Archive for the 'Società' Category

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Hell vetica!

“Hai visto che ho usato anche l’Helvetica? Che brava eh?”

Sms, mail, segnalazioni sui social network di casi d’uso e tesi sull’argomento. Questa mia mania per il carattere Helvetica inizia ad essere nota anche ai sassi. Mi aspetto da un momento all’altro che anche mia nonna scelga i biscotti per la mia colazione mattutina sulla base dei font sulla confezione. Mi rendo conto di essere una persona orribile quando trovo le cose scritte in Helvetica Neue e faccio gli occhi a cuoricino, o quando spiego agli amici come riconoscere Helvetica dall’Arial guardando i particolari di alcune lettere. O quando trovo scritte in Comic Sans e mi lamento a voce alta come se avessi trovato una mosca nella minestra o mi avessero fatto uno sgarbo gravissimo. Per tutti quelli che hanno vissuto quei momenti, mi scuso per gli episodi passati e per quelli che verranno, almeno fino a quando Microsoft non ritirerà da questo pianeta il suo font peggio riuscito di sempre.

Chiedi cos’è (stato) Splinder

Per coloro che non hanno mai sentito parlare di Splinder, o sono sul web da troppo poco tempo, gli basti sapere che quella che chiude oggi i battenti dopo circa undici lunghi anni è stata la più grande piattaforma di pubblicazione per blog in Europa degli anni Zero. La più diffusa in Italia prima dell’avvento di WordPress, la più vasta community di scrittori in erba, appassionati, grafomani, giornalisti, scrittori e disperati. Tutti i blogger negli anni hanno a suo tempo iniziato a scrivere sulla rete aprendo un blog su Splinder prima di mettersi in proprio comprandosi un dominio nomecognome.net. Hanno passato le giornate a leggere blog su Splinder, commentare blog su Splinder, linkare blog su Splinder.
Per quel che mi riguarda si è trattato per anni della principale attività alternativa allo studio dell’Ingegneria, quella che ha causato notti insonni, appelli mancati, distrazioni in aula, chiacchiere al pub e organizzazione di eventi smandrappati.

Perché c’è stato un tempo – in cui non esistevano i social network e nemmeno YouTube – in cui ad un gruppo sempre più ampio di persone venne la mania di aprire un blog per raccontarsi e per raccontare qualcosa. Erano i primi anni del Duemila e come per incanto sulla rete si potevano intavolare discussioni bellissime, approfondire concetti, raccontare storie, aggregarle, mescolarle, ascoltando quello che i lettori avevano da dire e a loro volta da proporre nei rispettivi blog. Ognuno produceva contenuti e ne fruiva altri, in uno scambio enorme di conoscenza, sensazioni, idee messe nero su bianco.
Ovviamente all’inizio scriveva solo chi aveva qualcosa da dire, per lo più aspiranti scrittori ed addetti al mestiere come giornalisti o addetti stampa, ma anche molte ragazzine che tenevano un diario virtuale al posto di quello con il lucchetto nascosto in un cassetto. C’era parecchia qualità in giro, mescolata ad una buona dose di cosiddetta fuffa.
Ci si conosceva fuori dalla rete alle blogfest, alle blogcene, e ai blograduni, che sembrano nomi ridicoli ma dietro c’erano persone che nella vita reale abitavano in posti lontanissimi e quando si incontravano di persona quelle poche volte l’anno avevano un sacco di cose da dirsi perchè conoscevano l’uno dell’altro interi scampoli di esistenza letta tra le righe di un blog.

Noi nel nostro piccolo eravamo una piccola perla di blog, cari i miei quindici lettori. Ci leggevano in centinaia ogni giorno, avevamo un programma su una webradio, stampavamo un giornalino, andavamo ai raduni e ne abbiamo persino organizzato uno un po’ bucolico ai Giardini Margherita di Bologna dove si è finito per giocare a bandiera come quando eravamo ragazzini.
Eravamo quasi famosi. Una volta hanno riconosciuto me ed Attimo per strada a Bologna e la cosa ci aveva fatto parecchio ridere per quanto fosse assurda. La cosa che ci distingueva, fin dagli inizi quando eravamo ancora su Splinder, era avere un blog a più voci che unisse l’Italia da nord a sud. Idea certamente non nuova, ma siamo stati un po’ come il Parma di Scala, pieno di talenti incredibili che sono passati e negli anni hanno avuto successo e fortuna altrove.
Tra gli oltre 50 collaboratori persone che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e con cui collaborare come Francesco Costa, oggi in forza al Post, Francesco Locane, conduttore di Radio Città del Capo, Margherita Ferrari, Mauro Zucconi, Marco Bertollini, Gabriele Capasso (che non ha un blog di riferimento ma oggi scrive per TvBlog e CalcioBlog) e tanti altri che negli anni sono passati da uno pseudonimo sulla rete a scrivere libri veri e propri o a collaborare per riviste e giornali vari. Questo grazie anche a Splinder, principale piazza di ritrovo in quegli anni.

