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About today

Arrivo in piazza prima del previsto affannandomi sulla bicicletta con le ruote sgonfie e parcheggio al solito posto, a due metri dall’ingresso del concerto. Perchè a Ferrara ai concerti in piazza Castello ci andiamo in bici, come vi immaginate voi da fuori: qui si gira in bici per davvero, mica come a Venezia dove i veneziani non vanno in gondola. Un po’ mi stimo e penso di essere fortunato, dopo aver letto su twitter di persone che arrivano dal sud o dall’estero con l’aereo pur di assistere ad una serata speciale come quella di stasera. Bisogna ringraziare l’Arci di questa città, che ce la invidia tutta l’Emilia ed è capace con sempre meno soldi di organizzare estati come queste e un festival ogni anno di buona qualità.

C’era il sole alla fine, la pioggia è caduta un po’ al mattino per rinfrescare e rendere l’attesa meno dura. Entro in fretta con il biglietto in mano: voglio andare davanti. Appena dentro raggiungo il socio Fabio che sta distribuendo le buste gialle con le cartoline di Ciccsoft: ha fatto un gran bel lavoro e l’ha fatto davvero in buona parte lui, dall’idea alla forma di mio c’è poco niente ma ci tiene a dire che siamo una squadra come Lennon/Mc Cartney e quindi mi prendo i complimenti dell’Arci e di tanti ragazzi entusiasti che ne vogliono una copia, due copie, una per la nonna che è rimasta a casa e una per la morosa che non è potuta venire perché è a casa a letto con un altro. Se Ciccsoft oggi è stato linkato ovunque, chiacchierato e apprezzato lo si deve a te Fabietto: ti meriti tutte e due le C di Ciccsoft, diglielo con orgoglio alla Signora Paola.

C’è un sacco di bella gente dentro: come Giulia Sagramola, una disegnatrice di cui tutti parlano bene in rete e che io però non conosco. Si presenta con mia sorella e non ho capito come si siano incontrate in una metropoli come Milano. C’è mezza Twitter, un quarto di Facebook, tre quinti di Google+. Se metti assieme Beirut e National come minimo ti arrivano i blogger, e un po’ di geek internettari, il paese reale manco li conosce e va bene così, altrimenti non verrebbero più a suonare a Ferrara.

Beirut me lo ricordavo più giovane invece sembra un giovanotto maturo e buono. Un bravo ragazzo, di quelli rubicondi delle campagna americane, cresciuti a sermoni e camicie di flanella. L’inizio è un po’ fiacco, sarà che c’è ancora luce e io i concerti con la luce non riesco a farmeli andare giù. Quando parte la canzone che ti piace ti chiamo per fartela sentire, tu rispondi dopo un po’, che manco conosci il numero, ma rimani ad ascoltare tutto il tempo. Chissà cos’hai pensato, se hai sentito qualcosa, se ti sei spaventata, se ti sei chiesta di chi fosse quel numero nuovo che ti manda canzoni al telefono. Un po’ mi sembra di vederti quando richiami qualche minuto dopo e ti affanni a chiedere chi è sentendo in cambio solo note di tromba squillanti e la voce di un giovanotto cresciuto a sermoni e camicie di flanella che canta paciocco.

Sono davvero arrivato piano piano davanti quando entrano i National, e Matt Berninger è di un’eleganza allucinante. Fossi donna o gay sarei completamente impazzito. In casi come questi ci si leva il cappello e ci si congratula per il genere maschile capace a volte di sfornare esemplari degni di rappresentarci degnamente con il gentil sesso. E’ un po’ barcollante, semiubriaco, ma ha una voce che potrebbe dire merda merda merda tutta la sera e comunque lo staremmo ad ascoltare per ore affascinati. Assomiglia un poco a mio zio Francesco a guardarci bene. Uno zio Francesco giovane, con la barba, ma indubbiamente è lui. Sarà quest’aria familiare, questa classe innata nei testi, nell’esecuzione pacata, in tutta la musica dei National che sprigiona malinconia e stile, sobrietà ed energia e un mix di sonorità che vengono da lontano e ci sembrano già note, ma gli si vuole bene subito a questi giovanotti. Gli vorrebbe bene chiunque se li ascoltasse cinque minuti con la mente sgombra e un minimo di orecchio.

