Monthly Archive for Aprile, 2009

Tappeto rosso con doppia mozzarella

pizza_1Ricordate il caso dell'immigrato a Venezia e il suo nuovo negozietto di pizza al taglio? Deve aver letto Ciccsoft, o ha finito il corso di cucina serale, o più probabilmente è rientrato dalle ferie. Non solo ha riaperto, ma ha tolto la bandierona italiana con scritto PIZZA a pennarello, sostituendola con una lampada alogena da salotto con una lunga piantana. La lampada poggia su un vistosissimo tappeto rosso lungo circa due metri sul lato della strada, che termina davanti alla porta del negozio. Sul vetro della lampada - aridaje - c'è scritto sgangheratamente a pennarello "PIZZA".
Ma la novità vera è un'altra: tappeto rosso, lampada o non so cosa, ma ora il bancone non è più pieno di pezzi di capricciosa invenduti: sono arrivati finalmente i clienti, e il nostro uomo non sta più con le mani in mano tutto il pomeriggio.

Reportage: tre giorni tra gli sfollati di Villa S.Lucia (AQ)

bocciodromo_villaSe il buongiorno si vede dal mattino, entrare in paese dalla naturale porta di ingresso della statale 17bis del Gran Sasso rende bene l'idea della situazione drammatica che vi si potrà trovare. Villa Santa Lucia degli Abruzzi è un paese di una sessantina di anime, a 40 km in linea d'aria da L'Aquila, sulla strada che dalla statale per il capoluogo sale su verso Castel del Monte e poi Campo Imperatore. Un paese piccolo, con una piazza, un bar, una chiesa, un campo di calcio e un cimitero, senza molte pretese, all'interno del Parco Nazionale d'Abruzzo. Da circa 26 anni è il paese dove trascorro parte delle vacanze estive, invernali, e svariati weekend durante l'anno: ci vive la nonna paterna, e sono spesso da quelle parti anche cugini e zii. Ho una casa in cui abito, un'altra più piccola finita di ristrutturare da poco appena adiacente e un terzo appartamento che affittiamo a chi cerca un po' di pace per un weekend, o per trascorrere le vacanze estive e che su questo sito è reclamizzato più in basso con il nome "Casa Ciccsoft". Da circa dieci giorni Villa è anche uno dei 49 comuni colpiti dal devastante terremoto del 6 aprile scorso.

Entrare in paese, dicevo, lascia subito disorientati: la statale è completamente chiusa e il traffico viene fatto deviare su stradine secondarie in mezzo ai campi, che costeggiano la frazione Carrufo, e risalgono una volta superato il paese proprio sotto casa mia, sull'aia antistante il cimitero. Non passano corriere, non passano camion o mezzi pesanti: il paese è completamente isolato a causa di alcuni edifici prominenti la strada che in apparenza presentano appena qualche crepa ma che all'interno sono parzialmente crollati o comunque dichiarati non agibili.
A differenza del capoluogo abruzzese, dove è crollato l'intero centro storico e in larga parte sarà necessario radere al suolo per ricostruire, Villa mantiene apparentemente la sua dignità esteriore. Non fosse per le recinzioni che circondano gli edifici pericolanti e le numerose transenne che impediscono di girare liberamente per il paese sembrerebbe tutto a posto. Ma non è così. La zona più colpita è la piazza principale: una grossa casa di tre piani presenta delle crepe profondissime e se continuano le scosse rischia di collassare da sola. Era stata da poco ristrutturata e nonostante tutto sarà probabilmente demolita. Insieme ad essa la casa poco distante che un tempo si affacciava come baluardo sulla piazza, proprio sopra la tettoia del mitico Bar Bellavista, ormai chiuso da anni. Le crepe sono così profonde che l'intero edificio si è appoggiato letteralmente a quello a fianco, che a sua volta ha messo a rischio quello a fianco e così via. Un intero blocco di edifici che va dall'inizio della piazza all'attuale bar di Pierino è talmente in bilico che basterebbe qualche nuova scossa sopra la media a farlo venire giù come un castello di carte. Chi ricorda le estati nel grottino di Ezio a seguire Olimpiadi e Mondiali di calcio sa che parliamo di un luogo quasi mitico, come la stretta scalinata davanti, teatro di ritrovi e chiacchiere infantili, o il muretto su cui trascorrono le serate gli adulti del paese.

