Monthly Archive for September, 2011

Qualcuno 8, qualcuno 21, qualcuno 29

Forse a voi non sembrerà ma questo posto compie oggi 8 anni. Nella versione che conoscete, perché altrimenti esisteva da prima eccetera eccetera e vi risparmio anche questa volta tutta la storia. E’ stato aperto il 21 settembre del 2003, una data simbolica per festeggiare il compleanno di un suo autore doc, uno dei famosi Padri Fondatori che intraprese con me quel giorno questo cammino tutto da inventare e da scrivere. All’epoca Fabio (che qui si fa chiamare Attimo perchè all’epoca era un poeta estinto ma ormai lo chiama così forse solo una persona) compiva 21 anni, era più giovane e meno disilluso, o forse era quasi uguale ad oggi, tranne per il fatto che pensava di fare l’ingegnere, e questo posto qui, con il passare degli anni, ha finito per cambiare un po’ la sua vita, la mia e perfino quella di molti amici, fino a farci diventare le persone quasi adulte che siamo oggi. Se abbiamo conosciuto persone incredibili, ragazze bellissime, se ci sono state offerte opportunità, esperienze, momenti memorabili, è grazie anche a questo – come si chiamavano? – blog.
Fabio compiva 21 anni il 21 settembre, e quel 21 è un numero che gli piace tanto e ricorre un po’ ovunque nella sua vita passata e presente. Forse non è un caso che anche oggi che di anni ne festeggia 29, continui ad averne 21 di più di questa sua creatura. E così sarà il prossimo anno, e quello dopo ancora. Quando di festeggiare non ne avrà più voglia e forse non ne avrà mai avuta ed è per quello, in fondo, che abbiamo messo questa ricorrenza proprio il 21 settembre. Per fare la festa a Ciccsoft, gli auguri, i regali, le pacche sulle spalle ad un sito, mascherando l’augurio vero ad un vecchio amico.

. scelti per voi

In questi dieci giorni, tra le altre, mi sono successe tre cose degne di nota.
Uno: sono andata a vedere L’ultimo terrestre, il film di Gipi in uscita nelle sale dal 9 settembre.
Due: ho visto il nuovo video degli Zen Circus (album in uscita l’11 ottobre): L’amorale.
Tre: ho ascoltato la nuova canzone di Dente (anche lui album in uscita l’11 ottobre): Giudizio universatile.

L’ultimo terrestre è bellissimo, non perché è un film di Gipi ma perché oltre ad avere un cast straordinario e ad essere a conti fatti un ibrido tra un film e un fumetto senza che questo disturbi la visione o vi si intrometta, è una celebrazione della diversità e della normalità insieme, una miscela commovente che strappa le giunture a chi si siede in sala per assistere. Consiglio: non siate frettolosi, arrivate alla fine senza farvi impressionare dagli iniziali tempi dilatati e andrà tutto bene. Dubito che qualsiasi altra persona sulla Terra, al giorno d’oggi, abbia la sensibilità di un personaggio come Gipi: a conti fatti, in un modo o in un altro, riesce sempre a farmi piangere, sia sulla carta che sulla pellicola. Fatevi un pianto anche voi, ogni tanto fa bene.

Il nuovo singolo degli Zen Circus, L’amorale, invece, non è granché: peggio di come mi aspettavo ma, ad oggi, niente di tremendo, piuttosto commerciale. Non mi sembra all’altezza di tanti altri prorompenti singoli e però questa volta – a differenza di quel che mi aspettavo dai Marta sui tubi o dai Verdena – non ero preparata al calo di tensione. Chi ha spento la luce? Gli Zen proseguono imperterriti nella loro critica ironica e apertamente atea condita da un ritornello simil filastrocca cantilenante. Aspettatevi una canzone commerciale. Per consolarci, nel video gli Zen circus sono tutti seminudi e stanno benissimo.

Il nuovo singolo di Dente invece (Giudizio universatile) richiama sul serio i primi dischi di Renato Zero mescolati ad un motivetto da riviera anni Settanta. Non so se questa è una cosa positiva oppure no, ma mi affido al leit-motiv della canzone che giustamente e democraticamente suggerisce “giudica tu se il cielo sta venendo giù“. Faffaraffaraffafà.

Poi volevo dirvi che il 30 settembre esce il nuovo film di Cronenberg, A dangerous method, con un cast d’eccezione tipo Keira Knightley, Viggo Mortensen e Michael Fassbender.

Ci vediamo al cinema.

L’altra volta che mi sono appassionato al tedesco

I viaggi a Berlino e poi a Monaco lo scorso anno mi hanno causato un’improvvisa passione per la lingua tedesca, che mi guardo bene dallo studiare perché immagino ostica e incomprensibile. Alla fine quando si è trattato di aprire il mio studio grafico pochi mesi fa ho scelto proprio una parola tedesca, obst, che significa frutta, una cosa semplice e corta dal suono simile ad un inciampo: ooops!

