Archivio mensile di novembre, 2008

Essere poveri oggi

Da oggi sarà più facile operare distinzioni un tempo meno evidenti. Grazie alla Social Card ora i poveri saranno finalmente patentati, etichettati definitivamente come p o v e r i, derisi ed umiliati ogni volta che dovranno esibire il loro tesserino di riconoscimento aprendo il portafoglio (vuoto).
Grazie al Governo Berlusconi da oggi potremo distinguere a colpo d’occhio Uomini dalle Donne, Vecchi dai Bambini ma anche, finalmente, Ricchi da Poveri.
I primi li troverete a bordo del loro Suv, mentre esibiscono il Telepass bevendo champagne. Gli altri a piedi, mentre arrancano con la Social Card, pagando un bicchiere d’acqua del rubinetto al bar.

Scopri i meravigliosi vantaggi della tua Social Card e le promozioni a te riservate. Aderisci ai poveri, oggi!

Categorie: Non catalogati

Nomi nuovi per un partito già morto

Sì, il Partito DemocrItico è allo sbando (per usare un eufemismo).
Sì, Veltroni ha smesso di fare tenerezza per iniziare a fare incazzare pure di brutto.

E sì, i martellamenti al cadavere ancora fumante che stanno facendo in questi giorni Sofri, Francesco e di tutti coloro che ci hanno visto giusto (più o meno, Costa più di tutti) iniziano a “stancare” pure loro, a dire il vero. Nel senso: più che stancare, non fanno che aggiungere frustrazione a frustrazione. E io somatizzo.

Così ogni tanto leggere parole sensate da un esponente del Partito DemocrItico male non fa (bene nemmeno):

Io non sono contro la ricchezza. Sono per chiamare i ricchi, anche quelli delle barche e delle seconde case, a collaborare al bene comune. Credo sia giusto chiedere in base alla capacità, esigere quanto uno può dare. Per me, questi cinque anni sono stati anche una riscoperta della mia terra. E di beni preziosi, che a Milano avevo perduto, e che pure ai sardi rischiano di sfuggire. Il buio. Il silenzio. Gli spazi vuoti. Perché inquinare la notte con luci superflue e costose? Io non voglio una Sardegna deserta. Ma non voglio neppure una Sardegna trasformata in parco giochi. Voglio una terra laboriosa, dinamica, seria. E intendo governarla ancora.

Segnarsi questo nome: Renato Soru, presidente della Regione Sardegna.

Categorie: Politica

Questo non è il peggio ma la strada è giusta

Pronti al PeggioLe novità, per di più valide, vanno segnalate.
Quindi doverosa citazione per il nuovo progetto di web-tv musicale nato dalla mente di Andrea Girolami: Pronti al Peggio. Dentro si possono trovare, tra le altre cose, concerti casalinghi, come quello d’esordio con i Casino Royale.

Come progetto mi ricorda concettualmente l’idea della francese Blogothèque, che registra concerti fatti più o meno o dove capita (andate a vedervi l’archivio, uno migliore dell’altro, io vi segnalo quello delizioso degli Yeasayer), Pronti al peggio propone anche altre rubriche, tra cui quella gustosa che va alla scoperta di come vivono i membri dei piccoli gruppi indipendenti in Italia. Gente che quando non suona, per dire, fa l’autista sui monti dietro Genova.

Categorie: Mondo blog, Musica, Segnalazioni

So long Lancia Dedra!

So che alcuni di voi avranno già visto questo video, e tra Facebook e Msn sto diventando patetico nel celebrare ovunque la dipartita dell’amata Lancia Dedra. Epperò Ciccsoft è anche la mia storia personale, il diario di bordo dove annotare gli eventi che si susseguono da 5 anni ed oltre a questa parte. Ed oggi, 24 novembre 2008, non posso non lasciare una minima traccia anche qui di un’Epoca che si chiude, ufficialmente, dopo quasi vent’anni. L’epoca dei giochi e dei grandi viaggi, dei chilometri con un mangianastri a cassette sulle gambe e i panini al latte con burro e prosciutto è definitivamente conclusa.
Possiamo dirci effettivamente adulti.

