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Alla base c’è il calcio

E’ già ottobre e per la prima volta da sempre, credo, non ho ancora visto una sola partita di calcio del campionato. Allora ho messo tutto insieme e ho scritto una cosa per Someone still loves you, Bruno Pizzul.

Ottobre mi piove addosso senza che io abbia ancora visto una partita che sia una del campionato italiano di calcio. Ho sbirciato dal buco della serratura qualche gol (che so, il tiro al volo di Miccoli da 30 metri, o la rovesciata di Osvaldo), ho intravisto dal finestrino la parata con colpo di tacco di Agliardi o tutta la rugosa perplessità di Zeman, ho letto seduto sul water del siparietto di Allegri e Inzaghi o dell’insopportabile postura da studente di master di Stramaccioni, che invitava non so bene chi a sciacquarsi la bocca. Poi, nient’altro. Ottobre mi piove addosso, e per asciugarmi ho soltanto qualche pagina di Televideo (le solite, peraltro, da piccolo ne imparai prima la numerazione che le tabelline a scuola) rubata a colazioni sempre più assonate, per aggiornarmi sui risultati.

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I 4 colpi

E’ già tutto irrimediabilmente compromesso quando la palla viene blandamente respinta dalla difesa azzurra, sciolta come tanti cubetti di ghiaccio disseminati sul prato e dimenticati al sole, e inizia a planare verso il centrocampo. Siamo già nel secondo tempo, e siamo già affondati sotto le pugnalate della Spagna. Il pallone rinviato in qualche modo da Barzagli sembra un dirigibile forato, lascia dietro di sè una lunga scia di amarezza, e come una foglia morta, la palla cade flaccida nella zona di Andrea Pirlo, circondato da avversari molto più in forma di lui. Pirlo osserva il pallone con gli occhi spenti, una sfera che ancora non si adagia sul campo impedendogli di fare forse l’unica cosa che potrebbe salvare le sorti della nostra Nazionale: toccarlo con i piedi. Invece il pallone rimane sollevato da terra, sospinto da immanenti campo magnetici spagnoli che trascendono la gravità e i limiti umani, e così non può ascoltare le promesse che i piedi di Pirlo sarebbero pronti a fargli: “cadi pallone, e io ti porterò ancora una volta in spazi aperti, cadi pallone, lasciati prendere tra le mie gambe stanche e ancora una volta, forse l’ultima, io saprò ancora dirti le parole che vuoi sentirti dire”. Invece il pallone cadrà lontano, disegnando una parabola inutile su cui andranno ad appendersi gli occhi di Pirlo e le nostre speranze, bagnate come vestiti centrifugati, ed è in quel preciso momento che si manifesta tutta l’impotenza dell’Italia contro la Spagna. Perderemo 4 a 0, quattro(cento) colpi ai nostri sogni covati durante giugno che non hanno saputo resistere all’estate. Primule sfiorite.

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Cinque cose che forse già sapete su Euro 2012

Cinque-cose-cinque che forse alcuni di voi non avranno notato sull’Europeo in corso in Polonia e Ucraina, lanciato dal dignitoso esordio dell’Italia di ieri contro lo Spagna:

1) Prima di Russia-Rep.Ceca, con i calciatori schierati nel sottopassaggio in attesa di entrare in campo, i diffusori dello stadio hanno sparato niente meno che un pezzo degli XX. In generale si avverte un uso leggermente meno scontato della musica, quanto mai presente in tutti i momenti morti della partita: prima, dopo e durante. Ma vado a sensazioni, anche perché il becerume tipico da Grandi Eventi Commerciali riemerge prepontemente dopo i gol di Spagna-Italia di ieri, quando è stato sparato dalle casse il jingle di Seven Nation Army, non solo per gli Azzurri ma anche per gli spagnoli, che senza fare una piega l’hanno intonato esultanti.

2) Nella lista dei Tormentoni da Grandi Eventi Calcistici, se compare saldamente in testa l’Inadeguatezza dei cronisti Rai, oltre agli occhiali di Marco Mazzocchi, sembra latitare un po’ a sorpresa quello relativo al Pallone, negli ultimi anni diventato palla rotante degna di Holly e Benji, con traiettorie confuse come l’inglese di Trapattoni e dai colori improbabili. Forse tornare (almeno) al design del glorioso Tango è servito a realizzare palloni decenti? La forma prima di tutto.

