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Breve galateo delle mostre d’arte

Alle mostre meglio andare da soli o in compagnia? E se si va in compagnia si guardano le cose insieme aspettando gli altri o ognuno va per conto proprio secondo il suo passo e i suoi gusti? Allora tanto vale andare da soli?

Se si va insieme poi ci si ferma davanti ai quadri a commentarli a voce alta? Non è che si disturba l’altra gente?

Se si commenta il quadro sostandovi davanti, a che distanza è meglio stare per non disturbare gli altri? Io vorrei vedere da vicino le pennellate di un quadro ma se mi avvicino troppo la gente dietro non vede niente e sbuffa, mi riprende, l’allarme suona e mi riprende, l’addetto auser della sala mi riprende.

Inoltre: da che lato si comincia a visitare una sala? Orario? Antiorario? C’è una regola precisa e sensata che è quella che l’allestimento dovrebbe suggerire (ma spesso non fa)?

Perché non si possono fare foto alle opere senza flash ma si può sostare con un taccuino per venti minuti e disegnare uno schizzo?


Questo mi è venuto in mente visitando ieri la mostra Gli anni folli a Palazzo dei Diamanti a Ferrara, appena in tempo prima della chiusura. Le altre cose che volevo appuntare qui sono che è molto bella seppure come al solito piuttosto corta e gli spazi di Palazzo Diamanti a mio avviso scarsi, che vale la pena andarci nonostante la coda in questi giorni (chiude l’8 gennaio), che ho scoperto un autore che non conoscevo che si chiama Kees van Dongen e mi sono innamorato di un suo quadro che è questo qui, e che dovrei appuntarmi più spesso i nomi degli autori che mi piacciono mentre giro un museo. Un’altra opera bellissima che ho visto non la ritrovo nel sito della mostra ed ora andrà perduta come lacrime eccetera eccetera. Mi è altresì venuto in mente, girando per la mostra, che c’era un altro quadro che mi aveva colpito al Museo di arte contemporanea Filippo De Pisis e non mi ricordo autore né titolo. Toccherà tornarci quanto prima a vedere, se nel mentre chiarisco i dubbi di cui sopra.

Un giorno sopra un ponte

Trascorrere una giornata sopra un ponte può essere estremamente noioso. Di novembre, poi, con il cielo grigio come le pareti dei palazzi che ti fanno compagnia attorno, già freddo anche se è ancora autunno, la noia sfuma col passare delle ore in fastidio. Eppure, dopo aver passato 24 ore, quando siamo tornati davanti al mac a riguardare tutte le foto che avevamo scattato, ci siamo accorti che sceglierne solo 24 era praticamente impossibile. Non che fossero tutte bellissime, anzi. Ma c’erano davvero troppe persone, troppi volti, troppi dettagli, che avrebbe meritato di finire nella rosa ‘finale’ delle 24 scelte per la mosta fotografica che Simone, Francesca, Eugenio e il sottoscritto avevano in mente.

Quindi no, smentisco subito: non è stato noioso stare 24 ore sopra un ponte. C’erano i ragazzi che andavano a piedi verso il Renfe, a ballare, che hanno voluto farsi fotografare, c’erano quei deliziosi involtini primavera mangiati direttamente dal cartoccio preso al ristorante poco distante, c’erano quegli enormi tubi luccicanti di alluminio che di sera, viste dalla riva del fiume, fanno sembrare il ponte non il semplice ponte di via Bologna, a Ferrara, ma che ne so, il Guggenheim di Bilbao. C’erano le macchine che rallentavano, scambiando le reflex sui cavalletti per autovelox, in una ritrosia e diffidenza così ferrarese che sì, non lo dico affatto con ironia, faceva un pelo scaldare il cuore. E poi le ritirate in casa di Simone, campo base della sporca faccenda, per scaldarci un tè o dormire mezzora, mentre a turno gli altri continuavano a presidiare la carreggiata. Con l’ordine opposto rispetto a una trincea: di qui devono passare tutti.

E al mattino sarebbero effettivamente passati tutti, piedi brulicanti a tambureggiare sul selciato o far girare pedali, un movimento asincrono che andava via via intasando la stretta ciclabile sul ponte. Ci sono finiti davvero tutti, sulle nostre foto, anziani bambini donne uomini coppiette che si abbracciano ragazzi che abbassano il capo per timidezza, mani che si scaldano guanti che colorano di rosso una giornata grigia, grigia come il fumo delle caldarroste che purtroppo non è finito impresso sulle foto ma tranquilli, erano davvero gustose.

