Archive for the 'Musica' Category

Non imparare l’arte, lasciala da parte

Scendendo i gradini del famigerato (e a mio parere bellissimo) Ponte di Calatrava a Venezia e giungendo in Piazzale Roma, da qualche tempo si trova un pianoforte a coda nel bel mezzo del passaggio e un signore riccioluto che suona appassionato. Immaginate la scena surreale di uno snodo quotidiano dove transitano migliaia di persone tra pendolari, pensionati e turisti e questo pianoforte in un contesto che non c’entra apparentemente nulla. Ovviamente il più delle volte intorno al pianista (al secolo Paolo Zanarella, imprenditore padovano) si crea un piccolo capannello di persone curiose che ascoltano, fotografano, mormorano. Chiunque passi si ferma al volo per catturare quell’immagine e in pochi secondi finisce tramite uno smartphone sui social network dove viene segnalato, commentato, apprezzato. E’ talmente facile fare effetto inviando una foto sui social network di uno che suona un piano in mezzo ad una piazza con gli autobus che passano che è come fare gol a porta vuota. Irresistibile. Bellissimo. Che figata. Che romantico!

Per l’improvvisato pianista si tratta già di una vittoria: pubblicità, notorietà, applausi e stima per il gesto artistico che in effetti è simpatico ed originale di questi tempi. Qualcuno però si chiede mai se il pianista oltre che originale sia anche bravo? Qualcuno si sofferma davvero ad ascoltare la sua “arte”? E se fosse un modesto esecutore di melodie al pianoforte come tanti altri studenti del conservatorio cittadino che non raggiungeranno mai un palcoscenico?

E se al suo posto ci fosse stato un marocchino? Se l’artista di strada fosse stato cingalese? Un pianista cingalese che si esibisce a Venezia con un pianoforte a coda. Bello no? L’avrebbero fatto esibire senza cacciarlo via? Saremmo rimasti a guardare lo stesso o lo avremmo bandito come il solito busker di strada che chiede elemosina? Ci soffermiamo mai ad ascoltare i poveracci che suonano per strada e magari hanno un aspetto più trasandato dell’imprenditore padovano? A volte dietro le persone più impensabili si nascondono dei veri maestri di musica, persone con abilità incredibili e doti musicali da far invidia a musicisti blasonati. Però l’abito fa il monaco ovviamente e il barbone non lo fotografiamo per metterlo su Instagram, anche per una forma di rispetto per il suo status di barbone.

Non lo so se in questa società dell’apparenza e della comunicazione ha ancora senso eccellere in qualcosa, aver studiato l’arte e averla messa da parte, oppure sia più vincente l’idea di farsi notare in qualche modo più rapido (come sognano molti giovani gonfi di televisione) mascherando magari altre carenze e capacità. Se sia più applaudito, fotografato e chiacchierato chi suona in una piazza solo perché lo sta facendo in una piazza, piuttosto che un uomo qualunque che non si mette in mostra ma ha studiato e ha doti artistiche eccellenti, ma suonerà sempre solo in orchestra senza che il suo nome venga ricordato da nessuno.

 

Le stelle sopra Ferrara

In Piazza Castello, a Ferrara, siamo tutti nati e poi morti e poi rinati e poi concepiti e poi dimenticati e di nuovo, da capo, tutta una serie di cose che hanno molto a che fare con la pancia e i ciottoli che perforano i piedi e quel sole che si apre sempre come una arancia matura contro i mattoni del Castello colando dentro al Fossato, poco prima dell’inizio dei concerti. Piazza Castello, a Ferrara, d’estate, da svariati anni rappresenta il centro d’accoglienza per i nostri sogni clandestini o semplicemente le velleità di stare bene, e basta, almeno per due ore, d’estate. Piazza Castello, di Ferrara, rappresenta il cuore, di giorno non c’è mai nulla però, si riempie forse per il Palio e sicuramente per Ferrara Sotto Le Stelle, che è quella cosa che porta la musica bella in questa città dove non cresce più erba sui campi di calcio e le squadre falliscono, e francamente si fa davvero fatica a ricordare che cosa ci sia rimasto in mano, a noi ferraresi.

Piazza Castello, e Ferrara, hanno tremato, un po’ di tempo fa, lo sapete, lo sappiamo, e per quest’anno i concerti estivi si terranno al Motovelodromo, dove di solito ci gioca la squadra locale di football americano, le Aquile, e ci sono le curve sopraelevate della pista di ciclismo dal calcestruzzo ormai sgualcito. Piazza Castello, quest’anno, non si chiamerà ‘estate’, e rimarrà vuota, e noi saremo a saltare baciarci dimenticarci là dove volano le Aquile, nelle domeniche invernali, in una transumanza al contrario. Così, noi di Ciccsoft, che prima di tutto siamo ferraresi, ci siamo chiesti se era il caso di lasciare Piazza Castello vuota, anche nell’estate del 2012, soprattutto nell’estate del 2012, e ci siamo detti che no, non si poteva proprio, lasciarla lì a tremare da sola.

