Posso dire che tutto questo spopolare del libro di Brondi mi sta facendo venire l’orticaria. Non ci metto il punto interrogativo, perché non ho bisogno di chiedere il permesso. Sgrat. Conservo molto orgogliosamente la copia del suo manoscritto quandoancoranonerafigo (il manoscritto, non lui), con la prima pagina di carta assorbente da forno che nella borsa mi si è stropicciata tutta, con la forma scomoda e improbabile e le figure molto autentiche dei fogli con la sua vera calligrafia. Sgrat. La conservo gelosamente, all’interno ci sono perfino due gambi di papaveri (seccati) da questa primavera in un giorno di particolare ispirazione artistico-fotografica - poi abortita. Ogni tanto quando riapro il libro questi due gambi vengono fuori senza petali e sembrano delle zampe di cavalletta molto lunghi: ogni volta ho paura. Conservo e mi domando: come mai quest’odio e quest’orticaria per questo spopolare del libro di Brondi (edito tutt’oggi da Baldini/Castoldi, altro che fogliazzi riciclati di carta igienica di seconda mano)? Forse perché vorrei essere pubblicata anche io da Baldini e Castoldi? O forse - e io sono più propensa per questa ipotesi - le cose che sono mie sono mie e basta e non devono essere di nessun altro perché ho l’esclusiva sulle cose che trovo molto belle e da quel momento vorrei che sprofondassero nell’0blio generale a parte qualche raro momento in cui IO decido di farle tornare a galla e farvi attingere a tutti ma solo con le dovute maniere e a piccole dosi ecco sì, senza esagerare. Punto interrogativo. Ma non troppo, perché in fondo so la risposta a questa domanda. Sono gelosa di molte cose. Della mia canzone preferita, e anche di Vasco Brondi, a quanto pare, e del suo manoscritto quando ancora si poteva chiamar tale - mano/scritto, scritto a mano, partecipato, stuprato, partorito in via Croce Bianca (dico bene?) che sarebbe il vicolo di Ferrara, io ci sono stata, dove alla fine trovi il Korova, che adesso è il bar dei due fratelli di Vasco Brondi che lavorano facendo a gomitate con gli articoli di giornale incorniciati, le teche, gli altari benedetti, i poster, i videofilmati, i distinti saluti sulle cartoline autografate dal loro stesso fratello minore. Quello che prendevano a schiaffoni da bambino. Quello che gambizzavano quando non si sopportava. Ecco sì, secondo me QUEL manoscritto è nato secondo una sequenza di passeggiate dalla macchina al Korova, nelle fredde notti di dicembre-gennaio a Ferrara. Dico questo augurandomi che Vasco Brondi non abbia avuto un pass o un tagliandino apposito per parcheggiare DIETRO al Korova e non fare più di dieci passi per andare a lavorare, togliendosi così tutto il gusto che invece abbiamo noi, dico noi, che per andare a trovarlo chiuso per ferie, beh, anche andandolo a trovare chiuso per ferie, ci facciamo tutta Ferrara, vicoli, vicoluzzi e vicoletti per un totale di cento chilometri quadrati lungo le strette vie illuminate. Questa é Ferrara. Questo è Vasco Brondi? Era sicuramente Vasco Brondi sì, con i guanti tagliati in cima e le dita scoperte (i fili sì, erano pezzi di maglia tranciati male), e anche se ne sto dando un’immagine insopportabilmente emo punk che sicuramente Brondi non è mai forse stato a parte il periodo del gruppo che aveva al liceo (voci di corridoio), mi piace immaginarmelo così. Così che cammina nel freddo e nel gelo, soffiandosi sulle mani congelate. Mancano dieci giorni al suo ventiduesimo compleanno, la sua ragazza é appena partita per Parigi, in cui, dice, non volano mosche, è sabato sera e davanti al Korova si riuniranno gruppetti di adolescenti poco più piccoli di lui che vorranno bere parlare mangiarsi le unghie attaccar bottone far saltare bottoni ruttare vomitare e poi andare a casa, che domani ci si ha l’appuntamento