Penso che ci sarà da piangere parecchio stasera, se bastano le prime note a fare sussultare. Invece non piango, non piango praticamente mai, cogliendo la gioia e la semplicità nelle parole di omaggio alla nostra città, nei saluti agli amici dell’Hana-bi, nella voglia di buttarsi tra il pubblico e cantare tutti insieme. Matt Berninger, o mio zio Francesco, è un animale da palco, non uno sfigato complessato che scrive bellissimi pezzi tristi. Preferisco cantare che commuovermi, poi con tutta quella gente che alza le mani non viene proprio naturale. Sarà che non hanno fatto About Today, che a mio avviso rimane il loro pezzo migliore, nella versione di 8 minuti del Virginia Ep, you know what I mean.
Mi ricorda tre anni fa, un periodo difficile: erano successe tante cose ingarbugliate in pochi mesi che ora non ricordo nemmeno più. Poi era stato male mio padre all’improvviso: un mattino si è accasciato per un ictus sul divano e ho dovuto portarlo al pronto soccorso al volo, mia madre era tesa e preoccupata e non sapeva cosa dire, chiedeva al medico e il medico stronzo diceva che era gravissimo e lo faceva con un tono distaccato che mi sembrava impossibile per un dottore. Io ero fuori nel cortile che giravo a vuoto e ti chiamavo al cellulare ma non rispondevi e mi veniva da piangere e pensavo che non sapevo nemmeno io cosa dovevo fare, avevo solo bisogno di parlarti e raccontarti e non rispondevi perchè lavoravi, lavoravi sempre all’epoca, ancora oggi lavori sempre ma nel mentre ci siamo lasciati. Forse perchè lavoravi sempre.

E quel periodo mi ricorda About Today, che è un pezzo lento e triste, what could I say?, ma poi cresce cresce e si apre, partono le chitarre, un assolo di speranza solare e potente che fa vedere l’Assoluto e non è ancora finita perchè poi la gente applaude a ritmo e c’è un altro minuto e mezzo di finale e in conclusione il pezzo diventa sontuoso e perfetto per raccontare il caos di quei mesi perchè finisce benino, parte triste e finisce medio, non allegro ma medio, e anche mio padre l’han preso per i capelli ed è tornato a casa e tutto si è risolto per il meglio. Ci rivedremo Matt, prima o poi dovrai farmela sentire dal vivo. Magari ci porto anche la ragazza al telefono, se vorrà venirci, così non sente tutto distorto e gracchiante come stasera.

Postcards from The National

Speciale The National Ferrara sotto le stelle 2001

The National a Ferrara (si legge tutto di fila, chiudendo gli occhi) è il concerto dell’estate 2011 cui siamo più affezionati. Perché quella voce di Matt Berninger, quella voce definitiva che sembra uscire direttamente dai ciottoli riscaldati dal sole, dalla terra su, su fino dentro le nostre narici, riesce a farci sentire semplicemente meno soli. Come poche altre cose.

Turn the light out, say goodnight,
no thinking for a little while

Abbiamo pensato che il concerto dei National di martedì 5 luglio, per Ferrara Sotto le Stelle, meritasse una sorpresa. Che ce la meritassimo noi, una sorpresa. Uno speciale di carta, da toccare e conservare, come siamo soliti fare da queste parti, di tanto in tanto. Ma un po’ diverso dal solito.
Quattro racconti, per quattro canzoni, scritti per Ciccsoft da Cidindon, Chiara, Inkiostro e GiorgioP/Junkiepop. Illustrati dai disegni dei ragazzi di Maciste (Federico Manzone, Damiano Fenoglio e Lorenzo Mò). Tutto infilato dentro una busta.

Il risultato lo potrete scoprire martedì sera, mentre sarete in coda dai cancelli oppure seduti in piazza Castello ad attendere prima Beirut, e poi The National. Saranno disponibili 500 copie: se volete che ve ne teniamo da parte una, fateci sapere.

