Archive for the 'Sport' Category

I ciclisti sono matti

Muore un ciclista al Giro d’Italia. Gianni Mura scrive un pezzo stellare. Qui si piange.

Un ciclista non sogna certo di morire, ma sa che può capitargli. Un ciclista sogna la grande fuga, l’andar via da tutti, l’isolamento, tutte cose che sono l’altra faccia della morte ma in qualche modo la evocano. Il ciclista è un personaggio buzzatiano, e infatti Buzzati sui ciclisti ha scritto pezzi bellissimi: a volte, come i messaggeri dell’imperatore, si spinge così lontano che non torna più. Il ciclista può essere Bertoldo. Un vecchio suiveur, ma ormai lo sono anch’io, mi ha raccontato di un gregario toscano al Tour negli anni ’50, sono indeciso tra Ferlenghi e Falaschi. Allora, si raccoglievano le dichiarazioni di tutti gli italiani, non solo di Bartali o Coppi. “Com’è andata, eh?” indagò un giovane cronista al termine di un tappone pirenaico sotto un sole che c’è solo sui Pirenei. “Su e giù, su e giù, come pulirsi il culo a revolverate” fu la risposta.

Lo strano caso del Digitale Terrestre

Questa cosa che Dan Peterson torna ad allenare dopo 25 anni passati a bere tè freddo a bordo di piscine californiane mi ha decisamente scosso e mosso un fremito interiore. Dan Peterson, dopo 25 anni al sole della California circondato da ragazze bionde dalla dubbia morale e con un insospettabile accento ferrarese e atteggiamenti da magnaccio piacione, si infila di nuovo le scarpette (rosse, per l’occasione) allenerà la sbrindellata Olimpia Milano, un tempo squadrone che tremare il mondo fa e ora invece sbrindellata compagine lombarda che si schianta a Cantù nell’ultima partita. Il tempo passa per tutti, per le storiche squadre di basket ma non per Dan Lipton Ice Tea Peterson, che dice di “aver perso una notte di sonno, ma che all’Olimpia non poteva proprio dire di no”.

Tralasciando per un attimo il discorso puramente sportivo, visto che tenere per anni una rubrica sulla Gazzetta (la Gazzetta dei nostri giorni, peraltro) non sia automaticamente garanzia di aggiornamento professionale, il ritorno di Dan apre scenari inquietanti su le vite di ciascuno di noi. Qui gli si vuole bene come a un figlio, al nostro Dan, anche perché ha traviato le nostre estati con sorsate di tè chimico che sapeva di tutto tranne che di tè, ma come resistere al tintinnio dei cubetti dentro quel bicchierone enorme e volgare directly from Californiaaa? Non si poteva, e infatti siamo cresciuti come siamo cresciuti, ma pensavamo di aver confinato Dan Peterson nel museo delle cere viventi, eppure ce lo ritroveremo a bordo campo a urlare di nuovo ai suoi “ragazzi” che devono “sputare sangue“. Dan, fermati un attimo, vorrei farti notare due cose: il tuo labiale (vedi il video culto che anticipa di anni et anni tutte le parodie possibili inventate poi sulla Rete) è inequivocabile, e che noi qui si sputa sangue da appunto 25 anni. E adesso torni tu, e pretendi che non sia cambiato nulla? FENOMENALE.

Continue reading ‘Lo strano caso del Digitale Terrestre’

Gente per bene

Enzo Bearzot

(via IlPost)

Dicesi ‘bici’

Se vi chiedono cos’è la bicicletta, voi rispondete così:

Sole, acqua, sudore negli occhi, strade sbagliate, aratri a bordo strada incrostati di terra, fumo di grigliate, insetti che entrano nella maglietta, gattini sonnolenti nell’erba, freni surriscaldati, incontri a metà strada, semafori rossi, lattine di cocacola masticate, il grasso della catena, la Madonna (di Sanluca, ma pur sempre la Madonna) e tanti, tanti alberi. Mai troppi.

Scendere dal pero

Forse non sarebbe opportuno scrivere a cadavere ancora caldo, bisognerebbe analizzare, capire, leggere ed elaborare, come si è soliti dire. Però siamo usciti al primo turno e quindi il nostro desiderio più grosso già da un’oretta a questa parte è quello di dimenticare il più in fretta possibile questo sfacelo.