con il mal di testa domenicale. Non so se avete mai visto le stradine della vecchia Ferrara: ecco, sono puntellate di sassi in rilievo, completamente inadatti a scarpe con la suola bassa e poco malleabile tipo Converse, anche se molto più pittoreschi dei sanpietrini a Roma; ecco io mi immagino che Vasco Broni cammina (molto, perché è senza tagliandino) e gli vengono in mente parole, parole, parole alla Mina, gli vengono in mente frasi, frasi, frasi, concetti - poi improvvisamente uno di quei sassi in rilievo delle stradine vecchie lo fanno inciampare e i discorsi si compromettono: “e i tuoi capelli che sono…” … “nastro isolante” … “c’è un incendio…” “nei bar”. Per una prosa poesia di squisiti versi alla cazzo, che si sposano benissimo e che ci fanno piangere, come se io adesso dicessi oggi ho pensato molto … ai destini degli elettricisti … che mangiano dei gelati troppo sciolti … e i tuoi occhi ricolmi di soli. Sono capace anche io di fare Vasco Brondi, ma in quel manoscritto, con la sua calligrafia tremendamente brutta e incomprensibile, ecco in quel pezzetto rilegato alla peggio, Vasco Brondi era solo un povero coglione che inciampava nelle proprie emozioni come facciamo tutti noi e andava a lavorare com’è giusto che sia, ma era anche un tizio, ecco, sì, un tizio che a me sarebbe piaciuto frequentare, pur nel suo spastico esprimersi e nel suo impostato modo di parlare e soprattutto nel suo modo di leggere così uguale. Era uno che a fine serata cercava di tenere insieme i fogli con le mollette e di venderteli o magari di regalarteli, basta che gli offrivi una vodka, sua grandissima passione. Cosa voglio dire, cosa sto dicendo? Non voglio fare la nostalgica, e nemmeno la moralista. Quella che dice “Ah Brondi era meglio quando non era Brondi”. E chi era, allora? Oppure dire: il successo cambia tutti. E’ un concetto sdoganato, e comunque fa bene lui, a campare col suo unico talento: mettere in fila parole molto belle. Vasco Brondi, per me, è uno che ha fatto molto l’amore col vocabolario. Lo Zanichelli è il suo migliore amico, e come si fa a non voler bene a uno così? Non sto dicendo niente, su Vasco Brondi, la metà di queste frasi le sapevate già tutti. Sto dicendo che sono gelosa del suo manoscritto prima che lo scoprissero: è diverso leggerlo in quei fogli stupidi, invece che sul libro carino ordinato (e con una copertina orribile) di Baldini e Castoldi. La morale di questa storia è che dovete svegliarvi tutti. Ma a piccole dosi, però, come quando e quanto lo dico io. Poi basta. Sono gelosa delle cose che ritengo belle, perché ormai di cose belle ce ne sono rimaste poche, bisognerebbe per giustizia, secondo me, riazzerare tutto e ridistribuire le preziosità: a te i libri, a te i testi di Vasco Brondi, a te la neve, a te l’esclusiva di dire Sono stato sulla luna! Mi sono persa tra i miei stessi cosavolevodire: non lo so. A questo punto potrei e dovrei premere seleziona tutto e poi fare canc, liberare questo impaccio, togliermi da quest’impasse - per dirla alla Battisti. C’erano alcune cose che volevo dire: che le cose che amiamo ci costringono ad un continuo andirivieni di odio-amore; e che mi dà fastidio che ora la gente legga Vasco Brondi sul libro edito da Castoldi e Baldini, perché dov’eravate fino a ieri?
Archivio per la categoria 'Non catalogati'
Sabato sera, pioggia, Piazza Travaglio, noia.
Mi chiedo che gusto abbiano le mistocchine mentre le vedo, e le sento, cuocersi al baracchino dei cinesi all’angolo. Buon profumo.
Poche macchine in giro.
Ne arriva una, che svolta da Porta Paola verso via Baluardi, ed è leeenta, leeeeenta. Sembra al rallentatore. Poi, un megafono spunta dal finestrino del passeggero, e poi spunta anche il ragazzo che è appeso al megafono. La macchina quasi si ferma. Suspence.
