Archive for the 'Non catalogati' Category

Qualcuno scriva una canzone sul rigore a cucchiaio di Pirlo

Mi perdoni l’Italia pallonara tutta se questa Nazionale di Calcio non mi scalda il cuore come quella Campione del 2006, che a sua volta non mi aveva scaldato il cuore fino forse alla botta di culo con l’Australia e la conseguente travolgente cavalcata finale di cui forse più di ogni altro momento ricordiamo la sera di Italia Germania, il gol di Mio Dio Fabio Grosso e poi i cori in piazza tedesco-mangia-la-pizza eccetera eccetera. Non mi suscita alcuna simpatia Balotelli, inutile in ogni partita, buono solo per il gossip dei tabloid inglesi ma di fatto egoista e sperduto nell’attacco europeo della Nazionale di Prandelli. Non voglio diventi campione d’Europa uno come lui, non voglio diventi campione uno come Montolivo, Maggio, Thiago Motta.

Vorrei potermi concentrare solo sulle cose che contano in tutta questa faccenda e non sono poche. Sul piatto della bilancia contano più di un Balotelli qualunque, più di una prestazione scialba di Cassano, più di una telecronaca noiosa di Gentili:

– il rigore tirato freddamente a cucchiaio di Pirlo, una classe esagerata – quasi imbarazzante in una nazionale di giovincelli senza carisma – a muso duro senza esultare dopo un gesto simile in un momento in cui era fondamentale trasformare dal dischetto dopo l’errore di Montolivo, qualcosa che rimarrà nella storia del calcio come quello di Totti nel 2000 (“Mo je faccio er cucchiaio”), di Fabio Grosso nel 2006 (“Il cielo è azzurro sopra Berlino!”) e di Baggio nel 1994 (“ALTO!”). Fossimo andati a casa dopo un simile rigore – per quanto mi riguarda – sarei stato ugualmente soddisfatto. Da oggi sul dizionario alla voce “epica”.

– gli azzurri in cerchio che si danno la carica prima dei calci di rigore, con la grinta trascinatrice di Buffon Santo Subito, momenti che uno sport di squadra dovrebbe avere sempre (cfr. Ogni maledetta domenica per esempio) e invece vedi spesso solo nei film.

– la classe di Prandelli, elegante, sorridente, tranquillo, in un abitino da sera perfetto, scarpa lucida, pantalone attillato. Un figurino che batte ogni confronto con gli altri allenatori e supera di gran lunga in simpatia Lippi Papa.

– il mal di pancia tipico da Nazionale, che non provavo più dai supplementari di Italia-Francia del 2006, capace di piantarmi sullo stomaco perfino un innocente piatto di prosciutto e melone.

– le partite davanti alla tv con gli amici di sempre come fosse un rito, il bandierone, la torcida lungo il viale principale della mia città strombazzando e sventolando il tricolore da ignoranti, cosa che attendevamo di poter finalmente fare, fosse anche solo per una sera, in questo faticosissimo duemiladodici. Bentornato Simo.

Generatore di ottimismo (omaggio a Guerra)

(clicca refresh sul browser per generarne un’altra)

One more thing


Ho 28 anni. Steve Jobs, il carismatico leader e fondatore di Apple è morto oggi dopo una lunga malattia. Se vivessi come lui significherebbe trovarmi oggi esattamente a metà della mia esistenza con altri 28 anni per fare della mia vita qualcosa di spettacolare. Non che la mia vita non vada bene come è ora, o che abbia velleità di diventare un guru dell’informatica planetaria visto che vivo in una città di provincia italiana e non nella Silicon Valley. Qui i soldi non ci sono, i cervelli nemmeno, e sono una persona troppo pigra per pensare di fare qualcosa di così straordinario e rivoluzionario o anche solo per provarci. La mia domanda è: quanto ha fatto quest’uomo negli ultimi suoi 28 anni di vita? Tanto, tantissimo. Talmente tanto da essere diventato uno dei personaggi più famosi al mondo. Vogliamo dire forse il più famoso?

