Archivio per la categoria 'Varie'

Stanotte vi faremo a fumetti

Una sera al Locomotiv, a Bologna, dove c’è chi disegna su una tela bianca, chi mette musica, chi guarda e chi balla. Poi i ruoli iniziano a confondersi, chi disegnava ora ancheggia in console, chi sceglieva la musica adesso sta disegnando. Chi guarda balla, chi balla si ferma a guardare.

Per il Bilbolbul, festival internazionale di fumetto, al Locomotiv sabato sera è andato in onda un “Picnic Party“:dieci disegnatori hanno portato pennarelli e pennelli, hanno steso la tovaglia bianca in mezzo alla pista, e hanno iniziato a disegnare.

Le foto della serata (clicca sulla miniatura per vedere l’immagine ingrandita):

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Costa aveva ragione

Il McItaly fa miseria. Sembra un panino normale, con ottimo pane e ottima insalata (a differenza del solito è verdissima). La carne che dicevano migliore mi è sembrata solo più gommosa, e manca una qualsiasi salsa a fare da collante. Non è McDonald’s insomma ma qualcosa di troppo semplice e salutare. Ridatemi il pane col sesamo, il cetriolo nel mezzo, le salse rosa traboccanti dai lati. Viva il Burger King, viva il Whopper, viva l’America.

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Leggere il futuro nei fondi di un Whopper

Poi ho realizzato che la mia esperienza in questa città volgeva al termine e non ci sarebbe stato un secondo tempo. È stato quando sono tornato a mangiare al solito vecchio fast food, dove con piacere avevo digerito paninazzi di ogni foggia e dimensione.
Il pane si è rotto in alcuni pezzi dopo il primo morso, le patatine un tempo orgoglio di questo marchio erano scotte e fiappe, la Cocacola era calda. Il riscaldamento era spento o forse rotto, e ho sbagliato pure ordinazione nel caos di proposte sul tabellone.
Nemmeno il Burger King mi voleva più.