Dimenticare che Lippi aveva lasciato da vincente ed è voluto tornare sapendo benissimo che non era aria e non sarebbe stata la stessa cosa. Testardo nelle scelte (errate) e nella presunzione che tutto dipendesse esclusivamente dalla sfortuna. Il vincente che torna sui suoi passi qualche anno dopo, per inciso, raramente trova gloria, l’ultimo esempio sportivo evidente mi pare sia quello di Schumi.

Dimenticare che siamo stati a ridere della Francia due settimane solo perchè andavano a picco in un clima di contestazione generale verso il proprio allenatore e non ci siamo accorti della trave nel nostro occhio solo perchè avevamo vinto un titolo quattro anni fa e quindi eravamo più forti.

Dimenticare che siamo stati a guardare Pepe e Montolivo per tre partite e a giustificarli con un beh dai tutto sommato, mentre in difesa un cadavere di nome Fabio e cognome Cannavaro ci faceva vergognare della fascetta di capitano che aveva indosso.

Dimenticare che la squadra che ha vinto il campionato italiano ha contribuito alla Nazionale in campo con la bellezza di zero giocatori e che il problema del ricambio generazionale tra i giocatori italiani era noto da tempo, ma finchè non ci sbattiamo il muso fino in fondo, finchè non scadiamo nel ridicolo, non ci occupiamo dei problemi (vedi l’assurdo colpo di reni negli ultimi dieci minuti dell’ultima partita dopo tre match di sonno, ma in generale un po’ l’andazzo italico di tutta la nostra classe dirigente).

Dimenticare che vincere un mondiale non significa proprio niente quattro anni dopo con altri giocatori e altre situazioni, e che Brasile a parte forse, nessuna squadra può ritenersi campione a prescindere in ogni tempo e competizione. Un pizzico di umiltà in più tante volte non guasta e nell’Italia pallonara manca spesso, a maggior ragione dopo il 2006.

Vorrà dire che staremo a guardarci le quattro stellette sulla maglia, mentre squadrine da sorteggio ridicolo cresceranno anno dopo anno e zitte zitte ci sorpasseranno a destra mentre noi, che siamo campioni blasonati, ancora penseremo di passare per classifiche avulse, autogol, rigori regalati e rocamboleschi incastri del destino. D’altronde l’Italietta è proprio questa, e il calcio ne è il suo più adorabile quanto ridicolo specchio.

Vorrei ma non posso

Ciccsoft Speciale Mondiali Sudafrica 2010Vincere un mondiale con Pepe, per esempio. E Iaquinta, e quel paracarro di Gilardino. Vincere un mondiale con un pedatore della fascia destra che assomiglia più a uno spacciatore messicano, che a un futuro campione del mondo. Osserviamolo un attimo, questo Pepe. Ha tutto per rappresentare il simbolo di questi mondiali azzurri: è semisconosciuto, finora ha giocato in una provinciale, era nato attaccante ma con il passare degli anni è finito per retrocedere al ruolo di ala, ha iniziato a randellare prima ancora che tentare improbabili rovesciate in mezzo all’area. Non è nemmeno più giovane, questo Simone Pepe già 27enne, che sbuffa, si arrabbatta, mostra la sua espressione più convinta e convincente. Ma i passaggi finisce per sbagliarli tutti, dribbling non ne parliamo. Però sbuffa, mostra il ghigno, è carico come una mina.

A Pepe gli manca tutto, per poter vincere un mondiale, eppure si ritrova, lui sì, in Sudafrica: ce l’ha messo un santone della panchina refrattario ai grandi nomi (quali, peraltro?), lasciati a casa perché indisciplinati e non conformi alla sua idea di “gruppo”. A loro gli ha preferito questo smilzo che gioca nell’Udinese, che lo vedi, quanto vorrebbe vincere un mondiale, quando gli piacerebbe spaccare il mondo, lo vedi quanto si candida a impersonare il ruolo di “favola da mondiale”, prima di lui Grosso, e prima ancora Schillaci.

Simone Pepe contro il Paraguay

Però la rovesciata non gli riesce, i cross più utili sono quelli finiti in tribuna a colpire qualche vuvuzela. Pepe dai, ci riproviamo domenica, e poi ancora giovedì prossimo, e poi forse si va a casa tutti, si prende l’aereo e ci si va a rosolare su qualche spiaggia a ricordare quanto è stato bello partecipare a un mondiale. Vincerlo, con i tuoi piedi, sembra francamente impossibile. Sarà per questo che finirai per farti comunque apprezzare, e come tu gente come Montolivo, che aspettiamo si svegli dal suo torpore da ormai troppi anni, Criscito, timido e onesto terzino, e poi Marchetti, Marchisio, Di Natale… Gente quasi adatta a giocare in nazionale: sarà per questo che nonostante un pareggio, finisce comunque per starci simpatica.

