Archive for the 'Racconti' Category

Il palombaro

Il palombaro è un racconto sulle immersioni, sulla pelle che si lacera e poi si ricuce, sulle vacanze e su qualcosa che non tornerà più, sempre che sia mai arrivato. L’ha scritto Gaia Tarini, è il racconto dell’estate che vi offre Ciccsoft, da leggere sopra l’ombrellone o sotto lo sdraio, con i capelli gocciolanti mare che bagnano i fogli: potete scaricarlo in pdf a questo indirizzo, e poi stamparlo abusivamente in ufficio, in biblioteca, alla Coop o negli Autogrill.

Il bagagliaio è pieno di roba per il mare: ciabatte di plastica e tuta da sub, maschere, pinne, fiocina, macchina fotografica subacquea, crema solare, teli per stendersi in spiaggia. Anche un ombrellone coi colori stinti che mio padre deve aver comprato a metà degli anni Ottanta. Sta venendo via la vernice bianca dal bordo dell’albero maestro. È una cosa di tristezza assoluta, come questa benda. Sotto c’è la mia pelle cucita, rovinata, offesa: ho avuto un incidente in bicicletta, qualche giorno fa. Poco prima di partire. Se lo sapevo, non ci andavo, in bicicletta fino al negozio di videocassette. È passato un gatto velocissimo e io per non investirlo ho dovuto buttarmi dall’altra parte della strada. Sono finito contro una rete, mi sono tagliato via buona parte della pelle che copre lo spazio tra le due sopracciglia. Sette punti, e non ricordo quasi niente del dolore. Ogni tanto mi domando che cosa stia facendo adesso quel gatto. Voglio dire, se tutto questo è servito a qualcosa.

La parte peggiore dell’Italia

La parte peggiore del Paese si chiama Alice. La parte peggiore del Paese ha i capelli intrecciati sopra la nuca, colore del grano o dei muri delle case al mattino presto, e offre bicchieri d’acqua pubblica ai passanti. La parte peggiore del Paese la incrocio ogni giorno nel percorso che dalla stazione di Venezia Santa Lucia mi porta nel mio ufficio appena dietro Rialto: lungo il tragitto vedo gelatai napoletani, pizzaioli pugliesi e ristoranti tipici gestiti da cinesi, e poi lei, china sulla sua macchina da cucire dentro al suo negozio. O bottega. O studio. O laboratorio. Aspetta, ma che cos’è?

Continue reading ‘La parte peggiore dell’Italia’

Le due volte in cui ho sfidato la sorte

Ero stato in facoltà a verbalizzare un esame. Una procedura noiosa per la quale ero dovuto uscire di casa con il mio libretto e guidare fino all’ufficio del professore, dall’altra parte della città. Non ero di fretta, non ero agitato: semplice burocrazia. All’epoca dei fatti, ormai oltre cinque anni fa, non portavo quasi mai le cinture di sicurezza per guidare in città, ritenendole più fastidiose che utili per un tipo di traffico congestionato tra un semaforo e l’altro. D’estate poi fanno sudare e rimane la maglietta con la striscia diagonale pezzata, cosa per la quale il professore (stronzo) dove andavo avrebbe potuto togliermi qualche punto così, en passant.

Sulla strada di ritorno sono il primo al semaforo verde di un incrocio, e svolto a sinistra su una via abbastanza trafficata della mia città. C’è la Famigerata Municipale. Faccio un gesto goffo tentando di mettere la cintura al volo perchè nei momenti di panico si fanno sempre gesti goffi e spesso inutili. Non ci riesco: la macchina è vecchia e la slitta si incastra – giustamente – mentre tiro con forza disperato. Il vigile ridacchia perchè vede tutta la scena e con tutta la calma del caso si avvicina al ciglio della strada e mette fuori la paletta. Mentre si avvicina al veicolo fermo poco più avanti di lui mi metto la cintura, come a far vedere che il gesto lo volevo comunque portare a termine. Sciocco.

