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Esperimento politico

Sono venuto in possesso di una copiosa quantità di depliant informativi sul Referendum per l’Acqua del prossimo 12 giugno. Ho pensato allora di provare a fare un piccolissimo e inutile esperimento ‘politico’: ogni mattina li lascerò sul vagone del mio regionale per Venezia e vediamo quanti vengono raccolti e quanti invece lasciati abbrustolire dal sole nell’indifferenza generale.

Oggi, 0 depliant raccolti. Ma siamo persone molto pazienti, se vogliamo.

(Aggiornamenti, nel caso, su twitter)

E non ho altro da dire su questa faccenda

Serafica e precisa, Milena Gabanelli ha dato letteralmente spettacolo ieri sera al Teatro Morlacchi di Perugia nell’ultimo giorno del Festival del Giornalismo.

Incalzata da Corrado Formigli e dalle domande del pubblico (teatro esaurito, ovviamente), Milena ha elargito autentiche lezioni di dignità, prima ancora che di professionalità e serietà, a tutti, dai giornalisti agli stagisti e ai precari e ai cittadini, con risposte tanto sacrosante quanto quasi ovvie.

Ne cito una. “Per strada mi capita di incrociare gente che mi chiede “Milena, perché al lunedì mattina dopo la visione della puntata di Report non scoppiano mai casini e nessuno reagisce?” e io gli rispondo sempre: “Ma tu hai reagito?”.

E soprattutto, ne cito un’altra, che chiude il game, il set e la partita su qualsiasi questione. Formigli riporta i compensi dei conduttori Rai: per la Gabanelli 160mila euro lordi all’anno, Sgarbi invece si prenderà 200mila euro a puntata per la sua futura (?) trasmissione. “Cosa pensi di fronte a queste cifre?”, le chiede, e Milena risponde semplicemente così: “Penso solo che mi pagano per fare un lavoro che mi piace“.
E il teatro viene giù.

Il solito pippone sui social network

Curioso notare come si passa una vita per uscire dalle dinamiche del Liceo, per poi ritrovarcisi ancora, e sempre con tutti e due i piedi ben infilati. Prendiamo ad esempio la giornata di oggi. Nella giornata di oggi alcune delle persone che seguo su Twitter hanno iniziato a vaticinare ambigui status riguardo a Diaspora. Che cos’è Diaspora? Ora ve lo spiego.

Diaspora è un social network open source che si pone in netta contrapposizione a Facebook. E’ ancora ad inviti, lo usano in pochissimi (nessuno), si basa su un concetto di privacy fortemente radicato che prevede dei filtri molto più selettivi e raffinati rispetto a Facebook. Decidi realmente tu cosa far vedere di quello che posti, e soprattutto a chi. Ma non è questo il punto. Diaspora potrebbe anche regalare sedute di sesso gratuite con Natalie Portman o scatenare una rivoluzione per spodestare Berlusconi. Non cambierebbe molto il senso del discorso. Diaspora è semplicemente un “altro” social network, di cui finora nessuno o quasi ha parlato.

Non so da voi, ma nella provincia in cui vivo, provincia più provinciale che mai, essendo della Bassa Emilia, vanno per la maggiore la musica commerciale e le discoteche (sì, le discoteche vere e proprie, non i ‘club’ o i ‘circoli’, quella è roba bolognese o milanese, no, le ‘discoteche’: house, gente laccata e pelle scoperta). Insomma, ce ne sono diverse, tutte praticamente uguali: cambia l’ubicazione, ma l’arredo, lo stile, la musica e la tipologia di persone che la frequentano è praticamente la stessa, clonata nei vari locali. Ora, succede che ogni anno ci sia 1 (una) discoteca che funzioni, a insindacabile giudizio della folla che si raduna unicamente lì dentro: le altre, vanno inderogabilmente a morire e perdono un giro. Ogni anno una discoteca sale alla ribalta e le altre soccombono irrimediabilmente. Il fenomeno è curioso ed emblematico per la sua totale casualità: non esiste un vero motivo per cui primeggi un locale rispetto a un altro, indipendentemente dal lavoro di marketing e promozione dei vari ‘staff’ delle discoteche. Sembra quasi che ad un certo punto le persone si mettano inconsciamente… telepaticamente, fate voi, d’accordo e decretino che quest’anno si andrà tutti a ballare , invece che .

