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Il mondo là fuori

Ieri mi trovavo a spiegare un po' la storia della comunicazione sulla rete, come si è evoluta la conversazione nelle varie forme che progresso e mode hanno via via messo a disposizione, da Usenet ai social passando per i blog, a un gruppo di circa 25 volontari del Servizio Civile del Comune di Ferrara, impegnati per larga parte in asili, musei, biblioteche o comunque in ruoli non strettamente connessi all'uso del web. Età variabile tra i venti e i ventotto anni suppergiù.

Nessuno dei presenti aveva internet alla fine degli anni Novanta.

Nessuno ha mai sentito parlare dei Gruppi di discussione Usenet.

Nessuno ha un account su Ferraraforum, il forum più popolare della mia città fino almeno al 2008.

Due hanno/hanno avuto un blog.

Nessuno ha mai usato un feed rss.

Tutti hanno un account Facebook tranne tre.

Solo in tre hanno un account Twitter.

Niente di nuovo forse, anche se le proporzioni mi hanno in parte stupito. Lo scrivo qui per ricordare a voi smanettoni dell'Internet che c'è tutto un mondo la fuori che non sa cosa sono i trending topics, i meme, i LOAL e le trollface, i viral e tutte queste menate. E vive bene lo stesso.

Pensateci un po' quando dite che quel film è stupendo perché ne han parlato bene i vostri quattro twitteri di riferimento, o che il nuovo disco della band indie è molto figo perché ha avuto buone recensioni sui blog musicali.

Il solito pippone sui social network

Curioso notare come si passa una vita per uscire dalle dinamiche del Liceo, per poi ritrovarcisi ancora, e sempre con tutti e due i piedi ben infilati. Prendiamo ad esempio la giornata di oggi. Nella giornata di oggi alcune delle persone che seguo su Twitter hanno iniziato a vaticinare ambigui status riguardo a Diaspora. Che cos'è Diaspora? Ora ve lo spiego.

Diaspora è un social network open source che si pone in netta contrapposizione a Facebook. E' ancora ad inviti, lo usano in pochissimi (nessuno), si basa su un concetto di privacy fortemente radicato che prevede dei filtri molto più selettivi e raffinati rispetto a Facebook. Decidi realmente tu cosa far vedere di quello che posti, e soprattutto a chi. Ma non è questo il punto. Diaspora potrebbe anche regalare sedute di sesso gratuite con Natalie Portman o scatenare una rivoluzione per spodestare Berlusconi. Non cambierebbe molto il senso del discorso. Diaspora è semplicemente un "altro" social network, di cui finora nessuno o quasi ha parlato.

Non so da voi, ma nella provincia in cui vivo, provincia più provinciale che mai, essendo della Bassa Emilia, vanno per la maggiore la musica commerciale e le discoteche (sì, le discoteche vere e proprie, non i 'club' o i 'circoli', quella è roba bolognese o milanese, no, le 'discoteche': house, gente laccata e pelle scoperta). Insomma, ce ne sono diverse, tutte praticamente uguali: cambia l'ubicazione, ma l'arredo, lo stile, la musica e la tipologia di persone che la frequentano è praticamente la stessa, clonata nei vari locali. Ora, succede che ogni anno ci sia 1 (una) discoteca che funzioni, a insindacabile giudizio della folla che si raduna unicamente lì dentro: le altre, vanno inderogabilmente a morire e perdono un giro. Ogni anno una discoteca sale alla ribalta e le altre soccombono irrimediabilmente. Il fenomeno è curioso ed emblematico per la sua totale casualità: non esiste un vero motivo per cui primeggi un locale rispetto a un altro, indipendentemente dal lavoro di marketing e promozione dei vari 'staff' delle discoteche. Sembra quasi che ad un certo punto le persone si mettano inconsciamente... telepaticamente, fate voi, d'accordo e decretino che quest'anno si andrà tutti a ballare , invece che .