Abbiamo intessuto relazioni tra persone, avuto opportunità di lavoro, incluse le attuali professioni per molti di noi, incluso il sottoscritto. Quello che era un gioco è diventato un lavoro a tempo pieno e una palestra dove esercitare l’arte del web design, del marketing, e in generale di ogni aspetto che ruota attorno alla comunicazione e all’informatica.
Abbiamo conosciuto ragazze, ci siamo fidanzati, mollati, desiderati, frequentati per un po’ e poi buttati via. Abbiamo fatto sognare qualcuno per quello che abbiamo scritto e abbiamo sognato una sconosciuta dalla penna tagliente per poi scoprire che nella vita reale eravamo entrambi anche qualcos’altro, con i nostri difetti e i nostri non detti.

Splinder insomma è stata lo specchio dei nostri anni Zero, quella che ha custodito i nostri pensieri più profondi e più sciocchi, il nostro desiderio di comunicare qualcosa con il mondo fuori, ma anche colei che ha costruito le nostre identità in rete, il nostro essere diversi a volte da come siamo nella realtà di tutti i giorni, in casa, al lavoro o con gli amici.
All’epoca sotto uno pseudonimo, oggi con nome e cognome come i moderni social impongono, molte delle nostre presenze online si sono costruite negli anni attraverso le parole che abbiamo scritto sui blog, le cose che abbiamo raccontato e quelle che abbiamo taciuto. Siamo diventati grandi insieme a Splinder e grazie a lei molti di noi ancora oggi adorano scrivere, raccontarsi e non buttarsi via. Rintanati da qualche parte al sicuro dietro uno schermo, proprio come allora.

Ci siamo ancora quasi tutti, sparsi qua e la come dieci anni fa, prima che arrivasse la grande onda dei blog e la piazza di Splinder a riunirci qualche anno per poi disperderci di nuovo. A voi il difficile compito di scoprire dove siamo finiti, come ci chiamiamo oggi, e se siamo ingrassati un po’.

Governo di Unità Nazionale

Se cade è a causa di eventi enormi, condotte eclatanti, puttanai strabilianti. Questo significa che uno leggermente meno incline ad eventi enormi, condotte eclatanti, puttanai strabilianti – uno così ma leggermente più presentabile – avrebbe potuto continuare a guidare quel paese. Ci sono quelli che non lo difendono più a causa di eventi enormi e condotte eclatanti, ma dategliene uno appena appena meglio e se lo faranno bastare.

Evviva le persone normali“. Floris chiude così una puntata moscia di Ballarò, moscia per vari motivi, tra cui per esempio il fatto che Floris non sia uno come Santoro (Santoro avrebbe pescato a mani nude nella carne macinata uscita dall’insaccatrice del Parlamento, la smorfia di Berlusconi alla lettura dei risultati, il deputato che invece di votare va in bagno a pisciare, il vedo-nonvedo serale davanti alla moka di Napolitano), ci ha messo semplicemente la musica della Piovra, e qualche immagine di repertorio. Un altro motivo per giustificare la scarsa rilevanza emotiva della puntata di stasera di Ballarò consiste proprio nel rendersi conto di come i momenti che più mordevano lo stomaco, gira che ti rigira, erano appunto proprio le immagini di repertorio stesse, quelle delle dichiarazioni di Silvio, forse l’unico, in questi diecimila ultimi anni, a metterci (finto) sentimento. Ma il punto è un altro, il punto è che oggi si celebra l’inizio della Fine, vada come vada molto difficilmente vedremo ancora Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio. Quando accadrà, questa notte, domani, mai, è tutto sommato relativo: il punto è che riusciremo lo stesso a prendere sonno.