Così, quest’anno, Piazza Castello sarà vuota, eppure piena, per un istante, o per sempre, dipende. Abbiamo deciso di immaginarci otto concerti diversi, scegliendo otto gruppi/cantanti diversi, ancora in attività. Sono venuti fuori otto cose che sembrano racconti, recensioni, storie di qualcosa che poteva essere, e che non è stato, o sarà, o non sarà mai, ma è la risposta alle piazze vuote, è la nostra riconoscenza verso chi ci ha sempre riempito i cuori o la testa, e stavolta toccava a Piazza Castello saltare un po’ sulle nostre stelle.

Otto stelle diverse, ci è finito dentro Grignani ma ci sono i Perturbazione, c’è Max Pezzali che chi l’avrebbe mai detto, a Ferrara Sotto le Stelle, e invece, c’è Colapesce e ci sono gli Amor Fou, e poi i Gaslight Anthem, gli Stars e i mammasantissima Blur insieme ai Grandaddy. Perché non ci sono schemi, regole, mafie, pose da rispettare, quando si usa la fantasia, quasi pateticamente, per riempire un posto che è il cuore della città e quindi di noi, insomma. Questi otto concerti sono stati messi sopra delle tavole grazie alle parole di Accento Svedese, Agata, Davide, Evelina, Enver, Fran, Eugenio e il sottoscritto. Più i disegni di _Disordine. Poi abbiamo stampato tutto su carta, che i sogni ci piace toccarli, ogni tanto. E poi li abbiamo legati con lo spago colorato, per provare a tenere insieme tutte queste cose diverse.

E poi, stasera, dopo il concerto di Bon Iver, e i prossimi a venire di Soap&Skin, Afterhours e Damien Rice, esporremo i poster di questo festival che non esiste in Piazza Castello, per riempirla appunto un attimo, oppure mai, boh, decidiamo noi.

Scarica i pdf delle tavole

Grazie a quelli che hanno scritto, disegnato, sostenuto, criticato, posteggiato ecc. questa cosa qui. Qualcuno sa il perché.

Chi vuole una copia delle tavole, lo scriva nei commenti e poi ve la spediamo.

Nei prossimi giorni, sempre a sorpresa, metteremo i racconti anche sul sito. Intanto, ognuno si provi a immaginare il suo concerto che non esiste.

Good Luck

Quando uscì l’annuncio della data numero zero dei Giardini di Mirò, a Ferrara, il giorno dopo andai subito a prendere il biglietto, in un Mediaworld qualsiasi, per due motivi: il primo, perché avevo voglia di vedere l’effetto che facevano, le parole giardini-di-mirò risuonate dentro un Mediaworld che nemmeno li vende, i loro cd. Secondo, perché i Giardini di Mirò sono quel gruppo che se provi a spiegare come suonano, non ci riesci mica. Credo sia sufficiente, no?

Suonano “da sedici anni”, come ha ribadito Jukka questa sera, alla Sala Estense, e hanno un’ironia lieve, emiliana, e levigata da anni, appunto, passati a suonare assieme, quando parlano sul palco tra una canzone e l’altra. Eppure, io che non li conosco così bene da poter riconoscere le smorfie e le incertezze delle loro corde vocali mentre ringraziano, mi sembra conservino intatto quel loro essere introversi, timidi, quel senso del pudore, quasi, che li fa sembrare (azzardo) naif, o noiosi, o aristocratici. Perché i Giardini di Mirò sono esattamente quello, ‘classe’ pura, una bottiglia di vino, di quello buono, da sorseggiare lentamente, facendo dondolare il bicchiere, o le teste, o le mani o le gambe, oppure da spaccarsele in faccia, senza ferirsi. Li ho sempre visti in situazioni non esattamente canoniche: stasera era la prima data del nuovo tour del nuovo album, per esempio, e prima ancora, era un gennaio di un secolo fa (2010), in tv si parlava ancora di minorenni a feste presidenziali, per dire, ed ero a Berlino, e casualmente loro suonavano proprio a Berlino, le musiche del film muto ‘Il fuoco‘. Quella sera me la ricordo bene, mi ricordo che al mattino chiesi a Kai, il ragazzo che ci ospitava, se gli andava di venire a sentire un gruppo italiano, lui rispose “ora me li ascolto su Myspace e poi vi dico”, noi uscimmo, a consumarci i piedi sui marciapiedi, e quando tornammo, con un mite sorriso disse che in fondo non erano male, e ci avrebbe accompagnato. Così, in un sabato sera di gennaio, mi ritrovai con un berlinese a sentire i Giardini che suonavano le musiche per un film muto degli anni Venti, qualcosa di apparentemente distante, forse (da cosa, poi?), eppure secondo me spiega abbastanza bene cosa possono essere, i Giardini di Mirò. Ricordo anche che poi suonarono anche i loro pezzi, e Jukka disse che ogni volta che venivano in Germania erano felici, perché suonare fuori dall’Italia per loro era come “respirare”, ed era esattamente il motivo per cui mi trovavo io a Berlino, quella sera, quell’inverno, ed ero così contento, di respirare assieme ad altri italiani, che a fine concerto quella sera feci una cosa che non faccio (praticamente) mai, andare da un componente del gruppo e salutarlo e stringerli la mano, vergognandomi come un ladro. Me la ricordo ancora, la faccia contenta di Jukka. Si può essere felici a suonare cose tristi?

