Archivio per la categoria 'Racconti'

10 cartoline da Berlino

Berlino non ha un centro preciso, non ha un monumento migliore, un posto magico più di altri, sparsa tra i suoi quartieri uno diverso dall’altro e tutti al contempo godibilissimi. Potreste prendere la metro e scendere a caso a nord, a sud, a ovest, e scoprire sempre cose nuove e posti adorabili perchè Berlino è la città dove andare a vivere, dove stare qualche tempo, dove fermarsi ad osservare come si fa una città, e come si fanno i suoi abitanti. A Berlino si respira l’Europa, quella vera, così distante dal nostro ridicolo paese del sud, si respira la modernità di palazzi di vetro che convivono con ruderi di storia, quella storia che ha reso Berlino la capitale indiscussa del Novecento, al centro di ogni avvenimento, artefice del cambiamento culturale e politico e sempre in qualche modo determinante per tutto il Vecchio Continente. Si respirà la normalità di due uomini che si tengono per mano mentre attraversano la strada, di tante persone che navigano liberamente in internet nei caffè, di una discoteca che sospende la musica perchè due persone hanno iniziato a menare le mani così che tutti possano fischiarli e farli smettere imbarazzati, di taxi senza extra notturni, di cartacce in giro nemmeno a cercarle con la lanterna.

Il monumento divenuto simbolo di una città, a voler essere pignoli c’è, ed è il triste muro di cemento che ha diviso in due la città dal 1961 al 1989, simbolo della Guerra Fredda tra Urss e Usa e che oggi Berlino ti vende un po’ ovunque come Venezia fa con le gondole. Girando per la città è un continuo finire nella metà comunista e in quella alleata. Lo si capisce dagli omini verdi e rossi dei semafori: quelli DDR hanno un largo e buffo cappello e quando sono fermi allargano le braccia. Quando si attraversa il muro per terra c’è il solco del suo tracciato con una targhetta e passeggiando per Berlino capita di vederlo di continuo, come qui in Potsdamer Platz, un posto che fino a vent’anni fa nemmeno c’era. Le gambe di Marina sono nella Berlino Est o in quella Ovest? Vallo a sapere.

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Categorie: Non catalogati, Personale, Racconti

Caro papà, ridammi la Uno

Caro papà,
    ti scrivo questa lettera come si conviene - guarda come sono ordinato ho anche messo la virgola, l’a-capo e il rientro della seconda riga - per farti sapere che la tua decisione di prendere la mia macchina per andare in Abruzzo a trovare la nonna, lasciandomi qui l’ammiraglia di famiglia, non funziona. So che una Golf 2.0 TDI è meglio di una vecchia Fiat Uno dell’ottantanove e che dovrei bearmi di girare tutti i giorni con siffatta meraviglia della tecnica e mille cavalli sotto il culo, eppure a quanto pare l’estetica e la potenza non contano più niente. Le macchine di una volta avevano un appeal che le nuove non hanno più. Ci distraggono con mille funzionalità, maggiore sicurezza, luci colorate, eleganza negli interni e motori potenti, ma sono talmente belle e perfette che ti spiace sporcarle, usarle, viverle. Vuoi mettere una spartana Fiat di vent’anni fa, con i suoi rumori, l’aria condizionata manuale a suon di finestrini giù, le spie che si accendono a caso, il volante durissimo da girare e il cambio che ti resta in mano? Mangiarci un panino, bere una birra, rovesciarci un gelato, entrarci con le scarpe infangate senza andare giù di testa perchè è tutto pulito e nuovo? Tutto un suo fascino, non so se mi spiego.

La verità, papà, è che alle ragazze piace di più la Uno. Ecco, in soldoni è quello il punto. Perchè capita una volta che ti fanno apprezzamenti sulla macchina e dici: beh si dai, sarà affascinata dalle auto di una volta, magari non è una smaniosa di correre e le piace stare a centoventi in autostrada fissa perchè andando oltre la carrozzeria trema tutta, magari ha la passione per le cose vecchie. Poi capita un’altra volta un’altra ragazza e dici: toh ma guarda quanto piacciono ’ste macchine vecchie. Poi un’altra e un’altra ancora, e a quel punto ti starai chiedendo figlio mio ma quante ragazze frequenti e allora chiarirò a scanso di equivoci e per non risultare sbruffone con il pubblico che altresì ci legge ormai da venti righe che le conosci tutte, son brave ragazze non è che siano facce nuove eh, che io sulla Uno mica ci faccio salire gente a caso, non sia mai. Ma ecco, dicevo, quando poi capita raramente di prendere la Golf, proprio come forzatamente devo fare in questi giorni, io che non vado in discoteca e agli aperitivi fighetti in spiaggia, io che non devo andare a far colpo su qualche oca bionda lampadata in tiro o alle serate mondane ai ridenti lidi ferraresi, finisce che mi prendo i malumori di chi si aspettava di salire su una rombante Fiat Uno, e si ritrova su una Golf top di gamma piena di optional di cui l’unico che mi riesce di far apprezzare per salvare la faccia è l’apribottiglie marchiato Volkswagen e l’attacco per l’ipod. Ma più l’apribottiglie.

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Se ricapita, ecco, prendi la tua Golf che si guida meglio ed è piena di comodità, e lasciami la mia carcassa a benzina, sia mai che salga la donna della mia vita e mi trovi su una macchina lussuosa che non mi si addice. L’apribottiglie te lo lascio nel caso, io ne prendo uno al discount a un euro con accendino omaggio, e a quel punto la mia Fiat Uno sarà davvero perfetta.