La via che conduce alla tabaccheria di Bina è chiusa, parte delle strade nella zona più a sud sotto la fonte sono chiuse o pericolose. La chiesa è inagibile e una grossa crepa squarcia la navata centrale, il ristorante aperto da poco è chiuso, i proprietari impauriti scappati verso il mare in attesa di tempi migliori. L'asilo e il comando sono pericolanti, l'edificio che avrebbe dovuto diventare il nuovo alimentari dopo la scomparsa di Fioretta e del suo storico bazar è danneggiato. Il bar, teatro di quel residuo di vita sociale rimasto durante l'anno in paese è stato dichiarato inagibile pochi giorni fa e ha le ore contate. Ci vorranno anni per ricostruire le case danneggiate, o per ottenere i finanziamenti per sistemare quelle agibili. Quel poco di turismo che timidamente iniziava ad affacciarsi complici un paio di bed&breakfast e un ristorante, sparirà nel caos dei mesi che verranno, riportando il paese indietro di vent'anni in una sola notte. Facile capire che il colpo al cuore di questo paese tra le montagne dell'appennino è stato ampiamente dato e il morale della popolazione locale è ampiamente a terra. Non è solo il crollo di una casa a portare disperazione, ma stravolgere le abitudini e l'identità di una terra, cambiarne tradizioni consolidate. A creare disagio è avere ottant'anni e stare in una tenda: che la casa sia crollata con quei quattro mobili vecchi non ha poi molta importanza se non puoi comunque viverci dentro per mesi perché inagibile.

Nuovo centro della vita del paese è ovviamente la tendopoli allestita dalla Protezione Civile. Ai bordi del paese, sul campo di calcetto in cemento 6 grosse tende blu marchiate "Ministero dell'Interno" assicurano riparo da freddo e pioggia per alcune famiglie. Hanno tutto l'occorrente per dare assitenza medica, per le trasmissioni radio e tutto il resto: quando andiamo a vedere la situazione ci mostrano orgogliosi tutta l'attrezzatura, in parte acquistata per passione dagli stessi volontari. E' in casi come questi, ci viene spiegato da un volontario di Cremona, che la Protezione Civile si organizza e opera al meglio. Fino a pochi anni fa era un'organizzazione molto disordinata e in generale durante l'anno le esercitazioni e i test non sono sufficienti a dare compattezza tra i volontari della penisola. Per i bagni vengono utilizzati un paio di wc chimici e quelli degli spogliatoi del campo. Fortuna vuole che verso la fine degli anni ottanta venne costruita una grossa struttura proprio a fianco del campo, un bocciodromo coperto, un grosso capannone quasi mai utilizzato ma perfetto per gestire un'emergenza simile. Qui si sono stabiliti in particolare gli anziani del paese, la maggioranza, creando piccole zone all'interno, una con i letti, una con i tavoli, una per la cucina. I pasti arrivano dalla tendopoli di Castel del Monte e vengono distribuiti in abbondanza a chi è presente in paese anche solo qualche giorno. In un tentativo di ricerca di normalità si celebra perfino la Messa, la domenica mattina alle nove e mezza all'interno del capannone, tra gente che russa ancora e devote raccolte in preghiera.
Di giorno la salita che conduce al bocciodromo e al campo di calcetto funge da nuova piazza, dove incontrare gli sfollati, la gente di passaggio venuta a controllare lo stato della propria casa, e le forze dell'ordine che pattugliano continuamente la situazione. Solo i suv dei giornalisti Rai passano e non si fermano: qui non c'è molto da raccontare o da mostrare a loro avviso.