Ecco, e qui torno alla citazione iniziale dell’imprenscindibile Rafaeli, ed è questa la vera e definitiva e secolare vittoria di Berlusconi: stasera riusciremo comunque a prendere sonno. Incapaci, i più, di scorgere il “calcio dell’asino” (come l’ha definito Lucia Annunziata) che sta cercando di propinarci, indirizzando la Fine, sì, dove vuole lui (elezioni anticipate), ma soprattutto incapaci di renderci conto di constatare come ci siano voluti “eventi non prevedibili”, e fattori esterni al nostro paese, per costringerlo con le spalle al muro. C’era una gara, tra Silvio e i Buoni, e i Buoni non sono riusciti a vincerlo, un po’ come il fragile Andromeda alle prese con i Cavalieri d’Oro, alla fine toccava sempre al fratello Phoenix intervenire, sporcarsi le mani, e sbrigare la faccenda. I Buoni, ancora una volta, si sono dimostrati pavidi e inetti come Andromeda, soverchiati da un ribrezzo verso l’uomo e un inconfessabile e remotissimo senso di (paradossale)… rispetto (vogliamo chiamarlo così? soggezione, forse) verso il Drago dalle Mille Teste. Abbiamo perso tutti, noi buoni, negli anni ci siamo spogliati dell’armatura, ci siamo persino liberati dalle catene dei partiti e della politica, per provare a scalzare il Drago, ma ci voleva il fuoco per scacciarlo via, per rintanarlo da dove era venuto, dalla terra.

E così, con la tovaglia piena di tappi di champagne e di tasti F5 sparsi ovunque, a fine serata, non mi ricordo nemmeno più cosa ci sia da festeggiare oggi, o domani, o quanda sarà davvero compiuta, la Fine. La Fine è in atto dal suo Inizio, e probabilmente molto prima. La Fine è iniziata da quando abbiamo chiuso gli occhi, noi elettori di destra, e da quando abbiamo smesso di parlarci, noi elettori di sinistra, e poi si è allargata ed è uscita dalle urne vuote, per entrare nei nostri ristoranti pieni. Alcuni padri della patria oggi invocano un Governo di Unità Nazionale, che risollevi le nostre sorti. E come spesso mi accade, intravedo il presente tra i vagoni di un treno, forse uno degli ultimi avamposti in cui persone diverse sono costrette a stare assieme, a condividere aria, disagi, fortune e sfortune. Oggi, per dire, sono salito sul vagone, e di fianco a me c’era seduto un bisonte, stravaccato, con le sue gambe ostruiva il cestello dei rifiuti sotto al finestrino. Io, che sono timido e spaurito, ho preferito non ‘disturbare’ l’aggraziata postura del bisonte, e mi sono alzato per andare a gettare nel cestino del bagno il mio bicchiere di caffè da macchinetta a 80 sudati centesimi, lasciando sul mio sedile il mio zaino Invicta. Quando sono tornato, un signore si stava per sedere proprio lì, mentre il bisonte incurante continuava a guardare un filmato su Yahoo sul suo netbook, facendo finta di nulla, dimenticandosi che quello zaino era il mio, ovvero quello di sconosciuto: dunque perché ricordarsene? E poi sono arrivato in tempo, ho evitato il ‘sopruso’, mi sono seduto, e poi è salita una tipetta tutta entusiasta, che parlando al telefono raccontava all’amica che oggi “c’era il voto di fiducia sul governo”, e io stavo per dirle “ma no cretina, non era un voto di fiducia”, e invece di spiegarle pacatamente il senso della giornata, ho taciuto, tra la rabbia e la ragionevolezza ho scelto come sempre il silenzio, come aveva fatto poco prima il bisonte incurante del mio zaino segnaposto, e ho proseguito a origliare la telefonata (le famigerate intercettazioni?), facendomi investire dal suo entusiasmo: “Sai, sono davvero indignata, non si può andare avanti così, bisogna fare qualcosa di costruttivo, e allora ho deciso che parteciperò alla tendopoli che stanno tirando su in Prato della Valle, devi venirci anche tu, è strabello!”. Già.
Io, lei, il bisonte, tutti pronti, tutti vittime della sindrome “Guardo solo al Mio Giardino”, tutti possibili candidati per incarichi di responsabilità nel prossimo Governo di Unità Nazionale. Silvio già trema.