Non lo so, non conta poi questo. Jukka, poi, me lo ricordo a Carpi, per Materiali Resistenti, io ero in prima fila perché a me ai concerti piace sentire i gruppi che suonano, che detta così può sembrare un’affermazione supponente, ma non è così scontato, pensateci. Mi ricordo quella pelle pallida e quella barba e quel viso che quando suona si stira e quando ringrazia si raccoglie, la faccia di Jukka, dico, quando la vedo penso che la faccia di un emiliano è come la sua, pallida, stempiata, minuta, e però sa stirarsi, sudare, sforzarsi, stropicciarsi durante dieci minuti in apnea di Berlin (la penultima canzone di stasera, per esempio). Quella sera si era là per resistere, prima di tutto, un’altra serata anomala per ascoltarli. Tipo stasera.

Stasera è stata già un’impresa arrivarci, conosco persone che in questo momento stanno facendo chilometri e consegnando ore di sonno in cambio di teste che smetteranno di dondolare, sempre più lentamente, soltanto quando saranno sdraiati, per dire, è stata un’impresa arrivarci tutti interi, sconvolti dall’aria aperta, dalle tachipirine e dalle cose che vanno in frantumi. Non l’avevo ancora ascoltato, prima di stasera, il nuovo album, Good Luck, si chiama, un po’ perché odio ascoltare le cose in striming (problema mio, scusate), un po’ perché volevo che andasse esattamente così: volevo fidarmi, di loro, volevo chiudere gli occhi e dondolare la testa, e così è stato. Anzi, forse anche meglio: tra un amaro del capo e l’altro passato sottobanco, ho scoperto pezzi che hanno più voglia di scuotere, e meno di bagnarti. Non ve la posto, la scaletta, l’ho rubata così non la saprete mai, andateci a sentirli, senza saperne niente, di cosa suoneranno, andateci perché dei Giardini di Mirò bisogna fidarsi: e ve lo dice uno che non li conosce così bene, appunto, ed è in casi come questi che la parola ‘fiducia‘ serve ancora a qualcosa, forse.

Perché in fondo lo sai, che certe cose possono capitare solo qui, in Emilia, nelle città “con le zampe di diavolo sopra ai portoni delle chiese” (cit. Agu), in quelle sere dove non hanno importanza le canzoni ma chi le suonerà, e chi le ascolterà a fianco o dietro o davanti a te, con vecchi con la coppola in sala che si alzano a fine concerto, imperturbabili, con il maglione sollevato, con la camicia che esce dai pantaloni, ed occhi liquidi dietro gli occhiali spessi. Da qualche parte, sapere che esistono gruppi del genere, di cui magari per mesi ora non riascolterai più nulla, oppure ascolterai solo loro, e possono esistere soltanto in questa striscia di terra che si ricorda soltanto di dimenticare, o di rimpiangere, che fa crescere la nostalgia sugli alberi, per una sera, una soltanto, questa consapevolezza riesce a tenerti in equilibrio mentre muovi la testa, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro.

(Cidindon era tra quelli che dondolava la testa, e scrive molto meglio del concerto di ieri sera, e di cosa è davvero stato, qui)

I muscoli del capitano Schettino

Guarda i muscoli del capitano, tutti di plastica e di metano. 
Guardalo nella notte che viene, quanto sangue ha nelle vene. 

Quando ho scoperto questo intenso pezzo di Francesco De Gregori facevo il liceo e devo aver preso quella piega romantica che ancora oggi riemerge nei momenti più impensabili. La prima immagine che mi veniva in mente era il famoso quadro di Friedrich, con il viaggiatore che guarda l’acqua frangersi sugli scogli, e pensa alla vita, all’infinito, e guarda dritto l’orizzonte senza paura.

Il capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero, 
fuma la pipa, in questa alba fresca e scura che rassomiglia un pò alla vita. 

Mi piace quest’immagine romantica del capitano che con sguardo fiero, petto in fuori e occhi socchiusi dal troppo vento rimane là, sicuro di cosa deve fare, di come ci si deve comportare. Un esempio per tutti. Non certo come i capitani che ci sono oggi. Di romantico non hanno più molto. Forse rimane l’esperienza, ma in fondo governare una nave altamente tecnologica dev’essere piuttosto semplice finché le cose vanno per il verso giusto. Non è mica da questi particolari che si giudicano i capitani.

E poi il capitano, se vuole, si leva l’ancora dai pantaloni
e la getta nelle onde e chiama forte quando vuole qualcosa,
c’è sempre uno che gli risponde. 

Ma capitano non te lo volevo dire, 
ma c’è in mezzo al mare una donna bianca, 
così enorme, alla luce delle stelle, 
che di guardarla uno non si stanca. 

Il capitano è rispettato e prende le decisioni per il bene di tutti. Quando ordina qualcosa il mozzo esegue senza discussioni, ma la settimana scorsa le decisioni non le ha prese lui o sarebbe andata molto peggio. Non ha nemmeno obbedito agli ordini dei suoi superiori a terra, il capitano Schettino. E’ un capitano moderno: celebra i matrimoni a bordo, fa il piacione con le signore attempate, dispensa sorrisi a completi in saldo, a polo inamidate, a cravattini stanchi. Non si prende le responsabilità se qualcosa va male, ma è colpa sua se qualcosa è andato liscio come l’olio. E’ un capitano italiano. Non è nemmeno questione di essere capitani: è semplicemente italiano, schietto, semplice e scaltro. Persegue il suo interesse da bravo cittadino.

