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farò rifare l’asfalto per quando tornerai

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dici che la nostra città è bellissima, che ne sei innamorata e non ci rendiamo conto di quanto sia pieno di fascino il nostro centro storico e ti rispondo hai ragione, c’era la luna quasi piena, una piazza piena di gente, musiche armoniose provenire dal palco, caldo, un bicchiere di birra vuoto, ragazzi che vagano senza meta, biciclette, lavori in corso, le solite cose, i soliti posti che conosci benissimo ma se ti fermi a pensarci, se ti fermi solo un momento, dieci secondi della tua vita di corsa in cui dimentichi chi sei e da dove vieni, se ci pensi ti scoppia la testa perché questi luoghi sono davvero pieni di poesia e forse sei te che hai l’occhio troppo allenato perché si riempie ogni giorno della triste venezia e tutto il resto ti sembra quasi normale ma non è vero, o forse siamo tutti troppo stanchi perché ci addormentiamo sul treno di ritorno e a volte anche in quello d’andata, o dopo il turno in magazzino nel posto più pesante di tutti con i colleghi che ti fottono i soldi dalle chiavette del caffè o forse perché il lavoro per alcuni nemmeno c’è e ormai abbiamo quasi trent’anni, ancora no ma quasi dai, tre anni volano e siamo grandi agli occhi dei novantuno che ci vedono sposati, partorienti, in carriera, un po’ come facevamo noi tanti anni fa, quando c’erano le camicie di flanella a scacchettoni, i bomber con il risvolto arancio e la musica grunge, eppure perfino l’aria ora è precaria figuriamoci il resto che piano piano non c’è più perché c’è la crisi e quest’anno la festa non si farà, la ricorrenza non avverrà, le persone non ci sono più ché hanno una vita lontana o si sono lasciate andare alla soluzione più comoda e come cazzo è possibile che qui da noi tutti questi suicidi non vedi che bello il castello illuminato, le vetrate di giori, il parco urbano e il sottomura, come si spiega questa tristezza che ci coglie ad un certo punto, lo sai tu?, non si può uscire di scena così senza pensare a tutti noi che rimaniamo qui a guardarci i diamanti, a fare i listoni a piedi, a gonfiare le ruote per tirare avanti nonostante non è che ci sia tanto da ridere ma ci proviamo cazzo, ci proviamo insieme ogni santo giorno a trovare un senso, a sorridere, a voler condividere il peso di tutta questa incertezza con chi ci sta intorno e ci fa stare bene, tutta questa pesantezza che incombe ogni santo giorno che non si capisce come andrà a finire ma pensa a chi vive a milano ed è tutto grigio per davvero quando esce di casa e ha pensieri in testa grigi, vestiti eleganti grigi e per terra è grigio come in cielo, mica come da noi che c’è il castello, le luci, e un bicchiere di plastica un tempo pieno di birra ed ora vuoto, ecco pensa a loro quando ti senti giù e pensi che questa città sia troppo stretta, troppo di provincia, troppo inutile, troppo noiosa anche se artisticamente oh, artisticamente è perfetta, niente da ridire.

Categorie: Personale

Il bello della diretta

Mi hanno messo davanti a una telecamera, oggi, abbastanza casualmente. Niente di eclatante, ma era pur sempre un occhio elettronico, anche se i patti erano che dovevo guardare la ragazza che reggeva il microfono, ma mi intimidiva anche lei e quindi il movimento delle mie pupille era abbastanza da schizzato.

E quindi dovresti dirci come secondo te si potrebbe incentivare la partecipazione dei giovani alla vita cittadina“. Ecco, uno poi pensa sempre di conoscere la città in cui vive da 27 anni, che non sono esattamente pochi ma nemmeno troppi, pensa sempre “ah se avessi davanti un microfono glielo direi io che cosa si dovrebbe fare“, poi quando arriva il momento non ti viene in mente assolutamente nulla del posto in cui vivi, di quali problemi possa avere e delle lamentele non rimane altro che una pallida rimembranza.

Sarà che la telecamera intimidisce, ma si diventa mansueti quando qualcuno ti chiede che cosa non va, sarà che non ci si è abituati, a sentirsi chiedere se si potrebbe cambiare qualcosa. Sarà che non c’è il mare a Ferrara. Quanto ti piazzano casualmente davanti a una telecamera sembra quasi che vada tutto quanto alla perfezione.