- Patente e Libretto.
Inizio a tremolare: perchè non mi ha detto subito delle cinture? Cos’è questa finta? Queste procedure standard: perchè? Dimmi quant’è la multa e facciamola finita. Tiro fuori la patente e poi non trovando il libretto gli consegno tutto un plico di fogli dell’assicurazione, sperando ci fosse in mezzo e di accontentarlo in qualche modo.
- Questa è l’assicurazione – dice – il libretto è di colore verde chiaro.
Nel pallone totale scartabello ancora un po’ nel vano porta oggetti e infine lo trovo.
- Lei era senza cintura poco fa.
- Lo so, mi spiace.
- Vedo un libretto universitario appoggiato li, andava ad un esame?
- Si, si.
- Allora immagino che sia agitato per quella ragione, ma la prossima volta si ricordi di metterla.
- Senz’altro, grazie agente.
- Buongiorno, e in bocca al lupo.
- Crepi, crepi.
Poi sono rientrato a casa sorridente. Non ho mai più viaggiato senza cintura da allora. Mai sfidare la sorte più di una volta.

Da qualche mese a questa parte ho preso il vizio forse inspiegabile di mettermi la cintura in auto poco dopo essere partito, conscio del fatto che dovrei agganciarla prima di mettere in moto in cortile, e che tecnicamente una pattuglia potrebbe passare anche nei pochi metri della mia via, prima di uscire sulla più trafficata circonvallazione dove la metto sempre nel giro di pochi metri. E se la Polizia passasse proprio mentre mi affaccio all’incrocio per entrare nel flusso di traffico dei lavoratori del mattino? Sarebbe multa, giustamente.Così pensavo anche questa mattina mettendo il muso della mia vecchia Uno un po’ in fuori per decidere quando fosse il momento di andare. Senza cintura ovviamente. In quel momento passa una volante della Stradale. Faccio per mettermi goffamente la cintura al volo sperando che:
a) alla stradale freghi poco di una cintura in una macchina proveniente da una via secondaria, avendo ben più seri interventi da fare, quindi non intervengano
b) non mi vedano

Mentre la Stradale non mi vede e io goffamente mi metto la cintura al volo con più successo di cinque anni fa, transita appena due macchine dopo la Famigerata Municipale. Non possono non avermi visto, loro che vivono di queste multine al cittadino per fare cassa in tempi di crisi. Però non possono accostare essendo in mezzo al traffico, quindi proseguono dritto. Io esco, li seguo perchè vanno nella stessa unica direzione che ero costretto a seguire per andare in stazione. Sapevo che si sarebbero accostati a breve e come prima cosa avrebbero punito l’automobilista distratto senza cinture, appena qualche macchina più indietro. Un lavoretto veloce, una multa sicura, soldi facili per il Comune. Decido di proseguire per la mia strada sperando in qualche miracolo, ma al bivio prendono la mia strada anche loro. Avessero proseguito ancora un km mi sarei consegnato spontaneamente dichiarando resa. Li avrei sorpassati con un gesto eclatante per farmi notare e poi avrei accostato attendendoli con in mano patente e libretto, quello verde chiaro. Ma alla rotonda incredibilmente girano a destra e vanno per la loro strada. Sarà il caldo, sarà che non mi avevano visto, sarà che era mattino presto ma anche a questo giro la multa non hanno avuto proprio voglia di farmela.

E io da domani metterò la cintura di sicurezza direttamente in cortile, in quei 10 secondi inutili di attesa davanti al cancello automatico che si apre. Mai sfidare la sorte più di due volte.