Grazie, davvero, ad Antonio, Chiara, Fabrizio e Giorgio. E a Federico, Damiano e Lorenzo.
E a Simone ed Emma.

La cosa più bella che potesse capitarci

Sono gli Arcade Fire. Ogni tanto è giusto ribadirlo, specie quando ti reinterpretano una delle loro migliori canzoni in questo modo che ti fa restare lì, sulla sedia, con l’espressione quasi da imbecille.

Arcade Fire performs “We Used To Wait” on Sound Opinions from WBEZ on Vimeo.

Se volete farvi del male, eccola anche in un comodo formato mp3, si scarica qui: Arcade Fire – We used to wait (Sound Opinions).

Le velleità da psicanalisti

Oggi a Milano sulla collinetta del Miami ci sarà l’esposizione della Sindone. I Cani suonerà avvolto da un sudario per celare la sua identità (tralasciando per esempio che i Tre Allegri Ragazzi Morti lo fanno dal 1994 ma già, i Tre Allegri Ragazzi Morti, con quel nome poi, suonano “canzoni punkettose per ragazzine”).

Di veramente sorprendente, in tutta la faccenda su I Cani, prima ancora che ascoltare l’elenco delle nostre pose che osserviamo quotidianamente senza batter ciglio, ma se le canta un anonimo romano con basi acchiappanti, allora si aprono le acque del Mar Rosso (di imbarazzo, probabilmente), c’è stata la reazione degli ascoltatori, al Sorprendente album d’esordio de I Cani, a sottolineare ancora di più che I Cani sì, hanno ragione. Ma.

Non mi è piaciuta, per esempio, la critica che I Cani ha mosso verso Vasco Brondi (poteva essere Brondi come chiunque altro, non è l’identità del soggetto il punto). Leggiamo il passaggio incriminato tratto da questa intervista:

Per esempio mi sento molto lontano da uno come Vasco Brondi; lì il problema non è l’autenticità, è che il messaggio diventa intimamente contraddittorio nel momento in cui Vasco Brondi diventa Vasco Brondi e fa un secondo album in cui non entra minimamente il fatto di essere diventato Vasco Brondi. È il contrario di quello che succede con i rapper. Mentre il cantautore cerca di fare il povero buono, il rapper fa il povero cattivo, il povero che vuole fare i soldi. E quel messaggio per me è convincente. Se sento Noyz Narcos dire “sogno tutti i soldi delle star, le loro fighe”, beh questo è convincente. Questa è una cosa che vedo in giro. Non è possibile che tutte le canzoni pop parlino di gente che non è interessata ai soldi, gente per cui contano solo i sentimenti.

Ora, ci sta prenderlo in giro nelle canzoni, ma fargli notare che ha realizzato un secondo album uguale al primo, nonostante la sua vita fosse completamente cambiata, mostrando quindi una presunta e assoluta impermeabilità agli eventi della sua esistenza e andando così a inficiare la natura stessa (genuina) del suo progetto (quanta fatica, starvi dietro, ndA), l’ho trovato sì, altrettanto sorprendente.

Cosa sono, insomma, gli artisti? Sono persone da psicanalizzare o personaggi che propongono musica, cinema, arte, e, in sostanza da giudicare? Eterno dilemma, che viene tirato fuori anche per i pesci più piccoli, e dunque più vicini a noi, e dunque probabilmente più facile da prendere di mira, visto quanto siamo provinciali. Perché Vasco Brondi se canta di temi intimi, deve mostrare una coerenza con la persona, perché dobbiamo considerarlo “persona” invece che “personaggio”? I Cani hanno talmente ragione da riuscire ad arrivare anche ad avere torto: fanno il giro completo, e questo è un complimento, sia chiaro. Però. Però non mi interessa cosa faccia nella vita Niccolò Contessa, mi interessano le sue canzoni, mi interessa sapere se mi attorciglia lo stomaco o se mi faccia sbadigliare. E così per tutti, quando ci esponiamo ‘pubblicamente’: anch’io, per dire, qui scrivo in modo slanciato ma poi nella vita di tutti i giorni non riesco a chiedere nemmeno il nome alla commessa carina del Mel. Sono forse “incoerente” con me stesso? Ascoltiamoci e basta, senza avere le velleità da psicanalisti.