Il legittimo impedimento

Ciccsoft - Speciale Sudafrica 2010 E’ l’anno della Spagna, anzi no, stavolta tocca all’Inghilterra. Spuntano speciali ovunque, tra giornali e blog pronti a offrire le immagini delle partite e le schede di ogni giocatore dell’Honduras. I forum di streaming RojaDirecta, Atdhe e MyP2p affilano i link e offrono un pacchetto completo che Sky e le sue fottute “64 partite tutte in diretta” se lo sogna. Si comprano le tv da mettere in ufficio per pomeriggi troppo caldi e troppo azzurri. Si organizzano gruppi di ascolto di fronte a maxischermi improvvisati. Ci si prepara a rispettare le tradizioni e guardarsi le partite su un 14 pollici.

E’ il Mondiale, è il Natale del Calcio, ma ogni quattro anni. Quindi ancora più atteso, ancora più sacro, ancora più profano. E’ l’unica manifestazione che riesce a far precipitare pil nazionali come nemmeno il più generale degli scioperi. E’ il calcio e basta, all’ennesima potenza: o si ama, o si odia. E inizia oggi.

L’ultima volta molti di noi non avevano mai provato l’esperienza trascendentale di alzare la coppa. Quest’anno è diverso: sappiamo già come funziona. Quindi molti di noi sono inconsciamente pronti ad accettare senza scomporsi tanto la probabile eliminazione ai quarti di finale con la Spagna. In giro c’è gente che non vince da più tempo di noi (gli inglesi, comandati dal Colonello Capello) o non hanno mai proprio vinto (la Spagna, appunto, che meriterebbe di vincere solo per il fatto di avere in squadra tipi come Fabregas e Iniesta). O gente che di solito vince (tipo il Brasile), o che avrebbe come sempre tutti i mezzo per farlo (l’Argentina, con Messi in campo e Maradona in panchina, un cortocircuito che neanche in Ritorno al Futuro). Ci sarebbe anche la favola del calcio africano, e di un continente intero che “aspetta questo momento da una vita”, per citare un abusato clichè socio-sportivo. Ci sono nazionali che fanno contorno come l’Honduras (un nome a caso) oppure la Corea del Nord, che iscrive l’attaccante come portiere. C’è un Mondiale, insomma, una messa da celebrare anche se non conosciamo i nomi dei giocatori convocati da un Lippi che non sa contro chi prendersela, questa volta.

Siamo tutti un po’ in ritardo, e senza bava alla bocca come quattro anni fa. Siamo più rilassati e distratti, per un Mondiale che si gioca d’inverno (in Sudafrica), disturbati dal suono di migliaia di vuvuzelas. Campioni che possano infiammare da soli la scena non se ne vedono, visto che pure Messi è stato dichiarato “irreversibilmente stanco“. Come fare per riaccendere la passione? Potrei dirvi che vincere un mondiale con gente come Pepe sarebbe un’impresa stile Grecia agli Europei del 2004: incredibile, non pronosticabile. Che stavolta sarebbe molto, molto più difficile rispetto all’ultima Coppa. Non vi basta, vero? E se la smetteste di fare i raffinati, come quelli che dicono “ah nel ’82 fu un’altra cosa” o “io per gente come Cannavaro non tifo”, se provaste a guardare questi Mondiali con gli occhi di chi nel 2006 non era ancora nato? Facciamo che da domani abbiamo tutti quattro anni e ci ciucciamo il dito mentre Pepe si invola sulla fascia?

Una manciata di link:
- La migliore infografica sui Mondiali, e in generale di sempre, è il Calendario del quotidiano sportivo spagnolo Marca.
- Il blog collettivo sui mondiali è l’ormai immancabile Doppiavuemme (c’è Enver, Colas, Benty, ElRocco e tanti altri ancora).
- Li avete già visti tutti quanti, lo so, ma è doveroso ricapitolare: Nike e Adidas per i Mondiali mostrano i muscoli e giocano a chi ce l’ha più grosso: lo spot, intendo. Vince Nike, seppure di poco.
- Ok Grosso, ok Berlino, ok Pablito e il Bernabeu e la partita a scopone tra Zoff e Pertini sull’aereo. Ma se penso ai Mondiali, penso sempre a lui, nonostante tutto.

