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Spero che ritorni presto l’era del portatile bianco

C’è stato un momento preciso nel 2008, nei mesi che vanno dalla primavera al tardo autunno, in cui tutti gli amici e i conoscenti con cui parlavo avevano appena aperto un account Facebook. La moda del social network blu era scoppiata anche in Italia con leggero ritardo sugli States e nel giro di un annetto si sono affacciate e ritrovate sulla rete le persone più improbabili, sull’onda della moda e del passaparola.

Martedì sera Apple ha presentato il suo “iPad Mini” negli States. E’ un tablet, una di quelle tavolette che fanno tutto e niente comode da portare in giro per avere internet sempre con te, come gli smartphone, ma con schermo più grande. E’ un invenzione che ha circa tre anni nella forma che conosciamo oggi ma nell’ultimo anno stanno prendendo piede modelli con schermo più piccolo e prezzo più accessibile per tutti, con la conseguente maggiore penetrazione sul mercato consumer. Chi non si intende di economia, web e hi-tech, trascuri tranquillamente la frase “maggiore penetrazione sul mercato consumer”.

Mercoledì mattina mi chiama la “signora dei biscotti”, da cui vado saltuariamente a sistemare il pc quando qualcosa non funziona. Dice che ha un errore all’avvio e che non sa se riparare un vecchio computer solo per videochiamare la nipotina che vive a Milano. Ha sentito parlare dei tablet e ne vuole comprare uno “che abbia Skype” e buonanotte.
Un’ora più tardi sono da un cliente che dice di voler comprare un tablet per mostrare dei lavori finiti quando va dai fornitori e mi chiede consiglio su quale modello faccia al suo caso.
Nel pomeriggio di mercoledì chiama F. che ribadisce di voler comprare un tablet per i suoi frequenti viaggi a Londra, ma l’iPad mini costa troppo e si guarderà intorno ancora un poco.
Mercoledì sera R. dice che invece lo comprerà per Natale.
Questa mattina – siamo a venerdì – sono da un altro cliente in un negozio di prossima apertura. Per mostrarmi delle bozze di un logo estrae dalla tasca interna della giacca un tablet su cui smanetta allegramente come se lo sapesse usare da una vita.

Ecco, io non so se ci sia un nesso tra queste storie, se sia una casualità, o il mercato ci stia imponendo questo tipo di oggetti e in molti li accettino ed utilizzino per moda più che per necessità. Ma penso di non sbagliarmi se dico che in Italia il 2013 sarà l’anno dei tablet, come il 2008 lo era stato per l’adozione di Facebook. L’era post-pc è ormai arrivata anche da noi. Vedremo in quale maniera cafona e nostrana si manifesterà. Vedendo la gente ai concerti scattare le foto con questi aggeggi ho già un po’ paura.

I messaggelli di auguri nel 2012

Dice mia mamma che non le ho nemmeno mandato un messaggino di auguri la notte di capodanno. Io ne avrò ricevuti quattro o cinque, quando una decina di anni fa la prima preoccupazione di tutti dopo la mezzanotte era bombardare l’intera rubrica con qualche frase originale di augurio da inviare per sms trovando la rete cellulare intasata e consumando tutti i bonus delle Christmas card di turno.

Dice mia mamma che potevo allora telefonare, tanto ho le chiamate gratis. A parte che le suddette chiamate le pago, in maniera forfettaria ma le pago, ma nemmeno io ho ricevuto alcuna chiamata a capodanno, né ho chiamato nessuno per gli auguri come si usava fare tanti anni fa con parenti ed amici lontani. Altri tempi.

Dice ancora mia mamma: non vi fate più gli auguri a Natale e Capodanno?
Dice mia sorella: ora c’è Facebook, usiamo quello.
Dice mia mamma: ah ecco, meno male.
Dico io: si ma non li mandiamo mica ad una persona precisa. Scriviamo qualche frasetta simpatica, mettiamo una foto sulla bacheca così che la possano leggere tutti gli interessati e via andare. Tolto il pensiero.