L’omelia di questa domenica si chiude con una lettera anonima (ebbene sì, arrivano anche a noi di Ciccsoft) che un nostro lettore/lettrice ci invia e che noi pubblichiamo così come ci è arrivata. Amen.

Il nuovo album de I Cani ha in copertina una ragazza attaccata ad un albero, probabilmente derisa e maltrattata dai gonzi che la circondano: vogliono farci capire che l’unico modo per sopravvivere è tacere? Il pezzo di scotch che serra le labbra di questa ragazza sembra suggerirci di sì. Oppure vogliono dirci che il modo migliore per ascoltare un disco è farsi legare ad un albero? O forse è un ritratto sociale contemporaneo che racconta gli ultimi efferati episodi di cronaca. Magari sono i pariolini di diciott’anni che si divertono a torturare le famose quartine (rigorosamente dopo aver fatto loro dei video). Che cosa succederà domenica al MIAMI? I Cani si presenteranno con un sacchetto di carta in testa? Avranno le mascherine dei Tre Allegri Ragazzi Morti ai tempi d’oro? Lui si chiama veramente Niccolò Contessa? Sarà vero (o necessario, o condivisibile, o giusto, o innovativo) che ci si nasconde per non dare un volto al messaggio? Sarà vero che conta solo il messaggio? Qual’è, ‘sto messaggio? Al MIAMI ci andiamo in treno o con la macchina? Perché ascoltiamo le canzoni? Per divertirci? Per ritrovare noi stessi? Per sentirci meno soli? Per dire “ve l’avevo detto”? Per improvvisarci critici? I Cani avranno dei cani da compagnia? I cani da compagnia si sentiranno mai soli come cani? Quante persone avranno effettivamente acquistato il disco de I Cani? Perché I Cani hanno scritto queste cose geniali e io non ci ho pensato prima di loro? Perché non l’ho detto prima io, che volevo vivere in un film di Wes Anderson?

Tutte queste domande servono effettivamente ad uccidere o adorare un disco?
Io credo di no.

Lettera firmata

Ancora ancora ancora

Il concerto degli Explosions in the Sky all’Estragon di ieri sera è stato prima di tutto bello e impeccabile, alla faccia dei detrattori sempre un passo avanti su tutto che li ritengono ‘bolliti’ (in riferimento all’ultimo album Take Care, Take Care, Take Care) o roba buona giusto per addormentarsi, ormai. Io invece gli occhi li ho tenuti non dico aperti, ma sbarrati, per l’ora e un quarto di cascate sonore. Per citare una ragazzina seduta nella polvere del parcheggio mentre tentava di spiegare come fosse andata all’amichetto, chiosava così: “Ti avvolgeva proprio”. Cioè.

Explosions in the sky  Estragon Bologna
Ma “le esplosioni nel cielo” (per citare il chitarrista Munaf Rayani, molto simile a Sayid di Lost, peraltro) hanno riproposto una laterale quanto scottante questione: è giusto o meno fare i bis a fine serata? Ieri sera infatti il concerto si è chiuso senza l’ormai classico siparietto sui siamo abituati, mani che fanno ciao dal palco, applausi scroscianti in platea, ritorno in scena, urla di approvazione del pubblico pagante. Ieri sera si sono rimessi i plettri in tasca e non sono più usciti. Il concerto è finito quando è finito.
Munaf è uscito soltanto per spiegare che ce ne potevamo tornare a casa “a prenderci cura di noi stessi” e che quello che avevano suonato finora “era tutto quello che avevano da donarci stasera”. Mettetevela via, in sostanza.

Sulla strada del ritorno, con immancabile sosta all’autogrill Bentivoglio Ovest (senza incrociare purtroppo Accento Svedese, guest star della suddetta area di sosta) con il socio si discuteva sull’opportunità dei bis. Richiamo doveroso per gratificare il gruppo che ha suonato, secondo me e la mia fame bulimica (ancora ancora ancora), inutile appendice che non aggiunge poi molto al concerto in sè (va bene così va bene così va bene così). Chi ha ragione? Nel dubbio, a Munaf dico soltanto: tornate presto in Italia, tornate presto in Italia, tornate presto in Italia.

