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Alla base c’è il calcio

E' già ottobre e per la prima volta da sempre, credo, non ho ancora visto una sola partita di calcio del campionato. Allora ho messo tutto insieme e ho scritto una cosa per Someone still loves you, Bruno Pizzul.

Ottobre mi piove addosso senza che io abbia ancora visto una partita che sia una del campionato italiano di calcio. Ho sbirciato dal buco della serratura qualche gol (che so, il tiro al volo di Miccoli da 30 metri, o la rovesciata di Osvaldo), ho intravisto dal finestrino la parata con colpo di tacco di Agliardi o tutta la rugosa perplessità di Zeman, ho letto seduto sul water del siparietto di Allegri e Inzaghi o dell'insopportabile postura da studente di master di Stramaccioni, che invitava non so bene chi a sciacquarsi la bocca. Poi, nient'altro. Ottobre mi piove addosso, e per asciugarmi ho soltanto qualche pagina di Televideo (le solite, peraltro, da piccolo ne imparai prima la numerazione che le tabelline a scuola) rubata a colazioni sempre più assonate, per aggiornarmi sui risultati.

Si può vivere il calcio non dico senza giocarlo, ma pure senza nemmeno guardarlo? Me lo sto chiedendo ora, mentre ottobre mi bagna le scarpe, mentre sto imparando a conoscere una città in equilibrio sugli estremi come Napoli, e mi tornano in mente tutte le scritte sui muri o sulle saracinesche abbassate dove il calcio non è uno sport e nemmeno una fede, quanto, semmai, una "consuetudine", un elemento della natura come lo sono i pomodorini o la striscia di smog che si vede sotto al Vesuvio. Mi tornano in mente le scritte degli ultras, quelle sentenze colorate di blu e impresse sui muri da mani molto ferme e molto limpide, a insegnare il verbo del calcio in una città che ha visto Dio Diego nascere e poi morire, che ha visto tutto e mangiato anche il niente, che tratta questo sport come fosse una tazza di caffè (da bere rigorosamente senza zucchero), o i taralli sul lungo mare o ancora, la cortesia quasi impicciona tra sconosciuti alle fermate sempre affollate dell'autobus. Mai come un figlio, però, perché sia chiaro, esiste il calcio, e poi, e prima e durante, soprattutto durante, esiste IL Napoli. Quelle scritte quasi rassicuranti, da far impallidire per la loro caparbietà e ubiquità il più ribollente tifo ordinato di uno stadio inglese, "Ci siamo ma non ci tesseriamo", "la Fede prima di tutto", per arrivare alla definitiva "Alla base c'è il calcio" che si vede solo sulla fiancata di un'edicola chiusa, mi pare di ricordare, dove ho lasciato il cuore, poco prima di entrare in Piazza Dante.

Non ho visto ancora una partita, ma ho sicuramente respirato più calcio rispetto a qualsiasi gara rinviata per ordine pubblico durante la sera di Bulgaria-Italia, mentre ricoperto di sudore e con gli occhi stanchi per averli tenuti sbarrati tutto il giorno, aspettavo un panino che avrebbe alterato per sempre l'equilibrio del mio fegato, e rubavo minuti della partita dalla televisione del chioschetto di girarrosto, quando poi un passante è entrato assieme alla moglie incinta, cui era improvvisamente sopraggiunta voglia di girarrosto, e non appena si è accorto della Nazionale in tv la prima cosa che ha chiesto non è stata il risultato ma se Insigne (di Frattamaggiore) era sceso in campo.