24 è il racconto di quella volta in cui quattro amici ferraresi hanno deciso di trasformare il ponte in una specie (lo diciamo sottovoce) di ‘galleria d’arte’, di fare delle foto a un ponte ed esporle poi sul ponte stesso. Apre sabato 26 novembre, domani pomeriggio facciamo pure un brindisi, tanto per fare scena, e poi sperando che nessuno le porti via, rimarranno aggrappate alla ringhiera della ciclabile a ridosso del ponte fino all’11 dicembre. Quelle foto non si annoieranno nemmeno loro, in queste due settimane di freddo di grigio di nebbia e di sole, a specchiarsi nelle persone che, per caso o per volontà, si fermeranno a guardarle.

But we know it’s just a lie

L’estate è finita più o meno sabato 9 luglio alle 23.06, al termine del concerto degli Arcade Fire, davanti al botteghino di Ticket Office ormai chiuso, sopra i marciapiedi di Corso Garibaldi. Lucca è come Ferrara, più o meno, è circondata su tutti i lati da poderose mura medievali, ma la fortificazione della città toscana è conservata in uno stato migliore rispetto a quella ferrarese: le mura sono più larghe, più massicce, e le porte d’accesso al centro cittadino mantengono l’aspetto quasi originale. A Ferrara invece le mura ci sono e non ci sono, ci si può correre sopra come a Lucca, ci si può innamorare e rotolare sui prati in pendenza come a Lucca, anzi, forse ancora più dolcemente, perché i pendii fanno meno paura, ma presentano ampi varchi, di porte ne resiste a malapena una, Porta Paola, le altre sono state stravolte dal tempo e dalle auto, che per passare hanno preteso e ottenuto varchi in calcestruzzo. E in alcuni tratti non ci sono nemmeno più, o sono appena appena più alte dei vecchi che passeggiano solitari al mattino presto. A Lucca invece ci sono tante porte e hanno tutti nomi propri di persona. Credo.

 

Nel 2007 ho assistito al miglior concerto della mia vita, e devo dire che sono veramente una persona fortunata, perché il concerto più bello della mia vita (finora, ovviamente) si è tenuto esattamente (guarda te, le coincidenze) nella mia città, ci sono andato in bicicletta, mi ricordo ancora la saracinesca della cartoleria di via Cairoli dove l’ho chiusa, pensando che era fuori mano e che lì, sicuramente, non me l’avrebbero fregata (doppiamente fortunato: non me le fregarono mica, ha!), e di quella sera mi ricordo perfettamente tutto, la maglietta che indossavo, che avevo i capelli più lunghi di adesso, mi ricordo della mano appoggiata sulla sua spalla, sfidando timidezze e ritrosie e scandali, ricordo la scaletta, la gola sgolata e le braccia nude che sotto le luci di luglio picchiavano fragorosamente il tempo, ma senza violenza. Il miglior concerto della mia vita me lo ricordo perché era a Ferrara, perché ci sono andato in bicicletta e perché suonavano, senza violenza ma spaccando comunque i cuori e i polmoni soltanto grazie alla gioia (che cosa quasi scontata, vero?) quello che scoprii poi sarebbe diventato qualcosa di molto simile al mio ‘gruppo preferito’.
Ma quella sera, luglio 2007, non lo era ancora, ma un concerto dove la pausa tra la fine ufficiale e l’inizio dei bis viene interamente riempita dagli ooohh del pubblico che prolunga all’infinito l’ultima canzone, non può non essere il mio preferito. Mi ricordo, di quella sera, a Ferrara, che c’erano un sacco di canadesi sul palco, c’era un tamburino che picchiava come un forsennato su un tamburo e c’erano canzoni che non avevano bisogno di spiegazioni, canzoni da scartare come caramelle, canzoni da tirarsi reciprocamente addosso come torte farcite alla panna, e leccarsi i baffi e andare a letto senza lavarsi i denti. Quella sera, in piazza Castello, eravamo tutti ricoperti di panna, e per le strade che si diramavano dal centro verso l’esterno c’era panna ovunque, e sorrisi ovunque, e mi ricordo ancora di quel gruppetto di ragazzi che si era spinto addirittura fuori dalle mura ferraresi, che non sono così possenti come quelle di Lucca e lasciano filtrare molto, forse tutto, e mi chiesero dove fossero finiti, e sorridevano anche se erano vicino a una rotonda e lontano da casa, così lontano da far girare la testa.