I più anziani di giorno stanno seduti su seggiole di plastica a far passare il tempo: chi taglia l'insalata, chi gioca a carte, chi guarda per aria triste senza dir nulla. Quando hanno vissuto la Guerra erano giovani ed oggi rimanere fuori di casa è per loro doppiamente faticoso. La notte qualcuno si sveglia per le scosse che non finiscono mai e grida esasperato che vuol tornare a casa, qualcuno non prende sonno, qualcuno russa e disturba gli altri. La convivenza forzata ha i suoi alti e bassi: i bagni non sempre puliti, orari ed abitudini diverse, mancanza totale di privacy. I volontari della Protezione Civile sono presenti per ogni evenienza e stanno svolgendo un lavoro eccellente: sono giunti in elicottero persino degli scatoloni con vestiti e derrate alimentari da distribuire ad ogni famiglia sfollata. Chi può di giorno fa una passeggiata, cerca di riprendere il suo lavoro nei campi, si distrae cercando di non pensare al futuro: qualcuno ha la casa distrutta dove risiede a L'Aquila, è fuggito a Villa per constatare che anche la casa natìa è danneggiata e ora si trova nelle tende, mandando i figli a studiare altrove per non fargli perdere l'anno.

Il pensiero di tutti ora va all'estate, solitamente il momento in cui il paese si ripopola e tornano gli emigranti dal Canada o dal nord Italia dove sono andati a cercare fortuna. Tutte persone che troveranno le proprie case inagibili e forse non verranno del tutto, o dovranno fare i conti con la tendopoli ancora allestita in attesa della ricostruzione berlusconiana che per orgoglio pretende di passare dalle tende alle case senza passaggi intermedi. Niente feste patronali, niente banda che passa tra i vicoli, niente fuochi d'artificio: sul paese è calato un silenzio spettrale e sono appena un paio le case con un comignolo fumante, compresa la mia dove si è rifugiata la mia stoica nonna che resiste solitaria al primo piano mentre al piano di sopra grosse crepe minacciano le camere da letto. Casa sua è inagibile per almeno sei mesi, pare. Il momento di rimboccarsi le maniche non è comunque ancora arrivato, in attesa della fine delle ostilità dopo quasi quattro mesi di scosse da dicembre. Un'attesa logorante per tutti, convinti di non rivedere più il paese come era una volta e come forse a questo punto non sarà più.

L'augurio è che oltre a ricostruire quello che è stato ampiamente danneggiato non ci si perda d'animo e non si lasci morire un paese che iniziava a darsi da fare e a farsi conoscere. Che non si resti in attesa solo dei finanziamenti statali o non si colga l'occasione per furbizie di ogni tipo: c'è bisogno prima di tutto dello spirito degli aquilani, della forza e dell'unione di tutti per proseguire quel cammino che è stato interrotto un mese fa. C'è bisogno che tutti quei cantieri aperti, davvero tanti, vengano ripresi e conclusi, e non rimessi in vendita scoraggiati da ulteriori danni che ora bisogna mettere in conto prima di proseguire con i restauri. Ci sono ancora molte case bellissime da ristrutturare, alloggi, attività commerciali che si possono intraprendere senza attendere pigramente il mero contributo per sistemare il minimo. Nessuno si creda assolto: il dovere morale di proseguire nello sviluppo di una terra è ciò che più di ogni altra cosa dovrebbe stare a cuore a tutti i cittadini colpiti da questa disgrazia. Serviranno anni ma se sapremo guardare oltre il confine del nostro orto e, sistemate le nostre case, rimboccarci le maniche per ricostruire innanzitutto un paese, la sua storia e le sue tradizioni, potremo dire di aver vinto la battaglia.

Le manca Carlo Conti?

(via Rafaeli)

Se siamo sopravvissuti a Windows ME nulla ci può spaventare

Il primo sistema operativo che vidi con i miei occhi fu Windows 3.1.
Prima di allora la mia esperienza con i pc era limitata a un Commodore 64, ma era tutto testuale. Per far partire il gioco (che stava su delle cassette, sì, le normalissime cassette musicali) bisognava digitare LOAD $nomedelgioco.
Alle medie durante l'ora di educazione tecnica ci facevano disegnare quadrati verdi su degli improbabili vecchi Apple, con ancora i floppy disk giganti da 5 pollici, e pure loro avevano solo la riga di comando.

