Archive for the 'Cinema' Category

Grazie Antonio

Tornava alla lettura e i leggeri nomi Tig o Wig, e la leggera brezza che muoveva le frange gialle e blu dell’ ombrellone, come a un cliccare sulla tastiera la parola «leggero» le aprirono nella memoria la finestrella di quando Pereira dopo aver denunciato sul quotidiano «Lisboa» l’ assassinio di Monteiro Rossi è in fuga, alla stazione: «… mentre si allontanava tra la folla aveva la sensazione che la sua età non gli pesasse più, come fosse tornato ragazzo… e allora ripensò alla spiaggia della Grange e a una fragile ragazza che gli aveva dato gli anni migliori della sua vita…». E poi il romanzo le richiamava il film, il finale del film, con Mastroianni che cammina spedito e leggero mentre lo strillone grida la notizia ragazzo assassinato! ragazzo assassinato! spedito e leggero mentre Dulce Pontes canta così bene «A brisa do coraca» di Morricone, e mentre tu seduto al cinema ascolti e guardi il passo leggero di Pereira che infine, in extremis, ce l’ ha fatta, dentro ti senti qualcosa come un’onda del mare che un pò si muove, che un pò si muove come per dirti mentre scorrono i titoli di coda: allora forse «è migliorabile il mondo».
(Lamarque Vivian, Corriere della Sera, 23 agosto 2009)

I font di The Artist sono tutti sbagliati

Il film più curioso del momento è senza dubbio l’omaggio al cinema muto del regista francese Michel Hazanavicius con il suo The Artist, che reduce da premi e plausi della critica sta andando bene al botteghino complice il passaparola incuriosito su questo film anomalo. Niente da dire, la trovata è simpatica e nonostante l’assenza del parlato il film è godibile da inizio a fine senza momenti di impasse. Magnifici i costumi e l’interpretazione dei due protagonisti, superlativa la colonna sonora davvero calzante e simile alle grandi orchestrazioni della Hollywood dei tempi d’oro. Tutto bello, tutto riprodotto fedelmente, ma ahimè la tecnica di oggi ha in alcuni punti preso troppo la mano penalizzando la riuscita complessiva della pellicola, così che la fedeltà low-fi di un film volutamente antico è suonata finta in più di un momento.

Prima di tutto la grana della pelicola è completamente assente: nessuna bruciatura, intoppo nel flusso audio e video, sbvatura e polvere, nessuna vignettatura dell’immagine come si usava all’epoca. Nelle scene iniziali si mostra un cinema e la gente che guarda uno schermo enorme, che sembra uscito dai multiplex del duemila: immagine perfetta, bordi nitidi e nessun segno dell’imperfezione tecnica che c’era nel 1927. Il digitale impoverisce insomma un po’ tutto rendendo ogni cosa pulita ed ordinata come un film dei nostri tempi.

Ma veniamo al tasto più dolente: sin dai titoli di testa si rimane un po’ male vedendo l’uso di font moderni per riprodurre le scritte a video. Nel 1927 tali titoli erano per lo più disegnati a mano e quindi molto imprecisi e semplici. La scelta di utilizzare un font dallo stile retrò danneggia fin dal primo minuto l’idea complessiva di fare un film in tutto e per tutto retrò. Nei film dell’epoca erano certi dettagli a dare il senso del lavoro che c’era dietro: confrontando una g con un’altra g si notava talvolta che erano scritte diversamente, ma se si utilizza un font da computer ogni lettera sarà banalmente uguale alle altre. Sorvoliamo poi che si sia usato un tipo di font tipicamente da film noir e non sentimentale come la nostra pellicola doveva essere.
Poche scene più tardi la stampa si accalca all’uscita del cinema per fotografare il protagonista: i cartellini PRESS che calzano sul nastro del cappello sono addirittura in Helvetica (o forse un Arial, servirebbe un fermo immagine per esserne sicuri), un carattere tipografico che non farà la sua comparsa almeno fino al 1957.
E ancora: i magazine e rotocalchi finti mostrati, i titoli di finti film di cui vengono mostrate locandine, titoli di coda e tanto altro materiale in tutto il film è reso con font tipografici da computer degli ultimi dieci o quindici anni, certo con un saporè decò ma senz’altro non fedeli a quanto si poteva ottenere all’epoca manualmente o con le macchine in uso in quei tempi.