3) Capitolo Maglie: il colletto dell’Italia con tricolore invertito si commenta da solo. La Spagna rinuncia inspiegabilmente a mostrare la toppa da Campione del Mondo sul petto. Vince per sobrietà e pulizia delle linee la divisa del Portogallo, in attesa di ammirare la maglia dei francesi, totalmente blu e ispirata a canoni buoni per un abbigliamento da strada che alla reale storia calcistica dei galletti.

4) All’improvviso lo striming. L’esclusiva della Rai ha portato non solo svantaggi giornalistici derivati dall’imbarazzante stato di preparazione dei cronisti parastatali, ma anche il vantaggio non indifferente di poter seguire le partite *davvero* ovunque: tv, radio, tablet, iphone, web. Ma il tempo di latenza della trasmissione su internet riporta in auge il ritardo sulla visione, già segnalato ai tempi della coesistenza Rai-etere / Sky-satellite: il segnale arriva dopo, e le persone che seguono su internet hanno il non indifferente problema di esultare dopo. Che fare? Fingere lo stesso gioia, seppure postuma, oppure cedere alla frustrazione da coito ritardato?
Aggiungo una nota tecnica per i più malati. Sulla piattaforma video della Rai è possibile rivedere le partite per intiero. Ok, farebbero comodo anche pratici “highlights” da una botta e via (come Sky e Mediaset sanno saggiamente fare), ma uno scatto nel futuro comunque c’è: a lato della finestra video, infatti, c’è un menu con l’elenco delle azioni salienti. Una serie di segnalibri che consentono di saltare direttamente all’azione incriminata, un modo interattivo, perlomeno, di godersi la visione della partita e costruirsi in proprio, seppure artigianalmente, il proprio ’90 minuto’.

5) Il calcio al tempo dei social network: forse è davvero il primo grande evento calcistico seguito con un adeguato equipaggiamento di smartphone tra la popolazione. Proliferano, alimentate anche dai ragazzi di SSLYBP e il buon Enver, le dirette testuali delle partite (vedi hashtag #lira2012). Almeno, per me si tratta della prima volta, e posso assicurare che seguire i commenti su Twitter E allo stesso tempo guardare la partita, è quasi impossibile. Carenze mie di multitasking? Sta di fatto che al termine del primo tempo, tra un commento sulla partita e un pacchetto di Pai d’oro da aprire, ho scelto la seconda. Se non hai le dita sporche di patatine non è calcio (semicit.)

(questo post l’ho scritto per Someone Still Loves You Bruno Pizzul, il blog a più piedi dove si parla di calcio non parlandone, o viceversa)

Gente per bene

Enzo Bearzot

(via IlPost)

Vorrei ma non posso

Ciccsoft Speciale Mondiali Sudafrica 2010Vincere un mondiale con Pepe, per esempio. E Iaquinta, e quel paracarro di Gilardino. Vincere un mondiale con un pedatore della fascia destra che assomiglia più a uno spacciatore messicano, che a un futuro campione del mondo. Osserviamolo un attimo, questo Pepe. Ha tutto per rappresentare il simbolo di questi mondiali azzurri: è semisconosciuto, finora ha giocato in una provinciale, era nato attaccante ma con il passare degli anni è finito per retrocedere al ruolo di ala, ha iniziato a randellare prima ancora che tentare improbabili rovesciate in mezzo all’area. Non è nemmeno più giovane, questo Simone Pepe già 27enne, che sbuffa, si arrabbatta, mostra la sua espressione più convinta e convincente. Ma i passaggi finisce per sbagliarli tutti, dribbling non ne parliamo. Però sbuffa, mostra il ghigno, è carico come una mina.

A Pepe gli manca tutto, per poter vincere un mondiale, eppure si ritrova, lui sì, in Sudafrica: ce l’ha messo un santone della panchina refrattario ai grandi nomi (quali, peraltro?), lasciati a casa perché indisciplinati e non conformi alla sua idea di “gruppo”. A loro gli ha preferito questo smilzo che gioca nell’Udinese, che lo vedi, quanto vorrebbe vincere un mondiale, quando gli piacerebbe spaccare il mondo, lo vedi quanto si candida a impersonare il ruolo di “favola da mondiale”, prima di lui Grosso, e prima ancora Schillaci.