Categorie: Personale

Domeniche pomeriggio

Al Sinatra ci si poteva incontrare davvero chiunque, dal compagno di classe in uno stato di ubriachezza che non avresti mai osato immaginare al bulletto da sala giochi che indossava il bomber 365 giorni all’anno ma le ragazze volevano andare tutte con lui, dal nerd di turno che se ne stava tutto il tempo a navigare in internet sfruttando le pionieristiche postazioni web all’interno del locale a te che non te ne fregava un cazzo della disco perché te la menavi da punk ma poi un salto ogni santa domenica lo facevi e sotto sotto ti piaceva pure un sacco.

Federico, sulle colonne del suo giornale libertario (o liberticida?) apre a freddo uno squarcio enorme sulle Nostre Domeniche di 10 e passa anni fa. Un altro secolo, in un luogo destinato a rimanere negli annali di buona parte della Meglio (e Peggio) Gioventù Ferrarese. Pure io, ebbene sì, ho calcato le piste del Sinatra, uscendone ogni volta con le mie polo spiegazzate grondanti sudore e malinconia per il mancato tacchinaggio. Angeli azzurri, Becks, le due piste disposte su due piani, le vasche infinite, i risultati delle partite scrutati su Internet (rigorosamente con la i maiuscola), le partite alla play, la biondina ubriaca che ti cade addosso e tu le chiedi scusa, le compagne di liceo che ti vedono arrivare per la prima volta e stupite esultano (??), i Lunapop in apertura di pomeriggio, le sigarette accese, i genitori che attraversano la nebbia della Bassa per riportarti a casa.
E l’immancabile proclama pronunciato alle 19 di ciascuna delle (molto poche, in verità) domeniche al Sinatra: “Io qui dentro non ci metto più piede“.

Oggi abbiamo 10 anni in più, quel proclama abbiamo imparato presto - prestissimo - a rispettarlo, e siamo diventati maledettamente nostalgici. Passiamo una domenica pomeriggio al freddo - freddissimo - a fotografare 20 anni di una famiglia. Mentre il Socio si strugge a immortalare la sua amata Lancia Dedra, io lo aiuto a staccare pezzi dal planale, nel tentativo di saccheggiare il Passato (che passa, eccome). E mi viene in mente che su quella elegante berlina grigia di altri tempi, io ho ascoltato per la prima volta A day in the life.

Categorie: Personale, Segnalazioni

Dio li fa poi li separa

Terry Jones, attore dei Monty Python
Gordon Brown, primo ministro inglese
Categorie: Segnalazioni, Varie

Le prime scelte di Obama

Categorie: Varie

Onda su Onda

 

 

 


 

 


 

 

Manifestazione di Roma

Cos'è secondo voi?

A Roma per la manifestazione universitaria.

Giornata che doveva essere metereologicamente avversa ai manifestanti; se piove, governo ladro- il primo pensiero.
Comunque.
Roma intasata di nuovo di pullman e il terror-panico del Grande Raccordo Anulare, che la volta scorsa (il 30 ottobre - N.d.E.) avevo percorso parzialmente a piedi causa sopravvenuto blocco totale del pullman su cui viaggiavo, nuova esperienza da conservare nella memoria con gelosa cautela.
E la spunta delle provenienze esibite a lato conducente nelle corriere al parcheggio: ecco Pistoia, nooo Cesena!, Siena, c’è Pisa! (e Ferrara?).
Un “noi-il-biglietto-non-lo-paghiamo” alla fermata della metropolitana Eur Fermi fallito in pieno, piccolo rigurgito di prepotenza mattutina, riportato alla realtà da un vigilante che ci ricorda che no, così non si fa. 
Più di un’ora di attesa fuori dalla Stazione Termini, già in formazione, pronti ad accodarci al corteo della Sapienza che- miseria- non arriva mai. 
Poi, sfinita dal vedere gente sfilare e noi rimanere inchiodati là, in un po’ ci siamo staccati, e ci siamo affacciati su via Cavour, così, indipendenti e curiosi.
Categorie: Varie

Metti a Cassano!

