Tag Archive for 'Musica'

Good Luck

Quando uscì l’annuncio della data numero zero dei Giardini di Mirò, a Ferrara, il giorno dopo andai subito a prendere il biglietto, in un Mediaworld qualsiasi, per due motivi: il primo, perché avevo voglia di vedere l’effetto che facevano, le parole giardini-di-mirò risuonate dentro un Mediaworld che nemmeno li vende, i loro cd. Secondo, perché i Giardini di Mirò sono quel gruppo che se provi a spiegare come suonano, non ci riesci mica. Credo sia sufficiente, no?

Suonano “da sedici anni”, come ha ribadito Jukka questa sera, alla Sala Estense, e hanno un’ironia lieve, emiliana, e levigata da anni, appunto, passati a suonare assieme, quando parlano sul palco tra una canzone e l’altra. Eppure, io che non li conosco così bene da poter riconoscere le smorfie e le incertezze delle loro corde vocali mentre ringraziano, mi sembra conservino intatto quel loro essere introversi, timidi, quel senso del pudore, quasi, che li fa sembrare (azzardo) naif, o noiosi, o aristocratici. Perché i Giardini di Mirò sono esattamente quello, ‘classe’ pura, una bottiglia di vino, di quello buono, da sorseggiare lentamente, facendo dondolare il bicchiere, o le teste, o le mani o le gambe, oppure da spaccarsele in faccia, senza ferirsi. Li ho sempre visti in situazioni non esattamente canoniche: stasera era la prima data del nuovo tour del nuovo album, per esempio, e prima ancora, era un gennaio di un secolo fa (2010), in tv si parlava ancora di minorenni a feste presidenziali, per dire, ed ero a Berlino, e casualmente loro suonavano proprio a Berlino, le musiche del film muto ‘Il fuoco‘. Quella sera me la ricordo bene, mi ricordo che al mattino chiesi a Kai, il ragazzo che ci ospitava, se gli andava di venire a sentire un gruppo italiano, lui rispose “ora me li ascolto su Myspace e poi vi dico”, noi uscimmo, a consumarci i piedi sui marciapiedi, e quando tornammo, con un mite sorriso disse che in fondo non erano male, e ci avrebbe accompagnato. Così, in un sabato sera di gennaio, mi ritrovai con un berlinese a sentire i Giardini che suonavano le musiche per un film muto degli anni Venti, qualcosa di apparentemente distante, forse (da cosa, poi?), eppure secondo me spiega abbastanza bene cosa possono essere, i Giardini di Mirò. Ricordo anche che poi suonarono anche i loro pezzi, e Jukka disse che ogni volta che venivano in Germania erano felici, perché suonare fuori dall’Italia per loro era come “respirare”, ed era esattamente il motivo per cui mi trovavo io a Berlino, quella sera, quell’inverno, ed ero così contento, di respirare assieme ad altri italiani, che a fine concerto quella sera feci una cosa che non faccio (praticamente) mai, andare da un componente del gruppo e salutarlo e stringerli la mano, vergognandomi come un ladro. Me la ricordo ancora, la faccia contenta di Jukka. Si può essere felici a suonare cose tristi?

Non lo so, non conta poi questo. Jukka, poi, me lo ricordo a Carpi, per Materiali Resistenti, io ero in prima fila perché a me ai concerti piace sentire i gruppi che suonano, che detta così può sembrare un’affermazione supponente, ma non è così scontato, pensateci. Mi ricordo quella pelle pallida e quella barba e quel viso che quando suona si stira e quando ringrazia si raccoglie, la faccia di Jukka, dico, quando la vedo penso che la faccia di un emiliano è come la sua, pallida, stempiata, minuta, e però sa stirarsi, sudare, sforzarsi, stropicciarsi durante dieci minuti in apnea di Berlin (la penultima canzone di stasera, per esempio). Quella sera si era là per resistere, prima di tutto, un’altra serata anomala per ascoltarli. Tipo stasera.

Stasera è stata già un’impresa arrivarci, conosco persone che in questo momento stanno facendo chilometri e consegnando ore di sonno in cambio di teste che smetteranno di dondolare, sempre più lentamente, soltanto quando saranno sdraiati, per dire, è stata un’impresa arrivarci tutti interi, sconvolti dall’aria aperta, dalle tachipirine e dalle cose che vanno in frantumi. Non l’avevo ancora ascoltato, prima di stasera, il nuovo album, Good Luck, si chiama, un po’ perché odio ascoltare le cose in striming (problema mio, scusate), un po’ perché volevo che andasse esattamente così: volevo fidarmi, di loro, volevo chiudere gli occhi e dondolare la testa, e così è stato. Anzi, forse anche meglio: tra un amaro del capo e l’altro passato sottobanco, ho scoperto pezzi che hanno più voglia di scuotere, e meno di bagnarti. Non ve la posto, la scaletta, l’ho rubata così non la saprete mai, andateci a sentirli, senza saperne niente, di cosa suoneranno, andateci perché dei Giardini di Mirò bisogna fidarsi: e ve lo dice uno che non li conosce così bene, appunto, ed è in casi come questi che la parola ‘fiducia‘ serve ancora a qualcosa, forse.