Siamo una generazione spiccia, un po’ vuotina ma indubbiamente spiccia.

Il solito pippone sui social network

Curioso notare come si passa una vita per uscire dalle dinamiche del Liceo, per poi ritrovarcisi ancora, e sempre con tutti e due i piedi ben infilati. Prendiamo ad esempio la giornata di oggi. Nella giornata di oggi alcune delle persone che seguo su Twitter hanno iniziato a vaticinare ambigui status riguardo a Diaspora. Che cos’è Diaspora? Ora ve lo spiego.

Diaspora è un social network open source che si pone in netta contrapposizione a Facebook. E’ ancora ad inviti, lo usano in pochissimi (nessuno), si basa su un concetto di privacy fortemente radicato che prevede dei filtri molto più selettivi e raffinati rispetto a Facebook. Decidi realmente tu cosa far vedere di quello che posti, e soprattutto a chi. Ma non è questo il punto. Diaspora potrebbe anche regalare sedute di sesso gratuite con Natalie Portman o scatenare una rivoluzione per spodestare Berlusconi. Non cambierebbe molto il senso del discorso. Diaspora è semplicemente un “altro” social network, di cui finora nessuno o quasi ha parlato.

Non so da voi, ma nella provincia in cui vivo, provincia più provinciale che mai, essendo della Bassa Emilia, vanno per la maggiore la musica commerciale e le discoteche (sì, le discoteche vere e proprie, non i ‘club’ o i ‘circoli’, quella è roba bolognese o milanese, no, le ‘discoteche’: house, gente laccata e pelle scoperta). Insomma, ce ne sono diverse, tutte praticamente uguali: cambia l’ubicazione, ma l’arredo, lo stile, la musica e la tipologia di persone che la frequentano è praticamente la stessa, clonata nei vari locali. Ora, succede che ogni anno ci sia 1 (una) discoteca che funzioni, a insindacabile giudizio della folla che si raduna unicamente lì dentro: le altre, vanno inderogabilmente a morire e perdono un giro. Ogni anno una discoteca sale alla ribalta e le altre soccombono irrimediabilmente. Il fenomeno è curioso ed emblematico per la sua totale casualità: non esiste un vero motivo per cui primeggi un locale rispetto a un altro, indipendentemente dal lavoro di marketing e promozione dei vari ‘staff’ delle discoteche. Sembra quasi che ad un certo punto le persone si mettano inconsciamente… telepaticamente, fate voi, d’accordo e decretino che quest’anno si andrà tutti a ballare , invece che .

Ecco, se prendiamo ora i social network, o comunque ‘internet’, e li consideriamo come se fossero l’insieme di tutte le discoteche della Bassa, le dinamiche per cui funzioni un sito piuttosto che un altro sono altrettanto insindacabili (non è proprio così, ovvio, ma sto volutamente estremizzando). Un sito funziona quando una quantità discreta di persone inizia ad utilizzarlo, trascinandosi con sè tutto il resto della massa-utenti: ma se chiedete a ciascuno di loro, singolarmente e chiusi al buio di una sala interrogatorio, isolati dal mondo, “perché” hanno iniziato a utilizzarlo, nessuno vi saprà dare una spiegazione soddisfacente. Accade, “così”, per una sorta di armonia collettiva stile invasione aliena che pervade improvvisamente e in modo immanente un certo quantitativo di persone. E così, da un giorno all’altro, “quest’anno si va tutti a ballare lì, invece che là”. Si va tutti a postare lì, invece che là.

Non credo che per Diaspora accadrà la stessa cosa, Facebook è troppo immanente nelle nostre vite internaute per essere soppiantato (è come inventare un sostituto dell’acqua, impossibile). Eppure osservando il fiorire del termine ‘Diaspora’ in molti status della mia timeline su Twitter, infilate in affermazioni critiche di gente che tutto sommato non capiva cosa stava succedendo (vedi il sottoscritto) e gente che invece aveva capito tutto e dunque taceva, mi son venute in mente le dinamiche del liceo. E se dico liceo, o scuola superiore, o scuola, tutti noi sappiamo perfettamente cosa vogliono dire.