Categorie: Racconti

Macabri investimenti

3pendolari1Le Ferrovie dello Stato, o Trenitalia come si usa chiamarle ora, stanno rinnovando parecchio il loro look. Cambiano le stazioni, sempre più tronfie di monitor che trasmettono martellante pubblicità a getto continuo (quella di Di Pietro pre-elettorale che sposta le finestre stile Minority Report è già un classico), cambiano i pannelli informativi, le enormi scritte con i nomi delle città, i quadri con gli orari che passano dall’eleganza meccanica del bianco e nero, a seminuovi cosi a led arancioni di dubbia leggibilità. Cambiano anche le voci automatiche che annunciano i treni: a seconda dei luoghi sono sintetizzate da voci femminili, maschili, robotiche, sincopate, telegrafiche, dialettali. Bisogna in ogni caso stare al passo con i tempi: nell’era di internet il viaggiatore vuol essere informato su tutto quel che accade con minuzia di particolari. Dice: il treno è in ritardo di 5 minuti. Si, ma perchè? Ha forato? Diarrea del conducente?
Così oggi la voce che era solita con molta discrezione giustificare il ritardo ad oltranza del convoglio per investimenti di operai, o suicidi rompicoglioni, annunciando scuse assurde o l’equivalente di un “motivi personali” con un generico “investimento” ha sentenziato tiepida: “causa investimento m o r t a l e “.
Alla notizia dell’esito dell’investimento - mortale - finito male senza possibilità di appello o di happy ending come di solito qualcuno chiosa (”Puvrin… speriamo sia ancora vivo…”) per un attimo si è gelato il sangue di tutte le persone in attesa sui binari, si è sospeso il tempo, qualcuno ha storto il naso, qualcuno ha abbassato gli occhi, qualcuno ha smesso di leggere, qualcuno ha guardato il vicino, qualcuno, ebbene si, si è toccato le palle.
- Merda. - ha detto seccamente il tizio con la barba che mi stava a fianco e prende il treno con me ogni mattina, prima di tornare a pensare ad altro. A quel punto, come un segnale di liberi tutti, ogni cosa è tornata al suo posto e tutti i pendolari hanno ripreso a pendolare, come fanno del resto ogni giorno, mortale o no sia l’investimento di Trenitalia.

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E’ tempo di scoprire un po’ il fianco

La verità è che a quella copia ci ero affezionato, quando compro un libro quel libro rimane mio per sempre, lo marco a fuoco con le mie impronte perché sia un territorio di nessun altro, ci pianto i semi della mia meraviglia. Sono restìo a condividere o a prestare le mie cose: sono geloso di tutto quello che mi appartiene.

Impronte lasciate sui libri, pagine che non ne vogliono più sapere di essere scritte.

Un racconto, in quattro puntate, ogni sabato. L’ha scritto Gaia.

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Chi c’è c’è, come la barzelletta

chiceceCorreva l’anno 1997, eravamo pubescenti studenti liceali alle prese con le prime versioni di latino, che puntualmente non riuscivamo a concludere in tempo nelle due ore assegnate, così da far incazzare a morte l’insegnante che doveva girare tra i banchi strappandoci letteralmente i fogli da sotto il braccio. Per intimorirci maggiormente quando mancavano ancora quindici minuti alla consegna iniziava ad urlare “15 minutiii, poi ritiro i fogli e vado via. Chi c’è c’è, come la barzelletta!“. A forza di dirlo la nostra curiosità era salita alle stelle per questa fantomatica barzelletta, ma ogni volta che chiedevamo di raccontarcela la risposta era sempre del tipo: “quando sarete più grandi”, “in separata sede”, “un’altra volta”.

Così sono passati gli anni e io quella barzelletta non l’ho mai saputa perchè nessun altro che conoscessi me l’ha mai raccontata e all’epoca non c’era tutta questa abbondanza di risultati su Google per documentarsi. Chi era avanti al limite le ricerche le faceva su Encarta, gli altri ricopiavano a mano i volumi Utet. Ancora oggi mi viene da dirlo come un pappagallo: ogni volta che esclamo “chi c’è c’è”, aggiungo senza conoscerne la ragione “… come la barzelletta”. Almeno fino a ieri.

A ventisei anni suonati, ieri, nell’ultimo posto dove avrei mai immaginato succedesse, ho finalmente ascoltato per puro caso la barzelletta del chi-c’è-c’è. Non dalla mia insegnante di lettere ovviamente, ma da una bella ragazza brasiliana che di mestiere fa la cantante, così che non pensiate male quando leggerete la barzelletta.
Vista l’eccezionalità dell’evento, casomai qualche altro amico o amica del liceo si ricordi di questa storiella, questo post è per voi, ovunque voi siate finiti. Dopo anni di attesa, eccola qui:

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L’uomo che corre

l_amore_per_manoUno degli istinti innati nella natura umana è quello della competizione. Poi è questione di carattere: c’è chi in ogni piccola cosa della sua vita deve rivaleggiare con qualcuno o qualcosa, e chi semplicemente vorrebbe ma lascia perdere per pigrizia o perché spesso non c’è da ricavarne alcunché. Tuttavia a volte intraprendiamo ugualmente sfide stupide, perché istigati alla competizione, o per lo sfizio di vedere fino a che punto riusciamo ad arrivare.

Qualche sera fa attraversando il poco raccomandabile giardino intorno al grattacielo muovevo a grandi passi verso la piazzetta dove avevo lasciato la macchina, di ritorno dalla giornata lavorativa.
Ad orari regolari ogni giorno un flusso di pendolari abbandona la stazione per tornare a casa, esattamente come qualche ora prima vi era entrato sparendo verso qualche destinazione più o meno lontana. Davanti a me un giovane allampanato cammina rapidamente e in maniera nervosa. Zainetto in spalla, giacca e pantaloni sportivi, sembra andare davvero di fretta rispetto gli altri stanchi uomini con la valigetta. Eccola la sfida stupida: riprenderlo, camminare più veloce di lui e superarlo per dimostrargli che sono più giovane, più prestante, più furbo. Devo fargli capire con un sonoro sorpasso lungo il vialetto dei giardini qualcosa come: “Ma dove corri, imbecille?”. Così, per il puro gusto di farlo.