Fortunatamente sono rimasto abbastanza giovane (o forse sono già abbastanza invecchiato) da non dare risposte accomodanti. Però è stato abbastanza avvilente rendersi conto che non si ha la minima idea del posto in cui si vive. Poi vogliamo fare i sociali, i creativi, gli organizzatori, vogliamo soprattutto criticare (a qualsiasi livello) e non sospettiamo nemmeno l’esistenza, che so, di un’associazione ufficiale di graffitari o che il Comune non ti offre nemmeno carta e penna se ti viene in mente un’idea. E sottolineo il se.

Categorie: Società

Osteria i 4 angeli

AVVISTATO: posto nuovo con prezzo amico e pancino felice. Segnatevi il nome per le vostre gite a Ferrara nel prossimo futuro: Osteria 4 angeli, in Piazza Castello, la stessa che avete bazzicato per i concerti di Ferrara sotto le Stelle. Si mangia cucina ferrarese, abbondante, prezzi decisamente contenuti in proporzione alla sazietà fornita.\nSolo per il fatto che vi sedete vi portano un tagliere omaggio con un bel salame campagnolo da tagliarvi nell’attesa. Le razioni sono da Grande Abbuffata e servite in bei piatti di coccio che fanno tanto tavola povera e rustica come piace a noi.\nAh, e prendete i Dolci: tutti. Per 5 euro vi vengono serviti a svenimento TUTTI i seguenti dolci: torta di formaggio, torta tenerina al cioccolato, piatto di mascarpone, zuppa inglese, ciotola di cioccolato fuso.

Categorie: Segnalazioni

Bye bye 44100

Ci hanno davvero preso tutto! Da domani, 27 marzo 2009, sparisce anche il caro vecchio CAP di Ferrara (e di altre 47 città). Già, ma le lettere di carta chi le usa più ormai?

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I nuovi CAP del Comune di Ferrara

Categorie: Segnalazioni

Che da tanta parte de l’ultimo orizzonte il guardo esclude

Devono essersi stufati di tenere la finestra aperta con la webcam accesa sulla piazza principale della mia città e il filo che gira per l’ufficio, oppure si sono offesi per il mio post dell’altro giorno, ma la bellissima visuale che c’era è stata tristemente sostituita dalla più angusta veduta del  “retro” del Palazzo Comunale.

Categorie: Segnalazioni

Hai lasciato: piazze vuote

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I primi caldi, gli street bar, la piazza… dove sono i giovani di Ferrara? Su Facebook.

Categorie: Quasi adatti, Segnalazioni

Trasformiamo questa Ferrara in un’altra cazzo di Ferrara

Leonardo, con un post dei suoi, alza il velo su un dubbio più diffuso di quanto si pensi riguardo al successo di Le Luci della Centrale Elettrica. Subito si apre il dibattito: perchè Vasco Brondi non piace a tutti quelli cui dovrebbe piacere?

La questione è meno pelosa di quanto possa sembrare, e apre mille rivoli generazionali, per non dire “attitudinali“. I testi di Vasco, oltre al suono della sua voce rauca che grida “rabbia” (che poi sempre rabbia non è) e agli accordi monocordi, non sempre colpiscono l’immaginario di tutti noi. E ci mancherebbe. C’è chi resta interdetto, anzi “indifferente” e si chiede se forse è lui ad essere rimasto alla fermata precedente. Strano definirsi già troppo vecchi per chi è cresciuto a pane, Ferretti e Clementi, forse la questione andrebbe spostata più su come gli Auto-Esclusi dal Circo Brondi abbiano digerito praticamente tutto il proprio immaginario musicale-culturale-sociale. In che cosa si siano trasformati, insomma, che li impedisca di sintonizzarsi sull’onda delle Luci.

Pure a me che lo seguo dai suoi primi chilometri di scontrini, ogni tanto pare di sentire soltanto rumore di niente: nient’altro che una fortunata miscela di frasi azzeccate, tenute insieme con lo stesso scotch bianco stampato sopra la sua chitarra. Gridate con quella rabbia, appunto, che rabbia secondo me non è, e perciò non fa incazzare: fa immedesimare, perchè non (ti) strappa ma evoca, non brucia ma riscalda un intero sentire umano comune a questi cazzo di anni zero. La differenza è che finora nessuno l’aveva fatto: lui sì, e ci è andato maledettamente vicino. I CCCP non ci sono più, e l’assenza si fa sentire.

