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Un anno dopo c’è ancora il Bayern in finale

bayern2012

 

Sarebbe consolatorio e molto più accettabile poter tracciare una linea per terra e stabilire un Prima e un Dopo. Sarebbe infinitamente più comprensibile, sopportabile, mettersi per terra e delimitare un confine tra quello che eravamo e quello che ora siamo. La verità è che a tracciare linee per terra non siamo stati noi, ma le fratture di un tempo che nessuno, nemmeno i più onesti e indipendenti e artigiani conoscitori del territorio potevano prevedere. E che il disegno di queste fratture non è per niente netto, definitivo, tranciante: la frattura è nervosa come molti noi quella domenica mattina, scende in strada, no risale, chiama al telefono, accende la tv. Non si capisce da dove sbuchi, fin dove arrivi, che piega prenderà. Quel disegno non riesce nemmeno lui a tramutarsi in punto fermo, per quanto tragico, per quanto sinistramente notturno, per quanto ci scarichi addosso, a noi pasciuti abitanti della Bassa, l’inadeguatezza della sorpresa, e il coraggio e la dignità del Riprendersi. Quel diagramma, ed è questa la mia personalissima verità che dopo un anno credo di essere riuscito a rammendare, non sa essere giudice, condanna, rivalsa: non c’è, un prima e un dopo, tutto è fluido e interrotto come soltanto il dondolio della tua auto in una piazzola di sosta alle 4 del mattino. Nulla scrissi, un anno fa, per una serie finita di motivi. Un anno dopo, mentre tutti linkano lodevoli e meritevoli video commemorativi, infarciti però di musiche inoppurtanamente pop (come se un terremoto fosse la vittoria dei Mondiali, maledetta sindrome da YouTube), decido ancora di non raccontare. Fu qualcosa di così invisibile, per chi ebbe la fortuna di trovarsi appena qualche km fuori dall’epicentro, e proprio per questo se n’è parlato per giorni, settimane, mesi. Tentavamo tutti di acchiappare la parafrasi giusta che illuminasse quella parte buissima in cui siamo finiti, per qualche secondo, noi pasciuti abitanti della Bassa appena qualche km fuori dall’epicentro: non ci crollò nulla in testa, e quello che abbiamo vissuto è talmente invisibile che raccontarlo lo tramuterebbe in Altro. Cosa rimane, allora? Circa 10 minuti dopo la scossa entrai in un autogrill, ero solo, ancora faceva buio. Mi ritrovai circondato da tifosi bavaresi del Bayern Monaco, qualche ora prima avevano perso la finale di Coppa dei Campioni a casa loro. E confesso, per qualche secondo, la cosa più straniante del terremoto non fu il terremoto ma il ritrovarmi tifosi bavaresi in un autogrill. Nessuno di loro pensava alla scossa, e anche le cassiere del bar proseguivano inermi a servire caffè. Quando un terremoto viene a trovarti e tu sei da solo, non ti sembra un terremoto, ma un modo di ricordarti dove eri finito. Io ero in un autogrill, da solo, abbastanza lontano da casa. Più che un punto, furono due punti: e tre, e quattro, e tutti quelli che ci cadono addosso dai cornicioni tutte le volte che proviamo a tornare a casa, nell’unico modo che conosciamo: tremando.

2012 Poi salterò nel tuo stress

Il 2012 (a Ferrara e non solo) è stato anche l’anno in cui abbiamo imparato a stare fermi, tremando.

Il vecchio dilemma di Nanni Moretti

E’ già passata più di una settimana da quando questa notizia è stata pubblicata ma mi sono chiesto per lungo tempo se fosse il caso di segnalarla, fare finta di niente, ringraziare brevemente o fare lo gnorri passando per snob. Ma eccomi qui, alla fine hanno prevalso le buone maniere, come è giusto che sia.

Il racconto della mia notte del terremoto del 20 maggio, che si legge qui, è stato candidato ai Macchianera Italian Awards 2012, che per chi non è avvezzo al mondo dei blog sono un po’ i premi di riferimento per blogger e scribacchini della rete, gli oscar de noantri.

Il post, che si intitola “Novanta!” come la paura, è candidato nella categoria “Miglior articolo o post dell’anno” (la numero 9 sulla scheda). Per votarlo si può seguire il badge sopra di colore viola oppure direttamente qui sotto compilando il modulo di votazione per almeno 20 categorie su 40, pena l’annullamento del voto, entro e non oltre mercoledì 26 settembre. Lo so, è una bella noia, al Neri piacciono le cose complicate.