Questa nave fa duemila nodi, in mezzo ai ghiacci tropicali, 
ed ha un motore di un milione di cavalli 
che al posto degli zoccoli hanno le ali. 
La nave è fulmine, torpedine, miccia, 
scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d’acciaio, 
pistone, rabbia, guerra lampo e poesia. 

Il problema, capitano, è quando hai per le mani una piccola città. Quando da te dipendono le sorti di migliaia di turisti e lavoratori. Quando hai tutto questo potenziale sotto il culo e lo manovri con la leggerezza di chi tiene un chiosco di gelati. Se si distrae lui al limite si scioglie della crema, ma se lo fai tu, pluridecorato ed apprezzato professionista del mare, va a finire male. Ed è andata a finire anche bene, capitano Schettino, dalla tua idea di avvicinarti a riva per fare un salutino fino alla tua fuga alla chetichella per salvare le venerabili chiappe. Ti è andata bene che alla fine non sei dovuto tornare a bordo come ti hanno chiesto al telefono. Hai detto si, si, ora vado e poi sei rimasto giù perchè era buio e stava affondando tutto e l’ultimo dei tuoi pensieri era voler andare a picco con la tua nave, capitano. Non sei certo un eroe romantico come quello di De Gregori. Sei italiano, si salvi chi può, ognuno pensi per se stesso, come ci ha insegnato la peggiore classe dirigente di un paese europeo dal dopoguerra ad oggi.

In questa notte elettrica e veloce, in questa croce di Novecento, 
il futuro è una palla di cannone accesa e noi la stiamo quasi raggiungendo.

Il vostro futuro è tutto qui: un gigante riverso davanti un’isola bellissima che ora ha paura di quello che succederà, se il gigante vomiterà olio nero, se i rottami inquineranno le acque e la gente e i media non lasceranno l’isola alla sua tranquillità. Cent’anni dopo il più grande disastro marino della storia un incidente moderno che si poteva evitare, capitano, fossi stato meno cocciuto, meno sbruffone, meno sicuro di te, che in fondo non lo eri proprio per niente se al tuo confronto un tuo superiore che ti intima di fare il tuo dovere diventa addirittura un eroe, quando ha semplicemente svolto il suo compito in maniera ordinata e precisa. Forse hai peccato di superbia pensando di poter governare quella barchetta come volevi. Forse le leggi della fisica per te non valevano. O siete tutti pieni di prosopopea voi capitani, e le cose vanno sempre a finire nello stesso modo.

E il capitano disse al mozzo di bordo 
“Giovanotto, io non vedo niente. 
C’è solo un pò di nebbia che annuncia il sole. 
Andiamo avanti tranquillamente”. 

Zeitgeist 2011

Per chi ha fretta il riassunto è: anno scarsino musicalmente. Molto scarsino.
Quella che segue è invece nel dettaglio la solita classifica finale della musica ascoltata ed amata da queste parti, ad anno appena chiuso.

SINGOLI PIU’ ASCOLTATI (per numero di ascolti, su iTunes, iPod, iPhone)
1. Ex Otago – Costa Rica
2. Ex Otago – Gli Ex-Otago e la Jaguar gialla
3. The Strokes – Under cover of darkness
4. The Girls – Vomit
5. Band of Horses – Cigarettes, Wedding bands
6. Mogwai – How to be a werewolf
7. Subsonica – La funzione
8. Dente – Saldati
9. Fleet Foxes – Helplessness blues
10. Radiohead – Morning Mr. Magpie
11. Marta sui tubi – DiVino
12. Joan as a policewoman – The magic
13. Verdena – Miglioramento
14. Radiohead – Little by little
15. Iron & Wine – Tree by the river

ALBUM PIU’ ASCOLTATI (in ordine più o meno cronologico)
Mogwai – Hardcore will never die, but you will
Iron & Wine – Kiss each other clean
John Legend & The Roots – Wake up!
Verdena – Wow
Jovanotti – Ora
Radiohead – The Kings of Limbs
Cristina Donà – Torno a casa a piedi
R.E.M. – Collapse into now
Anna Calvi – Anna Calvi
Subsonica – Eden
Ex-Otago – Mezze stagioni
Strokes – Angles
Marta sui tubi – Carne con gli occhi
Archive – Controlling crowds
Carlo Rosa e le spine – La modernità è finita
Gonjasufi – A sufi and a killer
Agnes Obel – Philarmonics
I Cani – Il sorprendente album d’esordio dei Cani
Beirut – The rip tide
Brunori sas – Vol.2 Poveri Cristi
dEUS – Keep you close
Girls – Father, son, holy ghost
Wilco – The whole love
Adele – 21
Dente – Io tra di noi

ALBUM ITALIANO DELL’ANNO
1. Ex-Otago – Mezze stagioni
2. Verdena – Wow
3. I Cani – Il sorprendente album d’esordio dei Cani

ALBUM STRANIERO DELL’ANNO
1. Mogwai – Hardcore will never die, but you will
2. Iron & Wine – Kiss each other clean
3. Radiohead – The kings of limbs