Perché in fondo lo sai, che certe cose possono capitare solo qui, in Emilia, nelle città “con le zampe di diavolo sopra ai portoni delle chiese” (cit. Agu), in quelle sere dove non hanno importanza le canzoni ma chi le suonerà, e chi le ascolterà a fianco o dietro o davanti a te, con vecchi con la coppola in sala che si alzano a fine concerto, imperturbabili, con il maglione sollevato, con la camicia che esce dai pantaloni, ed occhi liquidi dietro gli occhiali spessi. Da qualche parte, sapere che esistono gruppi del genere, di cui magari per mesi ora non riascolterai più nulla, oppure ascolterai solo loro, e possono esistere soltanto in questa striscia di terra che si ricorda soltanto di dimenticare, o di rimpiangere, che fa crescere la nostalgia sugli alberi, per una sera, una soltanto, questa consapevolezza riesce a tenerti in equilibrio mentre muovi la testa, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro.

(Cidindon era tra quelli che dondolava la testa, e scrive molto meglio del concerto di ieri sera, e di cosa è davvero stato, qui)

. scelti per voi

In questi dieci giorni, tra le altre, mi sono successe tre cose degne di nota.
Uno: sono andata a vedere L’ultimo terrestre, il film di Gipi in uscita nelle sale dal 9 settembre.
Due: ho visto il nuovo video degli Zen Circus (album in uscita l’11 ottobre): L’amorale.
Tre: ho ascoltato la nuova canzone di Dente (anche lui album in uscita l’11 ottobre): Giudizio universatile.

L’ultimo terrestre è bellissimo, non perché è un film di Gipi ma perché oltre ad avere un cast straordinario e ad essere a conti fatti un ibrido tra un film e un fumetto senza che questo disturbi la visione o vi si intrometta, è una celebrazione della diversità e della normalità insieme, una miscela commovente che strappa le giunture a chi si siede in sala per assistere. Consiglio: non siate frettolosi, arrivate alla fine senza farvi impressionare dagli iniziali tempi dilatati e andrà tutto bene. Dubito che qualsiasi altra persona sulla Terra, al giorno d’oggi, abbia la sensibilità di un personaggio come Gipi: a conti fatti, in un modo o in un altro, riesce sempre a farmi piangere, sia sulla carta che sulla pellicola. Fatevi un pianto anche voi, ogni tanto fa bene.

Il nuovo singolo degli Zen Circus, L’amorale, invece, non è granché: peggio di come mi aspettavo ma, ad oggi, niente di tremendo, piuttosto commerciale. Non mi sembra all’altezza di tanti altri prorompenti singoli e però questa volta – a differenza di quel che mi aspettavo dai Marta sui tubi o dai Verdena – non ero preparata al calo di tensione. Chi ha spento la luce? Gli Zen proseguono imperterriti nella loro critica ironica e apertamente atea condita da un ritornello simil filastrocca cantilenante. Aspettatevi una canzone commerciale. Per consolarci, nel video gli Zen circus sono tutti seminudi e stanno benissimo.

Il nuovo singolo di Dente invece (Giudizio universatile) richiama sul serio i primi dischi di Renato Zero mescolati ad un motivetto da riviera anni Settanta. Non so se questa è una cosa positiva oppure no, ma mi affido al leit-motiv della canzone che giustamente e democraticamente suggerisce “giudica tu se il cielo sta venendo giù“. Faffaraffaraffafà.

Poi volevo dirvi che il 30 settembre esce il nuovo film di Cronenberg, A dangerous method, con un cast d’eccezione tipo Keira Knightley, Viggo Mortensen e Michael Fassbender.

Ci vediamo al cinema.

But we know it’s just a lie

L’estate è finita più o meno sabato 9 luglio alle 23.06, al termine del concerto degli Arcade Fire, davanti al botteghino di Ticket Office ormai chiuso, sopra i marciapiedi di Corso Garibaldi. Lucca è come Ferrara, più o meno, è circondata su tutti i lati da poderose mura medievali, ma la fortificazione della città toscana è conservata in uno stato migliore rispetto a quella ferrarese: le mura sono più larghe, più massicce, e le porte d’accesso al centro cittadino mantengono l’aspetto quasi originale. A Ferrara invece le mura ci sono e non ci sono, ci si può correre sopra come a Lucca, ci si può innamorare e rotolare sui prati in pendenza come a Lucca, anzi, forse ancora più dolcemente, perché i pendii fanno meno paura, ma presentano ampi varchi, di porte ne resiste a malapena una, Porta Paola, le altre sono state stravolte dal tempo e dalle auto, che per passare hanno preteso e ottenuto varchi in calcestruzzo. E in alcuni tratti non ci sono nemmeno più, o sono appena appena più alte dei vecchi che passeggiano solitari al mattino presto. A Lucca invece ci sono tante porte e hanno tutti nomi propri di persona. Credo.