Tutto questo per dire che – posto che non si vince un bel niente se non una targa di plexiglass di quelle che si impolverano facilmente sulle mensole o in cantina – vorrei ringraziare le persone che hanno segnalato a mia totale insaputa il post, senz’altro più di una se mi trovo in nomination. Oltre che sorprendermi la cosa mi imbarazza un bel po’, trovandomi a dover fare i conti con giornalisti come Alessandro Gilioli dell’Espresso o scrittori adorabili come Mauro Zucconi. Quindi ecco qui questo breve post di segnalazione, che è uscito come al solito molto più lungo di quanto immaginassi. Se volete votarmi votatemi, se non avete tempo e voglia stiamo tutti bene uguale, tanto il vestito buono è da stirare e il 29 avrei pure un mezzo impegno. Grazie a tutti!

e.

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Novanta!

Mi sveglio all’improvviso per un tuono. Non so che ore sono, mi siedo sul letto. Il tuono non smette, è lungo e fa un rumore fortissimo. Trema tutto. Come fai a capire che trema tutto quando c’è buio, mi son sempre chiesto quando mi hanno raccontato dei terremoti? Ora lo so.

Merda!

Dico forte, e non so che altro fare, cos’altro dire. Merda, merda, merda, dico continuamente io che raramente utilizzo questo vocabolo. Non riesco ad alzarmi a gridare, non riesco a correre sotto un tavolo, come attratto da un macigno che mi tiene inchiodato a guardare il vuoto ascoltando il frastuono agghiacciante da un intorno a me indefinito. Attonito, immobile. Per istinto ti prendo per mano ma non dici niente, non capisco se hai paura ma voglio farti coraggio, o voglio cercare qualcuno da stringere forte finchè tutto non sarà finito. Però non finisce in fretta, saranno passati minuti interi nella mia testa invece che una ventina di secondi nel mondo reale. Fai in tempo a pensare un sacco di cose in venti secondi, ed è esattamente il mio incubo peggiore, quando ti restano pochi secondi di vita e non sai cosa fare se non pensare a mille cose inutili e sciocche.

Penso al tetto che ora crolla, ci crollerà in testa da un momento all’altro perché la scossa è troppo forte e siamo all’ultimo piano, e finiremo sul piano sotto e quello sotto su quello sotto ancora, come nei fumetti, dove si alza la nuvola di polvere e alla fine c’è un cumulo di macerie e noi due sul letto in cima ai detriti con i cerotti in testa e le bruciature sulle guance. Saremo precipitati insieme, in silenzio, con la mano destra stretta forte nella tua e la sinistra premuta contro la libreria perché non ci cada addosso.

A quasi ventinove anni per la prima volta in vita mia ho creduto di morire, e rassegnato al mio destino ho atteso senza fare nulla che tutto si compisse tenendoti per mano. Come se andarsene in quel modo alla fine fosse bellissimo e giusto. Come se nel momento tragico la pillola fosse meno amara se presa in buona compagnia. Non è forse questo il senso di tutto alla fine? Tenersi per mano, aver vicino le persone care quando capita qualcosa di brutto. Non essere soli. Poi vada come vada, in fondo non lo decidiamo noi.

Quando tutto finisce sembra un film di JJ Abrams, con la telecamera girata a mano e scene concitate nella penombra della luna che filtra dalle tapparelle abbassate. Non si possono aprire, sono elettriche ed è saltata la luce. Uso l’iPhone per farmi luce, tiro su l’orologio a pendolo caduto, sistemo il computer con lo schermo enorme di vetro che incredibilmente si è piegato fino ad un pelo dal crollare distruggendosi, accendo il cellulare per chiamare i familiari ma le linee sono intasate. Vado su Repubblica e INGV dal cellulare a leggere notizie di quanto è successo ma sono intasati e non si aprono. Appena due minuti dopo la scossa, invece di uscire in strada e mettermi al sicuro, sono ancora dentro casa che tergiverso e voglio sapere, capire cosa è successo. So che quando aprirò le tapparelle perché sarà tornata la luce troverò uno scenario infernale: case crollate, cumuli di macerie. Il mio pessimismo a volte dipinge scenari catastrofici e forse è un bene che non si possa aprire per vedere l’accaduto.