MIGLIORI LIVE (in ordine più o meno cronologico)
Diaframma @ Renfe, Ferrara
Band of Horses @ Estragon, Bologna
Non voglio che Clara @ Arteria, Bologna
Massimo Volume @ Covo, Bologna
Giorgio Canali @ Zuni, Ferrara
Carlo Rosa @ Zuni, Ferrara
Agnes Obel @ Villanova di Castenaso (BO)
Ex-Otago @ Covo, Bologna
Sufjan Stevens @ Teatro Comunale, Ferrara
Explosions in the sky @ Estragon, Bologna
Coconutz @ Festa dell’Unità Copparo (FE)
Verdena + Dinosaur Jr @ Ferrarasottolestelle
The National + Beirut @ Ferrarasottolestelle
Arcade Fire @ Lucca
Subsonica @ Ferrarasottolestelle
Kaki King @ Botanique, Bologna
Offlaga Disco Pax @ Zevio (VR)
I Cani @ Covo, Bologna
Calibro 35 @ Bronson, Ravenna
Zen Circus @ Locomotiv, Bologna
Dente @ Estragon, Bologna

RISCOPERTE MUSICALI (roba vecchia ripescata e consumata)
Leonard Cohen
Diaframma
Massimo Volume
Archive
Bonobo
The Doors
Yann Tiersen
Dinosaur Jr
Beach Boys
The Pogues
NEU!
The Avalanches
Boney M
Smashing Pumpkins
Eels
The Rapture

Perchè Margherita è bella

Lo scorso weekend mi trovavo in terra ligure, a Loano in provincia di Savona per la precisione e sabato sera dopo una bellissima cena con tutti i parenti riuniti della famiglia che ci ospitava, dopo caffè e ammazzacaffè, siam finiti a suonare la chitarra. Sfogliando il canzoniere escono sempre le solite canzoni: i grandi classici che tutti conoscono e sanno cantare a memoria. C’è stato un momento però in cui ho ceduto lo strumento ad uno dei ragazzi presenti che, un po’ a sorpresa, si è messo a suonare un pezzo che conoscevano tutti, tranne noi che venivamo dall’Emilia. E’ un gruppo delle loro parti che non avevo mai sentito, ma sono rimasto rapito da questo pezzo ancora prima di sentirlo sul disco. Padre, madre, cugini, non c’era una sola persona che non conoscesse a memoria il testo intero e cantasse a squarciagola nemmeno fosse l’inno. Mi è così capitato per la seconda volta in vita mia di innamorarmi di una canzone sentendola suonare da amici con la chitarra invece che dal gruppo che l’ha creata. Vorrei averla registrata con le loro voci, per riascoltare quel momento speciale in cui tutti insieme ci hanno regalato questo pezzo di Liguria in musica ma non mi rimane altro che farvi sentire l’originale. A me piace un po’ meno, ma non riesco a smettere di cantarla da qualche giorno.

Freddie, oh dear!

Nel 1991 avevo 8 anni, e la mia collezione musicale era fatta in larga parte da cassette di fiabe narrate e raccolte sanremesi di mia nonna o dei miei genitori, se si esclude fortunatamente una cassettina dei Pink Floyd e qualcosa di Battisti, Baglioni e De Gregori molto rovinati dal tempo. Quando esattamente 20 anni fa morì Freddie Mercury non sapevo chi fosse e non ricordo affatto la notizia nei telegiornali o la disperazione dei milioni di fans nel mondo. Solo 3 anni più tardi ho bene in mente invece l’angoscia per la triste fine di Kurt Cobain, ma ero già alle medie e musicalmente un pelo più preparato.

Quello che però ricordo è che Matteo, all’epoca mio vicino di casa e compagno di giochi, poi chitarrista del mio gruppo ed oggi compagno di avventure nella gestione di un circolo Arci, mi portò pochissimo tempo dopo la scomparsa di Mercury, un paio di cassettine dei Queen (i due Greatest Hits per la precisione), per farmi conoscere il meglio del gruppo inglese. E che quelle cassettine le ho ascoltate per anni ed anni, consumandole all’inverosimile fino a dire in giro che i Queen erano il mio gruppo preferito, e fino a tenere appeso per anni in camera il poster di Freddie, ereditato sempre dal sopracitato Matteo, quando entrò nella fase Nirvana che un po’ tutti presto o tardi abbiamo avuto.

Poi nel 1994 in Canada, il marito di una cugina con una collezione di dischi spropositata mi disse: chiedimi quello che vuoi che ti faccio delle cassette. Voglio i Queen, dissi. Tutto quello che hai. Solo i Queen? chiese sorpreso. Solo i Queen, confermai. Così tornai a casa con alcuni album in cassetta, ma scoprii negli anni seguenti che alcune erano raccolte per il mercato americano e un po’ differenti dalle tracklist che conoscevo. Ma ho continuato ad ascoltare quelle cassette per tanti anni, insieme alle prime due che già avevo. Nel 1994, ero un ragazzino con gli occhialini tondi che si usavano allora, e andavo in giro per i suburbs di Toronto in bici da corsa ascoltando ed imparando a memoria ogni secondo del Live at Wembley.