(la foto è di Francesco)

Svegliatevi bambine!


Arriva la primavera e la voglia di aprire le finestre, andare in bicicletta, buttarsi su un prato e soprattutto dormire. Essendo che da queste parti non si ha tempo di fare nessuna di queste cose ci si consola con la marea di uscite discografiche degli ultimi tempi e si cerca di salvare almeno le orecchie e lo spirito. Eccovi dunque una selecao di cose che dovreste sentire, casomai le abbiate perse negli ultimi tempi. L’ordine è pressochè sparso, non chiamatelo nastrone, che la cassettina non c’è più e son rimasti tristi file del computer su cui fare doppio clic.

Cristina Donà – Miracoli
Inizialmente sembra il solito brano della Donà, poi mi ha conquistato il simpatico video e mi sono ritrovato a canticchiarla spesso. Decisamente primaverile, ma se avete ancora un po’ d’inverno dentro forse potreste apprezzare il brano migliore dell’ultimo lavoro della cantautrice di Rho: Torno a casa a piedi, che dà anche il nome all’album.

The Strokes – Under cover of darkness
Se volete risparmiarvi l’ascolto del nuovo disco Angles, una cosa poppettosa con sonorità eighties e una copertina psichedelica, godetevi questo singolo, completamente diverso dal resto del disco e completamente uguale a tutta la produzione e al suono degli Strokes. Sembra uscito dritto dritto da Is this it del 2001. Adorabile.

I’m from Barcelona – Get in line
Che primavera sarebbe senza i loro cori? Rallegratevi, che la bella stagione è appena cominciata.

Subsonica – Benzina Ogoshi
Il nuovo album Eden è gradevole e scivola via veloce con pezzi tipicamente alla Subsonica. Oltre al singolo Eden, ormai in giro da qualche mese, c’è da segnalare questo brano divertessement, dove i Subsonica autoironizzano sulle solite accuse della critica e di parte dei fan: “non siete riusciti a bissare un Microchip emozionale”, dicono. Si, in effetti è così, ma per essere il 2011 ci piace anche un disco come Eden.

Verdena – Miglioramento
Il disco dell’anno italiano per il momento è il loro, e dopo la ballad di Razzi e arpie, e il nuovo Scegli me, scommetterei su questa come terzo singolo tra qualche mese. Certo, tra i 27 brani del doppio cd, tolti diversi riempitivi, c’è solo l’imbarazzo  della scelta.

Jovanotti – Quando sarò vecchio
Anche a sto giro Jovanotti sforna un insieme di ballate, pezzi dance, pop e tormentoni vari che nel complesso non si può non volergli bene. L’ultimo album contiene più di un pezzo originale per suono o testi ma questo colpisce su tutti per l’invettiva, seppur priva di cattiveria, e per il ritmo leggero e spensierato. “Quando sarò vecchio sarò vecchio, nessuno dovrà più venire a rompermi i coglioni”, dice Lorenzo. In tanti han composto la loro Avvelenata negli anni, ma qui almeno si sorride un po’.

Bright Eyes – Jejune stars
Il nuovo di Conor Oberst (per l’ultima volta con il nome Bright Eyes) è un disco ascoltabile ma non eccelso, su cui spicca questo pezzo spensierato e da ascoltare con le cuffie passeggiando per la strada in un giorno di leggera pioggerellina di marzo.

Hellosocrate – Le biciclette di notte
Loro vengono da  Civitavecchia, e hanno fatto un disco meravigliosamente indie pop. Se siete inguaribili romantici come il sottoscritto adorerete questo pezzo tutto biciclette e pucciosità. Eppoi c’è la voce femminile che nei gruppi indie fa sempre la sua porca figura. Vi sfido a non canticchiarla dopo due ascolti.

Fleet Foxes – Helplessness Blues
Ve li ricordate un paio di anni fa con quell’inno tutto uguale ma molto suggestivo che si chiamava White Winter Hymnal? Sono tornati, hanno girato tre accordi e hanno sfornato un altro bellissimo pezzo, forse migliore del precedente. La cosa bella è che suonano e cantano che paiono Simon & Garfunkel ma negli anni Dieci. Per noi che negli anni Sessanta non c’eravamo è senz’altro una buona notizia, e forse anche per chi c’era.