Ecco, se prendiamo ora i social network, o comunque ‘internet’, e li consideriamo come se fossero l’insieme di tutte le discoteche della Bassa, le dinamiche per cui funzioni un sito piuttosto che un altro sono altrettanto insindacabili (non è proprio così, ovvio, ma sto volutamente estremizzando). Un sito funziona quando una quantità discreta di persone inizia ad utilizzarlo, trascinandosi con sè tutto il resto della massa-utenti: ma se chiedete a ciascuno di loro, singolarmente e chiusi al buio di una sala interrogatorio, isolati dal mondo, “perché” hanno iniziato a utilizzarlo, nessuno vi saprà dare una spiegazione soddisfacente. Accade, “così”, per una sorta di armonia collettiva stile invasione aliena che pervade improvvisamente e in modo immanente un certo quantitativo di persone. E così, da un giorno all’altro, “quest’anno si va tutti a ballare lì, invece che là”. Si va tutti a postare lì, invece che là.

Non credo che per Diaspora accadrà la stessa cosa, Facebook è troppo immanente nelle nostre vite internaute per essere soppiantato (è come inventare un sostituto dell’acqua, impossibile). Eppure osservando il fiorire del termine ‘Diaspora’ in molti status della mia timeline su Twitter, infilate in affermazioni critiche di gente che tutto sommato non capiva cosa stava succedendo (vedi il sottoscritto) e gente che invece aveva capito tutto e dunque taceva, mi son venute in mente le dinamiche del liceo. E se dico liceo, o scuola superiore, o scuola, tutti noi sappiamo perfettamente cosa vogliono dire.

Sappiamo che esistono un io, un tu e un loro, mentre il noi è quanto mai relativo. Abbiamo un cortile dove tutti, più o meno, giochiamo, o fumiamo la nostra paglia nell’intervallo. Ma ad un certo punto quell’angolo dietro la palestra, o il marciapiede sul viale secondario diventa un nuovo polo d’attrazione. Il ‘mistero’ di Diaspora è uno dei casi possibili di parallelismi. Eviterò di elencarvi le restanti similitudini tra vita liceale e vita sui social network, lasciando sottinteso che ‘voi’ sappiate esattamente a cosa mi stia riferendo: anche ammiccare per riconoscersi tra simili fa parte dei rituali liceali. Noi e loro. Tu ed io. Gli altri.

Ci abbiamo messo anni, anni di università e di lavoro su noi stessi, prima di tutto, per sfuggire alle logiche di Tapparella e di Come te nessuno mai. Eppure ci siamo di nuovo finiti dentro. L’unica vera ma non decisiva differenza (tra poco vi spiego perché non decisiva) rispetto al liceo è che scompare con internet la dimensione corporea, scompaiono le nostre facce (le nostre foto sono solo avatar, non scherziamo) e finalmente ‘si parte tutti alla pari’. Ma così come c’era una vita in classe, con i bigliettini scritti a mano e passati tra i banchi come ora si scambiano messaggi privati su Twitter o Facebook, poi arriva inevitabilmente il momento del Sabato Sera, della Festa, del viaggio post diploma, arriva ovvero il momento in cui fa irruzione il Paese Reale, ed è lì che si decide davvero se sei buono o cattivo, se sei con noi o con gli altri. E nel Paese Reale le ascelle tornano a essere pezzate, la voce torna traballante, il sarcasmo ricomincia a infastidire invece che portare nuovi follower, stringere la mano ricomincia a costare fatica, quella tipa che non ricambia il tuo innocente sguardo è di nuovo il sacro fuoco per emanciparti. E prometterti che con loro non ci giochi più, che in gita dormirai in stanza con altri, che dopo la maturità chi li risente più. Fino ai prossimi compagni di gioco, quelli che sì, loro sì, questa volta ti ascolteranno.

Vi scusiamo per il disagio

Capita che quando viaggio mi fisso sulle stazioni che attraverso, sui treni che prendo, sui quei binari che sembrano una strada già scritta, ma che poi presentano quegli scambi che ti portano in luoghi differenti. Capita che inizio a parlarne, scriverne e a fare foto. Capita che un giorno guardando fuori da un finestrino penso che sarebbe carino mettere tutte queste cose in un luogo solo.