. compiti per casa

Oggi stavo pensando che dopo la laurea mi piacerebbe fare qualcosa che riguardi i libri. Avendo un piccolo, piccolissimo gruzzolo da parte, ho iniziato a pensare di aprire una casa editrice. Poche ore dopo venivo smontata dagli amici più cari che mi ricordavano che adesso fare cultura è come voler diventare acrobati circensi senza fare stretching. Comunque i sogni non si pagano, e in attesa di trovare una soluzione coerente che sia anche all’altezza del mio portafogli, ho pensato di aprire una nuova rubrica su tumblr. Mi piacerebbe che partecipassero anche persone che non hanno un indirizzo tumblr loro, perché l’importante, di questi progetti, è aderire, ma soprattutto, non avere paura. Penso che sarebbe bellissimo se per una volta scrittura e temerarietà si incontrassero per qualcosa di serio. Il compito non è difficile, il link all’iniziativa lo trovate qui

http://lapolaroidiuntuffo.tumblr.com/post/1611078533

I compiti per casa e tutti gli aggiornamenti li trovate sempre sul mio tumblr http://lapolaroidiuntuffo.tumblr.com/, o sotto il tag progetti o sotto compiti per casa.

Non fate i timidi.

10 cartoline da Berlino

Berlino non ha un centro preciso, non ha un monumento migliore, un posto magico più di altri, sparsa tra i suoi quartieri uno diverso dall’altro e tutti al contempo godibilissimi. Potreste prendere la metro e scendere a caso a nord, a sud, a ovest, e scoprire sempre cose nuove e posti adorabili perchè Berlino è la città dove andare a vivere, dove stare qualche tempo, dove fermarsi ad osservare come si fa una città, e come si fanno i suoi abitanti. A Berlino si respira l’Europa, quella vera, così distante dal nostro ridicolo paese del sud, si respira la modernità di palazzi di vetro che convivono con ruderi di storia, quella storia che ha reso Berlino la capitale indiscussa del Novecento, al centro di ogni avvenimento, artefice del cambiamento culturale e politico e sempre in qualche modo determinante per tutto il Vecchio Continente. Si respirà la normalità di due uomini che si tengono per mano mentre attraversano la strada, di tante persone che navigano liberamente in internet nei caffè, di una discoteca che sospende la musica perchè due persone hanno iniziato a menare le mani così che tutti possano fischiarli e farli smettere imbarazzati, di taxi senza extra notturni, di cartacce in giro nemmeno a cercarle con la lanterna.

Il monumento divenuto simbolo di una città, a voler essere pignoli c’è, ed è il triste muro di cemento che ha diviso in due la città dal 1961 al 1989, simbolo della Guerra Fredda tra Urss e Usa e che oggi Berlino ti vende un po’ ovunque come Venezia fa con le gondole. Girando per la città è un continuo finire nella metà comunista e in quella alleata. Lo si capisce dagli omini verdi e rossi dei semafori: quelli DDR hanno un largo e buffo cappello e quando sono fermi allargano le braccia. Quando si attraversa il muro per terra c’è il solco del suo tracciato con una targhetta e passeggiando per Berlino capita di vederlo di continuo, come qui in Potsdamer Platz, un posto che fino a vent’anni fa nemmeno c’era. Le gambe di Marina sono nella Berlino Est o in quella Ovest? Vallo a sapere.

dscn67521

Continue reading ’10 cartoline da Berlino’

Caro papà, ridammi la Uno

Caro papà,
    ti scrivo questa lettera come si conviene – guarda come sono ordinato ho anche messo la virgola, l’a-capo e il rientro della seconda riga – per farti sapere che la tua decisione di prendere la mia macchina per andare in Abruzzo a trovare la nonna, lasciandomi qui l’ammiraglia di famiglia, non funziona. So che una Golf 2.0 TDI è meglio di una vecchia Fiat Uno dell’ottantanove e che dovrei bearmi di girare tutti i giorni con siffatta meraviglia della tecnica e mille cavalli sotto il culo, eppure a quanto pare l’estetica e la potenza non contano più niente. Le macchine di una volta avevano un appeal che le nuove non hanno più. Ci distraggono con mille funzionalità, maggiore sicurezza, luci colorate, eleganza negli interni e motori potenti, ma sono talmente belle e perfette che ti spiace sporcarle, usarle, viverle. Vuoi mettere una spartana Fiat di vent’anni fa, con i suoi rumori, l’aria condizionata manuale a suon di finestrini giù, le spie che si accendono a caso, il volante durissimo da girare e il cambio che ti resta in mano? Mangiarci un panino, bere una birra, rovesciarci un gelato, entrarci con le scarpe infangate senza andare giù di testa perchè è tutto pulito e nuovo? Tutto un suo fascino, non so se mi spiego.