Pensateci bene: in pochi come lui sono riusciti a diventare davvero icone trasversali, personaggi pubblici rispettati ed ammirati da una platea che non conosce confini. Si può essere Re, Presidenti, Imperatori o Papi, ma si avrà potere ed influenza solo su un territorio ben delimitato. Oggi questi potenti della terra gli rendono onore perchè tutti ne hanno ammirato il genio e utilizzano i prodotti che ha inventato negli ultimi 15 anni. L’informatica va oltre la politica, la popolarità o addirittura la musica. Non ci sono gusti o pareri nell’informatica o nella comunicazione: è qualcosa che utilizziamo tutti volenti o nolenti. Forse vi piace Linux, forse preferite Windows o i computer Macintosh ma utilizzate procedure e software che fanno grossomodo le stesse cose da Genova a Toronto, da Mosca a Singapore. La rivoluzione iniziata in America negli anni Sessanta ha portato la tecnologia e il progresso nelle nostre case e ha unito le persone da un capo all’altro del mondo, inventando un nuovo modo di comunicare, di lavorare, di vivere le nostre brevi e fragili esistenze. L’esperienza d’uso di un computer, di un software o di un telefono cellulare, unisce tutti, grandi e piccini in un’unica esperienza collettiva. Alle persone che hanno inventato tutto questo saremo per sempre grati eppure la grande maggioranza di noi non conosce il nome dell’inventore del personal computer, o di Internet.

Jobs è riuscito a diventare la prima vera icona globale del mondo hi-tech sapendo parlare alle folle avvicinando la tecnologia a chi si era sempre rifiutato di volerci capire qualcosa. Ha saputo vendere prodotti dal design elegante e innovativi anche a chi non sapeva come leggere le caratteristiche tecniche di un computer o di un telefonino, ma vedeva con i propri occhi come operavano i computer, gli smartphone, e oggi i tablet che Apple ha inventato e prodotto grazie alla sua visione innovativa. Ha venduto sogni ad una generazione di nativi digitali prima, e alla gente comune poi, senza mostrare tette in tivù come Berlusconi nell’Italia degli anni Ottanta, incantandoci con semplici scatolette di silicio e qualche software intelligente dentro di esse.

In questo momento mi trovo in treno e vedo una signora di circa 60 anni che utilizza uno smartphone economico con il touch screen e un po’ mi commuovo perchè quella cosa che sta facendo con tanta naturalezza, quei gesti che sembrano ovvi a molti, sono stati possibili grazie al lavoro di persone come Jobs. Mentre attendevo sul binario due signori in giacca e cravatta consultavano una mappa su un tablet della mela per cercare un ristorante. E’ il progresso, e non ci impressiona più pensare di poter fare queste cose, ma forse dimenticate che fino a pochi anni fa erano cose certamente possibili ma non alla portata di tutti. I tablet esistevano da anni ma fino all’avvento di iPad non hanno fatto quasi notizia e il loro utilizzo non è mai diventato di massa o in qualche modo cool.

Negli anni Novanta adoravo Microsoft (nacque a quell’epoca il nome Ciccsoft che porta questo blog) e la miriade di software che produceva, ho letto un libro di Bill Gates e ho sempre visto in lui un innovatore che con Windows aveva rivoluzionato il mondo dell’informatica fino ad allora fermo al prompt di Dos e alle schermate nere. Il dualismo Jobs-Gates, amici e rivali al contempo, è stato per anni un volano allo sviluppo e all’innovazione portata da Microsoft ed Apple e poi alle migliaia di startup cresciute in California, ma se da un lato Gates ci ha donato Windows e la suite per l’ufficio Office con la quale bene o male in tanti lavorano tutti i giorni, Jobs si è via via allontanato dal semplice business dell’informatica per andare a parare dove ognuno di noi ripone i propri sentimenti: la musica, con la re-invenzione del lettore mp3, il telefono cellulare con dentro internet e i videogiochi, il tablet, oggetto dall’utilizzo ancora incerto ma precursore dell’era postpc che stiamo vivendo. Gadget di culto, desiderati da maggioranze, alla portata economica di pochi ma alla fine acquistati dalle folle anche a costo di assurdi sacrifici. Barboni con l’iPhone. Poveri, ma con stile.

Per questo oggi piangiamo Jobs, che ha perso come ogni essere umano la battaglia con la malattia e la Morte, ma ha ampiamente vinto la sfida con Gates e con la sua voglia di stupire e far sognare il mondo. Lo abbiamo adorato e idolatrato come da piccoli adoravamo Archimede Pitagorico nei fumetti Disney, sempre pronto a tirare fuori dai guai il clan dei paperi con qualche diavoleria bellissima ed impossibile. Se oggi ogni volta che Apple presenta un suo prodotto, gli occhi del mondo intero sono puntati su quello che una volta era un mero evento commerciale per addetti ai lavori, significa che le idee di Jobs sono vive e radicate nella società e nei comportamenti di milioni di consumatori e rimarranno di esempio per almeno un paio di generazioni. Ha saputo venderci i sogni e ieri non è riuscito a vendere l’anima al diavolo. Forse laggiù usano ancora Windows.