Cammino più in fretta raggiungendolo e superandolo dopo pochi secondi. Lui non ci sta, e accelera evidentemente il passo punto sull’orgoglio da una sfida non richiesta. Mi sorpassa nuovamente ad una velocità assurda. Un uomo che marcia, più che cammina. Ha lo sguardo perso, è agitatissimo e sfrutta le sue scarpe da tennis per darsi uno slancio che ad ogni passo lo fa avanzare di oltre un metro. Un gigante. Gli tengo testa, provo a seguirlo ma dopo poco mi è chiaro che la sua andatura frenetica è troppo per me, e a meno di rendermi ridicolo correndo e annaspando avrei dovuto lasciarlo vincere la mia personalissima, ed inutile, sfida. Fottuto gigante. Un minuto dopo il ragazzo allampanato è già ai margini del giardino, e attraversa la strada in fondo buttandosi in mezzo al traffico con completa noncuranza. Poi lo perdo di vista e semplicemente penso ad altro.

Ieri sera uscendo dall’atrio della stazione muovevo a passo lento verso i giardini del grattacielo guardando con il naso all’insù il cielo ormai completamente buio anche per via dell’ora solare appena reintrodotta. All’improvviso sbuca dalle mie spalle il ragazzo allampanato, che cammina come un ossesso superandomi. Quando è appena due tre passi davanti a me, si gira indietro con la faccia sconvolta, continuando a camminare. Sembra aver visto un fantasma, e quel fantasma sono io o perlomeno qualcuno nella mia direzione. Si volta nuovamente e inizia a correre. 
Ma dove corri, gigante di merda? Va bene essere felice di tornare a casa ma così è troppo, arriverai tutto sudato, nessuno ti sta inseguendo e pure io non ho voglia di fare gare oggi! La lezione della volta precedente mi era bastata.
Così accelero il passo incuriosito, per capire dove corre e soprattutto perché. Il gigante corre e si ferma, si gira indietro di nuovo, rallenta un poco, poi di nuovo corre qualche passo. E’ nervoso e sembra un uomo in fuga. Poi un pensiero più semplice mi passa per la testa: forse deve prendere la coincidenza di qualche autobus. Forse è solo un povero diavolo che corre verso la fermata del tram che porta a casa sua, e un minuto di ritardo significa per lui attendere altri quindici minuti a vuoto. Tale conclusione mi accontenta al punto da lasciarlo andare, tenendolo d’occhio da lontano per vedere dove effettivamente si reca.

Sono ormai arrivato ai margini della strada da attraversare quando il gigante, dopo aver guadato il traffico in tutta fretta, si ferma di colpo in un punto imprecisato ai bordi della carreggiata. Aha – penso – ora aspetterà l’autobus! Ma non c’è alcuna fermata in quella zona. Non c’è proprio nulla.
Così attraverso anche io la strada portandomi più vicino a dove il gigante continua a sostare in piedi, mani in tasca della sua giacca sportiva e zainetto sulle spalle. E’ palesemente agitato. Mentre attraverso la strada, una ragazza sorridente va in direzione del mio frenetico rivale, ha anche lei uno zainetto sulle spalle e avvicinandosi a lui allarga le braccia in un gesto di scusa. Lui la saluta abbracciandola calorosamente, la prende per mano con la stessa foga dei suoi precedenti movimenti, e proseguono insieme lungo il marciapiede andando incontro alla sera, contenti e saltellanti come due adolescenti innamorati.

Un uomo, all’uscita dalla stazione, aveva corso per raggiungere il suo amore.

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Suonare la suoneria

Nokia Tune è il nome della suoneria più diffusa al mondo. La conoscete tutti perchè è quella preimpostata su ogni telefonino Nokia da almeno dieci anni. Quello che forse non sapete è che si tratta di un adattamento di un brano classico per chitarra: Gran Vals di Francisco Tárrega. Nokia ne ha comprato i diritti e ha registrato il nome facendo diventare di fatto propria questa antica melodia. Quando in qualche ambiente pubblico suona un cellulare con Nokia Tune, automaticamente almeno dieci persone si frugano le tasche cercando il proprio. Provare per credere.

Questa sera in treno non so se era la stanchezza o qualche sorta di allucinazione, ma ad un certo punto sento suonare il solito Nokia Tune un po’ più a lungo. Nessuno risponde. Suona ancora e ancora. Altre persone come me si guardano intorno chiedendosi come mai nessuno risponda a questo telefonino. Poi lascio perdere e non ci penso più.
Quando il treno sta per giungere alla mia fermata, mi alzo in piedi, e mentre mi metto la giacca mi guardo intorno con fare annoiato poco prima di uscire: due poltrone dietro di me siede un simpatico ometto riccioluto con una chitarra classica e uno spartito aperto sulle gambe.

Su una carrozza di seconda classe del regionale Venezia-Bologna, noncurante del vociare e del frastuono delle rotaie, stava eseguendo per esercizio il Gran Vals. O il Nokia Tune, come riferirono molti dei presenti.

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Vent’anni dopo

Ieri pomeriggio un po’ perchè era più fresco del solito, un po’ perchè mi trovavo a casa senza troppi impegni, ho preso la bici da corsa e sono andato a fare un giro per la campagna attorno alla mia città. Sono andato a rivedere un posto dove non tornavo da circa vent’anni - converrete con me che un simile lasso di tempo nella vita di un neoventiseienne è notevole - e dove ho trascorso tanti pomeriggi spensierati in quello che è un mondo ormai appartenente al passato. Partivamo nel primo pomeriggio su una Fiat 128 bianca io, imberbe pupetto dalla zazzera biondocenere, e i nonni materni, diretti alla tranquilla velocità di crociera di circa 50 chilometri orari verso la Campagna.
Non sapevo esattamente dove si trovava la Campagna - era circa tutta intorno alla città, certo - ma nel mio caso significava un posto preciso. Una grande casa rurale, un capannone con i trattori e grosse bilancione da frutta e poi sterminati campi di frutta che si perdevano oltre lo sguardo e dove potevo smarrirmi letteralmente finchè non ritrovavo un sentiero per rientrare all’ovile. Si prendeva un sacchetto, o una cassa di legno, e si partiva a spigolare gli alberi facendo scorta di succose mele, pere, prugne o quant’altro. C’erano le galline, i cani che mi spaventavano, c’era soprattutto quell’aria di campagna, quell’odore di Natura nell’aria che sembrava un posto fuori dal mondo. Fossi, stagni, terra fresca, sporcarsi le mani, sudore, vento. Cose d’altri tempi appunto. Ricordi che hanno il colore di una Polaroid degli anni ‘80, talmente lontani da perdersi in un tempo indefinito in cui ero genericamente “piccolo” e c’erano al mondo ancora delle persone care che erano i protagonisti della mia vita di allora. Poi il tempo ha portato via alcuni protagonisti, alcune abitudini, la 128 bianca è stata venduta e non si è più andati a mele in Campagna.

