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E non ho altro da dire su questa faccenda

Serafica e precisa, Milena Gabanelli ha dato letteralmente spettacolo ieri sera al Teatro Morlacchi di Perugia nell’ultimo giorno del Festival del Giornalismo.

Incalzata da Corrado Formigli e dalle domande del pubblico (teatro esaurito, ovviamente), Milena ha elargito autentiche lezioni di dignità, prima ancora che di professionalità e serietà, a tutti, dai giornalisti agli stagisti e ai precari e ai cittadini, con risposte tanto sacrosante quanto quasi ovvie.

Ne cito una. “Per strada mi capita di incrociare gente che mi chiede “Milena, perché al lunedì mattina dopo la visione della puntata di Report non scoppiano mai casini e nessuno reagisce?” e io gli rispondo sempre: “Ma tu hai reagito?”.

E soprattutto, ne cito un’altra, che chiude il game, il set e la partita su qualsiasi questione. Formigli riporta i compensi dei conduttori Rai: per la Gabanelli 160mila euro lordi all’anno, Sgarbi invece si prenderà 200mila euro a puntata per la sua futura (?) trasmissione. “Cosa pensi di fronte a queste cifre?”, le chiede, e Milena risponde semplicemente così: “Penso solo che mi pagano per fare un lavoro che mi piace“.
E il teatro viene giù.

Habemus Perugiam

(Lo sappiamo, lo sappiamo, a Perugia c’è il Festival del Giornalismo, ma ieri era pure il Record Store Day 2011 e tra l’altro c’era pure il sole e tirava vento e quindi niente, abbiam finito per divagare pesantamente)

Panorama presenta

Panorama in edicolaIo me li immagino, seduti nelle sale d’attese del medico di famiglia, con i loro respiri pesanti, chiusi nei loro cappotti, mentre richiamano i muscoli usurati dal tempo e sfidano gli acciacchi per allungare il braccio e carpire con le loro mani rugose la copia di Panorama sul tavolino di vetro, quei tavolini di vetro sopra pavimenti di marmo di stanze adornate con piante sempre verdi e pareti dipinte di beige.
Me li immagino mentre inforcano gli occhiali spessi per leggere bene il titolo strillato, SCROCCONI urla Panorama, cos’è quello, ah, è un Pinocchio sopra la sedia a rotelle. E così, alla faccia di possibili disastri nucleari e di guerre dietro casa, il respiro pesante si interrompe per aprire le labbra e lasciar scaturire tutta la propria indignazione. SCROCCONI, dice Panorama, perché non ci si dimentichi di quei farabutti che fingono di essere invalidi, ai danni dello Stato e quindi di tutti noi onesti lavoratori.

Poi mi sono imbattuto, ieri, nella copertina del settimanale Panorama. Il titolo non ammette sfumature: “Scrocconi”. L’immagine non potrebbe essere più chiara: una carrozzina stilizzata, su cui siede un Pinocchio altrettanto stilizzato. Il sommario che rimanda a un’inchiesta “esclusiva” recita così: “Invalidità inesistenti, certificati falsi, pensioni regalate. Ecco chi sono i furbi (e i loro complici) che fregano l’Inps. A nostre spese”.

Tanta roba. Roba forte. Le labbra si aprono come riflesso istintivo per il leggero moto di indignazione. E subito vengono in mente mille casi di conoscenti o pseudotali che millantano da anni una qualche disabilità. Chi non conosce qualcuno che finge di essere cieco e poi lo vedi guidare la macchina? Figuriamoci a Napoli poi, quanti ce ne staranno così.

La questione più grave e inquietante è la scelta di dedicare la copertina del settimanale a questo tema, nelle giornate dell’incubo nucleare, della crisi libica, dei tanti processi al premier, del federalismo che passa, della riforma della giustizia, tanto per citare argomenti assolutamente bipartisan. Il direttore di Panorama non ha certo scelto questo tema in modo casuale. C’è un pensiero dietro, c’è sicuramente un disegno ben preciso. Lo stigma di quella copertina è gravissimo: in copertina non si distingue, si fa di ogni erba un fascio. Si indica la carrozzina, simbolo riconoscibile da tutti per denotare la disabilità, quella vera.

E poi la bocca si richiude, il respiro torna regolare come lo scorrere di un fiume nella pianura, senza intoppi, la copia di Panorama ritrova il suo habitat naturale, il tavolino di vetro delle sale d’attese, dove non si fa nemmeno in tempo a leggere l’articolo all’interno, il dottore chiama, loro si rialzano in piedi a fatica, scricchiolando e quasi sentendosi già un po’ meglio.