 

Nel 2007 ho assistito al miglior concerto della mia vita, e devo dire che sono veramente una persona fortunata, perché il concerto più bello della mia vita (finora, ovviamente) si è tenuto esattamente (guarda te, le coincidenze) nella mia città, ci sono andato in bicicletta, mi ricordo ancora la saracinesca della cartoleria di via Cairoli dove l’ho chiusa, pensando che era fuori mano e che lì, sicuramente, non me l’avrebbero fregata (doppiamente fortunato: non me le fregarono mica, ha!), e di quella sera mi ricordo perfettamente tutto, la maglietta che indossavo, che avevo i capelli più lunghi di adesso, mi ricordo della mano appoggiata sulla sua spalla, sfidando timidezze e ritrosie e scandali, ricordo la scaletta, la gola sgolata e le braccia nude che sotto le luci di luglio picchiavano fragorosamente il tempo, ma senza violenza. Il miglior concerto della mia vita me lo ricordo perché era a Ferrara, perché ci sono andato in bicicletta e perché suonavano, senza violenza ma spaccando comunque i cuori e i polmoni soltanto grazie alla gioia (che cosa quasi scontata, vero?) quello che scoprii poi sarebbe diventato qualcosa di molto simile al mio ‘gruppo preferito’.
Ma quella sera, luglio 2007, non lo era ancora, ma un concerto dove la pausa tra la fine ufficiale e l’inizio dei bis viene interamente riempita dagli ooohh del pubblico che prolunga all’infinito l’ultima canzone, non può non essere il mio preferito. Mi ricordo, di quella sera, a Ferrara, che c’erano un sacco di canadesi sul palco, c’era un tamburino che picchiava come un forsennato su un tamburo e c’erano canzoni che non avevano bisogno di spiegazioni, canzoni da scartare come caramelle, canzoni da tirarsi reciprocamente addosso come torte farcite alla panna, e leccarsi i baffi e andare a letto senza lavarsi i denti. Quella sera, in piazza Castello, eravamo tutti ricoperti di panna, e per le strade che si diramavano dal centro verso l’esterno c’era panna ovunque, e sorrisi ovunque, e mi ricordo ancora di quel gruppetto di ragazzi che si era spinto addirittura fuori dalle mura ferraresi, che non sono così possenti come quelle di Lucca e lasciano filtrare molto, forse tutto, e mi chiesero dove fossero finiti, e sorridevano anche se erano vicino a una rotonda e lontano da casa, così lontano da far girare la testa.

Magari ci saranno stati anche loro, ieri sera, a Lucca, in piazza Napoleone, larga, con gli alberi, con mille ingressi diversi, con il “corridoio di sicurezza”, mi pare si chiamasse così, dove poter prendere quarti di focaccia e correggere il proprietario del negozio di dischi che stava esponendo in vetrina il vinile di The Suburbs posizionandolo però al contrario. Dai ciottoli a un imperatore, i canadesi ne hanno fatta di strada, e ne ho fatta anch’io, e col tempo ho preso il brutto vizio di fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle luci sul palco, che quelle dei tuoi occhi, delle scalette appallotolate dai tizi che smontano gli strumenti, che delle lettere che mi hai scritto. Le mura di Lucca sono molto più imponenti di quelle di Ferrara, e dal 2007 ad oggi è aumentato tutto, in proporzione, le mura, il prezzo del biglietto, la coda ai bagni, la birra che bevo, la mia pancia, la mia fronte sguarnita di capelli, che ora tengo più corti. E sono diventati grandi, grandissimi, anche i canadesi sul palco, Win Butler si erge in piedi sulle casse, e prende in mano le videocamere del pubblico in prima fila, nel 2007 a Ferrara non l’aveva mica fatto, a Ferrara cantava impettito, adesso parla, anche, e credo si renda conto di scrivere canzoni della madonna e di fare concerti che rendono felici le persone. E Regine, Regine è sempre una zolletta di zucchero, indossa sempre vestitini impertinenti come i suoi riccioli, ma ora sono ricoperti d’oro, e ora i canadesi hanno il maxi-schermo alle loro spalle, e molto più persone di fronte, e molte più mani che battono, anche se non riusciranno mai a fare più rumore di quelle che c’erano a Ferrara nel 2007. Ma piove panna montata ovunque, e ovunque le bocche si spalancano, e ogni volta, al loro concerto, e così, (e così sempre sarà, e questo il loro segreto), anche se adesso registi indipendenti producono film con le loro canzoni con bambini che girano in bicicletta, per farci commuovere davanti a uno streaming gratuito ma soltanto fino a mezzanotte, adesso suonano nello stesso festival dove suonerà Elton John, sponsorizzato dal Rotary, con i vergognosi palchi vip semivuoti.

