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Le stelle sopra Ferrara

In Piazza Castello, a Ferrara, siamo tutti nati e poi morti e poi rinati e poi concepiti e poi dimenticati e di nuovo, da capo, tutta una serie di cose che hanno molto a che fare con la pancia e i ciottoli che perforano i piedi e quel sole che si apre sempre come una arancia matura contro i mattoni del Castello colando dentro al Fossato, poco prima dell’inizio dei concerti. Piazza Castello, a Ferrara, d’estate, da svariati anni rappresenta il centro d’accoglienza per i nostri sogni clandestini o semplicemente le velleità di stare bene, e basta, almeno per due ore, d’estate. Piazza Castello, di Ferrara, rappresenta il cuore, di giorno non c’è mai nulla però, si riempie forse per il Palio e sicuramente per Ferrara Sotto Le Stelle, che è quella cosa che porta la musica bella in questa città dove non cresce più erba sui campi di calcio e le squadre falliscono, e francamente si fa davvero fatica a ricordare che cosa ci sia rimasto in mano, a noi ferraresi.

Piazza Castello, e Ferrara, hanno tremato, un po’ di tempo fa, lo sapete, lo sappiamo, e per quest’anno i concerti estivi si terranno al Motovelodromo, dove di solito ci gioca la squadra locale di football americano, le Aquile, e ci sono le curve sopraelevate della pista di ciclismo dal calcestruzzo ormai sgualcito. Piazza Castello, quest’anno, non si chiamerà ‘estate’, e rimarrà vuota, e noi saremo a saltare baciarci dimenticarci là dove volano le Aquile, nelle domeniche invernali, in una transumanza al contrario. Così, noi di Ciccsoft, che prima di tutto siamo ferraresi, ci siamo chiesti se era il caso di lasciare Piazza Castello vuota, anche nell’estate del 2012, soprattutto nell’estate del 2012, e ci siamo detti che no, non si poteva proprio, lasciarla lì a tremare da sola.

Così, quest’anno, Piazza Castello sarà vuota, eppure piena, per un istante, o per sempre, dipende. Abbiamo deciso di immaginarci otto concerti diversi, scegliendo otto gruppi/cantanti diversi, ancora in attività. Sono venuti fuori otto cose che sembrano racconti, recensioni, storie di qualcosa che poteva essere, e che non è stato, o sarà, o non sarà mai, ma è la risposta alle piazze vuote, è la nostra riconoscenza verso chi ci ha sempre riempito i cuori o la testa, e stavolta toccava a Piazza Castello saltare un po’ sulle nostre stelle.

Otto stelle diverse, ci è finito dentro Grignani ma ci sono i Perturbazione, c’è Max Pezzali che chi l’avrebbe mai detto, a Ferrara Sotto le Stelle, e invece, c’è Colapesce e ci sono gli Amor Fou, e poi i Gaslight Anthem, gli Stars e i mammasantissima Blur insieme ai Grandaddy. Perché non ci sono schemi, regole, mafie, pose da rispettare, quando si usa la fantasia, quasi pateticamente, per riempire un posto che è il cuore della città e quindi di noi, insomma. Questi otto concerti sono stati messi sopra delle tavole grazie alle parole di Accento Svedese, Agata, Davide, Evelina, Enver, Fran, Eugenio e il sottoscritto. Più i disegni di _Disordine. Poi abbiamo stampato tutto su carta, che i sogni ci piace toccarli, ogni tanto. E poi li abbiamo legati con lo spago colorato, per provare a tenere insieme tutte queste cose diverse.

E poi, stasera, dopo il concerto di Bon Iver, e i prossimi a venire di Soap&Skin, Afterhours e Damien Rice, esporremo i poster di questo festival che non esiste in Piazza Castello, per riempirla appunto un attimo, oppure mai, boh, decidiamo noi.

Scarica i pdf delle tavole

Grazie a quelli che hanno scritto, disegnato, sostenuto, criticato, posteggiato ecc. questa cosa qui. Qualcuno sa il perché.

Chi vuole una copia delle tavole, lo scriva nei commenti e poi ve la spediamo.

Nei prossimi giorni, sempre a sorpresa, metteremo i racconti anche sul sito. Intanto, ognuno si provi a immaginare il suo concerto che non esiste.