11 pezzi che forse non conoscete di Freddie Mercury

My fairy king – Dal primo album omonimo dei Queen, nel 1973, lascia spazio al piano di Freddie e al repertorio favolistico e sognante tipico della sua scrittura dell’epoca. Cori, orchestra, e i primi accenni delle sonorità che hanno portato poco tempo dopo alla gigantesca Bohemian Rhapsody.


Nevermore – 
Da Queen II, una ballata struggente d’amore, breve ed intensa, che ben mette in luce le doti canore di Mercury. Quando tornerà il mio amore? Mai più.


In the lap of the gods (revisited) – 
La versione live di Wembley con lo stadio che canta il ritornello è uno dei momenti più intensi di quell’ultimo storico live della band londinese. Con lo stesso titolo esiste un brano completamente diverso sullo stesso disco (Sheer Heart Attack), da non confondere con la versione rivista divenuta assai più celebre. Cori così se li sogna Vasco Rossi.


Seaside rendezvous – 
Da “A night at the Opera”, forse l’album più bello di sempre, un divertissement romantico e old fashioned a suon di tip tap dove il genio creativo di Freddie attinge dai clichè di un’epoca alla quale ha spesso reso omaggio con soluzioni vocali e musicali curiosissime ed originali. I fiati e il kazoo sono imitati con la voce, il tempo è dato da ditali che sbattono su un asse di legno. Adorabile.


Love of my life – 
Ad un certo punto i Queen si accorsero che questo pezzo non particolarmente celebrato inizialmente, era diventato un inno per una generazione di romantici. In particolare in Sudamerica rimane uno dei pezzi della band più conosciuti ed amati di sempre, e doveva essere inserito in scaletta ad ogni costo, ovviamente lasciando che il pubblico cantasse a squarciagola quasi l’intero brano. Anche a Wembley andò così.


The Millionaire Waltz – 
Un esercizio di stile di Mercury, tra falsetti e cori, un’opera delicata ed originale che forse segna il culmine del loro periodo più glam. Ad un certo punto Freddie si mette ad imitare Marlene Dietrich in una parodia dell’Angelo Azzurro ed è un po’ da standing ovation.


Teo Torriatte (let us cling together) – 
Verso la fine degli anni ’70 i Queen divennero talmente popolari in Giappone da includere svariate date nei loro tour in Sol Levante e da dover rilasciare edizioni speciali di ogni album, pratica che presto sarebbe divenuta prassi per molte band. Questo pezzo è espressamente scritto per questo popolo, e il ritornello è cantato addirittura in giapponese. Un must per ogni live degli anni a seguire per un pezzo in puro stile Queen diventato ormai un classico.


Dreamer’s ball – 
In un album dal titolo Jazz, questo brano sembra davvero avere una sonorità simile a quelle jazz blues della New Orleans degli anni Venti. Solito stile Mercury, voce trasognante e calda, cori, liriche romantiche.


Man on the prowl – 
Rockabilly vecchio stile, con una spolverata di ammiccamenti e coretti tipicamente Queen, dall’album The Works del 1984. Ogni tanto Freddie sembra fare il verso a Elvis nel modo di cantare e nel finale lo strumentale di piano è bruscamente interrotto: durante le registrazioni il nastro finì prima del tempo e la band decise di tenere questa chiusura anche nell’album.


A winter’s tale – 
Pubblicata postuma sull’album Made in Heaven, rappresenta lo stile più maturo e disilluso del Mercury malato degli ultimi tempi. Un inno alla natura e all’amore con picchi vocali incredibili, scritta dalla sua residenza a Montreaux, guardando il lago di Ginevra. E’ l’ultimo brano inciso interamente da Mercury prima di morire, in un’unica sessione successiva all’uscita di Innuendo. Nonostante la magrezza e l’evidente fatica fisica di quel periodo dimostra qui una voce ancora potente e magnetica.


In my defence – 
Il manifesto dell’essere Freddie Mercury. Un pezzo scritto da Dave Clark, ma portato al successo in questa versione inclusa nel Freddie Mercury Album, struggente e definitiva. Che cosa dire in mia difesa? Sono solo un cantante con una canzone, come potrei correggere ciò che è sbagliato? Nel finale, l’ultima immagine di Freddie che saluta e se ne va: I still love you, dice. Come non credergli?