Ma l’organo di Intervention è sempre pronto a gambizzarti, a metterti sulle ginocchia, e l’incedere del piano di We Used To Wait continua a farti paura come un tramonto di fine agosto, e Power Out ti fa scoppiare la testa, e Wake Up ti costringe ad aggrapparti alla prima cosa che incontrano le tue mani, la tua maglietta sudata da strizzare, la spalla di chi ti è vicino, un obiettivo 300mm di una reflex a caso, le transenne o le stelle. E Tunnels è sempre quasi insopportabile, sì, quasi non riesci nemmeno ad ascoltarla perché pensi che sia troppo. “Tutto”. Che cosa è cambiato, allora?

Provi a dare la colpa ai Grammy, all’hype, alle mode, agli indie che si riproducono, ai capelli che cadono, alla gente, a Lucca, al Rotary, al palco vip a 90 euro, alle quattro ore di coda sull’Autostrada del Sole sprovvista però di Ombre, al fatto di averli già visti, e rivisti, al fatto che vuoi mettere la prima volta, vuoi mettere la nostalgia, ma niente, non riesci a smontare l’esperienza extrasensoriale che coinvolge tutti i cinque sensi, lo spettacolo live migliore cui si possa assistere, perché dove lo trovi un altro concerto dove esci col sorriso e con le labbra sporche di panna montata? Però il tarlo ti resta, il giorno dopo: ma cosa è cambiato, però, in tutti questi anni?

E a forza di rimuginarci sopra, al termine di una settimana in cui il tuo corpo ha affrontato prima un concerto dei National e poi un altro degli Arcade Fire, ovvero molto semplicemente la musica che ti ha tenuto in piedi in questi ultimi anni, a poche ore da un lunedì dove non riuscirai a fare altro che disegnare sul soffitto, perché l’estate è finita, ti accorgi che l’unico dettaglio ad essere cambiato sei tu. Sono io. E non perché ora ho meno capelli, o perché faccio impercettibilmente meno fatica a parlare con gli sconosciuti, no. Mi viene in mente il mito della Caverna di Platone, lo so, non c’entra assolutamente niente, oppure sì. E allora vado su Uichipidia per verificare che non sia diventato pazzo. Leggo:

Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell’acqua, e capirebbe che:
«è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano».

Uhm. In questi anni ho imparato a fidarmi più dei concerti, che delle persone, più delle canzoni che facevano sbattere le imposte come temporali, che di quello che le persone mi dicono, e a credere che possa essere estate soltanto saltando e gridando Lies, Lies. E martedì scorso, e poi sabato, sono uscito a vedere la luce e a scoprire come sono realmente fatti gli oggetti la cui ombra viene proiettata sul muro di fronte. Bottigliette d’acqua rubate dalle borse, capelli che svolazzano, buste riempite di cartoline, edicolanti da abbracciare, persone cui chiedere scusa, abbracci, abbracci, sorrisi e abbracci. E poi ‘grazie mille’ in un inglese stentato, e poi si spengono le luci, e poi si ritorna nella caverna a incazzarsi con chi ti viene a spiegare le ombre, a mettere Haiti a volumi improponibili nell’autoradio.

Lies, lies.

 

(La foto è di Lillas)

Le velleità da psicanalisti

Oggi a Milano sulla collinetta del Miami ci sarà l’esposizione della Sindone. I Cani suonerà avvolto da un sudario per celare la sua identità (tralasciando per esempio che i Tre Allegri Ragazzi Morti lo fanno dal 1994 ma già, i Tre Allegri Ragazzi Morti, con quel nome poi, suonano “canzoni punkettose per ragazzine”).

Di veramente sorprendente, in tutta la faccenda su I Cani, prima ancora che ascoltare l’elenco delle nostre pose che osserviamo quotidianamente senza batter ciglio, ma se le canta un anonimo romano con basi acchiappanti, allora si aprono le acque del Mar Rosso (di imbarazzo, probabilmente), c’è stata la reazione degli ascoltatori, al Sorprendente album d’esordio de I Cani, a sottolineare ancora di più che I Cani sì, hanno ragione. Ma.