È calcio anche girare per le strade durante una partita del Napoli, è scoprire il risultato calcolando il numero di volte in cui hai sentito suonare i clacson, è uno scudetto sbiadito, uno dei tanti, dipinto su un muro di un vicolo, uno dei tanti, accanto ai panni stesi e a tavoli dal compensato ormai divelto. E' calcio non tanto le statuette subito aggiornate di Ibrahimovic al PSG nei presepi di via San Gregorio (quello semmai potrebbe essere classificato come folklore) quanto il fiume azzurro di persone che invade la metro al termine della partita a Fuorigrotta, sono calcio i commenti di una signora in abito elegante di fronte a un hotel di lusso sui risultati del Milan la sera prima, perché appunto, il calcio si mastica, si impasta, esce dai rubinetti nelle case, lo si indossa come un vezzo o una necessità o un modo di vivere. E' calcio, soprattutto, il vecchietto che porta a spasso una bicicletta (o viceversa?) alle tre di una silente domenica pomeriggio, con il sole che picchia come ad agosto anche se è già settembre, mette giù il cavalletto, fermandosi in una piazzetta della provincia campana di fronte ai bar ancora o appena chiusi, appoggiando la radiolina modello transistor sintonizzata su Tutto il Calcio minuto per minuto all'interno del cestello di vimini, pieno di stracci, come se dovesse rimboccare le coperte a un bambino. E' calcio il suono discreto della voce dei radiocronisti, che attira i passanti, comprese madri di famiglia che chiedono "quanto stanno?" con la stessa anonima naturalezza con cui si chiede a tuo padre a tavola di passarti il sale. O ancora, il ristoratore a Sorrento che precisa al turista un po' troppo facilone che non esiste solo il Napoli, ma pure il Sorrento, appunto, è calcio il brulicare di differenze e di interessi di cortile anche in pochi chilometri quadrati.

E mentre ottobre mi buca le ruote della bici, e mentre il calcio sparisce dai nostri stadi e dalle tv in chiaro, io vedo calcio ovunque, in questo paese, e nella mia vita, anche. L'irrefrenabile impulso a sbirciare i titoli della Gazzetta in mano a un signore seduto su una panchina al parco, l'irrestibile richiamo di una vetrina di maglie ufficiali da gioco, che fanno sembrare le divise sociali modelli di Armani o Gucci, con la voglia di scoprire quel ricamo, quelle righe più strette o più larghe, che la nuova stagione autunno-inverno propone. E ancora, è calcio la volante della Municipale che chiude via Ortigara, alla domenica pomeriggio mentre sfreccio in bici poco distante, e butto la coda dell'occhio sulla rinascita di un mito cittadino defunto, la Spal ora caduta tra i dilettanti, eppure le porte dello stadio si aprono ancora, e le vie al traffico vengono chiuse, anche se riguardano un'area dolorosamente più ristretta rispetto a nemmeno pochi anni fa. Sento tutto il peso del calcio mentre tento di tenere in piedi la mia vita nella sala d'aspetto ormai abbandonata di una stazione della mia provincia, polverosa, con porte e infissi divelti, dove entra sempre il vento e dove Napoli arriva pure lì, sulle scritte dei muri che ormai nessuno si prende la cura di riverniciare. Sento il peso del calcio, mentre abbraccio la mia vita e vedo sulla panca di legno graffiato di fronte a me una fila interminabile di piccole figurine, scorgo il volto di Aldair, è calcio rompere la nuvola di tristezza pronunciando improvvisamente il nome di Aldair, e poi risalire, dai tagli delle maglie, a che stagione fosse, e provare a indovinare i volti dei calciatori ormai erosi dal tempo, che fanno sembrare il Bierhoff del 2000 un Piola in bianco e nero. Ottobre ci piove addosso, e sento il calcio che divide famiglie e amici ma avvicina pianeti e sistemi solari diversi sul divano di un sabato sera, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, avvicinarsi, dico, ma pure guardare una partita insieme. Non ho ancora visto una partita di calcio, ma mi sembra comunque di viverlo abbastanza spesso, come quando ho provato a spiegare dove ho imparato la pazienza tifando per una squadra di calcio, appunto, o dove ho cercato di farti capire chi sono citando Alvaro Recoba e il suo esordio contro il Brescia, e le sue figuracce in Champions League, dove ho usato il calcio per raccontarti di quando ero piccolo, per far sembrare il passato quello che in fondo è, qualcosa di distante e che non torna, anche se continuo a guardare il Televideo, ma su un'applicazione per il mio iPhone. E' già ottobre e mi sento quasi nudo e sperduto, senza 90 minuti negli occhi, ma ho dovuto fare spazio per guardarti mentre leggevi spontaneamente la Gazzetta e mi sono ricordato, dopo averlo perso, che cosa fosse davvero il calcio e anche respirare, sì.