Sappiamo che esistono un io, un tu e un loro, mentre il noi è quanto mai relativo. Abbiamo un cortile dove tutti, più o meno, giochiamo, o fumiamo la nostra paglia nell’intervallo. Ma ad un certo punto quell’angolo dietro la palestra, o il marciapiede sul viale secondario diventa un nuovo polo d’attrazione. Il ‘mistero’ di Diaspora è uno dei casi possibili di parallelismi. Eviterò di elencarvi le restanti similitudini tra vita liceale e vita sui social network, lasciando sottinteso che ‘voi’ sappiate esattamente a cosa mi stia riferendo: anche ammiccare per riconoscersi tra simili fa parte dei rituali liceali. Noi e loro. Tu ed io. Gli altri.

Ci abbiamo messo anni, anni di università e di lavoro su noi stessi, prima di tutto, per sfuggire alle logiche di Tapparella e di Come te nessuno mai. Eppure ci siamo di nuovo finiti dentro. L’unica vera ma non decisiva differenza (tra poco vi spiego perché non decisiva) rispetto al liceo è che scompare con internet la dimensione corporea, scompaiono le nostre facce (le nostre foto sono solo avatar, non scherziamo) e finalmente ‘si parte tutti alla pari’. Ma così come c’era una vita in classe, con i bigliettini scritti a mano e passati tra i banchi come ora si scambiano messaggi privati su Twitter o Facebook, poi arriva inevitabilmente il momento del Sabato Sera, della Festa, del viaggio post diploma, arriva ovvero il momento in cui fa irruzione il Paese Reale, ed è lì che si decide davvero se sei buono o cattivo, se sei con noi o con gli altri. E nel Paese Reale le ascelle tornano a essere pezzate, la voce torna traballante, il sarcasmo ricomincia a infastidire invece che portare nuovi follower, stringere la mano ricomincia a costare fatica, quella tipa che non ricambia il tuo innocente sguardo è di nuovo il sacro fuoco per emanciparti. E prometterti che con loro non ci giochi più, che in gita dormirai in stanza con altri, che dopo la maturità chi li risente più. Fino ai prossimi compagni di gioco, quelli che sì, loro sì, questa volta ti ascolteranno.

La pagina ufficiale di Ciccsoft su Facebook

Questo sito, se non ve lo sapete ve lo dico ora, ha più di dieci anni. Se aprissimo oggi una cosa simile a Ciccsoft, molto probabilmente lo chiameremmo, con la stessa logica, ‘Ciccbook‘. Direi che suonerebbe lo stesso incomprensibile.

Da qualche giorno è attiva la pagina ufficiale di Ciccsoft su Facebook, visto che non potevamo mancare pure noi.
Arriviamo ultimi perché ci piace la lentezza, che è un modo elegante per dire non abbiamo tempo per queste cazzate. Non che ora il tempo abbondi, anzi, tutt’altro, però le cazzate, come i suoni incomprensibili che bisogna fermarsi un attimo per scandirli bene, continuano ancora a piacerci, anche svariati anni dopo.

Insomma, ora potete trovare Ciccsoft anche su Facebook: segnalazioni di nuovi post, ma non solo. Sapete cosa fare, insomma: cliccare qui:

La pagina ufficiale di Ciccsoft su Facebook: diventa fanhttp://www.facebook.com/ciccsoft