Usciamo di casa con straordinaria lentezza, radunando le cose importanti da salvare in uno zaino, vestendoci con le uniche cose a portata di mano: abiti da cerimonia di un matrimonio di un amico la sera precedente. E così eleganti vaghiamo storditi per i corridoi, diamo sostegno all’anziana vicina di casa con i ninnoli di porcellana rovinati a terra, consoliamo una giovane donna in lacrime con i gatti impazziti, scendiamo in strada come due alieni in mezzo a pigiami imbarazzanti, coperte di lana, cellulari intasati. Ovunque intorno gente che gira impazzita, sirene, macchine, persone in bici e il sottoscritto in giacca e scarpe con i tacchi che attraversa la città per andare a controllare come sta la nonna che soffre di cuore, ma che ha fatto la guerra e non si fa certo intimidire da una scossetta come suo nipote che in vita sua ha visto solo l’avvento dei computer, e di internet, ma non sa come sono fatti i bunker, non sa cosa vuol dire avere paura, perdere tutto, stringere la cinghia.

Lungo il corso principale della città ci sono macchine schiacciate da capitelli e calcinacci, aree transennate, vigili del fuoco già all’opera. Nel tempo in cui mi infilavo due calzini e un completo elegante la macchina organizzativa era già ampiamente in moto, twitter era già pieno di racconti da ogni dove, le agenzie battevano notizie in rapida successione e la gente per strada raccontava cose a vanvera con il passaparola che ingigantisce sempre tutto. Qualcuno dice che ci sono crolli in centro, molti morti, qualcuno che è niente in confronto al Friuli, qualcuno che sono crollati i ponti e non si può raggiungere certi paesi verso Bologna, qualcuno giura che ad un certo punto ha segnato anche Zoff, di testa su calcio d’angolo.

Per un nuovo miracolo italiano

D’altro canto, già il 6 aprile, in una conversazione tra gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore tecnico dell’impresa Opere pubbliche e ambiente Spa di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato Gagliardi si capisce che c’è attesa per le mosse di Balducci sugli appalti: “Alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno”. “Lo so”, e ride. “Per carità, poveracci”. “Va buò”. “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”.

da Repubblica.it – La cricca degli appalti

Il presidente suda

Cerco mani che battono e non le trovo. Ma gli applausi ci sono, escono da un altoparlante. Come in una sit com.

La visita di Berlusconi ad Onna per inauguare le nuove case dopo il terremoto. Tanto per mettere i puntini sulle i, sempre che non siano crollate pure quelle. L’altro racconto, lo trovate qui.

Reportage: tre giorni tra gli sfollati di Villa S.Lucia (AQ)

bocciodromo_villaSe il buongiorno si vede dal mattino, entrare in paese dalla naturale porta di ingresso della statale 17bis del Gran Sasso rende bene l’idea della situazione drammatica che vi si potrà trovare. Villa Santa Lucia degli Abruzzi è un paese di una sessantina di anime, a 40 km in linea d’aria da L’Aquila, sulla strada che dalla statale per il capoluogo sale su verso Castel del Monte e poi Campo Imperatore. Un paese piccolo, con una piazza, un bar, una chiesa, un campo di calcio e un cimitero, senza molte pretese, all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo. Da circa 26 anni è il paese dove trascorro parte delle vacanze estive, invernali, e svariati weekend durante l’anno: ci vive la nonna paterna, e sono spesso da quelle parti anche cugini e zii. Ho una casa in cui abito, un’altra più piccola finita di ristrutturare da poco appena adiacente e un terzo appartamento che affittiamo a chi cerca un po’ di pace per un weekend, o per trascorrere le vacanze estive e che su questo sito è reclamizzato più in basso con il nome “Casa Ciccsoft”. Da circa dieci giorni Villa è anche uno dei 49 comuni colpiti dal devastante terremoto del 6 aprile scorso.

Entrare in paese, dicevo, lascia subito disorientati: la statale è completamente chiusa e il traffico viene fatto deviare su stradine secondarie in mezzo ai campi, che costeggiano la frazione Carrufo, e risalgono una volta superato il paese proprio sotto casa mia, sull’aia antistante il cimitero. Non passano corriere, non passano camion o mezzi pesanti: il paese è completamente isolato a causa di alcuni edifici prominenti la strada che in apparenza presentano appena qualche crepa ma che all’interno sono parzialmente crollati o comunque dichiarati non agibili.
A differenza del capoluogo abruzzese, dove è crollato l’intero centro storico e in larga parte sarà necessario radere al suolo per ricostruire, Villa mantiene apparentemente la sua dignità esteriore. Non fosse per le recinzioni che circondano gli edifici pericolanti e le numerose transenne che impediscono di girare liberamente per il paese sembrerebbe tutto a posto. Ma non è così. La zona più colpita è la piazza principale: una grossa casa di tre piani presenta delle crepe profondissime e se continuano le scosse rischia di collassare da sola. Era stata da poco ristrutturata e nonostante tutto sarà probabilmente demolita. Insieme ad essa la casa poco distante che un tempo si affacciava come baluardo sulla piazza, proprio sopra la tettoia del mitico Bar Bellavista, ormai chiuso da anni. Le crepe sono così profonde che l’intero edificio si è appoggiato letteralmente a quello a fianco, che a sua volta ha messo a rischio quello a fianco e così via. Un intero blocco di edifici che va dall’inizio della piazza all’attuale bar di Pierino è talmente in bilico che basterebbe qualche nuova scossa sopra la media a farlo venire giù come un castello di carte. Chi ricorda le estati nel grottino di Ezio a seguire Olimpiadi e Mondiali di calcio sa che parliamo di un luogo quasi mitico, come la stretta scalinata davanti, teatro di ritrovi e chiacchiere infantili, o il muretto su cui trascorrono le serate gli adulti del paese.