Magari ci saranno stati anche loro, ieri sera, a Lucca, in piazza Napoleone, larga, con gli alberi, con mille ingressi diversi, con il “corridoio di sicurezza”, mi pare si chiamasse così, dove poter prendere quarti di focaccia e correggere il proprietario del negozio di dischi che stava esponendo in vetrina il vinile di The Suburbs posizionandolo però al contrario. Dai ciottoli a un imperatore, i canadesi ne hanno fatta di strada, e ne ho fatta anch’io, e col tempo ho preso il brutto vizio di fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle luci sul palco, che quelle dei tuoi occhi, delle scalette appallotolate dai tizi che smontano gli strumenti, che delle lettere che mi hai scritto. Le mura di Lucca sono molto più imponenti di quelle di Ferrara, e dal 2007 ad oggi è aumentato tutto, in proporzione, le mura, il prezzo del biglietto, la coda ai bagni, la birra che bevo, la mia pancia, la mia fronte sguarnita di capelli, che ora tengo più corti. E sono diventati grandi, grandissimi, anche i canadesi sul palco, Win Butler si erge in piedi sulle casse, e prende in mano le videocamere del pubblico in prima fila, nel 2007 a Ferrara non l’aveva mica fatto, a Ferrara cantava impettito, adesso parla, anche, e credo si renda conto di scrivere canzoni della madonna e di fare concerti che rendono felici le persone. E Regine, Regine è sempre una zolletta di zucchero, indossa sempre vestitini impertinenti come i suoi riccioli, ma ora sono ricoperti d’oro, e ora i canadesi hanno il maxi-schermo alle loro spalle, e molto più persone di fronte, e molte più mani che battono, anche se non riusciranno mai a fare più rumore di quelle che c’erano a Ferrara nel 2007. Ma piove panna montata ovunque, e ovunque le bocche si spalancano, e ogni volta, al loro concerto, e così, (e così sempre sarà, e questo il loro segreto), anche se adesso registi indipendenti producono film con le loro canzoni con bambini che girano in bicicletta, per farci commuovere davanti a uno streaming gratuito ma soltanto fino a mezzanotte, adesso suonano nello stesso festival dove suonerà Elton John, sponsorizzato dal Rotary, con i vergognosi palchi vip semivuoti.

Ma l’organo di Intervention è sempre pronto a gambizzarti, a metterti sulle ginocchia, e l’incedere del piano di We Used To Wait continua a farti paura come un tramonto di fine agosto, e Power Out ti fa scoppiare la testa, e Wake Up ti costringe ad aggrapparti alla prima cosa che incontrano le tue mani, la tua maglietta sudata da strizzare, la spalla di chi ti è vicino, un obiettivo 300mm di una reflex a caso, le transenne o le stelle. E Tunnels è sempre quasi insopportabile, sì, quasi non riesci nemmeno ad ascoltarla perché pensi che sia troppo. “Tutto”. Che cosa è cambiato, allora?

Provi a dare la colpa ai Grammy, all’hype, alle mode, agli indie che si riproducono, ai capelli che cadono, alla gente, a Lucca, al Rotary, al palco vip a 90 euro, alle quattro ore di coda sull’Autostrada del Sole sprovvista però di Ombre, al fatto di averli già visti, e rivisti, al fatto che vuoi mettere la prima volta, vuoi mettere la nostalgia, ma niente, non riesci a smontare l’esperienza extrasensoriale che coinvolge tutti i cinque sensi, lo spettacolo live migliore cui si possa assistere, perché dove lo trovi un altro concerto dove esci col sorriso e con le labbra sporche di panna montata? Però il tarlo ti resta, il giorno dopo: ma cosa è cambiato, però, in tutti questi anni?