Nel 1998 ero in Inghilterra a studiare inglese e un giorno ci portarono a Londra regalandoci un pass giornaliero per la metropolitana. Andate dove volete, dissero. La mia meta non poteva che essere il numero 1 di Logan Place, a vedere la villa di Freddie a Kensington, e lasciare un ricordo sul muro. Era tutto graffitato e non c’era posto per scrivere niente. Non avevo ovviamente con me una bomboletta ma solo una penna Bic, così scrissi sul tondo di bronzo che sta intorno alla serratura del portoncino, convinto non l’avrebbero più pulita. Poi ho chiesto a Mattia, uno rosso di Reggio Emilia che avevo conosciuto al college, di farmi una foto davanti all’ingresso della villa, per ricordo. Io all’epoca non avevo una macchina fotografica quindi elemosinavo foto agli altri. Poi me la mandi, quando torniamo in Italia ok? Non me la mandò mai più ovviamente. Non c’era ancora internet e le sue comodità, e mi secca pensare a questo tizio che ha una mia foto di cui non si fa niente in qualche cassetto a prendere polvere, mentre io l’appenderei in salotto anche subito. Sempre a quel giro, in una bancarella di Camden Town comprai una maglietta con la grafica del Greatest Hits II, cioè blu con il logo dorato, litigandomela con Davide, un bolognese anche lui conosciuto al college che ora come me è passato al culto dei Radiohead e per fortuna ci sentiamo ancora. Un po’ kitsch la maglietta, ma la metto ancora come pigiamino ogni tanto, visto che è bucata e non sta bene andarci in giro.

Nel 2001, con l’avvento di Napster e derivati, ma prima ancora di avere una linea adsl a casa e solo con una linea flat 56k che non mi pareva vero di poter lasciare connessa ad oltranza, il mio primo pensiero fu di scaricare l’intera discografia dei Queen. Un chiodo fisso. Pazientemente per mesi ho raccolto uno ad uno i brani, poi i bootleg, le rarità, i live, eccetera. Poi negli anni ho comprato libri, ho studiato la biografia di Freddie, ho imparato i testi a memoria, e comprato gli spartiti per pianoforte per suonarmi Bohemian Rhapsody da solo, o Love of my life, che all’epoca avrei dedicato a qualunque ragazza di cui mi innamoravo.

Per dire che insomma, quando è morto non lo conoscevo affatto Freddie Mercury, ma che poi grazie alla scintilla iniziale di un paio di cassettine duplicate ho ampiamente recuperato. Rimane ancora oggi un’ispirazione per un sacco di cose che faccio e mi commuovo ogni volta a rivedere certi vecchi video. Qualsiasi cosa tu faccia, falla con stile, diceva.

Ci sto provando, Freddie, ci sto provando.

A volte ritornano

 
Qui
la pagina dedicata. Qui l’evento su Facebook.

 

11 pezzi che forse non conoscete di Freddie Mercury

My fairy king – Dal primo album omonimo dei Queen, nel 1973, lascia spazio al piano di Freddie e al repertorio favolistico e sognante tipico della sua scrittura dell’epoca. Cori, orchestra, e i primi accenni delle sonorità che hanno portato poco tempo dopo alla gigantesca Bohemian Rhapsody.


Nevermore – 
Da Queen II, una ballata struggente d’amore, breve ed intensa, che ben mette in luce le doti canore di Mercury. Quando tornerà il mio amore? Mai più.


In the lap of the gods (revisited) – 
La versione live di Wembley con lo stadio che canta il ritornello è uno dei momenti più intensi di quell’ultimo storico live della band londinese. Con lo stesso titolo esiste un brano completamente diverso sullo stesso disco (Sheer Heart Attack), da non confondere con la versione rivista divenuta assai più celebre. Cori così se li sogna Vasco Rossi.


Seaside rendezvous – 
Da “A night at the Opera”, forse l’album più bello di sempre, un divertissement romantico e old fashioned a suon di tip tap dove il genio creativo di Freddie attinge dai clichè di un’epoca alla quale ha spesso reso omaggio con soluzioni vocali e musicali curiosissime ed originali. I fiati e il kazoo sono imitati con la voce, il tempo è dato da ditali che sbattono su un asse di legno. Adorabile.


Love of my life – 
Ad un certo punto i Queen si accorsero che questo pezzo non particolarmente celebrato inizialmente, era diventato un inno per una generazione di romantici. In particolare in Sudamerica rimane uno dei pezzi della band più conosciuti ed amati di sempre, e doveva essere inserito in scaletta ad ogni costo, ovviamente lasciando che il pubblico cantasse a squarciagola quasi l’intero brano. Anche a Wembley andò così.


The Millionaire Waltz – 
Un esercizio di stile di Mercury, tra falsetti e cori, un’opera delicata ed originale che forse segna il culmine del loro periodo più glam. Ad un certo punto Freddie si mette ad imitare Marlene Dietrich in una parodia dell’Angelo Azzurro ed è un po’ da standing ovation.


Teo Torriatte (let us cling together) – 
Verso la fine degli anni ’70 i Queen divennero talmente popolari in Giappone da includere svariate date nei loro tour in Sol Levante e da dover rilasciare edizioni speciali di ogni album, pratica che presto sarebbe divenuta prassi per molte band. Questo pezzo è espressamente scritto per questo popolo, e il ritornello è cantato addirittura in giapponese. Un must per ogni live degli anni a seguire per un pezzo in puro stile Queen diventato ormai un classico.


Dreamer’s ball – 
In un album dal titolo Jazz, questo brano sembra davvero avere una sonorità simile a quelle jazz blues della New Orleans degli anni Venti. Solito stile Mercury, voce trasognante e calda, cori, liriche romantiche.