Una volta per tutte su Facebook

Per voi detrattori di Facebook: ho degli amici che vivono a Brisbane e per i quali sarei molto preoccupato vista l’alluvione di questi giorni se non esistesse uno strumento per leggere loro notizie ogni poche ore e sapere che stanno bene. Ho degli amici che vivono lontani e vedo una volta all’anno, gente che si sposa, bimbi che nascono, relazioni che nascono e muoiono e di cui potrei sapere qualcosa solo quei pochi giorni all’anno in cui ci si incontra. Invece vedo le loro fotografie, so di che umore sono ogni giorno, so quando sono felici per una bella notizia, quando cambiano lavoro, quando si tagliano i capelli e quando si fanno un tatuaggio, so dove sono stati in vacanza e se si sono divertiti. Tolta tutta la parte voyeuristica di farsi i cazzi degli altri, so insomma che stanno bene, e lo so ogni giorno come se fossero vicini di casa. Non serve molto altro a fare di Facebook o chi per lui, uno strumento straordinario di comunicazione che ben si sposa con la parola progresso. Se poi c’è chi ci passa le giornate a fare test o coltivare i campi su Farmville, beh, il mondo è bello perchè è vario e per fortuna scopriamo che c’è sempre qualcuno messo peggio di noi.

Un buon non compleanno

Insomma, ieri qui si è fatto gli anni (o meglio, ormai sono gli Anni che si fanno me), tra bottiglie di cocacola che innaffiano portatili di sale riunioni e voli intercontinentali da seguire su uno schermo di un pc, e il compleanno è indubbiamente uno dei momenti “topici” della vita sociale di Facebook. In profonda crisi di riflusso, tempo fa ho rimosso completamente le informazioni personali (data di nascita, città dove sono nato, dove vivo, fratelli sorelle figli illeggittimi ecc.): l’anno scorso ce le avevo ancora tutte, nel profilo, e infatti sulla bacheca piovvero gli auguri. Quest’anno, invece, zero. Nessuno se n’è accorto.

Così ho potuto notare chi si ricorda effettivamente del mio compleanno (tra conferme e gradite sorprese), e, tutto sommato, fa bene al cuore rendersene conto.

PS: E’ stato anche il compleanno di questo sito in versione blog, ne fa tipo sette, di anni, e direi che li sente proprio tutti. Ma non necessiaramente è un male, sentirli.

PPS: Il compleanno comunque stimola i peggiori istinti delle persone. Ieri al lavoro mi chiamano direttamente sull’interno, io rispondo, dall’altro capo una voce seriosa di un collega che vuole accertarsi su un’imprenscindibile questione lavorativa: “Ascolta, una cosa importante: ma hai preso paste dolci o salate?”.

La dittatura delle faccine

faccine-violaProvate ad immaginare per un istante il mondo della comunicazione nel 2010, privo dell’uso degli emoticon. Provate a pensare agli sms, alle chat, ai social network e in generale a tutto ciò che scriviamo ogni giorno tramite una tastiera nella maniera più sintetica possibile, senza l’aggiunta di quelle faccine girate di 90 gradi in mezzo o in fondo ad una frase. Sforzatevi infine di ricordare come si esprimevano fino a dieci-quindici anni fa le emozioni scritte, come facevate forse anche voi prima dell’avvento dei cellulari e della rete. Impossibile?  Forse.

Negli ultimi quindici anni il modo di comunicare, in particolar modo dei giovani, è mutato radicalmente imponendo abbreviazioni sempre più complesse e al limite della comprensione, neolinguaggi che attingono da lingue straniere, vocaboli hitech e ibridi coniati come distorsioni di gergo tecnico. Dalla necessità di sintetizzare e comunicare con quante più persone possibile nel minor tempo, e parimenti dalla foga frenetica di un lavoratore della City e da quella di un quindicenne dal pollice molto allenato, è emerso il problema di esprimere i propri stati d’animo quando le parole non sono sufficienti allo scopo. Di far capire che la frase che stiamo scrivendo ha un intento ben preciso e non altro senso, magari ambiguo e malevolo. Di assicurarci che il messaggio inviato e letto da una persona di cui non conosciamo a volte lo stato d’animo, la posizione e l’attività, non scateni malintesi che di persona non potrebbero accadere. L’inflessione della voce: come supplire a questa carenza nel testo scritto? Un romanziere userebbe delle frasi descrittive per far capire lo stato d’animo del protagonista, uno studente aggiungerebbe al tema una frase di circostanza o una breve spiegazione dopo il discorso diretto:

– Ti amo! – disse piangendo

oppure

– Ti amo! – concluse sbadigliando

Serve quindi una convenzione, un simbolo universalmente riconosciuto da chi scrive e chi legge. Al mio segnale scatenate l’inferno diceva il Gladiatore, ed eccolo qua il segnale: due punti, a volte un trattino, e una parentesi, ad indicare una faccina a volte triste, a volte sorridente, a volte iraconda. Il segnale che in una manciata di caratteri esprime molto di più di un’intera frase. Il che non è necessariamente una brutta cosa. Potente, immenso, sintetico. Due punti, trattino, parentesi. Felicità. Allegria.