Ecco, se prendiamo ora i social network, o comunque 'internet', e li consideriamo come se fossero l'insieme di tutte le discoteche della Bassa, le dinamiche per cui funzioni un sito piuttosto che un altro sono altrettanto insindacabili (non è proprio così, ovvio, ma sto volutamente estremizzando). Un sito funziona quando una quantità discreta di persone inizia ad utilizzarlo, trascinandosi con sè tutto il resto della massa-utenti: ma se chiedete a ciascuno di loro, singolarmente e chiusi al buio di una sala interrogatorio, isolati dal mondo, "perché" hanno iniziato a utilizzarlo, nessuno vi saprà dare una spiegazione soddisfacente. Accade, "così", per una sorta di armonia collettiva stile invasione aliena che pervade improvvisamente e in modo immanente un certo quantitativo di persone. E così, da un giorno all'altro, "quest'anno si va tutti a ballare lì, invece che là". Si va tutti a postare lì, invece che là.

Non credo che per Diaspora accadrà la stessa cosa, Facebook è troppo immanente nelle nostre vite internaute per essere soppiantato (è come inventare un sostituto dell'acqua, impossibile). Eppure osservando il fiorire del termine 'Diaspora' in molti status della mia timeline su Twitter, infilate in affermazioni critiche di gente che tutto sommato non capiva cosa stava succedendo (vedi il sottoscritto) e gente che invece aveva capito tutto e dunque taceva, mi son venute in mente le dinamiche del liceo. E se dico liceo, o scuola superiore, o scuola, tutti noi sappiamo perfettamente cosa vogliono dire.

Sappiamo che esistono un io, un tu e un loro, mentre il noi è quanto mai relativo. Abbiamo un cortile dove tutti, più o meno, giochiamo, o fumiamo la nostra paglia nell'intervallo. Ma ad un certo punto quell'angolo dietro la palestra, o il marciapiede sul viale secondario diventa un nuovo polo d'attrazione. Il 'mistero' di Diaspora è uno dei casi possibili di parallelismi. Eviterò di elencarvi le restanti similitudini tra vita liceale e vita sui social network, lasciando sottinteso che 'voi' sappiate esattamente a cosa mi stia riferendo: anche ammiccare per riconoscersi tra simili fa parte dei rituali liceali. Noi e loro. Tu ed io. Gli altri.

Ci abbiamo messo anni, anni di università e di lavoro su noi stessi, prima di tutto, per sfuggire alle logiche di Tapparella e di Come te nessuno mai. Eppure ci siamo di nuovo finiti dentro. L'unica vera ma non decisiva differenza (tra poco vi spiego perché non decisiva) rispetto al liceo è che scompare con internet la dimensione corporea, scompaiono le nostre facce (le nostre foto sono solo avatar, non scherziamo) e finalmente 'si parte tutti alla pari'. Ma così come c'era una vita in classe, con i bigliettini scritti a mano e passati tra i banchi come ora si scambiano messaggi privati su Twitter o Facebook, poi arriva inevitabilmente il momento del Sabato Sera, della Festa, del viaggio post diploma, arriva ovvero il momento in cui fa irruzione il Paese Reale, ed è lì che si decide davvero se sei buono o cattivo, se sei con noi o con gli altri. E nel Paese Reale le ascelle tornano a essere pezzate, la voce torna traballante, il sarcasmo ricomincia a infastidire invece che portare nuovi follower, stringere la mano ricomincia a costare fatica, quella tipa che non ricambia il tuo innocente sguardo è di nuovo il sacro fuoco per emanciparti. E prometterti che con loro non ci giochi più, che in gita dormirai in stanza con altri, che dopo la maturità chi li risente più. Fino ai prossimi compagni di gioco, quelli che sì, loro sì, questa volta ti ascolteranno.