Capita che tramite il compagno (di fantacalcio, eh) Ciocci abbia scoperto questo tumblr sui treni, si chiama Decauville, il tipico esempio di blog che quando lo scopri ti viene da dire “l’avrei voluto aprire io, un blog così”, e invece ci hanno già pensato altri, tra cui appunto anche Ciocci, e mi viene da aggiungere “per fortuna”, perché dentro è pieno di foto non necessariamente belle, ma sicuramente vere, ché secondo me c’è tanta verità sopra e sotto i treni, e attorno alle stazioni, e se uno vuole annusare il sapore di una vita da pendolare o si ricorda ancora quella volta che ha salutato quella persona su quei binari, insomma se uno vuole annusare la vita che odora di metallo surriscaldato, ecco allora deve guardare le foto di Decauville. Questa qui sotto l’ha scattata Ciocci, appunto, e guardando i binari di Falconara Marittima incrostati di sale marino ti rendi conto che certe verità si possono trovare soltanto grazie alle Ferrovie dello Stato.

Gaia invece sui treni per andare e tornare da lezione tutti i giorni incontra persone e queste persone le rivolgono praticamente sempre la parola, così, spontaneamente, ché già questo sarebbe bello o terribile di suo. A me per dire nessuno rivolge mai la parola, sarà che leggo la Gazzetta o i mensili del Sole 24 ore che vanno via a 50 centesimi, mica Internazionale, quella la leggo per conto mio in ufficio, sarà che ho la faccia antipatica, vallo a sapere, insomma mai un cenno o un accenno di conversazione. A lei invece le persone parlano, le dicono delle cose che tutti noi lasceremmo scivolare via come squilli di telefonini o annunci di ritardi, lei invece se ne ricorda e quando torna a casa le annota tutte su un tumblr che ha pensato bene di chiamare Treno di panna, che ti viene voglia di leccare le maniglie dei portelloni quando non si aprono. L’ultima persona che ha incontrato le ha detto questa cosa qui:

ieri mentre ero alla stazione di arezzo che leggevo paolo nori e ridevo ad alta voce, s’è avvicinato un vecchietto che m’ha detto ma cos’è? che voglio ridere anche io.

Ciocci e Gaia invece di dormire o sbirciare sul monitor del tipo che siede a fianco, attività che peraltro svolgo con regolarità marziale, oltre a origliare, sbirciare dai sedili guardare nel vetro per osservare impunemente il profilo di una ragazza che mangia panini come se facesse la maglia, stessa mitezza costruttiva, e sorseggiare caffè della macchinetta. Loro invece notano le cose, quelle cose che accadano soltanto sui treni, che ti viene quasi da ringraziare, le volte che i regionaliveloci sono in ritardo dei soliti 40 minuti, per i ritardi, e quando Trenitalia si scusa per i disagi ti chiedi, ma quali disagi?

Panorama presenta

Panorama in edicolaIo me li immagino, seduti nelle sale d’attese del medico di famiglia, con i loro respiri pesanti, chiusi nei loro cappotti, mentre richiamano i muscoli usurati dal tempo e sfidano gli acciacchi per allungare il braccio e carpire con le loro mani rugose la copia di Panorama sul tavolino di vetro, quei tavolini di vetro sopra pavimenti di marmo di stanze adornate con piante sempre verdi e pareti dipinte di beige.
Me li immagino mentre inforcano gli occhiali spessi per leggere bene il titolo strillato, SCROCCONI urla Panorama, cos’è quello, ah, è un Pinocchio sopra la sedia a rotelle. E così, alla faccia di possibili disastri nucleari e di guerre dietro casa, il respiro pesante si interrompe per aprire le labbra e lasciar scaturire tutta la propria indignazione. SCROCCONI, dice Panorama, perché non ci si dimentichi di quei farabutti che fingono di essere invalidi, ai danni dello Stato e quindi di tutti noi onesti lavoratori.

Poi mi sono imbattuto, ieri, nella copertina del settimanale Panorama. Il titolo non ammette sfumature: “Scrocconi”. L’immagine non potrebbe essere più chiara: una carrozzina stilizzata, su cui siede un Pinocchio altrettanto stilizzato. Il sommario che rimanda a un’inchiesta “esclusiva” recita così: “Invalidità inesistenti, certificati falsi, pensioni regalate. Ecco chi sono i furbi (e i loro complici) che fregano l’Inps. A nostre spese”.