Veneziani for dummies

Venezia è una citta dove di notte ci dormono i veneziani, di giorno ci vivono i turisti. Quando ci sono i turisti è difficile incontrare i veneziani, perchè in confronto sono pochi, ma ci sono lo stesso e si possono riconoscere da alcuni semplici segni:
1) sono quelli che imboccano le calli più strette, e girano con disinvoltura sapendo perfettamente dove andare senza una mappa in mano
2) hanno un trolley con cui sono andati a fare la spesa
3) bestemmiano perchè non si gira dai troppi turisti

Poi ci sono alcune categorie tipiche che a Venezia oltre che a viverci ci lavorano, tanto, e fanno talmente tanti soldi, o schei, che finiscono per copiarsi ed uniformarsi tra di essi fino a essere indistinguibili. Essi sono:
1) i gondolieri, o popi; sono quelli che vestono magliette a righe e cappello di paglia, che sanno stare in equilibrio sulla gondola mentre cantano e spennano i turisti per un giro di 10 minuti facendoli sentire re, di solito molto abbronzati, non i turisti, i gondolieri, si riconoscono perchè cantano sovente “O sole mio” o altri brani tipicamente non di estrazione veneziana;
2) i tassisti, che guidano i motoscafi e vestono firmati, tirano coca, e sono ricoperti di gioielli per far vedere che hanno tanti contanti in tasca e non pagano il fisco, di solito molto molto abbronzati, i tassisti, non i contanti, si riconoscono perchè si salutano tra di loro chiamandosi “‘more“, che sta per amore, ma sotto sotto si insultano e a volte si accoltellano, non in senso figurato, in senso di coltelli nella pancia, ospedali e funerali e quando arrivano i turisti americani gli danno pure la mancia perchè cento euro gli paiono pochi per venti minuti in barca;
3) i ristoratori, che gestiscono locali dove si mangiano (male) cose tipicamente italiane ma non veneziane come la pizza, la lasagna o gli spaghetti alla bolognese e spennano i turisti che però sono contenti di essere in italia e mangiare queste cose italiane in una città da cartolina come questa e magari c’è pure il tipo con la chitarra come a roma, tanto tutta l’italia è paese;
4) gli uomini con il carretto, che portano oggetti, pacchi, rifornimenti, alimentari e cose, su e giu’ dai ponti con l’ausilio di due ruote, son quelli che per strada urlano “attenzione, attenzione” per far spostare la gente, poi la gente non si sposta perchè non capiscono l’italiano e allora passano alle bestemmie, ma in quel caso ricadono nel punto 3 del primo paragrafo.
5) pakistani con le rose, veneziani acquisiti, ma quelli ci sono dappertutto e poi molti la sera vanno a dormire in terraferma quindi non vale.

Ci sono infine altre due categorie di veneziani, che non lavorano perchè sono troppo giovani o troppo vecchi. Sono i giovani e i vecchi.
I giovani, da queste parti detti “fioi“, sono quelli che giocano nelle piazzette, da queste parti dette “campi“, dove magari su due tre lati su quattro non c’è l’acqua e non ti cade sempre il pallone dentro costringendoti a comprarne un altro o a chiedere ad un gondoliere di ridartelo. Tuffarsi a riprenderlo sarebbe da escludere, ma non sempre i fioi sono così accorti da fare quello che le madri vorrebbero. I fioi si riconoscono perchè quando arrivano a diciott’anni, a differenza dei loro coetanei terricoli, di prendere la patente non gliene può fregare di meno, ma hanno già da qualche anno un barchino per andare in camporella (da queste parti “baccan”) con la morosa.
I vecchi invece sono persone per bene che hanno passato la loro esistenza in isola e mai la lascerebbero per andare a vivere a Mestre in qualche grigio e triste palazzo. Il fatto che vivano ancora a Venezia garantisce che abbiano una ottima pensione, o una casa di proprietà da alcune generazioni, sempre che non appartengano direttamente a qualche famiglia aristocratica. Il veneziano anziano è insomma solitamente ricco, cosa che gli permette di tirare la carretta nonostante la vita carissima di questa città. In ogni caso si epifanizza in uno dei seguenti modi:
– uomo, polo di marca con colletto in su, abbronzatura esagerata con pelle raggrinzita da troppi giorni davanti alla capanna al Lido, capello impomatato di brillantina, codino, baffi, borsello, mocassino leggero. Vive nei bacari, che non sono quelli della polvere, ma sono i baretti veneziani dove si bevono le ombrette, che non sono quelle zone piccole dove non c’è luce, ma i bicchierini di vino rosso, che ai vecchi del posto piacciono tanto e vanno giù che è un piacere insieme a qualche cicchetto con il baccalà o l’acciuga.
– donna, con il suddetto trolley per la spesa se in versione massaia popolare, o con borsetta firmata se alta borghesia, trucco vistoso, capello cotonato e abbronzatura da lampada o sovraesposizione al Lido con capanna in affitto da maggio a ottobre. Si schifa in vaporetto per i turisti che affollano e portano germi, si indigna del barbone, del venditore di rose, ha paura dei ladri e dei malviventi in una città che ne è praticamente priva, condivide le idee della Lega ma poi vota PD, elargisce mance e regali copiosi ai nipoti, unica vera gioia. Si lamenta di continuo della sua città, di come è diventata rispetto ai suoi tempi.
Esce a piedi (che altro può fare a Venezia?), si reca al mercato del pesce di Rialto, dove conosce la bancarella giusta che ha il pesce migliore.