Man on the prowl – 
Rockabilly vecchio stile, con una spolverata di ammiccamenti e coretti tipicamente Queen, dall’album The Works del 1984. Ogni tanto Freddie sembra fare il verso a Elvis nel modo di cantare e nel finale lo strumentale di piano è bruscamente interrotto: durante le registrazioni il nastro finì prima del tempo e la band decise di tenere questa chiusura anche nell’album.


A winter’s tale – 
Pubblicata postuma sull’album Made in Heaven, rappresenta lo stile più maturo e disilluso del Mercury malato degli ultimi tempi. Un inno alla natura e all’amore con picchi vocali incredibili, scritta dalla sua residenza a Montreaux, guardando il lago di Ginevra. E’ l’ultimo brano inciso interamente da Mercury prima di morire, in un’unica sessione successiva all’uscita di Innuendo. Nonostante la magrezza e l’evidente fatica fisica di quel periodo dimostra qui una voce ancora potente e magnetica.


In my defence – 
Il manifesto dell’essere Freddie Mercury. Un pezzo scritto da Dave Clark, ma portato al successo in questa versione inclusa nel Freddie Mercury Album, struggente e definitiva. Che cosa dire in mia difesa? Sono solo un cantante con una canzone, come potrei correggere ciò che è sbagliato? Nel finale, l’ultima immagine di Freddie che saluta e se ne va: I still love you, dice. Come non credergli?

But we know it’s just a lie

L’estate è finita più o meno sabato 9 luglio alle 23.06, al termine del concerto degli Arcade Fire, davanti al botteghino di Ticket Office ormai chiuso, sopra i marciapiedi di Corso Garibaldi. Lucca è come Ferrara, più o meno, è circondata su tutti i lati da poderose mura medievali, ma la fortificazione della città toscana è conservata in uno stato migliore rispetto a quella ferrarese: le mura sono più larghe, più massicce, e le porte d’accesso al centro cittadino mantengono l’aspetto quasi originale. A Ferrara invece le mura ci sono e non ci sono, ci si può correre sopra come a Lucca, ci si può innamorare e rotolare sui prati in pendenza come a Lucca, anzi, forse ancora più dolcemente, perché i pendii fanno meno paura, ma presentano ampi varchi, di porte ne resiste a malapena una, Porta Paola, le altre sono state stravolte dal tempo e dalle auto, che per passare hanno preteso e ottenuto varchi in calcestruzzo. E in alcuni tratti non ci sono nemmeno più, o sono appena appena più alte dei vecchi che passeggiano solitari al mattino presto. A Lucca invece ci sono tante porte e hanno tutti nomi propri di persona. Credo.

 

Nel 2007 ho assistito al miglior concerto della mia vita, e devo dire che sono veramente una persona fortunata, perché il concerto più bello della mia vita (finora, ovviamente) si è tenuto esattamente (guarda te, le coincidenze) nella mia città, ci sono andato in bicicletta, mi ricordo ancora la saracinesca della cartoleria di via Cairoli dove l’ho chiusa, pensando che era fuori mano e che lì, sicuramente, non me l’avrebbero fregata (doppiamente fortunato: non me le fregarono mica, ha!), e di quella sera mi ricordo perfettamente tutto, la maglietta che indossavo, che avevo i capelli più lunghi di adesso, mi ricordo della mano appoggiata sulla sua spalla, sfidando timidezze e ritrosie e scandali, ricordo la scaletta, la gola sgolata e le braccia nude che sotto le luci di luglio picchiavano fragorosamente il tempo, ma senza violenza. Il miglior concerto della mia vita me lo ricordo perché era a Ferrara, perché ci sono andato in bicicletta e perché suonavano, senza violenza ma spaccando comunque i cuori e i polmoni soltanto grazie alla gioia (che cosa quasi scontata, vero?) quello che scoprii poi sarebbe diventato qualcosa di molto simile al mio ‘gruppo preferito’.
Ma quella sera, luglio 2007, non lo era ancora, ma un concerto dove la pausa tra la fine ufficiale e l’inizio dei bis viene interamente riempita dagli ooohh del pubblico che prolunga all’infinito l’ultima canzone, non può non essere il mio preferito. Mi ricordo, di quella sera, a Ferrara, che c’erano un sacco di canadesi sul palco, c’era un tamburino che picchiava come un forsennato su un tamburo e c’erano canzoni che non avevano bisogno di spiegazioni, canzoni da scartare come caramelle, canzoni da tirarsi reciprocamente addosso come torte farcite alla panna, e leccarsi i baffi e andare a letto senza lavarsi i denti. Quella sera, in piazza Castello, eravamo tutti ricoperti di panna, e per le strade che si diramavano dal centro verso l’esterno c’era panna ovunque, e sorrisi ovunque, e mi ricordo ancora di quel gruppetto di ragazzi che si era spinto addirittura fuori dalle mura ferraresi, che non sono così possenti come quelle di Lucca e lasciano filtrare molto, forse tutto, e mi chiesero dove fossero finiti, e sorridevano anche se erano vicino a una rotonda e lontano da casa, così lontano da far girare la testa.