E a forza di rimuginarci sopra, al termine di una settimana in cui il tuo corpo ha affrontato prima un concerto dei National e poi un altro degli Arcade Fire, ovvero molto semplicemente la musica che ti ha tenuto in piedi in questi ultimi anni, a poche ore da un lunedì dove non riuscirai a fare altro che disegnare sul soffitto, perché l’estate è finita, ti accorgi che l’unico dettaglio ad essere cambiato sei tu. Sono io. E non perché ora ho meno capelli, o perché faccio impercettibilmente meno fatica a parlare con gli sconosciuti, no. Mi viene in mente il mito della Caverna di Platone, lo so, non c’entra assolutamente niente, oppure sì. E allora vado su Uichipidia per verificare che non sia diventato pazzo. Leggo:

Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:
«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano».

Uhm. In questi anni ho imparato a fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle canzoni che facevano sbattere le imposte come temporali, che di quello che le persone mi dicono, e a credere che possa essere estate soltanto saltando e gridando Lies, Lies. E martedì scorso, e poi sabato, sono uscito a vedere la luce e a scoprire come sono realmente fatti gli oggetti la cui ombra viene proiettata sul muro di fronte. Bottigliette d’acqua rubate dalle borse, capelli che svolazzano, buste riempite di cartoline, edicolanti da abbracciare, persone cui chiedere scusa, abbracci, abbracci, sorrisi e abbracci. E poi ‘grazie mille’ in un inglese stentato, e poi si spengono le luci, e poi si ritorna nella caverna a incazzarsi con chi ti viene a spiegare le ombre, a mettere Haiti a volumi improponibili nell’autoradio.

Lies, lies.

 

(La foto è di Lillas)

About today

Arrivo in piazza prima del previsto affannandomi sulla bicicletta con le ruote sgonfie e parcheggio al solito posto, a due metri dall’ingresso del concerto. Perchè a Ferrara ai concerti in piazza Castello ci andiamo in bici, come vi immaginate voi da fuori: qui si gira in bici per davvero, mica come a Venezia dove i veneziani non vanno in gondola. Un po’ mi stimo e penso di essere fortunato, dopo aver letto su twitter di persone che arrivano dal sud o dall’estero con l’aereo pur di assistere ad una serata speciale come quella di stasera. Bisogna ringraziare l’Arci di questa città, che ce la invidia tutta l’Emilia ed è capace con sempre meno soldi di organizzare estati come queste e un festival ogni anno di buona qualità.

C’era il sole alla fine, la pioggia è caduta un po’ al mattino per rinfrescare e rendere l’attesa meno dura. Entro in fretta con il biglietto in mano: voglio andare davanti. Appena dentro raggiungo il socio Fabio che sta distribuendo le buste gialle con le cartoline di Ciccsoft: ha fatto un gran bel lavoro e l’ha fatto davvero in buona parte lui, dall’idea alla forma di mio c’è poco niente ma ci tiene a dire che siamo una squadra come Lennon/Mc Cartney e quindi mi prendo i complimenti dell’Arci e di tanti ragazzi entusiasti che ne vogliono una copia, due copie, una per la nonna che è rimasta a casa e una per la morosa che non è potuta venire perché è a casa a letto con un altro. Se Ciccsoft oggi è stato linkato ovunque, chiacchierato e apprezzato lo si deve a te Fabietto: ti meriti tutte e due le C di Ciccsoft, diglielo con orgoglio alla Signora Paola.

C’è un sacco di bella gente dentro: come Giulia Sagramola, una disegnatrice di cui tutti parlano bene in rete e che io però non conosco. Si presenta con mia sorella e non ho capito come si siano incontrate in una metropoli come Milano. C’è mezza Twitter, un quarto di Facebook, tre quinti di Google+. Se metti assieme Beirut e National come minimo ti arrivano i blogger, e un po’ di geek internettari, il paese reale manco li conosce e va bene così, altrimenti non verrebbero più a suonare a Ferrara.

Beirut me lo ricordavo più giovane invece sembra un giovanotto maturo e buono. Un bravo ragazzo, di quelli rubicondi delle campagna americane, cresciuti a sermoni e camicie di flanella. L’inizio è un po’ fiacco, sarà che c’è ancora luce e io i concerti con la luce non riesco a farmeli andare giù. Quando parte la canzone che ti piace ti chiamo per fartela sentire, tu rispondi dopo un po’, che manco conosci il numero, ma rimani ad ascoltare tutto il tempo. Chissà cos’hai pensato, se hai sentito qualcosa, se ti sei spaventata, se ti sei chiesta di chi fosse quel numero nuovo che ti manda canzoni al telefono. Un po’ mi sembra di vederti quando richiami qualche minuto dopo e ti affanni a chiedere chi è sentendo in cambio solo note di tromba squillanti e la voce di un giovanotto cresciuto a sermoni e camicie di flanella che canta paciocco.