Andavamo negli spogliatoi delle giovanili, spesso usavamo i lettini dei massaggi, ogni tanto se ne spaccava uno. Anche se lo scoprivano, non mi dicevano nulla, chiudevano un occhio. Anche perché spesso ho giocato grandi partite dopo aver fatto sesso. E’ uscita la biografia ufficiale del Fantantonio: ovviamente, si toccano vette di lirismo puro. This is football.

Categorie: Brevi, Sport

Le serie tv da non perdere quest’autunno /2

(prima puntata)

Dopo la prima batteria di tre serie cult da non perdere, eccone altre tre, in ordine discendente per importanza, ma comunque molto interessanti e divertenti, in onda negli USA e in Italia con ritardo tra pay-tv e tv pubblica.

HEROES
attualmente: stagione 3, puntata 5
momento topico della serie: inizio della prima e terza stagione
link di riferimento
: http://www.nbc.com/Heroes/
Persone ordinarie scoprono di avere capacità straordinarie. Questo il claim della serie che al motto di “Salva la cheerleader, salva il mondo”, ha incantato milioni di fans in tutto il mondo negli anni passati. Dopo una seconda stagione fiacchissima e segnata dallo sciopero americano degli autori tv, è ripresa da poco in tutto il suo splendore. Colpi di scena continui e un sacco di azione per una trama intricata e dal ritmo serratissimo. Tutti (o quasi) i personaggi della serie hanno un superpotere, roba da fumetti o cartoni animati. Tutti, o quasi, non lo sanno sempre controllare, o lo usano in maniera inappropriata. Come Sylar, uno dei cattivi della serie, che è in grado di rubare i poteri degli altri Heroes e diventare potentissimo. O la bionda Claire, capace di rigenerarsi e guarire dalle ferite, o Nathan Petrelli, politico capace di volare. Riuscirà il dottor Suresh a capirne di più di queste mutazioni? Ce la farà la Compagnia a isolare i casi pericolosi di mutanti e salvare il mondo dalla catastrofe annunciata? Solo Hiro, capace di fermare lo spazio e il tempo, potrà fare qualcosa per impedire che tutto vada a rotoli.

FRINGE
attualmente: stagione 1, puntata 5
momento topico della serie: l’inizio di ogni puntata
link di riferimento
: http://www.fox.com/fringe/
Da J.J. Abrams, creatore di Alias e Lost, ecco una nuova serie sci-fi iniziata da pochissimo. Ingredienti di facile presa: crimini a sfondo scientifico e paranormale, un caso ogni puntata che si risolve al termine dei 50 minuti, apparentemente slegati ma con uno Schema di fondo stile complotto internazionale di cui si capisce poco niente, un po’ tanto X-Files, con delle spolveratine di Lost (i misteri non svelati e la colonna sonora sempre dell’eccellente Michael Giacchino). E poi FBI, uno scienziato pazzo esperto di ogni branca del sapere, in grado di costruire e procurarsi qualsiasi apparecchio ultrasofisticato in pochi minuti, un figlio geniale e scorbutico (ricordate Pacey di Dawson’s Creek? Lui.) che aiuta la giovane e rampante detective bruttina e intelligente con una relazione alle spalle con qualcuno che forse è implicato nella vicenda più di quanto si pensi, una losca mega corporation che finanzia ricerche strane e fattura miliardi di dollari e così via…
Il pilot è qualcosa di terrificante per banalità e assurdità, poi le cose vanno meglio e tutto sommato intriga, per quanto non brilli per originalità e venga spiegato poco il filo logico con cui i casi vengono risolti. Se vi piacciono i misteri alla Superquark o alla Mulder e Scully avrete pane per i vostri denti.