Forse ci sarebbe pure un’altra via per dirimere la Questione Vasco Brondi, oltre al fattore generazionale. Una discriminante probabilmente campata in aria e non prevista nelle intenzioni: essere o non essere di Ferrara, la città di Vasco e pure (che coincidenza) la mia. Vero, le canzoni delle Luci possono vestire qualsiasi scenario provinciale/metropolitano (e infatti suonate a Milano ci stanno benissimo), ma solo chi è impregnato di nebbia e gigantesche scritte coop può distinguere le Centrali Elettriche. Se sei di Ferrara puoi addirittura averle viste, e sapere che in realtà non di centrali si tratta ma di uno squallido Petrolchimico. Chi non è di Ferrara non può ricordarsi la sensazione primordiale vissuta all’altezza del casello di Ferrara Nord nello stagliarsi sullo “skyline” tutti i bagliori del Petrolchimico di notte, che sembra di stare tornando da un lungo viaggio in una New York adagiata sulle valli bonificate. Lo sai che quella è merda chimica, non è New York ma Ferrara, lo sai che è un buco nero che brilla eppure ti fermi lo stesso ai bordi di un cavalcavia con la macchina accesa di fianco ai fossi e alle pantegane, per fotografare quello spettacolo. Non pensi a niente. Pensi solo che sia bellissimo.

C’è una differenza inevitabile che divide gli ascoltatori de Le Luci della Centrale Elettrica tra chi ha vissuto qui e chi no. Una casuale differenza che ti fa drighignare i denti quando senti Vasco implorare di trasformare questa cazzo di città in un’altra cazzo di città, e ti viene voglia di candidarlo a sindaco dei tuoi neurotrasmettitori avviliti.

Categorie: Musica

Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 4

(Parte 1 - Parte 2 - Parte 3)

La voce della RUAQuando entro nella sede della RUA in Piazza Verdi trovo già alcune ragazze: si stanno aggiornando sulla mobilitazione riguardo ai problemi degli studentati e delle sovvenzioni regionali per le borse di studio. O almeno così mi pare di aver capito, in questi momenti sento tutta la mia ruggine di ex-studente e soprattutto di essere stato uno studente IN sede. Di gente ferrarese alla riunione infatti ne vedrò molto poca, un’altra silenziosa risposta alla domanda iniziale che mi ha fatto tornare “studente” anche solo per un giorno: perchè a Ferrara non si protesta?

Mentre attendo l’arrivo di Alessandro, il coordinatore della RUA, scambio qualche parola con Giulia. Le racconto di cosa ho appena (non) visto alla Facoltà di Ingegneria, e non si mostra affatto stupita, anzi. Le motivazioni che mi hanno dato gli aspiranti ingegneri secondo lei sono “giustificazioni”, perchè gli esami difficili esistono anche in altre facoltà: “E’ questione di non volersi informare, e della mancanza di soggetti che sappiano creare una coscienza predisposta all’informazione“.
Nella mia mente tento di riassumere questa incomunicabilità tra soggetti che non vogliono ascoltare una lingua comunque a loro sconosciuta. Giulia mi parla con voce appassionata ma ferma, convivido la sua propensione a essere propositivi e incisivi, senza che le due cose possano apparire in contrasto. Eppure, in questo peregrinare nell’ambiente universitario ferrarese, mi rimane la convizione di assistere a un’antoniana partita a tennis senza la pallina. E buona parte del pubblico continua a guardare da un’altra parte, solo perchè non ha voglia di mettersi gli occhiali per vederla meglio.

Aldilà delle polemiche RUA - S.O., sono più curioso di sapere come un sindacato studentesco che agisce veramente come tale, con voce e fermezza, si raffronti rispetto ad un consistente muro quasi “omertoso” di studenti. Alessandro sorride amaramente del mio resoconto di Ingegneria. Gli chiedo:

Mentre persino Pavia scende in piazza, a Ferrara una bara in rettorato e basta. Qual è il problema di Ferrara?
Guarda, non è soltanto questione di una facoltà più silenziosa di un’altra. E’ un problema di Ferrara intera, e possono esserci tante motivazioni come “nessuna”. Ferrara storicamente non ha avuto un ‘68 e nemmeno un ‘77. Non c’è mai stata una sedimentazione di movimenti per i diritti, ha sempre avuto una vocazione al silenzio e all’indifferenza che ha impedito al movimento di svilupparsi in maniera significativa. Manca dunque una coscienza collettiva, che faccia nascere uno studente pronto a indignarsi concretamente.
Poi si possono ricercare i motivi in vari aspetti… la conformazione della popolazione studentesca, l’assenza di comitati studenteschi forti che facciano da traino. Credo che sia proprio “Ferrara”, il problema, prima di tutto, e a seguire varie concause.