- Nonna dove si trova la campagna dove andavamo da bambini? - ho chiesto poco tempo fa in un impeto nostalgico e visto l’approssimarsi della bella stagione.

Così ieri sono tornato esattamente li, vent’anni dopo, vestito come un marziano su una fiammante bicicletta, occhiali da sole, caschetto ridicolo per la mia andatura turistica di chi è in gita e non a sgambare per macinare chilometri. Ho riconosciuto subito la strada tutta a curve che esce dal paese e si inoltra tra campi di frutta e casolari mezzi abbandonati. L’ho riconosciuta dall’odore che c’era nell’aria, il profumo che emana un campo a primavera, e seguendolo ho trovato senza sbagliare la mia Campagna. Mi sono fermato davanti al grande casolare, a rimirarlo. Tetto nuovo, infissi sistemati da poco, antenna satellitare, portone blindato e un cancello all’inizio del sentiero che mi ha impedito di entrare a curiosare come una volta si poteva fare. Magari ora hanno anche internet in casa, le bilance per pesare le casse saranno digitali, il fornello elettrico. Magari sono su Facebook. Non riconoscerei forse più nessuno dei figli e parenti, o forse si, ma la timidezza mi impone di non suonare per disturbare a quella che ormai potrebbe essere ora di cena per una famiglia che vive in campagna. Dal ciglio della strada ho estratto un telefonino avveneristico, ho sincronizzato il GPS salvando un segnalibro nel punto dove mi trovavo, per non perderlo mai più. Ho scattato un paio di foto come un maniaco qualunque, ho bevuto un succo di frutta e ho fatto marcia indietro tranquillamente. Non c’era molto da vedere in fondo, ora che mi è preclusa una corsa tra i campi sporcandomi le scarpe da tennis di erba fresca e terra, ma ci tenevo a rivedere un luogo come quello. Come ad assicurarmi che fosse ancora li, che era successo e che i miei ricordi avessero ancora un senso, nell’ultimo giorno da venticinquenne che mi rimaneva. Un breve ripasso, prima di continuare a crescere, a diventare grande.

Rientrando faticosamente controvento sulla provinciale che mi riportava verso la città lasciandomi la Campagna e il suo sole alle spalle ho pensato che forse di questi tempi così faticosi e pieni di incertezza, così rapidi e fugaci verso un futuro che vorremmo non arrivasse mai e che invece è arrivato da un bel pezzo, forse, la cosa più sensata che ci è rimasta da fare per capirci qualcosa di più è comprare una bicicletta e iniziare a pedalare. Non importa verso dove, alla ricerca di cosa, in compagnia di chi: pedalare via.

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Every morning in Venice

Dalla stazione all’ufficio. Un espertimento che volevo fare da lungo tempo… finalmente questa mattina ho avuto voglia di realizzarlo :-)

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In ricordo di Fioretta

Florinda aveva un nome d’altri tempi, che campeggiava sull’insegna ormai scolorita da troppa neve e sole sotto la dicitura rosso pallido “ALIMENTARI MACELLERIA“. La corporatura minuta e l’affetto di un paesino di un centinaio scarso di anime avevano tramutato ormai da decenni il suo nome nel più semplice Fioretta. La sua bottega, l’unica rimasta in paese negli ultimi quindici anni circa si chiamava per l’appunto così, senza nomi altisonanti da ipermercato che sarebbero parsi fuori luogo.

Quando si andava da Fioretta era il più delle volte per comprare il pane, giorno dopo giorno, ma si finiva con il comprare anche qualcos’altro di cui non si aveva bisogno viste le dimensioni contenute dell’ambiente, dove ogni prodotto era a portata di mano e visibile a colpo d’occhio. La merce disposta sugli scaffali era posizionata a volte in maniera così creativa che il direttore marketing di una catena di supermercati avrebbe potuto trarne spunto per il suo lavoro. A fianco alle collant da donna un dentifricio scaduto, quindi una bottiglia di brandy impolverata, un quadernino con le righe di terza elementare, una paletta per le mosche e un cero per il camposanto. Non serve dire che alcuni prodotti non venivano venduti per lungo tempo, e rimanevano sugli scaffali a fissare immobili il viavai di vecchiette talmente a lungo da ricordare persone che ora danno fosforo all’aria nel quartiere più popoloso del paese, poco sotto una distesa di verdi cipressi. La vetrina, priva di qualsiasi insegna o cartello era un collage di scatole azzurrate scolorite dal sole con marchi e loghi degli anni ’80, quando andava bene.

Eppure da Fioretta ci trovavi il paese intero. In coda per mezza pagnotta o due etti di mortadella, per i biscotti o l’effervescente digestivo, era una seconda piazza in particolar modo per le signore più anziane, abituate a comprare poco per volta, con calma e serenità, portando a piedi le sporte della spesa fino a casa, lontane dai rumori e dalla frenesia dei centri commerciali che quissù, a quasi mille metri d’altezza in mezzo al Parco Nazionale d’Abruzzo, non sono mai arrivati. Quando entravi scostando la tenda di treccine colorate per tenere lontane le mosche venivi colto subito dalla domanda: “Che ti serve?”, quasi volesse stabilire subito un contatto umano con chi aveva varcato la soglia (o forse per una sanissima curiosità verso l’avventore di turno); comprare in silenzio e facendosi gli affari propri non era cosa possibile da Fioretta. E poi appunto, c’era la gente. In coda per il proprio turno alla cassa si sono fatte le migliori chiacchiere, organizzate cene, gite, scampagnate, ferragosti, tornei di calcio, e via dicendo. Il tutto raccogliendo l’occorrente che era disponibile in paese, senza dover scendere a valle in cerca di negozi più grandi e accontentandosi quindi dei prezzi che c’erano scritti sulla confezione - comunque sempre bassi rispetto la città - senza pretese di 3×2 o offerte speciali.