Good Luck

Quando uscì l’annuncio della data numero zero dei Giardini di Mirò, a Ferrara, il giorno dopo andai subito a prendere il biglietto, in un Mediaworld qualsiasi, per due motivi: il primo, perché avevo voglia di vedere l’effetto che facevano, le parole giardini-di-mirò risuonate dentro un Mediaworld che nemmeno li vende, i loro cd. Secondo, perché i Giardini di Mirò sono quel gruppo che se provi a spiegare come suonano, non ci riesci mica. Credo sia sufficiente, no?

Suonano “da sedici anni”, come ha ribadito Jukka questa sera, alla Sala Estense, e hanno un’ironia lieve, emiliana, e levigata da anni, appunto, passati a suonare assieme, quando parlano sul palco tra una canzone e l’altra. Eppure, io che non li conosco così bene da poter riconoscere le smorfie e le incertezze delle loro corde vocali mentre ringraziano, mi sembra conservino intatto quel loro essere introversi, timidi, quel senso del pudore, quasi, che li fa sembrare (azzardo) naif, o noiosi, o aristocratici. Perché i Giardini di Mirò sono esattamente quello, ‘classe’ pura, una bottiglia di vino, di quello buono, da sorseggiare lentamente, facendo dondolare il bicchiere, o le teste, o le mani o le gambe, oppure da spaccarsele in faccia, senza ferirsi. Li ho sempre visti in situazioni non esattamente canoniche: stasera era la prima data del nuovo tour del nuovo album, per esempio, e prima ancora, era un gennaio di un secolo fa (2010), in tv si parlava ancora di minorenni a feste presidenziali, per dire, ed ero a Berlino, e casualmente loro suonavano proprio a Berlino, le musiche del film muto ‘Il fuoco‘. Quella sera me la ricordo bene, mi ricordo che al mattino chiesi a Kai, il ragazzo che ci ospitava, se gli andava di venire a sentire un gruppo italiano, lui rispose “ora me li ascolto su Myspace e poi vi dico”, noi uscimmo, a consumarci i piedi sui marciapiedi, e quando tornammo, con un mite sorriso disse che in fondo non erano male, e ci avrebbe accompagnato. Così, in un sabato sera di gennaio, mi ritrovai con un berlinese a sentire i Giardini che suonavano le musiche per un film muto degli anni Venti, qualcosa di apparentemente distante, forse (da cosa, poi?), eppure secondo me spiega abbastanza bene cosa possono essere, i Giardini di Mirò. Ricordo anche che poi suonarono anche i loro pezzi, e Jukka disse che ogni volta che venivano in Germania erano felici, perché suonare fuori dall’Italia per loro era come “respirare”, ed era esattamente il motivo per cui mi trovavo io a Berlino, quella sera, quell’inverno, ed ero così contento, di respirare assieme ad altri italiani, che a fine concerto quella sera feci una cosa che non faccio (praticamente) mai, andare da un componente del gruppo e salutarlo e stringerli la mano, vergognandomi come un ladro. Me la ricordo ancora, la faccia contenta di Jukka. Si può essere felici a suonare cose tristi?

Non lo so, non conta poi questo. Jukka, poi, me lo ricordo a Carpi, per Materiali Resistenti, io ero in prima fila perché a me ai concerti piace sentire i gruppi che suonano, che detta così può sembrare un’affermazione supponente, ma non è così scontato, pensateci. Mi ricordo quella pelle pallida e quella barba e quel viso che quando suona si stira e quando ringrazia si raccoglie, la faccia di Jukka, dico, quando la vedo penso che la faccia di un emiliano è come la sua, pallida, stempiata, minuta, e però sa stirarsi, sudare, sforzarsi, stropicciarsi durante dieci minuti in apnea di Berlin (la penultima canzone di stasera, per esempio). Quella sera si era là per resistere, prima di tutto, un’altra serata anomala per ascoltarli. Tipo stasera.

Stasera è stata già un’impresa arrivarci, conosco persone che in questo momento stanno facendo chilometri e consegnando ore di sonno in cambio di teste che smetteranno di dondolare, sempre più lentamente, soltanto quando saranno sdraiati, per dire, è stata un’impresa arrivarci tutti interi, sconvolti dall’aria aperta, dalle tachipirine e dalle cose che vanno in frantumi. Non l’avevo ancora ascoltato, prima di stasera, il nuovo album, Good Luck, si chiama, un po’ perché odio ascoltare le cose in striming (problema mio, scusate), un po’ perché volevo che andasse esattamente così: volevo fidarmi, di loro, volevo chiudere gli occhi e dondolare la testa, e così è stato. Anzi, forse anche meglio: tra un amaro del capo e l’altro passato sottobanco, ho scoperto pezzi che hanno più voglia di scuotere, e meno di bagnarti. Non ve la posto, la scaletta, l’ho rubata così non la saprete mai, andateci a sentirli, senza saperne niente, di cosa suoneranno, andateci perché dei Giardini di Mirò bisogna fidarsi: e ve lo dice uno che non li conosce così bene, appunto, ed è in casi come questi che la parola ‘fiducia‘ serve ancora a qualcosa, forse.

