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Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 4

(Parte 1Parte 2Parte 3)

La voce della RUAQuando entro nella sede della RUA in Piazza Verdi trovo già alcune ragazze: si stanno aggiornando sulla mobilitazione riguardo ai problemi degli studentati e delle sovvenzioni regionali per le borse di studio. O almeno così mi pare di aver capito, in questi momenti sento tutta la mia ruggine di ex-studente e soprattutto di essere stato uno studente IN sede. Di gente ferrarese alla riunione infatti ne vedrò molto poca, un’altra silenziosa risposta alla domanda iniziale che mi ha fatto tornare “studente” anche solo per un giorno: perchè a Ferrara non si protesta?

Mentre attendo l’arrivo di Alessandro, il coordinatore della RUA, scambio qualche parola con Giulia. Le racconto di cosa ho appena (non) visto alla Facoltà di Ingegneria, e non si mostra affatto stupita, anzi. Le motivazioni che mi hanno dato gli aspiranti ingegneri secondo lei sono “giustificazioni”, perchè gli esami difficili esistono anche in altre facoltà: “E’ questione di non volersi informare, e della mancanza di soggetti che sappiano creare una coscienza predisposta all’informazione“.
Nella mia mente tento di riassumere questa incomunicabilità tra soggetti che non vogliono ascoltare una lingua comunque a loro sconosciuta. Giulia mi parla con voce appassionata ma ferma, convivido la sua propensione a essere propositivi e incisivi, senza che le due cose possano apparire in contrasto. Eppure, in questo peregrinare nell’ambiente universitario ferrarese, mi rimane la convizione di assistere a un’antoniana partita a tennis senza la pallina. E buona parte del pubblico continua a guardare da un’altra parte, solo perchè non ha voglia di mettersi gli occhiali per vederla meglio.

Aldilà delle polemiche RUA – S.O., sono più curioso di sapere come un sindacato studentesco che agisce veramente come tale, con voce e fermezza, si raffronti rispetto ad un consistente muro quasi “omertoso” di studenti. Alessandro sorride amaramente del mio resoconto di Ingegneria. Gli chiedo:

Mentre persino Pavia scende in piazza, a Ferrara una bara in rettorato e basta. Qual è il problema di Ferrara?
Guarda, non è soltanto questione di una facoltà più silenziosa di un’altra. E’ un problema di Ferrara intera, e possono esserci tante motivazioni come “nessuna”. Ferrara storicamente non ha avuto un ’68 e nemmeno un ’77. Non c’è mai stata una sedimentazione di movimenti per i diritti, ha sempre avuto una vocazione al silenzio e all’indifferenza che ha impedito al movimento di svilupparsi in maniera significativa. Manca dunque una coscienza collettiva, che faccia nascere uno studente pronto a indignarsi concretamente.
Poi si possono ricercare i motivi in vari aspetti… la conformazione della popolazione studentesca, l’assenza di comitati studenteschi forti che facciano da traino. Credo che sia proprio “Ferrara”, il problema, prima di tutto, e a seguire varie concause.

Ferrara è una città particolarmente “sfortunata”, allora?
Sì, perchè c’è questa concomitanza annichilente: da una parte non ci sono movimenti studenteschi magnetici, dall’altra non vedo una controparte in grado di recepire gli impulsi. Gli stimoli a farsi sentire sono visti in maniera negativa, perchè qui buona parte degli studenti pensa soprattutto alla dimensione personale e a studiare.
C’è da dire poi che in altre città lo studente vive l’esperienza del movimento sin dalle superiori, mentre qui a Ferrara nelle scuole vedo solo qualche collettivo, poco rumore e pochissima sostanza. Gli studenti ferraresi sono disinteressati: la maggioranza del movimento infatti è composta da fuori-sede. Ma anche tra di loro, diversi si muovono solo se vengono toccati nelle proprie tasche, purtroppo.