Non è facile riconoscere i veneziani quando girate per Venezia, ma se siete arrivati in fondo a questa amena lettura agostana, forse ora ne saprete di più e saprete a chi chiedere informazioni la prossima volta che cercate Calle del Tintor. Se la risposta sarà “ta morti”, bravi! Avete senz’altro individuato un vero veneziano.

La parte peggiore dell’Italia

La parte peggiore del Paese si chiama Alice. La parte peggiore del Paese ha i capelli intrecciati sopra la nuca, colore del grano o dei muri delle case al mattino presto, e offre bicchieri d’acqua pubblica ai passanti. La parte peggiore del Paese la incrocio ogni giorno nel percorso che dalla stazione di Venezia Santa Lucia mi porta nel mio ufficio appena dietro Rialto: lungo il tragitto vedo gelatai napoletani, pizzaioli pugliesi e ristoranti tipici gestiti da cinesi, e poi lei, china sulla sua macchina da cucire dentro al suo negozio. O bottega. O studio. O laboratorio. Aspetta, ma che cos’è?

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Ripartire da zero, anzi da uno

Girolami ci lascia come sempre perle di buon senso. Tema: la creatività, presunta o mascherata, che infanga anche le migliore intenzioni e indora purtroppo le peggiore intenzioni. Reggiamo tutti in mano “telefoni senza fili”.

L’antidoto si chiama appunto creatività, parola che ha molti sinonimi tra cui: arte, autoproduzione, personalità, identità. Tante parole per significare una cosa sola: mettere la faccia nelle cose che si fa, strappare la maschera dell’anonimato a sto mondo infame ripartendo da zero, anzi da uno, da sé stessi per tarare daccapo tutto quanto.

Note a margine sulla città di Londra

Appunti sparsi su alcune cose curiose trovate a Londra. Le foto di architetture e scorci incredibili invece sono qui.


I doubledecker bus non sono come pensavo da bambino degli autobus a due piani preposti a giri panoramici della città, ma i normali bus in circolazione per tutti i cittadini. Se la giocano a metà con quelli ad un piano quanto a diffusione, hanno una corsia preferenziale ma rimangono imbottigliati nel loro stesso traffico: ce ne son troppi e con troppe fermate, così nelle ore di punta si procede praticamente a passo d’uomo in una eterna coda di bus rossi a due piani.Le auto sono tutte ben tenute, mediamente nuove o di pochi anni, niente vecchie utilitarie anni ottanta, ma il traffico è davvero insostenibile: conviene andare in bicicletta, e non a caso sono nati in pochi anni un mare di negozi che vendono modelli elegantissimi o da corsa. Il londinese fighetto ora va al lavoro in bici, e per i turisti c’è la possibilità di noleggiarla qualche ora scalando il credito dalla Oyster Card, una prepagata per tutti i trasporti londinesi.


A Londra ci sono telecamere dappertutto: difficile compiere un reato senza essere quantomeno visto. Non si può sostare sui lati fuori dei pub ma solo davanti all’entrata, per controllare eventuali risse o ubriachi molesti. Ci sono vere e proprie no-alcohol zone in alcune vie e non rispettarle significa andare nei guai e mandarci anche i gestori del locale. Mentre aspettavamo in coda di entrare in un locale stavamo beatamente bevendo delle birre quando il buttafuori ci ha fatto cenno verso la telecamera: o le buttate via o ve ne andate di qua. Non è così ovunque, in alcune zone è tollerato quasi tutto, come a Brick Lane ad esempio, dove la gente inizia a suonare i bonghi e a bere birra già a metà pomeriggio.


