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Dicesi ‘bici’

Se vi chiedono cos’è la bicicletta, voi rispondete così:

Sole, acqua, sudore negli occhi, strade sbagliate, aratri a bordo strada incrostati di terra, fumo di grigliate, insetti che entrano nella maglietta, gattini sonnolenti nell’erba, freni surriscaldati, incontri a metà strada, semafori rossi, lattine di cocacola masticate, il grasso della catena, la Madonna (di Sanluca, ma pur sempre la Madonna) e tanti, tanti alberi. Mai troppi.

Categorie: Personale, Sport

Scendere dal pero

Forse non sarebbe opportuno scrivere a cadavere ancora caldo, bisognerebbe analizzare, capire, leggere ed elaborare, come si è soliti dire. Però siamo usciti al primo turno e quindi il nostro desiderio più grosso già da un’oretta a questa parte è quello di dimenticare il più in fretta possibile questo sfacelo.

Dimenticare che Lippi aveva lasciato da vincente ed è voluto tornare sapendo benissimo che non era aria e non sarebbe stata la stessa cosa. Testardo nelle scelte (errate) e nella presunzione che tutto dipendesse esclusivamente dalla sfortuna. Il vincente che torna sui suoi passi qualche anno dopo, per inciso, raramente trova gloria, l’ultimo esempio sportivo evidente mi pare sia quello di Schumi.

Dimenticare che siamo stati a ridere della Francia due settimane solo perchè andavano a picco in un clima di contestazione generale verso il proprio allenatore e non ci siamo accorti della trave nel nostro occhio solo perchè avevamo vinto un titolo quattro anni fa e quindi eravamo più forti.

Dimenticare che siamo stati a guardare Pepe e Montolivo per tre partite e a giustificarli con un beh dai tutto sommato, mentre in difesa un cadavere di nome Fabio e cognome Cannavaro ci faceva vergognare della fascetta di capitano che aveva indosso.

Dimenticare che la squadra che ha vinto il campionato italiano ha contribuito alla Nazionale in campo con la bellezza di zero giocatori e che il problema del ricambio generazionale tra i giocatori italiani era noto da tempo, ma finchè non ci sbattiamo il muso fino in fondo, finchè non scadiamo nel ridicolo, non ci occupiamo dei problemi (vedi l’assurdo colpo di reni negli ultimi dieci minuti dell’ultima partita dopo tre match di sonno, ma in generale un po’ l’andazzo italico di tutta la nostra classe dirigente).

Dimenticare che vincere un mondiale non significa proprio niente quattro anni dopo con altri giocatori e altre situazioni, e che Brasile a parte forse, nessuna squadra può ritenersi campione a prescindere in ogni tempo e competizione. Un pizzico di umiltà in più tante volte non guasta e nell’Italia pallonara manca spesso, a maggior ragione dopo il 2006.

Vorrà dire che staremo a guardarci le quattro stellette sulla maglia, mentre squadrine da sorteggio ridicolo cresceranno anno dopo anno e zitte zitte ci sorpasseranno a destra mentre noi, che siamo campioni blasonati, ancora penseremo di passare per classifiche avulse, autogol, rigori regalati e rocamboleschi incastri del destino. D’altronde l’Italietta è proprio questa, e il calcio ne è il suo più adorabile quanto ridicolo specchio.

Categorie: Non catalogati, Sport

Vorrei ma non posso

Ciccsoft Speciale Mondiali Sudafrica 2010Vincere un mondiale con Pepe, per esempio. E Iaquinta, e quel paracarro di Gilardino. Vincere un mondiale con un pedatore della fascia destra che assomiglia più a uno spacciatore messicano, che a un futuro campione del mondo. Osserviamolo un attimo, questo Pepe. Ha tutto per rappresentare il simbolo di questi mondiali azzurri: è semisconosciuto, finora ha giocato in una provinciale, era nato attaccante ma con il passare degli anni è finito per retrocedere al ruolo di ala, ha iniziato a randellare prima ancora che tentare improbabili rovesciate in mezzo all’area. Non è nemmeno più giovane, questo Simone Pepe già 27enne, che sbuffa, si arrabbatta, mostra la sua espressione più convinta e convincente. Ma i passaggi finisce per sbagliarli tutti, dribbling non ne parliamo. Però sbuffa, mostra il ghigno, è carico come una mina.