Svegliatevi bambine!


Arriva la primavera e la voglia di aprire le finestre, andare in bicicletta, buttarsi su un prato e soprattutto dormire. Essendo che da queste parti non si ha tempo di fare nessuna di queste cose ci si consola con la marea di uscite discografiche degli ultimi tempi e si cerca di salvare almeno le orecchie e lo spirito. Eccovi dunque una selecao di cose che dovreste sentire, casomai le abbiate perse negli ultimi tempi. L’ordine è pressochè sparso, non chiamatelo nastrone, che la cassettina non c’è più e son rimasti tristi file del computer su cui fare doppio clic.

Cristina Donà – Miracoli
Inizialmente sembra il solito brano della Donà, poi mi ha conquistato il simpatico video e mi sono ritrovato a canticchiarla spesso. Decisamente primaverile, ma se avete ancora un po’ d’inverno dentro forse potreste apprezzare il brano migliore dell’ultimo lavoro della cantautrice di Rho: Torno a casa a piedi, che dà anche il nome all’album.

The Strokes – Under cover of darkness
Se volete risparmiarvi l’ascolto del nuovo disco Angles, una cosa poppettosa con sonorità eighties e una copertina psichedelica, godetevi questo singolo, completamente diverso dal resto del disco e completamente uguale a tutta la produzione e al suono degli Strokes. Sembra uscito dritto dritto da Is this it del 2001. Adorabile.

I’m from Barcelona – Get in line
Che primavera sarebbe senza i loro cori? Rallegratevi, che la bella stagione è appena cominciata.

Subsonica – Benzina Ogoshi
Il nuovo album Eden è gradevole e scivola via veloce con pezzi tipicamente alla Subsonica. Oltre al singolo Eden, ormai in giro da qualche mese, c’è da segnalare questo brano divertessement, dove i Subsonica autoironizzano sulle solite accuse della critica e di parte dei fan: “non siete riusciti a bissare un Microchip emozionale”, dicono. Si, in effetti è così, ma per essere il 2011 ci piace anche un disco come Eden.

Verdena – Miglioramento
Il disco dell’anno italiano per il momento è il loro, e dopo la ballad di Razzi e arpie, e il nuovo Scegli me, scommetterei su questa come terzo singolo tra qualche mese. Certo, tra i 27 brani del doppio cd, tolti diversi riempitivi, c’è solo l’imbarazzo  della scelta.

Jovanotti – Quando sarò vecchio
Anche a sto giro Jovanotti sforna un insieme di ballate, pezzi dance, pop e tormentoni vari che nel complesso non si può non volergli bene. L’ultimo album contiene più di un pezzo originale per suono o testi ma questo colpisce su tutti per l’invettiva, seppur priva di cattiveria, e per il ritmo leggero e spensierato. “Quando sarò vecchio sarò vecchio, nessuno dovrà più venire a rompermi i coglioni”, dice Lorenzo. In tanti han composto la loro Avvelenata negli anni, ma qui almeno si sorride un po’.

Bright Eyes – Jejune stars
Il nuovo di Conor Oberst (per l’ultima volta con il nome Bright Eyes) è un disco ascoltabile ma non eccelso, su cui spicca questo pezzo spensierato e da ascoltare con le cuffie passeggiando per la strada in un giorno di leggera pioggerellina di marzo.

Hellosocrate – Le biciclette di notte
Loro vengono da  Civitavecchia, e hanno fatto un disco meravigliosamente indie pop. Se siete inguaribili romantici come il sottoscritto adorerete questo pezzo tutto biciclette e pucciosità. Eppoi c’è la voce femminile che nei gruppi indie fa sempre la sua porca figura. Vi sfido a non canticchiarla dopo due ascolti.

Fleet Foxes – Helplessness Blues
Ve li ricordate un paio di anni fa con quell’inno tutto uguale ma molto suggestivo che si chiamava White Winter Hymnal? Sono tornati, hanno girato tre accordi e hanno sfornato un altro bellissimo pezzo, forse migliore del precedente. La cosa bella è che suonano e cantano che paiono Simon & Garfunkel ma negli anni Dieci. Per noi che negli anni Sessanta non c’eravamo è senz’altro una buona notizia, e forse anche per chi c’era.

