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About today

Arrivo in piazza prima del previsto affannandomi sulla bicicletta con le ruote sgonfie e parcheggio al solito posto, a due metri dall’ingresso del concerto. Perchè a Ferrara ai concerti in piazza Castello ci andiamo in bici, come vi immaginate voi da fuori: qui si gira in bici per davvero, mica come a Venezia dove i veneziani non vanno in gondola. Un po’ mi stimo e penso di essere fortunato, dopo aver letto su twitter di persone che arrivano dal sud o dall’estero con l’aereo pur di assistere ad una serata speciale come quella di stasera. Bisogna ringraziare l’Arci di questa città, che ce la invidia tutta l’Emilia ed è capace con sempre meno soldi di organizzare estati come queste e un festival ogni anno di buona qualità.

C’era il sole alla fine, la pioggia è caduta un po’ al mattino per rinfrescare e rendere l’attesa meno dura. Entro in fretta con il biglietto in mano: voglio andare davanti. Appena dentro raggiungo il socio Fabio che sta distribuendo le buste gialle con le cartoline di Ciccsoft: ha fatto un gran bel lavoro e l’ha fatto davvero in buona parte lui, dall’idea alla forma di mio c’è poco niente ma ci tiene a dire che siamo una squadra come Lennon/Mc Cartney e quindi mi prendo i complimenti dell’Arci e di tanti ragazzi entusiasti che ne vogliono una copia, due copie, una per la nonna che è rimasta a casa e una per la morosa che non è potuta venire perché è a casa a letto con un altro. Se Ciccsoft oggi è stato linkato ovunque, chiacchierato e apprezzato lo si deve a te Fabietto: ti meriti tutte e due le C di Ciccsoft, diglielo con orgoglio alla Signora Paola.

C’è un sacco di bella gente dentro: come Giulia Sagramola, una disegnatrice di cui tutti parlano bene in rete e che io però non conosco. Si presenta con mia sorella e non ho capito come si siano incontrate in una metropoli come Milano. C’è mezza Twitter, un quarto di Facebook, tre quinti di Google+. Se metti assieme Beirut e National come minimo ti arrivano i blogger, e un po’ di geek internettari, il paese reale manco li conosce e va bene così, altrimenti non verrebbero più a suonare a Ferrara.

Beirut me lo ricordavo più giovane invece sembra un giovanotto maturo e buono. Un bravo ragazzo, di quelli rubicondi delle campagna americane, cresciuti a sermoni e camicie di flanella. L’inizio è un po’ fiacco, sarà che c’è ancora luce e io i concerti con la luce non riesco a farmeli andare giù. Quando parte la canzone che ti piace ti chiamo per fartela sentire, tu rispondi dopo un po’, che manco conosci il numero, ma rimani ad ascoltare tutto il tempo. Chissà cos’hai pensato, se hai sentito qualcosa, se ti sei spaventata, se ti sei chiesta di chi fosse quel numero nuovo che ti manda canzoni al telefono. Un po’ mi sembra di vederti quando richiami qualche minuto dopo e ti affanni a chiedere chi è sentendo in cambio solo note di tromba squillanti e la voce di un giovanotto cresciuto a sermoni e camicie di flanella che canta paciocco.

Sono davvero arrivato piano piano davanti quando entrano i National, e Matt Berninger è di un’eleganza allucinante. Fossi donna o gay sarei completamente impazzito. In casi come questi ci si leva il cappello e ci si congratula per il genere maschile capace a volte di sfornare esemplari degni di rappresentarci degnamente con il gentil sesso. E’ un po’ barcollante, semiubriaco, ma ha una voce che potrebbe dire merda merda merda tutta la sera e comunque lo staremmo ad ascoltare per ore affascinati. Assomiglia un poco a mio zio Francesco a guardarci bene. Uno zio Francesco giovane, con la barba, ma indubbiamente è lui. Sarà quest’aria familiare, questa classe innata nei testi, nell’esecuzione pacata, in tutta la musica dei National che sprigiona malinconia e stile, sobrietà ed energia e un mix di sonorità che vengono da lontano e ci sembrano già note, ma gli si vuole bene subito a questi giovanotti. Gli vorrebbe bene chiunque se li ascoltasse cinque minuti con la mente sgombra e un minimo di orecchio.