Quindi fu Windows 3.1 a svezzarmi nel mondo dell'informatica, con il suo Campo Minato e gli sfondi pattern componibili. Ricordo anche che ogni volta che Microsoft buttava fuori un nuovo sistema operativo, io ero terrorizzato, perchè significava ricominciare da capo, perdendo tutta l'altissima personalizzazione che facevo di finestre, desktop, icone, ecc. Un vero rituale da post formattazione diventava carta straccia con Windows 95 prima, Windows XP poi (Windows 98 fu un bluff, Windows ME una barzeletta che non faceva ridere). Per dire, quando abbandonai Windows 3.1 a favore del 95, mi salvai su dischetto alcuni file exe dei giochini o applicazioni inutilissime. Non si sa mai che con quelle nuove mi sarei trovato male, pensavo. Per non parlare dei traumi psicologici dall'avvento della x rossa per chiudera una finestra, o del tasto Start.

Tant'è che fosse per me, terrei XP a vita: non ho bisogno di un nuovo modo di utilizzare il pc, quanto di un pc più veloce e più capiente. Ma capisco siano affermazioni da cavernicolo retrogrado, eppure spero di passare a Vista (o Windows 7, o quel che sarà) il più tardi possibile. Anche mai, volendo. Le abitudini sanno essere molto rassicuranti, a volte.

A questo link potete guardarvi tutta l'evoluzione della specie. La trasformazione dell'interfaccia grafica dei sistemi operativi dal 1981 ad oggi. E osservando il clamoroso recupero grafico da parte della Apple (nel 2001 fece uscire quel gioiellino dell'OS X), mi viene da chiedere se io, nato Microsoft, finirò mai per morire Macintosh...

Drogati a casa nostra

Non mi ricordo in quale blog ho letto la seguente notizia:  la segretaria del Gruppo Parlamentare della Lega Nord è stata trovata all'aeroporto di Lugano con una valigia particolarmente pesante: otto chili, per la precisione. Otto chili di cocaina, a voler proprio fare i puntigliosi.

Ne dà riscontro la sovversiva RSI (Radiotelevisione svizzera italiana).

Non mi ricordo da quale blog ne sono venuto a conoscenza, ma di una cosa sono sicuro: la notizia non l'ho vista o sentita su nessun giornale o tg italiano. Pronto a essere smentito, ovviamente.

UPDATE
Mi smentisco da solo: il Corriere ne ha parlato mercoledì 8 aprile.

Vorrei diventare di colore

Non tanto per il probabile miglioramento della dote, ma soprattutto per ottenere l'immunità dagli insulti o, nel caso provengano, gustarmi una comoda vendetta, servita dai piani alti.

Vero, SuperMario?

La mandibola più veloce del West

So di essere fuori tempo massimo, ma è un dovere morale porsi questo interrogativo: può un film reggersi unicamente su un'espressione facciale del protagonista? Nel suo caso, .

Clint Easwtood. Rispetto.

Non so se Gran Torino sia un gran film. Mi basta sapere che Gran Torino sia essenzialmente un grugnito.
La morale, l'America multirazziale, la vecchiaia, il presente: tutto è sorpassato in corsia d'emergenza a sirene spiegate dalla pelle raggrinzata e dalle corde vocali che stridono fra di loro.
Oscar al vecchio Clint come miglior attore, a prescindere. Ci sono già stati gli Oscar? Annullate tutto e consegnatelo al quel dannato "grrrrrrr".

Tra il dire e il fare c’è di mezzo un abbonamento a Sky

E' domenica pomeriggio, piove, e insomma un post lungo e inutile mi pare particolarmente appropriato al momento.

La cosa sorprendente del Diventare adulti non è tanto il Diventarlo per davvero (lo diventano tutti, anche quelli che vengono colpiti dalla Sindrome di Peter Pan), quanto il Rendersene conto. E non fare nulla per modificare questo processo. Un po' come la teoria del Tempo in Lost: whatever happened, happened.

Uno capisce anche che sta diventando più reazionario, o più nostalgico, o più insofferente, ma tutti i tentativi di resistenza sono vani, inutili. Avverte la pigrizia che si fa largo tra le pieghe (o piaghe?) dei venerdì sera, eppure lentamente cede e anzi, pensa di essere una persona migliore perchè "inizia ad ascoltare il suo corpo e i segnali che manda". Il suo corpo ogni giorno più vecchio, sì. Passiamo la vita a costruirci la nostra torre d'avorio, con i muri trasparenti alcuni, con lastre di cemento armanto altri, sempre più alta e inaccessibile fino a quando le voci che si sentono sul fondo appaiono lontane, o fuorvianti: comunque, non ci riguardano più.