Tracce di William e Kate nemmeno l’ombra nella Londra che abbiamo girato in questi giorni. La monarchia piacerà anche alle signore di mezz’età ma interessa assai pocoi giovani londinesi. Eccole le due anime di una città con secoli di storia e contraddizioni: il thè delle cinque, le porcellane, il Cheshire sulla ginocchia, la Regina e la passeggiata al parco, ma anche la cultura underground, i locali dub, i mods, i punk, Camden e mille mercatini più o meno legali. A Soho però qualche oggetto kitsch spunta addosso a qualche hipster (kitsch, ma dove l’ha trovata questa parola? mi sgriderebbe Moretti). Me le vedo queste coppie gay sbrodolare davanti al vestito della principessa o per il cappellino indossato da Elisabetta a Westminster.


Brick Lane è una specie di ghetto underground pieno di giovani, locali fighi, gente che fuma, che beve, che mangia per la strada e lascia sporco in giro. Punto di riferimento per anni di questo tipo di cultura, oggi è al centro di una regolamentazione forse in vista delle olimpiadi del 2012 o forse perché le cose vanno sempre a finire così e dove c’è troppa libertà poi arriva un sindaco di destra che si disgusta e fa sbaraccare tutto. Così ecco arrivare zone ordinate con bar e panche per sedersi, polizia ad ogni angolo, telecamere come se piovesse. Mi dicono che non sia più come prima, ma a me che la vedo per la prima volta pare ugualmente una zona molto pittoresca ed artistica.


Lungo Brick Lane è un susseguirsi di ristoranti etnici di più o meno ogni stato mediorientale. La cosa buffa è che ognuno riporta uno striscione sulla facciata dove si loda per la vittoria a qualche tipo di award: tutti hanno vinto almeno un titolo. Il miglior ristorante halal, il miglior curry restaurant, il migliore libanese del 2003, il secondo classificato turco del 2005 e quello che è tre anni che si porta a casa il titolo di migliore di tutta Brick Lane. Persino gli acchiappa clienti sulla porta ti vogliono tirare dentro con la scusa che è un ristorante di qualità in quanto blasonato e titolato.


L’estetica britannica è permeata dell’uso del font Gill Sans. Si trova in tutte le comunicazioni istituzionali del Comune di Londra, nei cartelli degli autobus, dell’underground e in un mare di insegne di negozi. Conferisce una certa uniformità se non sfociasse in una fissazione: ogni cosa moderna è scritta in Gill Sans, ogni insegna antica e classica in Garamond o simili, così non c’è molto spazio alla fantasia. Poco Helvetica in giro, d’altronde appartiene alla cultura elvetica e tedesca, anche se è lo stile usato da molte catene internazionali tra cui ad esempio Mark & Spencer o American Apparel. Molti negozi hanno un’immagine coordinata curata: dall’insegna ai cartelli dei prezzi, alle shopper, anche i negozietti più piccoli hanno comunque fatto uno studio sulla grafica per non sfigurare in strada con i concorrenti. Le insegne si susseguono in maniera molto più vistosa che in Italia e mentre i palazzi mantengono il loro rigore britannico ai piani alti, guardando verso il basso è un caos di scritte di ogni tipo, richiami colorati, input visivi nel complesso disordinati.


Nelle banchine di sosta nell’underground oltre ai soliti cartelloni pubblicitari ogni tanto compaiono usi più creativi degli spazi: alcune campagne si basano esclusivamente sull’uso del testo. Paragrafi lunghi e discorsi di una certa rilevanza contano sul fatto che l’attesa è mediamente lunga e si ha tempo di leggerli con relativa calma. Quando arriva la metropolitana una voce ripete ossessivamente “please, mind the gap” e fin qui niente di nuovo. Quello che ho scoperto è che agli inglesi devi proprio ricordare tutto: sulle scale ci sono i cartelli “mind the steps”, sulle porte “mind the door”. Per non parlare dell’aeroporto in coda al controllo bagagli, dove i cartelli sono tra l’ossessivo e l’orwelliano.