Penso che ci sarà da piangere parecchio stasera, se bastano le prime note a fare sussultare. Invece non piango, non piango praticamente mai, cogliendo la gioia e la semplicità nelle parole di omaggio alla nostra città, nei saluti agli amici dell’Hana-bi, nella voglia di buttarsi tra il pubblico e cantare tutti insieme. Matt Berninger, o mio zio Francesco, è un animale da palco, non uno sfigato complessato che scrive bellissimi pezzi tristi. Preferisco cantare che commuovermi, poi con tutta quella gente che alza le mani non viene proprio naturale. Sarà che non hanno fatto About Today, che a mio avviso rimane il loro pezzo migliore, nella versione di 8 minuti del Virginia Ep, you know what I mean.
Mi ricorda tre anni fa, un periodo difficile: erano successe tante cose ingarbugliate in pochi mesi che ora non ricordo nemmeno più. Poi era stato male mio padre all’improvviso: un mattino si è accasciato per un ictus sul divano e ho dovuto portarlo al pronto soccorso al volo, mia madre era tesa e preoccupata e non sapeva cosa dire, chiedeva al medico e il medico stronzo diceva che era gravissimo e lo faceva con un tono distaccato che mi sembrava impossibile per un dottore. Io ero fuori nel cortile che giravo a vuoto e ti chiamavo al cellulare ma non rispondevi e mi veniva da piangere e pensavo che non sapevo nemmeno io cosa dovevo fare, avevo solo bisogno di parlarti e raccontarti e non rispondevi perchè lavoravi, lavoravi sempre all’epoca, ancora oggi lavori sempre ma nel mentre ci siamo lasciati. Forse perchè lavoravi sempre.

E quel periodo mi ricorda About Today, che è un pezzo lento e triste, what could I say?, ma poi cresce cresce e si apre, partono le chitarre, un assolo di speranza solare e potente che fa vedere l’Assoluto e non è ancora finita perchè poi la gente applaude a ritmo e c’è un altro minuto e mezzo di finale e in conclusione il pezzo diventa sontuoso e perfetto per raccontare il caos di quei mesi perchè finisce benino, parte triste e finisce medio, non allegro ma medio, e anche mio padre l’han preso per i capelli ed è tornato a casa e tutto si è risolto per il meglio. Ci rivedremo Matt, prima o poi dovrai farmela sentire dal vivo. Magari ci porto anche la ragazza al telefono, se vorrà venirci, così non sente tutto distorto e gracchiante come stasera.

Postcards from The National

Speciale The National Ferrara sotto le stelle 2001

The National a Ferrara (si legge tutto di fila, chiudendo gli occhi) è il concerto dell’estate 2011 cui siamo più affezionati. Perché quella voce di Matt Berninger, quella voce definitiva che sembra uscire direttamente dai ciottoli riscaldati dal sole, dalla terra su, su fino dentro le nostre narici, riesce a farci sentire semplicemente meno soli. Come poche altre cose.

Turn the light out, say goodnight,
no thinking for a little while

Abbiamo pensato che il concerto dei National di martedì 5 luglio, per Ferrara Sotto le Stelle, meritasse una sorpresa. Che ce la meritassimo noi, una sorpresa. Uno speciale di carta, da toccare e conservare, come siamo soliti fare da queste parti, di tanto in tanto. Ma un po’ diverso dal solito.
Quattro racconti, per quattro canzoni, scritti per Ciccsoft da Cidindon, Chiara, Inkiostro e GiorgioP/Junkiepop. Illustrati dai disegni dei ragazzi di Maciste (Federico Manzone, Damiano Fenoglio e Lorenzo Mò). Tutto infilato dentro una busta.

Il risultato lo potrete scoprire martedì sera, mentre sarete in coda dai cancelli oppure seduti in piazza Castello ad attendere prima Beirut, e poi The National. Saranno disponibili 500 copie: se volete che ve ne teniamo da parte una, fateci sapere.

Grazie, davvero, ad Antonio, Chiara, Fabrizio e Giorgio. E a Federico, Damiano e Lorenzo.
E a Simone ed Emma.

Controllo del livello del rombo

Concerto dei Bloc Party (più White Lies, va beh) in piazza Castello a Ferrara. Costo: 25 euro.

Concerto dei Subsonica al Festival di Radio Sheerwood, a Padova (zona stadio). Costo: 10 euro.