In questo quadro sconfortante, l’unica speranza è tentare di intercettare il disagio che comunque sta crescendo. Non sarebbe il caso di unire gli intenti dei vari movimenti studenteschi?
E’ vero, manca un grande soggetto che riesca a radunare la protesta e incanalarla. Ma noi dall’altra parte abbiamo trovato un soggetto ambiguo, lo Student Office. Quando a luglio è uscita la legge sui tagli, non li ho visti affatto indignati, anzi. Ora, loro contestano il nostro atteggiamento di protesta, quando invece noi vogliamo soltanto accendere l’attenzione della città sui problemi dell’università. Problemi che coinvolgono tutti. Anche lo Student Office vuole che l’università rimanga pubblica, ma con i tagli che ci sarà diventerà impossibile. Eppure non protesta. Andiamo all’inagurazione dell’anno accademico per chiedere un pronunciamento del Senato Accademico, e ci insultano.

Come pensate di procedere, ora?
Nonostante la legge proceda spedita, noi non ci fermiamo. Mercoledì alle 13 (oggi), nell’aula magna di Giurisprudenza ci sarà una lezione di Diritto per spiegare i mali delle leggi che stanno per essere approvate, ed è un’iniziativa che supportiamo fortemente perchè occorre fare chiarezza. C’è confusione, troppa, e bisogna spiegare agli studenti a che cosa si sta andando incontro. Prima ancora che protestare, è più urgente mettere qualche punto fermo. E poi non bisogna disperderci in mille comitati, bisogna radunare forze e iniziative per creare una protesta organizzata, coesa e sensata. Anche perchè si è visto come esternamente sono tutti pronti a tentare di sminuirci e dividerci. A Ferrara è difficile, direi quasi impraticabile, lo so: su 15.000 studenti, solo qualche centinaio è pronto a far sentire la sua voce. I dottorandi che aderiscono sono pochi, i docenti, tranne eccezioni, non si espongono. C’è un intreccio di interessi personali e di categoria, e di visioni politiche, che ostacola e ingolfa tutto quanto. Però andiamo avanti, sempre.

Le parole di Alessandro sono rassicuranti e allo stesso tempo stimolanti. Rassicuranti perchè il retrogusto politico/retorico delle sue argomentazioni si avverte ma non lascia tracce; stimolanti perchè non usa paraocchi o arieti, ma semplicemente la costanza, principale antidoto, prima ancora che l’irruenza, contro la Ferraresità.

Questo speciale ambivalente, dove si sono intrecciate due storie, quella universitaria e quella della mia città, era iniziato con una domanda cardine: dove è finita la Protesta a Ferrara? Ci sarebbero ancora altre facoltà da esplorare, mille altri studenti con cui confrontarsi, litigare, sorridere. Eppure qualche risposta, seppure parzialissima, l’ho trovata. Ho incontrato le certezze evidenti: l’indifferenza come male incurabile. Ho riscoperto acque calde tiepidissime: gli interessi personali e i pregiudizi politici sono capaci di condizionare le vite degli studenti come direi praticamente ogni cosa. Ho constatato che c’è uno spazio enorme e non sfruttato in cui far muovere l’animale dell’Indignazione: ci sono diverse persone che a modo loro ci credono, e tentano di addomesticarlo, e insegnarli a camminare.

Conosco la mia città, lo spopolamento progressivo, le scomode fughe verso le altre città e l’estero, e le ancora più scomode permanenze sia di chi se la dorme sia di chi sta all’erta. Non nutro nessuna speranza in un risveglio di massa, così come sappiamo perfettamente che le leggi passeranno, i tagli ci saranno e molto andrà relativamente a puttane. Rimane però quello spazio vuoto, quell’animale timido e feroce da imparare a conoscere, anche diventando rompicoglioni e retorici. Le chiacchiere, come i fondi, stanno a zero.

(fine?)

Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 3

(Parte 1Parte 2)

Ingegneria a FerraraSeduti al bar ci stanno non quattro ma tre amici, studenti di Civile tra il primo e il secondo anno. Il Caso ha fatto loro incontrare Giovanni, un esponente di Student Office, la lista che ha vinto alle recenti elezioni studentesche (ad affluenza polare), sul quale vengono riversate pacatamente e serenamente domande molto semplici: i comitati degli studenti, che stanno facendo?
Inizia un’illuminante chiaccherata nella quale viene fuori l’atteggiamento dello Student Office di fronte alla protesta e alle leggi universicide. Innanzittutto, il loro silenzio non significa un’adesione all’idea della riforma: “I tagli colpiscono tutti e dunque anche noi siamo contrari“.

Perchè allora rimanere sotto coperta ad aspettare che cambi il vento? Le braccia di Giovanni si spalancano in un moto di lucida rassegnazione. “Si può protestare finchè si vuole“, sostiene, “ma questa legge verrà in ogni caso approvata dalla maggioranza in Parlamento“. In fondo è inutile agire contro l’inevitabile.
Perplessità diffusa.
Una lista studentesca è contraria all’azione del Governo, eppure non muove un dito. E il dibattito, l’informazione, la circolazione del malumore come viene gestito? Le risposte soffiano nel vento autunnale. Si parla di volantini fatti girare ma che veramente pochi hanno visto. Si fa notare come l’incontro dei rappresentanti dello Student Office con il Rettore nei giorni scorsi (non trovo link a riguardo) sia avvenuto in semi-clandestinità e non abbia prodotto nessun documento ufficiale. I tre amici seduti al bar scuotono la testa, perchè loro vorrebbero far sentire il proprio dissenso e non sanno a chi rivolgersi: se nemmeno la lista che siede in consiglio non organizza nulla, devono affidarsi al Do It Yourself di Pastoriana memoria?

Mi avvicino anchio alla tavola spigolosa, per incalzare le perplessità non diffuse: diffusissime. Conveniamo che occorra una duplice manovra: da parte degli interlocutori degli studenti ufficiali che devono interagire con rettori e i Grandi Capi, incalzandoli, e da parte della Base degli studenti, la maggioranza perplessa rimasta sinora silenziosa che deve sì urlare, ma pure avere una risonanza per i decibel prodotti. Una tenaglia ragionata, ordinata e pacifica, ma che faccia sentire la propria presa.

L’esponente di Student Office annuisce, promettendo che “se ne parlerà senz’altro e troveremo prossimamente il modo più adatto per agire“. Peccato che i lavori parlamentari incalzano. “Anche i Professori sono tutti dalla nostra parte“, rilancia Giovanni. Ma coinvogerli no, allora? Le sue risposte non riescono a giustificare ai miei occhi la loro immobilità, che si ripercuote sull’intera Facoltà. “Prima non sapevamo in che direzione muoverci perchè c’era grande confusione attorno ai provvedimenti del governo in materia. Ora invece, pensiamo sì di agire, ma riteniamo anche che la strada maestra sia il Dialogo“. Ne prendo atto.

C’è qualcos’altro in ballo, ovviamente.

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Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 2

(Parte 1)

Facoltà di Ingegneria a FerraraNel laboratorio all’ultimo piano di Ingegneria a Ferrara incontro Silvia. Lei è qui da quattro anni, conosce abbastanza le facce in giro e passa molto tempo in facoltà. Saprà sicuramente se gli studenti abbiano avuto perlomeno un sussulto in questi giorni altrove tumultuosi.

Come ha reagito la tua facoltà alla protesta dilagante?
Semplice: non è successo nulla. Le lezioni proseguono regolarmente, non ho visto l’ombra di un volantino. Nei giorni scorsi alcuni rappresentanti di una lista studentesca davano via pane e nutella nell’atrio della facoltà.