Non mi è piaciuta, per esempio, la critica che I Cani ha mosso verso Vasco Brondi (poteva essere Brondi come chiunque altro, non è l’identità del soggetto il punto). Leggiamo il passaggio incriminato tratto da questa intervista:

Per esempio mi sento molto lontano da uno come Vasco Brondi; lì il problema non è l’autenticità, è che il messaggio diventa intimamente contraddittorio nel momento in cui Vasco Brondi diventa Vasco Brondi e fa un secondo album in cui non entra minimamente il fatto di essere diventato Vasco Brondi. È il contrario di quello che succede con i rapper. Mentre il cantautore cerca di fare il povero buono, il rapper fa il povero cattivo, il povero che vuole fare i soldi. E quel messaggio per me è convincente. Se sento Noyz Narcos dire “sogno tutti i soldi delle star, le loro fighe”, beh questo è convincente. Questa è una cosa che vedo in giro. Non è possibile che tutte le canzoni pop parlino di gente che non è interessata ai soldi, gente per cui contano solo i sentimenti.

Ora, ci sta prenderlo in giro nelle canzoni, ma fargli notare che ha realizzato un secondo album uguale al primo, nonostante la sua vita fosse completamente cambiata, mostrando quindi una presunta e assoluta impermeabilità agli eventi della sua esistenza e andando così a inficiare la natura stessa (genuina) del suo progetto (quanta fatica, starvi dietro, ndA), l’ho trovato sì, altrettanto sorprendente.

Cosa sono, insomma, gli artisti? Sono persone da psicanalizzare o personaggi che propongono musica, cinema, arte, e, in sostanza da giudicare? Eterno dilemma, che viene tirato fuori anche per i pesci più piccoli, e dunque più vicini a noi, e dunque probabilmente più facile da prendere di mira, visto quanto siamo provinciali. Perché Vasco Brondi se canta di temi intimi, deve mostrare una coerenza con la persona, perché dobbiamo considerarlo “persona” invece che “personaggio”? I Cani hanno talmente ragione da riuscire ad arrivare anche ad avere torto: fanno il giro completo, e questo è un complimento, sia chiaro. Però. Però non mi interessa cosa faccia nella vita Niccolò Contessa, mi interessano le sue canzoni, mi interessa sapere se mi attorciglia lo stomaco o se mi faccia sbadigliare. E così per tutti, quando ci esponiamo ‘pubblicamente’: anch’io, per dire, qui scrivo in modo slanciato ma poi nella vita di tutti i giorni non riesco a chiedere nemmeno il nome alla commessa carina del Mel. Sono forse “incoerente” con me stesso? Ascoltiamoci e basta, senza avere le velleità da psicanalisti.

L’omelia di questa domenica si chiude con una lettera anonima (ebbene sì, arrivano anche a noi di Ciccsoft) che un nostro lettore/lettrice ci invia e che noi pubblichiamo così come ci è arrivata. Amen.

Il nuovo album de I Cani ha in copertina una ragazza attaccata ad un albero, probabilmente derisa e maltrattata dai gonzi che la circondano: vogliono farci capire che l’unico modo per sopravvivere è tacere? Il pezzo di scotch che serra le labbra di questa ragazza sembra suggerirci di sì. Oppure vogliono dirci che il modo migliore per ascoltare un disco è farsi legare ad un albero? O forse è un ritratto sociale contemporaneo che racconta gli ultimi efferati episodi di cronaca. Magari sono i pariolini di diciott’anni che si divertono a torturare le famose quartine (rigorosamente dopo aver fatto loro dei video). Che cosa succederà domenica al MIAMI? I Cani si presenteranno con un sacchetto di carta in testa? Avranno le mascherine dei Tre Allegri Ragazzi Morti ai tempi d’oro? Lui si chiama veramente Niccolò Contessa? Sarà vero (o necessario, o condivisibile, o giusto, o innovativo) che ci si nasconde per non dare un volto al messaggio? Sarà vero che conta solo il messaggio? Qual’è, ‘sto messaggio? Al MIAMI ci andiamo in treno o con la macchina? Perché ascoltiamo le canzoni? Per divertirci? Per ritrovare noi stessi? Per sentirci meno soli? Per dire “ve l’avevo detto”? Per improvvisarci critici? I Cani avranno dei cani da compagnia? I cani da compagnia si sentiranno mai soli come cani? Quante persone avranno effettivamente acquistato il disco de I Cani? Perché I Cani hanno scritto queste cose geniali e io non ci ho pensato prima di loro? Perché non l’ho detto prima io, che volevo vivere in un film di Wes Anderson?

Tutte queste domande servono effettivamente ad uccidere o adorare un disco?
Io credo di no.

