comprensibile fesseria, anche molte cose giuste. Ma la simpatia non basta quando il ragazzo Mattia ripete la solfa (vecchia come il cucco) «destra e sinistra sono la stessa cosa», e mette sullo stesso piano Moratti e Pisapia, che sono due persone profondamente diverse in rappresentanza di culture diverse, interessi diversi, mondi diversi. Per i grillini tutto – tranne loro stessi – è “vecchia politica”, ma in questa macina indistinta e rozza tritano persone, esperienze, ideali, comunità che hanno qualche merito da spendere, e qualche esperienza da raccontare. Non voterei mai per un candidato minore (è il caso di Mattia) che rifiuta di dirmi con chi intende allearsi in un eventuale secondo turno di ballottaggio. Il voto non è solo una nobile testimonianza, è una monetina che serve, insieme a milioni di altre monetine, a formare un patrimonio. Si va in politica, si fa politica, per battersi e spesso anche per allearsi e compromettersi. «Destra e sinistra sono uguali» non è politica né antipolitica: è un lusso per presuntuosi. La politica è umile. E fa i conti con l’imperfezione.

(via albs)

E non ho altro da dire su questa faccenda

Serafica e precisa, Milena Gabanelli ha dato letteralmente spettacolo ieri sera al Teatro Morlacchi di Perugia nell’ultimo giorno del Festival del Giornalismo.

Incalzata da Corrado Formigli e dalle domande del pubblico (teatro esaurito, ovviamente), Milena ha elargito autentiche lezioni di dignità, prima ancora che di professionalità e serietà, a tutti, dai giornalisti agli stagisti e ai precari e ai cittadini, con risposte tanto sacrosante quanto quasi ovvie.

Ne cito una. “Per strada mi capita di incrociare gente che mi chiede “Milena, perché al lunedì mattina dopo la visione della puntata di Report non scoppiano mai casini e nessuno reagisce?” e io gli rispondo sempre: “Ma tu hai reagito?”.

E soprattutto, ne cito un’altra, che chiude il game, il set e la partita su qualsiasi questione. Formigli riporta i compensi dei conduttori Rai: per la Gabanelli 160mila euro lordi all’anno, Sgarbi invece si prenderà 200mila euro a puntata per la sua futura (?) trasmissione. “Cosa pensi di fronte a queste cifre?”, le chiede, e Milena risponde semplicemente così: “Penso solo che mi pagano per fare un lavoro che mi piace“.
E il teatro viene giù.

150 anni di queste cose qui

150 e sentirli tutti

Allora prima ho preso la macchina, e me ne sono andato in giro per la città con i finestrini abbassati, visto che alla fine a marzo è uscito il sole, ho girato per le periferie la stazione semideserta il centro e sono tornato a casa. Ho preso la macchina per andare a vedere se poi alla fine la gente aveva messo o meno questi tricolori, e insomma sì, ne ho visti parecchi, non tanti certo, ma diverse bandiere alla fine sono spuntate, molte erano nuove, le riconosci perché hanno ancora tutte le pieghe e hanno un verde che dopo 150 anni non può mica essere così brillante, dai, e un bianco che è ancora bianco e un rosso grondante.

E nel vedere quei tricolori ancora umidi per la pioggia di ieri sera e di tutti i giorni precedenti, nel vedere mia mamma, 60enne esasperata dalla politica e da praticamente tutto, che lo espone, lei che per i mondiali la taglierebbe, quella bandiera consumata che tengo nell’armadio, nel vedere pensionati che girano con la moglie a fianco e tenendo per mano un bandierone enorme, che secondo me la moglie se ne vergogna pure un poco, viste le dimensioni esagerate non certo da passeggio, nel vedere insomma tutte queste bandiere, non tante certe ma nemmeno poche, che mi ricordano un po’ le bandiere della pace di qualche anno fa, spuntate (anche un po’ per moda) per difendere qualcosa, le bandiere spuntano sempre quando c’è da difendere qualcosa, un tempo dalle bombe ora dai leghisti (guarda come siamo ridotti, dalle bombe ai leghisti), nel vedere tutte queste bandiere che lo so, a quasi tutti non interessano, a molti infastidiscono quasi, tutti in fondo avremmo un motivo valido per tenere il muso a quella bandiera lì peraltro, io le guardo insomma, e a me invece suscitano soltanto mica rabbia, mica orgoglio, figuriamoci, ma nemmeno resistenza o amarezza o voglia di riscatto, a me quelle bandiere a quei balconi, mi fanno tanta tenerezza.

Buffet

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Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

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Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)