La vita procede tranquilla a Pleasantville. Si prendono appunti, si dorme nelle ultime file, ci si fionda al bar nelle pause pranzo. Protesta? Per cosa? Gelmini? Chi? Parole sconosciute per chi si impegna duramente in esami spacca-cervello. E io che ho passato 7 anni lì dentro posso confermare: il cervello lo spaccano sul serio. Gli studenti non sanno, e se sanno, non gli interessa granchè.
Non si vedono in giro volantini o manifesti che preannuncino eventuali manifestazioni. I dottorandi proseguono il proprio lavoro e nemmeno da loro che dovrebbero essere maggiormente colpiti dai tagli, si alza una voce dissidente. Tutto tace.

Tu perchè non protesti?
Perchè sono completamente rassegnata. Non credo in nessuna ipotesi ragionevole di cambiamento, ogni segnale è contrario e rende vano ogni tentativo di protestare. Io punto a laurearmi più in fretta possibile e sloggiare da questa valle di lacrime. Non si possono cambiare le cose. L’ho capito sin da quando ero matricola.

I muri di Ingegneria sono immacolati, a parte i soliti annunci di stanze libere. Non ci sono striscioni appesi alle finestre, non si odono urla scomposte. Ingegneria a Ferrara è l’estrema sintesi di una situazione molto italiana. La protesta non parte se non è alimentata da micce estranee: ci vuole la politica, gli interessi di parte, le spinte personali. Un comico che urla sul palco, un presidente che salga su un predellino. Lo scempio in sè non è mai sufficiente per una indignazione rumorosa, fino a quando lo scempio non entra in casa tua senza bussare. Il problema di Ingegneria è proprio l’assenza di micce esterne, e se ci fossero, verrebero ignorate: siamo dunque al limite emblematico del Caso Italiano.

Il fatto è che in questa facoltà si fa veramente fatica ad andare avanti e superare gli esami, e la protesta qui non trova terreno fertile. Il confine tra aridità e materiale impossibilità ad accogliere il seme del dissenso è molto più sottile di quanto si creda. Quanti di noi vorrebbero scendere in piazza ma la vita quotidiana, con i suoi impedimenti, li sottrae e li tiene legati, a covare ulteriore insoddisfazione che alimenta una protesta sempre più impossibile a causa di quelle stesse catene?
Un circolo vizioso che si autoalimenta e tiene in scacco non soltanto una facoltà o un’università. Tiene in scacco l’intera società.

Ad uno dei pc del laboratorio trovo Nino. Si sta specializzando, è quasi al termine dei suoi lunghi e faticosi studi. Gli chiedo se sia al corrente della situazione di disagio dell’università, e mi risponde che qualcosa al telegiornale ha sentito. Gelmini e Legge 133 non gli suonano estranei, ma francamente non ha voluto approfondire: tra poco uscirà di lì e si imbarcherà per mari altrettanto perigliosi, tra le onde della Precarietà.
Gli impegni impellenti di studio alimentano il vento della rassegnazione. Mi riporta voci di ipotetici scioperi tra i professori, ma tali sono, voci lontane che non lo turbano. Ormai non c’è più molto da fare.

La non-protesta la si respira ovunque tra le aule di Ingegneria. Qui la politica non è mai entrata, e non è dunque mai riuscita a fare da detonatore per moti di rivalsa. A questo si aggiunga la totale apatia e indifferenza di chi è immerso nel vortice individuale delle proprie vite, schiacciate da esami troppo difficili o semplicemente da “altro di meglio da fare“. Prima ancora della rassegnazione, viene l’indifferenza verso qualcosa che non li riguarda: perchè appare immodificabile, un elemento dello sfondo e come tale, ineluttabile. L’università che diventa un temporaneo recinto.

Non c’è proprio speranza di sentire schiamazzi tra i pc dei laboratori? Andrea, al primo anno della specialistica in Ingegneria Informatica, mi ribadisce di no:
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Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)