Probabilmente non avete mai visto – davvero – un circo delle pulci. Attenzione, causa prurito!
Version 3.0
E' tutto un equilibrio sopra la follia
Cerca in archivio
Probabilmente non avete mai visto – davvero – un circo delle pulci. Attenzione, causa prurito!
Oggi stavo pensando che dopo la laurea mi piacerebbe fare qualcosa che riguardi i libri. Avendo un piccolo, piccolissimo gruzzolo da parte, ho iniziato a pensare di aprire una casa editrice. Poche ore dopo venivo smontata dagli amici più cari che mi ricordavano che adesso fare cultura è come voler diventare acrobati circensi senza fare stretching. Comunque i sogni non si pagano, e in attesa di trovare una soluzione coerente che sia anche all’altezza del mio portafogli, ho pensato di aprire una nuova rubrica su tumblr. Mi piacerebbe che partecipassero anche persone che non hanno un indirizzo tumblr loro, perché l’importante, di questi progetti, è aderire, ma soprattutto, non avere paura. Penso che sarebbe bellissimo se per una volta scrittura e temerarietà si incontrassero per qualcosa di serio. Il compito non è difficile, il link all’iniziativa lo trovate qui
http://lapolaroidiuntuffo.tumblr.com/post/1611078533
I compiti per casa e tutti gli aggiornamenti li trovate sempre sul mio tumblr http://lapolaroidiuntuffo.tumblr.com/, o sotto il tag progetti o sotto compiti per casa.
Non fate i timidi.
Qualcuno, prima o poi, doveva farlo. E’ vero, potevamo aspettare e risparmiarci i giudizi, trattenere ancora tra le mani quei rimasugli di credibilità del primo tentativo, conservare, come si suol dire, l’immagine di un disco che aveva azzerato tutti gli altri mai usciti durante i fantomatici Anni Zero. Adesso cliccando play non abbiamo più l’atteggiamento neutro e rilassato di quando ancora non sapevamo, non conoscevamo; adesso per cliccare play ci vuole coraggio e abbiamo uno zaino colmo di convinzioni e pre-concetti, opinioni contrastanti, tempeste telematiche, invasioni barbariche dei social network, generazioni di giovani e meno giovani che hanno violentato tutto alle radici fino a raschiare via ogni significato. Adesso le cinque stelle di Repubblica ci sembrano solo il primo gradino isolato di una scala, più che una guida: per costruire le nuove certezze vogliamo essere da soli.
Il nuovo di Brondi è già in circolazione, puoi scaricarlo su megaupload e privarti del piacere dell’attesa: del resto è stato lui, il primo, a dire che ci fregano sempre (cit.). Ci sono già i nostalgici di Canali e le recensioni a fior di bocca che premono per uscire; le critiche di quelli che non lo amavano già prima e il consenso corrotto di coloro che lo amano e lo hanno amato a prescindere. Ragazzi, inutile dirlo: vi prendete troppo sul serio. Specialmente, avete preso troppo sul serio Vasco Brondi, che adesso non assomiglia più ad un ragazzo di ventiquattro anni emergente e insicuro (che se gli vai vicino ti fa un sorriso imbarazzato e non sa cosa risponderti se gli fai i complimenti): adesso avete di fronte un mostro costruito dalle vostre aspettative, dalle vostre e dalle mie, certo, come un robot ricoperto di miele e di pece, che si muove a stento, che è stato ricoperto di soldi e di donne e di manifestazioni culturali, e se riuscite a ritrovare Ferrara e la verità, sotto questo cumulo di bugie, siete fortunati.
Mi viene un po’ da ridere se penso a quanto abbiamo parlato di Vasco Brondi in questo anno e mezzo, quanto lo abbiamo amato, abusato, criticato, crocifisso, preso in giro e soppesato con il criterio limitato delle nostre scelte. Non riusciremo mai a capire, almeno credo, cosa si nasconde dietro certe cose. Credo che arrivati a questo punto, non riesca più a capirlo nemmeno Vasco Brondi. Potrei snocciolare le prime critiche (dirvi ad esempio quanto sia pessima l’immagine di copertina, appoggiarvi nelle vostre malinconiche frasi che rimpiangono Canali, dire che questo disco è uguale al precedente); ma, a pochi minuti dalla fine della prima canzone, mi preme fare una recensione pre-ascolto, pre-giudizio, pre-tutto. Questa volta ho deciso che è meglio così. Questa volta ho deciso, che non voglio lapidare né essere lapidata. Esiste solo una dimensione: la voglia e il bisogno di comunicare. Inoltre, a dirla tutta, come abbiamo più volte ripetuto in sedi private, non è così facile chiamarsi Vasco Brondi durante questo novembre. Provateci voi a confrontarvi con una serie di aspettative non solo così alte, ma anche e soprattutto, così sfaccettate. Provate ad immaginare di aver fatto un disco che, nel bene o nel male, ha diviso la musica (intendo proprio diviso, spaccato, azzerato, battuto: perché che lo vogliate ammettere o meno, non c’è mai stato niente come Canzoni da spiaggia deturpata). Provate ad avere il coraggio di rimettervi in gioco e soprattutto in studio a suonare qualcosa, cercando di essere all’altezza non più dei vostri modelli, ma addirittura di voi stessi. Ecco, provate a superarvi. Vi pare facile? A me per niente.