Cinque cose che forse già sapete su Euro 2012

Cinque-cose-cinque che forse alcuni di voi non avranno notato sull'Europeo in corso in Polonia e Ucraina, lanciato dal dignitoso esordio dell'Italia di ieri contro lo Spagna:

1) Prima di Russia-Rep.Ceca, con i calciatori schierati nel sottopassaggio in attesa di entrare in campo, i diffusori dello stadio hanno sparato niente meno che un pezzo degli XX. In generale si avverte un uso leggermente meno scontato della musica, quanto mai presente in tutti i momenti morti della partita: prima, dopo e durante. Ma vado a sensazioni, anche perché il becerume tipico da Grandi Eventi Commerciali riemerge prepontemente dopo i gol di Spagna-Italia di ieri, quando è stato sparato dalle casse il jingle di Seven Nation Army, non solo per gli Azzurri ma anche per gli spagnoli, che senza fare una piega l'hanno intonato esultanti.

2) Nella lista dei Tormentoni da Grandi Eventi Calcistici, se compare saldamente in testa l'Inadeguatezza dei cronisti Rai, oltre agli occhiali di Marco Mazzocchi, sembra latitare un po' a sorpresa quello relativo al Pallone, negli ultimi anni diventato palla rotante degna di Holly e Benji, con traiettorie confuse come l'inglese di Trapattoni e dai colori improbabili. Forse tornare (almeno) al design del glorioso Tango è servito a realizzare palloni decenti? La forma prima di tutto.

3) Capitolo Maglie: il colletto dell'Italia con tricolore invertito si commenta da solo. La Spagna rinuncia inspiegabilmente a mostrare la toppa da Campione del Mondo sul petto. Vince per sobrietà e pulizia delle linee la divisa del Portogallo, in attesa di ammirare la maglia dei francesi, totalmente blu e ispirata a canoni buoni per un abbigliamento da strada che alla reale storia calcistica dei galletti.

4) All'improvviso lo striming. L'esclusiva della Rai ha portato non solo svantaggi giornalistici derivati dall'imbarazzante stato di preparazione dei cronisti parastatali, ma anche il vantaggio non indifferente di poter seguire le partite *davvero* ovunque: tv, radio, tablet, iphone, web. Ma il tempo di latenza della trasmissione su internet riporta in auge il ritardo sulla visione, già segnalato ai tempi della coesistenza Rai-etere / Sky-satellite: il segnale arriva dopo, e le persone che seguono su internet hanno il non indifferente problema di esultare dopo. Che fare? Fingere lo stesso gioia, seppure postuma, oppure cedere alla frustrazione da coito ritardato?
Aggiungo una nota tecnica per i più malati. Sulla piattaforma video della Rai è possibile rivedere le partite per intiero. Ok, farebbero comodo anche pratici "highlights" da una botta e via (come Sky e Mediaset sanno saggiamente fare), ma uno scatto nel futuro comunque c'è: a lato della finestra video, infatti, c'è un menu con l'elenco delle azioni salienti. Una serie di segnalibri che consentono di saltare direttamente all'azione incriminata, un modo interattivo, perlomeno, di godersi la visione della partita e costruirsi in proprio, seppure artigianalmente, il proprio '90 minuto'.