Diventare adulti assomiglia molto a diventare individualisti: si esce dal gruppo per farsene uno tutto nostro: famiglia, convinvenza, singletudine. E mentre tiriamo su i muri dei nostri Nidi, vomitando come rondini ai nostri figli quello che mangiamo, ci sentiamo appunto più realizzati, perché "finalmente stiamo costruendo Noi stessi": tra mille ostacoli, lacci e lacciuoli come lo stipendio da precari che ti costringe un altro anno in più a casa dei tuoi, ma poi un contrattino arriverà, e arriverà l'appartamento in affitto o il mutuo. E infine "potrò finalmente sentirmi libero".

Non c'è niente di soprendente in questa inesorabilità. L'aspetto più curioso invece è il Rendersene conto. Quando avevo quindici anni e me ne stavo ore disteso a letto con le finestre chiuse di camera mia alle 4 di pomeriggio, non sapevo che stavo attraverso la nota fase adolescienziale dello Scazzo. Ora che dal lunedì al venerdì delego al lavoro 10 ore della mia giornata (tra lavoro effettivo e spostamenti), so perfettamente cosa sta capitando: che sto diventando adulto, che ho meno tempo libero e meno voglia di godermi quel poco che me ne rimane. E mi guardo attorno, leggo gli status del mio centinaio di amici su facebook, e tutti sono lì a lamentarsi già da lunedì mattina, agognando il fatidico Sabato del Divano. Alcuni iniziano domenica pomeriggio (io il venerdì sera).
Eppure mansueti ci prestiamo al gioco della laurea più stage più contratto più convivenza più eccetera senza battere ciglio, e anzi ne siamo tutto sommati compiaciuti. Un prestarsi al proprio destino da far invidia ad Abramo.

Ora, la mia non vuole essere una tirata filippica alla Silvano Agosti contro la società moderna, lo sappiamo tutti che non si vive (dovrebbe vivere) per lavorare ma il contrario. Non è questo il punto. Il punto buffo della vicenda è la passività. L'accogliere quasi col sorriso sulle labbra, o con lacrime di coccodrillo, il decadimento morale (non fisico) di noi stessi, quasi ne avessimo bisogno per fare quello che ci riesce meglio: lamentarci. Avere nostalgia.

Siamo talmente pieni di nostalgia ovunque che quasi rimpiangiamo i tempi della DC e del PCI, rispetto all'era berlusconiana. Rimpiangiamo le abitudini medievali di spostarci a cavallo, in confronto al mondo inquinato di oggi. Rimpiangiamo i vinili e i cd comprati rispetto alla possibilità di avere tutte la musica del mondo comodamente (e gratuitamente) sul pc di casa.

I trentenni sono nostalgici ambulanti che non fanno altro che rimpiangere età dell'oro, i famigerati anni '80, con i loro cartoni animati, i loro vestiti improbabili, qualsiasi cosa marchiata "passato" che ci ricordi come eravamo e rimuovi la consapevolezza di come invece siamo ora. Che forse il problema sta tutto lì. Ma la nostalgia è ormai sport nazionale anche in età più basse. I 25enni su facebook rimpiangono i tempi delle medie e fantasticano su cene di classe che non verranno mai organizzate. Addirittura i 18enni rimpiangono la loro pubertà che nemmeno ne sono usciti. Un'estate fa è già mito, un giocattolo d'infanzia è già un pezzo di Storia.