Una volta per tutte su Facebook

Per voi detrattori di Facebook: ho degli amici che vivono a Brisbane e per i quali sarei molto preoccupato vista l'alluvione di questi giorni se non esistesse uno strumento per leggere loro notizie ogni poche ore e sapere che stanno bene. Ho degli amici che vivono lontani e vedo una volta all'anno, gente che si sposa, bimbi che nascono, relazioni che nascono e muoiono e di cui potrei sapere qualcosa solo quei pochi giorni all'anno in cui ci si incontra. Invece vedo le loro fotografie, so di che umore sono ogni giorno, so quando sono felici per una bella notizia, quando cambiano lavoro, quando si tagliano i capelli e quando si fanno un tatuaggio, so dove sono stati in vacanza e se si sono divertiti. Tolta tutta la parte voyeuristica di farsi i cazzi degli altri, so insomma che stanno bene, e lo so ogni giorno come se fossero vicini di casa. Non serve molto altro a fare di Facebook o chi per lui, uno strumento straordinario di comunicazione che ben si sposa con la parola progresso. Se poi c'è chi ci passa le giornate a fare test o coltivare i campi su Farmville, beh, il mondo è bello perchè è vario e per fortuna scopriamo che c'è sempre qualcuno messo peggio di noi.

La dittatura delle faccine

faccine-violaProvate ad immaginare per un istante il mondo della comunicazione nel 2010, privo dell'uso degli emoticon. Provate a pensare agli sms, alle chat, ai social network e in generale a tutto ciò che scriviamo ogni giorno tramite una tastiera nella maniera più sintetica possibile, senza l'aggiunta di quelle faccine girate di 90 gradi in mezzo o in fondo ad una frase. Sforzatevi infine di ricordare come si esprimevano fino a dieci-quindici anni fa le emozioni scritte, come facevate forse anche voi prima dell'avvento dei cellulari e della rete. Impossibile?  Forse.

Negli ultimi quindici anni il modo di comunicare, in particolar modo dei giovani, è mutato radicalmente imponendo abbreviazioni sempre più complesse e al limite della comprensione, neolinguaggi che attingono da lingue straniere, vocaboli hitech e ibridi coniati come distorsioni di gergo tecnico. Dalla necessità di sintetizzare e comunicare con quante più persone possibile nel minor tempo, e parimenti dalla foga frenetica di un lavoratore della City e da quella di un quindicenne dal pollice molto allenato, è emerso il problema di esprimere i propri stati d'animo quando le parole non sono sufficienti allo scopo. Di far capire che la frase che stiamo scrivendo ha un intento ben preciso e non altro senso, magari ambiguo e malevolo. Di assicurarci che il messaggio inviato e letto da una persona di cui non conosciamo a volte lo stato d'animo, la posizione e l'attività, non scateni malintesi che di persona non potrebbero accadere. L'inflessione della voce: come supplire a questa carenza nel testo scritto? Un romanziere userebbe delle frasi descrittive per far capire lo stato d'animo del protagonista, uno studente aggiungerebbe al tema una frase di circostanza o una breve spiegazione dopo il discorso diretto:

- Ti amo! - disse piangendo

oppure

- Ti amo! - concluse sbadigliando

Serve quindi una convenzione, un simbolo universalmente riconosciuto da chi scrive e chi legge. Al mio segnale scatenate l'inferno diceva il Gladiatore, ed eccolo qua il segnale: due punti, a volte un trattino, e una parentesi, ad indicare una faccina a volte triste, a volte sorridente, a volte iraconda. Il segnale che in una manciata di caratteri esprime molto di più di un'intera frase. Il che non è necessariamente una brutta cosa. Potente, immenso, sintetico. Due punti, trattino, parentesi. Felicità. Allegria.

Il problema nasce semmai nel momento in cui iniziamo ad abusare delle faccine senza accorgercene, complice il fatto che le nostre comunicazioni scritte passano sempre più spesso attraverso una tastiera di un telefono o un computer, sempre meno sulla carta attraverso una penna. Ci rendiamo conto di non essere più capaci di esprimere alcunchè senza una doverosa faccina di chiusura. Tutto diventa leggero, simpatico, scherzoso perchè nei social network su cui passiamo le ore prevale la simpatia, lo scherno, il link buffo e curioso a cui la risposta spesso è proprio: due puntini trattino parentesi. Quando si è tristi, basta girare l'ultimo carattere ed ecco esprimere il disappunto, lo sgomento, il pianto. Guai a frequentare la rete, nella sua parte più frivola, senza usare le appropriate faccine: sembreremmo persone troppo serie, adulte. Perfino le nostre frasi più sciocche sembrerebbero serie senza opportune faccine seminate nel mezzo, abituati come siamo a vederne dappertutto.