La verità, papà, è che alle ragazze piace di più la Uno. Ecco, in soldoni è quello il punto. Perchè capita una volta che ti fanno apprezzamenti sulla macchina e dici: beh si dai, sarà affascinata dalle auto di una volta, magari non è una smaniosa di correre e le piace stare a centoventi in autostrada fissa perchè andando oltre la carrozzeria trema tutta, magari ha la passione per le cose vecchie. Poi capita un’altra volta un’altra ragazza e dici: toh ma guarda quanto piacciono ‘ste macchine vecchie. Poi un’altra e un’altra ancora, e a quel punto ti starai chiedendo figlio mio ma quante ragazze frequenti e allora chiarirò a scanso di equivoci e per non risultare sbruffone con il pubblico che altresì ci legge ormai da venti righe che le conosci tutte, son brave ragazze non è che siano facce nuove eh, che io sulla Uno mica ci faccio salire gente a caso, non sia mai. Ma ecco, dicevo, quando poi capita raramente di prendere la Golf, proprio come forzatamente devo fare in questi giorni, io che non vado in discoteca e agli aperitivi fighetti in spiaggia, io che non devo andare a far colpo su qualche oca bionda lampadata in tiro o alle serate mondane ai ridenti lidi ferraresi, finisce che mi prendo i malumori di chi si aspettava di salire su una rombante Fiat Uno, e si ritrova su una Golf top di gamma piena di optional di cui l’unico che mi riesce di far apprezzare per salvare la faccia è l’apribottiglie marchiato Volkswagen e l’attacco per l’ipod. Ma più l’apribottiglie.

golfsei

Se ricapita, ecco, prendi la tua Golf che si guida meglio ed è piena di comodità, e lasciami la mia carcassa a benzina, sia mai che salga la donna della mia vita e mi trovi su una macchina lussuosa che non mi si addice. L’apribottiglie te lo lascio nel caso, io ne prendo uno al discount a un euro con accendino omaggio, e a quel punto la mia Fiat Uno sarà davvero perfetta.

Macabri investimenti

3pendolari1Le Ferrovie dello Stato, o Trenitalia come si usa chiamarle ora, stanno rinnovando parecchio il loro look. Cambiano le stazioni, sempre più tronfie di monitor che trasmettono martellante pubblicità a getto continuo (quella di Di Pietro pre-elettorale che sposta le finestre stile Minority Report è già un classico), cambiano i pannelli informativi, le enormi scritte con i nomi delle città, i quadri con gli orari che passano dall’eleganza meccanica del bianco e nero, a seminuovi cosi a led arancioni di dubbia leggibilità. Cambiano anche le voci automatiche che annunciano i treni: a seconda dei luoghi sono sintetizzate da voci femminili, maschili, robotiche, sincopate, telegrafiche, dialettali. Bisogna in ogni caso stare al passo con i tempi: nell’era di internet il viaggiatore vuol essere informato su tutto quel che accade con minuzia di particolari. Dice: il treno è in ritardo di 5 minuti. Si, ma perchè? Ha forato? Diarrea del conducente?
Così oggi la voce che era solita con molta discrezione giustificare il ritardo ad oltranza del convoglio per investimenti di operai, o suicidi rompicoglioni, annunciando scuse assurde o l’equivalente di un “motivi personali” con un generico “investimento” ha sentenziato tiepida: “causa investimento m o r t a l e “.
Alla notizia dell’esito dell’investimento – mortale – finito male senza possibilità di appello o di happy ending come di solito qualcuno chiosa (“Puvrin… speriamo sia ancora vivo…”) per un attimo si è gelato il sangue di tutte le persone in attesa sui binari, si è sospeso il tempo, qualcuno ha storto il naso, qualcuno ha abbassato gli occhi, qualcuno ha smesso di leggere, qualcuno ha guardato il vicino, qualcuno, ebbene si, si è toccato le palle.
- Merda. – ha detto seccamente il tizio con la barba che mi stava a fianco e prende il treno con me ogni mattina, prima di tornare a pensare ad altro. A quel punto, come un segnale di liberi tutti, ogni cosa è tornata al suo posto e tutti i pendolari hanno ripreso a pendolare, come fanno del resto ogni giorno, mortale o no sia l’investimento di Trenitalia.