WORST WEEK
attualmente: stagione 1, puntata 4
momento topico della serie: prima puntata
link di riferimento
: http://www.cbs.com/primetime/worst_week/
Se vi sono piaciuti i due blockbuster “Ti presento i miei” (2000) e “Mi presenti i tuoi?” (2004) è la serie che fa per voi. La recentissima season premiere è da lacrime agli occhi per comicità (davvero!), a seguire la serie è talvolta stupida o poco plausibile ma comunque sempre godibile e leggera per farsi due risate a discapito del povero protagonista e della sua bella ragazza, ospiti per una settimana a casa dei genitori di lei, ai quali dovranno riuscire a comunicare in qualche modo che la loro figliola è incinta e intendono sposarsi. Sempre che il nostro Paolino Paperino di turno la smetta di far danni e rimediare figuracce con il severo padre di lei (nel cui ruolo perfetto c’è l’attore che impersonava il padre di Neil Perry, studente e attore suicida ne L’Attimo fuggente). Facile pensare alla solita serie tv buffa, ma le risate ci sono sul serio e le situazioni gustosissime, al pari dei fratelli maggiori cinematografici.

Categorie: Segnalazioni, Tv

Barack Obama Barack Obama Barack Obama Barack Obama

Riflessione da treno, ripensando a spunti di scrittura fornitimi durante un aperitivo (!).

Ha vinto Obama. E qui dicono potrei chiudere il post.

E invece no.

Io sono contenta che abbia vinto Obama. Questo traguardo raggiunto da Obama mi permette di fare diverse cose:

  • Mi permette di gongolare al pensiero di quanto è bello e moderno e luccicante che Barack Obama – che è nero- abbia vinto le elezioni e che diventi quindi Presidente degli Stati Uniti.
  • Mi permette di credere che per qualcuno lo slogan YES WE CAN funzioni veramente; qua ci si è bloccati invece ad un rassegnato e bruciante YES WE CAN’T meno travolgente ma più realistico.
  • Mi permette di sgranare gli occhi davanti lo schermo TV, di stupirmi, di emozionarmi ancora, di farmi luccicare le pupille davanti la conferma che l’American Dream esiste ancora, nonostante Wall Street, i fratelli Lehman e i McDonald’s. Possiamo recuperare le valigie di cartone dei bis bis, cercarci un volo low cost e girare anche noi la ruota della fortuna.
  • Questo vorticoso e avvolgente incanto elettorale mi permette di ignorare – per cause di trasporto maggiore e almeno per la durata di un TG- il tragico stato mentale nel quale verte lo stivale in mezzo al mare. Noi, insomma.
  • Il punto qua sopra, finito il momento di stizzoso fastidio di cui vado soggetta a scadenza telequotidiana, mi causa attacchi di consapevolezza di quanto una persona, quella persona, possa influire nella mia vita al dettaglio.
  • Mi permette di pensare che la campagna elettorale di queste elezioni USA non è stata solo negli USA (coro: non solo negli USA, non solo negli USA). In tanti abbiamo moralmente votato per Obama. Poi magari in tanti non abbiamo votato fisicamente alle ultime elezioni italiane.
  • Mi permette di sperare che adesso che ha vinto Obama magari per i prossimi settacinque giorni sentirò meno ‘sto cavolo di cognome. Almeno fino al 6 di gennaio, quando tornerà per insediarsi in pompa magna nella nuova magione, dopo il tour ufficiale del 25 dicembre.

 

Riflessioni da treno, dove le prime pagine di tutti i quotidiani abbandonati per terra e sui sedili colorano il vagone di rosso e di blu. Tutto bello, tutto vero. Finalmente.

Anche se.

 

(letture consigliate: Obama Story, dall’Africa all’Air Force One – supplemento di questa settimana al numero di Vanity Fair in edicola. Non perdetevelo!)

Categorie: Attualità

Sabato, mentre mettevamo i dischi, è entrato…

L’originale, da leggere prima, è qui.

Sabato, mentre io e Attimo mettevamo i dischi in balera a Casumaro, è entrato Pupo.