Simone Pepe contro il Paraguay

Però la rovesciata non gli riesce, i cross più utili sono quelli finiti in tribuna a colpire qualche vuvuzela. Pepe dai, ci riproviamo domenica, e poi ancora giovedì prossimo, e poi forse si va a casa tutti, si prende l’aereo e ci si va a rosolare su qualche spiaggia a ricordare quanto è stato bello partecipare a un mondiale. Vincerlo, con i tuoi piedi, sembra francamente impossibile. Sarà per questo che finirai per farti comunque apprezzare, e come tu gente come Montolivo, che aspettiamo si svegli dal suo torpore da ormai troppi anni, Criscito, timido e onesto terzino, e poi Marchetti, Marchisio, Di Natale… Gente quasi adatta a giocare in nazionale: sarà per questo che nonostante un pareggio, finisce comunque per starci simpatica.

Il legittimo impedimento

Ciccsoft - Speciale Sudafrica 2010 E’ l’anno della Spagna, anzi no, stavolta tocca all’Inghilterra. Spuntano speciali ovunque, tra giornali e blog pronti a offrire le immagini delle partite e le schede di ogni giocatore dell’Honduras. I forum di streaming RojaDirecta, Atdhe e MyP2p affilano i link e offrono un pacchetto completo che Sky e le sue fottute “64 partite tutte in diretta” se lo sogna. Si comprano le tv da mettere in ufficio per pomeriggi troppo caldi e troppo azzurri. Si organizzano gruppi di ascolto di fronte a maxischermi improvvisati. Ci si prepara a rispettare le tradizioni e guardarsi le partite su un 14 pollici.

E’ il Mondiale, è il Natale del Calcio, ma ogni quattro anni. Quindi ancora più atteso, ancora più sacro, ancora più profano. E’ l’unica manifestazione che riesce a far precipitare pil nazionali come nemmeno il più generale degli scioperi. E’ il calcio e basta, all’ennesima potenza: o si ama, o si odia. E inizia oggi.

L’ultima volta molti di noi non avevano mai provato l’esperienza trascendentale di alzare la coppa. Quest’anno è diverso: sappiamo già come funziona. Quindi molti di noi sono inconsciamente pronti ad accettare senza scomporsi tanto la probabile eliminazione ai quarti di finale con la Spagna. In giro c’è gente che non vince da più tempo di noi (gli inglesi, comandati dal Colonello Capello) o non hanno mai proprio vinto (la Spagna, appunto, che meriterebbe di vincere solo per il fatto di avere in squadra tipi come Fabregas e Iniesta). O gente che di solito vince (tipo il Brasile), o che avrebbe come sempre tutti i mezzo per farlo (l’Argentina, con Messi in campo e Maradona in panchina, un cortocircuito che neanche in Ritorno al Futuro). Ci sarebbe anche la favola del calcio africano, e di un continente intero che “aspetta questo momento da una vita”, per citare un abusato clichè socio-sportivo. Ci sono nazionali che fanno contorno come l’Honduras (un nome a caso) oppure la Corea del Nord, che iscrive l’attaccante come portiere. C’è un Mondiale, insomma, una messa da celebrare anche se non conosciamo i nomi dei giocatori convocati da un Lippi che non sa contro chi prendersela, questa volta.

Siamo tutti un po’ in ritardo, e senza bava alla bocca come quattro anni fa. Siamo più rilassati e distratti, per un Mondiale che si gioca d’inverno (in Sudafrica), disturbati dal suono di migliaia di vuvuzelas. Campioni che possano infiammare da soli la scena non se ne vedono, visto che pure Messi è stato dichiarato “irreversibilmente stanco“. Come fare per riaccendere la passione? Potrei dirvi che vincere un mondiale con gente come Pepe sarebbe un’impresa stile Grecia agli Europei del 2004: incredibile, non pronosticabile. Che stavolta sarebbe molto, molto più difficile rispetto all’ultima Coppa. Non vi basta, vero? E se la smetteste di fare i raffinati, come quelli che dicono “ah nel ’82 fu un’altra cosa” o “io per gente come Cannavaro non tifo”, se provaste a guardare questi Mondiali con gli occhi di chi nel 2006 non era ancora nato? Facciamo che da domani abbiamo tutti quattro anni e ci ciucciamo il dito mentre Pepe si invola sulla fascia?