Ex Otago – Costa Rica
Il gruppo elettropop genovese esce con il nuovo disco dopo il successo del primo Tanti saluti, e lo fa con una produzione popolare dove tutti i fans hanno contribuito con una piccola quota alle spese, in cambio di gadget e crediti nel disco e ai concerti. Il singolo tormentone Costa Rica si sposa alla perfezione con il periodo primaverile, la voglia di viaggiare verso posti esotici, scoprire paesi nuovi fino a non rimpiangere nemmeno un pochino la nostra italietta. Pura vida.

Nonna, ascolta questi Mogwai

quando ieri sera hanno iniziato a suonare i Mogwai ho pensato che era il suono del futuro, e che ero diventato grande e il futuro non era come l’avevo immaginato ma ci assomigliava abbastanza da fare un suono etereo ed indefinito che colpiva diretto al cuore. mi è sembrato fosse passato un secolo da papaveri e papere e dalle canzonette di sanremo in bianco e nero, e come siamo arrivati a questi suoni postmoderni? in mezzo cosa passa? vorrei far sentire questi brani a mia nonna, che non apprezza molto le canzoni di adesso perchè non riesce a capirle, ci sono troppi suoni dice, troppe parole in fretta, non si capiscono più, una volta erano belle e le potevi cantare. vieni a sentire i Mogwai, nonna, ascolta dove siamo finiti, la guerra non c’è più, le televisioni sono piatte e ci parliamo su skype da una parte all’altra del pianeta, mia sorella sembra vicinissima anche se è andata ad abitare via. vieni a sentire, nonna, il muro di rumore che produce una band dei nostri tempi, e immagina quello che ancora sarà, quello che sempre i soliti strumenti ora sono in grado di produrre per emozionare una platea di giovani folle che non si lamenta se il cantante non canta, pensa nonna, nemmeno una parola in due ore se non per ringraziare. a questo pensavo ieri, ed era il 2011, ma era già il futuro, lontano da quando ero bambino e registravo le musicassette degli ottoottotre, lontano dai vinili incisi con le lacche che mettevi sul giradischi e ai radioromanzi ascoltati tutti insieme nel salotto del vicino. hai ragione tu quando dici che è un peccato morire e non vedere cos’altro ci aspetta e come cambia il mondo, forse in peggio sicuramente, ma questi signori son venuti dalla scozia a farci sentire come suona il futuro e fanno impressione, e allora nonna, spero tu possa campare altri cent’anni per poterli ascoltare e capire, digerirli, farli tuoi. pensavo che potresti iniziare da questo pezzo, mentre guardi fuori dalla finestra del tuo salottino i camion che portano via i mobili dell’ufficio davanti e un’altra famiglia di immigrati colonizzare la tua zona. che fatica il futuro, nonna.

Forse

A dire che i Verdena sono bravi ci si sente sempre un po’ in imbarazzo, sempre in bilico tra ovvietà e sputtanamento. Poi uno va a vedere le date del tour di Wow, l’ultimo doppio album uscito a gennaio con tanto di copertina (e suoni) vintage, e sembra che siano in tanti a volersi sputtanare: Milano sold out, così come a Torino, Bologna, Firenze, Perugia, Ravenna, Pordenone eccetera. Spuntano doppie date come funghi. Ok, molto dipende dalla scelta di suonare in posti piccoli, dicono che fosse Alberto a preferirli, vuole suonare in posti “raccolti, concentrati”. Però la sfilza di sold out fa un po’ impressione. Quanti altri gruppi italiani rock fanno tutto esaurito come loro? Quanti altri gruppi italiani non si possono idolatrare come loro se no sembri un diciottenne accaldato?