Perché in fondo lo sai, che certe cose possono capitare solo qui, in Emilia, nelle città “con le zampe di diavolo sopra ai portoni delle chiese” (cit. Agu), in quelle sere dove non hanno importanza le canzoni ma chi le suonerà, e chi le ascolterà a fianco o dietro o davanti a te, con vecchi con la coppola in sala che si alzano a fine concerto, imperturbabili, con il maglione sollevato, con la camicia che esce dai pantaloni, ed occhi liquidi dietro gli occhiali spessi. Da qualche parte, sapere che esistono gruppi del genere, di cui magari per mesi ora non riascolterai più nulla, oppure ascolterai solo loro, e possono esistere soltanto in questa striscia di terra che si ricorda soltanto di dimenticare, o di rimpiangere, che fa crescere la nostalgia sugli alberi, per una sera, una soltanto, questa consapevolezza riesce a tenerti in equilibrio mentre muovi la testa, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro.

(Cidindon era tra quelli che dondolava la testa, e scrive molto meglio del concerto di ieri sera, e di cosa è davvero stato, qui)

But we know it’s just a lie

L’estate è finita più o meno sabato 9 luglio alle 23.06, al termine del concerto degli Arcade Fire, davanti al botteghino di Ticket Office ormai chiuso, sopra i marciapiedi di Corso Garibaldi. Lucca è come Ferrara, più o meno, è circondata su tutti i lati da poderose mura medievali, ma la fortificazione della città toscana è conservata in uno stato migliore rispetto a quella ferrarese: le mura sono più larghe, più massicce, e le porte d’accesso al centro cittadino mantengono l’aspetto quasi originale. A Ferrara invece le mura ci sono e non ci sono, ci si può correre sopra come a Lucca, ci si può innamorare e rotolare sui prati in pendenza come a Lucca, anzi, forse ancora più dolcemente, perché i pendii fanno meno paura, ma presentano ampi varchi, di porte ne resiste a malapena una, Porta Paola, le altre sono state stravolte dal tempo e dalle auto, che per passare hanno preteso e ottenuto varchi in calcestruzzo. E in alcuni tratti non ci sono nemmeno più, o sono appena appena più alte dei vecchi che passeggiano solitari al mattino presto. A Lucca invece ci sono tante porte e hanno tutti nomi propri di persona. Credo.

 

Nel 2007 ho assistito al miglior concerto della mia vita, e devo dire che sono veramente una persona fortunata, perché il concerto più bello della mia vita (finora, ovviamente) si è tenuto esattamente (guarda te, le coincidenze) nella mia città, ci sono andato in bicicletta, mi ricordo ancora la saracinesca della cartoleria di via Cairoli dove l’ho chiusa, pensando che era fuori mano e che lì, sicuramente, non me l’avrebbero fregata (doppiamente fortunato: non me le fregarono mica, ha!), e di quella sera mi ricordo perfettamente tutto, la maglietta che indossavo, che avevo i capelli più lunghi di adesso, mi ricordo della mano appoggiata sulla sua spalla, sfidando timidezze e ritrosie e scandali, ricordo la scaletta, la gola sgolata e le braccia nude che sotto le luci di luglio picchiavano fragorosamente il tempo, ma senza violenza. Il miglior concerto della mia vita me lo ricordo perché era a Ferrara, perché ci sono andato in bicicletta e perché suonavano, senza violenza ma spaccando comunque i cuori e i polmoni soltanto grazie alla gioia (che cosa quasi scontata, vero?) quello che scoprii poi sarebbe diventato qualcosa di molto simile al mio ‘gruppo preferito’.
Ma quella sera, luglio 2007, non lo era ancora, ma un concerto dove la pausa tra la fine ufficiale e l’inizio dei bis viene interamente riempita dagli ooohh del pubblico che prolunga all’infinito l’ultima canzone, non può non essere il mio preferito. Mi ricordo, di quella sera, a Ferrara, che c’erano un sacco di canadesi sul palco, c’era un tamburino che picchiava come un forsennato su un tamburo e c’erano canzoni che non avevano bisogno di spiegazioni, canzoni da scartare come caramelle, canzoni da tirarsi reciprocamente addosso come torte farcite alla panna, e leccarsi i baffi e andare a letto senza lavarsi i denti. Quella sera, in piazza Castello, eravamo tutti ricoperti di panna, e per le strade che si diramavano dal centro verso l’esterno c’era panna ovunque, e sorrisi ovunque, e mi ricordo ancora di quel gruppetto di ragazzi che si era spinto addirittura fuori dalle mura ferraresi, che non sono così possenti come quelle di Lucca e lasciano filtrare molto, forse tutto, e mi chiesero dove fossero finiti, e sorridevano anche se erano vicino a una rotonda e lontano da casa, così lontano da far girare la testa.