I controlli antiterrorismo inglesi in aeroporto sono molto elevati rispetto quelli italiani. I liquidi devono andare dentro una bustina di plastica trasparente e non superare i 100 ml per pezzo. La bustina dev’essere sigillata come quelle per contenere i cibi. La mia era trasparente ma aveva una zip, così i bobby inglesi me l’hanno respinta e ho dovuto comprarne una conforme dalle apposite macchinette che sembrano quelle con le palline colorate dei bar anni ottanta. Dentro ogni pallina ce ne sono quattro e il tutto costa una sterlina: accordatevi con i vicini, a voi ne basta una soltanto e, vista la consistenza, probabilmente solo per una decina di minuti.

Esperimento politico

Sono venuto in possesso di una copiosa quantità di depliant informativi sul Referendum per l’Acqua del prossimo 12 giugno. Ho pensato allora di provare a fare un piccolissimo e inutile esperimento ‘politico’: ogni mattina li lascerò sul vagone del mio regionale per Venezia e vediamo quanti vengono raccolti e quanti invece lasciati abbrustolire dal sole nell’indifferenza generale.

Oggi, 0 depliant raccolti. Ma siamo persone molto pazienti, se vogliamo.

(Aggiornamenti, nel caso, su twitter)

E non ho altro da dire su questa faccenda

Serafica e precisa, Milena Gabanelli ha dato letteralmente spettacolo ieri sera al Teatro Morlacchi di Perugia nell’ultimo giorno del Festival del Giornalismo.

Incalzata da Corrado Formigli e dalle domande del pubblico (teatro esaurito, ovviamente), Milena ha elargito autentiche lezioni di dignità, prima ancora che di professionalità e serietà, a tutti, dai giornalisti agli stagisti e ai precari e ai cittadini, con risposte tanto sacrosante quanto quasi ovvie.

Ne cito una. “Per strada mi capita di incrociare gente che mi chiede “Milena, perché al lunedì mattina dopo la visione della puntata di Report non scoppiano mai casini e nessuno reagisce?” e io gli rispondo sempre: “Ma tu hai reagito?”.

E soprattutto, ne cito un’altra, che chiude il game, il set e la partita su qualsiasi questione. Formigli riporta i compensi dei conduttori Rai: per la Gabanelli 160mila euro lordi all’anno, Sgarbi invece si prenderà 200mila euro a puntata per la sua futura (?) trasmissione. “Cosa pensi di fronte a queste cifre?”, le chiede, e Milena risponde semplicemente così: “Penso solo che mi pagano per fare un lavoro che mi piace“.
E il teatro viene giù.

Il solito pippone sui social network

Curioso notare come si passa una vita per uscire dalle dinamiche del Liceo, per poi ritrovarcisi ancora, e sempre con tutti e due i piedi ben infilati. Prendiamo ad esempio la giornata di oggi. Nella giornata di oggi alcune delle persone che seguo su Twitter hanno iniziato a vaticinare ambigui status riguardo a Diaspora. Che cos’è Diaspora? Ora ve lo spiego.

Diaspora è un social network open source che si pone in netta contrapposizione a Facebook. E’ ancora ad inviti, lo usano in pochissimi (nessuno), si basa su un concetto di privacy fortemente radicato che prevede dei filtri molto più selettivi e raffinati rispetto a Facebook. Decidi realmente tu cosa far vedere di quello che posti, e soprattutto a chi. Ma non è questo il punto. Diaspora potrebbe anche regalare sedute di sesso gratuite con Natalie Portman o scatenare una rivoluzione per spodestare Berlusconi. Non cambierebbe molto il senso del discorso. Diaspora è semplicemente un “altro” social network, di cui finora nessuno o quasi ha parlato.

Non so da voi, ma nella provincia in cui vivo, provincia più provinciale che mai, essendo della Bassa Emilia, vanno per la maggiore la musica commerciale e le discoteche (sì, le discoteche vere e proprie, non i ‘club’ o i ‘circoli’, quella è roba bolognese o milanese, no, le ‘discoteche’: house, gente laccata e pelle scoperta). Insomma, ce ne sono diverse, tutte praticamente uguali: cambia l’ubicazione, ma l’arredo, lo stile, la musica e la tipologia di persone che la frequentano è praticamente la stessa, clonata nei vari locali. Ora, succede che ogni anno ci sia 1 (una) discoteca che funzioni, a insindacabile giudizio della folla che si raduna unicamente lì dentro: le altre, vanno inderogabilmente a morire e perdono un giro. Ogni anno una discoteca sale alla ribalta e le altre soccombono irrimediabilmente. Il fenomeno è curioso ed emblematico per la sua totale casualità: non esiste un vero motivo per cui primeggi un locale rispetto a un altro, indipendentemente dal lavoro di marketing e promozione dei vari ‘staff’ delle discoteche. Sembra quasi che ad un certo punto le persone si mettano inconsciamente… telepaticamente, fate voi, d’accordo e decretino che quest’anno si andrà tutti a ballare , invece che .