Nello stesso errore era già incappata la bellissima sigla iniziale di Mad Men, coerente stilisticamente all’epoca del telefilm ma che scivolava clamorosamente in una scritta di poco conto sullo sfondo (al minuto 0:20), composta in un font di Microsoft Office. Errori perdonabili? In una sigla probabilmente si, ma in un film intero sono il sintomo di una frettolosa ricerca iconografica e poca cura per i dettagli. Spesso ciò che hanno reso grande un regista o celebri scene che oggi tutti mandiamo a memoria.

. scelti per voi

In questi dieci giorni, tra le altre, mi sono successe tre cose degne di nota.
Uno: sono andata a vedere L’ultimo terrestre, il film di Gipi in uscita nelle sale dal 9 settembre.
Due: ho visto il nuovo video degli Zen Circus (album in uscita l’11 ottobre): L’amorale.
Tre: ho ascoltato la nuova canzone di Dente (anche lui album in uscita l’11 ottobre): Giudizio universatile.

L’ultimo terrestre è bellissimo, non perché è un film di Gipi ma perché oltre ad avere un cast straordinario e ad essere a conti fatti un ibrido tra un film e un fumetto senza che questo disturbi la visione o vi si intrometta, è una celebrazione della diversità e della normalità insieme, una miscela commovente che strappa le giunture a chi si siede in sala per assistere. Consiglio: non siate frettolosi, arrivate alla fine senza farvi impressionare dagli iniziali tempi dilatati e andrà tutto bene. Dubito che qualsiasi altra persona sulla Terra, al giorno d’oggi, abbia la sensibilità di un personaggio come Gipi: a conti fatti, in un modo o in un altro, riesce sempre a farmi piangere, sia sulla carta che sulla pellicola. Fatevi un pianto anche voi, ogni tanto fa bene.

Il nuovo singolo degli Zen Circus, L’amorale, invece, non è granché: peggio di come mi aspettavo ma, ad oggi, niente di tremendo, piuttosto commerciale. Non mi sembra all’altezza di tanti altri prorompenti singoli e però questa volta – a differenza di quel che mi aspettavo dai Marta sui tubi o dai Verdena – non ero preparata al calo di tensione. Chi ha spento la luce? Gli Zen proseguono imperterriti nella loro critica ironica e apertamente atea condita da un ritornello simil filastrocca cantilenante. Aspettatevi una canzone commerciale. Per consolarci, nel video gli Zen circus sono tutti seminudi e stanno benissimo.

Il nuovo singolo di Dente invece (Giudizio universatile) richiama sul serio i primi dischi di Renato Zero mescolati ad un motivetto da riviera anni Settanta. Non so se questa è una cosa positiva oppure no, ma mi affido al leit-motiv della canzone che giustamente e democraticamente suggerisce “giudica tu se il cielo sta venendo giù“. Faffaraffaraffafà.

Poi volevo dirvi che il 30 settembre esce il nuovo film di Cronenberg, A dangerous method, con un cast d’eccezione tipo Keira Knightley, Viggo Mortensen e Michael Fassbender.

Ci vediamo al cinema.

. consigli per gli acquisti

Potrebbe sembrare l’ennesimo sfoggio di zelo da parte dei cineasti di tutto il mondo, se non fosse che, come dice Paolo Mereghetti nel suo articolo, “ogni paese ha un patrimonio culturale di cui vantarsi e che deve essere difeso”. Visto che molti di noi continuano a fare finta che, ad esempio, non ci sia una Guerra in corso, faccio finta anche io (e del resto, anche nel bel mezzo della crisi più totale, come si potrebbero dimenticare le cose belle come queste?) e vi segnalo questo link e questa iniziativa, secondo me bellissima. Giocate.

Up da film diventa realtà

Quei mattacchioni di National Geographic hanno pensato di realizzare la versione ‘reale’ di Up, il film della Pixar con il simpatico vecchietto che volava via dentro la propria casetta trainata da mille palloncini colorati. Ed è subito ‘cosebelle‘.

Up nella realtà
Son cose che fanno svoltare il lunedì e brillare gli occhi: qui la gallery completa della fedele ricostruzione.