Fioretta i prezzi dei suoi prodotti li ha sempre fatti un po’ alla buona, scrivendoli a penna ed etichettando una ad una ogni singola scatola con infinita pazienza e puntiglioso zelo. Euro o lira che fosse, i prezzi erano rigorosamente non arrotondati: perfino le 50 lire sono rimaste in voga fino ai primi anni del duemila: ogni prezzo finiva sempre in cinquanta, trentadue, quarantacinque. Tremila-sette-e-ccinquànta, cinquemila-sette-e-ottànta, diecimila-nove-e-nnovanta, scandiva con voce secca inforcando gli occhiali sulla punta del naso. Quanti scontrini avrà battuto Fioretta? A quante persone avrà augurato buona giornata? Sempre aperta, anche con le bufere di neve che bisognava spalare per riuscire ad entrare. Una roccia.

Fioretta è morta ieri. E’ rimasta al suo posto fino a che ha potuto, con tenacia e grinta nonostante l’età molto avanzata. L’ho vista una delle ultime volte, forse proprio l’ultima, accanto ad una stufetta elettrica qualche mese fa a fianco al bancone, dentro quel negozio umile a metà della via per Rantino. Si lamentava per la morte di molti compaesani, del borgo che va svuotandosi e della solitudine tremenda che cala quando viene buio, inizia a fare freddo e la sola compagnia è spesso solo quella di un camino e una tv accesi. Negli ultimi anni non sempre mi riconosceva quando tornavo per brevi vacanze: non abitando in paese mi sembrava più che accettabile presentarmi nuovamente ogni volta come se ci conoscessimo per la prima volta. Bastava in verità dirle il nome perchè si ricordasse. Mi ha sorriso felice quell’ultima volta che l’ho vista, mi vedeva già uomo e si congratulava con me per cose molto semplici e al contempo bellissime: la fidanzata, il lavoro, l’essere giovani. Poche cose o forse le più importanti agli occhi di chi ne ha viste passare tante davanti a se’ e guarda speranzosa le nuove generazioni venire.

Ciao Fioretta, grazie di tutto, per gli ovetti Kinder di quando eravamo piccoli, i Galbi alla frutta, le confezioni da sei birre Peroni e forse, soprattutto, per tutti quegli arrosticini di pecora che tanto hanno allietato i nostri migliori momenti. Grazie, davvero, e buon viaggio.

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Sabato, mentre mettevamo i dischi, è entrato…

L’originale, da leggere prima, è qui.

Sabato, mentre io e Attimo mettevamo i dischi in balera a Casumaro, è entrato Pupo.

Così: in un non brillantissimo sabato sera post-festivo (peraltro più affollato di quanto l’infelice collocazione da day after di Halloween facesse presagire), mentre stavo passando un po’ di classici della Romagna, mazurka, fox trot, valzerini, il piccolo e arcinoto musicista italiano (noto per essere il conduttore di un fortunato quiz preserale, tra le altre cose) è entrato dall’ingresso di via Lenin come un avventore qualsiasi. Si è messo in coda coi suoi amici, si è fatto pagare da bere, ha promesso un paio di volte di offrire lui il prossimo giro, e si è messo a ballare. Io, da grandissimo fan delle sue canzonette, ho rischiato di svenire, e ho continuato a mettere i dischi con il cuore a mille e l’ansia da prestazione di chi si trova davanti a uno dei suoi piccoli (in ogni senso) idoli.

Avevo sempre saputo che portarmi nella valigetta una copia del tendenzialmente imballabile Su di noi prima o poi sarebbe servito a qualcosa; così, quando abbiamo fatto partire il pezzo in questione, Pupo ha reagito con lo stile tranquillo e sportivo che gli si confà: ha alzato le dita in segno di vittoria, e si è messo a fare il karaoke sulla sua stessa canzone, tra le vecchie felici, i mariti con le fotocamere che lo immortalavano e agli amici che ridevano perchè sapevano che a questo punto non avrebbe offerto più da bere. Ha fatto un paio di richieste, subito accontentate (Toto Cutugno e «qualcosa di romagnolo»; abbiamo messo L’Italiano e Lauretta mia, e pare aver gradito), e alle tre passate, sulle note di Maria Elena dei Los Indios Tabajaras, ha lasciato il locale.

Così.

Sabato, mentre io e Rachele mettevamo i dischi al Torino, è entrato Sir Oliver Skardy dei Pitura Freska.

Così: in un non brillantissimo sabato sera post-festivo (peraltro più affollato di quanto l’infelice disposizione dei tavoli permettesse), mentre stavo passando un po’ di classici reggaeton da cazzeggio, il bidello musicista veneziano (noto per essere più popolare di Cacciari e forse del Doge, nella sua città, tra le altre cose) è entrato dal retro del club di Campo S. Luca come un amico dei gestori. Si è messo in coda coi suoi amici, ha pagato due giri di spritz per tutti, ha fatto su offrendo agli astanti, e si è messo a ondeggiare lentamente. Io, da grandissimo fan del compianto gruppo ska veneto, ho rischiato di svenire, e ho continuato a mettere i dischi con il cuore a mille e l’ansia da prestazione di chi si trova davanti a uno dei suoi piccoli idoli.