Ferrara è una città particolarmente “sfortunata”, allora?
Sì, perchè c’è questa concomitanza annichilente: da una parte non ci sono movimenti studenteschi magnetici, dall’altra non vedo una controparte in grado di recepire gli impulsi. Gli stimoli a farsi sentire sono visti in maniera negativa, perchè qui buona parte degli studenti pensa soprattutto alla dimensione personale e a studiare.
C’è da dire poi che in altre città lo studente vive l’esperienza del movimento sin dalle superiori, mentre qui a Ferrara nelle scuole vedo solo qualche collettivo, poco rumore e pochissima sostanza. Gli studenti ferraresi sono disinteressati: la maggioranza del movimento infatti è composta da fuori-sede. Ma anche tra di loro, diversi si muovono solo se vengono toccati nelle proprie tasche, purtroppo.

In questo quadro sconfortante, l’unica speranza è tentare di intercettare il disagio che comunque sta crescendo. Non sarebbe il caso di unire gli intenti dei vari movimenti studenteschi?
E’ vero, manca un grande soggetto che riesca a radunare la protesta e incanalarla. Ma noi dall’altra parte abbiamo trovato un soggetto ambiguo, lo Student Office. Quando a luglio è uscita la legge sui tagli, non li ho visti affatto indignati, anzi. Ora, loro contestano il nostro atteggiamento di protesta, quando invece noi vogliamo soltanto accendere l’attenzione della città sui problemi dell’università. Problemi che coinvolgono tutti. Anche lo Student Office vuole che l’università rimanga pubblica, ma con i tagli che ci sarà diventerà impossibile. Eppure non protesta. Andiamo all’inagurazione dell’anno accademico per chiedere un pronunciamento del Senato Accademico, e ci insultano.

Come pensate di procedere, ora?
Nonostante la legge proceda spedita, noi non ci fermiamo. Mercoledì alle 13 (oggi), nell’aula magna di Giurisprudenza ci sarà una lezione di Diritto per spiegare i mali delle leggi che stanno per essere approvate, ed è un’iniziativa che supportiamo fortemente perchè occorre fare chiarezza. C’è confusione, troppa, e bisogna spiegare agli studenti a che cosa si sta andando incontro. Prima ancora che protestare, è più urgente mettere qualche punto fermo. E poi non bisogna disperderci in mille comitati, bisogna radunare forze e iniziative per creare una protesta organizzata, coesa e sensata. Anche perchè si è visto come esternamente sono tutti pronti a tentare di sminuirci e dividerci. A Ferrara è difficile, direi quasi impraticabile, lo so: su 15.000 studenti, solo qualche centinaio è pronto a far sentire la sua voce. I dottorandi che aderiscono sono pochi, i docenti, tranne eccezioni, non si espongono. C’è un intreccio di interessi personali e di categoria, e di visioni politiche, che ostacola e ingolfa tutto quanto. Però andiamo avanti, sempre.

Le parole di Alessandro sono rassicuranti e allo stesso tempo stimolanti. Rassicuranti perchè il retrogusto politico/retorico delle sue argomentazioni si avverte ma non lascia tracce; stimolanti perchè non usa paraocchi o arieti, ma semplicemente la costanza, principale antidoto, prima ancora che l’irruenza, contro la Ferraresità.

Questo speciale ambivalente, dove si sono intrecciate due storie, quella universitaria e quella della mia città, era iniziato con una domanda cardine: dove è finita la Protesta a Ferrara? Ci sarebbero ancora altre facoltà da esplorare, mille altri studenti con cui confrontarsi, litigare, sorridere. Eppure qualche risposta, seppure parzialissima, l’ho trovata. Ho incontrato le certezze evidenti: l’indifferenza come male incurabile. Ho riscoperto acque calde tiepidissime: gli interessi personali e i pregiudizi politici sono capaci di condizionare le vite degli studenti come direi praticamente ogni cosa. Ho constatato che c’è uno spazio enorme e non sfruttato in cui far muovere l’animale dell’Indignazione: ci sono diverse persone che a modo loro ci credono, e tentano di addomesticarlo, e insegnarli a camminare.

