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But we know it’s just a lie

L’estate è finita più o meno sabato 9 luglio alle 23.06, al termine del concerto degli Arcade Fire, davanti al botteghino di Ticket Office ormai chiuso, sopra i marciapiedi di Corso Garibaldi. Lucca è come Ferrara, più o meno, è circondata su tutti i lati da poderose mura medievali, ma la fortificazione della città toscana è conservata in uno stato migliore rispetto a quella ferrarese: le mura sono più larghe, più massicce, e le porte d’accesso al centro cittadino mantengono l’aspetto quasi originale. A Ferrara invece le mura ci sono e non ci sono, ci si può correre sopra come a Lucca, ci si può innamorare e rotolare sui prati in pendenza come a Lucca, anzi, forse ancora più dolcemente, perché i pendii fanno meno paura, ma presentano ampi varchi, di porte ne resiste a malapena una, Porta Paola, le altre sono state stravolte dal tempo e dalle auto, che per passare hanno preteso e ottenuto varchi in calcestruzzo. E in alcuni tratti non ci sono nemmeno più, o sono appena appena più alte dei vecchi che passeggiano solitari al mattino presto. A Lucca invece ci sono tante porte e hanno tutti nomi propri di persona. Credo.

 

Nel 2007 ho assistito al miglior concerto della mia vita, e devo dire che sono veramente una persona fortunata, perché il concerto più bello della mia vita (finora, ovviamente) si è tenuto esattamente (guarda te, le coincidenze) nella mia città, ci sono andato in bicicletta, mi ricordo ancora la saracinesca della cartoleria di via Cairoli dove l’ho chiusa, pensando che era fuori mano e che lì, sicuramente, non me l’avrebbero fregata (doppiamente fortunato: non me le fregarono mica, ha!), e di quella sera mi ricordo perfettamente tutto, la maglietta che indossavo, che avevo i capelli più lunghi di adesso, mi ricordo della mano appoggiata sulla sua spalla, sfidando timidezze e ritrosie e scandali, ricordo la scaletta, la gola sgolata e le braccia nude che sotto le luci di luglio picchiavano fragorosamente il tempo, ma senza violenza. Il miglior concerto della mia vita me lo ricordo perché era a Ferrara, perché ci sono andato in bicicletta e perché suonavano, senza violenza ma spaccando comunque i cuori e i polmoni soltanto grazie alla gioia (che cosa quasi scontata, vero?) quello che scoprii poi sarebbe diventato qualcosa di molto simile al mio ‘gruppo preferito’.
Ma quella sera, luglio 2007, non lo era ancora, ma un concerto dove la pausa tra la fine ufficiale e l’inizio dei bis viene interamente riempita dagli ooohh del pubblico che prolunga all’infinito l’ultima canzone, non può non essere il mio preferito. Mi ricordo, di quella sera, a Ferrara, che c’erano un sacco di canadesi sul palco, c’era un tamburino che picchiava come un forsennato su un tamburo e c’erano canzoni che non avevano bisogno di spiegazioni, canzoni da scartare come caramelle, canzoni da tirarsi reciprocamente addosso come torte farcite alla panna, e leccarsi i baffi e andare a letto senza lavarsi i denti. Quella sera, in piazza Castello, eravamo tutti ricoperti di panna, e per le strade che si diramavano dal centro verso l’esterno c’era panna ovunque, e sorrisi ovunque, e mi ricordo ancora di quel gruppetto di ragazzi che si era spinto addirittura fuori dalle mura ferraresi, che non sono così possenti come quelle di Lucca e lasciano filtrare molto, forse tutto, e mi chiesero dove fossero finiti, e sorridevano anche se erano vicino a una rotonda e lontano da casa, così lontano da far girare la testa.