Avevo sempre saputo che portarmi nella valigetta una copia del tendenzialmente imballabile Na bruta banda prima o poi sarebbe servito a qualcosa; così, quando abbiamo fatto partire Pin Floi, Skardy ha reagito con lo stile tranquillo e sportivo che gli si confà: ha tirato un bestemmione alzando le dita in segno di vittoria, e si è messo a ballare la sua stessa canzone, in mezzo agli amici che ridevano e le ragazze impazzite che gridavano come ochette “Io Venezia la ooodiooo”. Ha fatto un paio di richieste, subito accontentate (i Casino Royale e «qualcosa dei Coconutz»; abbiamo messo Bonnie e Clyde e La puzza dei ricordi, e pare aver gradito), e alle tre passate, sulle note di Laurel Aitken, si è addormentato ad un tavolino mentre gli fottevano il fumo.

Così.
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Adorava l’America


Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente.
Cassius McLain Sr. non si allacciava più le scarpe da solo dal settembre 2001, più o meno da quando lui e sua moglie avevano appurato che il povero Maurice ci aveva lasciato le penne su quella Ovest: da lì il Parkinson aveva accelerato quella che il Dr. Lance chiamava la Curva Pericolosa e buonanotte al secchio. L’ultima volta aveva rifiutato il deambulatore, quattro anni fa. L’ultima volta. Dall’ultima volta un sacco di cose erano diventate impossibili: allacciarsi le scarpe, appunto, portarsi un cucchiaio di fiocchi d’avena alla bocca senza versare tutto il latte sulla tovaglia, bere più di tre sorsi d’acqua filati senza sentire un sibilo preoccupante nel fondo della gola, avere una minima idea di chi fosse quella negra col foulard rosso sulla testa che tutte le mattine gli sollevava prima una gamba e poi l’altra, comprendere perché il suono della parola “papà” gli facesse arrivare allo stomaco uno strano senso di vertigine. Ma l’America no. Un’America migliore si poteva ancora fare. Un’America dove ai figli onesti fosse richiesto tanto coraggio e sacrificio ma non di sapere volare. Si infilò nella cabina numero 3, con la negra poco distante e sua moglie che aspettava sulla sedia a rotelle: la ragazza che gli esaminò i documenti elettorali aveva qualcosa come settant’anni di meno e, all’incirca quando Maurice provava a volare, lei rovesciava il suo primo barattolo di smalto al lampone sul parquet. Quando gli disse: “Prego Signore, di là”, Cassius McLain Sr. rispose soltanto: “Maurice”. Poi qualcuno gli domandò di mettersi in posa per una fotografia e lui si voltò annaspando, pieno di speranza. Probabilmente aveva capito un’altra volta fischi per fiaschi.

Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente. Disse loro: “E’ per il nostro Paese! E’ per il nostro Paese!”. Ma gli sbirri non l’ascoltarono e dalle ricetrasmittenti arrivò, preciso, sibilante, l’ordine di fermo. Vendeva bandierine a stelle e strisce senza licenza davanti a un seggio elettorale della Florida: “Dio benedica l’America! Dio benedica l’America!”. Anche il suo sciovinismo era senza licenza e il suo accento ispano americano sapeva di mare, povertà e ferite rimarginate. Jorge Ferreira conosceva bene il significato di Oceano Atlantico, sapeva che l’acqua alta può avere denti e salite e discese e, sopra ogni cosa, comprendeva il significato di ciascuna di quelle singole 90 miglia dalla punta di Varadero fino a Miami, la distanza minima possibile tra la sua detestabile isla e la Terra che suo padre gli aveva infilato nel cervello finché aveva avuto fiato e forze per ripeterlo. Ci aveva scritto anche una canzone, che si chiamava proprio così, “90 millas”: per cinque anni l’aveva composta segretamente e l’aveva provata in casa, con la sua strana voce in falsetto, alzando al massimo il volume della televisione per non farsi sentire da fuori. Con le manette ai polsi provò a sorridere ai due mastodontici sbirri, che erano americani, che sapevano fin dentro l’ultimo cromosoma cos’era l’uguaglianza e la libertà: ma ogni emozione sembrava infrangersi sulle lenti robuste dei loro occhiali da sole a specchio. Diciotto ore dopo, buttato in una stanza, con le braccia insensibili fino alle spalle, ricordò una frase che suo padre, che aveva combattuto alla Baia dei Porci dalla parte che riteneva più giusta, ripeteva sempre, tutte le sere, quando a casa conteggiava le banconote che aveva racimolato rifilando servizi dozzinali ai turisti. Sul tavolo, con la faccia di Fidel nel televisore - quella barba sotto al basco se la sarebbe ricordata per sempre - suo padre scuoteva la testa e non guardava negli occhi nessuno. Aveva le unghie sporche e le nocche consumate, come sfregate da una pietra pomice, e quando il conteggio del ricavato giornaliero si interrompeva sempre un momento prima che potesse diventare interessante davvero, suo padre diceva: “Borron y cuenta nueva”. “Borron y cuenta nueva”. Lo sussurrava tra i denti, come una parola magica sospesa sopra un pentolone di un alchimista, ancora e ancora, mentre riconteggiava il totale fino alla nausea. Punto e a capo, significava.

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La mia nuova identità

url.jpgEssendo la mia carta d’identità scaduta da oltre un mese, oggi mi sono deciso ad andare all’anagrafe per sostituirla. Dato che sono un maniaco perfezionista, pignolo schifoso e persona che tiene per certe cose anche alla forma oltre che alla sostanza, ho pensato bene di farmi le foto in casa e portare quelle all’Ufficio Anagrafe invece di sprecare 3 euro per una porcheria delle macchinette alla stazione.

Apro una parentesi sulle macchinette per fototessera: una volta, nel periodo pre-digitale, producevano anche foto decenti per lo scopo cui servono di solito (documenti, foto pirla con amici, foto-regalo per il portafoglio della morosa). Oggi le macchinette delle fototessere si sono evolute: se non ti piace scatti un pulsante e te la rifanno, se non ti piace scatti il pulsante di nuovo e te la rifanno una terza volta. A quel punto te la tieni che ti piaccia o meno. Questa è crudeltà: se me la fate rifare voglio che sia come dico io e mi lasciate ripetere lo scatto anche venti volte. Chiusa parentesi.