Una manciata di link:
– La migliore infografica sui Mondiali, e in generale di sempre, è il Calendario del quotidiano sportivo spagnolo Marca.
– Il blog collettivo sui mondiali è l’ormai immancabile Doppiavuemme (c’è Enver, Colas, Benty, ElRocco e tanti altri ancora).
– Li avete già visti tutti quanti, lo so, ma è doveroso ricapitolare: Nike e Adidas per i Mondiali mostrano i muscoli e giocano a chi ce l’ha più grosso: lo spot, intendo. Vince Nike, seppure di poco.
– Ok Grosso, ok Berlino, ok Pablito e il Bernabeu e la partita a scopone tra Zoff e Pertini sull’aereo. Ma se penso ai Mondiali, penso sempre a lui, nonostante tutto.

45 anni

Arriva all’edicola un’anziana dalla voce tremante, rugosa e dai capelli bianchi. Chiede “il giornale sull’Inter”. L’edicolante è incerta, anche perché oggi tutti i giornali parlano dell’Inter. “Lo sportivo, voglio”. Peccato che in Italia ce ne siano ben tre, di quotidiani sportivi. Così l’edicolante glieli mostra uno ad uno, come in macelleria quando ti fanno vedere lo stinco di maiale. “Solo Inter, “Estasi Inter”, “Inter, un mito”. La vecchia rimane stordita: “E’ per mio nipote, è tifoso”. Prende la Gazzetta, alla fine, per andare sul sicuro, e dopo aver pagato uno scellino l’accarezza affettuosamente, tradendo le sue origini meneghine: “Ah, la mia Milano”.
Una vecchia rugosa e caracollante che si alza all’alba di domenica per andare a comprare “il giornale sull’Inter” al nipote che intanto se la dorme (avrà festeggiato fino al mattino?), nella mia scala di giudizio vale molto più che la doppietta di Milito. Soprattutto, fa capire abbastanza bene cosa significa (cosa significava, a questo punto che la Storia è cambiata) essere interisti.

Ieri sera ho visto la partita assieme a un tifoso invasato, che ha letteralmente pianto al fischio finale, e suo padre, che invece si è semplicemente fumato una sigaretta, l’ennesima. Suo padre è fatto così, passa buona parte delle partite dell’Inter a fumare nello stanzino a fianco. Poi rispunta nel finale, sorridendo se si vince, cambiando canale se si perde. Ieri sera non ha cambiato canale, si è infilato una maglia nerazzurra, è uscito di casa ed è salito placido sulla bici. E ha iniziato a girare per la città così, sulla graziella bianca, ricordandosi e ricordandoci che lui l’ultima volta che era successa una cosa del genere, aveva tipo sei anni. Nella mia scala di giudizio il suo sorriso contenuto di bambino che gli rispunta di nuovo dopo 45, lunghissimi anni, vale molto più di una corsa isterica di Mourinho in mezzo al campo.

Milito felice come un bambino

Noi interisti siamo (eravamo, visto che la Storia è cambiata) fatti così: ci piace aspettare. Ci piace imparare cosa significa avere pazienza. I lacrimoni sono spuntati anche a me, durante la pubblicità a fine partita, mentre ripercorrevo la mia storia da ‘tifoso’. Le domeniche pomeriggio solitarie, con la radiolina e la sciarpina, i salti che facevo in casa con gli occhiali tondi da ragazzino sfigato che mi saltavano via, le scaramanzie inventate e che non funzionavano mai, i morsi allo stomaco prima di un ottavo di finale di Coppa Uefa, tutte le Gazzette comprate e ammassate in soffitta (non si butta via niente), il 5 maggio, diobono, il 5 maggio e io che esco dal pub in coma “dimenticandomi” la mia ragazza dentro. E poi gli ultimi scudetti. E poi, soprattutto, ieri sera, quando la foto di un bambino sorridente è diventata a colori, solo con un po’ di capelli in meno, quando 45 anni si sono sciolti in un attimo, quando mi sono ricordato che cosa significa tifare per l’Inter.