Ex Otago – Costa Rica
Il gruppo elettropop genovese esce con il nuovo disco dopo il successo del primo Tanti saluti, e lo fa con una produzione popolare dove tutti i fans hanno contribuito con una piccola quota alle spese, in cambio di gadget e crediti nel disco e ai concerti. Il singolo tormentone Costa Rica si sposa alla perfezione con il periodo primaverile, la voglia di viaggiare verso posti esotici, scoprire paesi nuovi fino a non rimpiangere nemmeno un pochino la nostra italietta. Pura vida.

Sulla scelta tra donne e gay

Il messaggio di Berlusconi su donne e gay non giunge totalmente inaspettato e non suona insolito ma anzi riassume un po’ la sua filosofia di vita a cui eravamo già abituati da altri stralci di discorsi degli anni passati. Ciò che ha stupito semmai è l’aver voluto esternare in pubblico la sua posizione su un argomento spinoso attirandosi critiche da ogni dove. In realtà un messaggio del genere a mio avviso non è da leggersi come un errore o una gaffe, ma come un ben preciso credo rivolto al suo elettorato, che in tale frase non solo si riconosce ma si rincuora e serra le fila per lo scontro elettorale che si profila ormai in vista.

Come forse alcuni di voi sapranno, per motivi lunghi da spiegare che non starò a riassumere qui, ricevo parecchie email rivolte al presidente Berlusconi, ad una casella di posta elettronica che in molti elettori poco svegli scambiano continuamente per una ufficiale del Cavaliere. Tra una risata e l’altra a volte leggo richieste di aiuto disperate, cose tristi e strazianti, ma il tenore molto spesso è di un allegro pat pat sulle spalle per un presidente che per quanto vada a mignotte e ne combini di tutti i colori dal punto di vista della moralità, non riesce a non essere ugualmente un modello per il maschio medio italiano. Questa è l’ultima lettera che ho ricevuto:

Caro Presidente, so che forse non leggerà mai questa email, ma volevo ad ogni costo comunicare la mia più profonda ammirazione per Lei. Sono un libero professionista, ritenuto dalla gente serio, preparato ed affidabile, ho ricoperto ruoli politici e sono tutt’ora vicino alla politica per motivi professionali. La mia esperienza politica parte per rappresentare gli ideali della destra storica, in particolare ho militato nell’MSI prima e in Alleanza Nazionale dopo e ma mai potevo immaginare che quel presuntuoso ed egocentrico di Fini, tradisse tutti i miei ideali e sopratutto tradisse Lei e tutti quelli che vedevano in lui un degno successore del grande Almirante. La destra che Lei oggi rappresenta, è quella che io ho sempre auspicato governasse il nostro paese ovvero: autoritaria quando necessario, liberale quando è possibile, ma sopratutto anticomunista. E’ per questo che più montano gli scandali su di Lei, più mi rendo conto che in questo paese diamo voce a gente che, non avendo altro a cui pensare (ad esempio il lavoro), passa il tempo a rompere i co…ni (scusi), a chi ha lavorato e lavora 24 ore al giorno ed è riuscito a raggiungere traguardi per loro irraggiungibili. Voglio subito dirLe che l’ultima frase da Lei pronunciata “meglio amare le donne che essere gay”, riassume tutta la mia filosofia di vita, si, perchè oggi in questo nostro paese i maschi sono in via d’estinzione e andare con le donne desta quasi scandalo. Bene signor Presidente, io voglio che Lei mi rappresenti così com’è e che continui a godersi la vita come ha fatto finora! Lasci che questi perbenisti (solo a parole) si sfoghino, arriverà il giorno che si rassegneranno e cambieranno argomento. Nel frattempo a questi diciamo: voi andate a gay, a trans e quant’altro vi pare che noi ce ne stiamo con le nostre care e belle femmine e perchè no! Se sono un pò puttane è anche meglio, così la smettiamo con tutta questa falsa moralità.
Vorrei vedere come si diverte il signor Fassino o il signor Nicky Vendola o peggio ancora la signora Bindy, perchè certamente quello che fanno in privato non sarà quello che piace fare a noi. Bene signor Presidente, concludo augurandoLe ancora di godersi la vita per tanto, tanto tempo, Lei lo può fare meglio e più di me (anche se io nel mio piccolo non scherzo). La invito a non mollare, anzi, sono convinto che se ritorniamo a votare, gli rifaremo il c…..o a scimpanzè, anche senza Fini, che a proposito di donne, ne ha conosciuto una che sarà pure tanto brava …., ma gli ha risucchiato pure il cervello.
Auguri di buona vita Presidente! Non molli (neanche con le feste e le donne) e sia sempre così come è stato fino ad oggi!
Io sono orgoglioso di avere un Presidente come Lei! E penso tanti, tanti altri italiani ed italiane!
Cordialità.