Gracchio bzzz “Andate viaaaaaaaaaaaah, allllllllllllbaneshi di mmmerda” bbbzzz
Gran Ghignate Giovanili, da dentro l’abitacolo.
La macchina sgomma e corre via.
C’era qualcuno che scriveva “le più belle poesie si scrivono sopra la pietra“. Questo qualcuno era Alda Merini. Per sapere chi è tutti possono fare una ricerca su wikipedia o seguire i coccodrilli dei telegiornali. Certo quelli che si accontentano di guardare in superficie, dove le pietre sono semplicemente appoggiate, saranno più che soddisfatti. C’è però una differenza sostanziale tra queste persone e i poeti: e cioè che questi ultimi sanno bene che la pietra ha radici profonde, che vanno più in basso e più all’interno di quello che all’occhio umano è dato vedere. Alda Merini, secondo me, era una di queste persone. La notizia della sua scomparsa arriva in terza pagina al telegiornale della domenica sera, con molto meno rumore di quanto fecero, tempo fa, le morti di Michael Jackson e Mike Bongiorno. Una testimonianza di quanto il nostro tempo sia cambiato e di come la televisione e la spettacolarità abbiano soppiantato ferocemente il piccolo mondo riservato della Poesia. Un mondo intimo e quasi sempre nascosto, specialmente nei giorni nostri, che ha lasciato ai nostri padri ricordi sbiaditi e ha tolto alla radice a noi, figli degli anni Ottanta, la fortuna di poter entrare direttamete in contatto con queste piccole e preziose forme d’arte forse considerate minori al giorno d’oggi
E’ scomparsa una grande poetessa italiana che ha perpetuato la grande dignità di un “fare arte” che spesso ci dimentichiamo, a favore di altre forme più prepotenti - il cinema, la televisione. La poesia, anche, ci viene inflitta da bambini alla scuola elementare, certi versi ce li fanno portare dietro come macigni sin da piccoli: attraversano le tempeste degli anni e dei licei, fino a perdersi, lentamente, fino a sgretolarsi sotto il peso delle nostre vite frenetiche. Con un atteggiamento che forse sembrerà propagandistico, io vorrei approfittare di questa perdita per ricordare a me stessa e agli altri, invece, quanto più bello e più utile sia scoprire l’arte - e in questo caso la Poesia - per conto nostro. Scegliere, invece che subire. E’ un concetto che pare scontato, invece non lo è. Ho amato molto, oggi pomeriggio, andare in libreria a cercare una poesia, tra quelle di Alda, che potesse rappresentare la sua grandezza di artista. Ho trovato molti versi bellissimi, mentre li copiavo sul mio blocco note e mi sporcavo le mani di inchiostro liquido blu, era come mettere le mani in una tavolozza piena di colori: questi colori sono le parole, che solo pochi di noi sanno gestire e ammaestrare. Come piccoli gatti ci sfuggono. Ecco, per me Alda Merini è stata capace di addomesticare queste parole semplici per regalarci una Poesia fatta di sostanza vera, fremente e viva. Alcuni di questi versi mi fanno ricordare ed entrare in contatto con la sua sofferenza piena d’orgoglio (”e perciò non ti chiamerò al telefono, nè avrò bisogno delle tue vene che pulsano”), la sua straordinaria capacità di amare ineguale a tutte le altre (”io non sarò più libera/come un uccello/dacché tu te ne sei/andato e hai legato/le ali con le piume/del tuo passaggio segreto), la sua profondità e la sua capacità comunicativa (”adesso sono una pioggia spenta“), la sua malinconia (“non ho mai visto un rigoglio di rosa pura“), la sua speranza (”correre insieme a te come avessi vent’anni“). Piccola grande Alda, che a proposito di radici scrive “l’unica radice che ho mi fa male“, che porta con sè il fascino e la dannazione di tutti i grandi poeti maledetti, la pazzia riservata solo ai grandi, l’Eternità che da qualche parte è destinata agli artisti.