A Pepe gli manca tutto, per poter vincere un mondiale, eppure si ritrova, lui sì, in Sudafrica: ce l’ha messo un santone della panchina refrattario ai grandi nomi (quali, peraltro?), lasciati a casa perché indisciplinati e non conformi alla sua idea di “gruppo”. A loro gli ha preferito questo smilzo che gioca nell’Udinese, che lo vedi, quanto vorrebbe vincere un mondiale, quando gli piacerebbe spaccare il mondo, lo vedi quanto si candida a impersonare il ruolo di “favola da mondiale”, prima di lui Grosso, e prima ancora Schillaci.

Simone Pepe contro il Paraguay

Però la rovesciata non gli riesce, i cross più utili sono quelli finiti in tribuna a colpire qualche vuvuzela. Pepe dai, ci riproviamo domenica, e poi ancora giovedì prossimo, e poi forse si va a casa tutti, si prende l’aereo e ci si va a rosolare su qualche spiaggia a ricordare quanto è stato bello partecipare a un mondiale. Vincerlo, con i tuoi piedi, sembra francamente impossibile. Sarà per questo che finirai per farti comunque apprezzare, e come tu gente come Montolivo, che aspettiamo si svegli dal suo torpore da ormai troppi anni, Criscito, timido e onesto terzino, e poi Marchetti, Marchisio, Di Natale… Gente quasi adatta a giocare in nazionale: sarà per questo che nonostante un pareggio, finisce comunque per starci simpatica.

Categorie: Sport

Il legittimo impedimento

Ciccsoft - Speciale Sudafrica 2010 E’ l’anno della Spagna, anzi no, stavolta tocca all’Inghilterra. Spuntano speciali ovunque, tra giornali e blog pronti a offrire le immagini delle partite e le schede di ogni giocatore dell’Honduras. I forum di streaming RojaDirecta, Atdhe e MyP2p affilano i link e offrono un pacchetto completo che Sky e le sue fottute “64 partite tutte in diretta” se lo sogna. Si comprano le tv da mettere in ufficio per pomeriggi troppo caldi e troppo azzurri. Si organizzano gruppi di ascolto di fronte a maxischermi improvvisati. Ci si prepara a rispettare le tradizioni e guardarsi le partite su un 14 pollici.

E’ il Mondiale, è il Natale del Calcio, ma ogni quattro anni. Quindi ancora più atteso, ancora più sacro, ancora più profano. E’ l’unica manifestazione che riesce a far precipitare pil nazionali come nemmeno il più generale degli scioperi. E’ il calcio e basta, all’ennesima potenza: o si ama, o si odia. E inizia oggi.

L’ultima volta molti di noi non avevano mai provato l’esperienza trascendentale di alzare la coppa. Quest’anno è diverso: sappiamo già come funziona. Quindi molti di noi sono inconsciamente pronti ad accettare senza scomporsi tanto la probabile eliminazione ai quarti di finale con la Spagna. In giro c’è gente che non vince da più tempo di noi (gli inglesi, comandati dal Colonello Capello) o non hanno mai proprio vinto (la Spagna, appunto, che meriterebbe di vincere solo per il fatto di avere in squadra tipi come Fabregas e Iniesta). O gente che di solito vince (tipo il Brasile), o che avrebbe come sempre tutti i mezzo per farlo (l’Argentina, con Messi in campo e Maradona in panchina, un cortocircuito che neanche in Ritorno al Futuro). Ci sarebbe anche la favola del calcio africano, e di un continente intero che “aspetta questo momento da una vita”, per citare un abusato clichè socio-sportivo. Ci sono nazionali che fanno contorno come l’Honduras (un nome a caso) oppure la Corea del Nord, che iscrive l’attaccante come portiere. C’è un Mondiale, insomma, una messa da celebrare anche se non conosciamo i nomi dei giocatori convocati da un Lippi che non sa contro chi prendersela, questa volta.