Lettera firmata

Ancora ancora ancora

Il concerto degli Explosions in the Sky all’Estragon di ieri sera è stato prima di tutto bello e impeccabile, alla faccia dei detrattori sempre un passo avanti su tutto che li ritengono ‘bolliti’ (in riferimento all’ultimo album Take Care, Take Care, Take Care) o roba buona giusto per addormentarsi, ormai. Io invece gli occhi li ho tenuti non dico aperti, ma sbarrati, per l’ora e un quarto di cascate sonore. Per citare una ragazzina seduta nella polvere del parcheggio mentre tentava di spiegare come fosse andata all’amichetto, chiosava così: “Ti avvolgeva proprio”. Cioè.

Explosions in the sky  Estragon Bologna
Ma “le esplosioni nel cielo” (per citare il chitarrista Munaf Rayani, molto simile a Sayid di Lost, peraltro) hanno riproposto una laterale quanto scottante questione: è giusto o meno fare i bis a fine serata? Ieri sera infatti il concerto si è chiuso senza l’ormai classico siparietto sui siamo abituati, mani che fanno ciao dal palco, applausi scroscianti in platea, ritorno in scena, urla di approvazione del pubblico pagante. Ieri sera si sono rimessi i plettri in tasca e non sono più usciti. Il concerto è finito quando è finito.
Munaf è uscito soltanto per spiegare che ce ne potevamo tornare a casa “a prenderci cura di noi stessi” e che quello che avevano suonato finora “era tutto quello che avevano da donarci stasera”. Mettetevela via, in sostanza.

Sulla strada del ritorno, con immancabile sosta all’autogrill Bentivoglio Ovest (senza incrociare purtroppo Accento Svedese, guest star della suddetta area di sosta) con il socio si discuteva sull’opportunità dei bis. Richiamo doveroso per gratificare il gruppo che ha suonato, secondo me e la mia fame bulimica (ancora ancora ancora), inutile appendice che non aggiunge poi molto al concerto in sè (va bene così va bene così va bene così). Chi ha ragione? Nel dubbio, a Munaf dico soltanto: tornate presto in Italia, tornate presto in Italia, tornate presto in Italia.

(la foto è di Francesco)

Forse

A dire che i Verdena sono bravi ci si sente sempre un po’ in imbarazzo, sempre in bilico tra ovvietà e sputtanamento. Poi uno va a vedere le date del tour di Wow, l’ultimo doppio album uscito a gennaio con tanto di copertina (e suoni) vintage, e sembra che siano in tanti a volersi sputtanare: Milano sold out, così come a Torino, Bologna, Firenze, Perugia, Ravenna, Pordenone eccetera. Spuntano doppie date come funghi. Ok, molto dipende dalla scelta di suonare in posti piccoli, dicono che fosse Alberto a preferirli, vuole suonare in posti “raccolti, concentrati”. Però la sfilza di sold out fa un po’ impressione. Quanti altri gruppi italiani rock fanno tutto esaurito come loro? Quanti altri gruppi italiani non si possono idolatrare come loro se no sembri un diciottenne accaldato?

Verdena Wow
Perché poi la questione è semplice: i Verdena sono bravi. Hanno fatto un album, un doppio album, della madonna. Ma non si può dire. Se lo si dice, si diventa automaticamente ventenni che indossano la felpa a cappuccio e pogano sotto il palco. Che gridano Roberta-Roberta (nel senso della bassista carina). Che sono cresciuti a pane e Valvonauta, peccato che Valvonauta è roba di decenni fa e questi che saltano ora sotto il palco non avevano ancora nemmeno iniziato a drogarsi. Allora c’è qualcosa che non mi torna: come li facciamo questi sold out, soltanto con i ventenni tumefatti?

Devono allora piacere anche a qualche ventenne ora trentenne, anche se stare nelle prime file ai concerti (ne ho visti due, per tentare di chiarirmi definitivamente la questione) non aiuta, dato che l’età media tende a degradare man mano che ci si avvicina alla testa ciondolante di Roberta-Roberta. Non ci sarà mica una specie di ‘paura’ a dire che sì, i Verdena han fatto un album, un doppio album, della madonna, che suonano completamente differente dai primi tre, ormai, che sembrano più indipendenti loro, nonostante suonino per Universal, che tutta la trafila di gruppettini xilofono lowfi che qui si adora, sia chiaro, non è un giudizio di merito, ma non è nemmeno un giudizio: è un notare che loro, questi bergamaschi fanno uscire un album e poi si chiudono dentro a un pollaio per svariati anni a suonare in analogico senza farsi vedere in giro, senza postare video virali, sono così fuori dal mondo che scrivono “suoni su Facebook”, insomma si preoccupano essenzialmente di fare musica. Dici niente.