Sono davvero arrivato piano piano davanti quando entrano i National, e Matt Berninger è di un’eleganza allucinante. Fossi donna o gay sarei completamente impazzito. In casi come questi ci si leva il cappello e ci si congratula per il genere maschile capace a volte di sfornare esemplari degni di rappresentarci degnamente con il gentil sesso. E’ un po’ barcollante, semiubriaco, ma ha una voce che potrebbe dire merda merda merda tutta la sera e comunque lo staremmo ad ascoltare per ore affascinati. Assomiglia un poco a mio zio Francesco a guardarci bene. Uno zio Francesco giovane, con la barba, ma indubbiamente è lui. Sarà quest’aria familiare, questa classe innata nei testi, nell’esecuzione pacata, in tutta la musica dei National che sprigiona malinconia e stile, sobrietà ed energia e un mix di sonorità che vengono da lontano e ci sembrano già note, ma gli si vuole bene subito a questi giovanotti. Gli vorrebbe bene chiunque se li ascoltasse cinque minuti con la mente sgombra e un minimo di orecchio.

Penso che ci sarà da piangere parecchio stasera, se bastano le prime note a fare sussultare. Invece non piango, non piango praticamente mai, cogliendo la gioia e la semplicità nelle parole di omaggio alla nostra città, nei saluti agli amici dell’Hana-bi, nella voglia di buttarsi tra il pubblico e cantare tutti insieme. Matt Berninger, o mio zio Francesco, è un animale da palco, non uno sfigato complessato che scrive bellissimi pezzi tristi. Preferisco cantare che commuovermi, poi con tutta quella gente che alza le mani non viene proprio naturale. Sarà che non hanno fatto About Today, che a mio avviso rimane il loro pezzo migliore, nella versione di 8 minuti del Virginia Ep, you know what I mean.
Mi ricorda tre anni fa, un periodo difficile: erano successe tante cose ingarbugliate in pochi mesi che ora non ricordo nemmeno più. Poi era stato male mio padre all’improvviso: un mattino si è accasciato per un ictus sul divano e ho dovuto portarlo al pronto soccorso al volo, mia madre era tesa e preoccupata e non sapeva cosa dire, chiedeva al medico e il medico stronzo diceva che era gravissimo e lo faceva con un tono distaccato che mi sembrava impossibile per un dottore. Io ero fuori nel cortile che giravo a vuoto e ti chiamavo al cellulare ma non rispondevi e mi veniva da piangere e pensavo che non sapevo nemmeno io cosa dovevo fare, avevo solo bisogno di parlarti e raccontarti e non rispondevi perchè lavoravi, lavoravi sempre all’epoca, ancora oggi lavori sempre ma nel mentre ci siamo lasciati. Forse perchè lavoravi sempre.

E quel periodo mi ricorda About Today, che è un pezzo lento e triste, what could I say?, ma poi cresce cresce e si apre, partono le chitarre, un assolo di speranza solare e potente che fa vedere l’Assoluto e non è ancora finita perchè poi la gente applaude a ritmo e c’è un altro minuto e mezzo di finale e in conclusione il pezzo diventa sontuoso e perfetto per raccontare il caos di quei mesi perchè finisce benino, parte triste e finisce medio, non allegro ma medio, e anche mio padre l’han preso per i capelli ed è tornato a casa e tutto si è risolto per il meglio. Ci rivedremo Matt, prima o poi dovrai farmela sentire dal vivo. Magari ci porto anche la ragazza al telefono, se vorrà venirci, così non sente tutto distorto e gracchiante come stasera.

Postcards from The National

Speciale The National Ferrara sotto le stelle 2001

The National a Ferrara (si legge tutto di fila, chiudendo gli occhi) è il concerto dell’estate 2011 cui siamo più affezionati. Perché quella voce di Matt Berninger, quella voce definitiva che sembra uscire direttamente dai ciottoli riscaldati dal sole, dalla terra su, su fino dentro le nostre narici, riesce a farci sentire semplicemente meno soli. Come poche altre cose.