Magari ci saranno stati anche loro, ieri sera, a Lucca, in piazza Napoleone, larga, con gli alberi, con mille ingressi diversi, con il “corridoio di sicurezza”, mi pare si chiamasse così, dove poter prendere quarti di focaccia e correggere il proprietario del negozio di dischi che stava esponendo in vetrina il vinile di The Suburbs posizionandolo però al contrario. Dai ciottoli a un imperatore, i canadesi ne hanno fatta di strada, e ne ho fatta anch’io, e col tempo ho preso il brutto vizio di fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle luci sul palco, che quelle dei tuoi occhi, delle scalette appallotolate dai tizi che smontano gli strumenti, che delle lettere che mi hai scritto. Le mura di Lucca sono molto più imponenti di quelle di Ferrara, e dal 2007 ad oggi è aumentato tutto, in proporzione, le mura, il prezzo del biglietto, la coda ai bagni, la birra che bevo, la mia pancia, la mia fronte sguarnita di capelli, che ora tengo più corti. E sono diventati grandi, grandissimi, anche i canadesi sul palco, Win Butler si erge in piedi sulle casse, e prende in mano le videocamere del pubblico in prima fila, nel 2007 a Ferrara non l’aveva mica fatto, a Ferrara cantava impettito, adesso parla, anche, e credo si renda conto di scrivere canzoni della madonna e di fare concerti che rendono felici le persone. E Regine, Regine è sempre una zolletta di zucchero, indossa sempre vestitini impertinenti come i suoi riccioli, ma ora sono ricoperti d’oro, e ora i canadesi hanno il maxi-schermo alle loro spalle, e molto più persone di fronte, e molte più mani che battono, anche se non riusciranno mai a fare più rumore di quelle che c’erano a Ferrara nel 2007. Ma piove panna montata ovunque, e ovunque le bocche si spalancano, e ogni volta, al loro concerto, e così, (e così sempre sarà, e questo il loro segreto), anche se adesso registi indipendenti producono film con le loro canzoni con bambini che girano in bicicletta, per farci commuovere davanti a uno streaming gratuito ma soltanto fino a mezzanotte, adesso suonano nello stesso festival dove suonerà Elton John, sponsorizzato dal Rotary, con i vergognosi palchi vip semivuoti.

Ma l’organo di Intervention è sempre pronto a gambizzarti, a metterti sulle ginocchia, e l’incedere del piano di We Used To Wait continua a farti paura come un tramonto di fine agosto, e Power Out ti fa scoppiare la testa, e Wake Up ti costringe ad aggrapparti alla prima cosa che incontrano le tue mani, la tua maglietta sudata da strizzare, la spalla di chi ti è vicino, un obiettivo 300mm di una reflex a caso, le transenne o le stelle. E Tunnels è sempre quasi insopportabile, sì, quasi non riesci nemmeno ad ascoltarla perché pensi che sia troppo. “Tutto”. Che cosa è cambiato, allora?

Provi a dare la colpa ai Grammy, all’hype, alle mode, agli indie che si riproducono, ai capelli che cadono, alla gente, a Lucca, al Rotary, al palco vip a 90 euro, alle quattro ore di coda sull’Autostrada del Sole sprovvista però di Ombre, al fatto di averli già visti, e rivisti, al fatto che vuoi mettere la prima volta, vuoi mettere la nostalgia, ma niente, non riesci a smontare l’esperienza extrasensoriale che coinvolge tutti i cinque sensi, lo spettacolo live migliore cui si possa assistere, perché dove lo trovi un altro concerto dove esci col sorriso e con le labbra sporche di panna montata? Però il tarlo ti resta, il giorno dopo: ma cosa è cambiato, però, in tutti questi anni?