Conosco la mia città, lo spopolamento progressivo, le scomode fughe verso le altre città e l’estero, e le ancora più scomode permanenze sia di chi se la dorme sia di chi sta all’erta. Non nutro nessuna speranza in un risveglio di massa, così come sappiamo perfettamente che le leggi passeranno, i tagli ci saranno e molto andrà relativamente a puttane. Rimane però quello spazio vuoto, quell’animale timido e feroce da imparare a conoscere, anche diventando rompicoglioni e retorici. Le chiacchiere, come i fondi, stanno a zero.

(fine?)

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Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 3

(Parte 1 - Parte 2)

Ingegneria a FerraraSeduti al bar ci stanno non quattro ma tre amici, studenti di Civile tra il primo e il secondo anno. Il Caso ha fatto loro incontrare Giovanni, un esponente di Student Office, la lista che ha vinto alle recenti elezioni studentesche (ad affluenza polare), sul quale vengono riversate pacatamente e serenamente domande molto semplici: i comitati degli studenti, che stanno facendo?
Inizia un’illuminante chiaccherata nella quale viene fuori l’atteggiamento dello Student Office di fronte alla protesta e alle leggi universicide. Innanzittutto, il loro silenzio non significa un’adesione all’idea della riforma: “I tagli colpiscono tutti e dunque anche noi siamo contrari“.

Perchè allora rimanere sotto coperta ad aspettare che cambi il vento? Le braccia di Giovanni si spalancano in un moto di lucida rassegnazione. “Si può protestare finchè si vuole“, sostiene, “ma questa legge verrà in ogni caso approvata dalla maggioranza in Parlamento“. In fondo è inutile agire contro l’inevitabile.
Perplessità diffusa.
Una lista studentesca è contraria all’azione del Governo, eppure non muove un dito. E il dibattito, l’informazione, la circolazione del malumore come viene gestito? Le risposte soffiano nel vento autunnale. Si parla di volantini fatti girare ma che veramente pochi hanno visto. Si fa notare come l’incontro dei rappresentanti dello Student Office con il Rettore nei giorni scorsi (non trovo link a riguardo) sia avvenuto in semi-clandestinità e non abbia prodotto nessun documento ufficiale. I tre amici seduti al bar scuotono la testa, perchè loro vorrebbero far sentire il proprio dissenso e non sanno a chi rivolgersi: se nemmeno la lista che siede in consiglio non organizza nulla, devono affidarsi al Do It Yourself di Pastoriana memoria?

Mi avvicino anchio alla tavola spigolosa, per incalzare le perplessità non diffuse: diffusissime. Conveniamo che occorra una duplice manovra: da parte degli interlocutori degli studenti ufficiali che devono interagire con rettori e i Grandi Capi, incalzandoli, e da parte della Base degli studenti, la maggioranza perplessa rimasta sinora silenziosa che deve sì urlare, ma pure avere una risonanza per i decibel prodotti. Una tenaglia ragionata, ordinata e pacifica, ma che faccia sentire la propria presa.

L’esponente di Student Office annuisce, promettendo che “se ne parlerà senz’altro e troveremo prossimamente il modo più adatto per agire“. Peccato che i lavori parlamentari incalzano. “Anche i Professori sono tutti dalla nostra parte“, rilancia Giovanni. Ma coinvogerli no, allora? Le sue risposte non riescono a giustificare ai miei occhi la loro immobilità, che si ripercuote sull’intera Facoltà. “Prima non sapevamo in che direzione muoverci perchè c’era grande confusione attorno ai provvedimenti del governo in materia. Ora invece, pensiamo sì di agire, ma riteniamo anche che la strada maestra sia il Dialogo“. Ne prendo atto.

C’è qualcos’altro in ballo, ovviamente.

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Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 2

(Parte 1)

Facoltà di Ingegneria a FerraraNel laboratorio all’ultimo piano di Ingegneria a Ferrara incontro Silvia. Lei è qui da quattro anni, conosce abbastanza le facce in giro e passa molto tempo in facoltà. Saprà sicuramente se gli studenti abbiano avuto perlomeno un sussulto in questi giorni altrove tumultuosi.

Come ha reagito la tua facoltà alla protesta dilagante?
Semplice: non è successo nulla. Le lezioni proseguono regolarmente, non ho visto l’ombra di un volantino. Nei giorni scorsi alcuni rappresentanti di una lista studentesca davano via pane e nutella nell’atrio della facoltà.