Magari ci saranno stati anche loro, ieri sera, a Lucca, in piazza Napoleone, larga, con gli alberi, con mille ingressi diversi, con il “corridoio di sicurezza”, mi pare si chiamasse così, dove poter prendere quarti di focaccia e correggere il proprietario del negozio di dischi che stava esponendo in vetrina il vinile di The Suburbs posizionandolo però al contrario. Dai ciottoli a un imperatore, i canadesi ne hanno fatta di strada, e ne ho fatta anch’io, e col tempo ho preso il brutto vizio di fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle luci sul palco, che quelle dei tuoi occhi, delle scalette appallotolate dai tizi che smontano gli strumenti, che delle lettere che mi hai scritto. Le mura di Lucca sono molto più imponenti di quelle di Ferrara, e dal 2007 ad oggi è aumentato tutto, in proporzione, le mura, il prezzo del biglietto, la coda ai bagni, la birra che bevo, la mia pancia, la mia fronte sguarnita di capelli, che ora tengo più corti. E sono diventati grandi, grandissimi, anche i canadesi sul palco, Win Butler si erge in piedi sulle casse, e prende in mano le videocamere del pubblico in prima fila, nel 2007 a Ferrara non l’aveva mica fatto, a Ferrara cantava impettito, adesso parla, anche, e credo si renda conto di scrivere canzoni della madonna e di fare concerti che rendono felici le persone. E Regine, Regine è sempre una zolletta di zucchero, indossa sempre vestitini impertinenti come i suoi riccioli, ma ora sono ricoperti d’oro, e ora i canadesi hanno il maxi-schermo alle loro spalle, e molto più persone di fronte, e molte più mani che battono, anche se non riusciranno mai a fare più rumore di quelle che c’erano a Ferrara nel 2007. Ma piove panna montata ovunque, e ovunque le bocche si spalancano, e ogni volta, al loro concerto, e così, (e così sempre sarà, e questo il loro segreto), anche se adesso registi indipendenti producono film con le loro canzoni con bambini che girano in bicicletta, per farci commuovere davanti a uno streaming gratuito ma soltanto fino a mezzanotte, adesso suonano nello stesso festival dove suonerà Elton John, sponsorizzato dal Rotary, con i vergognosi palchi vip semivuoti.

Ma l’organo di Intervention è sempre pronto a gambizzarti, a metterti sulle ginocchia, e l’incedere del piano di We Used To Wait continua a farti paura come un tramonto di fine agosto, e Power Out ti fa scoppiare la testa, e Wake Up ti costringe ad aggrapparti alla prima cosa che incontrano le tue mani, la tua maglietta sudata da strizzare, la spalla di chi ti è vicino, un obiettivo 300mm di una reflex a caso, le transenne o le stelle. E Tunnels è sempre quasi insopportabile, sì, quasi non riesci nemmeno ad ascoltarla perché pensi che sia troppo. “Tutto”. Che cosa è cambiato, allora?

Provi a dare la colpa ai Grammy, all’hype, alle mode, agli indie che si riproducono, ai capelli che cadono, alla gente, a Lucca, al Rotary, al palco vip a 90 euro, alle quattro ore di coda sull’Autostrada del Sole sprovvista però di Ombre, al fatto di averli già visti, e rivisti, al fatto che vuoi mettere la prima volta, vuoi mettere la nostalgia, ma niente, non riesci a smontare l’esperienza extrasensoriale che coinvolge tutti i cinque sensi, lo spettacolo live migliore cui si possa assistere, perché dove lo trovi un altro concerto dove esci col sorriso e con le labbra sporche di panna montata? Però il tarlo ti resta, il giorno dopo: ma cosa è cambiato, però, in tutti questi anni?

E a forza di rimuginarci sopra, al termine di una settimana in cui il tuo corpo ha affrontato prima un concerto dei National e poi un altro degli Arcade Fire, ovvero molto semplicemente la musica che ti ha tenuto in piedi in questi ultimi anni, a poche ore da un lunedì dove non riuscirai a fare altro che disegnare sul soffitto, perché l’estate è finita, ti accorgi che l’unico dettaglio ad essere cambiato sei tu. Sono io. E non perché ora ho meno capelli, o perché faccio impercettibilmente meno fatica a parlare con gli sconosciuti, no. Mi viene in mente il mito della Caverna di Platone, lo so, non c’entra assolutamente niente, oppure sì. E allora vado su Uichipidia per verificare che non sia diventato pazzo. Leggo:

Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:
«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano».

Uhm. In questi anni ho imparato a fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle canzoni che facevano sbattere le imposte come temporali, che di quello che le persone mi dicono, e a credere che possa essere estate soltanto saltando e gridando Lies, Lies. E martedì scorso, e poi sabato, sono uscito a vedere la luce e a scoprire come sono realmente fatti gli oggetti la cui ombra viene proiettata sul muro di fronte. Bottigliette d’acqua rubate dalle borse, capelli che svolazzano, buste riempite di cartoline, edicolanti da abbracciare, persone cui chiedere scusa, abbracci, abbracci, sorrisi e abbracci. E poi ‘grazie mille’ in un inglese stentato, e poi si spengono le luci, e poi si ritorna nella caverna a incazzarsi con chi ti viene a spiegare le ombre, a mettere Haiti a volumi improponibili nell’autoradio.

Lies, lies.

 

(La foto è di Lillas)

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(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)