E a forza di rimuginarci sopra, al termine di una settimana in cui il tuo corpo ha affrontato prima un concerto dei National e poi un altro degli Arcade Fire, ovvero molto semplicemente la musica che ti ha tenuto in piedi in questi ultimi anni, a poche ore da un lunedì dove non riuscirai a fare altro che disegnare sul soffitto, perché l’estate è finita, ti accorgi che l’unico dettaglio ad essere cambiato sei tu. Sono io. E non perché ora ho meno capelli, o perché faccio impercettibilmente meno fatica a parlare con gli sconosciuti, no. Mi viene in mente il mito della Caverna di Platone, lo so, non c’entra assolutamente niente, oppure sì. E allora vado su Uichipidia per verificare che non sia diventato pazzo. Leggo:

Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:
«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano».

Uhm. In questi anni ho imparato a fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle canzoni che facevano sbattere le imposte come temporali, che di quello che le persone mi dicono, e a credere che possa essere estate soltanto saltando e gridando Lies, Lies. E martedì scorso, e poi sabato, sono uscito a vedere la luce e a scoprire come sono realmente fatti gli oggetti la cui ombra viene proiettata sul muro di fronte. Bottigliette d’acqua rubate dalle borse, capelli che svolazzano, buste riempite di cartoline, edicolanti da abbracciare, persone cui chiedere scusa, abbracci, abbracci, sorrisi e abbracci. E poi ‘grazie mille’ in un inglese stentato, e poi si spengono le luci, e poi si ritorna nella caverna a incazzarsi con chi ti viene a spiegare le ombre, a mettere Haiti a volumi improponibili nell’autoradio.

Lies, lies.

 

(La foto è di Lillas)

Postcards from The National

Speciale The National Ferrara sotto le stelle 2001

The National a Ferrara (si legge tutto di fila, chiudendo gli occhi) è il concerto dell’estate 2011 cui siamo più affezionati. Perché quella voce di Matt Berninger, quella voce definitiva che sembra uscire direttamente dai ciottoli riscaldati dal sole, dalla terra su, su fino dentro le nostre narici, riesce a farci sentire semplicemente meno soli. Come poche altre cose.

Turn the light out, say goodnight,
no thinking for a little while

Abbiamo pensato che il concerto dei National di martedì 5 luglio, per Ferrara Sotto le Stelle, meritasse una sorpresa. Che ce la meritassimo noi, una sorpresa. Uno speciale di carta, da toccare e conservare, come siamo soliti fare da queste parti, di tanto in tanto. Ma un po’ diverso dal solito.
Quattro racconti, per quattro canzoni, scritti per Ciccsoft da Cidindon, Chiara, Inkiostro e GiorgioP/Junkiepop. Illustrati dai disegni dei ragazzi di Maciste (Federico Manzone, Damiano Fenoglio e Lorenzo Mò). Tutto infilato dentro una busta.

Il risultato lo potrete scoprire martedì sera, mentre sarete in coda dai cancelli oppure seduti in piazza Castello ad attendere prima Beirut, e poi The National. Saranno disponibili 500 copie: se volete che ve ne teniamo da parte una, fateci sapere.

Grazie, davvero, ad Antonio, Chiara, Fabrizio e Giorgio. E a Federico, Damiano e Lorenzo.
E a Simone ed Emma.

Ancora ancora ancora

Il concerto degli Explosions in the Sky all’Estragon di ieri sera è stato prima di tutto bello e impeccabile, alla faccia dei detrattori sempre un passo avanti su tutto che li ritengono ‘bolliti’ (in riferimento all’ultimo album Take Care, Take Care, Take Care) o roba buona giusto per addormentarsi, ormai. Io invece gli occhi li ho tenuti non dico aperti, ma sbarrati, per l’ora e un quarto di cascate sonore. Per citare una ragazzina seduta nella polvere del parcheggio mentre tentava di spiegare come fosse andata all’amichetto, chiosava così: “Ti avvolgeva proprio”. Cioè.