E’ tempo di scoprire un po’ il fianco

La verità è che a quella copia ci ero affezionato, quando compro un libro quel libro rimane mio per sempre, lo marco a fuoco con le mie impronte perché sia un territorio di nessun altro, ci pianto i semi della mia meraviglia. Sono restìo a condividere o a prestare le mie cose: sono geloso di tutto quello che mi appartiene.

Impronte lasciate sui libri, pagine che non ne vogliono più sapere di essere scritte.

Un racconto, in quattro puntate, ogni sabato. L’ha scritto Gaia.

Chi c’è c’è, come la barzelletta

chiceceCorreva l’anno 1997, eravamo pubescenti studenti liceali alle prese con le prime versioni di latino, che puntualmente non riuscivamo a concludere in tempo nelle due ore assegnate, così da far incazzare a morte l’insegnante che doveva girare tra i banchi strappandoci letteralmente i fogli da sotto il braccio. Per intimorirci maggiormente quando mancavano ancora quindici minuti alla consegna iniziava ad urlare “15 minutiii, poi ritiro i fogli e vado via. Chi c’è c’è, come la barzelletta!“. A forza di dirlo la nostra curiosità era salita alle stelle per questa fantomatica barzelletta, ma ogni volta che chiedevamo di raccontarcela la risposta era sempre del tipo: “quando sarete più grandi”, “in separata sede”, “un’altra volta”.

Così sono passati gli anni e io quella barzelletta non l’ho mai saputa perchè nessun altro che conoscessi me l’ha mai raccontata e all’epoca non c’era tutta questa abbondanza di risultati su Google per documentarsi. Chi era avanti al limite le ricerche le faceva su Encarta, gli altri ricopiavano a mano i volumi Utet. Ancora oggi mi viene da dirlo come un pappagallo: ogni volta che esclamo “chi c’è c’è”, aggiungo senza conoscerne la ragione “… come la barzelletta”. Almeno fino a ieri.

A ventisei anni suonati, ieri, nell’ultimo posto dove avrei mai immaginato succedesse, ho finalmente ascoltato per puro caso la barzelletta del chi-c’è-c’è. Non dalla mia insegnante di lettere ovviamente, ma da una bella ragazza brasiliana che di mestiere fa la cantante, così che non pensiate male quando leggerete la barzelletta.
Vista l’eccezionalità dell’evento, casomai qualche altro amico o amica del liceo si ricordi di questa storiella, questo post è per voi, ovunque voi siate finiti. Dopo anni di attesa, eccola qui:
Continue reading ‘Chi c’è c’è, come la barzelletta’

L’uomo che corre

l_amore_per_manoUno degli istinti innati nella natura umana è quello della competizione. Poi è questione di carattere: c’è chi in ogni piccola cosa della sua vita deve rivaleggiare con qualcuno o qualcosa, e chi semplicemente vorrebbe ma lascia perdere per pigrizia o perché spesso non c’è da ricavarne alcunché. Tuttavia a volte intraprendiamo ugualmente sfide stupide, perché istigati alla competizione, o per lo sfizio di vedere fino a che punto riusciamo ad arrivare.

Qualche sera fa attraversando il poco raccomandabile giardino intorno al grattacielo muovevo a grandi passi verso la piazzetta dove avevo lasciato la macchina, di ritorno dalla giornata lavorativa.
Ad orari regolari ogni giorno un flusso di pendolari abbandona la stazione per tornare a casa, esattamente come qualche ora prima vi era entrato sparendo verso qualche destinazione più o meno lontana. Davanti a me un giovane allampanato cammina rapidamente e in maniera nervosa. Zainetto in spalla, giacca e pantaloni sportivi, sembra andare davvero di fretta rispetto gli altri stanchi uomini con la valigetta. Eccola la sfida stupida: riprenderlo, camminare più veloce di lui e superarlo per dimostrargli che sono più giovane, più prestante, più furbo. Devo fargli capire con un sonoro sorpasso lungo il vialetto dei giardini qualcosa come: “Ma dove corri, imbecille?”. Così, per il puro gusto di farlo.