Magari ci saranno stati anche loro, ieri sera, a Lucca, in piazza Napoleone, larga, con gli alberi, con mille ingressi diversi, con il “corridoio di sicurezza”, mi pare si chiamasse così, dove poter prendere quarti di focaccia e correggere il proprietario del negozio di dischi che stava esponendo in vetrina il vinile di The Suburbs posizionandolo però al contrario. Dai ciottoli a un imperatore, i canadesi ne hanno fatta di strada, e ne ho fatta anch’io, e col tempo ho preso il brutto vizio di fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle luci sul palco, che quelle dei tuoi occhi, delle scalette appallotolate dai tizi che smontano gli strumenti, che delle lettere che mi hai scritto. Le mura di Lucca sono molto più imponenti di quelle di Ferrara, e dal 2007 ad oggi è aumentato tutto, in proporzione, le mura, il prezzo del biglietto, la coda ai bagni, la birra che bevo, la mia pancia, la mia fronte sguarnita di capelli, che ora tengo più corti. E sono diventati grandi, grandissimi, anche i canadesi sul palco, Win Butler si erge in piedi sulle casse, e prende in mano le videocamere del pubblico in prima fila, nel 2007 a Ferrara non l’aveva mica fatto, a Ferrara cantava impettito, adesso parla, anche, e credo si renda conto di scrivere canzoni della madonna e di fare concerti che rendono felici le persone. E Regine, Regine è sempre una zolletta di zucchero, indossa sempre vestitini impertinenti come i suoi riccioli, ma ora sono ricoperti d’oro, e ora i canadesi hanno il maxi-schermo alle loro spalle, e molto più persone di fronte, e molte più mani che battono, anche se non riusciranno mai a fare più rumore di quelle che c’erano a Ferrara nel 2007. Ma piove panna montata ovunque, e ovunque le bocche si spalancano, e ogni volta, al loro concerto, e così, (e così sempre sarà, e questo il loro segreto), anche se adesso registi indipendenti producono film con le loro canzoni con bambini che girano in bicicletta, per farci commuovere davanti a uno streaming gratuito ma soltanto fino a mezzanotte, adesso suonano nello stesso festival dove suonerà Elton John, sponsorizzato dal Rotary, con i vergognosi palchi vip semivuoti.

Ma l’organo di Intervention è sempre pronto a gambizzarti, a metterti sulle ginocchia, e l’incedere del piano di We Used To Wait continua a farti paura come un tramonto di fine agosto, e Power Out ti fa scoppiare la testa, e Wake Up ti costringe ad aggrapparti alla prima cosa che incontrano le tue mani, la tua maglietta sudata da strizzare, la spalla di chi ti è vicino, un obiettivo 300mm di una reflex a caso, le transenne o le stelle. E Tunnels è sempre quasi insopportabile, sì, quasi non riesci nemmeno ad ascoltarla perché pensi che sia troppo. “Tutto”. Che cosa è cambiato, allora?

Provi a dare la colpa ai Grammy, all’hype, alle mode, agli indie che si riproducono, ai capelli che cadono, alla gente, a Lucca, al Rotary, al palco vip a 90 euro, alle quattro ore di coda sull’Autostrada del Sole sprovvista però di Ombre, al fatto di averli già visti, e rivisti, al fatto che vuoi mettere la prima volta, vuoi mettere la nostalgia, ma niente, non riesci a smontare l’esperienza extrasensoriale che coinvolge tutti i cinque sensi, lo spettacolo live migliore cui si possa assistere, perché dove lo trovi un altro concerto dove esci col sorriso e con le labbra sporche di panna montata? Però il tarlo ti resta, il giorno dopo: ma cosa è cambiato, però, in tutti questi anni?

E a forza di rimuginarci sopra, al termine di una settimana in cui il tuo corpo ha affrontato prima un concerto dei National e poi un altro degli Arcade Fire, ovvero molto semplicemente la musica che ti ha tenuto in piedi in questi ultimi anni, a poche ore da un lunedì dove non riuscirai a fare altro che disegnare sul soffitto, perché l’estate è finita, ti accorgi che l’unico dettaglio ad essere cambiato sei tu. Sono io. E non perché ora ho meno capelli, o perché faccio impercettibilmente meno fatica a parlare con gli sconosciuti, no. Mi viene in mente il mito della Caverna di Platone, lo so, non c’entra assolutamente niente, oppure sì. E allora vado su Uichipidia per verificare che non sia diventato pazzo. Leggo:

Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:
«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano».