Explosions in the sky  Estragon Bologna
Ma “le esplosioni nel cielo” (per citare il chitarrista Munaf Rayani, molto simile a Sayid di Lost, peraltro) hanno riproposto una laterale quanto scottante questione: è giusto o meno fare i bis a fine serata? Ieri sera infatti il concerto si è chiuso senza l’ormai classico siparietto sui siamo abituati, mani che fanno ciao dal palco, applausi scroscianti in platea, ritorno in scena, urla di approvazione del pubblico pagante. Ieri sera si sono rimessi i plettri in tasca e non sono più usciti. Il concerto è finito quando è finito.
Munaf è uscito soltanto per spiegare che ce ne potevamo tornare a casa “a prenderci cura di noi stessi” e che quello che avevano suonato finora “era tutto quello che avevano da donarci stasera”. Mettetevela via, in sostanza.

Sulla strada del ritorno, con immancabile sosta all’autogrill Bentivoglio Ovest (senza incrociare purtroppo Accento Svedese, guest star della suddetta area di sosta) con il socio si discuteva sull’opportunità dei bis. Richiamo doveroso per gratificare il gruppo che ha suonato, secondo me e la mia fame bulimica (ancora ancora ancora), inutile appendice che non aggiunge poi molto al concerto in sè (va bene così va bene così va bene così). Chi ha ragione? Nel dubbio, a Munaf dico soltanto: tornate presto in Italia, tornate presto in Italia, tornate presto in Italia.

(la foto è di Francesco)

Forse

A dire che i Verdena sono bravi ci si sente sempre un po’ in imbarazzo, sempre in bilico tra ovvietà e sputtanamento. Poi uno va a vedere le date del tour di Wow, l’ultimo doppio album uscito a gennaio con tanto di copertina (e suoni) vintage, e sembra che siano in tanti a volersi sputtanare: Milano sold out, così come a Torino, Bologna, Firenze, Perugia, Ravenna, Pordenone eccetera. Spuntano doppie date come funghi. Ok, molto dipende dalla scelta di suonare in posti piccoli, dicono che fosse Alberto a preferirli, vuole suonare in posti “raccolti, concentrati”. Però la sfilza di sold out fa un po’ impressione. Quanti altri gruppi italiani rock fanno tutto esaurito come loro? Quanti altri gruppi italiani non si possono idolatrare come loro se no sembri un diciottenne accaldato?

Verdena Wow
Perché poi la questione è semplice: i Verdena sono bravi. Hanno fatto un album, un doppio album, della madonna. Ma non si può dire. Se lo si dice, si diventa automaticamente ventenni che indossano la felpa a cappuccio e pogano sotto il palco. Che gridano Roberta-Roberta (nel senso della bassista carina). Che sono cresciuti a pane e Valvonauta, peccato che Valvonauta è roba di decenni fa e questi che saltano ora sotto il palco non avevano ancora nemmeno iniziato a drogarsi. Allora c’è qualcosa che non mi torna: come li facciamo questi sold out, soltanto con i ventenni tumefatti?

Devono allora piacere anche a qualche ventenne ora trentenne, anche se stare nelle prime file ai concerti (ne ho visti due, per tentare di chiarirmi definitivamente la questione) non aiuta, dato che l’età media tende a degradare man mano che ci si avvicina alla testa ciondolante di Roberta-Roberta. Non ci sarà mica una specie di ‘paura’ a dire che sì, i Verdena han fatto un album, un doppio album, della madonna, che suonano completamente differente dai primi tre, ormai, che sembrano più indipendenti loro, nonostante suonino per Universal, che tutta la trafila di gruppettini xilofono lowfi che qui si adora, sia chiaro, non è un giudizio di merito, ma non è nemmeno un giudizio: è un notare che loro, questi bergamaschi fanno uscire un album e poi si chiudono dentro a un pollaio per svariati anni a suonare in analogico senza farsi vedere in giro, senza postare video virali, sono così fuori dal mondo che scrivono “suoni su Facebook”, insomma si preoccupano essenzialmente di fare musica. Dici niente.

E ne masticano, di musica. Va bene, sempre la stessa, va bene, scopiazzano dai Bitols e da riferimenti scontati, ma tirano su muri con calce cemento chitarre e batteria e pianoforte, prendete il pianoforte di Miglioramento, che è anche il pezzo migliore di Wow, con quelle mani gettate come secchiate sul piano chè vien voglia di saltare e prendere a testate le finestre per aprirle. E cambi di ritmo e citazioni e soprattutto un suono preciso e pulito che anche se cambia lo capisci che sono loro, che sono i Verdena, e ti viene da perdonarli tutte le volte per i loro testi inutili, che se avessero avuto testi un po’ meno ridicoli forse forse adesso suonerebbero nei palazzetti ma in fondo chissenefrega, in fondo loro il fisico ce l’hanno, a trentanni suonati, tirano su i muri dei loro pollai sempre più alti e sono contenti e si vede, ora ai concerti sorridono pure, e il numero di ‘grazie’ è esponenzialmente aumentato rispetto ai tempi dei Samurai e dei Grandi Sassi.