Siamo tutti un po’ in ritardo, e senza bava alla bocca come quattro anni fa. Siamo più rilassati e distratti, per un Mondiale che si gioca d’inverno (in Sudafrica), disturbati dal suono di migliaia di vuvuzelas. Campioni che possano infiammare da soli la scena non se ne vedono, visto che pure Messi è stato dichiarato “irreversibilmente stanco“. Come fare per riaccendere la passione? Potrei dirvi che vincere un mondiale con gente come Pepe sarebbe un’impresa stile Grecia agli Europei del 2004: incredibile, non pronosticabile. Che stavolta sarebbe molto, molto più difficile rispetto all’ultima Coppa. Non vi basta, vero? E se la smetteste di fare i raffinati, come quelli che dicono “ah nel ‘82 fu un’altra cosa” o “io per gente come Cannavaro non tifo”, se provaste a guardare questi Mondiali con gli occhi di chi nel 2006 non era ancora nato? Facciamo che da domani abbiamo tutti quattro anni e ci ciucciamo il dito mentre Pepe si invola sulla fascia?

Una manciata di link:
- La migliore infografica sui Mondiali, e in generale di sempre, è il Calendario del quotidiano sportivo spagnolo Marca.
- Il blog collettivo sui mondiali è l’ormai immancabile Doppiavuemme (c’è Enver, Colas, Benty, ElRocco e tanti altri ancora).
- Li avete già visti tutti quanti, lo so, ma è doveroso ricapitolare: Nike e Adidas per i Mondiali mostrano i muscoli e giocano a chi ce l’ha più grosso: lo spot, intendo. Vince Nike, seppure di poco.
- Ok Grosso, ok Berlino, ok Pablito e il Bernabeu e la partita a scopone tra Zoff e Pertini sull’aereo. Ma se penso ai Mondiali, penso sempre a lui, nonostante tutto.

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45 anni

Arriva all’edicola un’anziana dalla voce tremante, rugosa e dai capelli bianchi. Chiede “il giornale sull’Inter”. L’edicolante è incerta, anche perché oggi tutti i giornali parlano dell’Inter. “Lo sportivo, voglio”. Peccato che in Italia ce ne siano ben tre, di quotidiani sportivi. Così l’edicolante glieli mostra uno ad uno, come in macelleria quando ti fanno vedere lo stinco di maiale. “Solo Inter, “Estasi Inter”, “Inter, un mito”. La vecchia rimane stordita: “E’ per mio nipote, è tifoso”. Prende la Gazzetta, alla fine, per andare sul sicuro, e dopo aver pagato uno scellino l’accarezza affettuosamente, tradendo le sue origini meneghine: “Ah, la mia Milano”.
Una vecchia rugosa e caracollante che si alza all’alba di domenica per andare a comprare “il giornale sull’Inter” al nipote che intanto se la dorme (avrà festeggiato fino al mattino?), nella mia scala di giudizio vale molto più che la doppietta di Milito. Soprattutto, fa capire abbastanza bene cosa significa (cosa significava, a questo punto che la Storia è cambiata) essere interisti.

Ieri sera ho visto la partita assieme a un tifoso invasato, che ha letteralmente pianto al fischio finale, e suo padre, che invece si è semplicemente fumato una sigaretta, l’ennesima. Suo padre è fatto così, passa buona parte delle partite dell’Inter a fumare nello stanzino a fianco. Poi rispunta nel finale, sorridendo se si vince, cambiando canale se si perde. Ieri sera non ha cambiato canale, si è infilato una maglia nerazzurra, è uscito di casa ed è salito placido sulla bici. E ha iniziato a girare per la città così, sulla graziella bianca, ricordandosi e ricordandoci che lui l’ultima volta che era successa una cosa del genere, aveva tipo sei anni. Nella mia scala di giudizio il suo sorriso contenuto di bambino che gli rispunta di nuovo dopo 45, lunghissimi anni, vale molto più di una corsa isterica di Mourinho in mezzo al campo.