La lacrima facile

Non ho più l’età per vedere un film di Clint Eastwood. Più passano gli anni, più aumentano i kleenex che mi devo portare al cinema. Ma a parte questo dettaglio, vanno puntualizzate alcune cose dopo la visione di Invictus:

Invictus

– il rugby è uno sport divino
– chi ama il rugby DEVE andare a vedere questo film
– la riproduzione della partita tocca livelli commoventi di fedeltà: dallo stadio ricolmo e urlante, alle maglie (le maglie erano perfette, esattamente quelle del ’95), ai, che so, cartelloni pubblicitari (gli stessi dell’epoca), alle azioni di gioco, fino ad arrivare al rumore degli zigomi fracassati.
– lo sport è una cosa dannatamente seria, ed epica, e sentimentale, e toccante, e profondamente “umana”. Basta snobbarlo, una volta per tutte.
– Freeman è un’icona, non un attore
– se sono stato sul punto di scoppiare in lacrime, comunque, non è stato tanto per il trionfo sudafricano, o per Mandela stesso, quanto per i discorsi, le conversazioni di Madiba con il suo staff: lo so, è cinema, è Clint Eastwood, è tutto romanzato, soprattutto è una situazione così particolare e dunque irripetibile, non confrontabile. Ma se lo raffronto a noi, all’Italia, a oggi, non potevo fare altro che iniziare a frignare come un bambino.

La stessa scena che si ripete ad ogni film di Clint. Tu sia maledetto.

Appunti da rileggere tra almeno dieci anni

Secondo me andrà così:

1. Il cinema punterà sempre di più sul malefico 3D e già dai prossimi due o tre anni i film di animazione delle grandi major saranno quasi esclusivamente tridimensionali.

2. Gli occhialini 3D diventeranno un oggetto di massa e la gente si comprerà i suoi da indossare quando va al cinema

3. Con l’avvento dell’alta definizione televisiva anche i programmi tv saranno trasmessi via via sempre più spesso in 3D

4. Verranno eliminati del tutto gli occhiali 3D o inglobati all’interno delle lenti da vista per chi è portatore di occhiali o lenti a contatto. Una sorta di trattamento extra della lente da vista che consentirà di essere già predisposti alla visione di proiezioni 3D.

5. Quando questo succederà, se avrò comprato occhiali 3D, avrò manifestato l’esigenza di farmi le lenti da vista con il 3D incorporato, o se in ogni caso dalla cazzo di tv uscirà la facciona di Berlusconi in tre cazzo di dimensioni, uccidetemi senza alcuna pietà nel modo a voi più congeniale.