Da perfetto maniaco mi aggiro per la casa alla ricerca di un muro bianco come fondale squallido da fototessera, lo individuo in cucina, preparo il cavalletto e poi penso a come vorrei vestirmi nella mia foto ufficiale, quella che mi rappresenterà per lo Stato Italiano nei prossimi dieci anni. E’ un momento solenne signori: stiamo per immortalare questo giovane uomo per consegnarlo alla sua Storia personale dei prossimi dieci anni. Dieci lunghissimi anni, al termine dei quali, se questo foglietto che ho in tasca da oggi resisterà ancora, avrò 35 anni, spero una moglie, un figlio, una casa e un calciobalilla. Impressionante.

Mi vesto con un neutro ed anonimo bianco, così che non possa ridere della moda del 2008 quando riguarderò in futuro la foto. Dieci scatti diversi possono bastare, ora via di ritagli al computer. Ne stampo due più luminose e due più scure, pensando ne servano comunque solo due per rifare la carta d’indentità. Errore. Le taglio con cura secondo le dimensioni corrette (per gli amici maniaci: 4,5×5cm) e mi avvio verso l’ufficio tutto contento. Degne di una macchinetta degli anni ‘90: perfettamente inquadrate, bilanciate, sorriso abbozzato, capello ordinato, barba di un giorno appena visibile.

All’ufficio la signora è molto cordiale: mi chiede conferma dei dati, mi chiede se voglio indicare lo stato civile. A me la parola celibe proprio non piace, quindi le dico no, grazie, quando mi sposo ci scriviamo direttamente quella, per ora va bene la riga vuota.

Professione? Esito un attimo in quanto studente lavoratore: sfoggio il mio nuovo status lavorativo o mi limito ad un modesto studente? In fondo come dice Guccini ognuno di noi è eterno studente, “perchè la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perchè so di non sapere niente”, dunque benvenga Studente altri dieci anni, fino a 35 quando magari ammetterò nuovamente e candidamente di non aver finito l’università per essere eternamente universitario, eternamente giovane, eternamente con la mia camicetta bianca da venticiquenne con calvizie incipiente.

Mi chiede le foto. Dico: van bene queste? Le ho fatte in casa. Ne servono tre, mi specifica. Io ne ho due scure e due chiare, che faccio? Gliene allungo due chiare e una scura, sono tagliate perfette dai non è difficile, basta incollarle. (Per la carta prendi quella chiara mi raccomando…) Lei le prende e fa il suo dovere da impiegata ritagliandole ulteriormente storte. Orrore. Nervoso per il mio lavoro perfetto mandato all’aria. Mi attacca la foto tagliata storta, delle tre quella scura ovviamente, che lei vede uguale alle altre, e tale rimarrà fino al 2018. Quasi le dico che non la voglio più e cambio ufficio domani per rifarla.

L’ultima beffa, mentre mi alzo con il documento nuovo: posso tenere quella vecchia? chiedo ingenuamente. No, devo distruggerla mi spiace, mi fa serafica. Panico: non l’ho fotografata, scansionata, archiviata. Ma come? La mia foto da ventenne con i riccioli lunghi e il pizzetto irrimediabilmente perduta. Posso salutarla un’ultima volta? Pare di no. Ok niente, rinuncio. Grazie, buongiorno.

Esco un po’ turbato, con la mia nuova identità, la camicia bianca, la calvizie incipiente e la barba di un giorno, appena visibile. Almeno ho strappato un decennale da Studente. Mica poco.

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Spioni da treno

spione.jpgOggi ero in treno sul solito regionale seduto con il portatile bianco sulle gambe e la musica inviata dalle cuffie bianche nelle orecchie bianche poichè colpite dal sole. Di solito scrivo, a volte leggo o guardo qualche serie tv con i sottotitoli, a volte porto avanti lavori che ho lasciato in sospeso in ufficio. Oggi ero intento a realizzare una vetrofania (che razza di nome) per i negozi che aderiscono ad una convenzione del Comune. Di solito non mi curo particolarmente delle persone a fianco a me, che non possono proprio fare a meno di spiare cosa stai facendo tanto è luminoso e sotto il naso il portatile di un vicino in treno. La settimana scorsa una signora si è fatta un’ora e mezza di fatti miei tutta contenta e Dio solo sa quanto avrei voluto sapere cosa diavolo pensasse nel mentre. Comunque.

Si siede questo ragazzo al mio fianco nel posto rimasto libero dalle stazioni precedenti e inizia a guardare cosa faccio senza timore di darlo a vedere. La fase creativa di un prodotto grafico è delicata: non devo FARE qualcosa e basta ma lo devo PENSARE, creare, inventare da zero. Dunque un po’ di prove: questo lo piazzo li, quello lo scrivo così, questo colore, no meglio l’altro, la forma, il contenuto e così via. A volte (spesso) si parla di ORE. L’idea buona può uscire dopo svariati bozzetti a vuoto.
Inizio a buttare giu’ due cose ma questo pubblico mi infastidisce: segue attentamente e non accenna a smettere. Vuole vedere come prosegue questo adesivo: come verrà fuori. Ad ogni pausa per riflettere è un’agonia. Cosa starà pensando? Gli piace questa scritta qui o lui la metterebbe di un altro colore e girata dall’altra parte? Lo show deve proseguire diamine. Non posso esitare troppo. Fai qualcosa, muovi quel mouse.

Scrivo, riscrivo, tento soluzioni banali per provare qualcosa e non lasciare il foglio in bianco. Lo spettacolo deve andare avanti, vogliamo sapere come sarà. Ogni incertezza è la prova di un’incompetenza, di una idea che non c’è, di scarsa fantasia. Lui lo farebbe diversamente, più bello senz’altro. Lo guardo con la coda dell’occhio in una pausa per cambiare canzone sull’iPod. Sta proprio guardando qui. L’aria perplessa non lascia dubbi: è orribile quest’adesivo. Cosa mai saprà fare di meglio questo marcantonio di ragazzo di quasi due metri tutto spelacchiato e allampanato? Guardati cazzo, hai i pantaloncini di Pinocchio rosso slavato e le tennis che si usavano dieci anni fa. Il marsupio con il telefonino. Cielo, che sfigato dai. Che razza di adesivo farai mai TU?