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. ti regalo un post

Posso dire che tutto questo spopolare del libro di Brondi mi sta facendo venire l’orticaria. Non ci metto il punto interrogativo, perché non ho bisogno di chiedere il permesso. Sgrat. Conservo molto orgogliosamente la copia del suo manoscritto quandoancoranonerafigo (il manoscritto, non lui), con la prima pagina di carta assorbente da forno che nella borsa mi si è stropicciata tutta, con la forma scomoda e improbabile e le figure molto autentiche dei fogli con la sua vera calligrafia. Sgrat. La conservo gelosamente, all’interno ci sono perfino due gambi di papaveri (seccati) da questa primavera in un giorno di particolare ispirazione artistico-fotografica - poi abortita. Ogni tanto quando riapro il libro questi due gambi vengono fuori senza petali e sembrano delle zampe di cavalletta molto lunghi: ogni volta ho paura. Conservo e mi domando: come mai quest’odio e quest’orticaria per questo spopolare del libro di Brondi (edito tutt’oggi da Baldini/Castoldi, altro che fogliazzi riciclati di carta igienica di seconda mano)? Forse perché vorrei essere pubblicata anche io da Baldini e Castoldi? O forse - e io sono più propensa per questa ipotesi - le cose che sono mie sono mie e basta e non devono essere di nessun altro perché ho l’esclusiva sulle cose che trovo molto belle e da quel momento vorrei che sprofondassero nell’0blio generale a parte qualche raro momento in cui IO decido di farle tornare a galla e farvi attingere a tutti ma solo con le dovute maniere e a piccole dosi ecco sì, senza esagerare. Punto interrogativo. Ma non troppo, perché in fondo so la risposta a questa domanda. Sono gelosa di molte cose. Della mia canzone preferita, e anche di Vasco Brondi, a quanto pare, e del suo manoscritto quando ancora si poteva chiamar tale - mano/scritto, scritto a mano, partecipato, stuprato, partorito in via Croce Bianca (dico bene?) che sarebbe il vicolo di Ferrara, io ci sono stata, dove alla fine trovi il Korova, che adesso è il bar dei due fratelli di Vasco Brondi che lavorano facendo a gomitate con gli articoli di giornale incorniciati, le teche, gli altari benedetti, i poster, i videofilmati, i distinti saluti sulle cartoline autografate dal loro stesso fratello minore. Quello che prendevano a schiaffoni da bambino. Quello che gambizzavano quando non si sopportava. Ecco sì, secondo me QUEL manoscritto è nato secondo una sequenza di passeggiate dalla macchina al Korova, nelle fredde notti di dicembre-gennaio a Ferrara. Dico questo augurandomi che Vasco Brondi non abbia avuto un pass o un tagliandino apposito per parcheggiare DIETRO al Korova e non fare più di dieci passi per andare a lavorare, togliendosi così tutto il gusto che invece abbiamo noi, dico noi, che per andare a trovarlo chiuso per ferie, beh, anche andandolo a trovare chiuso per ferie, ci facciamo tutta Ferrara, vicoli, vicoluzzi e vicoletti per un totale di cento chilometri quadrati lungo le strette vie illuminate. Questa é Ferrara. Questo è Vasco Brondi? Era sicuramente Vasco Brondi sì, con i guanti tagliati in cima e le dita scoperte (i fili sì, erano pezzi di maglia tranciati male), e anche se ne sto dando un’immagine insopportabilmente emo punk che sicuramente Brondi non è mai forse stato a parte il periodo del gruppo che aveva al liceo (voci di corridoio), mi piace immaginarmelo così. Così che cammina nel freddo e nel gelo, soffiandosi sulle mani congelate. Mancano dieci giorni al suo ventiduesimo compleanno, la sua ragazza é appena partita per Parigi, in cui, dice, non volano mosche, è sabato sera e davanti al Korova si riuniranno gruppetti di adolescenti poco più piccoli di lui che vorranno bere parlare mangiarsi le unghie attaccar bottone far saltare bottoni ruttare vomitare e poi andare a casa, che domani ci si ha l’appuntamento con il mal di testa domenicale. Non so se avete mai visto le stradine della vecchia Ferrara: ecco, sono puntellate di sassi in rilievo, completamente inadatti a scarpe con la suola bassa e poco malleabile tipo Converse, anche se molto più pittoreschi dei sanpietrini a Roma; ecco io mi immagino che Vasco Broni cammina (molto, perché è senza tagliandino) e gli vengono in mente parole, parole, parole alla Mina, gli vengono in mente frasi, frasi, frasi, concetti - poi improvvisamente uno di quei sassi in rilievo delle stradine vecchie lo fanno inciampare e i discorsi si compromettono: “e i tuoi capelli che sono…” … “nastro isolante” … “c’è un incendio…” “nei bar”. Per una prosa poesia di squisiti versi alla cazzo, che si sposano benissimo e che ci fanno piangere, come se io adesso dicessi oggi ho pensato molto … ai destini degli elettricisti … che mangiano dei gelati troppo sciolti … e i tuoi occhi ricolmi di soli. Sono capace anche io di fare Vasco Brondi, ma in quel manoscritto, con la sua calligrafia tremendamente brutta e incomprensibile, ecco in quel pezzetto rilegato alla peggio, Vasco Brondi era solo un povero coglione che inciampava nelle proprie emozioni come facciamo tutti noi e andava a lavorare com’è giusto che sia, ma era anche un tizio, ecco, sì, un tizio che a me sarebbe piaciuto frequentare, pur nel suo spastico esprimersi e nel suo impostato modo di parlare e soprattutto nel suo modo di leggere così uguale. Era uno che a fine serata cercava di tenere insieme i fogli con le mollette e di venderteli o magari di regalarteli, basta che gli offrivi una vodka, sua grandissima passione. Cosa voglio dire, cosa sto dicendo? Non voglio fare la nostalgica, e nemmeno la moralista. Quella che dice “Ah Brondi era meglio quando non era Brondi”. E chi era, allora? Oppure dire: il successo cambia tutti. E’ un concetto sdoganato, e comunque fa bene lui, a campare col suo unico talento: mettere in fila parole molto belle. Vasco Brondi, per me, è uno che ha fatto molto l’amore col vocabolario. Lo Zanichelli è il suo migliore amico, e come si fa a non voler bene a uno così?  Non sto dicendo niente, su Vasco Brondi, la metà di queste frasi le sapevate già tutti. Sto dicendo che sono gelosa del suo manoscritto prima che lo scoprissero: è diverso leggerlo in quei fogli stupidi, invece che sul libro carino ordinato (e con una copertina orribile) di Baldini e Castoldi. La morale di questa storia è che dovete svegliarvi tutti. Ma a piccole dosi, però, come quando e quanto lo dico io. Poi basta. Sono gelosa delle cose che ritengo belle, perché ormai di cose belle ce ne sono rimaste poche, bisognerebbe per giustizia, secondo me, riazzerare tutto e ridistribuire le preziosità: a te i libri, a te i testi di Vasco Brondi, a te la neve, a te l’esclusiva di dire Sono stato sulla luna! Mi sono persa tra i miei stessi cosavolevodire: non lo so. A questo punto potrei e dovrei premere seleziona tutto e poi fare canc, liberare questo impaccio, togliermi da quest’impasse - per dirla alla Battisti. C’erano alcune cose che volevo dire: che le cose che amiamo ci costringono ad un continuo andirivieni di odio-amore; e che mi dà fastidio che ora la gente legga Vasco Brondi sul libro edito da Castoldi e Baldini, perché dov’eravate fino a ieri?