Uhm. In questi anni ho imparato a fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle canzoni che facevano sbattere le imposte come temporali, che di quello che le persone mi dicono, e a credere che possa essere estate soltanto saltando e gridando Lies, Lies. E martedì scorso, e poi sabato, sono uscito a vedere la luce e a scoprire come sono realmente fatti gli oggetti la cui ombra viene proiettata sul muro di fronte. Bottigliette d’acqua rubate dalle borse, capelli che svolazzano, buste riempite di cartoline, edicolanti da abbracciare, persone cui chiedere scusa, abbracci, abbracci, sorrisi e abbracci. E poi ‘grazie mille’ in un inglese stentato, e poi si spengono le luci, e poi si ritorna nella caverna a incazzarsi con chi ti viene a spiegare le ombre, a mettere Haiti a volumi improponibili nell’autoradio.

Lies, lies.

 

(La foto è di Lillas)

Postcards from The National

Speciale The National Ferrara sotto le stelle 2001

The National a Ferrara (si legge tutto di fila, chiudendo gli occhi) è il concerto dell’estate 2011 cui siamo più affezionati. Perché quella voce di Matt Berninger, quella voce definitiva che sembra uscire direttamente dai ciottoli riscaldati dal sole, dalla terra su, su fino dentro le nostre narici, riesce a farci sentire semplicemente meno soli. Come poche altre cose.

Turn the light out, say goodnight,
no thinking for a little while

Abbiamo pensato che il concerto dei National di martedì 5 luglio, per Ferrara Sotto le Stelle, meritasse una sorpresa. Che ce la meritassimo noi, una sorpresa. Uno speciale di carta, da toccare e conservare, come siamo soliti fare da queste parti, di tanto in tanto. Ma un po’ diverso dal solito.
Quattro racconti, per quattro canzoni, scritti per Ciccsoft da Cidindon, Chiara, Inkiostro e GiorgioP/Junkiepop. Illustrati dai disegni dei ragazzi di Maciste (Federico Manzone, Damiano Fenoglio e Lorenzo Mò). Tutto infilato dentro una busta.

Il risultato lo potrete scoprire martedì sera, mentre sarete in coda dai cancelli oppure seduti in piazza Castello ad attendere prima Beirut, e poi The National. Saranno disponibili 500 copie: se volete che ve ne teniamo da parte una, fateci sapere.

Grazie, davvero, ad Antonio, Chiara, Fabrizio e Giorgio. E a Federico, Damiano e Lorenzo.
E a Simone ed Emma.

Ancora ancora ancora

Il concerto degli Explosions in the Sky all’Estragon di ieri sera è stato prima di tutto bello e impeccabile, alla faccia dei detrattori sempre un passo avanti su tutto che li ritengono ‘bolliti’ (in riferimento all’ultimo album Take Care, Take Care, Take Care) o roba buona giusto per addormentarsi, ormai. Io invece gli occhi li ho tenuti non dico aperti, ma sbarrati, per l’ora e un quarto di cascate sonore. Per citare una ragazzina seduta nella polvere del parcheggio mentre tentava di spiegare come fosse andata all’amichetto, chiosava così: “Ti avvolgeva proprio”. Cioè.

Explosions in the sky  Estragon Bologna
Ma “le esplosioni nel cielo” (per citare il chitarrista Munaf Rayani, molto simile a Sayid di Lost, peraltro) hanno riproposto una laterale quanto scottante questione: è giusto o meno fare i bis a fine serata? Ieri sera infatti il concerto si è chiuso senza l’ormai classico siparietto sui siamo abituati, mani che fanno ciao dal palco, applausi scroscianti in platea, ritorno in scena, urla di approvazione del pubblico pagante. Ieri sera si sono rimessi i plettri in tasca e non sono più usciti. Il concerto è finito quando è finito.
Munaf è uscito soltanto per spiegare che ce ne potevamo tornare a casa “a prenderci cura di noi stessi” e che quello che avevano suonato finora “era tutto quello che avevano da donarci stasera”. Mettetevela via, in sostanza.