Milito felice come un bambino

Noi interisti siamo (eravamo, visto che la Storia è cambiata) fatti così: ci piace aspettare. Ci piace imparare cosa significa avere pazienza. I lacrimoni sono spuntati anche a me, durante la pubblicità a fine partita, mentre ripercorrevo la mia storia da ‘tifoso’. Le domeniche pomeriggio solitarie, con la radiolina e la sciarpina, i salti che facevo in casa con gli occhiali tondi da ragazzino sfigato che mi saltavano via, le scaramanzie inventate e che non funzionavano mai, i morsi allo stomaco prima di un ottavo di finale di Coppa Uefa, tutte le Gazzette comprate e ammassate in soffitta (non si butta via niente), il 5 maggio, diobono, il 5 maggio e io che esco dal pub in coma “dimenticandomi” la mia ragazza dentro. E poi gli ultimi scudetti. E poi, soprattutto, ieri sera, quando la foto di un bambino sorridente è diventata a colori, solo con un po’ di capelli in meno, quando 45 anni si sono sciolti in un attimo, quando mi sono ricordato che cosa significa tifare per l’Inter.

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Internazionale!

milito
Le cose che accadono per prime nella storia sono sempre le più belle e rimangono nel mito negli anni a seguire: il primo amore, il primo giorno di scuola, o calcisticamente il primo mondiale, il primo scudetto e così via. Faticheremo - sbagliando - a dare a questa Inter degli anni Dieci l’appellativo di Grande come quella di Corso e Suarez, quasi a non voler intaccare il mito di una squadra da storia del calcio tanto che, come dice Freccia nel film di Ligabue, “belle così non ce ne saranno mai più”.
L’impresa della tripletta compiuta dagli interisti quest’anno invece ha il sapore di un’epopea, di qualcosa che durerà negli anni a venire proprio perchè questa Inter, piaccia o no, ha saputo far squadra e crescere nelle vicissitudini anno dopo anno, rafforzandosi e credendo nelle sue capacità tornando ai livelli che meritava, senza nulla invidiare ai cugini milanisti per troppo tempo vincenti e strafottenti.

Per una persona come me, cresciuta negli anni Ottanta, adolescente nei Novanta, il Milan vincente in ogni dove di Sacchi e di Capello ha sempre rappresentato un mito al quale non si poteva resistere. L’Inter tuttalpiù una parente povera, una squadra in declino con un presidente spendaccione e una girandola di allenatori inutili con bomber in panchina. Faceva un po’ tenerezza l’eterna sconfitta, relegata ad un umorismo da barzelletta come nell’immaginario collettivo solo i carabinieri.

Per queste ragioni ieri vedere alzare la coppa a tante maglie nerazzurre è sembrato come assistere ad una scena inedita ed inusuale (ed in effetti io 45 anni fa non c’ero e non c’erano nemmeno i colori in tv per distinguere l’Inter dal Milan in un’ipotetica istantanea di quel momento). Mi ha fatto girare la testa, incuriosito dalla sorte che prima o poi tocca a tutti: se sei una grande squadra di calcio, arriverà anche il tuo momento e la gioia allora sarà talmente immensa da diventare pura pazzia. Lo sguardo di capitan Zanetti ieri era ben diverso da quello di tutti gli altri capitani che hanno alzato la coppa dalle grandi orecchie negli scorsi anni. Era loco di gioia nella notte madrilena dove si interrompeva un digiuno di 45 anni. Mi ha ricordato la notte di Berlino con l’Italia che tornava a vincere dopo una generazione, la mia, che non aveva mai vissuto i festeggiamenti per un Mondiale, e in questo caso le generazioni di distanza erano addirittura due. Forse non ho potuto coglierne appieno la gioia non tifando Inter, ma senz’altro ho capito l’importanza storica e sportiva di un momento magico per una fetta di milanesi e in generale di italiani, a lungo digiuni del trofeo più prestigioso del nostro continente.