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Egocentrismo

Un uomo sale sul regionale per Venezia e chiede ad un altro già seduto:

- Va a Venezia?
E lui impassibile:
- No, mi fermo a Padova.

(successa realmente questa mattina sul solito regionale)

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. lezioni di prospettiva

Quasi tutti quelli che frequentano il DAMS, o un altro corso a sfondo culto-cinematografico, vi diranno che se non avete mai visto Rapacità di Von Stroheim, allora non capite niente di cinema. Se vi capiterà mai di sedervi per un caffé con un accanito cinefilo, gli spiegherete che sì, conoscete il cortometraggio del treno che esce dalla galleria, e vi liscerete il baffo spiegando che sapete anche che nel milleottocentonovantasei gli ignari spettatori corsero via fuori dalla sala credendo che il treno in arrivo alla stazione stesse veramente per travolgerli. Il cinefilo vi riderà in faccia dicendo che nonostante la gran parte delle persone (e non ci vorranno sottotitoli per capire con quanto disprezzo lo starà dicendo) credano che l’ Arrivée d’un train en gare de La Ciotat sia conosciuto come il primo cortometraggio della storia del cinema, i fratelli Lumière produssero altri vari corti in bianco e nero, rispettivamente Repas de bébé o La sortie de l’usine Lumière à Lyon, ma anche L’arroseur arrosé o la Démolition d’un mur. Voi vi sentirete ignorantissimi, e penserete che tutto sommato era meglio uscire con un cinofilo. Credetemi se vi dico che, nonostante mi sia sentita dire moltissime volte da svariate tipologie di persone, che per i miei quindici anni avevo visto una marea di pellicole - poche volte mi sono sentita ignorante come quando ho assistito alla prima lezione di Storia e critica del cinema. Tra le diverse persone che erano in aula, diverse di loro avevano già visto Rapacità di Von Stroheim dieci o quindici volte, e ne erano molto soddisfatti. Li guardavo e mi meravigliavo delle loro facce soddisfatte, saccenti e sornione, mentre il professore parlava di questo film, che annuivano in segno di comprensione profonda e attenta partecipazione. Sì, ho visto Rapacità di Stroheim settantuno volte, confesso che nelle buie notti di pioggia in cui non riesco a dormire, oppure se ho acidità per il pranzo di natale, non riesco a non far partire play sul dvd su cui ho copiato Rapacità. Come se Rapacità fosse un gran film. I cinefili vi diranno di sì, per molti motivi che non ci interessano (o sì?) e che quindi evito di elencare. In verità Rapacità é un film muto, e non solo: ha quelle sgradevolissime schermate nere con scritti in caratteri bianchi le battute. Non so se avete avuto mai la sfortuna di incappare in tali pellicole: un tizio fa una faccia disgustata, e nella schermata nera seguente compare la scritta: - Che schifo! Il che, a mio parere, è davvero avvilente, pensando che c’è stato qualcuno che arbitrariamente voluto avere la meglio sulla mimica, e illudersi di poter interpretare universalmente il significato di un’espressione, uccidendo non solo la dignità all’attore, ma anche la fiducia nelle capacità intellettive dello spettatore. Ma con quale criterio malsano siamo arrivati a decretare cos’è bianco, cos’è nero, e cosa, a nostro gusto, dovrebbe essere un tantino grigio? Cambiando discorso: non più tardi di ieri mattina, lungo i corridoi dell’ateneo, mi intrattenevo con vari personaggi che stavano sostenendo un esame di storia della danza e del mimo. Che ogni volta che lo dico, uno pensa: che palle. In realtà é stato molto meno traumatico che guardare Rapacità di Von Stroheim, se non altro non c’erano sottotitoli, e uno poteva mettersi mentalmente a dialogare con Mejerchol’d e compagni. Il fatto é che la prospettiva é molto importante: se guardi il David di Donatello a Firenze, certo ti renderai conto che quello che guardi é sempre un David, ma non potrai nemmeno non ammettere che se lo guardi da davanti ha un pene, e se lo guardi da dietro ha un deretano. Insomma: Rapacità di Von Stroheim é un bel film oppure no? Non l’ho ancora deciso, ma vi consiglio di vederlo, se non altro per cultura generale, e per non farvi trovare impreparati durante una lezione di cinema. Ma cercate di non avere quella faccia saccente, mentre il professore ne parla: sembrerete molto meno insopportabili. Ci sono almeno cinque milioni di persone a questo mondo che non sanno neppure chi fosse, Von Stronheim; una buona percentuale di loro non sa neppure cosa significhi la parola “rapacità”. Parlo di persone che non sono andate a scuola, ad esempio, e la cui ignoranza arriva molto prima del cinema tedesco di inizio Novecento. D’altra parte, forse, sono gli stessi che ci darebbero lezioni di prospettiva. Il punto é: quanti lati ha una figura geometrica? Evitino di rispondere i geometri. Perché non tutti lo sono (per fortuna). Secondo me la vera domanda é: è sul serio importante sapere con precisione quanti lati abbia un esagono? Oppure all’esagono basta avere la certezza che sarà guardato nella sua totalità, con lucidità, da occhi vergini, illibati dalla contaminazione della cultura esclusiva? E’ bello essere ignoranti, per certi versi, ignorare che esistano certe forme di corruzione; é bello capire le cose senza manuale; é bello vedere i film che ci piacciono, ed essere liberi di decretare che Rapacità fa cagare, ma Saturno contro é un bel film. E’ bello essere acculturati solo di quello che consideriamo noi cultura, e infine, di questi tempi, credetemi, é bello non dover frequentare l’università.