Tanta roba. Roba forte. Le labbra si aprono come riflesso istintivo per il leggero moto di indignazione. E subito vengono in mente mille casi di conoscenti o pseudotali che millantano da anni una qualche disabilità. Chi non conosce qualcuno che finge di essere cieco e poi lo vedi guidare la macchina? Figuriamoci a Napoli poi, quanti ce ne staranno così.

La questione più grave e inquietante è la scelta di dedicare la copertina del settimanale a questo tema, nelle giornate dell’incubo nucleare, della crisi libica, dei tanti processi al premier, del federalismo che passa, della riforma della giustizia, tanto per citare argomenti assolutamente bipartisan. Il direttore di Panorama non ha certo scelto questo tema in modo casuale. C’è un pensiero dietro, c’è sicuramente un disegno ben preciso. Lo stigma di quella copertina è gravissimo: in copertina non si distingue, si fa di ogni erba un fascio. Si indica la carrozzina, simbolo riconoscibile da tutti per denotare la disabilità, quella vera.

E poi la bocca si richiude, il respiro torna regolare come lo scorrere di un fiume nella pianura, senza intoppi, la copia di Panorama ritrova il suo habitat naturale, il tavolino di vetro delle sale d’attese, dove non si fa nemmeno in tempo a leggere l’articolo all’interno, il dottore chiama, loro si rialzano in piedi a fatica, scricchiolando e quasi sentendosi già un po’ meglio.

(via FrancaMente)

Lezioni di vita

Un padre cammina a bordo strada spingendo un passeggino con a bordo una simpatica fanciulla. Quando è giunto il momento di attraversare, si rivolge così alla piccina: “Andiamo sulle strisce, così se ci prendono ci pagano“.

150 e sentirli tutti

Allora prima ho preso la macchina, e me ne sono andato in giro per la città con i finestrini abbassati, visto che alla fine a marzo è uscito il sole, ho girato per le periferie la stazione semideserta il centro e sono tornato a casa. Ho preso la macchina per andare a vedere se poi alla fine la gente aveva messo o meno questi tricolori, e insomma sì, ne ho visti parecchi, non tanti certo, ma diverse bandiere alla fine sono spuntate, molte erano nuove, le riconosci perché hanno ancora tutte le pieghe e hanno un verde che dopo 150 anni non può mica essere così brillante, dai, e un bianco che è ancora bianco e un rosso grondante.

E nel vedere quei tricolori ancora umidi per la pioggia di ieri sera e di tutti i giorni precedenti, nel vedere mia mamma, 60enne esasperata dalla politica e da praticamente tutto, che lo espone, lei che per i mondiali la taglierebbe, quella bandiera consumata che tengo nell’armadio, nel vedere pensionati che girano con la moglie a fianco e tenendo per mano un bandierone enorme, che secondo me la moglie se ne vergogna pure un poco, viste le dimensioni esagerate non certo da passeggio, nel vedere insomma tutte queste bandiere, non tante certe ma nemmeno poche, che mi ricordano un po’ le bandiere della pace di qualche anno fa, spuntate (anche un po’ per moda) per difendere qualcosa, le bandiere spuntano sempre quando c’è da difendere qualcosa, un tempo dalle bombe ora dai leghisti (guarda come siamo ridotti, dalle bombe ai leghisti), nel vedere tutte queste bandiere che lo so, a quasi tutti non interessano, a molti infastidiscono quasi, tutti in fondo avremmo un motivo valido per tenere il muso a quella bandiera lì peraltro, io le guardo insomma, e a me invece suscitano soltanto mica rabbia, mica orgoglio, figuriamoci, ma nemmeno resistenza o amarezza o voglia di riscatto, a me quelle bandiere a quei balconi, mi fanno tanta tenerezza.

Cartoline dal Mozambico

Mentre noi siamo qui che contiamo i giorni che ci separano dalla meritata primavera, c’è anche chi si gode un panorama meraviglioso in un villaggio sulla costa del Mozambico, in missione per una Onlus veronese con lo scopo di preparare la popolazione locale ad affrontare l’avvento delle ruspe, del cemento e del turismo di massa. Simur, che i lettori di vecchia data ricorderanno su queste pagine come “quello che è andato da Ferrara a Capo Nord in bicicletta“, ha aperto un piccolo blog dove racconta la sua attività sotto forma di scomodissimi pdf scaricabili settimanalmente. Ma soprattutto sta scattando le foto più belle che abbia mai fatto in vita sua, vuoi per i panorami, vuoi per i volti, vuoi per l’attrezzatura professionale di cui è dotato. Si trovano qui, e a me ricordano un po’ l’isola di Lost.