Sulla strada del ritorno, con immancabile sosta all’autogrill Bentivoglio Ovest (senza incrociare purtroppo Accento Svedese, guest star della suddetta area di sosta) con il socio si discuteva sull’opportunità dei bis. Richiamo doveroso per gratificare il gruppo che ha suonato, secondo me e la mia fame bulimica (ancora ancora ancora), inutile appendice che non aggiunge poi molto al concerto in sè (va bene così va bene così va bene così). Chi ha ragione? Nel dubbio, a Munaf dico soltanto: tornate presto in Italia, tornate presto in Italia, tornate presto in Italia.

(la foto è di Francesco)

Forse

A dire che i Verdena sono bravi ci si sente sempre un po’ in imbarazzo, sempre in bilico tra ovvietà e sputtanamento. Poi uno va a vedere le date del tour di Wow, l’ultimo doppio album uscito a gennaio con tanto di copertina (e suoni) vintage, e sembra che siano in tanti a volersi sputtanare: Milano sold out, così come a Torino, Bologna, Firenze, Perugia, Ravenna, Pordenone eccetera. Spuntano doppie date come funghi. Ok, molto dipende dalla scelta di suonare in posti piccoli, dicono che fosse Alberto a preferirli, vuole suonare in posti “raccolti, concentrati”. Però la sfilza di sold out fa un po’ impressione. Quanti altri gruppi italiani rock fanno tutto esaurito come loro? Quanti altri gruppi italiani non si possono idolatrare come loro se no sembri un diciottenne accaldato?

Verdena Wow
Perché poi la questione è semplice: i Verdena sono bravi. Hanno fatto un album, un doppio album, della madonna. Ma non si può dire. Se lo si dice, si diventa automaticamente ventenni che indossano la felpa a cappuccio e pogano sotto il palco. Che gridano Roberta-Roberta (nel senso della bassista carina). Che sono cresciuti a pane e Valvonauta, peccato che Valvonauta è roba di decenni fa e questi che saltano ora sotto il palco non avevano ancora nemmeno iniziato a drogarsi. Allora c’è qualcosa che non mi torna: come li facciamo questi sold out, soltanto con i ventenni tumefatti?

Devono allora piacere anche a qualche ventenne ora trentenne, anche se stare nelle prime file ai concerti (ne ho visti due, per tentare di chiarirmi definitivamente la questione) non aiuta, dato che l’età media tende a degradare man mano che ci si avvicina alla testa ciondolante di Roberta-Roberta. Non ci sarà mica una specie di ‘paura’ a dire che sì, i Verdena han fatto un album, un doppio album, della madonna, che suonano completamente differente dai primi tre, ormai, che sembrano più indipendenti loro, nonostante suonino per Universal, che tutta la trafila di gruppettini xilofono lowfi che qui si adora, sia chiaro, non è un giudizio di merito, ma non è nemmeno un giudizio: è un notare che loro, questi bergamaschi fanno uscire un album e poi si chiudono dentro a un pollaio per svariati anni a suonare in analogico senza farsi vedere in giro, senza postare video virali, sono così fuori dal mondo che scrivono “suoni su Facebook”, insomma si preoccupano essenzialmente di fare musica. Dici niente.

E ne masticano, di musica. Va bene, sempre la stessa, va bene, scopiazzano dai Bitols e da riferimenti scontati, ma tirano su muri con calce cemento chitarre e batteria e pianoforte, prendete il pianoforte di Miglioramento, che è anche il pezzo migliore di Wow, con quelle mani gettate come secchiate sul piano chè vien voglia di saltare e prendere a testate le finestre per aprirle. E cambi di ritmo e citazioni e soprattutto un suono preciso e pulito che anche se cambia lo capisci che sono loro, che sono i Verdena, e ti viene da perdonarli tutte le volte per i loro testi inutili, che se avessero avuto testi un po’ meno ridicoli forse forse adesso suonerebbero nei palazzetti ma in fondo chissenefrega, in fondo loro il fisico ce l’hanno, a trentanni suonati, tirano su i muri dei loro pollai sempre più alti e sono contenti e si vede, ora ai concerti sorridono pure, e il numero di ‘grazie’ è esponenzialmente aumentato rispetto ai tempi dei Samurai e dei Grandi Sassi.