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Perchè il fossato di Palazzo Ducale a Mantova è pieno di palloni?

mantova

Cara Redazione,
ho notato che nel fossato intorno il Castello del Palazzo Ducale a Mantova ci sono un sacco di palloni Supertele che galleggiano. I Gonzava amavano il calcio?

Gigia



Cara Gigia,
non preoccuparti, i Gonzaga non conoscevano il gioco del calcio però i ragazzi mantovani negli anni duemila amano sollazzarsi facendo due tiri nel prato intorno al fossato. Ora, come ben sai, il Mantova non gioca in serie A, quindi non ha dei gran campioni nella rosa,e se ci fossero dei mantovani che sanno giocare bene a pallone giocherebbero nel Mantova e il Mantova sarebbe in Champions League. Quindi come avrai capito, i mantovani fanno due tiri vicino al castello, sbagliano mira non essendo bravi calciatori e la questione è risolta. Piuttosto viene da chiedersi perchè non paghino nessuno per ripulire l’acqua che ristagna. In confronto persino il Castello Estense con i suoi rombi morti è più pulita.
con affetto

la Redazione

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Diventare razzisti

Uno può anche mantenere la calma e la pazienza per anni ed anni, fare finta di niente ogni volta cercando di essere tollerante, capire i loro usi e costumi, le abitudini e gli stili di vita diversi dal nostro. Quando però un gruppo intero di cinesi che occupa mezza carrozza del treno tira fuori cibo cinese alle dieci del mattino e mangia di gusto impuzzonendo di crauti e soia tutto l’ambiente causando conati di vomito a tutti e l’abbandono del posto da parte dei pochi altri passeggeri che piuttosto si piazzano davanti ai cessi a respirare altri odori, ecco, proprio in quel momento, io, che rimango seduto al mio posto perchè tra poco scendo, divento razzista.

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Sulla sopravvalutazione delle ferie nel mondo del lavoro

Una cosa va detta una volta per tutte: le ferie prese su costrizione solo perchè è agosto e bisogna andare in vacanza per forza, sono deleterie. Si finisce per partire con l’ansia dei pochi giorni a disposizione per divertirsi, si finisce per non divertirsi affatto e a imprecare per il maltempo costante.

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Sulla sopravvalutazione del caffè in ufficio

Una cosa va detta una volta per tutte: la pausa caffè in ufficio, tolta la sua componente sociale del fare due chiacchiere, è un placebo completamente inutile per l’attività lavorativa.

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Sto ridendo da mezz’ora

Prendetevi un po’ di tempo libero, poi andate qui, e continuate a cliccare su RANDOM in piccolo al centro gustandovele tutte. Alcune sono puro genio.

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Il segreto era prendere i Verdi

Mi sono sempre chiesto come si vivesse all’interno degli alberghi del Monopoli:

(via Fubiz)

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Trovate il pesce!

Il video è vecchiotto ma non riesco a non ridere ancora oggi quando lo riguardo. Ad ogni modo, senza usare internet o barare leggendo altrove, sapreste trovarlo il pesce? Buon primo aprile a tutti!

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Feedelizzare i lettori

rssfeedlogoSo che è un po’ stupido forse chiederlo direttamente qui: chi ci segue via feed ha avuto problemi di recente a visualizzare i post di Ciccsoft? Sono già due le persone che di recente ci han segnalato problemi. Se per puro caso capitate qui e leggete queste righe via feed ci date un cenno se a voi funziona o meno? Anche una riga, un commentino, un like, un mi piace, una scoreggetta. Qualcosa. Grazie mille!

P.S. L’indirizzo corretto, nel caso, è questo: http://feeds2.feedburner.com/ciccsoft

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Saremo pronti!

watson

Emma Watson: «A trent’anni sarò scatenata».
(via)

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