Il problema nasce semmai nel momento in cui iniziamo ad abusare delle faccine senza accorgercene, complice il fatto che le nostre comunicazioni scritte passano sempre più spesso attraverso una tastiera di un telefono o un computer, sempre meno sulla carta attraverso una penna. Continue reading ‘La dittatura delle faccine’

Lasciate che i matti vengano a me

gommafacebookEro sul treno apparecchiato con il netbook acceso su una puntata di Studio 60, le cuffie e il telefono sulla mensolina a fianco quando alle mie spalle spunta un giovane appena salito, con ancora addosso la giacca a vento, appoggia lo zaino nel sedile libero davanti a me, poi mi tocca il braccio due volte: pat pat.

– Posso chiederti una cosa un momento?

Mi tolgo le cuffie e lo guardo per ascoltare cosa avesse da chiedermi. E’ un ragazzotto un po’ ritardato con due occhiali spessi e l’aria stralunata. Oppure è un genio incompreso con tre lauree ma nel giro di un paio di secondi a me è parsa più sensata la prima ipotesi. Comunque rispondo cortesemente:

– Si, dimmi.

– Ci si può cancellare da Facebook completamente?

A quel punto potevo dirgli tutto quello che sapevo, cioè che no, se anche ti cancelli le foto rimangono lo stesso sui server, che non c’è alcuna privacy e tutta la tua roba è comunque loro in eterno e forse devi scrivergli chiedendo esplicitamente la rimozione di ogni tuo materiale e comunque non avrai mai la certezza che poi lo facciano. Poi ho pensato che si sarebbe seduto e mi avrebbe attaccato una pezza eterna per sapere come si fa e io effettivamente non l’avrei saputo spiegare non avendolo mai fatto. Inoltre avevo il telefilm in pausa, il treno in ritardo con il riscaldamento rotto e anche un vago accenno di aerofagia, quindi ho optato per un semplice:

– Uhm… no, non saprei.

– Ok grazie – mi ha risposto. Ha ripreso lo zaino ed è andato a sedersi altrove.

I dubbi bisogna toglierseli quando vengono, e a volte càpitano nei momenti più impensabili, tipo mentre si sale su un regionale in ritardo con il riscaldamento rotto.

Titolo di una canzone degli 883 a caso

weddingboxFacebook è fatto per farsi gli affari degli altri, e fin qui ok. Poi ci sono le convenzioni tipiche dei social network che abbiamo imparato a riconoscere. Se ad esempio un vostro amico risulta in una relazione con un altro amico, voi non pensate che è gay, ma che sta facendo l’imbecille in un momento di noia. Idem se qualcuno si “sposa” con qualcun altro: due amiche, un ragazzo e una ragazza che invece stanno insieme, eccetera. Insomma, nessuno ci fa più caso allo status sentimentale sui social network. (vero?)

Così non ho preso molto sul serio la dicitura “sposata” quando ormai mesi fa ho ricevuto una richiesta di amicizia da una ex di qualche anno fa. Non avendola mai accettata non ho nemmeno potuto curiosare troppo nel suo profilo se non vedere la foto principale e poche righe generiche tra cui appunto lo status “sposata“. Ebbene: ieri ha cambiato la sua foto e indossa un abito da sposa, sorridente.

Era tutto vero, e io mi sento di colpo molto molto vecchio.

Hai lasciato: piazze vuote

trentotrieste

I primi caldi, gli street bar, la piazza… dove sono i giovani di Ferrara? Su Facebook.

Buffet

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Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)