La via che conduce alla tabaccheria di Bina è chiusa, parte delle strade nella zona più a sud sotto la fonte sono chiuse o pericolose. La chiesa è inagibile e una grossa crepa squarcia la navata centrale, il ristorante aperto da poco è chiuso, i proprietari impauriti scappati verso il mare in attesa di tempi migliori. L’asilo e il comando sono pericolanti, l’edificio che avrebbe dovuto diventare il nuovo alimentari dopo la scomparsa di Fioretta e del suo storico bazar è danneggiato. Il bar, teatro di quel residuo di vita sociale rimasto durante l’anno in paese è stato dichiarato inagibile pochi giorni fa e ha le ore contate. Ci vorranno anni per ricostruire le case danneggiate, o per ottenere i finanziamenti per sistemare quelle agibili. Quel poco di turismo che timidamente iniziava ad affacciarsi complici un paio di bed&breakfast e un ristorante, sparirà nel caos dei mesi che verranno, riportando il paese indietro di vent’anni in una sola notte. Facile capire che il colpo al cuore di questo paese tra le montagne dell’appennino è stato ampiamente dato e il morale della popolazione locale è ampiamente a terra. Non è solo il crollo di una casa a portare disperazione, ma stravolgere le abitudini e l’identità di una terra, cambiarne tradizioni consolidate. A creare disagio è avere ottant’anni e stare in una tenda: che la casa sia crollata con quei quattro mobili vecchi non ha poi molta importanza se non puoi comunque viverci dentro per mesi perché inagibile.

Nuovo centro della vita del paese è ovviamente la tendopoli allestita dalla Protezione Civile. Ai bordi del paese, sul campo di calcetto in cemento 6 grosse tende blu marchiate “Ministero dell’Interno” assicurano riparo da freddo e pioggia per alcune famiglie. Hanno tutto l’occorrente per dare assitenza medica, per le trasmissioni radio e tutto il resto: quando andiamo a vedere la situazione ci mostrano orgogliosi tutta l’attrezzatura, in parte acquistata per passione dagli stessi volontari. E’ in casi come questi, ci viene spiegato da un volontario di Cremona, che la Protezione Civile si organizza e opera al meglio. Fino a pochi anni fa era un’organizzazione molto disordinata e in generale durante l’anno le esercitazioni e i test non sono sufficienti a dare compattezza tra i volontari della penisola. Per i bagni vengono utilizzati un paio di wc chimici e quelli degli spogliatoi del campo. Fortuna vuole che verso la fine degli anni ottanta venne costruita una grossa struttura proprio a fianco del campo, un bocciodromo coperto, un grosso capannone quasi mai utilizzato ma perfetto per gestire un’emergenza simile. Qui si sono stabiliti in particolare gli anziani del paese, la maggioranza, creando piccole zone all’interno, una con i letti, una con i tavoli, una per la cucina. I pasti arrivano dalla tendopoli di Castel del Monte e vengono distribuiti in abbondanza a chi è presente in paese anche solo qualche giorno. In un tentativo di ricerca di normalità si celebra perfino la Messa, la domenica mattina alle nove e mezza all’interno del capannone, tra gente che russa ancora e devote raccolte in preghiera.
Di giorno la salita che conduce al bocciodromo e al campo di calcetto funge da nuova piazza, dove incontrare gli sfollati, la gente di passaggio venuta a controllare lo stato della propria casa, e le forze dell’ordine che pattugliano continuamente la situazione. Solo i suv dei giornalisti Rai passano e non si fermano: qui non c’è molto da raccontare o da mostrare a loro avviso.