La vita procede tranquilla a Pleasantville. Si prendono appunti, si dorme nelle ultime file, ci si fionda al bar nelle pause pranzo. Protesta? Per cosa? Gelmini? Chi? Parole sconosciute per chi si impegna duramente in esami spacca-cervello. E io che ho passato 7 anni lì dentro posso confermare: il cervello lo spaccano sul serio. Gli studenti non sanno, e se sanno, non gli interessa granchè.
Non si vedono in giro volantini o manifesti che preannuncino eventuali manifestazioni. I dottorandi proseguono il proprio lavoro e nemmeno da loro che dovrebbero essere maggiormente colpiti dai tagli, si alza una voce dissidente. Tutto tace.

Tu perchè non protesti?
Perchè sono completamente rassegnata. Non credo in nessuna ipotesi ragionevole di cambiamento, ogni segnale è contrario e rende vano ogni tentativo di protestare. Io punto a laurearmi più in fretta possibile e sloggiare da questa valle di lacrime. Non si possono cambiare le cose. L’ho capito sin da quando ero matricola.

I muri di Ingegneria sono immacolati, a parte i soliti annunci di stanze libere. Non ci sono striscioni appesi alle finestre, non si odono urla scomposte. Ingegneria a Ferrara è l’estrema sintesi di una situazione molto italiana. La protesta non parte se non è alimentata da micce estranee: ci vuole la politica, gli interessi di parte, le spinte personali. Un comico che urla sul palco, un presidente che salga su un predellino. Lo scempio in sè non è mai sufficiente per una indignazione rumorosa, fino a quando lo scempio non entra in casa tua senza bussare. Il problema di Ingegneria è proprio l’assenza di micce esterne, e se ci fossero, verrebero ignorate: siamo dunque al limite emblematico del Caso Italiano.

Il fatto è che in questa facoltà si fa veramente fatica ad andare avanti e superare gli esami, e la protesta qui non trova terreno fertile. Il confine tra aridità e materiale impossibilità ad accogliere il seme del dissenso è molto più sottile di quanto si creda. Quanti di noi vorrebbero scendere in piazza ma la vita quotidiana, con i suoi impedimenti, li sottrae e li tiene legati, a covare ulteriore insoddisfazione che alimenta una protesta sempre più impossibile a causa di quelle stesse catene?
Un circolo vizioso che si autoalimenta e tiene in scacco non soltanto una facoltà o un’università. Tiene in scacco l’intera società.

Ad uno dei pc del laboratorio trovo Nino. Si sta specializzando, è quasi al termine dei suoi lunghi e faticosi studi. Gli chiedo se sia al corrente della situazione di disagio dell’università, e mi risponde che qualcosa al telegiornale ha sentito. Gelmini e Legge 133 non gli suonano estranei, ma francamente non ha voluto approfondire: tra poco uscirà di lì e si imbarcherà per mari altrettanto perigliosi, tra le onde della Precarietà.
Gli impegni impellenti di studio alimentano il vento della rassegnazione. Mi riporta voci di ipotetici scioperi tra i professori, ma tali sono, voci lontane che non lo turbano. Ormai non c’è più molto da fare.

La non-protesta la si respira ovunque tra le aule di Ingegneria. Qui la politica non è mai entrata, e non è dunque mai riuscita a fare da detonatore per moti di rivalsa. A questo si aggiunga la totale apatia e indifferenza di chi è immerso nel vortice individuale delle proprie vite, schiacciate da esami troppo difficili o semplicemente da “altro di meglio da fare“. Prima ancora della rassegnazione, viene l’indifferenza verso qualcosa che non li riguarda: perchè appare immodificabile, un elemento dello sfondo e come tale, ineluttabile. L’università che diventa un temporaneo recinto.

Non c’è proprio speranza di sentire schiamazzi tra i pc dei laboratori? Andrea, al primo anno della specialistica in Ingegneria Informatica, mi ribadisce di no:
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Categorie: Attualità, Società

Aguzzate la vista

In un momento di pura noia e fancazzismo il nostro caro Steve ci manda questo gioco creato della foto di Attimo al festival di Internazionale.
A voi scoprire le 5 differenze tra le foto. In palio un accredito Ciccsoft per il Festival 2009.