Dice Alberto che “Comunque noi stiamo benissimo così, non ci sentiamo né indie né major, né chissà che. Siamo una cosa a sé, con un’identità ben definita ormai da anni“, e forse non c’è molto altro da dire se non saltare come nemmeno si faceva ai tempi di Valvonauta, e smettere di sforzarsi a capire perché i Verdena o li odi o li ami, ma farsi ogni tanto i cazzi propri nei nostri pollai. Che forse qualcosa di buono alla fine esce.

By the times we met the times are already changed

Urgenza. Dopo averla sepolta (Funeral), e tramandata (Neon Bible), ora gli Arcade Fire prendono le sacre scritture bussando alle porte dei sobborghi (The Suburbs). Divulgano come pastori dal sorriso buono e mite il Nuovo Testamento, che non è esattemente ciò di cui avevamo bisogno (l’Urgenza, per l’appunto), ma sono così convincenti che sanno cambiare i nostri bisogni. Io gli credo, nonostante tutto.

The Suburbs

E là dove sembra che aggiungano, strato su strato, canzone su canzone, concept per concept, vince invece la sottrazione. Si fermano una nota prima, un ghirigoro prima, un ricordo prima. Di. E accontentarsi assomiglia molto al crescere, anzi, all’andare avanti, che è diverso, che comunque loro sono sempre quelli di incontrarsi in mezzo alla città mentre fuori nevica, dimenticandosi i nomi dei genitori e un po’ di tutto il resto. Dimenticandoci anche che nel 2007 fecero il concerto dell’anno e forse del decennio, lasciandoci tutti con dei sorrisi che nemmeno a lavarli, vengono via.
E stasera ce ne aggiungeremo uno sopra.

Puoi dirlo a tutti

Tra qualche ora saremo ancora sotto ai piedi bollenti del Savonarola per svolantinare pagine fotocopiate. Manifestiamo per il diritto alle cose belle, e per il dovere di farle. Puoi dirlo a tutti.

Dopo il concerto dei Pixies, ci abbiamo preso gusto, e anche per l’adunata de La Tempesta sotto le stelle ci sarà uno speciale in bianco e nero per gli intrepidi in coda sotto al sole pronti ad assistere alla maratona di musica italiana e indipendente.
I colori questa volta ce li abbiamo messi noi: Eugenio racconta cosa significa per un ferrarese andare a un concerto in bicicletta, il sottoscritto blatera di case liberate dai genitori e di poster portanti, Enver ci spiega quanto importante sia fare musica oggi in Italia, e come farlo, soprattutto, Accento Svedese ha un problema con il cellulare che glielo risolveranno i Uochi Toki, Luca RadioNoiseBlues riannoda i fili scoperti di Vasco Brondi, Gaia vive nel mondo prima, e dopo, dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

In prima pagina troverete il saluto di Enrico Molteni, con una clamorosa rivelazione sulle prossime sorti de La Tempesta. E ha scritto per noi anche Alessandro Alosi, de I pan del diavolo.

Tutto questo legato assieme con ago e filo da Alessandro Baronciani, che ha illustrato lo speciale. Sono 500 copie, finiscono in fretta, quindi vedete un po’ voi.

Ciccsoft Speciale Tempesta sotto le stelle - sabato 10 luglio 2010 - Ferrara piazza Castello

 

Chi non ci sarà in piazza Castello questa sera, può scaricare il pdf a questo indirizzo: http://www.ciccsoft.com/latempesta/ciccsoft-tempesta.zip

Grazie ad Alessandro, Enrico e Alessandro.
E poi a Federico, Luca ed Enrico. E a Gaia.
E a Simone che ha fatto le due di notte con noi.