L’Inter ha vinto perchè in questa vicenda, finalmente, non ha avuto campioni panchinari e allenatori inutili. Il Presidente, certo, è sempre lui, ma conta fino ad un certo punto una volta che azzecca gli acquisti per gli anni seguenti. Quello che ha contato di più sono stati gli uomini in campo che hanno fatto una stagione grandiosa comportandosi (chi più chi meno) da vere bandiere nerazzurre come ormai ne restano poche nel calcio. Penso al grande cuore di Javier Zanetti, un uomo d’oro fuori e dentro dal campo, il capitano che tutti vorremmo, approdato all’Inter negli anni più bui e che ha vissuto questa cavalcata trionfale fino alla fine con una dedizione unica. Penso al “Principe” Milito, una perla che forse farà grande l’Argentina ai mondiali se Maradona saprà sfruttarla appieno, con una continuità spaventosa nel segnare in ogni match e dotato di un’umiltà rara. Una faccia triste che rimarrà simbolo di questa Inter che vince e piange, che soffre e sputa, lotta ed esulta. Penso infine al tanto discusso Jose Mourinho, presuntuoso ma adorabile,  che sa il fatto suo e ha fatto grande questa squadra con una sicurezza senza eguali. Un uomo distrutto dal sistema calcio italiano, fatto di gossip e veleni, di denunce e gestacci, e che abbandonerà presto verso altre vittorie in giro per l’Europa. Il suo pianto disperato non è forse l’immagine più bella - o almeno più significativa - di questa pazza Inter vincente e tormentata nell’animo per i continui attacchi e le cattiverie piovute da ogni dove negli ultimi mesi?

Ma la prima cosa che ho pensato davvero ieri sera, è stata la scritta che per anni ha campeggiato sul blog del milanista Farfintadiesseresani, garrulo e satollo delle continue vittorie milaniste negli ultimi vent’anni. Diceva orgogliosa:

“L’Inter non vince la Champions League da: XX anni, XX mesi, XX giorni, XX minuti”.


Ho ricontrollato stamattina: quella scritta non c’è più. E’ ormai barzelletta di un tempo passato.
Uno a uno, palla al centro.

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Attilio Monetti ancora non si è ripreso

Ferragosto. Accendo la tv, vedo una pista d’atletica di un blu bellissimo, vedo l’Olympiastadium. Andiamo a Berlino, penso. Ma sono solo i mondiali di atletica leggera.

Poco male, penso. Atletica significa solo una cosa: le telecronache di Franco Bragagna. Uno dei pochi telecronisti per cui si segue lo sport più per quello che dice, che per quello che si vede.

E infatti. Sento la voce del fido Attilio Monetti, l’uomo enciclopedia capace di snocciolare solo dati e zero commenti. Sento la voce di altri inutili controfigure. Non sento la voce di Franco.

E’ Ferragosto, c’è l’atletica a Berlino in tv, c’è la pista in blu invece che in rosso. Eppure Bragagna non c’è.

UPDATE: Scralco nei commenti mi segnala che il mito Bragagna è ricomparso. Ferragosto è finito, Bragagna è tornato. Sotto coi 100 metri, allora.

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Calcio moderno

Il vero scudetto dell’Inter non si è celebrato sabato sera quando si è raggiunta la certezza matematica della vittoria. E nemmeno domenica, dopo la partita contro il Siena, quando si è celebrata la festa a San Siro con i tifosi.

La vittoria nerazzurra viene marchiata negli albi d’oro oggi pomeriggio, verso sera, quando con uno scarno comunicato la Juventus esonera il povero Ranieri, a due giornate dalla fine, affidando la panchina a una sua vecchia gloria, Ciro Ferrara.

Il calcio italiano ha attraversato lo specchio e ora (si) è ribaltato: l’Inter macina scudetti di fila, la Juve si arrabatta tra decisioni ridicole frutto di una società ridicola. Era così fino a nemmeno pochi anni fa, ma esattamente al contrario. Per chi è stato interista prima del 2006, sa perfettamente che la rivalsa maggiore (perché vincere, per un interista, anche e soprattutto di questo si tratta, oggi) è tutta contenuta nelle righe in cui viene congedato Ranieri.
Se ci fosse un’ipotetica bilancia, in uno sport ingiusto, bugiardo e crudele come il calcio, credo che ora sarebbe quasi (quasi), in equilibrio.

Categorie: Sport

Il calcio più bello del mondo

E’ uno sport dove si gioca in undici, con le maglie blaugrana, per una squadra che si chiama Barcellona.

E non esiste “Premier League”, “pubblico vicino al campo”, “erba perfetta”, “merchandising” e tutte le altre menate sul “modello del calcio inglese” che tenga. Poesia pura.