I più anziani di giorno stanno seduti su seggiole di plastica a far passare il tempo: chi taglia l’insalata, chi gioca a carte, chi guarda per aria triste senza dir nulla. Quando hanno vissuto la Guerra erano giovani ed oggi rimanere fuori di casa è per loro doppiamente faticoso. La notte qualcuno si sveglia per le scosse che non finiscono mai e grida esasperato che vuol tornare a casa, qualcuno non prende sonno, qualcuno russa e disturba gli altri. La convivenza forzata ha i suoi alti e bassi: i bagni non sempre puliti, orari ed abitudini diverse, mancanza totale di privacy. I volontari della Protezione Civile sono presenti per ogni evenienza e stanno svolgendo un lavoro eccellente: sono giunti in elicottero persino degli scatoloni con vestiti e derrate alimentari da distribuire ad ogni famiglia sfollata. Chi può di giorno fa una passeggiata, cerca di riprendere il suo lavoro nei campi, si distrae cercando di non pensare al futuro: qualcuno ha la casa distrutta dove risiede a L’Aquila, è fuggito a Villa per constatare che anche la casa natìa è danneggiata e ora si trova nelle tende, mandando i figli a studiare altrove per non fargli perdere l’anno.

Il pensiero di tutti ora va all’estate, solitamente il momento in cui il paese si ripopola e tornano gli emigranti dal Canada o dal nord Italia dove sono andati a cercare fortuna. Tutte persone che troveranno le proprie case inagibili e forse non verranno del tutto, o dovranno fare i conti con la tendopoli ancora allestita in attesa della ricostruzione berlusconiana che per orgoglio pretende di passare dalle tende alle case senza passaggi intermedi. Niente feste patronali, niente banda che passa tra i vicoli, niente fuochi d’artificio: sul paese è calato un silenzio spettrale e sono appena un paio le case con un comignolo fumante, compresa la mia dove si è rifugiata la mia stoica nonna che resiste solitaria al primo piano mentre al piano di sopra grosse crepe minacciano le camere da letto. Casa sua è inagibile per almeno sei mesi, pare. Il momento di rimboccarsi le maniche non è comunque ancora arrivato, in attesa della fine delle ostilità dopo quasi quattro mesi di scosse da dicembre. Un’attesa logorante per tutti, convinti di non rivedere più il paese come era una volta e come forse a questo punto non sarà più.

L’augurio è che oltre a ricostruire quello che è stato ampiamente danneggiato non ci si perda d’animo e non si lasci morire un paese che iniziava a darsi da fare e a farsi conoscere. Che non si resti in attesa solo dei finanziamenti statali o non si colga l’occasione per furbizie di ogni tipo: c’è bisogno prima di tutto dello spirito degli aquilani, della forza e dell’unione di tutti per proseguire quel cammino che è stato interrotto un mese fa. C’è bisogno che tutti quei cantieri aperti, davvero tanti, vengano ripresi e conclusi, e non rimessi in vendita scoraggiati da ulteriori danni che ora bisogna mettere in conto prima di proseguire con i restauri. Ci sono ancora molte case bellissime da ristrutturare, alloggi, attività commerciali che si possono intraprendere senza attendere pigramente il mero contributo per sistemare il minimo. Nessuno si creda assolto: il dovere morale di proseguire nello sviluppo di una terra è ciò che più di ogni altra cosa dovrebbe stare a cuore a tutti i cittadini colpiti da questa disgrazia. Serviranno anni ma se sapremo guardare oltre il confine del nostro orto e, sistemate le nostre case, rimboccarci le maniche per ricostruire innanzitutto un paese, la sua storia e le sue tradizioni, potremo dire di aver vinto la battaglia.

Le manca Carlo Conti?

(via Rafaeli)

Leggere sul retro la data di scadenza

10 giorni: ecco quantificato lo spazio che si merita il Terremoto in Abruzzo come prima notizia sul noto portale Repubblica.it. Oggi il sisma è stato sopravanzato nella gerarchia dal Caso Santoro. Stessa sorte è toccata anche su Corriere.it

Pure il Corriere di carta ha spostato da pagina 4 in poi il dramma in Abruzzo, mettendo a pagina 3 un articolo celebrativo sui 25 anni della Lega Nord.

Non che questo significhi qualcosa, semplicemente ero curioso di vedere quanto sarebbe durata l’Emergenza secondo Loro.

Tutto è bene quel che finisce bene

Benedetto XVI, dopo aver letto Ciccsoft dove lo si accusava di braccino corto, pone finalmente rimedio.

Le 500 uova pasquali fatte recapitare questa mattina da Benedetto XVI ai bambini senzatetto sono state precedute, nella giornata di ieri, da una donazione in denaro che la Curia diocesana, pur non dando cifre, definisce “veramente importante e in contanti”. La donazione di Papa Ratzinger è stata portata direttamente dal cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano e del segretario particolare del Pontefice.

(da Repubblica.it)

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)