Ecco, se prendiamo ora i social network, o comunque ‘internet’, e li consideriamo come se fossero l’insieme di tutte le discoteche della Bassa, le dinamiche per cui funzioni un sito piuttosto che un altro sono altrettanto insindacabili (non è proprio così, ovvio, ma sto volutamente estremizzando). Un sito funziona quando una quantità discreta di persone inizia ad utilizzarlo, trascinandosi con sè tutto il resto della massa-utenti: ma se chiedete a ciascuno di loro, singolarmente e chiusi al buio di una sala interrogatorio, isolati dal mondo, “perché” hanno iniziato a utilizzarlo, nessuno vi saprà dare una spiegazione soddisfacente. Accade, “così”, per una sorta di armonia collettiva stile invasione aliena che pervade improvvisamente e in modo immanente un certo quantitativo di persone. E così, da un giorno all’altro, “quest’anno si va tutti a ballare lì, invece che là”. Si va tutti a postare lì, invece che là.

Non credo che per Diaspora accadrà la stessa cosa, Facebook è troppo immanente nelle nostre vite internaute per essere soppiantato (è come inventare un sostituto dell’acqua, impossibile). Eppure osservando il fiorire del termine ‘Diaspora’ in molti status della mia timeline su Twitter, infilate in affermazioni critiche di gente che tutto sommato non capiva cosa stava succedendo (vedi il sottoscritto) e gente che invece aveva capito tutto e dunque taceva, mi son venute in mente le dinamiche del liceo. E se dico liceo, o scuola superiore, o scuola, tutti noi sappiamo perfettamente cosa vogliono dire.

Sappiamo che esistono un io, un tu e un loro, mentre il noi è quanto mai relativo. Abbiamo un cortile dove tutti, più o meno, giochiamo, o fumiamo la nostra paglia nell’intervallo. Ma ad un certo punto quell’angolo dietro la palestra, o il marciapiede sul viale secondario diventa un nuovo polo d’attrazione. Il ‘mistero’ di Diaspora è uno dei casi possibili di parallelismi. Eviterò di elencarvi le restanti similitudini tra vita liceale e vita sui social network, lasciando sottinteso che ‘voi’ sappiate esattamente a cosa mi stia riferendo: anche ammiccare per riconoscersi tra simili fa parte dei rituali liceali. Noi e loro. Tu ed io. Gli altri.

Ci abbiamo messo anni, anni di università e di lavoro su noi stessi, prima di tutto, per sfuggire alle logiche di Tapparella e di Come te nessuno mai. Eppure ci siamo di nuovo finiti dentro. L’unica vera ma non decisiva differenza (tra poco vi spiego perché non decisiva) rispetto al liceo è che scompare con internet la dimensione corporea, scompaiono le nostre facce (le nostre foto sono solo avatar, non scherziamo) e finalmente ‘si parte tutti alla pari’. Ma così come c’era una vita in classe, con i bigliettini scritti a mano e passati tra i banchi come ora si scambiano messaggi privati su Twitter o Facebook, poi arriva inevitabilmente il momento del Sabato Sera, della Festa, del viaggio post diploma, arriva ovvero il momento in cui fa irruzione il Paese Reale, ed è lì che si decide davvero se sei buono o cattivo, se sei con noi o con gli altri. E nel Paese Reale le ascelle tornano a essere pezzate, la voce torna traballante, il sarcasmo ricomincia a infastidire invece che portare nuovi follower, stringere la mano ricomincia a costare fatica, quella tipa che non ricambia il tuo innocente sguardo è di nuovo il sacro fuoco per emanciparti. E prometterti che con loro non ci giochi più, che in gita dormirai in stanza con altri, che dopo la maturità chi li risente più. Fino ai prossimi compagni di gioco, quelli che sì, loro sì, questa volta ti ascolteranno.

Buffet

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Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)