C'è stato anche un tempo in cui non esistevano gli emoticon. In cui per esprimere un sentimento eravamo costretti a fare i conti con la lingua italiana e le sue infinite sfumature. Certo non eravamo costretti ai 160 caratteri di un sms, ai 140 di un tweet, ai 400 di uno status di Facebook, alla svogliatezza di scrivere più di tre o quattro righe in una email da cui abbiamo nel tempo omesso preamboli e salamelecchi di saluto. Forse proprio il tono leggero ed informale delle chiacchiere via messaggini sul cellulare, e nelle chat su internet ci hanno costretto a rivedere tutto, per poter esprimere insulti e scherzi con la dovuta spensieratezza, senza il timore di offendere qualcuno.

Pensate alla frase:

- Sei un idiota

Fino a vent'anni fa rappresentava un insulto, una brutta frase scritta su un muro per sfregio, al quale una persona avrebbe reagito in maniera sgarbata per le rime, o che avrebbe portato ad un diverbio tra le due persone. Oggi può assumere un senso più leggero se ci avviciniamo una faccina sorridente:

- Sei un idiota 🙂

Quasi amorevole. Sei un tenero e adorabile idiota, ma ti voglio bene lo stesso, anzi mi piace quando fai così l'idiota.

Altre volte l'uso delle faccine è semplicemente necessario perchè la frase abbia un senso, un po' come l'articolo inglese che è sempre lo stesso assume un significato solo vicino ad un sostantivo, oppure una parola dal doppio o triplo significato che ha senso solo nel contesto di un'intera frase.

Ad esempio:

- Mio padre ha mangiato tutta la Nutella

è una frase che di per se non significa niente di preciso. Ci informa di un fatto avvenuto ed è completamente piatta quanto a sentimenti trasmessi. Ben altro tono se ci piazziamo una faccina al termine:

- Mio padre ha mangiato tutta la Nutella 🙁

Tipo: porca vacca, mio padre ha finito la Nutella che a me piace tanto, sono dispiaciuta, e (forse) anche un po' incazzata con lui. In quest'ultimo caso forse la faccina giusta sarebbe >:-/ o qualcosa di simile, dove la prima parentesi rappresenta le sopracciglia inarcate di una persona iraconda.

Ecco che la frase di prima può esprimere felicità semplicemente con una faccina diversa in fondo:

- Mio padre ha mangiato tutta la Nutella 🙂

Qualcosa del tipo: meno male che mio padre ha finito la Nutella, l'avevamo comprata e a me proprio non piace. Oppure: per fortuna l'ha finita così non cado in tentazione mangiandola che poi mi riempio di brufoli.

Nel mio tema all'esame di terza media nel 1995, esprimendo il mio dissenso per la scomparsa della Nutella avrei scritto:

- Mio padre ha mangiato tutta la Nutella, purtroppo non è servito a niente nasconderla sopra la credenza, proprio oggi che avevo invitato amici per la merenda, ecc...

Decisamente più comodo ora no? Eppure basta un niente a scatenare equivoci: ora che tutto il significato è nelle mani di un paio di caratteri bisogna fare molta attenzione a dosarli, dispensarli bene, non sbagliare orientamenti. E' un attimo scrivere:

- E' morto il mio gatto 🙂

e ricevere un sacco di complimenti da parte di amici cinici tipo:

- Oh finalmente, quel gattaccio puzzolente e rompipalle, sono contento per te!

quando invece volevamo scrivere:

- E' morto il mio gatto 🙁

per esprimere infinita tristezza e ricevere il cordoglio degli amici.

Attenzione a mettere opportune faccine quando si prende in giro qualcuno, quando si dice una cosa triste, quando si vuol esprimere rabbia, attenzione a non lasciare adito a nessuna sfumatura che non sia quella voluta.