45 anni

Arriva all’edicola un’anziana dalla voce tremante, rugosa e dai capelli bianchi. Chiede “il giornale sull’Inter”. L’edicolante è incerta, anche perché oggi tutti i giornali parlano dell’Inter. “Lo sportivo, voglio”. Peccato che in Italia ce ne siano ben tre, di quotidiani sportivi. Così l’edicolante glieli mostra uno ad uno, come in macelleria quando ti fanno vedere lo stinco di maiale. “Solo Inter, “Estasi Inter”, “Inter, un mito”. La vecchia rimane stordita: “E’ per mio nipote, è tifoso”. Prende la Gazzetta, alla fine, per andare sul sicuro, e dopo aver pagato uno scellino l’accarezza affettuosamente, tradendo le sue origini meneghine: “Ah, la mia Milano”.
Una vecchia rugosa e caracollante che si alza all’alba di domenica per andare a comprare “il giornale sull’Inter” al nipote che intanto se la dorme (avrà festeggiato fino al mattino?), nella mia scala di giudizio vale molto più che la doppietta di Milito. Soprattutto, fa capire abbastanza bene cosa significa (cosa significava, a questo punto che la Storia è cambiata) essere interisti.

Ieri sera ho visto la partita assieme a un tifoso invasato, che ha letteralmente pianto al fischio finale, e suo padre, che invece si è semplicemente fumato una sigaretta, l’ennesima. Suo padre è fatto così, passa buona parte delle partite dell’Inter a fumare nello stanzino a fianco. Poi rispunta nel finale, sorridendo se si vince, cambiando canale se si perde. Ieri sera non ha cambiato canale, si è infilato una maglia nerazzurra, è uscito di casa ed è salito placido sulla bici. E ha iniziato a girare per la città così, sulla graziella bianca, ricordandosi e ricordandoci che lui l’ultima volta che era successa una cosa del genere, aveva tipo sei anni. Nella mia scala di giudizio il suo sorriso contenuto di bambino che gli rispunta di nuovo dopo 45, lunghissimi anni, vale molto più di una corsa isterica di Mourinho in mezzo al campo.

Milito felice come un bambino

Noi interisti siamo (eravamo, visto che la Storia è cambiata) fatti così: ci piace aspettare. Ci piace imparare cosa significa avere pazienza. I lacrimoni sono spuntati anche a me, durante la pubblicità a fine partita, mentre ripercorrevo la mia storia da ‘tifoso’. Le domeniche pomeriggio solitarie, con la radiolina e la sciarpina, i salti che facevo in casa con gli occhiali tondi da ragazzino sfigato che mi saltavano via, le scaramanzie inventate e che non funzionavano mai, i morsi allo stomaco prima di un ottavo di finale di Coppa Uefa, tutte le Gazzette comprate e ammassate in soffitta (non si butta via niente), il 5 maggio, diobono, il 5 maggio e io che esco dal pub in coma “dimenticandomi” la mia ragazza dentro. E poi gli ultimi scudetti. E poi, soprattutto, ieri sera, quando la foto di un bambino sorridente è diventata a colori, solo con un po’ di capelli in meno, quando 45 anni si sono sciolti in un attimo, quando mi sono ricordato che cosa significa tifare per l’Inter.

Internazionale!

milito
Le cose che accadono per prime nella storia sono sempre le più belle e rimangono nel mito negli anni a seguire: il primo amore, il primo giorno di scuola, o calcisticamente il primo mondiale, il primo scudetto e così via. Faticheremo – sbagliando – a dare a questa Inter degli anni Dieci l’appellativo di Grande come quella di Corso e Suarez, quasi a non voler intaccare il mito di una squadra da storia del calcio tanto che, come dice Freccia nel film di Ligabue, “belle così non ce ne saranno mai più”.
L’impresa della tripletta compiuta dagli interisti quest’anno invece ha il sapore di un’epopea, di qualcosa che durerà negli anni a venire proprio perchè questa Inter, piaccia o no, ha saputo far squadra e crescere nelle vicissitudini anno dopo anno, rafforzandosi e credendo nelle sue capacità tornando ai livelli che meritava, senza nulla invidiare ai cugini milanisti per troppo tempo vincenti e strafottenti.

Per una persona come me, cresciuta negli anni Ottanta, adolescente nei Novanta, il Milan vincente in ogni dove di Sacchi e di Capello ha sempre rappresentato un mito al quale non si poteva resistere. L’Inter tuttalpiù una parente povera, una squadra in declino con un presidente spendaccione e una girandola di allenatori inutili con bomber in panchina. Faceva un po’ tenerezza l’eterna sconfitta, relegata ad un umorismo da barzelletta come nell’immaginario collettivo solo i carabinieri.