Adesso mentre guardo le dieci canzoni del disco nuovo mi viene da sorridere e mi sento come se stessi per mangiare una torta perfetta guarnita con tanta panna. Non so ancora se tutti gli ingredienti siano stati usati al meglio, e se quello che è l’aspetto confluirà esattamente nella sostanza. Però sono in qualche modo serena. E’ un’operazione delicata, questa, che speravo non dovesse mai capitare. Per mesi ho pensato che sarebbe stato meglio apprendere dai tg che Brondi fosse morto schiantato con la macchina su una qualsiasi tangenziale italiana. Morire, dopo certe cose, sarebbe preferibile al dover cercare di fare meglio.
Adesso invece so che di qualsiasi cosa sia fatto questo disco, non è più importante la qualità né l’innovazione. Quello che è stato scritto sulla sabbia di una spiaggia deturpata, non è più possibile grattarlo via. Godetevi il passato, se non vi soddisfa il presente. E datemi retta: prendetevi e prendete le persone meno sul serio.
Buon ascolto.
F: Comunque ti accorgi che hai il cervello fottuto quando stai facendo la cacca e leggi le etichette dello shampoo…
E: Si, lo faccio sempre anche io.
F: Ma invece di leggere, guardi i font.
E: Certo, certo. Lo faccio sempre.
F: Mi viene da piangere. E’ colpa tua.
C’è un pezzo nel repertorio del Teatro degli Orrori che si chiama “La canzone di Tom”. E’ molto bello, lento ed intenso, tratto dal loro primo disco “Dell’impero delle tenebre” e che li ha portati all’attenzione di un pubblico molto ampio sebbene la consacrazione definitiva ci sia stata l’anno scorso con l’album “A sangue freddo”. Ma non è questo il punto. Al termine del loro concerto a Padova questa sera M. si soffermava sul testo della canzone e del significato che potesse avere. Ve lo riporto a pezzi, poi spiego.
Hai sentito di Tom?
Tom che se n’è andato via!
Questo non è uno scherzo,
Non è neanche una fantasia.Hai sentito di Tom?
Tom che se n’è andato via!
Come ci illudi, Tom,
di essere ancora tutti vivi
mentre guardiamo sempre dall’altra parte.
In questa prima parte, il cantante parla con un ipotetico amico o amica, l’ascoltatore stesso oppure una generica terza persona, informandola della scomparsa di Tom. Ma si rivolge anche a Tom, con un triste commento alla sua dipartita e al suo effetto su chi è rimasto. Ci sono dunque tre attori nel pezzo, che chiameremo per semplicità Autore, Amica, Tom. Prosegue:
Avrei voluto dirti tante cose…
forse la più importante non la ricordo più!
Avrei voluto averti amato…
ma è così tardi ora!
Parlami ancora Tom…
Parlami ancora…
Dimmi qualcosa.
A questo punto è chiaro che l’Autore si sta rivolgendo a Tom e non parla più con l’Amica che informava poco fa della triste notizia. Oppure no? E se fosse invece che queste parole siano rivolte proprio all’amica e solo le ultime tre righe a Tom? Poi continua:
Ma non importa…
Non è per questo che ti chiamo…
Volevo dirti…
Volevo dirti “ti amo”!
Cantare una canzone, per non dimenticarti più!
Cantare una canzone, per averti sempre…
sempre con me!
Con chi parla ora l’Autore? Con Tom? Con l’Amica? Se sta chiamando qualcuno allora è l’Amica per metterla al corrente della scomparsa di Tom, certo non Tom che non c’è più. Eppure la canzone è “per non dimenticarti” e quel “volevo dirti” sembra indicare un saluto affettuoso proprio verso Tom. A questo punto le correnti di pensiero diventano due: c’è chi dice che l’Autore (o un’Autrice che non sia il cantante del Teatro stesso, come peraltro nel brano “Due” dove a parlare in prima persona è una lei?) rivolge questo “ti amo” a Tom, come il sottoscritto, o chi invece vede in quel “ma non importa”, uno stacco tra le parole rivolte a Tom e un ritorno alla discussione e alla “telefonata” con l’Amica, come sostiene M.