(via FrancaMente)

Quando al posto delle lenzuola usavo le pagine della Gazzetta

Mi ricordo ancora le prime Gazzette della mia vita. 1994, mi pare ci fossero le Olimpiadi Invernali in corso, a Lillehamer, Silvio Fauner che vinse una memorabile medaglia al fotofinish battendo il norvegese di casa. Non mi vergogno ad ammettere che quei fogli rosa diventarono parte fondamentale della mia vita. Una persona, prima ancora che un quotidiano sportivo. La Bibbia, per chi idolatrava lo sport come me. La carta, il suo odore, le mani sporche dell’inchiostro nero.

All’epoca, direttore era Cannavò. Nell’ingenuità dell’epoca, lo ammiravo tantissimo, sia per cosa scriveva, sia per come lo spiegava. Poi, sono cresciuto, mi son fatto (sportivamente) più scaltro, e ho visto le tante sue magagne. Ma lo stile restava. Oggi non esiste più la sua Gazzetta, e non so se sia un bene. Chiudo con le parole di Settore:

Un pezzo di Cannavò era comunque un pezzo da leggere, al di là di come la si pensasse e di quanto si valutasse fané la prosa e il pensiero del vecchio direttore. Ma poi ti rendevi conto che da lì comunque c’era da spremere roba. Oggi, che è domenica, fate zapping fino alle due di notte, fate questo esperimento. E poi ditemi se non vi mancherà un Cannavò

Fermi tutti, arriva Mourinho

Prendete una tranquilla domenica pomeriggio, al termine delle partite del campionato. Dopo il fischio finale dell’arbitro, inizia la messa recitata delle interviste negli spogliatoi, con la sfilza di giornalisti a reggere il megafono ed amplificare “clamorose” dichiarazioni. Domande più lunghe della stessa risposta, contenenti già il commento che l’intervistatore di turno conferma placidamente:

Sì, è vero, è stata una partita sofferta ma con grande determinazione e con l’aiuto dei tifosi siamo riusciti ad ottenere un grande risultato.

Dispiace per la sconfitta, ma direi che tutto sommato non abbiamo demeritato.

Un pareggio è utile a smuovere la classifica.

Sono contento di aver segnato.

L’arbitro ha condizionato la gara.

Eccetera eccetera. Da anni la liturgia delle dichiarazioni pre-confezionate, prive di qualsiasi originalità ma soprattutto della personalità di chi le serve tiepide per i raggelati microfoni dei tele-tifosi, viene rispettata minuziosamente. Un canovaccio sicuro e affidabile che nessuno (calciatori, allenatori e dirigenti, salvo sparute e instabili eccezioni) si azzarda a smentire.
Prendete ora quella stessa tranquilla domenica pomeriggio, sempre al termine delle partite, e inserite in quel contesto appena descritto un elemento estraneo: straniero, nel vero senso della parola. Un allenatore più allenatore degli altri, portoghese però con trascorsi in Inghilterra, che i soprannomi se li conferisce da solo, dotato di carisma e arroganza, ma soprattutto di una lingua scioltissima. I giornalisti sportivi italiani, abituati a compilarsi da soli le interviste sfogliando il “Prontuario delle Dichiarazioni nel Calcio Italiano” (pare lo rilascino ai giocatori quando firmano un contratto e agli allenatori quando ritirano il patentino), si trovano spiazzati e impreparati ad affrontare una testa pensante, e iniziano a reagire negli unici due modi possibili per chi è refrattario alla critica equilibrata: l’Adorazione o la Maledizione.

L’allenatore che “non si sente il migliore del mondo, ma sicuramente pensa di essere migliore degli altri” si chiama Josè Mourinho, e da ormai quattro mesi viene stipendiato profumatamente dall’Inter Campione d’Italia. Sbarca dall’Inghilterra, dove alla prima conferenza da allenatore del Chelsea si definì “special one”, e fu solo l’inizio di una lunga serie di perle autocelebrative e aggressive. Prima ancora, aveva vinto tutto, compresa una Coppa dei Campioni con i portoghesi del Porto, diventando culto nazionale: “Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto, con una bellissima sedia blu, una Champions in bacheca, Dio e dopo Dio il sottoscritto“.