Io, comunque, ne ho trovate solo tre, ma devo guardarci con più calma. Pare anche che nella foto ci sia lo stesso Steve, chi lo becca ha l’accredito assicurato. Si vocifera inoltre che tra il pubblico ci sia pure Margherita F. ma io non scorgo nessuno dei due, ho gli occhiali consunti.

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A Ferrara si suona l’Internazionale / 3

Ultimo giorno di Internazionale a Ferrara, si inizia a perdere qualche colpo e molte code iniziano senza terminare (nel senso che si rimane fuori, ad ascoltare seduti per terra). La bolla critica sta per scoppiare e da domani si ritorna alla realtà.
Nel frattempo, finchè dura, mentre la voce dei relatori viene pompata dalle casse in una discoteca poliglotta che non balla ma ascolta-ascolta-parla, si chiacchera tra accreditati e non accreditati su come far capire questo Festival alla città A-Critica, su le mille idee non concretizzate e su quanto sia fenomenale Gipi.

Tutto questo per dire: aggiunte nuove foto dalla serata di ieri.

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A Ferrara si suona l’Internazionale / 2

Categorie: Attualità, Società

A Ferrara si suona l’Internazionale

Festival di Internazionale - Speciale CiccsoftFerrara ritorna per il secondo anno Internazionale.
Che cos’è Internazionale? E’ un settimanale che traduce i migliori articoli apparsi sulla stampa estera.
Che cos’è il Festival di Internazionale, invece? Tre giorni di incontri con vari giornalisti stranieri (e non solo) che affrontano temi disparati. Dalla guerra in Cecenia al futuro del giornalismo, e ogni altra questione geo-socio-politica interessante vi possa venire in mente.

Insomma, per tre giorni la Città invisibile si riempie di giovani (e meno giovani) da tutta Italia che vengono ad assistere agli interventi. Folle oceaniche per dibattiti “culturali”. Quasi un ossimoro, eppure accade davvero. E ovviamente l’aspetto più curioso di Internazionale, per chi a Ferrara ci abita, è proprio osservare le code chilometriche per ascoltare un linguista americano in collegamento via satellite da Boston. Pochi metri più in là, un barettino fa risuonare note caraibiche di bachate varie. Ferrara si ama, e si odia, anche per queste dissonanze inspiegabili.

Molto pochi i ferraresi ai vari incontri, decine invece le facce sconosciute distese a prendere il sole in Piazza Municipale in attesa di entrare al prossimo incontro. Due le reazioni di fronte a questa cultura-mania:
1) C’è una gran voglia di atteggiarsi, di accreditarsi (il badge ti fa evitare le code), di prendere appunti, di fare domande, di mostrare (finalmente?) senza pudore che sì, siamo giovani e siamo fotonicamente interessati alle tematiche scottanti del nostro mondo.
2) C’è una gran voglia di informarsi, di spezzare con le nostre penne e le nostre code chilometriche per ascoltare Chomsky, questa patina di disinformazione che unge i nostri corpi. Di sentirsi presenti e di placare quella dannata sete insaziabile di sapere e capire. In fondo, Internazionale è un festival unico nel suo genere: gratuito, aperto al pubblico e animato da personaggi assolutamente avvicinabili, pur nella loro esotica provenienza estera.
3) E’ inutile, il mestiere del giornalista, specie in Italia, anche se ormai è più un’utopia che una possibilità, continua a sedurre noi scribacchini che si spelliamo le dita sulle tastiere delle nostre camerette per ingozzare i nostri blog e zine varie. Accostare la parola “giornalista” al termine “straniero”, poi, provoca un orgasmo immediato devastanti nel letterario inconscio sessuale di ciascuno di noi. Almeno, per me è così, sarò mica malato?

Vado di fretta, che gli incontri da seguire sono tanti (troppi, o perlomeno, troppo ravvicinati e in luoghi angusti). Altri punti sparsi:
- Ieri sera a intervistare Chomsky c’era l’Annunziata: le smorfie provocate dai disturbi sull’audio del collegamento erano degne, se non superiori, della migliore Sabina Guzzanti;
- Chomsky si è mostrato, a mio avviso, insolitamente ottimista riguardo al futuro prossimo. Non si rischia un nuovo fascismo dice, ma anzi, ci sono tutte le premesse per una nuova ondata stile sessantottina. Nutre molta fiducia sulla possibilità da parte dell’opinione pubblica di agglomerarsi in proposte costruttive. Sarà. Solo l’aggregazione di una massa critica (nel senso vero del termine) può colmare la voragine tra potere e governo, e il popolo, in quella che è diventata una parodia della Democrazia. Insomma, il Messia non è Obama ma siamo noi: yes, we could.
- David Randall (chi? uno dei direttori dell’Indipendent, per capirci) è stato semplice, diretto e dunque strepitoso. Stile britannico ironico e immediato per far comprendere anche a un bambino che è più interessante l’informazione nuova e verificata, che quello che pensiamo nella nostra testa. Game set match.