Chiedi chi sono i Pixies

Quando compaiono i primi tubi innocenti in piazza Castello, si capisce che la primavera ha voglia di riposarsi. Quando poi migliaia di persone iniziano a saltare su quei ciottoli, c’è la conferma: l’estate è arrivata a Ferrara.

Ok, ci sono già stati i Wilco a teatro, ma Ferrara sotto le stelle è soprattutto (per chi ha visto le passate edizioni) i concerti all’aperto: ormai un “classico” dei festival italiani (ed europei, lo vogliamo dire?). Domani sera arrivano quei mattacchioni dei Pixies: tornano in Italia dopo mille anni con la loro musica sbilenca. Suoneranno Doolittle (e si spera chiudano con quell’altra canzone lì), nel ventennale della sua uscita.

Abbiamo chiesto ad Accento Svedese, Francesco Locane, Enzo Polaroid e Livefast, di provare a spiegarci che cosa sono stati i Pixies. Che cosa sono. E perché ha ancora senso un loro concerto, dopo più di ventanni, nel 2010. E’ venuta fuori una “fanzine fotocopiata”, stampata in limitatissime 500 copie, che verrà distribuita domani sotto al Savonarola, in attesa del concerto. Dentro, troverete anche “una specie di benvenuto” (cit.) di Vasco Brondi.

Ciccsoft - Speciale Ferrara sotto le Stelle 2010 - Pixies

Per chi non passerà domani da Ferrara, la può scaricare qui (in formato pdf): www.ciccsoft.com/pixies/ciccsoft_pixies.zip

Grazie a Enzo, Federico, Francesco, Simone e Vasco. E a esserelemma.

Silenziosi come un tuono

La piazza di Carpi è grande. Sarà lunga almeno due campi da calcio. Almeno, eh. Forse di più. Dentro finiscono per starci un sacco di cose. Una chiesa, là in fondo. Poi un castello, un teatro. Dei portici, dei barettini, dei bancomat, tanti ciottoli. Un palco. Un referendum, che firmo subito e convinco gli altri con me a fare altrettanto. Cantanti, scrittori, partigiani, reduci. E tanta gente.

Parlano tutti, in questa piazza grande che si apre come una prateria improvvisa in un buco della Bassa. Parlano i giovani sotto il palco, ragazzine in tiro sfattoni alternativi fotografi improvvisati gente capitata per caso o per noia o per contagio. Parlano anche i cani, per chi li sa ascoltare. Parlano sul palco canzoni di guerra, di dolore morte e cose molto molto brutte e molto molto lontane, per questo forse così vicine. Tutti parlano, dicono quel che va detto in una giornata come il 25 aprile in un momento come questo. Parlano parlano e la piazza sembra proprio grande, sì. Caspita, saranno anche più di due campi, minimo.

Dentro questa piazza ci sta tutto, non ci manca nulla, non siamo come loro, non lo saremo mai, siamo diversi. Io però non parlo, sto muto, per conto mio, giro per la piazza faccio incazzare il resto della compagnia perché faccio l’asociale, faccio finta di fotografare per non dover dire qualcosa pure io. Mi guardo attorno, penso che è davvero enorme questa piazza a Carpi, pure bella voglio dire, fa pure caldo, è già estate mascherata da primavera, la primavera quando arriva è già finita che neanche te ne accorgi, se non fosse per gli starnuti che ti fanno alzare la testa al cielo e vedi sopra di te del vetro.

Materiali Resistenti

Così mi rendo conto che siamo completamente circondati dal vetro, un’enorme campana di vetro senza la neve e noi ci siamo finiti dentro, una calotta trasparente che ricopre tutta questa piazza di Carpi così grande che dentro finiamo per starci tutti, e fuori rimangono loro. E le parole del comandante Dièvel sono proiettili che finiscono sul vetro, come le firme sul referendum sull’acqua pubblica, cosa vuoi che c’entri con la Resistenza, scorreva sangue sulle montagne e ora scorre acqua qui in pianura, o al massimo birra a 3 euro per inzupparci le pizze inscatolate fredde, come “muori tutto vivi solo tu” che ti vengono i brividi a sentirlo dire da Max Collini, come “il reggae è quello che ci vuole in un’Italia fascista”, come Capovilla che si sparge il corpo e la voce di merda, come i coglioni di Nori, nel senso delle poesie che legge, come i miei occhi che lo fissano immobile mentre descrive cos’è la guerra, sono tutti proiettili sparati in cielo nemmeno fosse capodanno, invece è il 25 aprile, fingiamo di essere in primavera ma è già estate, molto è già compromesso, forse tutto, chissà quanto è spesso quel vetro, chissà se si lascerà perforare, chissà che magari stavolta si infrange e si spacca tutto e piovono addosso schegge di vetro, speriamo che facciano feriti anche dall’altra parte.