. lezioni di prospettiva

Quasi tutti quelli che frequentano il DAMS, o un altro corso a sfondo culto-cinematografico, vi diranno che se non avete mai visto Rapacità di Von Stroheim, allora non capite niente di cinema. Se vi capiterà mai di sedervi per un caffé con un accanito cinefilo, gli spiegherete che sì, conoscete il cortometraggio del treno che esce dalla galleria, e vi liscerete il baffo spiegando che sapete anche che nel milleottocentonovantasei gli ignari spettatori corsero via fuori dalla sala credendo che il treno in arrivo alla stazione stesse veramente per travolgerli. Il cinefilo vi riderà in faccia dicendo che nonostante la gran parte delle persone (e non ci vorranno sottotitoli per capire con quanto disprezzo lo starà dicendo) credano che l’ Arrivée d’un train en gare de La Ciotat sia conosciuto come il primo cortometraggio della storia del cinema, i fratelli Lumière produssero altri vari corti in bianco e nero, rispettivamente Repas de bébé o La sortie de l’usine Lumière à Lyon, ma anche L’arroseur arrosé o la Démolition d’un mur. Voi vi sentirete ignorantissimi, e penserete che tutto sommato era meglio uscire con un cinofilo. Credetemi se vi dico che, nonostante mi sia sentita dire moltissime volte da svariate tipologie di persone, che per i miei quindici anni avevo visto una marea di pellicole – poche volte mi sono sentita ignorante come quando ho assistito alla prima lezione di Storia e critica del cinema. Tra le diverse persone che erano in aula, diverse di loro avevano già visto Rapacità di Von Stroheim dieci o quindici volte, e ne erano molto soddisfatti. Li guardavo e mi meravigliavo delle loro facce soddisfatte, saccenti e sornione, mentre il professore parlava di questo film, che annuivano in segno di comprensione profonda e attenta partecipazione. Sì, ho visto Rapacità di Stroheim settantuno volte, confesso che nelle buie notti di pioggia in cui non riesco a dormire, oppure se ho acidità per il pranzo di natale, non riesco a non far partire play sul dvd su cui ho copiato Rapacità. Come se Rapacità fosse un gran film. I cinefili vi diranno di sì, per molti motivi che non ci interessano (o sì?) e che quindi evito di elencare. In verità Rapacità é un film muto, e non solo: ha quelle sgradevolissime schermate nere con scritti in caratteri bianchi le battute. Non so se avete avuto mai la sfortuna di incappare in tali pellicole: un tizio fa una faccia disgustata, e nella schermata nera seguente compare la scritta: – Che schifo! Il che, a mio parere, è davvero avvilente, pensando che c’è stato qualcuno che arbitrariamente voluto avere la meglio sulla mimica, e illudersi di poter interpretare universalmente il significato di un’espressione, uccidendo non solo la dignità all’attore, ma anche la fiducia nelle capacità intellettive dello spettatore. Ma con quale criterio malsano siamo arrivati a decretare cos’è bianco, cos’è nero, e cosa, a nostro gusto, dovrebbe essere un tantino grigio? Cambiando discorso: non più tardi di ieri mattina, lungo i corridoi dell’ateneo, mi intrattenevo con vari personaggi che stavano sostenendo un esame di storia della danza e del mimo. Che ogni volta che lo dico, uno pensa: che palle. In realtà é stato molto meno traumatico che guardare Rapacità di Von Stroheim, se non altro non c’erano sottotitoli, e uno poteva mettersi mentalmente a dialogare con Mejerchol’d e compagni. Il fatto é che la prospettiva é molto importante: se guardi il David di Donatello a Firenze, certo ti renderai conto che quello che guardi é sempre un David, ma non potrai nemmeno non ammettere che se lo guardi da davanti ha un pene, e se lo guardi da dietro ha un deretano. Insomma: Rapacità di Von Stroheim é un bel film oppure no? Non l’ho ancora deciso, ma vi consiglio di vederlo, se non altro per cultura generale, e per non farvi trovare impreparati durante una lezione di cinema. Ma cercate di non avere quella faccia saccente, mentre il professore ne parla: sembrerete molto meno insopportabili. Ci sono almeno cinque milioni di persone a questo mondo che non sanno neppure chi fosse, Von Stronheim; una buona percentuale di loro non sa neppure cosa significhi la parola “rapacità”. Parlo di persone che non sono andate a scuola, ad esempio, e la cui ignoranza arriva molto prima del cinema tedesco di inizio Novecento. D’altra parte, forse, sono gli stessi che ci darebbero lezioni di prospettiva. Il punto é: quanti lati ha una figura geometrica? Evitino di rispondere i geometri. Perché non tutti lo sono (per fortuna). Secondo me la vera domanda é: è sul serio importante sapere con precisione quanti lati abbia un esagono? Oppure all’esagono basta avere la certezza che sarà guardato nella sua totalità, con lucidità, da occhi vergini, illibati dalla contaminazione della cultura esclusiva? E’ bello essere ignoranti, per certi versi, ignorare che esistano certe forme di corruzione; é bello capire le cose senza manuale; é bello vedere i film che ci piacciono, ed essere liberi di decretare che Rapacità fa cagare, ma Saturno contro é un bel film. E’ bello essere acculturati solo di quello che consideriamo noi cultura, e infine, di questi tempi, credetemi, é bello non dover frequentare l’università.

La mandibola più veloce del West

So di essere fuori tempo massimo, ma è un dovere morale porsi questo interrogativo: può un film reggersi unicamente su un’espressione facciale del protagonista? Nel suo caso, .

Clint Easwtood. Rispetto.

Non so se Gran Torino sia un gran film. Mi basta sapere che Gran Torino sia essenzialmente un grugnito.
La morale, l’America multirazziale, la vecchiaia, il presente: tutto è sorpassato in corsia d’emergenza a sirene spiegate dalla pelle raggrinzata e dalle corde vocali che stridono fra di loro.
Oscar al vecchio Clint come miglior attore, a prescindere. Ci sono già stati gli Oscar? Annullate tutto e consegnatelo al quel dannato “grrrrrrr“.

Saremo pronti!

watson

Emma Watson: «A trent’anni sarò scatenata».
(via)

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

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Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
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Camera Ciccsoft

Si comincia!

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Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)