Cammino più in fretta raggiungendolo e superandolo dopo pochi secondi. Lui non ci sta, e accelera evidentemente il passo punto sull’orgoglio da una sfida non richiesta. Mi sorpassa nuovamente ad una velocità assurda. Un uomo che marcia, più che cammina. Ha lo sguardo perso, è agitatissimo e sfrutta le sue scarpe da tennis per darsi uno slancio che ad ogni passo lo fa avanzare di oltre un metro. Un gigante. Gli tengo testa, provo a seguirlo ma dopo poco mi è chiaro che la sua andatura frenetica è troppo per me, e a meno di rendermi ridicolo correndo e annaspando avrei dovuto lasciarlo vincere la mia personalissima, ed inutile, sfida. Fottuto gigante. Un minuto dopo il ragazzo allampanato è già ai margini del giardino, e attraversa la strada in fondo buttandosi in mezzo al traffico con completa noncuranza. Poi lo perdo di vista e semplicemente penso ad altro.

Ieri sera uscendo dall’atrio della stazione muovevo a passo lento verso i giardini del grattacielo guardando con il naso all’insù il cielo ormai completamente buio anche per via dell’ora solare appena reintrodotta. All’improvviso sbuca dalle mie spalle il ragazzo allampanato, che cammina come un ossesso superandomi. Quando è appena due tre passi davanti a me, si gira indietro con la faccia sconvolta, continuando a camminare. Sembra aver visto un fantasma, e quel fantasma sono io o perlomeno qualcuno nella mia direzione. Si volta nuovamente e inizia a correre. 
Ma dove corri, gigante di merda? Va bene essere felice di tornare a casa ma così è troppo, arriverai tutto sudato, nessuno ti sta inseguendo e pure io non ho voglia di fare gare oggi! La lezione della volta precedente mi era bastata.
Così accelero il passo incuriosito, per capire dove corre e soprattutto perché. Il gigante corre e si ferma, si gira indietro di nuovo, rallenta un poco, poi di nuovo corre qualche passo. E’ nervoso e sembra un uomo in fuga. Poi un pensiero più semplice mi passa per la testa: forse deve prendere la coincidenza di qualche autobus. Forse è solo un povero diavolo che corre verso la fermata del tram che porta a casa sua, e un minuto di ritardo significa per lui attendere altri quindici minuti a vuoto. Tale conclusione mi accontenta al punto da lasciarlo andare, tenendolo d’occhio da lontano per vedere dove effettivamente si reca.

Sono ormai arrivato ai margini della strada da attraversare quando il gigante, dopo aver guadato il traffico in tutta fretta, si ferma di colpo in un punto imprecisato ai bordi della carreggiata. Aha – penso – ora aspetterà l’autobus! Ma non c’è alcuna fermata in quella zona. Non c’è proprio nulla.
Così attraverso anche io la strada portandomi più vicino a dove il gigante continua a sostare in piedi, mani in tasca della sua giacca sportiva e zainetto sulle spalle. E’ palesemente agitato. Mentre attraverso la strada, una ragazza sorridente va in direzione del mio frenetico rivale, ha anche lei uno zainetto sulle spalle e avvicinandosi a lui allarga le braccia in un gesto di scusa. Lui la saluta abbracciandola calorosamente, la prende per mano con la stessa foga dei suoi precedenti movimenti, e proseguono insieme lungo il marciapiede andando incontro alla sera, contenti e saltellanti come due adolescenti innamorati.

Un uomo, all’uscita dalla stazione, aveva corso per raggiungere il suo amore.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Che bella la pattumella!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)