Verdena Wow
Perché poi la questione è semplice: i Verdena sono bravi. Hanno fatto un album, un doppio album, della madonna. Ma non si può dire. Se lo si dice, si diventa automaticamente ventenni che indossano la felpa a cappuccio e pogano sotto il palco. Che gridano Roberta-Roberta (nel senso della bassista carina). Che sono cresciuti a pane e Valvonauta, peccato che Valvonauta è roba di decenni fa e questi che saltano ora sotto il palco non avevano ancora nemmeno iniziato a drogarsi. Allora c’è qualcosa che non mi torna: come li facciamo questi sold out, soltanto con i ventenni tumefatti?

Devono allora piacere anche a qualche ventenne ora trentenne, anche se stare nelle prime file ai concerti (ne ho visti due, per tentare di chiarirmi definitivamente la questione) non aiuta, dato che l’età media tende a degradare man mano che ci si avvicina alla testa ciondolante di Roberta-Roberta. Non ci sarà mica una specie di ‘paura’ a dire che sì, i Verdena han fatto un album, un doppio album, della madonna, che suonano completamente differente dai primi tre, ormai, che sembrano più indipendenti loro, nonostante suonino per Universal, che tutta la trafila di gruppettini xilofono lowfi che qui si adora, sia chiaro, non è un giudizio di merito, ma non è nemmeno un giudizio: è un notare che loro, questi bergamaschi fanno uscire un album e poi si chiudono dentro a un pollaio per svariati anni a suonare in analogico senza farsi vedere in giro, senza postare video virali, sono così fuori dal mondo che scrivono “suoni su Facebook”, insomma si preoccupano essenzialmente di fare musica. Dici niente.

E ne masticano, di musica. Va bene, sempre la stessa, va bene, scopiazzano dai Bitols e da riferimenti scontati, ma tirano su muri con calce cemento chitarre e batteria e pianoforte, prendete il pianoforte di Miglioramento, che è anche il pezzo migliore di Wow, con quelle mani gettate come secchiate sul piano chè vien voglia di saltare e prendere a testate le finestre per aprirle. E cambi di ritmo e citazioni e soprattutto un suono preciso e pulito che anche se cambia lo capisci che sono loro, che sono i Verdena, e ti viene da perdonarli tutte le volte per i loro testi inutili, che se avessero avuto testi un po’ meno ridicoli forse forse adesso suonerebbero nei palazzetti ma in fondo chissenefrega, in fondo loro il fisico ce l’hanno, a trentanni suonati, tirano su i muri dei loro pollai sempre più alti e sono contenti e si vede, ora ai concerti sorridono pure, e il numero di ‘grazie’ è esponenzialmente aumentato rispetto ai tempi dei Samurai e dei Grandi Sassi.

Dice Alberto che “Comunque noi stiamo benissimo così, non ci sentiamo né indie né major, né chissà che. Siamo una cosa a sé, con un’identità ben definita ormai da anni“, e forse non c’è molto altro da dire se non saltare come nemmeno si faceva ai tempi di Valvonauta, e smettere di sforzarsi a capire perché i Verdena o li odi o li ami, ma farsi ogni tanto i cazzi propri nei nostri pollai. Che forse qualcosa di buono alla fine esce.

Zeitgeist 2010

Come ogni anno su questo blog, le mie personalissime, inutili, ed adorate classifiche sull’anno che è appena finito. Un anno talmente inaspettato che se mi avessero detto che nella top ten dei miei ascolti ci sarebbero stati solo pezzi italiani non ci avrei mai e poi mai creduto. Ma tant’è. Detto ciò, non parliamone più di questo 2010.

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. l’importanza di chiamarsi vasco brondi

Qualcuno, prima o poi, doveva farlo. E’ vero, potevamo aspettare e risparmiarci i giudizi, trattenere ancora tra le mani quei rimasugli di credibilità del primo tentativo, conservare, come si suol dire, l’immagine di un disco che aveva azzerato tutti gli altri mai usciti durante i fantomatici Anni Zero. Adesso cliccando play non abbiamo più l’atteggiamento neutro e rilassato di quando ancora non sapevamo, non conoscevamo; adesso per cliccare play ci vuole coraggio e abbiamo uno zaino colmo di convinzioni e pre-concetti, opinioni contrastanti, tempeste telematiche, invasioni barbariche dei social network, generazioni di giovani e meno giovani che hanno violentato tutto alle radici fino a raschiare via ogni significato. Adesso le cinque stelle di Repubblica ci sembrano solo il primo gradino isolato di una scala, più che una guida: per costruire le nuove certezze vogliamo essere da soli.