Cerco invano di proseguire ma i tentativi sembrano goffi perfino a me. Non sta in piedi, non si riesce a trovare un modo per riempire tutta l’area di disegno: chi ha scritto i testi? Datemi del testo da aggiungere! Che adesivo è con solo due parole per testo? Non demorde il ragazzone, che probabilmente si sta pure accorgendo delle crepe nella scocca del portatile e starà confrontando mentalmente con il suo tenuto da Dio, certamente, lo utilizza senz’altro con il guanto in seta e lo ripone in un cassetto ogni sera prima di addormentarsi. Intravedo una via di fuga: la batteria del portatile va esaurendosi. Devo guadagnare tempo… abbozzare soluzioni geniali per dimostrare il mio talento e poi fingere di essere colti alla sprovvista dalla batteria e… oh peccato, finirò domani. Va bene rosso? Sposto più giù? Senza tradire la minima emozione lo sguardo sul collo è sempre al suo posto. O forse starà guardando lontano, verso l’orizzonte fuori dal finestrino?

Mancano pochi minuti di autonomia, serve un diversivo: apro un file vecchio di cui sono contento del risultato, già terminato e rifinito. Guarda questo eh, pirla. Hai visto quando non mi guardi cosa partorisco? Guarda guarda. Renditi conto, tu con i tuoi pinocchietti. Fingo di controllare il cellulare e resto con l’immagine aperta sul mio lavoro finito attendendo finalmente l’ultimo respiro della batteria. Nero. Spento. Era ora.
Chiudo e ripongo soddisfatto il portatile nella borsa. Sono salvo. Almeno fino a domani mattina. Che la notte mi porti consiglio.

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Il non più giovane Holden.

[Dedicato agli incompresi.
Ai giovani che sono diventati vecchi
tra ipocrisia, false ideologie, politica e retorica.
Dedicato a chi si consuma dentro a un bar.]

Il non più giovane Holden sta ritto sotto la pensilina della fermata dell’autobus: ha i capelli lunghi e lisci e baffi da spagnolo. Le ragazze si girano a guardarlo perché sembra Johnny Depp. Il non più giovane Holden tira su col naso e si strofina le narici con l’indice e il pollice: assomiglia a Johnny Depp ma perfino lui ha capito che i baffi da spagnolo, che i capelli lisci e compagnia bella non gli salveranno la vita; perfino lui, che non sa niente del mondo perché non gli vuole fare questo favore, ha capito che Johnny Depp senza Tim Burton oggi farebbe il commesso della Feltrinelli a Largo Argentina. Lui no, lui assomiglia a Johnny Depp, lui non è Johnny Depp: lui non ha bisogno di Tim Burton per essere qualcuno. Lui non ha bisogno di essere qualcuno. Lui non è nessuno. Non gli serve una benda da pirata sull’occhio: lui lavora da Vobis a Piazza Mancini, assembla i computer e consiglia schede grafiche ai ciccioni brufolosi che vogliono giocare a Warcraft come dio comanda. E sniffa cocaina.

La cocaina la prende a Via dei Volsci il mercoledì sera, il giorno in cui i cinema sono pieni: lui spende così i suoi soldi, lui non ne vuole sapere. Lui i soldi che non butta in benzina li investe in cocaina a Via dei Volsci. Il non più giovane Holden sniffa, assomiglia a Johnny Depp, tutte le ragazze si voltano a guardarlo: una volta gli è andata male ed è stato ricoverato per quattro settimane. Da allora non ha mai più cambiato angolo. Il non più giovane Holden ce l’ha con le autorità perché proibiscono tutto alla povera gente: il non più giovane Holden, che assomiglia a Johnny Depp e sniffa cocaina, sostiene che la liberalizzazione totale delle droghe, leggere e pesanti, converrebbe soprattutto allo Stato che otterrebbe in questo modo una schiera di elettori rincoglioniti e contenti che non avrebbe più tempo e cervello per considerare l’operato dei politici. Perciò si droga. Il non più giovane Holden. Per non pensare. Per non considerare. La cocaina un po’ se la fuma un po’ se la sniffa. Sul lavoro, da Vobis, a Piazza Mancini, i ciccioni che vogliono giocare a Warcraft non si accorgono di niente e tornano soddisfatti a smanettare sulla loro droga al silicio: lo stipendio gli arriva puntuale ogni mese. Dentro una busta gialla. In contanti. In nero.

Alle otto di sera il non più giovane Holden torna a casa. Dai genitori. Perché una casa in affitto costa troppo. Torna a casa dai genitori a via della Balduina e cena in silenzio senza appetito. In bagno gli scende il sangue dal naso e lui rovescia la testa all’indietro come per una risata esplosiva, solo che non c’è niente da ridere: quando torna a guardare il proprio riflesso nello specchio gli sembra che quello non l’abbia seguito nel movimento ma sia rimasto a giudicarlo con severità. "Che vuoi?", gli dice il non più giovane Holden. Al rilfesso. "Che vuoi? Ci tieni o no ad assomigliare a Johnny Depp?".

Il non più giovane Holden è bello, ha i baffi da spagnolo, assomiglia a un attore famoso di Hollywood. Sul 2 tutti lo guardano, anche gli uomini: gli uomini, soprattutto, sono affascinati da ciò che piace alle donne. Sono affascinati e disgustati e per tutta la corsa del tram cercano un solo motivo per non desiderare di essere come lui. La maggior parte di loro si convince che uno che assomiglia a Johnny Depp non può essere anche intelligente e che l’intelligenza, al giorno d’oggi, è qualcosa che non puoi barattare con la bellezza. Così si regalano la loro concessione quotidiana: chi non si droga deve trovare un altro modo per arrivare alla sera senza impazzire.

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Categorie: Racconti



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