La seconda cosa che vedi quando arrivi a Ferrara

Ancora treni, ancora stazioni e piazzali davanti alle stazioni, non è che stiamo diventando un blog per pendolari, però non è nemmeno colpa mia se le cose succedono o non succedono dentro e fuori e lungo le stazioni. Ché detta così sembra esattamente quella banalita qual è. Ma insomma, le stazioni sono posti così fascisti, ché le stazioni praticamente tutte le hanno tirate su loro, da diventare perfetti luoghi di resistenza, e sono posti fascisti e dunque spigolosi, essenziali e definitive nelle forme, con quei marmi segnati e quindi liscissimi, quando non sono incrinati, e quei freddi d’inverno dove sono tutti sotto i sottopassaggi ad aspettare una poltrona calda dove poter dormire altri cinque minuti in più. Dentro le stazioni si resiste, fuori dalle stazioni capitano cose che nemmeno ci fai caso, vedi gesti piccoli inoffensivi gratuiti e però proprio per questo ti sembrano anche così volgari, quasi te ne vergogni a parlarne.

Il biciclaro della stazione di Ferrara

Uno esce dalla stazione di Ferrara e la prima cosa che vede è un mare di biciclette. Piantagioni di bici (bici e stazioni, sempre lì si finisce, ve l’ho detto) geneticamente modificate, ridipinte per non farle riconoscere dai rispettivi proprietari che nel frattempo le avran rubate a qualcun altro. Io, per dire quanto son diventato diffidente, la parcheggio lontano, mica lì davanti, la parcheggio lontano al sicuro nel cortile di un palazzo. Lontano.

Allora quando esco dalla stazione, per colpa della mia diffidenza mi tocca fare un pezzo di strada in più a piedi e passo davanti a queste biciclette parassite che si attaccano a qualsiasi cosa, rastrelliere pali infissi alberi cartelli, e poco prima di infiltrarmi nel parco attorno al Grattacielo, un tempo la zona più malfamata di Ferrara ora “simbolo” dell’integrazione, almeno così dicono, sicuramente forse l’unico posto dove d’estate alla sera ci sono bambini fuori a giocare o persone a discutere tra di loro, appena prima di entrare nel parco del Grattacielo ci sta sulla sinistra il ‘biciclaro‘ della stazione, che oltre a riparare le biciclette rotte ha il suo piccolo parcheggino privato, dove pagando lui ti tiene a bada le biciclette.

E’ un servizio per i pendolari diffidenti, o pendolari esasperati dai continui furti forse, o pendolari che toccatemi tutto ma la mia bicicletta no, ognuno ha i suoi validi motivi per non volersi fare fottere la bicicletta, e allora paga e la lascia lì, in quelle rastrelliere un po’ più rastrelliere delle altre, dipinte di giallo e separate dalla giungla con soltanto un cordicino metallico. A vegliare su di loro, mentre tu dormi verso Padova Rovigo Venezia Bologna, ci sta un omino, un umarell meccanico di biciclette, che butta un occhio ogni tanto, così tu sui tuoi regionali puoi dormire tranquillo, sicuro alla sera di ritrovare la tua fedelissima bici (rubata o meno).

Però il biciclaro della stazione non si limita a tenertele lì, le biciclette. Cioè, a forza di passarci tutte le sere, ho notato che intorno alle sette e mezza ormai tutte le bici sono state riprese dai legittimi (o meno) proprietari, tranne una, ed è la bici di una ragazza, oddio, donna, signora, insomma, di una tipa che secondo me è una professoressa o una maestra forse una mamma, non importa, lei si presenta dal biciclaro e lui è lì sulla soglia della bottega con la sua bici in mano. Sta lì, ad aspettarla, così lei quando arriva al termine della giornata, deve soltanto prendere la bici già aperta che le viene offerta dal biciclaro, salire e salutare ringraziando quella persona lì, che non si limita a riparlarle, le biciclette, o a buttarci un occhio, ma te le porge anche.