Questi versi sono stati letti su due volumi, rispettivamente Fiore di poesia e La volpe e il sipario. Ve ne regalo uno, secondo me bellissimo seppur non originale, per condividere e per mandare il mio personale e piccolo pensiero alla voce di una piccola ape furibonda che si è fatta flebile ma che non potrà mai essere messa a tacere.
Spegnimi come il lume della notte
come il delirio della fantasia.
Spegnimi come donna e come mimo,
come pagliaccio che non ha nessuno.
Spegnimi perché ho rotta la sottana:
uno strappo che é largo come il cuore.
Alda Merini
Se ti metti in uno dei due fuochi dell’ellisse hai la possibilità di sentire qualcosa
Pelodia
Questa frase è stata pronunciata dopo tre ore di coda per provare a sentire Paul Ginsborg e Marc Lazar che parlano di Italia invertebrata. Quando arriviamo davanti al Teatro Comunale veniamo dirottati verso il cortile interno: la sala è piena, nel cortile c’è la diffusione audio.

la situazione nel cortile ellittico, in una pregiatissima foto fatta col cellulare
In sostanza, sembra un po’ di sentire la voce di dio che arriva dal cielo.
Sempre che la voce di dio sia uguale a quella di Gad Lerner.
nessuno di noi può immaginarsi quanto siano collegate tra loro le parti del corpo. la funzione dei nervi la intuiamo solo quando si infiammano e ci fanno male, quando non riusciamo nemmeno a cuocere un uovo per via di un dolore ad un fianco, ci rendiamo conto che siamo semplicemente una centrale elettrica con molti fili che hanno a che fare l’un con l’altro. così è anche per le persone che se ne vanno. non intendo dire che partono all’areoporto, o che muoiono: parlo di quelle che scelgono di andarsene con coscienza, che non fanno fatica a racimolare la loro roba, e che non si voltano indietro quando varcano la porta di casa (anche metaforicamente parlando). non ci rendiamo conto dell’esistenza di una persona, o di quanto quella persona conta per noi, di quanto ci ascolta o di quanto ci fa piacere averla intorno, finché non se n’è andata. é un concetto fritto e rifritto, ma è la verità. ellen page in juno diceva: non mi rendo conto di quanto mi piace stare a casa mia finché non vado in un posto diverso per un po’. anche questa, è un’affermazione abbastanza già sentita, ma quando vidi il film mi colpì molto. a proposito di cose trite e ritrite, stamattina di buon’ora sono andata in libreria, ho perfino parcheggiato di fronte alle porte scorrevoli, cosa che in vent’anni di vita in cui frequento quel posto, non mi era mai capitata (ho spento la macchina e ho pensato: dovrò scriverlo sul mio blog, non dimenticarmi che è successo). questa, per esempio, é una cosa originale: trovare parcheggio davanti alla libreria di ponte san giovanni. poi ho fatto qualche passo, e come ho messo piede dentro mi sono resa conto di due cose. la prima (che mi succede sempre), era che ero di nuovo capitata in un posto, forse l’unico, in cui mi sentivo a casa mia; la seconda, che c’è ancora un mucchio di persone che non vogliono arrendersi al fatto che tutto é stato scritto o detto, e che ci provano, facendo spesso e volentieri la parte dei coglioni, a scrivere un romanzo. queste persone, che a me piace considerare amici anche se non ci siamo mai visti e mai parlati, sono tutte lì che si danno la mano. calvino guarda buzzati da sotto a sopra stringendogli la mano, i libri di marek van der jagt salutano quelli di arnon grunberg, ignari che il loro autore sia la stessa persona; e infine ci sono i signori nessuno - la maggioranza, in verità, gente che ha scritto libri per passatempo, o chi l’ha fatto solo una volta e poi mai più; quelli che gli é bastato provare, quelli che stampano ancora