Così: in un non brillantissimo sabato sera post-festivo (peraltro più affollato di quanto l’infelice collocazione da day after di Halloween facesse presagire), mentre stavo passando un po’ di classici della Romagna, mazurka, fox trot, valzerini, il piccolo e arcinoto musicista italiano (noto per essere il conduttore di un fortunato quiz preserale, tra le altre cose) è entrato dall’ingresso di via Lenin come un avventore qualsiasi. Si è messo in coda coi suoi amici, si è fatto pagare da bere, ha promesso un paio di volte di offrire lui il prossimo giro, e si è messo a ballare. Io, da grandissimo fan delle sue canzonette, ho rischiato di svenire, e ho continuato a mettere i dischi con il cuore a mille e l’ansia da prestazione di chi si trova davanti a uno dei suoi piccoli (in ogni senso) idoli.

Avevo sempre saputo che portarmi nella valigetta una copia del tendenzialmente imballabile Su di noi prima o poi sarebbe servito a qualcosa; così, quando abbiamo fatto partire il pezzo in questione, Pupo ha reagito con lo stile tranquillo e sportivo che gli si confà: ha alzato le dita in segno di vittoria, e si è messo a fare il karaoke sulla sua stessa canzone, tra le vecchie felici, i mariti con le fotocamere che lo immortalavano e agli amici che ridevano perchè sapevano che a questo punto non avrebbe offerto più da bere. Ha fatto un paio di richieste, subito accontentate (Toto Cutugno e «qualcosa di romagnolo»; abbiamo messo L’Italiano e Lauretta mia, e pare aver gradito), e alle tre passate, sulle note di Maria Elena dei Los Indios Tabajaras, ha lasciato il locale.

Così.

Sabato, mentre io e Rachele mettevamo i dischi al Torino, è entrato Sir Oliver Skardy dei Pitura Freska.

Così: in un non brillantissimo sabato sera post-festivo (peraltro più affollato di quanto l’infelice disposizione dei tavoli permettesse), mentre stavo passando un po’ di classici reggaeton da cazzeggio, il bidello musicista veneziano (noto per essere più popolare di Cacciari e forse del Doge, nella sua città, tra le altre cose) è entrato dal retro del club di Campo S. Luca come un amico dei gestori. Si è messo in coda coi suoi amici, ha pagato due giri di spritz per tutti, ha fatto su offrendo agli astanti, e si è messo a ondeggiare lentamente. Io, da grandissimo fan del compianto gruppo ska veneto, ho rischiato di svenire, e ho continuato a mettere i dischi con il cuore a mille e l’ansia da prestazione di chi si trova davanti a uno dei suoi piccoli idoli.

Avevo sempre saputo che portarmi nella valigetta una copia del tendenzialmente imballabile Na bruta banda prima o poi sarebbe servito a qualcosa; così, quando abbiamo fatto partire Pin Floi, Skardy ha reagito con lo stile tranquillo e sportivo che gli si confà: ha tirato un bestemmione alzando le dita in segno di vittoria, e si è messo a ballare la sua stessa canzone, in mezzo agli amici che ridevano e le ragazze impazzite che gridavano come ochette “Io Venezia la ooodiooo”. Ha fatto un paio di richieste, subito accontentate (i Casino Royale e «qualcosa dei Coconutz»; abbiamo messo Bonnie e Clyde e La puzza dei ricordi, e pare aver gradito), e alle tre passate, sulle note di Laurel Aitken, si è addormentato ad un tavolino mentre gli fottevano il fumo.

Così.
Continua a leggere ‘Sabato, mentre mettevamo i dischi, è entrato…’