Turn the light out, say goodnight,
no thinking for a little while

Abbiamo pensato che il concerto dei National di martedì 5 luglio, per Ferrara Sotto le Stelle, meritasse una sorpresa. Che ce la meritassimo noi, una sorpresa. Uno speciale di carta, da toccare e conservare, come siamo soliti fare da queste parti, di tanto in tanto. Ma un po’ diverso dal solito.
Quattro racconti, per quattro canzoni, scritti per Ciccsoft da Cidindon, Chiara, Inkiostro e GiorgioP/Junkiepop. Illustrati dai disegni dei ragazzi di Maciste (Federico Manzone, Damiano Fenoglio e Lorenzo Mò). Tutto infilato dentro una busta.

Il risultato lo potrete scoprire martedì sera, mentre sarete in coda dai cancelli oppure seduti in piazza Castello ad attendere prima Beirut, e poi The National. Saranno disponibili 500 copie: se volete che ve ne teniamo da parte una, fateci sapere.

Grazie, davvero, ad Antonio, Chiara, Fabrizio e Giorgio. E a Federico, Damiano e Lorenzo.
E a Simone ed Emma.

La seconda cosa che vedi quando arrivi a Ferrara

Ancora treni, ancora stazioni e piazzali davanti alle stazioni, non è che stiamo diventando un blog per pendolari, però non è nemmeno colpa mia se le cose succedono o non succedono dentro e fuori e lungo le stazioni. Ché detta così sembra esattamente quella banalita qual è. Ma insomma, le stazioni sono posti così fascisti, ché le stazioni praticamente tutte le hanno tirate su loro, da diventare perfetti luoghi di resistenza, e sono posti fascisti e dunque spigolosi, essenziali e definitive nelle forme, con quei marmi segnati e quindi liscissimi, quando non sono incrinati, e quei freddi d’inverno dove sono tutti sotto i sottopassaggi ad aspettare una poltrona calda dove poter dormire altri cinque minuti in più. Dentro le stazioni si resiste, fuori dalle stazioni capitano cose che nemmeno ci fai caso, vedi gesti piccoli inoffensivi gratuiti e però proprio per questo ti sembrano anche così volgari, quasi te ne vergogni a parlarne.

Il biciclaro della stazione di Ferrara

Uno esce dalla stazione di Ferrara e la prima cosa che vede è un mare di biciclette. Piantagioni di bici (bici e stazioni, sempre lì si finisce, ve l’ho detto) geneticamente modificate, ridipinte per non farle riconoscere dai rispettivi proprietari che nel frattempo le avran rubate a qualcun altro. Io, per dire quanto son diventato diffidente, la parcheggio lontano, mica lì davanti, la parcheggio lontano al sicuro nel cortile di un palazzo. Lontano.

Allora quando esco dalla stazione, per colpa della mia diffidenza mi tocca fare un pezzo di strada in più a piedi e passo davanti a queste biciclette parassite che si attaccano a qualsiasi cosa, rastrelliere pali infissi alberi cartelli, e poco prima di infiltrarmi nel parco attorno al Grattacielo, un tempo la zona più malfamata di Ferrara ora “simbolo” dell’integrazione, almeno così dicono, sicuramente forse l’unico posto dove d’estate alla sera ci sono bambini fuori a giocare o persone a discutere tra di loro, appena prima di entrare nel parco del Grattacielo ci sta sulla sinistra il ‘biciclaro‘ della stazione, che oltre a riparare le biciclette rotte ha il suo piccolo parcheggino privato, dove pagando lui ti tiene a bada le biciclette.

E’ un servizio per i pendolari diffidenti, o pendolari esasperati dai continui furti forse, o pendolari che toccatemi tutto ma la mia bicicletta no, ognuno ha i suoi validi motivi per non volersi fare fottere la bicicletta, e allora paga e la lascia lì, in quelle rastrelliere un po’ più rastrelliere delle altre, dipinte di giallo e separate dalla giungla con soltanto un cordicino metallico. A vegliare su di loro, mentre tu dormi verso Padova Rovigo Venezia Bologna, ci sta un omino, un umarell meccanico di biciclette, che butta un occhio ogni tanto, così tu sui tuoi regionali puoi dormire tranquillo, sicuro alla sera di ritrovare la tua fedelissima bici (rubata o meno).