Per queste ragioni ieri vedere alzare la coppa a tante maglie nerazzurre è sembrato come assistere ad una scena inedita ed inusuale (ed in effetti io 45 anni fa non c’ero e non c’erano nemmeno i colori in tv per distinguere l’Inter dal Milan in un’ipotetica istantanea di quel momento). Mi ha fatto girare la testa, incuriosito dalla sorte che prima o poi tocca a tutti: se sei una grande squadra di calcio, arriverà anche il tuo momento e la gioia allora sarà talmente immensa da diventare pura pazzia. Lo sguardo di capitan Zanetti ieri era ben diverso da quello di tutti gli altri capitani che hanno alzato la coppa dalle grandi orecchie negli scorsi anni. Era loco di gioia nella notte madrilena dove si interrompeva un digiuno di 45 anni. Mi ha ricordato la notte di Berlino con l’Italia che tornava a vincere dopo una generazione, la mia, che non aveva mai vissuto i festeggiamenti per un Mondiale, e in questo caso le generazioni di distanza erano addirittura due. Forse non ho potuto coglierne appieno la gioia non tifando Inter, ma senz’altro ho capito l’importanza storica e sportiva di un momento magico per una fetta di milanesi e in generale di italiani, a lungo digiuni del trofeo più prestigioso del nostro continente.

L’Inter ha vinto perchè in questa vicenda, finalmente, non ha avuto campioni panchinari e allenatori inutili. Il Presidente, certo, è sempre lui, ma conta fino ad un certo punto una volta che azzecca gli acquisti per gli anni seguenti. Quello che ha contato di più sono stati gli uomini in campo che hanno fatto una stagione grandiosa comportandosi (chi più chi meno) da vere bandiere nerazzurre come ormai ne restano poche nel calcio. Penso al grande cuore di Javier Zanetti, un uomo d’oro fuori e dentro dal campo, il capitano che tutti vorremmo, approdato all’Inter negli anni più bui e che ha vissuto questa cavalcata trionfale fino alla fine con una dedizione unica. Penso al “Principe” Milito, una perla che forse farà grande l’Argentina ai mondiali se Maradona saprà sfruttarla appieno, con una continuità spaventosa nel segnare in ogni match e dotato di un’umiltà rara. Una faccia triste che rimarrà simbolo di questa Inter che vince e piange, che soffre e sputa, lotta ed esulta. Penso infine al tanto discusso Jose Mourinho, presuntuoso ma adorabile,  che sa il fatto suo e ha fatto grande questa squadra con una sicurezza senza eguali. Un uomo distrutto dal sistema calcio italiano, fatto di gossip e veleni, di denunce e gestacci, e che abbandonerà presto verso altre vittorie in giro per l’Europa. Il suo pianto disperato non è forse l’immagine più bella – o almeno più significativa – di questa pazza Inter vincente e tormentata nell’animo per i continui attacchi e le cattiverie piovute da ogni dove negli ultimi mesi?

Ma la prima cosa che ho pensato davvero ieri sera, è stata la scritta che per anni ha campeggiato sul blog del milanista Farfintadiesseresani, garrulo e satollo delle continue vittorie milaniste negli ultimi vent’anni. Diceva orgogliosa:

“L’Inter non vince la Champions League da: XX anni, XX mesi, XX giorni, XX minuti”.


Ho ricontrollato stamattina: quella scritta non c’è più. E’ ormai barzelletta di un tempo passato.
Uno a uno, palla al centro.

Attilio Monetti ancora non si è ripreso

Ferragosto. Accendo la tv, vedo una pista d’atletica di un blu bellissimo, vedo l’Olympiastadium. Andiamo a Berlino, penso. Ma sono solo i mondiali di atletica leggera.

Poco male, penso. Atletica significa solo una cosa: le telecronache di Franco Bragagna. Uno dei pochi telecronisti per cui si segue lo sport più per quello che dice, che per quello che si vede.

E infatti. Sento la voce del fido Attilio Monetti, l’uomo enciclopedia capace di snocciolare solo dati e zero commenti. Sento la voce di altri inutili controfigure. Non sento la voce di Franco.

E’ Ferragosto, c’è l’atletica a Berlino in tv, c’è la pista in blu invece che in rosso. Eppure Bragagna non c’è.

UPDATE: Scralco nei commenti mi segnala che il mito Bragagna è ricomparso. Ferragosto è finito, Bragagna è tornato. Sotto coi 100 metri, allora.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Che bella la pattumella!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)