Oggi è in Italia, non ha ancora vinto niente, la sua squadra pur essendo prima in classifica non brilla certamente per la qualità del gioco espresso, eppure è dilagata un’autentica mania per quello che dice; per quello che è, in un ambiente, il calcio italiano, in cui si pensa e si parla per sottrazione, annichilendo le personalità e uniformandosi al pensiero comune: ed ecco spiegato come sia potuto nascere il Ciclone Mourinho.

Mourinho sbanca il calcio italiano

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A Ferrara si suona l’Internazionale

Festival di Internazionale - Speciale CiccsoftFerrara ritorna per il secondo anno Internazionale.
Che cos’è Internazionale? E’ un settimanale che traduce i migliori articoli apparsi sulla stampa estera.
Che cos’è il Festival di Internazionale, invece? Tre giorni di incontri con vari giornalisti stranieri (e non solo) che affrontano temi disparati. Dalla guerra in Cecenia al futuro del giornalismo, e ogni altra questione geo-socio-politica interessante vi possa venire in mente.

Insomma, per tre giorni la Città invisibile si riempie di giovani (e meno giovani) da tutta Italia che vengono ad assistere agli interventi. Folle oceaniche per dibattiti “culturali”. Quasi un ossimoro, eppure accade davvero. E ovviamente l’aspetto più curioso di Internazionale, per chi a Ferrara ci abita, è proprio osservare le code chilometriche per ascoltare un linguista americano in collegamento via satellite da Boston. Pochi metri più in là, un barettino fa risuonare note caraibiche di bachate varie. Ferrara si ama, e si odia, anche per queste dissonanze inspiegabili.

Molto pochi i ferraresi ai vari incontri, decine invece le facce sconosciute distese a prendere il sole in Piazza Municipale in attesa di entrare al prossimo incontro. Due le reazioni di fronte a questa cultura-mania:
1) C’è una gran voglia di atteggiarsi, di accreditarsi (il badge ti fa evitare le code), di prendere appunti, di fare domande, di mostrare (finalmente?) senza pudore che sì, siamo giovani e siamo fotonicamente interessati alle tematiche scottanti del nostro mondo.
2) C’è una gran voglia di informarsi, di spezzare con le nostre penne e le nostre code chilometriche per ascoltare Chomsky, questa patina di disinformazione che unge i nostri corpi. Di sentirsi presenti e di placare quella dannata sete insaziabile di sapere e capire. In fondo, Internazionale è un festival unico nel suo genere: gratuito, aperto al pubblico e animato da personaggi assolutamente avvicinabili, pur nella loro esotica provenienza estera.
3) E’ inutile, il mestiere del giornalista, specie in Italia, anche se ormai è più un’utopia che una possibilità, continua a sedurre noi scribacchini che si spelliamo le dita sulle tastiere delle nostre camerette per ingozzare i nostri blog e zine varie. Accostare la parola “giornalista” al termine “straniero”, poi, provoca un orgasmo immediato devastanti nel letterario inconscio sessuale di ciascuno di noi. Almeno, per me è così, sarò mica malato?

Vado di fretta, che gli incontri da seguire sono tanti (troppi, o perlomeno, troppo ravvicinati e in luoghi angusti). Altri punti sparsi:
– Ieri sera a intervistare Chomsky c’era l’Annunziata: le smorfie provocate dai disturbi sull’audio del collegamento erano degne, se non superiori, della migliore Sabina Guzzanti;
Chomsky si è mostrato, a mio avviso, insolitamente ottimista riguardo al futuro prossimo. Non si rischia un nuovo fascismo dice, ma anzi, ci sono tutte le premesse per una nuova ondata stile sessantottina. Nutre molta fiducia sulla possibilità da parte dell’opinione pubblica di agglomerarsi in proposte costruttive. Sarà. Solo l’aggregazione di una massa critica (nel senso vero del termine) può colmare la voragine tra potere e governo, e il popolo, in quella che è diventata una parodia della Democrazia. Insomma, il Messia non è Obama ma siamo noi: yes, we could.
David Randall (chi? uno dei direttori dell’Indipendent, per capirci) è stato semplice, diretto e dunque strepitoso. Stile britannico ironico e immediato per far comprendere anche a un bambino che è più interessante l’informazione nuova e verificata, che quello che pensiamo nella nostra testa. Game set match.

Più tardi l’aggiornamento fotografico.

Buffet

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Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

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Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)