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Quando al posto delle lenzuola usavo le pagine della Gazzetta

Mi ricordo ancora le prime Gazzette della mia vita. 1994, mi pare ci fossero le Olimpiadi Invernali in corso, a Lillehamer, Silvio Fauner che vinse una memorabile medaglia al fotofinish battendo il norvegese di casa. Non mi vergogno ad ammettere che quei fogli rosa diventarono parte fondamentale della mia vita. Una persona, prima ancora che un quotidiano sportivo. La Bibbia, per chi idolatrava lo sport come me. La carta, il suo odore, le mani sporche dell’inchiostro nero.

All’epoca, direttore era Cannavò. Nell’ingenuità dell’epoca, lo ammiravo tantissimo, sia per cosa scriveva, sia per come lo spiegava. Poi, sono cresciuto, mi son fatto (sportivamente) più scaltro, e ho visto le tante sue magagne. Ma lo stile restava. Oggi non esiste più la sua Gazzetta, e non so se sia un bene. Chiudo con le parole di Settore:

Un pezzo di Cannavò era comunque un pezzo da leggere, al di là di come la si pensasse e di quanto si valutasse fané la prosa e il pensiero del vecchio direttore. Ma poi ti rendevi conto che da lì comunque c’era da spremere roba. Oggi, che è domenica, fate zapping fino alle due di notte, fate questo esperimento. E poi ditemi se non vi mancherà un Cannavò

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Io appartengo a chi mi paga di più

Kakà bada ai veri valoriKakà sta per essere scippato al Milan grazie a una vagonata di petrodollari, tale da far impallidire persino l’opulento Silvio. Facile ironizzare sui principi evangelici del buon Ricardino, che sarebbe ora pronto ad accettare l’esplosione del suo conto in banca grazie a cifre “immorali”, eppure di morale in questa vicenda non c’è assolutamente nulla. C’è un signore particolarmente ricco che vuole una cosa, la chiede a un signore un po’ meno ricco di lui, questi è (ma dai) disposto a concedergliela. Tutto legittimo, così come il desiderio di Kakà di guadagnare di più. A certe cifre forse è anche giusto vendere, considerando che potrebbe essere una delle ultime vacche grasse che innaffiano di latte nero i pascoli italiani: il Milan potrebbe cogliere l’occasione di rifarsi una squadra degna di tale nome.

L’aspetto che veramente stona in tutta la questione è la modesta caratura della destinazione di approdo, il Manchester City, noto ai più per essere la squadra tifata dagli Oasis, forse, che per le prestazioni sportive, difatti oggi si trova in zona-retrocessione. Kakà dunque non ha l’alibi che avrebbe in caso di fuga al Real Madrid (il blasone! la Storia! il palcoscenico prestigioso per regalarmi nuovi stimoli! ecc.), e la sua scelta è nuda come la ipocrisia: vado dove mi pagano di più.
E’ questo il dettaglio che stona nella vicenda, anche se mi viene in mente un fanta-parallelismo con Maradona, e il suo passaggio dal Barcellona (squadra tra le più ricche del mondo) al derelitto Napoli (lottava per non retrocedere) nel 1984, per la cifra di 14 miliardi di lire (più o meno 20 milioni di euro attuali). Non mi ricordo (avevo due anni) se all’epoca si gridasse allo scandalo, ci si strappasse le vesti in nome della dignità e del calcio svenduto al vil denaro. Anzi, a me è sempre sembrata una scelta molto naif, e in fondo consolante notare come anche una squadra di bassa-caratura potesse permettersi il Campione.
Oggi però parliamo di 110 milioni di euro, di un emiro che riesce nell’impresa di comprare i sogni di Berlusconi, e tutto appare più sproporzionato e sgraziato.

Certo, se Moratti domani mi compra Messi ad una cifra pari al prodotto interno lordo della Nigeria, sarebbe una geniale e oculata gestione delle risorse.

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Metti a Cassano!

Andavamo negli spogliatoi delle giovanili, spesso usavamo i lettini dei massaggi, ogni tanto se ne spaccava uno. Anche se lo scoprivano, non mi dicevano nulla, chiudevano un occhio. Anche perché spesso ho giocato grandi partite dopo aver fatto sesso. E’ uscita la biografia ufficiale del Fantantonio: ovviamente, si toccano vette di lirismo puro. This is football.

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Scherzi a parte

Tutta una stagione di Formula 1 condensata in questa gif, che riassume i 40 lunghissimi secondi tra l’arrivo dello sfigatissimo Massa e il sorpasso di Hamilton sull’Ispettore Glock. La faccia del padre di Felipe è già leggenda.