E ne masticano, di musica. Va bene, sempre la stessa, va bene, scopiazzano dai Bitols e da riferimenti scontati, ma tirano su muri con calce cemento chitarre e batteria e pianoforte, prendete il pianoforte di Miglioramento, che è anche il pezzo migliore di Wow, con quelle mani gettate come secchiate sul piano chè vien voglia di saltare e prendere a testate le finestre per aprirle. E cambi di ritmo e citazioni e soprattutto un suono preciso e pulito che anche se cambia lo capisci che sono loro, che sono i Verdena, e ti viene da perdonarli tutte le volte per i loro testi inutili, che se avessero avuto testi un po’ meno ridicoli forse forse adesso suonerebbero nei palazzetti ma in fondo chissenefrega, in fondo loro il fisico ce l’hanno, a trentanni suonati, tirano su i muri dei loro pollai sempre più alti e sono contenti e si vede, ora ai concerti sorridono pure, e il numero di ‘grazie’ è esponenzialmente aumentato rispetto ai tempi dei Samurai e dei Grandi Sassi.

Dice Alberto che “Comunque noi stiamo benissimo così, non ci sentiamo né indie né major, né chissà che. Siamo una cosa a sé, con un’identità ben definita ormai da anni“, e forse non c’è molto altro da dire se non saltare come nemmeno si faceva ai tempi di Valvonauta, e smettere di sforzarsi a capire perché i Verdena o li odi o li ami, ma farsi ogni tanto i cazzi propri nei nostri pollai. Che forse qualcosa di buono alla fine esce.

By the times we met the times are already changed

Urgenza. Dopo averla sepolta (Funeral), e tramandata (Neon Bible), ora gli Arcade Fire prendono le sacre scritture bussando alle porte dei sobborghi (The Suburbs). Divulgano come pastori dal sorriso buono e mite il Nuovo Testamento, che non è esattemente ciò di cui avevamo bisogno (l’Urgenza, per l’appunto), ma sono così convincenti che sanno cambiare i nostri bisogni. Io gli credo, nonostante tutto.

The Suburbs

E là dove sembra che aggiungano, strato su strato, canzone su canzone, concept per concept, vince invece la sottrazione. Si fermano una nota prima, un ghirigoro prima, un ricordo prima. Di. E accontentarsi assomiglia molto al crescere, anzi, all’andare avanti, che è diverso, che comunque loro sono sempre quelli di incontrarsi in mezzo alla città mentre fuori nevica, dimenticandosi i nomi dei genitori e un po’ di tutto il resto. Dimenticandoci anche che nel 2007 fecero il concerto dell’anno e forse del decennio, lasciandoci tutti con dei sorrisi che nemmeno a lavarli, vengono via.
E stasera ce ne aggiungeremo uno sopra.

Puoi dirlo a tutti

Tra qualche ora saremo ancora sotto ai piedi bollenti del Savonarola per svolantinare pagine fotocopiate. Manifestiamo per il diritto alle cose belle, e per il dovere di farle. Puoi dirlo a tutti.

Dopo il concerto dei Pixies, ci abbiamo preso gusto, e anche per l’adunata de La Tempesta sotto le stelle ci sarà uno speciale in bianco e nero per gli intrepidi in coda sotto al sole pronti ad assistere alla maratona di musica italiana e indipendente.
I colori questa volta ce li abbiamo messi noi: Eugenio racconta cosa significa per un ferrarese andare a un concerto in bicicletta, il sottoscritto blatera di case liberate dai genitori e di poster portanti, Enver ci spiega quanto importante sia fare musica oggi in Italia, e come farlo, soprattutto, Accento Svedese ha un problema con il cellulare che glielo risolveranno i Uochi Toki, Luca RadioNoiseBlues riannoda i fili scoperti di Vasco Brondi, Gaia vive nel mondo prima, e dopo, dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

In prima pagina troverete il saluto di Enrico Molteni, con una clamorosa rivelazione sulle prossime sorti de La Tempesta. E ha scritto per noi anche Alessandro Alosi, de I pan del diavolo.

Tutto questo legato assieme con ago e filo da Alessandro Baronciani, che ha illustrato lo speciale. Sono 500 copie, finiscono in fretta, quindi vedete un po’ voi.

Ciccsoft Speciale Tempesta sotto le stelle - sabato 10 luglio 2010 - Ferrara piazza Castello

 

Chi non ci sarà in piazza Castello questa sera, può scaricare il pdf a questo indirizzo: http://www.ciccsoft.com/latempesta/ciccsoft-tempesta.zip

Grazie ad Alessandro, Enrico e Alessandro.
E poi a Federico, Luca ed Enrico. E a Gaia.
E a Simone che ha fatto le due di notte con noi.