5) Il calcio al tempo dei social network: forse è davvero il primo grande evento calcistico seguito con un adeguato equipaggiamento di smartphone tra la popolazione. Proliferano, alimentate anche dai ragazzi di SSLYBP e il buon Enver, le dirette testuali delle partite (vedi hashtag #lira2012). Almeno, per me si tratta della prima volta, e posso assicurare che seguire i commenti su Twitter E allo stesso tempo guardare la partita, è quasi impossibile. Carenze mie di multitasking? Sta di fatto che al termine del primo tempo, tra un commento sulla partita e un pacchetto di Pai d'oro da aprire, ho scelto la seconda. Se non hai le dita sporche di patatine non è calcio (semicit.)

(questo post l'ho scritto per Someone Still Loves You Bruno Pizzul, il blog a più piedi dove si parla di calcio non parlandone, o viceversa)

I ciclisti sono matti

Muore un ciclista al Giro d'Italia. Gianni Mura scrive un pezzo stellare. Qui si piange.

Un ciclista non sogna certo di morire, ma sa che può capitargli. Un ciclista sogna la grande fuga, l'andar via da tutti, l'isolamento, tutte cose che sono l'altra faccia della morte ma in qualche modo la evocano. Il ciclista è un personaggio buzzatiano, e infatti Buzzati sui ciclisti ha scritto pezzi bellissimi: a volte, come i messaggeri dell'imperatore, si spinge così lontano che non torna più. Il ciclista può essere Bertoldo. Un vecchio suiveur, ma ormai lo sono anch'io, mi ha raccontato di un gregario toscano al Tour negli anni '50, sono indeciso tra Ferlenghi e Falaschi. Allora, si raccoglievano le dichiarazioni di tutti gli italiani, non solo di Bartali o Coppi. "Com'è andata, eh?" indagò un giovane cronista al termine di un tappone pirenaico sotto un sole che c'è solo sui Pirenei. "Su e giù, su e giù, come pulirsi il culo a revolverate" fu la risposta.

Lo strano caso del Digitale Terrestre

Questa cosa che Dan Peterson torna ad allenare dopo 25 anni passati a bere tè freddo a bordo di piscine californiane mi ha decisamente scosso e mosso un fremito interiore. Dan Peterson, dopo 25 anni al sole della California circondato da ragazze bionde dalla dubbia morale e con un insospettabile accento ferrarese e atteggiamenti da magnaccio piacione, si infila di nuovo le scarpette (rosse, per l'occasione) allenerà la sbrindellata Olimpia Milano, un tempo squadrone che tremare il mondo fa e ora invece sbrindellata compagine lombarda che si schianta a Cantù nell'ultima partita. Il tempo passa per tutti, per le storiche squadre di basket ma non per Dan Lipton Ice Tea Peterson, che dice di "aver perso una notte di sonno, ma che all'Olimpia non poteva proprio dire di no".

Tralasciando per un attimo il discorso puramente sportivo, visto che tenere per anni una rubrica sulla Gazzetta (la Gazzetta dei nostri giorni, peraltro) non sia automaticamente garanzia di aggiornamento professionale, il ritorno di Dan apre scenari inquietanti su le vite di ciascuno di noi. Qui gli si vuole bene come a un figlio, al nostro Dan, anche perché ha traviato le nostre estati con sorsate di tè chimico che sapeva di tutto tranne che di tè, ma come resistere al tintinnio dei cubetti dentro quel bicchierone enorme e volgare directly from Californiaaa? Non si poteva, e infatti siamo cresciuti come siamo cresciuti, ma pensavamo di aver confinato Dan Peterson nel museo delle cere viventi, eppure ce lo ritroveremo a bordo campo a urlare di nuovo ai suoi "ragazzi" che devono "sputare sangue". Dan, fermati un attimo, vorrei farti notare due cose: il tuo labiale (vedi il video culto che anticipa di anni et anni tutte le parodie possibili inventate poi sulla Rete) è inequivocabile, e che noi qui si sputa sangue da appunto 25 anni. E adesso torni tu, e pretendi che non sia cambiato nulla? FENOMENALE.

E invece ci tocca vivere in un mondo dove ancora tutti si ricordano perfettamente le mosse del Gioca Jouer di Cecchetto (prossimo ritorno?), ma non possiamo più ammirare Uan in Uanathan, o quelle interminabili puntate dove sempre Uan e Bonolis trasmettavano dal Polo Nord, episodi memorabili di un tv fatta coi piedi ma artigianalmente, almeno, mentre ora ci sono rimasti solo i piedi e al pomeriggio i cartoni nemmeno li danno più. Dan, torni dalla California e vuoi che sputiamo sangue mentre oggi i bambini crescono con una tv che al pomeriggio manda i troioni di Uomini e Donne e non Mila e Shiro, e poi uno si chiede il crollo delle vocazioni per la pallavolo.

Dan, è cambiato tutto, e il tuo ritorno su una panchina come se nulla fosse è il crack del 2011, il vero evento di un decennio abortito, che si ripiega su stesso come nemmeno i sogni di Inception, dove il tempo reale è diventato a pagamento, e infatti noi poveracci che armeggiamo con la banda quinta sopra al tetto umido, Dan mio, non ti vedremo, ma ti vedranno soltanto le gens illuminate di Sky, quelle per cui 2011 non significa i Robinson su K2 o Happy Days su Mediaset Extra o i film di Tomas Milian su Rai Movie, ma, che so, allenatori milanisti sulla panchina dell'Inter, ovvero NOVITA', cose mai viste e soprattutto in orario.

Ci hanno tolto tutto Dan, e sputare sangue proprio non ne abbiamo voglia, al massimo possiamo assaggiare un bicchiere di tè alla pesca (l'invenzione peggiore del secolo, seconda solo al Tè Deteinato), senza ghiaccio magari, ma ormai non abbiamo più nemmeno l'edizione regionale del Tg3, ora non so chi abita nelle altre provincie dell'Emilia e della Romagna, ma noi qui a Ferrara dal giorno del suic of ci tocca sopportare l'edizione del Veneto, e quindi le alte maree lagunari, il servizio sulle nevi della Perla delle Dolomiti, le dichiarazioni fasciste di Zaia o Tosi o chi per lui, o i gol del Cittadella o del Portogruaro, tutte cose a loro modo interessanti (io a Venezia ci lavoro per dire) ma grazie, io quando torno a casa alla sera voglio sentire le mie radici, e guardare la cosa più triste in tv dopo Omnibus del mattino, ovvero il Tg Regionale, e invece noi ferraresi siamo stati cancellati dalla mappa del Diggitaletterrestre e ci propinano tutti i giorni l'edizione veneta. Dan, io lo sputo anche il sangue sul decoder, tutti i giorni gli parlo, lo accarezzo, tutti i giorni lo sottopongo a corroboranti sedute di Risintonizzazione automatica dei canali, ma niente, salta sempre fuori la malefica scritta Veneto, e oltre a non vedere più Mentana mi tocca perdere anche le imprenscidibili sagre da Bagno di Romagna o di Verghereto, ed è un colpo troppo forte per tirarsi su. FENOMENALE.

Vorrei ma non posso

Ciccsoft Speciale Mondiali Sudafrica 2010Vincere un mondiale con Pepe, per esempio. E Iaquinta, e quel paracarro di Gilardino. Vincere un mondiale con un pedatore della fascia destra che assomiglia più a uno spacciatore messicano, che a un futuro campione del mondo. Osserviamolo un attimo, questo Pepe. Ha tutto per rappresentare il simbolo di questi mondiali azzurri: è semisconosciuto, finora ha giocato in una provinciale, era nato attaccante ma con il passare degli anni è finito per retrocedere al ruolo di ala, ha iniziato a randellare prima ancora che tentare improbabili rovesciate in mezzo all'area. Non è nemmeno più giovane, questo Simone Pepe già 27enne, che sbuffa, si arrabbatta, mostra la sua espressione più convinta e convincente. Ma i passaggi finisce per sbagliarli tutti, dribbling non ne parliamo. Però sbuffa, mostra il ghigno, è carico come una mina.

A Pepe gli manca tutto, per poter vincere un mondiale, eppure si ritrova, lui sì, in Sudafrica: ce l'ha messo un santone della panchina refrattario ai grandi nomi (quali, peraltro?), lasciati a casa perché indisciplinati e non conformi alla sua idea di "gruppo". A loro gli ha preferito questo smilzo che gioca nell'Udinese, che lo vedi, quanto vorrebbe vincere un mondiale, quando gli piacerebbe spaccare il mondo, lo vedi quanto si candida a impersonare il ruolo di "favola da mondiale", prima di lui Grosso, e prima ancora Schillaci.

Simone Pepe contro il Paraguay

Però la rovesciata non gli riesce, i cross più utili sono quelli finiti in tribuna a colpire qualche vuvuzela. Pepe dai, ci riproviamo domenica, e poi ancora giovedì prossimo, e poi forse si va a casa tutti, si prende l'aereo e ci si va a rosolare su qualche spiaggia a ricordare quanto è stato bello partecipare a un mondiale. Vincerlo, con i tuoi piedi, sembra francamente impossibile. Sarà per questo che finirai per farti comunque apprezzare, e come tu gente come Montolivo, che aspettiamo si svegli dal suo torpore da ormai troppi anni, Criscito, timido e onesto terzino, e poi Marchetti, Marchisio, Di Natale... Gente quasi adatta a giocare in nazionale: sarà per questo che nonostante un pareggio, finisce comunque per starci simpatica.

Il legittimo impedimento

Ciccsoft - Speciale Sudafrica 2010 E' l'anno della Spagna, anzi no, stavolta tocca all'Inghilterra. Spuntano speciali ovunque, tra giornali e blog pronti a offrire le immagini delle partite e le schede di ogni giocatore dell'Honduras. I forum di streaming RojaDirecta, Atdhe e MyP2p affilano i link e offrono un pacchetto completo che Sky e le sue fottute "64 partite tutte in diretta" se lo sogna. Si comprano le tv da mettere in ufficio per pomeriggi troppo caldi e troppo azzurri. Si organizzano gruppi di ascolto di fronte a maxischermi improvvisati. Ci si prepara a rispettare le tradizioni e guardarsi le partite su un 14 pollici.

E' il Mondiale, è il Natale del Calcio, ma ogni quattro anni. Quindi ancora più atteso, ancora più sacro, ancora più profano. E' l'unica manifestazione che riesce a far precipitare pil nazionali come nemmeno il più generale degli scioperi. E' il calcio e basta, all'ennesima potenza: o si ama, o si odia. E inizia oggi.

L'ultima volta molti di noi non avevano mai provato l'esperienza trascendentale di alzare la coppa. Quest'anno è diverso: sappiamo già come funziona. Quindi molti di noi sono inconsciamente pronti ad accettare senza scomporsi tanto la probabile eliminazione ai quarti di finale con la Spagna. In giro c'è gente che non vince da più tempo di noi (gli inglesi, comandati dal Colonello Capello) o non hanno mai proprio vinto (la Spagna, appunto, che meriterebbe di vincere solo per il fatto di avere in squadra tipi come Fabregas e Iniesta). O gente che di solito vince (tipo il Brasile), o che avrebbe come sempre tutti i mezzo per farlo (l'Argentina, con Messi in campo e Maradona in panchina, un cortocircuito che neanche in Ritorno al Futuro). Ci sarebbe anche la favola del calcio africano, e di un continente intero che "aspetta questo momento da una vita", per citare un abusato clichè socio-sportivo. Ci sono nazionali che fanno contorno come l'Honduras (un nome a caso) oppure la Corea del Nord, che iscrive l'attaccante come portiere. C'è un Mondiale, insomma, una messa da celebrare anche se non conosciamo i nomi dei giocatori convocati da un Lippi che non sa contro chi prendersela, questa volta.

Siamo tutti un po' in ritardo, e senza bava alla bocca come quattro anni fa. Siamo più rilassati e distratti, per un Mondiale che si gioca d'inverno (in Sudafrica), disturbati dal suono di migliaia di vuvuzelas. Campioni che possano infiammare da soli la scena non se ne vedono, visto che pure Messi è stato dichiarato "irreversibilmente stanco". Come fare per riaccendere la passione? Potrei dirvi che vincere un mondiale con gente come Pepe sarebbe un'impresa stile Grecia agli Europei del 2004: incredibile, non pronosticabile. Che stavolta sarebbe molto, molto più difficile rispetto all'ultima Coppa. Non vi basta, vero? E se la smetteste di fare i raffinati, come quelli che dicono "ah nel '82 fu un'altra cosa" o "io per gente come Cannavaro non tifo", se provaste a guardare questi Mondiali con gli occhi di chi nel 2006 non era ancora nato? Facciamo che da domani abbiamo tutti quattro anni e ci ciucciamo il dito mentre Pepe si invola sulla fascia?

Una manciata di link:
- La migliore infografica sui Mondiali, e in generale di sempre, è il Calendario del quotidiano sportivo spagnolo Marca.
- Il blog collettivo sui mondiali è l'ormai immancabile Doppiavuemme (c'è Enver, Colas, Benty, ElRocco e tanti altri ancora).
- Li avete già visti tutti quanti, lo so, ma è doveroso ricapitolare: Nike e Adidas per i Mondiali mostrano i muscoli e giocano a chi ce l'ha più grosso: lo spot, intendo. Vince Nike, seppure di poco.
- Ok Grosso, ok Berlino, ok Pablito e il Bernabeu e la partita a scopone tra Zoff e Pertini sull'aereo. Ma se penso ai Mondiali, penso sempre a lui, nonostante tutto.

45 anni

Arriva all'edicola un'anziana dalla voce tremante, rugosa e dai capelli bianchi. Chiede "il giornale sull'Inter". L'edicolante è incerta, anche perché oggi tutti i giornali parlano dell'Inter. "Lo sportivo, voglio". Peccato che in Italia ce ne siano ben tre, di quotidiani sportivi. Così l'edicolante glieli mostra uno ad uno, come in macelleria quando ti fanno vedere lo stinco di maiale. "Solo Inter, "Estasi Inter", "Inter, un mito". La vecchia rimane stordita: "E' per mio nipote, è tifoso". Prende la Gazzetta, alla fine, per andare sul sicuro, e dopo aver pagato uno scellino l'accarezza affettuosamente, tradendo le sue origini meneghine: "Ah, la mia Milano".
Una vecchia rugosa e caracollante che si alza all'alba di domenica per andare a comprare "il giornale sull'Inter" al nipote che intanto se la dorme (avrà festeggiato fino al mattino?), nella mia scala di giudizio vale molto più che la doppietta di Milito. Soprattutto, fa capire abbastanza bene cosa significa (cosa significava, a questo punto che la Storia è cambiata) essere interisti.

Ieri sera ho visto la partita assieme a un tifoso invasato, che ha letteralmente pianto al fischio finale, e suo padre, che invece si è semplicemente fumato una sigaretta, l'ennesima. Suo padre è fatto così, passa buona parte delle partite dell'Inter a fumare nello stanzino a fianco. Poi rispunta nel finale, sorridendo se si vince, cambiando canale se si perde. Ieri sera non ha cambiato canale, si è infilato una maglia nerazzurra, è uscito di casa ed è salito placido sulla bici. E ha iniziato a girare per la città così, sulla graziella bianca, ricordandosi e ricordandoci che lui l'ultima volta che era successa una cosa del genere, aveva tipo sei anni. Nella mia scala di giudizio il suo sorriso contenuto di bambino che gli rispunta di nuovo dopo 45, lunghissimi anni, vale molto più di una corsa isterica di Mourinho in mezzo al campo.

Milito felice come un bambino

Noi interisti siamo (eravamo, visto che la Storia è cambiata) fatti così: ci piace aspettare. Ci piace imparare cosa significa avere pazienza. I lacrimoni sono spuntati anche a me, durante la pubblicità a fine partita, mentre ripercorrevo la mia storia da 'tifoso'. Le domeniche pomeriggio solitarie, con la radiolina e la sciarpina, i salti che facevo in casa con gli occhiali tondi da ragazzino sfigato che mi saltavano via, le scaramanzie inventate e che non funzionavano mai, i morsi allo stomaco prima di un ottavo di finale di Coppa Uefa, tutte le Gazzette comprate e ammassate in soffitta (non si butta via niente), il 5 maggio, diobono, il 5 maggio e io che esco dal pub in coma "dimenticandomi" la mia ragazza dentro. E poi gli ultimi scudetti. E poi, soprattutto, ieri sera, quando la foto di un bambino sorridente è diventata a colori, solo con un po' di capelli in meno, quando 45 anni si sono sciolti in un attimo, quando mi sono ricordato che cosa significa tifare per l'Inter.

Attilio Monetti ancora non si è ripreso

Ferragosto. Accendo la tv, vedo una pista d'atletica di un blu bellissimo, vedo l'Olympiastadium. Andiamo a Berlino, penso. Ma sono solo i mondiali di atletica leggera.

Poco male, penso. Atletica significa solo una cosa: le telecronache di Franco Bragagna. Uno dei pochi telecronisti per cui si segue lo sport più per quello che dice, che per quello che si vede.

E infatti. Sento la voce del fido Attilio Monetti, l'uomo enciclopedia capace di snocciolare solo dati e zero commenti. Sento la voce di altri inutili controfigure. Non sento la voce di Franco.

E' Ferragosto, c'è l'atletica a Berlino in tv, c'è la pista in blu invece che in rosso. Eppure Bragagna non c'è.

UPDATE: Scralco nei commenti mi segnala che il mito Bragagna è ricomparso. Ferragosto è finito, Bragagna è tornato. Sotto coi 100 metri, allora.

Calcio moderno

Il vero scudetto dell'Inter non si è celebrato sabato sera quando si è raggiunta la certezza matematica della vittoria. E nemmeno domenica, dopo la partita contro il Siena, quando si è celebrata la festa a San Siro con i tifosi.

La vittoria nerazzurra viene marchiata negli albi d'oro oggi pomeriggio, verso sera, quando con uno scarno comunicato la Juventus esonera il povero Ranieri, a due giornate dalla fine, affidando la panchina a una sua vecchia gloria, Ciro Ferrara.

Il calcio italiano ha attraversato lo specchio e ora (si) è ribaltato: l'Inter macina scudetti di fila, la Juve si arrabatta tra decisioni ridicole frutto di una società ridicola. Era così fino a nemmeno pochi anni fa, ma esattamente al contrario. Per chi è stato interista prima del 2006, sa perfettamente che la rivalsa maggiore (perché vincere, per un interista, anche e soprattutto di questo si tratta, oggi) è tutta contenuta nelle righe in cui viene congedato Ranieri.
Se ci fosse un'ipotetica bilancia, in uno sport ingiusto, bugiardo e crudele come il calcio, credo che ora sarebbe quasi (quasi), in equilibrio.

Il calcio più bello del mondo

E' uno sport dove si gioca in undici, con le maglie blaugrana, per una squadra che si chiama Barcellona.

E non esiste "Premier League", "pubblico vicino al campo", "erba perfetta", "merchandising" e tutte le altre menate sul "modello del calcio inglese" che tenga. Poesia pura.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
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I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)

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