(Le foto di Materiali Resistenti, qui sotto)

Controllo del livello del rombo

Concerto dei Bloc Party (più White Lies, va beh) in piazza Castello a Ferrara. Costo: 25 euro.

Concerto dei Subsonica al Festival di Radio Sheerwood, a Padova (zona stadio). Costo: 10 euro.

I primi sono una delle band più affermate e importanti uscite dal decennio indie. I secondi sono tra le poche, pochissime, band “bandiera” che abbiamo in Italia. Non si discute su chi sia meglio o peggio, o se siano musicalmente valide o meno. Si parla di (relativa) fama, successo, radicamento nel pubblico e nell’immagine.

Sono stato a entrambi i concerti, ho sudato, strattonato, cantato sotto entrambi i palchi. Ma mentre ripiegavo verso la macchina parcheggiata a 800km di distanza, sotto la pioggia padovana, notavo la clamorosa sproporzione dei prezzi del biglietto.

I prezzi andrebbero invertiti, infatti. Perché un gruppo può piacere o meno, può essere o meno “cool”, ma poi quando è il momento di un concerto, deve spaccare. La musica dal palco ti deve investire, e non si tratta solo di volumi più o meno regolati. Il muro di suono deve piovere sul pubblico, scuoterlo, farlo muovere, non lasciarlo indifferente. A un concerto (a certi tipi di concerti, diciamo quelli “elettrici”) non ci si deve distrarre a guardare la fotografa carina appoggiata alle transenne, o scrutare la marca del sintetizzatore.

Eppure i Bloc Party avrebbero canzoni della madonna. Avrebbero la stoffa (nonostante l’ultimo album), avrebbero anche fisicamente l’impostazione giusta. Ma dal vivo non spaccano. Arriva Like eating glass, per esempio, e sembra che manchi tipo qualche strumento, si sentono dei silenzi quando dovrebbero picchiare, picchiare duro e basta.

Invece i Subsonica suonano due ore, spaziano dal rock all’elettronica fino alla dance. Non lasciano vuoti, riempiono tutto lo spazio con ogni strumento. Ti fanno sudare, regolarmente. E hanno quelle “aperture“, alla fine di buona parte dei loro pezzi, che ormai sono un marchio di fabbrica e sciolgono qualsiasi pigrezza.

Verrebbe voglia di rimborsare il biglietto ai Subsonica, e colmare quei 15 euro di differenza tra l’aperitivo nel locale Arci di tendenza e un sorso di vino rosso bevuto direttamente dalla bottiglia.

Questo non è il peggio ma la strada è giusta

Pronti al PeggioLe novità, per di più valide, vanno segnalate.
Quindi doverosa citazione per il nuovo progetto di web-tv musicale nato dalla mente di Andrea Girolami: Pronti al Peggio. Dentro si possono trovare, tra le altre cose, concerti casalinghi, come quello d’esordio con i Casino Royale.

Come progetto mi ricorda concettualmente l’idea della francese Blogothèque, che registra concerti fatti più o meno o dove capita (andate a vedervi l’archivio, uno migliore dell’altro, io vi segnalo quello delizioso degli Yeasayer), Pronti al peggio propone anche altre rubriche, tra cui quella gustosa che va alla scoperta di come vivono i membri dei piccoli gruppi indipendenti in Italia. Gente che quando non suona, per dire, fa l’autista sui monti dietro Genova.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Che bella la pattumella!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)