10 cartoline da Berlino

Berlino non ha un centro preciso, non ha un monumento migliore, un posto magico più di altri, sparsa tra i suoi quartieri uno diverso dall’altro e tutti al contempo godibilissimi. Potreste prendere la metro e scendere a caso a nord, a sud, a ovest, e scoprire sempre cose nuove e posti adorabili perchè Berlino è la città dove andare a vivere, dove stare qualche tempo, dove fermarsi ad osservare come si fa una città, e come si fanno i suoi abitanti. A Berlino si respira l’Europa, quella vera, così distante dal nostro ridicolo paese del sud, si respira la modernità di palazzi di vetro che convivono con ruderi di storia, quella storia che ha reso Berlino la capitale indiscussa del Novecento, al centro di ogni avvenimento, artefice del cambiamento culturale e politico e sempre in qualche modo determinante per tutto il Vecchio Continente. Si respirà la normalità di due uomini che si tengono per mano mentre attraversano la strada, di tante persone che navigano liberamente in internet nei caffè, di una discoteca che sospende la musica perchè due persone hanno iniziato a menare le mani così che tutti possano fischiarli e farli smettere imbarazzati, di taxi senza extra notturni, di cartacce in giro nemmeno a cercarle con la lanterna.

Il monumento divenuto simbolo di una città, a voler essere pignoli c’è, ed è il triste muro di cemento che ha diviso in due la città dal 1961 al 1989, simbolo della Guerra Fredda tra Urss e Usa e che oggi Berlino ti vende un po’ ovunque come Venezia fa con le gondole. Girando per la città è un continuo finire nella metà comunista e in quella alleata. Lo si capisce dagli omini verdi e rossi dei semafori: quelli DDR hanno un largo e buffo cappello e quando sono fermi allargano le braccia. Quando si attraversa il muro per terra c’è il solco del suo tracciato con una targhetta e passeggiando per Berlino capita di vederlo di continuo, come qui in Potsdamer Platz, un posto che fino a vent’anni fa nemmeno c’era. Le gambe di Marina sono nella Berlino Est o in quella Ovest? Vallo a sapere.

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Scendere dal pero

Forse non sarebbe opportuno scrivere a cadavere ancora caldo, bisognerebbe analizzare, capire, leggere ed elaborare, come si è soliti dire. Però siamo usciti al primo turno e quindi il nostro desiderio più grosso già da un’oretta a questa parte è quello di dimenticare il più in fretta possibile questo sfacelo.

Dimenticare che Lippi aveva lasciato da vincente ed è voluto tornare sapendo benissimo che non era aria e non sarebbe stata la stessa cosa. Testardo nelle scelte (errate) e nella presunzione che tutto dipendesse esclusivamente dalla sfortuna. Il vincente che torna sui suoi passi qualche anno dopo, per inciso, raramente trova gloria, l’ultimo esempio sportivo evidente mi pare sia quello di Schumi.

Dimenticare che siamo stati a ridere della Francia due settimane solo perchè andavano a picco in un clima di contestazione generale verso il proprio allenatore e non ci siamo accorti della trave nel nostro occhio solo perchè avevamo vinto un titolo quattro anni fa e quindi eravamo più forti.

Dimenticare che siamo stati a guardare Pepe e Montolivo per tre partite e a giustificarli con un beh dai tutto sommato, mentre in difesa un cadavere di nome Fabio e cognome Cannavaro ci faceva vergognare della fascetta di capitano che aveva indosso.

Dimenticare che la squadra che ha vinto il campionato italiano ha contribuito alla Nazionale in campo con la bellezza di zero giocatori e che il problema del ricambio generazionale tra i giocatori italiani era noto da tempo, ma finchè non ci sbattiamo il muso fino in fondo, finchè non scadiamo nel ridicolo, non ci occupiamo dei problemi (vedi l’assurdo colpo di reni negli ultimi dieci minuti dell’ultima partita dopo tre match di sonno, ma in generale un po’ l’andazzo italico di tutta la nostra classe dirigente).

Dimenticare che vincere un mondiale non significa proprio niente quattro anni dopo con altri giocatori e altre situazioni, e che Brasile a parte forse, nessuna squadra può ritenersi campione a prescindere in ogni tempo e competizione. Un pizzico di umiltà in più tante volte non guasta e nell’Italia pallonara manca spesso, a maggior ragione dopo il 2006.