Il nuovo di Brondi è già in circolazione, puoi scaricarlo su megaupload e privarti del piacere dell’attesa: del resto è stato lui, il primo, a dire che ci fregano sempre (cit.). Ci sono già i nostalgici di Canali e le recensioni a fior di bocca che premono per uscire; le critiche di quelli che non lo amavano già prima e il consenso corrotto di coloro che lo amano e lo hanno amato a prescindere. Ragazzi, inutile dirlo: vi prendete troppo sul serio. Specialmente, avete preso troppo sul serio Vasco Brondi, che adesso non assomiglia più ad un ragazzo di ventiquattro anni emergente e insicuro (che se gli vai vicino ti fa un sorriso imbarazzato e non sa cosa risponderti se gli fai i complimenti): adesso avete di fronte un mostro costruito dalle vostre aspettative, dalle vostre e dalle mie, certo, come un robot ricoperto di miele e di pece, che si muove a stento, che è stato ricoperto di soldi e di donne e di manifestazioni culturali, e se riuscite a ritrovare Ferrara e la verità, sotto questo cumulo di bugie, siete fortunati.

Mi viene un po’ da ridere se penso a quanto abbiamo parlato di Vasco Brondi in questo anno e mezzo, quanto lo abbiamo amato, abusato, criticato, crocifisso, preso in giro e soppesato con il criterio limitato delle nostre scelte. Non riusciremo mai a capire, almeno credo, cosa si nasconde dietro certe cose. Credo che arrivati a questo punto, non riesca più a capirlo nemmeno Vasco Brondi. Potrei snocciolare le prime critiche (dirvi ad esempio quanto sia pessima l’immagine di copertina, appoggiarvi nelle vostre malinconiche frasi che rimpiangono Canali, dire che questo disco è uguale al precedente); ma, a pochi minuti dalla fine della prima canzone, mi preme fare una recensione pre-ascolto, pre-giudizio, pre-tutto. Questa volta ho deciso che è meglio così. Questa volta ho deciso, che non voglio lapidare né essere lapidata. Esiste solo una dimensione: la voglia e il bisogno di comunicare. Inoltre, a dirla tutta, come abbiamo più volte ripetuto in sedi private, non è così facile chiamarsi Vasco Brondi durante questo novembre. Provateci voi a confrontarvi con una serie di aspettative non solo così alte, ma anche e soprattutto, così sfaccettate. Provate ad immaginare di aver fatto un disco che, nel bene o nel male, ha diviso la musica (intendo proprio diviso, spaccato, azzerato, battuto: perché che lo vogliate ammettere o meno, non c’è mai stato niente come Canzoni da spiaggia deturpata). Provate ad avere il coraggio di rimettervi in gioco e soprattutto in studio a suonare qualcosa, cercando di essere all’altezza non più dei vostri modelli, ma addirittura di voi stessi. Ecco, provate a superarvi. Vi pare facile? A me per niente.

Adesso mentre guardo le dieci canzoni del disco nuovo mi viene da sorridere e mi sento come se stessi per mangiare una torta perfetta guarnita con tanta panna. Non so ancora se tutti gli ingredienti siano stati usati al meglio, e se quello che è l’aspetto confluirà esattamente nella sostanza. Però sono in qualche modo serena. E’ un’operazione delicata, questa, che speravo non dovesse mai capitare. Per mesi ho pensato che sarebbe stato meglio apprendere dai tg che Brondi fosse morto schiantato con la macchina su una qualsiasi tangenziale italiana. Morire, dopo certe cose, sarebbe preferibile al dover cercare di fare meglio.
Adesso invece so che di qualsiasi cosa sia fatto questo disco, non è più importante la qualità né l’innovazione. Quello che è stato scritto sulla sabbia di una spiaggia deturpata, non è più possibile grattarlo via. Godetevi il passato, se non vi soddisfa il presente. E datemi retta: prendetevi e prendete le persone meno sul serio.

Buon ascolto.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

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guardate le vostre foto

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i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)