I primi sono una delle band più affermate e importanti uscite dal decennio indie. I secondi sono tra le poche, pochissime, band “bandiera” che abbiamo in Italia. Non si discute su chi sia meglio o peggio, o se siano musicalmente valide o meno. Si parla di (relativa) fama, successo, radicamento nel pubblico e nell’immagine.

Sono stato a entrambi i concerti, ho sudato, strattonato, cantato sotto entrambi i palchi. Ma mentre ripiegavo verso la macchina parcheggiata a 800km di distanza, sotto la pioggia padovana, notavo la clamorosa sproporzione dei prezzi del biglietto.

I prezzi andrebbero invertiti, infatti. Perché un gruppo può piacere o meno, può essere o meno “cool”, ma poi quando è il momento di un concerto, deve spaccare. La musica dal palco ti deve investire, e non si tratta solo di volumi più o meno regolati. Il muro di suono deve piovere sul pubblico, scuoterlo, farlo muovere, non lasciarlo indifferente. A un concerto (a certi tipi di concerti, diciamo quelli “elettrici”) non ci si deve distrarre a guardare la fotografa carina appoggiata alle transenne, o scrutare la marca del sintetizzatore.

Eppure i Bloc Party avrebbero canzoni della madonna. Avrebbero la stoffa (nonostante l’ultimo album), avrebbero anche fisicamente l’impostazione giusta. Ma dal vivo non spaccano. Arriva Like eating glass, per esempio, e sembra che manchi tipo qualche strumento, si sentono dei silenzi quando dovrebbero picchiare, picchiare duro e basta.

Invece i Subsonica suonano due ore, spaziano dal rock all’elettronica fino alla dance. Non lasciano vuoti, riempiono tutto lo spazio con ogni strumento. Ti fanno sudare, regolarmente. E hanno quelle “aperture“, alla fine di buona parte dei loro pezzi, che ormai sono un marchio di fabbrica e sciolgono qualsiasi pigrezza.

Verrebbe voglia di rimborsare il biglietto ai Subsonica, e colmare quei 15 euro di differenza tra l’aperitivo nel locale Arci di tendenza e un sorso di vino rosso bevuto direttamente dalla bottiglia.

Bis, un termine anacronistico

paoloconteC’è una consuetudine ormai comune a qualunque artista si esibisca su un palco e ben nota al pubblico, almeno a quello che è stato ad un concerto negli ultimi dieci anni: ad un certo punto dello spettacolo il pubblico viene salutato alla svelta, con un ciao, un grazie, un lancio di un plettro e si finge la fine del concerto. L’artista di turno si ritira dietro le quinte, si asciuga la faccia, si beve qualcosa e nel giro solitamente di 5 minuti massimo (ho visto anche attese di 15) rientra per qualche altra canzone con cui chiudere degnamente la serata, solitamente i pezzi migliori, o un lentone struggente, o la chicca in anteprima. Sono i cosiddetti encore, come va di moda chiamarli ora, un tempo si chiamavano bis, ed avvenivano per acclamazione. Ora è tutto meno poetico: il pubblico sa che il concerto non è affatto finito, è tutta una messinscena, e non si sbraccia nemmeno più con il vecchio “fuo-ri-fuo-ri” per richiamare sul palco l’artista. Si attende semplicemente che la manfrina abbia il suo corso. In ogni caso si è perso un po’ il senso del bis, del volerne ancora, della ripetizione di qualcosa che è piaciuto e si vuole riascoltare.

Ebbene sabato sera in PIazza Castello a Ferrara suonava Paolo Conte, che di anni ne ha ben settantatrè e appartiene ad un’altra generazione, ad altre abitudini, ad un altro pubblico. Al termine di un concerto con tutti i maggiori successi tra cui l’immortale “Via con me”, è uscito dal palco e il pubblico per lo più adulto l’ha richiamato dentro con applausi e incitamenti. Ed è andato in onda un insolito e anacronistico BIS. Un vero bis: ha eseguito nuovamente Via con me, più veloce, con un diverso arrangiamento, per la gioia di tutti. Se oggi un artista rientrasse rifacendo un pezzo già eseguito ho paura sarebbero fischi e proteste. Infatti ora si chiamano encore e non bis, ma non sono forse le cose più belle (e non altre) quelle che vogliamo ancora e ancora e ancora?

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Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)