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Fermi tutti, arriva Mourinho

Prendete una tranquilla domenica pomeriggio, al termine delle partite del campionato. Dopo il fischio finale dell’arbitro, inizia la messa recitata delle interviste negli spogliatoi, con la sfilza di giornalisti a reggere il megafono ed amplificare “clamorose” dichiarazioni. Domande più lunghe della stessa risposta, contenenti già il commento che l’intervistatore di turno conferma placidamente:

Sì, è vero, è stata una partita sofferta ma con grande determinazione e con l’aiuto dei tifosi siamo riusciti ad ottenere un grande risultato.

Dispiace per la sconfitta, ma direi che tutto sommato non abbiamo demeritato.

Un pareggio è utile a smuovere la classifica.

Sono contento di aver segnato.

L’arbitro ha condizionato la gara.

Eccetera eccetera. Da anni la liturgia delle dichiarazioni pre-confezionate, prive di qualsiasi originalità ma soprattutto della personalità di chi le serve tiepide per i raggelati microfoni dei tele-tifosi, viene rispettata minuziosamente. Un canovaccio sicuro e affidabile che nessuno (calciatori, allenatori e dirigenti, salvo sparute e instabili eccezioni) si azzarda a smentire.
Prendete ora quella stessa tranquilla domenica pomeriggio, sempre al termine delle partite, e inserite in quel contesto appena descritto un elemento estraneo: straniero, nel vero senso della parola. Un allenatore più allenatore degli altri, portoghese però con trascorsi in Inghilterra, che i soprannomi se li conferisce da solo, dotato di carisma e arroganza, ma soprattutto di una lingua scioltissima. I giornalisti sportivi italiani, abituati a compilarsi da soli le interviste sfogliando il “Prontuario delle Dichiarazioni nel Calcio Italiano” (pare lo rilascino ai giocatori quando firmano un contratto e agli allenatori quando ritirano il patentino), si trovano spiazzati e impreparati ad affrontare una testa pensante, e iniziano a reagire negli unici due modi possibili per chi è refrattario alla critica equilibrata: l’Adorazione o la Maledizione.

L’allenatore che “non si sente il migliore del mondo, ma sicuramente pensa di essere migliore degli altri” si chiama Josè Mourinho, e da ormai quattro mesi viene stipendiato profumatamente dall’Inter Campione d’Italia. Sbarca dall’Inghilterra, dove alla prima conferenza da allenatore del Chelsea si definì “special one”, e fu solo l’inizio di una lunga serie di perle autocelebrative e aggressive. Prima ancora, aveva vinto tutto, compresa una Coppa dei Campioni con i portoghesi del Porto, diventando culto nazionale: “Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto, con una bellissima sedia blu, una Champions in bacheca, Dio e dopo Dio il sottoscritto“.

Oggi è in Italia, non ha ancora vinto niente, la sua squadra pur essendo prima in classifica non brilla certamente per la qualità del gioco espresso, eppure è dilagata un’autentica mania per quello che dice; per quello che è, in un ambiente, il calcio italiano, in cui si pensa e si parla per sottrazione, annichilendo le personalità e uniformandosi al pensiero comune: ed ecco spiegato come sia potuto nascere il Ciclone Mourinho.

Mourinho sbanca il calcio italiano

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AAA Cercasi perditempo

Per il terzo anno consecutivo stiamo organizzando il Fantacalcio tra blogger. Il Segretario ci ha richiamato tutti all’ordine, ma non abbiamo ancora raggiunto il “numero legale” per disputare una stagione come si deve. Stiamo quindi cercando validi volenterosi che sappiano apprezzare il gioco più divertente del mondo (dopo il calcio), pronti a sfidarsi in aste popolate da squali e a battagliare ogni domenica a colpi di 4-3-3 e formazioni bistrattate.

Se avete tempo da perdere (è richiesta costanza settimanale nell’invio della formazione da qui fino a fine maggio) mandate la vostra “candidatura” via mail a questo indirizzo: fazek@ciccsoft.com. Vi faremo sapere…

UPDATE: L’abbiamo trovati, grazie per la solidarietà!

Categorie: Mondo blog, Sport



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