Ecco. La seconda cosa che uno vede, uscendo dalla stazione, dopo il mare di biciclette, è un gesto carino. Uno poi pensa, stai a vedere che qui a Ferrara sono tutti così. Carini.

A Ferrara le bici erano come le persone

Niente, ieri con i due viaggi in treno e mettici anche un’ora sottratta al sonno ho finito un libro che avevo preso praticamente senza pensarci alcuni mesi fa. Quando intendo senza pensarci intendo davvero senza pensarci, sono uscito dal lavoro, sono entrato dalla Mel (perché da noi si dice così, LAMEL), ho chiesto se avevano quel libro, che era uscito esattamente quel giorno stesso, qui la pazienza te la raccomando, sono entrato trafelato perché ero in ritardo, ero in bici e poi dovevo tornare a casa e scambiare la bici con la macchina, avevo ancora la Puntoverde, all’epoca, cara lei, e poi andare dal cinese e poi in stazione, e poi andare al Comunale per il miglior concerto di Vascobrondi visto finora, ché sabato all’Estragon non ci vado perché ora ci ha messo pure la batteria nei pezzi e perché comunque vado altrove, se ci metti insieme tutto questo ero trafelato e insomma entro da Lamel e chiedo questo libro, il tizio ci guarda e dice sì ce l’ho, e io dico che però ne volevo due copie, è possibile? e lui ah guarda ne abbiamo cinque se vuoi te le dò tutte, a me non cambia niente, a me sì invece, quindi ne prendo solo due, il massimo indispensabile, prendo infilo nello zaino vado in stazione e lo sventolo fuori e dico fanculo a trenitalia.

L’ho preso così, senza nemmeno sapere di cosa parlava, e guarda caso anche dentro al libro partono diversi fanculi a trenitalia, ma è più che altro un libro sulle biciclette, l’ho preso poi anche per quello, oltre al fatto che fosse di Paolo Nori, l’avevo sentito parlare, leggere cioè, soltanto a Carpi per la Resistenza e lì mi aveva fatto rabbrividire, in senso buono, e sorridere, e ne avevo sentito parlare come uno dei migliori scrittori italiani viventi, più o meno, adesso probabilmente ricordo male, ma questi sono dettagli, a me contava che mi avesse fatto rabbridivire (un lavoro) in senso buono, contava che parlasse di biciclette, anche se poi ho scoperto che non era il tema principale, contava soprattutto mandare a fanculo trenitalia, fare le sorprese, comprare un libro. Ecco, l’ho preso essenzialmente perché avevo voglia di comprare un libro, che significa tante cose, nell’ordine: avere voglia, avere voglia di comprare, avere voglia di comprare un libro, un libro. Tanta voglia che ne ho prese due copie, figuriamoci.

Ora, potrei passare le prossime giornate a riportarvi le pagine che ho cerchiato sobriamente con la matita, facendo un cerchio attorno al numero di pagina, invece che sottolineare il pezzo esatto, ma perché intanto non so, mi mettono soggezione i libri, nel senso buono, e allora non mi va di sporcarli col mio tratto di penna che va di traverso, e poi perché cosa vuoi sottolineare, lì tutte le pagine son buone e allora l’ho presa alla larga, così quando tra ventanni lo andrò a ripescare dalla mia libreria di casa (tra ventanni ce l’avrò anchio vero una casa mia sulla via Emilia?) per rileggere i passaggi che ho adorato finirà che per ritrovarli leggerò anche tutta la pagina intera e quindi anche il libro intero. Potrei insomma, ma mi trattengo, anche perché ho pensato, metti che ve le riporti tutte, poi vi passa la voglia di comprarlo anche voi, questo libro, e non va bene, perché questo libro non parla mica solo di biciclette, parla di nasi a forma di roncola e di cassette sbobinate. Soprattutto cassette sbobinate.

E al mare, a Viareggio, una signora che era seduta sotto l’ombrellone vicino al nostro aveva raccontato a una sua amica che suo figlio, siccome gli avevano insegnato che non si dice Voglio ma Vorrei, adesso lui a sua mamma e a suo babbo diceva: “Ti vorrei bene”.

Paolo Nori – A Bologna le bici erano come i cani

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Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)