roba ma non vendono, quelli che vendono esageratamente, quelli che stuprano il mestiere, quelli che fanno vergognare la categoria, quelli che meriterebbero di stare sul banco degli “scelti per te”, ma che non vengono mai scelti. non lo so perchè ho iniziato parlando delle parti del corpo e sto finendo per parlare di librerie e libri - una risposta plausibile potrebbe essere che sono il mio argomento preferito, o un’altra risposta accattivante potrebbe essere che metaforicamente parlando i libri fanno parte di me come parti del corpo o che mi si infiammano le ghiandole quando non riesco a leggere libri; ad ogni modo tutti questi signori nessuno, a parte certe categorie, sono tutti miei amici, e per un attimo mi viene da ridere pensando che se é vero che gli amici sono nati per aiutarsi, in questo momento avrei bisogno di un massaggio al fianco sinistro: mi immagino tutte le coppie di mani che ci sono in una libreria, tolti i commessi e i clienti, che mi fanno un massaggio per farmi passare il dolore. non ho mai riflettuto a quante paia di mani potessero co-esistere in una libreria sola, anche se di modeste dimensioni: chissà quanti modi di impastare, di toccare, di massaggiare diversi si potrebbero incontrare. ci sarebbe lo scrittore di libri un po’ sporchi che cerca di allungare le mani, lo scrittore di saggi di medicina che insiste per sapere bene dov’è localizzato il dolore. e alla fine, un mucchio di persone che massaggiano come sanno fare, che muovono le mani allo stesso modo di quando tengono in mano una penna o pigiano sui tasti dei loro portatili: in maniera personale e a volte goffa, troppo frettolosa, e per niente speciale, semplicemente veloce, perchè urgente è scrivere. credo sarebbero i miei preferiti.
Tutte queste sirene pessimistiche sulla crisi secondo me sono eccessive e deterrenti, anche perchè poi facciamo come quelli che a forza di dire una cosa che non esiste, va a finire che la cosa succede. E’ vero che alcune aziende hanno chiuso, altre hanno ridotto di molto l’organico e altre ancora si tengono in piedi sulla cassa integrazione, però bene o male tutto procede. Chi aveva i soldi prima li ha ancora, chi non li aveva non li ha neanche adesso. Voglio dire, abbiamo visto il Po pieno ma anche il Po vuoto, non è la prima volta che ce la passiamo un pò così così, e fare le vittime non serve.C’è poi la gente che ci marcia sopra, vedi gli operai della Fiat che vanno a protestare mentre Marchionne si appresta a chiudere l’affare del secolo, cioè l’acquisizione di Chrisler. Voglio dire quest’uomo, sta facendo qualcosa che potrebbe risollevare di molto il Pil dello stato, allora a che serve protestare, dovresti essere contento. Allora vuol dire che sei il primo tu a pensare che la crisi non ci sia, sennò saresti favorevole a certe misure che possono essere solo benefiche.E’ fuori discussione che spesso e volentieri sono stati i giornali ad alimentare certe credenze, perchè certa stampa palesemente di parte ha approffittato di qualche piccolo segnale per innescare falsi allarmismi; noi invece ci siamo sempre preoccupati di sottolineare i segnali positivi e adesso come adesso possiamo dire di aver avuto ragione. Anche quelli che vogliono dire che adesso tutto costa di più, è vero, però è colpa dell’euro. Se non fossimo entrati nell’euro non ci sarebbero state tutte quelle speculazioni che alla fine hanno fatto schizzare il prezzo del prodotto finito alle stelle. Io dico che un pò di crisi i commercianti se la meriterebbero visto quanto ci hanno mangiato sul cambio euro-lira. Però non è mai bello augurare il male alla gente; l’Italia sta bene, dà solo qualche colpo di tosse ogni tanto.