Vorrà dire che staremo a guardarci le quattro stellette sulla maglia, mentre squadrine da sorteggio ridicolo cresceranno anno dopo anno e zitte zitte ci sorpasseranno a destra mentre noi, che siamo campioni blasonati, ancora penseremo di passare per classifiche avulse, autogol, rigori regalati e rocamboleschi incastri del destino. D’altronde l’Italietta è proprio questa, e il calcio ne è il suo più adorabile quanto ridicolo specchio.

. ti regalo un post

Posso dire che tutto questo spopolare del libro di Brondi mi sta facendo venire l’orticaria. Non ci metto il punto interrogativo, perché non ho bisogno di chiedere il permesso. Sgrat. Conservo molto orgogliosamente la copia del suo manoscritto quandoancoranonerafigo (il manoscritto, non lui), con la prima pagina di carta assorbente da forno che nella borsa mi si è stropicciata tutta, con la forma scomoda e improbabile e le figure molto autentiche dei fogli con la sua vera calligrafia. Sgrat. La conservo gelosamente, all’interno ci sono perfino due gambi di papaveri (seccati) da questa primavera in un giorno di particolare ispirazione artistico-fotografica – poi abortita. Ogni tanto quando riapro il libro questi due gambi vengono fuori senza petali e sembrano delle zampe di cavalletta molto lunghi: ogni volta ho paura. Conservo e mi domando: come mai quest’odio e quest’orticaria per questo spopolare del libro di Brondi (edito tutt’oggi da Baldini/Castoldi, altro che fogliazzi riciclati di carta igienica di seconda mano)? Forse perché vorrei essere pubblicata anche io da Baldini e Castoldi? O forse – e io sono più propensa per questa ipotesi – le cose che sono mie sono mie e basta e non devono essere di nessun altro perché ho l’esclusiva sulle cose che trovo molto belle e da quel momento vorrei che sprofondassero nell’0blio generale a parte qualche raro momento in cui IO decido di farle tornare a galla e farvi attingere a tutti ma solo con le dovute maniere e a piccole dosi ecco sì, senza esagerare. Punto interrogativo. Ma non troppo, perché in fondo so la risposta a questa domanda. Sono gelosa di molte cose. Della mia canzone preferita, e anche di Vasco Brondi, a quanto pare, e del suo manoscritto quando ancora si poteva chiamar tale – mano/scritto, scritto a mano, partecipato, stuprato, partorito in via Croce Bianca (dico bene?) che sarebbe il vicolo di Ferrara, io ci sono stata, dove alla fine trovi il Korova, che adesso è il bar dei due fratelli di Vasco Brondi che lavorano facendo a gomitate con gli articoli di giornale incorniciati, le teche, gli altari benedetti, i poster, i videofilmati, i distinti saluti sulle cartoline autografate dal loro stesso fratello minore. Quello che prendevano a schiaffoni da bambino. Quello che gambizzavano quando non si sopportava. Ecco sì, secondo me QUEL manoscritto è nato secondo una sequenza di passeggiate dalla macchina al Korova, nelle fredde notti di dicembre-gennaio a Ferrara. Dico questo augurandomi che Vasco Brondi non abbia avuto un pass o un tagliandino apposito per parcheggiare DIETRO al Korova e non fare più di dieci passi per andare a lavorare, togliendosi così tutto il gusto che invece abbiamo noi, dico noi, che per andare a trovarlo chiuso per ferie, beh, anche andandolo a trovare chiuso per ferie, ci facciamo tutta Ferrara, vicoli, vicoluzzi e vicoletti per un totale di cento chilometri quadrati lungo le strette vie illuminate. Questa é Ferrara. Questo è Vasco Brondi? Era sicuramente Vasco Brondi sì, con i guanti tagliati in cima e le dita scoperte (i fili sì, erano pezzi di maglia tranciati male), e anche se ne sto dando un’immagine insopportabilmente emo punk che sicuramente Brondi non è mai forse stato a parte il periodo del gruppo che aveva al liceo (voci di corridoio), mi piace immaginarmelo così. Così che cammina nel freddo e nel gelo, soffiandosi sulle mani congelate. Mancano dieci giorni al suo ventiduesimo compleanno, la sua ragazza é appena partita per Parigi, in cui, dice, non volano mosche, è sabato sera e davanti al Korova si riuniranno gruppetti di adolescenti poco più piccoli di lui che vorranno bere parlare mangiarsi le unghie attaccar bottone far saltare bottoni ruttare vomitare e poi