Però il biciclaro della stazione non si limita a tenertele lì, le biciclette. Cioè, a forza di passarci tutte le sere, ho notato che intorno alle sette e mezza ormai tutte le bici sono state riprese dai legittimi (o meno) proprietari, tranne una, ed è la bici di una ragazza, oddio, donna, signora, insomma, di una tipa che secondo me è una professoressa o una maestra forse una mamma, non importa, lei si presenta dal biciclaro e lui è lì sulla soglia della bottega con la sua bici in mano. Sta lì, ad aspettarla, così lei quando arriva al termine della giornata, deve soltanto prendere la bici già aperta che le viene offerta dal biciclaro, salire e salutare ringraziando quella persona lì, che non si limita a riparlarle, le biciclette, o a buttarci un occhio, ma te le porge anche.

Ecco. La seconda cosa che uno vede, uscendo dalla stazione, dopo il mare di biciclette, è un gesto carino. Uno poi pensa, stai a vedere che qui a Ferrara sono tutti così. Carini.

Bye Baffone

L’altro giorno hanno annunciato che dal primo gennaio cancelleranno il decreto Pisanu, che prevede l’obbligo per i locali pubblici – tra gli altri – di richiedere un documento al cliente per lasciargli accesso alla connessione Wi-fi. Avevo usufruito del servizio quest’estate per la prima volta, a Ferrara in uno dei pochi posti dove c’era questa possibilità: il pub Clandestino di via Ragno. Il suo proprietario, un omaccione baffuto napoletano con la passione per la birra e Maradona, ci aveva scherzato su sbuffando: pensa un po’ se per darti una password devo stare a chiederti il documento e tutto il resto… ti fan passare la voglia di dare questo servizio ai clienti. In effetti è talmente strano lasciare una carta d’identità al barista che uscendo me la sono pure dimenticata li, dovendo tornare a riprendermela un paio di giorni dopo tra gli sfottò di Baffone. Pensavo proprio a lui l’altro giorno: chissà cosa dirà Baffone, chissà se sarà contento, che da gennaio potrà fare a meno di chiedere documenti alla gente, magari come lui che ha tenuto botta in questi anni, anche altri locali del centro cittadino seguiranno a ruota mettendo il wifi aperto e libero.
Baffone però, si è impiccato sabato sera, a 38 anni, con due figlie piccoline e un bel po’ di depressione addosso che nessuno ha capito in tempo. Proprio lui, così sorridente e gentile con tutti, proprio lui che era sempre circondato di gente e un locale pieno che dovevi andarci alle nove o non trovavi posto a sedere. Proprio lui, che oltre a internet aveva le partite di champions, i vini e le birre artigianali, le esposizioni di quadri di artisti emergenti, i divanetti, i giochi di società che saranno rimasti due o tre in tutta la città a tenerli.
Wifi o no, a Ferrara quest’anno siamo arrivati a cifre record di suicidi, e ancora non c’è stato un giorno di nebbia, figuriamoci poi. Non va bene, non va niente bene, Baffone.