Voi che ne pensate? Per la cronaca, non trovando un accordo la discussione è poi finita sul quantitativo di belle fanciulle presenti al concerto sul quale si è avuta ampia convergenza. Le parole esatte degli apprezzamenti, secondo i testimoni, non comprendevano esattamente il termine “belle fanciulle”.
(thanks to Paola)
Il McItaly fa miseria. Sembra un panino normale, con ottimo pane e ottima insalata (a differenza del solito è verdissima). La carne che dicevano migliore mi è sembrata solo più gommosa, e manca una qualsiasi salsa a fare da collante. Non è McDonald’s insomma ma qualcosa di troppo semplice e salutare. Ridatemi il pane col sesamo, il cetriolo nel mezzo, le salse rosa traboccanti dai lati. Viva il Burger King, viva il Whopper, viva l’America.
Poi ho realizzato che la mia esperienza in questa città volgeva al termine e non ci sarebbe stato un secondo tempo. È stato quando sono tornato a mangiare al solito vecchio fast food, dove con piacere avevo digerito paninazzi di ogni foggia e dimensione.
Il pane si è rotto in alcuni pezzi dopo il primo morso, le patatine un tempo orgoglio di questo marchio erano scotte e fiappe, la Cocacola era calda. Il riscaldamento era spento o forse rotto, e ho sbagliato pure ordinazione nel caos di proposte sul tabellone.
Nemmeno il Burger King mi voleva più.
Posso dire che tutto questo spopolare del libro di Brondi mi sta facendo venire l’orticaria. Non ci metto il punto interrogativo, perché non ho bisogno di chiedere il permesso. Sgrat. Conservo molto orgogliosamente la copia del suo manoscritto quandoancoranonerafigo (il manoscritto, non lui), con la prima pagina di carta assorbente da forno che nella borsa mi si è stropicciata tutta, con la forma scomoda e improbabile e le figure molto autentiche dei fogli con la sua vera calligrafia. Sgrat. La conservo gelosamente, all’interno ci sono perfino due gambi di papaveri (seccati) da questa primavera in un giorno di particolare ispirazione artistico-fotografica – poi abortita. Ogni tanto quando riapro il libro questi due gambi vengono fuori senza petali e sembrano delle zampe di cavalletta molto lunghi: ogni volta ho paura. Conservo e mi domando: come mai quest’odio e quest’orticaria per questo spopolare del libro di Brondi (edito tutt’oggi da Baldini/Castoldi, altro che fogliazzi riciclati di carta igienica di seconda mano)? Forse perché vorrei essere pubblicata anche io da Baldini e Castoldi? O forse – e io sono più propensa per questa ipotesi – le cose che sono mie sono mie e basta e non devono essere di nessun altro perché ho l’esclusiva sulle cose che trovo molto belle e da quel momento vorrei che sprofondassero nell’0blio generale a parte qualche raro momento in cui IO decido di farle tornare a galla e farvi attingere a tutti ma solo con le dovute maniere e a piccole dosi ecco sì, senza esagerare. Punto interrogativo. Ma non troppo, perché in fondo so la risposta a questa domanda. Sono gelosa di molte cose. Della mia canzone preferita, e anche di Vasco Brondi, a quanto pare, e del suo manoscritto quando ancora si poteva chiamar tale – mano/scritto, scritto a mano, partecipato, stuprato, partorito in via Croce Bianca (dico bene?) che sarebbe il vicolo di Ferrara, io ci sono stata, dove alla fine trovi il Korova, che adesso è il bar dei due fratelli di Vasco Brondi che lavorano facendo a gomitate con gli articoli di giornale incorniciati, le teche, gli altari benedetti, i poster, i videofilmati, i distinti saluti sulle cartoline autografate dal loro stesso fratello minore. Quello che prendevano a schiaffoni da bambino. Quello che gambizzavano quando non si sopportava. Ecco sì, secondo me QUEL manoscritto è nato secondo una sequenza di passeggiate dalla macchina al Korova, nelle fredde notti di dicembre-gennaio a Ferrara. Dico questo augurandomi che Vasco Brondi non abbia avuto un pass o un tagliandino apposito per parcheggiare DIETRO al Korova e non fare più di dieci passi per andare a lavorare, togliendosi così tutto il gusto che invece abbiamo noi, dico noi, che per andare a trovarlo chiuso per ferie, beh, anche andandolo a trovare chiuso per ferie, ci facciamo tutta Ferrara, vicoli, vicoluzzi e vicoletti per