Ed eccoci a noi. Siamo passati dall'uso delle faccine alla loro dittatura, gentilmente imposta da ogni mezzo tecnologico che utilizziamo quotidianamente. Un commento fuori posto senza una faccetta che ride è tacciato di cinismo, acidità e finisce per essere fastidioso. Come uscire da una consuetudine quando ormai la società lo impone? Come fare ad esprimersi senza uno strumento ormai universalmente riconosciuto ed atteso? Ha detto "bella serata", era ironico? Si sarà davvero divertito o invece ironicamente intendeva "bello schifo di serata"? Oddio, non ha messo la faccina.

Ribellarsi sembra abbastanza inutile, provare ad esprimersi in maniera più completa e ricca di sfumature forse un dovere da resistenti e un piacere sempre più per pochi. Forse la mia generazione è tra le ultime ad aver fatto in tempo a conoscere sia la lingua scritta lenta e garbata, sia quella frenetica e piena di faccine, ed è ancora in grado di usare entrambe con cognizione di causa. Spiace di più quando si vedono i ragazzini di dodici, quindici, e poi anche vent'anni usare le K nei temi, le abbreviazioni nelle lettere, nei documenti legali o in generale nella comunicazione formale. Spiace capire dai loro discorsi che l'italiano oggi è quello e non sarebbero in grado di esprimersi diversamente da questo rozzo neolinguaggio in cui la lingua madre è solo una piccola base di vocaboli da distorcere a piacimento e mutare nel tempo secondo le mode o le abitudini.

Forse il linguaggio è proprio questo: nel suo eterno mutare nei secoli segue l'uomo nella sua esigenza comunicativa e con il passare del tempo e nel melting pot globalizzato di culture e popoli avrà sempre meno senso parlare di "italiano" per come lo intendiamo oggi. Forse un domani le parole con le K saranno sul dizionario, le abbreviazioni da sms, le faccine, i TVB, i gerghi tecnici della generazione di Facebook saranno universalmente riconosciuti come "lingua italiana" e allora il modo di scrivere di appena dieci anni fa ci sembrerà ampolloso e fuori luogo, un po' come ci appare ora un libro del Settecento, per quanto stiloso e godibile possa essere per alcuni. Sarà in quel momento che la dittatura delle faccine avrà vinto, e che il mutamento sarà pienamente avvenuto. Sempre che qualcuno se ne accorga. Come ogni mutamento di questo tipo le cose avvengono giorno dopo giorno in maniera talmente lenta e graduale da non farci rendere conto che forse già oggi quella dittatura è bella che cominciata.

Aggiornamenti su misura

E' sempre piacevole accorgersi che i social network pensano veramente a ciascun utente, te compreso.

Last.fm, il sito che si segna tutte le canzoni che ascolti, aveva una dashboard completa quando ti loggavi, e potevi vedere in uno spazio ravvicinato (e dunque immediato) quello che i tuoi amici stavano ascoltando ma soprattutto i concerti in programma nella tua agenda e quelli sottoscritti dagli altri. Avevi un quadro della situazione concertistica e magari poteva capitare che scoprissi un concerto nuovo perchè ci andava un tuo amico su Last.fm.
Con la nuova versione grafica, che ha pesantamente virato verso uno stile "alla facebook", ora nella dashboard in primo piano ci sono inutili informazioni su una fantomatica "libreria di ascolti": quello che conta (che per me equivale a quello che mi interessava, sono un utente egocentrico), è relegato in basso a destra, o addirittura scomparso.

Facebook, il famigerato faccialibro, ha cambiato ancora una volta la grafica. Pare l'abbia fatto stamattina. Una volta entrato, la prima cosa che mi salta all'occhio è che hanno tolto dalla pagina riepilogativa il link che usavo di più (Aggiornamenti di stato). Ora, capisco che non fosse universalmente fondamentale, ma essendolo per me, tutti gli opinabili abbellimenti estetici o funzionali mi diventano subito inutili, se mi vengono a togliere una delle poche cose che usavo veramente su Facebook.