Più tardi l’aggiornamento fotografico.

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Omicidio Aldrovandi, una ferita aperta

Quanto vado a scrivere è una di quelle storie che avrei dovuto raccontare da diverso tempo e che per mancanza di tempo o di voglia è rimasta in sospeso fino ad oggi ingiustamente. Una di quelle storie che vanno raccontate, almeno per condividerne la drammaticità e per mostrare quanto accade sotto i nostri occhi nemmeno troppo occasionalmente. Una vicenda rimasta per troppo tempo in sospeso, se è vero che i fatti risalgono al settembre scorso e soltanto ora qualcosa comincia a muoversi anche a livello nazionale suscitando il clamore della gente di ogni dove. Una storia da far girare, da raccontare, da segnalare e divulgare perchè si sappia in giro e diventi, dal web, una voce grande ed importante. Un chiasso che smuova le coscienze e colpisca dritto i diretti responsabili, perchè non sia un episodio accaduto invano.

La notte del 24 settembre a Ferrara un ragazzo di 18 anni, Federico Aldrovandi, muore nelle mani della polizia. Una serata come tante, trascorsa in discoteca a Bologna con gli amici, dove Federico assume imprudentemente una pastiglia di ecstasy (o sostanze simili) che qualcuno all’interno del locale gli vende. Poi la decisione, a notte inoltrata, di rincasare da solo, percorrendo un po’ di strada a piedi senza farsi accompagnare. Capita spesso al giovane Federico, che ama tirare tardi con chi è disposto a star fuori fino a tarda notte con lui, ma che in questa circostanza non trova supporto da nessuno. Quando gli amici lo salutano Federico è tranquillo e bonario come al solito, nessuno pensa che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbero visto vivo. Cosa è capitato dopo, resta ancora oggi un mistero.

E’ quasi mattino quando gli abitanti di via Ippodromo chiamano la polizia in seguito a schiamazzi di qualcuno che in strada sembra manifestare comportamenti strani. Nelle prime ore di luce dopo l’alba, Federico viene portato via dalla polizia stessa, privo di vita.
Lo lasciano per cinque ore sull’asfalto, nascondendo la verità alla madre che lo cerca fin quasi a ora di pranzo ignara di tutto. La versione degli agenti racconta che una volta fermato, il giovane avrebbe dato in escandescenze. Ovviamente negano la responsabilità della morte sostenendo che si sia ferito da solo e sia deceduto per overdose. Gli esami tossicologici smentiscono tale tesi.

Il giorno di Natale sono trascorsi 3 mesi dall’accaduto. I dettagli emersi dai referti medici, non ancora ufficializzati dopo così tanto tempo, parlano di numerosi segni di percosse su tutto il corpo, ferite per contusioni alla testa, strisce delle manette ai polsi e lo scroto schiacciato.
Ricordo perfettamente i giornali di quei giorni e lo strano avvenimento su cui non si volle fare volutamente luce. "Ragazzo muore per overdose" titolarono in maniera simile i due quotidiani cittadini.
La notizia rimane insabbiata per mesi, finchè la madre, che ha riavuto i panni di Federico letteralmente imbevuti di sangue, chiede verità ed apre un blog che cerca di far luce sulla vicenda. Grazie al tam tam telematico, alcune radio, ed ora anche Indymedia, Liberazione, il Manifesto e Repubblica, denunciano il caso portandolo all’interesse della nazione intera.

Prima di proseguire vi invito a leggere la testimonianza della madre, ricca di particolari e densa di verità scomode. Quello che segue sono soltanto le mie ipotesi, le mie personalissime opinioni in merito alla vicenda Aldrovandi. Le mie accuse e le mie riflessioni di cittadino ferrarese, appena più grande della vittima, emotivamente coinvolto fin dall’inizio in questa triste storia di angosciante violenza urbana.

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Categorie: Società



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