Categorie: Musica, Racconti

Adorava l’America


Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente.
Cassius McLain Sr. non si allacciava più le scarpe da solo dal settembre 2001, più o meno da quando lui e sua moglie avevano appurato che il povero Maurice ci aveva lasciato le penne su quella Ovest: da lì il Parkinson aveva accelerato quella che il Dr. Lance chiamava la Curva Pericolosa e buonanotte al secchio. L’ultima volta aveva rifiutato il deambulatore, quattro anni fa. L’ultima volta. Dall’ultima volta un sacco di cose erano diventate impossibili: allacciarsi le scarpe, appunto, portarsi un cucchiaio di fiocchi d’avena alla bocca senza versare tutto il latte sulla tovaglia, bere più di tre sorsi d’acqua filati senza sentire un sibilo preoccupante nel fondo della gola, avere una minima idea di chi fosse quella negra col foulard rosso sulla testa che tutte le mattine gli sollevava prima una gamba e poi l’altra, comprendere perché il suono della parola “papà” gli facesse arrivare allo stomaco uno strano senso di vertigine. Ma l’America no. Un’America migliore si poteva ancora fare. Un’America dove ai figli onesti fosse richiesto tanto coraggio e sacrificio ma non di sapere volare. Si infilò nella cabina numero 3, con la negra poco distante e sua moglie che aspettava sulla sedia a rotelle: la ragazza che gli esaminò i documenti elettorali aveva qualcosa come settant’anni di meno e, all’incirca quando Maurice provava a volare, lei rovesciava il suo primo barattolo di smalto al lampone sul parquet. Quando gli disse: “Prego Signore, di là”, Cassius McLain Sr. rispose soltanto: “Maurice”. Poi qualcuno gli domandò di mettersi in posa per una fotografia e lui si voltò annaspando, pieno di speranza. Probabilmente aveva capito un’altra volta fischi per fiaschi.

Adorava l’America. La idolatrava smisuratamente. Disse loro: “E’ per il nostro Paese! E’ per il nostro Paese!”. Ma gli sbirri non l’ascoltarono e dalle ricetrasmittenti arrivò, preciso, sibilante, l’ordine di fermo. Vendeva bandierine a stelle e strisce senza licenza davanti a un seggio elettorale della Florida: “Dio benedica l’America! Dio benedica l’America!”. Anche il suo sciovinismo era senza licenza e il suo accento ispano americano sapeva di mare, povertà e ferite rimarginate. Jorge Ferreira conosceva bene il significato di Oceano Atlantico, sapeva che l’acqua alta può avere denti e salite e discese e, sopra ogni cosa, comprendeva il significato di ciascuna di quelle singole 90 miglia dalla punta di Varadero fino a Miami, la distanza minima possibile tra la sua detestabile isla e la Terra che suo padre gli aveva infilato nel cervello finché aveva avuto fiato e forze per ripeterlo. Ci aveva scritto anche una canzone, che si chiamava proprio così, “90 millas”: per cinque anni l’aveva composta segretamente e l’aveva provata in casa, con la sua strana voce in falsetto, alzando al massimo il volume della televisione per non farsi sentire da fuori. Con le manette ai polsi provò a sorridere ai due mastodontici sbirri, che erano americani, che sapevano fin dentro l’ultimo cromosoma cos’era l’uguaglianza e la libertà: ma ogni emozione sembrava infrangersi sulle lenti robuste dei loro occhiali da sole a specchio. Diciotto ore dopo, buttato in una stanza, con le braccia insensibili fino alle spalle, ricordò una frase che suo padre, che aveva combattuto alla Baia dei Porci dalla parte che riteneva più giusta, ripeteva sempre, tutte le sere, quando a casa conteggiava le banconote che aveva racimolato rifilando servizi dozzinali ai turisti. Sul tavolo, con la faccia di Fidel nel televisore - quella barba sotto al basco se la sarebbe ricordata per sempre - suo padre scuoteva la testa e non guardava negli occhi nessuno. Aveva le unghie sporche e le nocche consumate, come sfregate da una pietra pomice, e quando il conteggio del ricavato giornaliero si interrompeva sempre un momento prima che potesse diventare interessante davvero, suo padre diceva: “Borron y cuenta nueva”. “Borron y cuenta nueva”. Lo sussurrava tra i denti, come una parola magica sospesa sopra un pentolone di un alchimista, ancora e ancora, mentre riconteggiava il totale fino alla nausea. Punto e a capo, significava.

Continua a leggere ‘Adorava l’America’

Categorie: Politica, Racconti

Yes, we’ve done.

Categorie: Politica

Yes, we wanna can

Categorie: Attualità, Politica