Dice Alberto che “Comunque noi stiamo benissimo così, non ci sentiamo né indie né major, né chissà che. Siamo una cosa a sé, con un’identità ben definita ormai da anni“, e forse non c’è molto altro da dire se non saltare come nemmeno si faceva ai tempi di Valvonauta, e smettere di sforzarsi a capire perché i Verdena o li odi o li ami, ma farsi ogni tanto i cazzi propri nei nostri pollai. Che forse qualcosa di buono alla fine esce.

By the times we met the times are already changed

Urgenza. Dopo averla sepolta (Funeral), e tramandata (Neon Bible), ora gli Arcade Fire prendono le sacre scritture bussando alle porte dei sobborghi (The Suburbs). Divulgano come pastori dal sorriso buono e mite il Nuovo Testamento, che non è esattemente ciò di cui avevamo bisogno (l’Urgenza, per l’appunto), ma sono così convincenti che sanno cambiare i nostri bisogni. Io gli credo, nonostante tutto.

The Suburbs

E là dove sembra che aggiungano, strato su strato, canzone su canzone, concept per concept, vince invece la sottrazione. Si fermano una nota prima, un ghirigoro prima, un ricordo prima. Di. E accontentarsi assomiglia molto al crescere, anzi, all’andare avanti, che è diverso, che comunque loro sono sempre quelli di incontrarsi in mezzo alla città mentre fuori nevica, dimenticandosi i nomi dei genitori e un po’ di tutto il resto. Dimenticandoci anche che nel 2007 fecero il concerto dell’anno e forse del decennio, lasciandoci tutti con dei sorrisi che nemmeno a lavarli, vengono via.
E stasera ce ne aggiungeremo uno sopra.

Puoi dirlo a tutti

Tra qualche ora saremo ancora sotto ai piedi bollenti del Savonarola per svolantinare pagine fotocopiate. Manifestiamo per il diritto alle cose belle, e per il dovere di farle. Puoi dirlo a tutti.

Dopo il concerto dei Pixies, ci abbiamo preso gusto, e anche per l’adunata de La Tempesta sotto le stelle ci sarà uno speciale in bianco e nero per gli intrepidi in coda sotto al sole pronti ad assistere alla maratona di musica italiana e indipendente.
I colori questa volta ce li abbiamo messi noi: Eugenio racconta cosa significa per un ferrarese andare a un concerto in bicicletta, il sottoscritto blatera di case liberate dai genitori e di poster portanti, Enver ci spiega quanto importante sia fare musica oggi in Italia, e come farlo, soprattutto, Accento Svedese ha un problema con il cellulare che glielo risolveranno i Uochi Toki, Luca RadioNoiseBlues riannoda i fili scoperti di Vasco Brondi, Gaia vive nel mondo prima, e dopo, dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

In prima pagina troverete il saluto di Enrico Molteni, con una clamorosa rivelazione sulle prossime sorti de La Tempesta. E ha scritto per noi anche Alessandro Alosi, de I pan del diavolo.

Tutto questo legato assieme con ago e filo da Alessandro Baronciani, che ha illustrato lo speciale. Sono 500 copie, finiscono in fretta, quindi vedete un po’ voi.

Ciccsoft Speciale Tempesta sotto le stelle - sabato 10 luglio 2010 - Ferrara piazza Castello

 

Chi non ci sarà in piazza Castello questa sera, può scaricare il pdf a questo indirizzo: http://www.ciccsoft.com/latempesta/ciccsoft-tempesta.zip

Grazie ad Alessandro, Enrico e Alessandro.
E poi a Federico, Luca ed Enrico. E a Gaia.
E a Simone che ha fatto le due di notte con noi.

Chiedi chi sono i Pixies

Quando compaiono i primi tubi innocenti in piazza Castello, si capisce che la primavera ha voglia di riposarsi. Quando poi migliaia di persone iniziano a saltare su quei ciottoli, c’è la conferma: l’estate è arrivata a Ferrara.