Chiedi chi sono i Pixies

Quando compaiono i primi tubi innocenti in piazza Castello, si capisce che la primavera ha voglia di riposarsi. Quando poi migliaia di persone iniziano a saltare su quei ciottoli, c’è la conferma: l’estate è arrivata a Ferrara.

Ok, ci sono già stati i Wilco a teatro, ma Ferrara sotto le stelle è soprattutto (per chi ha visto le passate edizioni) i concerti all’aperto: ormai un “classico” dei festival italiani (ed europei, lo vogliamo dire?). Domani sera arrivano quei mattacchioni dei Pixies: tornano in Italia dopo mille anni con la loro musica sbilenca. Suoneranno Doolittle (e si spera chiudano con quell’altra canzone lì), nel ventennale della sua uscita.

Abbiamo chiesto ad Accento Svedese, Francesco Locane, Enzo Polaroid e Livefast, di provare a spiegarci che cosa sono stati i Pixies. Che cosa sono. E perché ha ancora senso un loro concerto, dopo più di ventanni, nel 2010. E’ venuta fuori una “fanzine fotocopiata”, stampata in limitatissime 500 copie, che verrà distribuita domani sotto al Savonarola, in attesa del concerto. Dentro, troverete anche “una specie di benvenuto” (cit.) di Vasco Brondi.

Ciccsoft - Speciale Ferrara sotto le Stelle 2010 - Pixies

Per chi non passerà domani da Ferrara, la può scaricare qui (in formato pdf): www.ciccsoft.com/pixies/ciccsoft_pixies.zip

Grazie a Enzo, Federico, Francesco, Simone e Vasco. E a esserelemma.

Silenziosi come un tuono

La piazza di Carpi è grande. Sarà lunga almeno due campi da calcio. Almeno, eh. Forse di più. Dentro finiscono per starci un sacco di cose. Una chiesa, là in fondo. Poi un castello, un teatro. Dei portici, dei barettini, dei bancomat, tanti ciottoli. Un palco. Un referendum, che firmo subito e convinco gli altri con me a fare altrettanto. Cantanti, scrittori, partigiani, reduci. E tanta gente.

Parlano tutti, in questa piazza grande che si apre come una prateria improvvisa in un buco della Bassa. Parlano i giovani sotto il palco, ragazzine in tiro sfattoni alternativi fotografi improvvisati gente capitata per caso o per noia o per contagio. Parlano anche i cani, per chi li sa ascoltare. Parlano sul palco canzoni di guerra, di dolore morte e cose molto molto brutte e molto molto lontane, per questo forse così vicine. Tutti parlano, dicono quel che va detto in una giornata come il 25 aprile in un momento come questo. Parlano parlano e la piazza sembra proprio grande, sì. Caspita, saranno anche più di due campi, minimo.

Dentro questa piazza ci sta tutto, non ci manca nulla, non siamo come loro, non lo saremo mai, siamo diversi. Io però non parlo, sto muto, per conto mio, giro per la piazza faccio incazzare il resto della compagnia perché faccio l’asociale, faccio finta di fotografare per non dover dire qualcosa pure io. Mi guardo attorno, penso che è davvero enorme questa piazza a Carpi, pure bella voglio dire, fa pure caldo, è già estate mascherata da primavera, la primavera quando arriva è già finita che neanche te ne accorgi, se non fosse per gli starnuti che ti fanno alzare la testa al cielo e vedi sopra di te del vetro.

Materiali Resistenti

Così mi rendo conto che siamo completamente circondati dal vetro, un’enorme campana di vetro senza la neve e noi ci siamo finiti dentro, una calotta trasparente che ricopre tutta questa piazza di Carpi così grande che dentro finiamo per starci tutti, e fuori rimangono loro. E le parole del comandante Dièvel sono proiettili che finiscono sul vetro, come le firme sul referendum sull’acqua pubblica, cosa vuoi che c’entri con la Resistenza, scorreva sangue sulle montagne e ora scorre acqua qui in pianura, o al massimo birra a 3 euro per inzupparci le pizze inscatolate fredde, come “muori tutto vivi solo tu” che ti vengono i brividi a sentirlo dire da Max Collini, come “il reggae è quello che ci vuole in un’Italia fascista”, come Capovilla che si sparge il corpo e la voce di merda, come i coglioni di Nori, nel senso delle poesie che legge, come i miei occhi che lo fissano immobile mentre descrive cos’è la guerra, sono tutti proiettili sparati in cielo nemmeno fosse capodanno, invece è il 25 aprile, fingiamo di essere in primavera ma è già estate, molto è già compromesso, forse tutto, chissà quanto è spesso quel vetro, chissà se si lascerà perforare, chissà che magari stavolta si infrange e si spacca tutto e piovono addosso schegge di vetro, speriamo che facciano feriti anche dall’altra parte.

(Le foto di Materiali Resistenti, qui sotto)

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)