Aggiornamenti veramente mirati. Poi dicono: uno ci fa l'abitudine, dai. Sarà. E' un problema mio, lo so, e proprio per questo mi dà fastidio.

Questo blog che state leggendo è un servizio pubblico

I blog sono la Rai della socialità?Il 2008 ha decretato l'esplosione atomica di Facebook, ma ogni grande successo lascia sempre dietro di sè una scia di cadaveri. Oltre alla privacy di tutti noi, vittime illustri parrebbero essere i famigerati Blog, tanto che molti di noi non hanno nemmeno fatto in tempo a capire "che cosa fossero" che già vengono relegati a passatempo per chi se lo può permettere. Una cosa in più, per gli affezionati artigiani del web.

Ovviamente il discorso è sguaitamente generico, ma la tendenza che si annusa in giro vede sempre più una diaspora fra i mille rivoli dei social network (non soltanto Faccialibro) a discapito del formato blog, classico e personalissimo. E se su Facebook possiamo finalmente farci i cazzi degli altri come non mai (anni e anni che navighiamo e finalmente ci siamo riusciti), i blog hanno una caratteristica unica che nessun social network potrà mai avere, propria per la sua intrinseca natura.
I blog sono "pubblici": non ci si deve iscrivere per leggere il loro contenuto, sono liberamente, casualmente, accessibili da chiunque sulla faccia della terra. Facebook invece è la Sky di noantri, gratuita certo, ma se non hai la "parabola" non vedi la "partita": non accedi ai contenuti pubblicati da noi. Per leggere quello che sto scrivendo ora invece, non siete obbligati a iscrivervi a un bel niente, e non dovete preoccuparvi di quale foto con l'angolatura migliore del vostro seno scegliere per il profilo. Questa pagina è il servizio pubblico delle nostre menti pensato e divulgato per le vostre. Così sono i blog, la realizzazione artistica e compiuta del nostro ego, in cui possiamo permetterci il lusso di usare addirittura un nick, velleità che Facebook ci ha rubato imponendoci (l'uso comune, perlomeno) di riutilizzare quei burocratici nomi e cognomi che neanche all'anagrafe.

Nelle pagine tutte uguali, con tutte la stessa grafica (ma quanta soddisfazione dava farsi il proprio template su misura?), si consuma l'invasione della realtà su internet, il ribaltamento dei ruoli: la rete torna passiva di fronte all'attiva quotidianeità, con tutto il suo carico di "ipocrisia" nell'aggiungere volti rinnegati da anni di vita che ci avevano separato (ed un motivo ci sarà pur stato, se non ci si incrociava più, o no?).

La neutralità dei blog ha consentito a tutti noi di partire (teoricamente)sullo stesso piano, spogli del nostro vissuto, e di farci casualmente relazionare tra noi. I blog hanno fatto nascere amicizie, amori, litigi: hanno prodotto socialità realmente vergine, mentre Facebook non fa che oliare le amicizie che già abbiamo, e rinchiuderci nel nostro clan, più o meno allargato. Dove sta la casualità della scoperta di un bel post? Avremmo potuto mai scoprire il Maestro Chinaski (un esempio a caso) senza essere suoi amici, in un modello di social network chiuso come Facebook?
Che me ne faccio della comodità (pigrizia) di rintracciare e mantenere i miei rapporti sociali, se questo mi preclude la conoscenza di nuove persone?

Oggi per leggere molti di voi blogger che un tempo venivate addirittura qui a commentare o ci si incontrava alle primordiali feste nei foyer a Milano, mi tocca iscrivermi ad accrocchi mangia-tempo come FriendFeed, oppure essere vostro amico (per imperscrutabili motivi) su Facebook. E così non riesco più a leggere cosa scrive certa gente perchè non gli sono "amico" in uno dei tanti social network. Alla faccia della neutralità di internet.
Col senno di poi, in cinque anni di blog avrei dovuto curare molto di più le relazioni sociali, o forse è soltanto una lenta deriva, aperte miliardi di virgolette, mafiosa, chiuse le miliardi di virgolette, della scena blogghereccia italiana. E qui, noi si rimane da dove si era venuti: da fuori.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)