Prendiamo il Calcio, per esempio. Oggi ci si lamenta che gli stadi sono vuoti, che è diventato uno sport per mafiosi, venduto completamente al buzinezz. Si è venduto l'anima e le mutande alla tv, che lo trasmettono 24 ore su 24 grazie alle parabole di Sky. Come sono lontani i bei tempi in cui il calcio erano le partite ascoltate alla radio, tutte rigorosamente di domenica pomeriggio. E poi i gol su Raiuno a 90 Minuto, Paolone Valenti e gli improbabili inviati delle sedi regionali Rai, su Raidue alle 19 una sintesi con la telecronaca di Brunone Pizzul, Domenica Sprint con quella sigla dal testo incomprensibile (la scoperta di "vivaviva il goleador" arrivò solo grazie a elioelestorietese e la gialappa's). Di calcio in tv se ne vedeva poco, pochissimo, eppure ci si sembrano giorni splendidi, irripetibili. Oggi vediamo tutte le partite, ma non c'è la stessa magia, la stessa atmosfera. Ed è vero, così come è vero, tuttavia, che se mi avessero comunicato una domenica pomeriggio che potevo vedere in diretta Inter-Juventus, magari con degli amici attorno e una birra, avrei subito calpestato e ridotto a pezzi la radiolina. Senza nessun rimorso nostalgico.

I tempi d'oro potrebbero tornare subito: basterebbe disdire l'abbonamento a Sky, riprendere in mano la radio, guardare i gol solo a 90 minuto come i poveracci che non hanno il satellite. Non è difficile tornare al passato: basta tagliare tutte le nostre attuali ricchezze. Così come non sarebbe difficile ridurre l'inquinamento: basterebbe usare la bicicletta, evitare di andare a Bologna a ballare, compiere altre rinunce. Nessuno lo fa però. Nessuno si amputa le gambe perchè così si risentirebbe di nuovo alto come quando era bambino. Siamo dipendenti dalla nostalgia, il nostro personale animale domestico da accarezzare ma tenere legato al guinzaglio.

Si impiegano così tante energie nervose, emotive e retoriche per ricordarci come eravamo e dimenticarci come siamo. Non si fa praticamente nulla per correggere i tanti difetti delle nostre esistenze e si rimpiange sistematicamente qualcosa che mai più potrà essere (e che magari non era nemmeno così idilliaco).
Ci vorrebbe la nostalgia del Futuro: ti ricordi come saremo?

Tentativi di integrazione in Italia

c_71_article_1106436_image_list_image_list_item_0_imageA Venezia, in una calle stretta e non troppo battuta nei pressi di Rialto, un ottimista ragazzo di origini magrebine ha aperto il suo negozio di pizza al taglio circa un mese fa. Ne ho seguito gli sviluppi compiaciuto: dai lavori di restauro, alle pulizie all'apertura. Per qualche giorno l'ho visto attendere invano qualche cliente appoggiato al bancone, davanti ad un triste cumulo di pezzi invenduti e dall'aria comunque poco appetibile. Nel tentativo di attirare clientela priva di qualsiasi pregiudizio razziale ha messo fuori una grande bandiera italiana a penzolare. Il giorno dopo per quel poco che ho visto il negozio languiva nonostante il tentativo di essere un piccolo nuovo artigiano italiano.
Qualche giorno dopo è comparsa la scritta PIZZA a pennarello nero nella fascia bianca del nostro tricolore. Ancora niente clienti: bancone stracolmo di pizza e nessuno in vista.
Da due settimane il negozio è chiuso. I casi sono due: o è andato a studiarsi come impastare una pizza che non sia spessa 10cm, o si è demoralizzato troppo presto.

* * *

Sulla scia dell'odio sempre crescente verso immigrati, clandestini, barboni e poveracci in genere, nel clima di totale diffidenza verso qualsiasi persona dall'aspetto appena un filo diverso dal nostro, sempre a Venezia, nei pressi di San Simeon Piccolo, un barbone chiede la carità ad un angolo della strada e offre un servizio ai turisti che passano in cerca della stazione: "Per di qua", indica con il dito, supponendo tutti vogliano andare proprio li e sperando in una piccola ricompensa in cambio. Per fugare ogni dubbio anche al più diffidente dei passanti ha scritto un cartello che tiene davanti alla ciotolina per le monete con giusto due parole: "Sono italiano". Quel cartello mi mette una tristezza addosso che non potete immaginare: vorrei abbracciarlo e rincuorarlo che non c'è assolutamente niente di male nell'essere straniero.

Il segreto era prendere i Verdi

Mi sono sempre chiesto come si vivesse all'interno degli alberghi del Monopoli:

(via Fubiz)

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)

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