A Ferrara, domenica e lunedì, si vota di nuovo. Ballottaggi e referendum, sai com’è. Piccoli traumi per i giovani scrutatori. E’ vero che non si fa granchè e si viene pure pagati, ma conteggiare i voti, guardare le schede, fare una piccola summa della situazione elettorale di ogni singolo seggio, sono attività che lasciano un piccolo solco nell’Io collettivo (credo) dell’esercito contante. Vedete, per qualsiasi persona che non è completamente indifferente alla situazione politica nazionale, andare a votare rappresenta una gioiosa festa democratica. E per uno scrutatore veder nascere una moderata coda fuori dal seggio fa tubare di stupore; per la coscienza civica, chiaro, che spesso ci raccontano essersi spenta senza tante sofferenze, riposi in pace. Timbrare, registrare, indicare la cabina, consegnare quel plico di schede colorate grandi come otto kleenex, possono essere un picco di orgoglio democratico che manifesta con una strabordante gentilezza verso l’elettore di turno. A volte succede però che tutto questo, col senno di poi, si tramuti in un grottesco e viscerale odio per se stessi. E’ vero che è democrazia e che è giusto votare come meglio si crede. E’ vero che potere popolare uber alles. Ma tant’è, un rapido moto di astio epidermico per tutte le persone che hai accolto imbabolata come una demente, coglie spesso e volentieri l’impavido conteggiatore. Per un attimo, non c’è più razionalità. Continua a leggere ‘Le paure di uno scrutatore’
(dialogo tra padre e figlio appena sentito nella hall di un albergo. Il primo chiama l’ascensore, fermo al secondo piano, per andare nella camera al terzo usando il tasto di chiamata <giù>)
F. Papà, perché hai usato quel tasto e non l’altro?
P. Perchè l’ascensore è al secondo piano! Come fa a scendere se premo il tasto <su>?
(Non fa una grinza. Olé)
Ricordate il caso dell’immigrato a Venezia e il suo nuovo negozietto di pizza al taglio? Deve aver letto Ciccsoft, o ha finito il corso di cucina serale, o più probabilmente è rientrato dalle ferie. Non solo ha riaperto, ma ha tolto la bandierona italiana con scritto PIZZA a pennarello, sostituendola con una lampada alogena da salotto con una lunga piantana. La lampada poggia su un vistosissimo tappeto rosso lungo circa due metri sul lato della strada, che termina davanti alla porta del negozio. Sul vetro della lampada - aridaje - c’è scritto sgangheratamente a pennarello “PIZZA”.
Ma la novità vera è un’altra: tappeto rosso, lampada o non so cosa, ma ora il bancone non è più pieno di pezzi di capricciosa invenduti: sono arrivati finalmente i clienti, e il nostro uomo non sta più con le mani in mano tutto il pomeriggio.
Non tanto per il probabile miglioramento della dote, ma soprattutto per ottenere l’immunità dagli insulti o, nel caso provengano, gustarmi una comoda vendetta, servita dai piani alti.
Vero, SuperMario?
La bella notizia è che se navigate ancora con Internet Explorer - poveriavvoi! - da oggi questo sito non impiega più dodici minuti a caricarsi, perchè è stato risolto un piccolo bug (errore nostro) che colpiva solo il browser Microsoft. Quindi non avete più scuse per evitare di includerlo nella vostra rassegna stampa mattutina!
La brutta notizia è che dopo tutti questi mesi in cui andava lento a caricarsi con Internet Explorer probabilmente avrete anche smesso di seguirci e quindi queste righe festose non verranno lette. Governo ladro.
In un solo giorno eliminati Veltroni e gli Afterhours. Nel Paese Reale in effetti, non c’è altro spazio che per Silvio ed Al Bano.
Man mano che scorrono le ore si avvicina inesorabile la fine della vita terrena di Eluana Englaro.
Se ne rende conto lei? Lo sa? Aspetta con ansia da diciassette anni questo momento? E’ un vegetale? Soffre? E’ assente?
Sono domande che per me sono senza risposta ed onestamente invidio chi ha risposte certe su quest’argomento tanto da affermare senza remore di sorta che “quella non è vita”.
La verità è che nessuno potrà mai sapere se Eluana in questo momento sente qualcosa.
La cosa che più mi fa impressione è che in questo momento si parli di una persona in stato vegetativo in termini “la mia margherita fiorita sul balcone è più viva di Eluana”, così, senza riflettere sull’enormità di queste parole, denigrando uno stato in cui vivono migliaia di persone in Italia, persone diversamente abili, confinate in un letto per sempre o per periodi limitati, dipendenti in tutto per tutto dai propri cari o dalle associazioni di volontari.