farò rifare l’asfalto per quando tornerai

ferrara2
dici che la nostra città è bellissima, che ne sei innamorata e non ci rendiamo conto di quanto sia pieno di fascino il nostro centro storico e ti rispondo hai ragione, c’era la luna quasi piena, una piazza piena di gente, musiche armoniose provenire dal palco, caldo, un bicchiere di birra vuoto, ragazzi che vagano senza meta, biciclette, lavori in corso, le solite cose, i soliti posti che conosci benissimo ma se ti fermi a pensarci, se ti fermi solo un momento, dieci secondi della tua vita di corsa in cui dimentichi chi sei e da dove vieni, se ci pensi ti scoppia la testa perché questi luoghi sono davvero pieni di poesia e forse sei te che hai l’occhio troppo allenato perché si riempie ogni giorno della triste venezia e tutto il resto ti sembra quasi normale ma non è vero, o forse siamo tutti troppo stanchi perché ci addormentiamo sul treno di ritorno e a volte anche in quello d’andata, o dopo il turno in magazzino nel posto più pesante di tutti con i colleghi che ti fottono i soldi dalle chiavette del caffè o forse perché il lavoro per alcuni nemmeno c’è e ormai abbiamo quasi trent’anni, ancora no ma quasi dai, tre anni volano e siamo grandi agli occhi dei novantuno che ci vedono sposati, partorienti, in carriera, un po’ come facevamo noi tanti anni fa, quando c’erano le camicie di flanella a scacchettoni, i bomber con il risvolto arancio e la musica grunge, eppure perfino l’aria ora è precaria figuriamoci il resto che piano piano non c’è più perché c’è la crisi e quest’anno la festa non si farà, la ricorrenza non avverrà, le persone non ci sono più ché hanno una vita lontana o si sono lasciate andare alla soluzione più comoda e come cazzo è possibile che qui da noi tutti questi suicidi non vedi che bello il castello illuminato, le vetrate di giori, il parco urbano e il sottomura, come si spiega questa tristezza che ci coglie ad un certo punto, lo sai tu?, non si può uscire di scena così senza pensare a tutti noi che rimaniamo qui a guardarci i diamanti, a fare i listoni a piedi, a gonfiare le ruote per tirare avanti nonostante non è che ci sia tanto da ridere ma ci proviamo cazzo, ci proviamo insieme ogni santo giorno a trovare un senso, a sorridere, a voler condividere il peso di tutta questa incertezza con chi ci sta intorno e ci fa stare bene, tutta questa pesantezza che incombe ogni santo giorno che non si capisce come andrà a finire ma pensa a chi vive a milano ed è tutto grigio per davvero quando esce di casa e ha pensieri in testa grigi, vestiti eleganti grigi e per terra è grigio come in cielo, mica come da noi che c’è il castello, le luci, e un bicchiere di plastica un tempo pieno di birra ed ora vuoto, ecco pensa a loro quando ti senti giù e pensi che questa città sia troppo stretta, troppo di provincia, troppo inutile, troppo noiosa anche se artisticamente oh, artisticamente è perfetta, niente da ridire.

Il bello della diretta

Mi hanno messo davanti a una telecamera, oggi, abbastanza casualmente. Niente di eclatante, ma era pur sempre un occhio elettronico, anche se i patti erano che dovevo guardare la ragazza che reggeva il microfono, ma mi intimidiva anche lei e quindi il movimento delle mie pupille era abbastanza da schizzato.

E quindi dovresti dirci come secondo te si potrebbe incentivare la partecipazione dei giovani alla vita cittadina“. Ecco, uno poi pensa sempre di conoscere la città in cui vive da 27 anni, che non sono esattamente pochi ma nemmeno troppi, pensa sempre “ah se avessi davanti un microfono glielo direi io che cosa si dovrebbe fare“, poi quando arriva il momento non ti viene in mente assolutamente nulla del posto in cui vivi, di quali problemi possa avere e delle lamentele non rimane altro che una pallida rimembranza.

Sarà che la telecamera intimidisce, ma si diventa mansueti quando qualcuno ti chiede che cosa non va, sarà che non ci si è abituati, a sentirsi chiedere se si potrebbe cambiare qualcosa. Sarà che non c’è il mare a Ferrara. Quanto ti piazzano casualmente davanti a una telecamera sembra quasi che vada tutto quanto alla perfezione.

Fortunatamente sono rimasto abbastanza giovane (o forse sono già abbastanza invecchiato) da non dare risposte accomodanti. Però è stato abbastanza avvilente rendersi conto che non si ha la minima idea del posto in cui si vive. Poi vogliamo fare i sociali, i creativi, gli organizzatori, vogliamo soprattutto criticare (a qualsiasi livello) e non sospettiamo nemmeno l’esistenza, che so, di un’associazione ufficiale di graffitari o che il Comune non ti offre nemmeno carta e penna se ti viene in mente un’idea. E sottolineo il se.

Osteria i 4 angeli

AVVISTATO: posto nuovo con prezzo amico e pancino felice. Segnatevi il nome per le vostre gite a Ferrara nel prossimo futuro: Osteria 4 angeli, in Piazza Castello, la stessa che avete bazzicato per i concerti di Ferrara sotto le Stelle. Si mangia cucina ferrarese, abbondante, prezzi decisamente contenuti in proporzione alla sazietà fornita.\nSolo per il fatto che vi sedete vi portano un tagliere omaggio con un bel salame campagnolo da tagliarvi nell’attesa. Le razioni sono da Grande Abbuffata e servite in bei piatti di coccio che fanno tanto tavola povera e rustica come piace a noi.\nAh, e prendete i Dolci: tutti. Per 5 euro vi vengono serviti a svenimento TUTTI i seguenti dolci: torta di formaggio, torta tenerina al cioccolato, piatto di mascarpone, zuppa inglese, ciotola di cioccolato fuso.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

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Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)