Ok, ci sono già stati i Wilco a teatro, ma Ferrara sotto le stelle è soprattutto (per chi ha visto le passate edizioni) i concerti all’aperto: ormai un “classico” dei festival italiani (ed europei, lo vogliamo dire?). Domani sera arrivano quei mattacchioni dei Pixies: tornano in Italia dopo mille anni con la loro musica sbilenca. Suoneranno Doolittle (e si spera chiudano con quell’altra canzone lì), nel ventennale della sua uscita.

Abbiamo chiesto ad Accento Svedese, Francesco Locane, Enzo Polaroid e Livefast, di provare a spiegarci che cosa sono stati i Pixies. Che cosa sono. E perché ha ancora senso un loro concerto, dopo più di ventanni, nel 2010. E’ venuta fuori una “fanzine fotocopiata”, stampata in limitatissime 500 copie, che verrà distribuita domani sotto al Savonarola, in attesa del concerto. Dentro, troverete anche “una specie di benvenuto” (cit.) di Vasco Brondi.

Ciccsoft - Speciale Ferrara sotto le Stelle 2010 - Pixies

Per chi non passerà domani da Ferrara, la può scaricare qui (in formato pdf): www.ciccsoft.com/pixies/ciccsoft_pixies.zip

Grazie a Enzo, Federico, Francesco, Simone e Vasco. E a esserelemma.

Silenziosi come un tuono

La piazza di Carpi è grande. Sarà lunga almeno due campi da calcio. Almeno, eh. Forse di più. Dentro finiscono per starci un sacco di cose. Una chiesa, là in fondo. Poi un castello, un teatro. Dei portici, dei barettini, dei bancomat, tanti ciottoli. Un palco. Un referendum, che firmo subito e convinco gli altri con me a fare altrettanto. Cantanti, scrittori, partigiani, reduci. E tanta gente.

Parlano tutti, in questa piazza grande che si apre come una prateria improvvisa in un buco della Bassa. Parlano i giovani sotto il palco, ragazzine in tiro sfattoni alternativi fotografi improvvisati gente capitata per caso o per noia o per contagio. Parlano anche i cani, per chi li sa ascoltare. Parlano sul palco canzoni di guerra, di dolore morte e cose molto molto brutte e molto molto lontane, per questo forse così vicine. Tutti parlano, dicono quel che va detto in una giornata come il 25 aprile in un momento come questo. Parlano parlano e la piazza sembra proprio grande, sì. Caspita, saranno anche più di due campi, minimo.

Dentro questa piazza ci sta tutto, non ci manca nulla, non siamo come loro, non lo saremo mai, siamo diversi. Io però non parlo, sto muto, per conto mio, giro per la piazza faccio incazzare il resto della compagnia perché faccio l’asociale, faccio finta di fotografare per non dover dire qualcosa pure io. Mi guardo attorno, penso che è davvero enorme questa piazza a Carpi, pure bella voglio dire, fa pure caldo, è già estate mascherata da primavera, la primavera quando arriva è già finita che neanche te ne accorgi, se non fosse per gli starnuti che ti fanno alzare la testa al cielo e vedi sopra di te del vetro.

Materiali Resistenti

Così mi rendo conto che siamo completamente circondati dal vetro, un’enorme campana di vetro senza la neve e noi ci siamo finiti dentro, una calotta trasparente che ricopre tutta questa piazza di Carpi così grande che dentro finiamo per starci tutti, e fuori rimangono loro. E le parole del comandante Dièvel sono proiettili che finiscono sul vetro, come le firme sul referendum sull’acqua pubblica, cosa vuoi che c’entri con la Resistenza, scorreva sangue sulle montagne e ora scorre acqua qui in pianura, o al massimo birra a 3 euro per inzupparci le pizze inscatolate fredde, come “muori tutto vivi solo tu” che ti vengono i brividi a sentirlo dire da Max Collini, come “il reggae è quello che ci vuole in un’Italia fascista”, come Capovilla che si sparge il corpo e la voce di merda, come i coglioni di Nori, nel senso delle poesie che legge, come i miei occhi che lo fissano immobile mentre descrive cos’è la guerra, sono tutti proiettili sparati in cielo nemmeno fosse capodanno, invece è il 25 aprile, fingiamo di essere in primavera ma è già estate, molto è già compromesso, forse tutto, chissà quanto è spesso quel vetro, chissà se si lascerà perforare, chissà che magari stavolta si infrange e si spacca tutto e piovono addosso schegge di vetro, speriamo che facciano feriti anche dall’altra parte.

(Le foto di Materiali Resistenti, qui sotto)

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(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)