Perdendo totalmente di vista quello che è il senso della battaglia legale condotta dalla famiglia Englaro la centralità del discorso viene spostata su un piano che non mi piace per nulla. Quello che porta la gente comune a pensare che in fondo dopo tutti sti anni i genitori di Eluana, poveri cristi, abbiano il diritto di disfarsi della melanzana in cui si è trasformata la loro figlia perchè vivere così non è dignitoso. I commenti e le opinioni in questo senso si sprecano, basta farsi un giretto in internet.
La questione invece è diversa, totalmente diversa, qui non si tratta di definire se Eluana è viva o meno, perchè per quel che riguarda il rapporto di Harvard è viva, sennò il problema non si porrebbe e la spina sarebbe già stata staccata da un pezzo se solo ci fosse una spina da staccare. Non si tratta neppure di stabilire se è uno stato dignitoso o meno di vivere, perchè trovo concettualmente aberrante dire che una persona in stato vegetativo non merita di vivere.
E non si parla neppure di Eutanasia, perchè eutanasia è altro, Eutanasia è la dolce morte, non lasciare un corpo agonizzare per settimane senza acqua e cibo, Eutanasia sarebbe forse più civile, ma non si sta parlando di Eutanasia.
Qui si parla del diritto di un paziente di rifiutare le cure nel caso vengano ritenute inutili.
Ci sono tre gradi di giudizio che hanno accertato la presunta volontà pregressa di Eluana di non voler rimanere intrappolata in un letto e trattandola come una paziente normale tramite un tutore e un curatore speciale le hanno dato voce e le hanno fatto esprimere la volontà di rifiutare le cure.
Ora posto che nel caso di Eluana le cure in questione sono cibo e acqua e l’immagine di una persona che muore di sete è sempre di per sè atroce lei ha diritto di rifiutare queste cure, legalmente la situazione è ineccepibile, e nessuno può bloccarla, neppure cambiando tutte le costituzioni di questo mondo.
Il problema è che questa è la battaglia di Eluana, per se stessa.
Non dei pro-life, non dei pro-eutanasia, non della Chiesa Cattolica, non delle associazioni di diversamente abili.
Eppure si è visto come è facile cadere nelle provocazioni della Chiesa e profundersi in commenti su cosa meriti o meno di essere chiamato vita, commenti che non è lecito fare se non in forma strettamente personale parlando di se stessi visto che dove un uomo si permette di dire a un altro che la sua vita non è degna di essere vissuta c’è sempre il rischio di pericolosissime derive ideologiche.
Purtroppo la realtà è più dura e crudele e la realtà dice che fino a prova contraria Eluana è viva e morirà in una maniera atroce perchè è l’unico appiglio che le ha lasciato la legge italiana per fuggire dal suo stato che tre gradi di giudizio han ritenuto per lei insopportabile.
Per lei. Non per tutti quelli come lei.
Lei ha deciso di scendere e nessuno può fermarla.
Ma invece di soffermarsi su questi aspetti ed assistere con silenzioso cordoglio alla dolorosa fine di questa ragazza ci si perde in discorsi più grandi e più pericolosi, assumendo posizioni nette dove dovrebbe regnare una scala di grigi, rimanendo scoperti su fronti diversi rispetto a quelli su cui ci stavamo difendendo.
E il peggio deve ancora venire.
In questo momento, alle 15.45 del 31 gennaio 2009, Google, il più importante motore di ricerca del mondo, è completamente BLOCCATO da qualche tipo di bug che impedisce l’apertura di qualsiasi sito indicizzato al suo interno come potenzialmente DANNOSO.
Ogni sito tramite ricerca da Google è IRRAGGIUNGIBILE, anche, paradossalmente, Google stesso. L’intera rete mondiale è potenzialmente “dannosa” ed irraggiungibile tramite motore di ricerca. Il mondo si ferma.




Anche voi lo leggete:
Dietro le quinte del festival
L'inutile sondaggio:






