Archivio mensile di ottobre, 2008

15000 buoni motivi per ricredersi.

questa è la prima volta che scrivo qui, e ho tremendamente paura di sbagliare qualcosa. mi scuso in partenza.

sono qui per usare poche parole e molte immagini. almeno, questo è l’intento. quanto poi io sia in grado di fare una o l’altra cosa beh, lo giudicheranno gli altri.

vivo a cagliari da circa 27 anni.

cagliari è un bel posto: il clima è mite, la città non è tanto piccola da essere un paesello, ma nemmeno tanto grande da essere invivibile, c’è vita notturna, c’è il mare, c’è poca criminalità, insomma.

però cagliari è una città che dorme, e quando non può dormire tendenzialmente se ne frega.

il fatto di stare su un’isola fa si che tutto arrivi in ritardo, o non arrivi proprio: l’inverno, le grandi catene commerciali, la fibra ottica, i concerti e gli spettacoli, le proteste.

a cagliari non si protesta quasi mai, o lo si fa con poca convinzione.

ma stamattina, in strada, c’erano 15000 persone (almeno questo dicono i giornali e la televisione. per me, che ero lì, ce n’erano pure di più). le vie del centro erano completamente intasate di persone arrivate da tutta la provincia per la manifestazione. non avevo mai visto una cosa del genere, così tanta gente in piazza a cagliari, così tanto entusiasmo e così tanta voce, non ci ha fermato nemmeno la pioggia.

questi sono alcuni scatti rubati dai miei occhi di quella folla colorata e decisa che ha marciato per le strade della mia città, rendendole improvvisamente ai miei occhi un posto migliore.



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Categorie: Attualità, Società

L’eterno presente

Noi la crisi non la paghiamo.
La mania di protagonismo delle nuove generazioni, sobillate da professori fannulloni e complottardi, è insopportabile ancor più della loro millanteria, come già mirabilmente spiegatoci dalla G2, Gelmini-Gasparri, che finalmente ci ha aperto gli occhi: non sono studenti ma una minoranza di facinorosi fomentati dalla sinistra estrema. Facinorosi, millantatori e, soprattutto, malati di protagonismo. Noi la crisi non la paghiamo: ma chi vi credete di essere? Per quello c’è già la sanità, ci sono i metalmeccanici e i precari, ma cosa vi siete messi in testa? A ciascuno il suo, è ben altro il conto che spetta a scuola e università. E non fate come al solito quelli che a me non mi ha avvertito nessuno, perché questa volta lo avete saputo con largo anticipo: dovete pagare l’allestimento della prossima puntata della cementificazione su larga scala che si scrive Expo Milano 2015 e si legge speculazione.

Neanche la briga di leggere ciò che i nostri premurosi governanti hanno messo nero su bianco nella 133. Del resto è da irresponsabili rifiutarsi di contribuire alla crescita del nostro povero Nord, insopportabilmente arretrato rispetto al resto del Paese. Dov’è finita la proverbiale solidarietà del popolo italiano? Nelle classi separate per immigrati? Nelle molotov lanciate contro i rom? Nossignore, esiste e resiste, scripta manent: ora è addirittura codificato, basta una lettura comparata dell’art. 14 punto 1 con l’art. 66 punto 13. Te capì?

Credere nelle promesse, nell’onestà e nella buona fede di Berlusconi è comico, ma ritenere ragionevolmente che un governo targato Lega Nord e Forza Italia pensi anche a ciò che avviene al di sotto della Linea Gotica è mostruoso. Linea Gotica, appunto. Con buona pace degli Alleati Nazionali comprati con quattro “vietato”, due “proibito”, la parola “galera” buttata qua e là a casaccio e i soldatini nelle strade per poter chiudere gli occhi e sognare un po’ di Cile degli anni belli. Perché sognare non costa nulla, poscia Tremonti non ha da eccepire.

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Categorie: Politica

Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 4

(Parte 1 - Parte 2 - Parte 3)

La voce della RUAQuando entro nella sede della RUA in Piazza Verdi trovo già alcune ragazze: si stanno aggiornando sulla mobilitazione riguardo ai problemi degli studentati e delle sovvenzioni regionali per le borse di studio. O almeno così mi pare di aver capito, in questi momenti sento tutta la mia ruggine di ex-studente e soprattutto di essere stato uno studente IN sede. Di gente ferrarese alla riunione infatti ne vedrò molto poca, un’altra silenziosa risposta alla domanda iniziale che mi ha fatto tornare “studente” anche solo per un giorno: perchè a Ferrara non si protesta?

Mentre attendo l’arrivo di Alessandro, il coordinatore della RUA, scambio qualche parola con Giulia. Le racconto di cosa ho appena (non) visto alla Facoltà di Ingegneria, e non si mostra affatto stupita, anzi. Le motivazioni che mi hanno dato gli aspiranti ingegneri secondo lei sono “giustificazioni”, perchè gli esami difficili esistono anche in altre facoltà: “E’ questione di non volersi informare, e della mancanza di soggetti che sappiano creare una coscienza predisposta all’informazione“.
Nella mia mente tento di riassumere questa incomunicabilità tra soggetti che non vogliono ascoltare una lingua comunque a loro sconosciuta. Giulia mi parla con voce appassionata ma ferma, convivido la sua propensione a essere propositivi e incisivi, senza che le due cose possano apparire in contrasto. Eppure, in questo peregrinare nell’ambiente universitario ferrarese, mi rimane la convizione di assistere a un’antoniana partita a tennis senza la pallina. E buona parte del pubblico continua a guardare da un’altra parte, solo perchè non ha voglia di mettersi gli occhiali per vederla meglio.

Aldilà delle polemiche RUA - S.O., sono più curioso di sapere come un sindacato studentesco che agisce veramente come tale, con voce e fermezza, si raffronti rispetto ad un consistente muro quasi “omertoso” di studenti. Alessandro sorride amaramente del mio resoconto di Ingegneria. Gli chiedo:

Mentre persino Pavia scende in piazza, a Ferrara una bara in rettorato e basta. Qual è il problema di Ferrara?
Guarda, non è soltanto questione di una facoltà più silenziosa di un’altra. E’ un problema di Ferrara intera, e possono esserci tante motivazioni come “nessuna”. Ferrara storicamente non ha avuto un ‘68 e nemmeno un ‘77. Non c’è mai stata una sedimentazione di movimenti per i diritti, ha sempre avuto una vocazione al silenzio e all’indifferenza che ha impedito al movimento di svilupparsi in maniera significativa. Manca dunque una coscienza collettiva, che faccia nascere uno studente pronto a indignarsi concretamente.
Poi si possono ricercare i motivi in vari aspetti… la conformazione della popolazione studentesca, l’assenza di comitati studenteschi forti che facciano da traino. Credo che sia proprio “Ferrara”, il problema, prima di tutto, e a seguire varie concause.

Ferrara è una città particolarmente “sfortunata”, allora?
Sì, perchè c’è questa concomitanza annichilente: da una parte non ci sono movimenti studenteschi magnetici, dall’altra non vedo una controparte in grado di recepire gli impulsi. Gli stimoli a farsi sentire sono visti in maniera negativa, perchè qui buona parte degli studenti pensa soprattutto alla dimensione personale e a studiare.
C’è da dire poi che in altre città lo studente vive l’esperienza del movimento sin dalle superiori, mentre qui a Ferrara nelle scuole vedo solo qualche collettivo, poco rumore e pochissima sostanza. Gli studenti ferraresi sono disinteressati: la maggioranza del movimento infatti è composta da fuori-sede. Ma anche tra di loro, diversi si muovono solo se vengono toccati nelle proprie tasche, purtroppo.

In questo quadro sconfortante, l’unica speranza è tentare di intercettare il disagio che comunque sta crescendo. Non sarebbe il caso di unire gli intenti dei vari movimenti studenteschi?
E’ vero, manca un grande soggetto che riesca a radunare la protesta e incanalarla. Ma noi dall’altra parte abbiamo trovato un soggetto ambiguo, lo Student Office. Quando a luglio è uscita la legge sui tagli, non li ho visti affatto indignati, anzi. Ora, loro contestano il nostro atteggiamento di protesta, quando invece noi vogliamo soltanto accendere l’attenzione della città sui problemi dell’università. Problemi che coinvolgono tutti. Anche lo Student Office vuole che l’università rimanga pubblica, ma con i tagli che ci sarà diventerà impossibile. Eppure non protesta. Andiamo all’inagurazione dell’anno accademico per chiedere un pronunciamento del Senato Accademico, e ci insultano.

Come pensate di procedere, ora?
Nonostante la legge proceda spedita, noi non ci fermiamo. Mercoledì alle 13 (oggi), nell’aula magna di Giurisprudenza ci sarà una lezione di Diritto per spiegare i mali delle leggi che stanno per essere approvate, ed è un’iniziativa che supportiamo fortemente perchè occorre fare chiarezza. C’è confusione, troppa, e bisogna spiegare agli studenti a che cosa si sta andando incontro. Prima ancora che protestare, è più urgente mettere qualche punto fermo. E poi non bisogna disperderci in mille comitati, bisogna radunare forze e iniziative per creare una protesta organizzata, coesa e sensata. Anche perchè si è visto come esternamente sono tutti pronti a tentare di sminuirci e dividerci. A Ferrara è difficile, direi quasi impraticabile, lo so: su 15.000 studenti, solo qualche centinaio è pronto a far sentire la sua voce. I dottorandi che aderiscono sono pochi, i docenti, tranne eccezioni, non si espongono. C’è un intreccio di interessi personali e di categoria, e di visioni politiche, che ostacola e ingolfa tutto quanto. Però andiamo avanti, sempre.

Le parole di Alessandro sono rassicuranti e allo stesso tempo stimolanti. Rassicuranti perchè il retrogusto politico/retorico delle sue argomentazioni si avverte ma non lascia tracce; stimolanti perchè non usa paraocchi o arieti, ma semplicemente la costanza, principale antidoto, prima ancora che l’irruenza, contro la Ferraresità.

Questo speciale ambivalente, dove si sono intrecciate due storie, quella universitaria e quella della mia città, era iniziato con una domanda cardine: dove è finita la Protesta a Ferrara? Ci sarebbero ancora altre facoltà da esplorare, mille altri studenti con cui confrontarsi, litigare, sorridere. Eppure qualche risposta, seppure parzialissima, l’ho trovata. Ho incontrato le certezze evidenti: l’indifferenza come male incurabile. Ho riscoperto acque calde tiepidissime: gli interessi personali e i pregiudizi politici sono capaci di condizionare le vite degli studenti come direi praticamente ogni cosa. Ho constatato che c’è uno spazio enorme e non sfruttato in cui far muovere l’animale dell’Indignazione: ci sono diverse persone che a modo loro ci credono, e tentano di addomesticarlo, e insegnarli a camminare.

Conosco la mia città, lo spopolamento progressivo, le scomode fughe verso le altre città e l’estero, e le ancora più scomode permanenze sia di chi se la dorme sia di chi sta all’erta. Non nutro nessuna speranza in un risveglio di massa, così come sappiamo perfettamente che le leggi passeranno, i tagli ci saranno e molto andrà relativamente a puttane. Rimane però quello spazio vuoto, quell’animale timido e feroce da imparare a conoscere, anche diventando rompicoglioni e retorici. Le chiacchiere, come i fondi, stanno a zero.

(fine?)

Categorie: Attualità, Società

Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 3

(Parte 1 - Parte 2)

Ingegneria a FerraraSeduti al bar ci stanno non quattro ma tre amici, studenti di Civile tra il primo e il secondo anno. Il Caso ha fatto loro incontrare Giovanni, un esponente di Student Office, la lista che ha vinto alle recenti elezioni studentesche (ad affluenza polare), sul quale vengono riversate pacatamente e serenamente domande molto semplici: i comitati degli studenti, che stanno facendo?
Inizia un’illuminante chiaccherata nella quale viene fuori l’atteggiamento dello Student Office di fronte alla protesta e alle leggi universicide. Innanzittutto, il loro silenzio non significa un’adesione all’idea della riforma: “I tagli colpiscono tutti e dunque anche noi siamo contrari“.

Perchè allora rimanere sotto coperta ad aspettare che cambi il vento? Le braccia di Giovanni si spalancano in un moto di lucida rassegnazione. “Si può protestare finchè si vuole“, sostiene, “ma questa legge verrà in ogni caso approvata dalla maggioranza in Parlamento“. In fondo è inutile agire contro l’inevitabile.
Perplessità diffusa.
Una lista studentesca è contraria all’azione del Governo, eppure non muove un dito. E il dibattito, l’informazione, la circolazione del malumore come viene gestito? Le risposte soffiano nel vento autunnale. Si parla di volantini fatti girare ma che veramente pochi hanno visto. Si fa notare come l’incontro dei rappresentanti dello Student Office con il Rettore nei giorni scorsi (non trovo link a riguardo) sia avvenuto in semi-clandestinità e non abbia prodotto nessun documento ufficiale. I tre amici seduti al bar scuotono la testa, perchè loro vorrebbero far sentire il proprio dissenso e non sanno a chi rivolgersi: se nemmeno la lista che siede in consiglio non organizza nulla, devono affidarsi al Do It Yourself di Pastoriana memoria?

Mi avvicino anchio alla tavola spigolosa, per incalzare le perplessità non diffuse: diffusissime. Conveniamo che occorra una duplice manovra: da parte degli interlocutori degli studenti ufficiali che devono interagire con rettori e i Grandi Capi, incalzandoli, e da parte della Base degli studenti, la maggioranza perplessa rimasta sinora silenziosa che deve sì urlare, ma pure avere una risonanza per i decibel prodotti. Una tenaglia ragionata, ordinata e pacifica, ma che faccia sentire la propria presa.

L’esponente di Student Office annuisce, promettendo che “se ne parlerà senz’altro e troveremo prossimamente il modo più adatto per agire“. Peccato che i lavori parlamentari incalzano. “Anche i Professori sono tutti dalla nostra parte“, rilancia Giovanni. Ma coinvogerli no, allora? Le sue risposte non riescono a giustificare ai miei occhi la loro immobilità, che si ripercuote sull’intera Facoltà. “Prima non sapevamo in che direzione muoverci perchè c’era grande confusione attorno ai provvedimenti del governo in materia. Ora invece, pensiamo sì di agire, ma riteniamo anche che la strada maestra sia il Dialogo“. Ne prendo atto.

C’è qualcos’altro in ballo, ovviamente.

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Categorie: Attualità, Società

La Valle.

I luoghi, tutti i luoghi, hanno un potere intrinseco. C’erano varie cose che m’ero dimenticato, della Valle. Cose che adesso, essendoci tornato dopo un’assenza di dieci anni, mi sono ricordato. Leggere in silenzio, sotto il piumone, alle undici di sera, mentre qualcosa nel legno della casa stride e fa rumore: ecco, questa è una. Il freddo che ti fa saltellare sulle punte dei piedi, le orecchie ghiacciate e il mento che, se arricciato, impiega più tempo del normale a tornare alla posizione di partenza. Lo speck appena tagliato dal contadino: fette giustappunto prelevate dal culo del suo maiale - il SUO maiale, non il maiale di un altro - ancora umide di grasso, che come te le appoggi sulla lingua ti spillano fuori la saliva come certe persone carismatiche sanno fare con la verità. Dieci anni. Non ero mai stato, finora, in un luogo affezionato da cui ero mancato per così tanto tempo: non mi era mai capitato un ritorno del genere e devo dire che è stato affascinante. Non particolarmente gradevole, se devo essere sincero. Riabbracciare persone che non ti vedevano da quando eri un bambino, inevitabilmente fa sì che il loro sguardo appuntito ti cavi via un certo nocciolo della questione dall’anima, vale a dire: sì caro mio, anche tu stai morendo pezzo a pezzo. Deglutire non basta: la moralità della vita può raggiungerci nei posti più impervi, al freddo, a duemila e passa metri sul livello del mare. I vecchi guardano i giovani e trovano conforto nel capire che quella condanna fatta di catarro di notte, artrosi e aritmia, non è una punzione destinata a loro soltanto.

Cose che non sono cambiate da allora: il colore dell’erba, lo zainetto rosa dei miei genitori, il coltello per affettare il pane di papà, le erre arrugginite degli uomini e delle donne, la luce del sole continuamente frastagliata dall’ombra gettata dalle sagome dei monti. La mia indecisione al momento di compilare un assegno: gli zeri dopo la cifra scritta a lettere, vanno anche loro scritti a lettere? Cose che sono cambiate da allora: stavolta ho guidato io, all’andata e al ritorno, tortura che mi sono personalmente imposto, proprio in virtù di quella pazzesca pacca sulle spalle che la vita ti dà quando ritorni in un posto caro che non vedevi da un millennio, guarda caso il millennio che più di ogni altro millennio futuro e passato ha contribuito a creare l’uomo che sei. Voglio dire che guidare io stesso, con mio padre seduto di fianco e mia madre dietro, ecco, m’è sembrato quasi un modo per dire alla Valle: ehi senti un po’, lo so cosa stai cercando di farmi, sono pronto, guardami, non vedi che ho le mani tutte e due ben strette sul volante? Non ci incontriamo da dieci anni e so benissimo quanto te quello che sono diventato nel frattempo, perciò non. Mi. Fregherai. Altre cose che sono cambiate: le rughe sulla fronte e sotto il collo di G., che però, nel frattempo, non ha perso neanche un po’ di tutta quella bontà che c’ha negli occhi: ogni volta che lo guardo camminare pesante - in fondo è un omaccione - mi chiedo com’è che ci riescano, certe persone, a rimanere sempre così distaccate da tutto quanto il resto, come pesci, meravigliosi pesci, che nuotano sotto la coltre spessa del ghiaccio, così vicini che li potresti toccare, ma d’altra parte del tutto impossibili da sfiorare. Ancora: le leggere meches sui capelli di M., che tradiscono qualche fermata di troppo alla parola “tinta”, lì dal parrucchiere o dov’è che vanno le donne quando smettono si sorridersi allo specchio. Il fatto che V. sia diventata una donna, io che l’ho vista nascere e crescere, il fatto che abbia bevuto un whiskey sauer con lei, il fatto che abbia guidato, e benissimo, la mia macchina, anche se questo, shhhhh, non si può dire.

La Valle, naturalmente, è rimasta la medesima: certo il progresso, alla fine, ha raggiunto pure lei, che quando ci ha accolti per la prima volta non aveva neanche una cabina telefonica da offrirci e noi dovevamo andarcene in giro con le mani infilate nelle tasche delle giacche a vento, su e giù per le salite, pur di trovare un cavolo di telefono a scheda funzionante. Tornavamo a casa coi polmoni bruciati dal freddo e aspettavamo anche mezz’ora prima di sfilarci i guanti dalle mani. Tutto per una telefonata: adesso tutta quella gente da chiamare è morta o ci ha fatto qualcosa per cui non ne vale più la pena e, in generale, è molto ma molto difficile che ci rimanga qualcuno per cui ci possa venire voglia di fare tanta strada al freddo, è una questione evolutiva, come i cellulari, o i centri fitness dove prima c’erano solo vecchie botteghe, ognuno si ritrova con le cicatrici che si merita e perciò, ecco, progresso o disincanto, io e la Valle, ho capito questo, dieci anni dopo siamo quantomeno pari.

Categorie: Personale

Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana / 2

(Parte 1)

Facoltà di Ingegneria a FerraraNel laboratorio all’ultimo piano di Ingegneria a Ferrara incontro Silvia. Lei è qui da quattro anni, conosce abbastanza le facce in giro e passa molto tempo in facoltà. Saprà sicuramente se gli studenti abbiano avuto perlomeno un sussulto in questi giorni altrove tumultuosi.

Come ha reagito la tua facoltà alla protesta dilagante?
Semplice: non è successo nulla. Le lezioni proseguono regolarmente, non ho visto l’ombra di un volantino. Nei giorni scorsi alcuni rappresentanti di una lista studentesca davano via pane e nutella nell’atrio della facoltà.

La vita procede tranquilla a Pleasantville. Si prendono appunti, si dorme nelle ultime file, ci si fionda al bar nelle pause pranzo. Protesta? Per cosa? Gelmini? Chi? Parole sconosciute per chi si impegna duramente in esami spacca-cervello. E io che ho passato 7 anni lì dentro posso confermare: il cervello lo spaccano sul serio. Gli studenti non sanno, e se sanno, non gli interessa granchè.
Non si vedono in giro volantini o manifesti che preannuncino eventuali manifestazioni. I dottorandi proseguono il proprio lavoro e nemmeno da loro che dovrebbero essere maggiormente colpiti dai tagli, si alza una voce dissidente. Tutto tace.

Tu perchè non protesti?
Perchè sono completamente rassegnata. Non credo in nessuna ipotesi ragionevole di cambiamento, ogni segnale è contrario e rende vano ogni tentativo di protestare. Io punto a laurearmi più in fretta possibile e sloggiare da questa valle di lacrime. Non si possono cambiare le cose. L’ho capito sin da quando ero matricola.

I muri di Ingegneria sono immacolati, a parte i soliti annunci di stanze libere. Non ci sono striscioni appesi alle finestre, non si odono urla scomposte. Ingegneria a Ferrara è l’estrema sintesi di una situazione molto italiana. La protesta non parte se non è alimentata da micce estranee: ci vuole la politica, gli interessi di parte, le spinte personali. Un comico che urla sul palco, un presidente che salga su un predellino. Lo scempio in sè non è mai sufficiente per una indignazione rumorosa, fino a quando lo scempio non entra in casa tua senza bussare. Il problema di Ingegneria è proprio l’assenza di micce esterne, e se ci fossero, verrebero ignorate: siamo dunque al limite emblematico del Caso Italiano.

Il fatto è che in questa facoltà si fa veramente fatica ad andare avanti e superare gli esami, e la protesta qui non trova terreno fertile. Il confine tra aridità e materiale impossibilità ad accogliere il seme del dissenso è molto più sottile di quanto si creda. Quanti di noi vorrebbero scendere in piazza ma la vita quotidiana, con i suoi impedimenti, li sottrae e li tiene legati, a covare ulteriore insoddisfazione che alimenta una protesta sempre più impossibile a causa di quelle stesse catene?
Un circolo vizioso che si autoalimenta e tiene in scacco non soltanto una facoltà o un’università. Tiene in scacco l’intera società.

Ad uno dei pc del laboratorio trovo Nino. Si sta specializzando, è quasi al termine dei suoi lunghi e faticosi studi. Gli chiedo se sia al corrente della situazione di disagio dell’università, e mi risponde che qualcosa al telegiornale ha sentito. Gelmini e Legge 133 non gli suonano estranei, ma francamente non ha voluto approfondire: tra poco uscirà di lì e si imbarcherà per mari altrettanto perigliosi, tra le onde della Precarietà.
Gli impegni impellenti di studio alimentano il vento della rassegnazione. Mi riporta voci di ipotetici scioperi tra i professori, ma tali sono, voci lontane che non lo turbano. Ormai non c’è più molto da fare.

La non-protesta la si respira ovunque tra le aule di Ingegneria. Qui la politica non è mai entrata, e non è dunque mai riuscita a fare da detonatore per moti di rivalsa. A questo si aggiunga la totale apatia e indifferenza di chi è immerso nel vortice individuale delle proprie vite, schiacciate da esami troppo difficili o semplicemente da “altro di meglio da fare“. Prima ancora della rassegnazione, viene l’indifferenza verso qualcosa che non li riguarda: perchè appare immodificabile, un elemento dello sfondo e come tale, ineluttabile. L’università che diventa un temporaneo recinto.

Non c’è proprio speranza di sentire schiamazzi tra i pc dei laboratori? Andrea, al primo anno della specialistica in Ingegneria Informatica, mi ribadisce di no:
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Categorie: Attualità, Società

Mentre muore l’Università (e la scuola) italiana

Occupiamoci dell'UniversitàSarà che non sono più studente da troppo poco tempo, o forse sarà che sono disoccupato e non ho molto da fare, sta di fatto che mi è venuta voglia di scendere in piazza anche a me, di protestare e di bloccare imprecisate lezioni. Perchè studente non lo sarò più, ma continuo ad odiare maledettamente la passività italiana. Bisognerebbe protestare per ogni cosa, oggi.

Ho visto studenti attivarsi in tante città italiane: Roma, Milano, Napoli, Cagliari, Pavia. E mi sono chiesto allora che stessero facendo i miei ex-colleghi ferraresi. Se a Pavia si protesta, figuriamoci a Ferrara che ha un numero maggiore di studenti. E così sono tornato nella mia ex-facoltà, senza grandi illusioni ovviamente. E ho fatto qualche domanda in giro. Le risposte, però, ve le racconterò nei prossimi post.

Prima di prendere in mano spray, striscioni e “tanta voglia di incazzarsi”, sarebbe giusto provare un attimo a fare chiarezza sul discorso Istruzione e da dove parta tutto quanto. Mi sono reso conto che si fa un gran parlare di grembiuli e classi differenziate, viene ripetuto costantemente il nome “Gelmini”, eppure c’è tutto un discorso finanziario che riguarda l’Università italiana che da molti (me compreso) non era stato colto. Una mannaia sui finanziamenti che di nome non fa MariaStar ma “Legge 133“. Ok, qui urge un chiarimento da chi ci ha capito qualcosa. Serena M, dottoranda presso un’università veneta, qualcosa ci sta capendo, e le ho chiesto di provare a spiegarmelo. Non c’è bisogno di specificare che anche Serena è incazzata come una iena.

Cosa sta minacciando, oggi, il futuro (e il presente) dell’Università in Italia?
Per farla breve, con la legge 133 è giunta la nostra fine. Noi poveri dottorandi e ricercatori siamo senza futuro. E basta dare un’occhiata alla legge per capirlo. Poi possono girarci intorno finchè vogliono, ma la realtà è questa.
Vorrei dire tante cose, ma non posso. Mi beccherei una querela. Le nefandezze che accadono nelle università italiane sono immense. Mussi (governo Prodi) non mosse un dito. Ora siamo allo sfacelo.

Il problema sono i tagli? Tolgono i finanziamenti? C’è dell’altro?
I tagli sono il dramma, certo. Ma c’è altro: con la famigerata trasformazione delle Università in Fondazioni, potremo dire addio alla libertà di ricerca. Verranno finanziate solo quelle ricerche che serviranno alle aziende che finanziano quell’università in particolare. E non voglio nemmeno pensare cosa succederà con i nuovi concorsi (già ora fanno schifo, sia chiaro).
Poi: fino al 2012 nessuna nuova assunzione, noi dottorandi siamo tagliati fuori dal circuito universitario. Ieri ci è stato comunicato chiaramente: “preparatevi ad andarvene“.
Ancora: Sempre più difficili i passaggi di fascia per i docenti, bloccati gli “scatti anzianità”. Quelli che hanno il culetto un pochino parato sono i prof ordinari (come sempre). Ma anche per loro non sarà un idillio.
E allora diciamolo che dell’istruzione e della cultura non frega un cazzo a nessuno, molto meglio continuare a finanziare la Fiat, l’Aitalia, le banche.

La Fiat, l’Alitalia e le banche forse, dico forse, fanno più presa sul sentire pubblico italiano (in termini anche di voti). A chi interessa dell’Università, se non è coinvolto direttamente?
Sarebbe anche il caso di dire che c’è un qualunquismo, una disinformazione e un’ignoranza dilagante in Italia e, mi dispiace dirlo, anche tra gli studenti universitari. Perché in giro si sentono discorsi che neanche mio nonno fa più: “Eh ma che si lamentano a fare questi, cosa protestano?!…aumentano le tasse universitarie, tagliano i fondi… e vabbè cosa pretendono? L’economia NON GIRA!!” Manco fosse ‘na trottola, l’economia…

Già una cosa salta all’occhio: che tv e giornali (e lo stesso governo) cercano di personalizzare molto la vicenda, incentrandola tutta sul nome-spauracchio GELMINI. Bersaglio facile per studenti delle superiori che han voglia di saltare la lezione, e comodo specchietto per le allodole per evitare di mettere in luce tagli pesantissimi che provocherebbero sommosse trasversali. Si urla tanto il nome Gelmini e si finisce per perdere di vista chi sono i veri mandanti dei vari assassini. L’Università italiana è uccisa dalla legge 133, una manovra esclusivamente finanziaria per mano di Tremonti e fatta passare quasi sotto silenzio nel luglio scorso.

Fatta questa distinzione tra i vari decreti, chiedo allora a Serena di spiegarmi cosa comporta il decreto di MariaStella.

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Come distruggere l’inconscio collettivo superiore di una generazione

Queste righe non sono per voi, persone che mi conoscete, che mi frequentate, che condividete con me luoghi di lavoro, di divertimento, amicizie e affetti.
Questo post è per chi non ha idea di chi ci sia dietro a questo pseudonimo se non intuitivamente: dico tutto questo perché chi mi conosce ha sentito le parole che seguono migliaia di volte.
Per tutti: questo è un post serio. Cominciamo.

Da qualche anno a questa parte, quando mi confronto (profondamente o superficialmente) con i miei coetanei, maschi o femmine che siano, sul vago tema del lavoro, del futuro, delle aspettative, quello che incontro è principalmente sconforto, depressione, malumore, frustrazione. Questi sentimenti sono più che diffusi soprattutto tra chi, come me, lavora in ambito culturale, ma in realtà - sebbene con modalità diverse - sono davvero comuni a tutta la mia generazione di più-o-meno trentenni. Badate bene che questo sentire è limitato al lavoro e agli ambiti di cui ho parlato, e non ha nulla a che fare, almeno in prima battuta, con la sfera affettiva ed emotiva.
Insomma: siamo tutti sottopagati, attaccati a lavori poco gratificanti, o gratificanti ma svolti praticamente gratis, non abbiamo prospettive di carriera, se abbiamo un contratto (se) è a tempo determinato. E di solito scade in una manciata di mesi, e poi chissà.

Dal punto di vista politico-economico, non sarò di certo io a dirvi che conseguenze abbia questo malessere. Ma rendiamoci conto che questo stato d’animo sta minando psicologicamente una generazione intera. Qual è questa generazione? Beh, essendo il nostro un Paese di vecchi, in cui l’unica forma costante di potere che esiste e si riproduce è quella della gerontocrazia, noi non siamo neanche lontanamente la “classe dirigente”. Se resisteremo, lo saremo tra una ventina d’anni come minimo. Una ventina d’anni in cui, con ogni probabilità, continueremo a sopravvivere attraverso le solite frustrazioni, delusioni, fragilità.
Supponiamo ora che, dopo questo faticosissimo iter, uno arrivi ad occupare una qualsiasi “posizione di potere”: quanta forza d’animo ci vorrebbe per rendersi conto di essere vecchio, inadeguato, naturalmente non più al passo coi tempi, per tirarsi indietro almeno un po’? Tanta, tantissima, e probabilmente questa forza sarà stata prosciugata da tutti gli anni di fatica, quindi non ne rimarrà neanche l’ombra. Risultato? Anche noi perpetueremo uno dei grandi mali d’Italia, la gerontocrazia, appunto.

Ma anche nel presente, nel quotidiano che viviamo ogni giorno, questo stare male si ripercuote su quello che produciamo. Pur sapendo che il lavoro è fatica, sempre, questo stato d’animo diffuso evidentemente ci fa comunque rendere meno: un eventuale calo di risultati diventa quindi un’ulteriore “riprova” del fatto che “ne abbiamo ancora da imparare”. E di nuovo il sistema gerontocratico si autoalimenta.

Secondo Jung, l’inconscio collettivo superiore, opposto a quello inferiore, legato al passato, è direttamente connesso al futuro. Il futuro. Quale futuro? Io, sinceramente, non sono un pessimista, ma non riesco davvero a pensare al mio futuro. Non ho alcun tipo di sicurezza, fare le cose bene non mi garantisce nulla (meritocrazia, cos’era costei), il sistema premio-punizione, alla base della socializzazione non solo primaria dell’individuo, è stato scardinato da un bel po’. Quindi si sta come sugli alberi le foglie, come diceva quel poeta che tanto amo; ma lui parlava d’autunno: io credo invece che la nostra caducità sia perenne. Anche per questo tanti miei amici hanno gastriti, soffrono di insonnia, di broxismo, sublimano la loro condizione con dipendenze di vario tipo. Questo, direte voi, è sempre successo. Sì, ma non in queste proporzioni, non con questa frequenza, non con questo riscontro globale, per cui si incontrano delle persone in vacanza, diversissime per estrazione, aspirazioni, studi, e dopo cinque minuti si parla di certe cose come se si condividesse da anni lo stesso ufficio.
E non riusciamo neanche più a protestare, e questo è il vero dramma, perché siamo terrorizzati che la sediolina sulla quale stiamo, rotta, scomoda, sporca, potrebbe essere l’ultima che ci viene concessa.

Categorie: Attualità, Società

Alla mia età

Forse sarà l’autunno, il mood malinconico degli ultimi tempi, o semplicemente la mia età, ma quando va detto va detto.

Il nuovo singolo di Tiziano Ferro, è bellissimo.

Categorie: Musica

Le serie tv da non perdere quest’autunno /1

La tv? Chi la guarda più. Molto meglio ripiegare la sera su qualche serie tv americana, genere che non ho mai conosciuto in tv da ragazzino, e di cui apprezzo la bontà al tempo di internet, della condivisione e del passaparola su questo e quello su blog e forum. Sono telefilm per modo di dire, e poco hanno da spartire con le sitcom di italia1 o gli sceneggiati di rete4: a volte si tratta di lungometraggi ottimamente scritti, che grazie al tempo dilatato di cui dispongono, riescono a tenere l’attenzione per diverse settimane stupendo per profilo dei personaggi, qualità della regia e della sceneggiatura. Vanno in onda in America, e con ritardo di qualche mese, sulle pay-tv italiane, tradotti in maniera tristarella, per poi approdare sulle emittenti nazionali, infarcite di spot, ritardi, spostamenti a tarda sera. Il consiglio, forse ovvio, è di seguire direttamente la programmazione americana sottotitolata, risalendo i torrenti della rete e pescando in giro qualcuno che offra traduzioni in cambio di un semplice grazie.
Ciò detto, ecco alcuni personalissimi consigli per gli acquisti almeno fino al 2009, quando con il ritorno di Lost, non ci sarà più spazio per nessun’altro.

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Categorie: Segnalazioni, Tv

Train train, tran tran

Pare proprio che mi sia appena seduto in treno per puro caso nello stesso posto di ieri, trovando seduto davanti a me la stessa persona del treno di ieri sera, nella stessa posizione, e nei sedili a fianco la stessa famiglia di tre persone del treno di questa mattina. Nella stessa posizione. In un film ovviamente si inizierebbe a parlare e ridere di ciò o qualcuno farebbe notare la curiosità della cosa, ma nella vita reale, ovviamente, facciamo tutti finta di non esserci mai visti.

Categorie: Personale, Varie

Fermi tutti, arriva Mourinho

Prendete una tranquilla domenica pomeriggio, al termine delle partite del campionato. Dopo il fischio finale dell’arbitro, inizia la messa recitata delle interviste negli spogliatoi, con la sfilza di giornalisti a reggere il megafono ed amplificare “clamorose” dichiarazioni. Domande più lunghe della stessa risposta, contenenti già il commento che l’intervistatore di turno conferma placidamente:

Sì, è vero, è stata una partita sofferta ma con grande determinazione e con l’aiuto dei tifosi siamo riusciti ad ottenere un grande risultato.

Dispiace per la sconfitta, ma direi che tutto sommato non abbiamo demeritato.

Un pareggio è utile a smuovere la classifica.

Sono contento di aver segnato.

L’arbitro ha condizionato la gara.

Eccetera eccetera. Da anni la liturgia delle dichiarazioni pre-confezionate, prive di qualsiasi originalità ma soprattutto della personalità di chi le serve tiepide per i raggelati microfoni dei tele-tifosi, viene rispettata minuziosamente. Un canovaccio sicuro e affidabile che nessuno (calciatori, allenatori e dirigenti, salvo sparute e instabili eccezioni) si azzarda a smentire.
Prendete ora quella stessa tranquilla domenica pomeriggio, sempre al termine delle partite, e inserite in quel contesto appena descritto un elemento estraneo: straniero, nel vero senso della parola. Un allenatore più allenatore degli altri, portoghese però con trascorsi in Inghilterra, che i soprannomi se li conferisce da solo, dotato di carisma e arroganza, ma soprattutto di una lingua scioltissima. I giornalisti sportivi italiani, abituati a compilarsi da soli le interviste sfogliando il “Prontuario delle Dichiarazioni nel Calcio Italiano” (pare lo rilascino ai giocatori quando firmano un contratto e agli allenatori quando ritirano il patentino), si trovano spiazzati e impreparati ad affrontare una testa pensante, e iniziano a reagire negli unici due modi possibili per chi è refrattario alla critica equilibrata: l’Adorazione o la Maledizione.

L’allenatore che “non si sente il migliore del mondo, ma sicuramente pensa di essere migliore degli altri” si chiama Josè Mourinho, e da ormai quattro mesi viene stipendiato profumatamente dall’Inter Campione d’Italia. Sbarca dall’Inghilterra, dove alla prima conferenza da allenatore del Chelsea si definì “special one”, e fu solo l’inizio di una lunga serie di perle autocelebrative e aggressive. Prima ancora, aveva vinto tutto, compresa una Coppa dei Campioni con i portoghesi del Porto, diventando culto nazionale: “Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto, con una bellissima sedia blu, una Champions in bacheca, Dio e dopo Dio il sottoscritto“.

Oggi è in Italia, non ha ancora vinto niente, la sua squadra pur essendo prima in classifica non brilla certamente per la qualità del gioco espresso, eppure è dilagata un’autentica mania per quello che dice; per quello che è, in un ambiente, il calcio italiano, in cui si pensa e si parla per sottrazione, annichilendo le personalità e uniformandosi al pensiero comune: ed ecco spiegato come sia potuto nascere il Ciclone Mourinho.

Mourinho sbanca il calcio italiano

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Categorie: Sport

La Terra del Ghiaccio

Uno dei paesi più ricchi del mondo, è finito in bancarotta. Farà molto freddo, quest’inverno, in Islanda.
Poi dalla prossima estate inizieremo tutti ad andarci in vacanza.
(via Il Pozzo di Cabal)

Categorie: Attualità, Brevi, Segnalazioni, Società

Il Macbook al tempo della crisi

C’è crisi dappertutto, recita Bugo, ed ecco che anche Apple e i suoi nuovi notebook presentati ieri sembrano permearsi di questo stato d’animo. Bordati di nero attorno al monitor ricoperto di vetro, completamente in alluminio monoscocca, vanno a perdere quel fascino brioso e originale che il bianco gli aveva donato ormai parecchi anni fa. Difficile migliorarsi quando si producono già le cose migliori, difficile innovare quando la tecnologia fa progressi più lentamente di quanto imponga il mercato.

E’ come se non si potesse mai fermare il processo produttivo una volta inventato un oggetto bello, funzionale, essenziale. Gli oggetti fatti per vendere e durare immutati negli anni sono un lusso di tempi ormai passati: due status symbol degli anni zero come l’iPod e il Macbook Apple entrambi bianchi, sono ormai sul viale del tramonto, soppiantati da modelli più colorati, più potenti e multifunzione, raffinati forse, probabilmente più volgari. Il bianco che davvero distingueva un marchio e ne faceva la sua unicità è ormai abusato ovunque, copiato male, generalizzato.

Così ecco inventarsi piccole migliorie per tenere vivo l’interesse, ecco cambiare look per suscitare l’attenzione del mercato andando a cambiare un prodotto quasi perfetto, per discostarsi dal punto dove gli altri ti hanno raggiunto ed essere nuovamente il primo della classe, l’unico. Il Migliore. A costo di parlare di innovazione quando si tratta di miglioramenti piccini, inutili orpelli per giustificare prezzi che non si abbassano mai e ci fanno storcere il naso. C’è crisi.
Per la prima volta nel keynote di Steve Jobs di ieri, compaiono dettagli che in soldoni suonano più come giustificazioni: il processo produttivo innovativo che intaglia il Macbook da un blocco d’alluminio, il packaging attento all’ambiente, l’uso di materiali non inquinanti. Tutte cose di cui onestamente non ci siamo mai interessati e che Apple sfodera più per marketing che non per reali intenti ambientalisti. Tutte cose che se avessero omesso, in cambio di maggiore memoria ram, uno schermo opaco, una porta usb e firewire in più o un minor peso complessivo, avremmo senz’altro gradito maggiormente senza alcuno scandalo.

Cosa fanno di più questi portatili, nel tardo 2008, rispetto la generazione precedente (giugno 2006)? Sostanzialmente niente: hanno un trackpad migliorato e privo di pulsante, una struttura più solida e uno schermo in vetro più delicato di prima e pronto per le vostre ditate. Nessun’altra novità tecnologica tale da parlare di salto generazionale. Il grosso dell’innovazione sta nell’estetica, che da oggi equipara, almeno ad un primo sguardo poco attento i notebook Apple a quelli di altre marche già da tempo del medesimo colore. I dettagli rifinitissimi e l’eleganza delle finiture sono roba per smanettoni o fanatici del design come me. All’utilizzatore medio in pratica cambia poco e non saranno certo i colori o il materiale utilizzato a convincerlo a spendere 300 euro in più per questi nuovi modelli. Approfittate di questi ultimi mesi e portatevi a casa un Macbook bianco finchè lo vendono (ora a 949€, comunque un po’ troppo), rimarrà nella storia dell’hi-tech e avrete in casa un bellissimo complemento d’arredo, solare, luminoso, rasserenante. C’è crisi dappertutto. Ci mancava solo aprire il computer e trovarlo grigio come il cielo di Milano.

Categorie: Hi-tech

Facebook, io ti odio.

Stamattina leggo la mia mail e ci leggo una richiesta d’amicizia da parte di una compagna delle medie che non sento ne vedo da copiosi anni.
Tutta felice e curiosa mi accingo a immettere nome e password nei campi del login (ma non avevo lasciato tutto già loggato ieri sera?); subito il solerte mezzo mi avvisa che il mio utente è stato disabilitato invitandomi ad andare ad una pagina di faq che chiaramente in Italiano non esiste visto che fb in italiano fa schifo.

In pratica sono stata bannata senza spiegazioni nè altro dopo quasi un anno di onorata carriera quieta e tranquilla. Che voi sappiate usano fare così? E se mi reintegrano ho perso tutti i miei dati e tutte le mie cose? Come funziona?

Categorie: Mondo blog, Personale



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