Calcio moderno

Il vero scudetto dell’Inter non si è celebrato sabato sera quando si è raggiunta la certezza matematica della vittoria. E nemmeno domenica, dopo la partita contro il Siena, quando si è celebrata la festa a San Siro con i tifosi.

La vittoria nerazzurra viene marchiata negli albi d’oro oggi pomeriggio, verso sera, quando con uno scarno comunicato la Juventus esonera il povero Ranieri, a due giornate dalla fine, affidando la panchina a una sua vecchia gloria, Ciro Ferrara.

Il calcio italiano ha attraversato lo specchio e ora (si) è ribaltato: l’Inter macina scudetti di fila, la Juve si arrabatta tra decisioni ridicole frutto di una società ridicola. Era così fino a nemmeno pochi anni fa, ma esattamente al contrario. Per chi è stato interista prima del 2006, sa perfettamente che la rivalsa maggiore (perché vincere, per un interista, anche e soprattutto di questo si tratta, oggi) è tutta contenuta nelle righe in cui viene congedato Ranieri.
Se ci fosse un’ipotetica bilancia, in uno sport ingiusto, bugiardo e crudele come il calcio, credo che ora sarebbe quasi (quasi), in equilibrio.

Il calcio più bello del mondo

E’ uno sport dove si gioca in undici, con le maglie blaugrana, per una squadra che si chiama Barcellona.

E non esiste “Premier League”, “pubblico vicino al campo”, “erba perfetta”, “merchandising” e tutte le altre menate sul “modello del calcio inglese” che tenga. Poesia pura.

Io appartengo a chi mi paga di più

Kakà bada ai veri valoriKakà sta per essere scippato al Milan grazie a una vagonata di petrodollari, tale da far impallidire persino l’opulento Silvio. Facile ironizzare sui principi evangelici del buon Ricardino, che sarebbe ora pronto ad accettare l’esplosione del suo conto in banca grazie a cifre “immorali”, eppure di morale in questa vicenda non c’è assolutamente nulla. C’è un signore particolarmente ricco che vuole una cosa, la chiede a un signore un po’ meno ricco di lui, questi è (ma dai) disposto a concedergliela. Tutto legittimo, così come il desiderio di Kakà di guadagnare di più. A certe cifre forse è anche giusto vendere, considerando che potrebbe essere una delle ultime vacche grasse che innaffiano di latte nero i pascoli italiani: il Milan potrebbe cogliere l’occasione di rifarsi una squadra degna di tale nome.

L’aspetto che veramente stona in tutta la questione è la modesta caratura della destinazione di approdo, il Manchester City, noto ai più per essere la squadra tifata dagli Oasis, forse, che per le prestazioni sportive, difatti oggi si trova in zona-retrocessione. Kakà dunque non ha l’alibi che avrebbe in caso di fuga al Real Madrid (il blasone! la Storia! il palcoscenico prestigioso per regalarmi nuovi stimoli! ecc.), e la sua scelta è nuda come la ipocrisia: vado dove mi pagano di più.
E’ questo il dettaglio che stona nella vicenda, anche se mi viene in mente un fanta-parallelismo con Maradona, e il suo passaggio dal Barcellona (squadra tra le più ricche del mondo) al derelitto Napoli (lottava per non retrocedere) nel 1984, per la cifra di 14 miliardi di lire (più o meno 20 milioni di euro attuali). Non mi ricordo (avevo due anni) se all’epoca si gridasse allo scandalo, ci si strappasse le vesti in nome della dignità e del calcio svenduto al vil denaro. Anzi, a me è sempre sembrata una scelta molto naif, e in fondo consolante notare come anche una squadra di bassa-caratura potesse permettersi il Campione.
Oggi però parliamo di 110 milioni di euro, di un emiro che riesce nell’impresa di comprare i sogni di Berlusconi, e tutto appare più sproporzionato e sgraziato.

Certo, se Moratti domani mi compra Messi ad una cifra pari al prodotto interno lordo della Nigeria, sarebbe una geniale e oculata gestione delle risorse.

Buffet

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(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)