andare a casa, che domani ci si ha l’appuntamento con il mal di testa domenicale. Non so se avete mai visto le stradine della vecchia Ferrara: ecco, sono puntellate di sassi in rilievo, completamente inadatti a scarpe con la suola bassa e poco malleabile tipo Converse, anche se molto più pittoreschi dei sanpietrini a Roma; ecco io mi immagino che Vasco Broni cammina (molto, perché è senza tagliandino) e gli vengono in mente parole, parole, parole alla Mina, gli vengono in mente frasi, frasi, frasi, concetti – poi improvvisamente uno di quei sassi in rilievo delle stradine vecchie lo fanno inciampare e i discorsi si compromettono: “e i tuoi capelli che sono…” … “nastro isolante” … “c’è un incendio…” “nei bar”. Per una prosa poesia di squisiti versi alla cazzo, che si sposano benissimo e che ci fanno piangere, come se io adesso dicessi oggi ho pensato molto … ai destini degli elettricisti … che mangiano dei gelati troppo sciolti … e i tuoi occhi ricolmi di soli. Sono capace anche io di fare Vasco Brondi, ma in quel manoscritto, con la sua calligrafia tremendamente brutta e incomprensibile, ecco in quel pezzetto rilegato alla peggio, Vasco Brondi era solo un povero coglione che inciampava nelle proprie emozioni come facciamo tutti noi e andava a lavorare com’è giusto che sia, ma era anche un tizio, ecco, sì, un tizio che a me sarebbe piaciuto frequentare, pur nel suo spastico esprimersi e nel suo impostato modo di parlare e soprattutto nel suo modo di leggere così uguale. Era uno che a fine serata cercava di tenere insieme i fogli con le mollette e di venderteli o magari di regalarteli, basta che gli offrivi una vodka, sua grandissima passione. Cosa voglio dire, cosa sto dicendo? Non voglio fare la nostalgica, e nemmeno la moralista. Quella che dice “Ah Brondi era meglio quando non era Brondi”. E chi era, allora? Oppure dire: il successo cambia tutti. E’ un concetto sdoganato, e comunque fa bene lui, a campare col suo unico talento: mettere in fila parole molto belle. Vasco Brondi, per me, è uno che ha fatto molto l’amore col vocabolario. Lo Zanichelli è il suo migliore amico, e come si fa a non voler bene a uno così?  Non sto dicendo niente, su Vasco Brondi, la metà di queste frasi le sapevate già tutti. Sto dicendo che sono gelosa del suo manoscritto prima che lo scoprissero: è diverso leggerlo in quei fogli stupidi, invece che sul libro carino ordinato (e con una copertina orribile) di Baldini e Castoldi. La morale di questa storia è che dovete svegliarvi tutti. Ma a piccole dosi, però, come quando e quanto lo dico io. Poi basta. Sono gelosa delle cose che ritengo belle, perché ormai di cose belle ce ne sono rimaste poche, bisognerebbe per giustizia, secondo me, riazzerare tutto e ridistribuire le preziosità: a te i libri, a te i testi di Vasco Brondi, a te la neve, a te l’esclusiva di dire Sono stato sulla luna! Mi sono persa tra i miei stessi cosavolevodire: non lo so. A questo punto potrei e dovrei premere seleziona tutto e poi fare canc, liberare questo impaccio, togliermi da quest’impasse – per dirla alla Battisti. C’erano alcune cose che volevo dire: che le cose che amiamo ci costringono ad un continuo andirivieni di odio-amore; e che mi dà fastidio che ora la gente legga Vasco Brondi sul libro edito da Castoldi e Baldini, perché dov’eravate fino a ieri?

Saturday Night Fever

Sabato sera, pioggia, Piazza Travaglio, noia.
Mi chiedo che gusto abbiano le mistocchine mentre le vedo, e le sento, cuocersi al baracchino dei cinesi all’angolo. Buon profumo.
Poche macchine in giro.
Ne arriva una, che svolta da Porta Paola verso via Baluardi, ed è leeenta, leeeeenta. Sembra al rallentatore. Poi, un megafono spunta dal finestrino del passeggero, e poi spunta anche il ragazzo che è appeso al megafono. La macchina quasi si ferma. Suspence.
Gracchio bzzz “Andate viaaaaaaaaaaaah, allllllllllllbaneshi di mmmerda” bbbzzz
Gran Ghignate Giovanili, da dentro l’abitacolo.

La macchina sgomma e corre via.

Buffet

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Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

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Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)