un totale di cento chilometri quadrati lungo le strette vie illuminate. Questa é Ferrara. Questo è Vasco Brondi? Era sicuramente Vasco Brondi sì, con i guanti tagliati in cima e le dita scoperte (i fili sì, erano pezzi di maglia tranciati male), e anche se ne sto dando un’immagine insopportabilmente emo punk che sicuramente Brondi non è mai forse stato a parte il periodo del gruppo che aveva al liceo (voci di corridoio), mi piace immaginarmelo così. Così che cammina nel freddo e nel gelo, soffiandosi sulle mani congelate. Mancano dieci giorni al suo ventiduesimo compleanno, la sua ragazza é appena partita per Parigi, in cui, dice, non volano mosche, è sabato sera e davanti al Korova si riuniranno gruppetti di adolescenti poco più piccoli di lui che vorranno bere parlare mangiarsi le unghie attaccar bottone far saltare bottoni ruttare vomitare e poi andare a casa, che domani ci si ha l’appuntamento con il mal di testa domenicale. Non so se avete mai visto le stradine della vecchia Ferrara: ecco, sono puntellate di sassi in rilievo, completamente inadatti a scarpe con la suola bassa e poco malleabile tipo Converse, anche se molto più pittoreschi dei sanpietrini a Roma; ecco io mi immagino che Vasco Broni cammina (molto, perché è senza tagliandino) e gli vengono in mente parole, parole, parole alla Mina, gli vengono in mente frasi, frasi, frasi, concetti – poi improvvisamente uno di quei sassi in rilievo delle stradine vecchie lo fanno inciampare e i discorsi si compromettono: “e i tuoi capelli che sono…” … “nastro isolante” … “c’è un incendio…” “nei bar”. Per una prosa poesia di squisiti versi alla cazzo, che si sposano benissimo e che ci fanno piangere, come se io adesso dicessi oggi ho pensato molto … ai destini degli elettricisti … che mangiano dei gelati troppo sciolti … e i tuoi occhi ricolmi di soli. Sono capace anche io di fare Vasco Brondi, ma in quel manoscritto, con la sua calligrafia tremendamente brutta e incomprensibile, ecco in quel pezzetto rilegato alla peggio, Vasco Brondi era solo un povero coglione che inciampava nelle proprie emozioni come facciamo tutti noi e andava a lavorare com’è giusto che sia, ma era anche un tizio, ecco, sì, un tizio che a me sarebbe piaciuto frequentare, pur nel suo spastico esprimersi e nel suo impostato modo di parlare e soprattutto nel suo modo di leggere così uguale. Era uno che a fine serata cercava di tenere insieme i fogli con le mollette e di venderteli o magari di regalarteli, basta che gli offrivi una vodka, sua grandissima passione. Cosa voglio dire, cosa sto dicendo? Non voglio fare la nostalgica, e nemmeno la moralista. Quella che dice “Ah Brondi era meglio quando non era Brondi”. E chi era, allora? Oppure dire: il successo cambia tutti. E’ un concetto sdoganato, e comunque fa bene lui, a campare col suo unico talento: mettere in fila parole molto belle. Vasco Brondi, per me, è uno che ha fatto molto l’amore col vocabolario. Lo Zanichelli è il suo migliore amico, e come si fa a non voler bene a uno così? Non sto dicendo niente, su Vasco Brondi, la metà di queste frasi le sapevate già tutti. Sto dicendo che sono gelosa del suo manoscritto prima che lo scoprissero: è diverso leggerlo in quei fogli stupidi, invece che sul libro carino ordinato (e con una copertina orribile) di Baldini e Castoldi. La morale di questa storia è che dovete svegliarvi tutti. Ma a piccole dosi, però, come quando e quanto lo dico io. Poi basta. Sono gelosa delle cose che ritengo belle, perché ormai di cose belle ce ne sono rimaste poche, bisognerebbe per giustizia, secondo me, riazzerare tutto e ridistribuire le preziosità: a te i libri, a te i testi di Vasco Brondi, a te la neve, a te l’esclusiva di dire Sono stato sulla luna! Mi sono persa tra i miei stessi cosavolevodire: non lo so. A questo punto potrei e dovrei premere seleziona tutto e poi fare canc, liberare questo impaccio, togliermi da quest’impasse – per dirla alla Battisti. C’erano alcune cose che volevo dire: che le cose che amiamo ci costringono ad un continuo andirivieni di odio-amore; e che mi dà fastidio che ora la gente legga Vasco Brondi sul libro edito da Castoldi e Baldini, perché dov’eravate fino a ieri?