C’è stato in realtà un altro momento nella mia vita in cui mi ero fissato con una parola tedesca. Ero in prima liceo, frequentavo pianoforte al conservatorio e c’era questa simpatica biondina che faceva solfeggio con me e probabilmente studiava tedesco a scuola. Mi scrisse una dedica sul diario, alquanto incomprensibile a prima vista ma ebbe il buon cuore di spiegarmi che in tedesco significava “sei un ragazzo birichino”. La parola esatta con cui mi apostrofò era SPITZENBUBEN. Mi rimase in testa per anni e la usavo indiscriminatamente con chiunque per dargli dello sciocco o della “canaglia”, che è la traduzione più vicina in italiano ad un termine crucco puramente gergale (è usato anche per identificare i biscottini con il tondino di marmellata al centro). Ovviamente nessuno mi capiva ma era divertente perchè molti compagni di classe la impararono e la ripetevano come me.
In gita scolastica a Monaco di Baviera, ormai oltre dieci anni fa, mi divertivo a chiamare i numeri di telefono interni delle camere d’albergo dei miei compagni, fingendo di essere un tedesco:
– Pronto?
– Spitzenbuben!
– Come?
– Spitzenbuben! Läufer!
– Oddio non capisco niente…
e puntualmente mettevano giù o mi passavano qualcun’altro che pure non capiva nulla.
Ci alternavamo in tre a farlo, e grazie alle voci diverse ci cascavano quasi tutti ma il siparietto era divertente e causò diverse risate rivelando infine la cosa ai compagni. Läufer invece era una marca di gomme da cancellare, e mi piaceva per il suono tipicamente crucco oltre al fatto che era scritto vicino ad un cagnolone san bernardo ritratto sulla gomma. Ho scoperto ieri che significa “corridore” e non era il nome del cagnolone.

Ho incontrato di nuovo la ragazza di Spitzenbuben sabato scorso, dopo ben 15 anni. Credo non si ricordi di questo episodio e non abbia mai nemmeno mangiato gli ottimi spitzenbuben tedeschi, ma è stata la prima cosa che il mio cervello ha rispolverato, rivedendola dopo tanti anni.

Perchè ci ricordiamo dell’11 settembre

Oggi ricorrono dieci anni dall’attentato alle Twin Towers di New York, una giornata che in qualche modo ha cambiato la vita di molti americani e non, e la percezione del resto del mondo sul concetto di terrorismo. Quel giorno di dieci anni fa avevo iniziato l’università da appena un giorno, mi trovavo a lezione nell’ultimo banco in fondo e un’amica seduta a fianco a me mi informava tranquilla di un attentato alle Torri Gemelle. Io che avevo 18 anni, e non ero mai stato a New York, nemmeno sapevo cosa fossero le Torri Gemelle. Mai viste, mai fatto caso a queste due cose altissime che svettavano sulla skyline di Manhattan, eppure in tanti film e fotografie erano sempre state li ed oggi sono la prima cosa che notiamo quando guardiamo un’immagine di New York. Foto prima dell’undici settembre, foto dopo l’undici settembre, tutto estremamente facile. La parola attentato unita ad un posto che non conoscevo non ha suscitato in me emozioni particolari sul momento, facendomi bollare la cosa come la solita bomba in un palazzo americano, eventi di certo non all’ordine del giorno ma qualcosa di già noto nell’immaginario collettivo. Poi il tam tam mediatico e i particolari che iniziavano a trapelare persino a noi studenti chiusi in aula magna a seguire una lezione di geometria: aerei che si schiantano contro grattacieli. La dinamica è nuova, terrificante se avessero confermato che non si trattava di uno sciagurato incidente. Ma poi giunge il secondo schianto e gli aerei sono due e quindi non poteva essere una coincidenza. Quando arrivo a casa ad ora di cena tutti le televisioni del mondo hanno gli occhi sgranati davanti all’orrore di qualcosa che nessuna mente avrebbe mai potuto concepire. La tecnica terroristica aveva raggiunto il suo apice di imprevedibilità: potenzialmente dal giorno seguente sarebbe potuto succedere di tutto.

Negli anni a seguire abbiamo temuto altri attacchi terroristici simili e nella catena di eventi legati ad Al Qaeda abbiamo assistito alla bomba alla stazione di Madrid e quella nella metro di Londra. Attentati più simili a quelli cui eravamo abituati seppure di impatto terribile per numero di morti e per significato politico. Eppure le torri di New York sono rimaste impresse nella nostra mente come una pietra miliare della storia cui abbiamo assistito tutti in maniera forse per la prima volta globalizzata. Senz’altro l’evento storico più importante per la mia generazione che non ha conosciuto guerre o rivoluzioni.

Non ricordiamo l’undici settembre perchè è successo agli Stati Uniti o perchè da quel momento è iniziato il conflitto in Afghanistan, ricordiamo l’undici settembre perchè da quel giorno abbiamo avuto tutti paura. Tanta paura per anni, che il precedente c’era stato ed ora poteva essere il caos. Che sarebbe toccato anche a noi. Che l’aereo era diventato pericoloso. Che la metropolitana poteva essere a rischio, ma anche l’autobus, anche la coda alle poste, anche l’autostrada, il benzinaio. Nel significato più totale di terrorismo si era creata una distinzione tra quello che gli esseri umani concepivano come possibile e rischioso e il resto delle nostre vite quotidiane, improvvisamente sopraffatte da un’angoscia e una tensione che non ci era mai passata per la mente. Poi ogni cosa con gli anni finisce per scemare, e non sono servite guerre in medio oriente o la cattura e uccisione di Bin Laden a calmare i nostri animi, ma solo il nostro cervello che con il tempo ha imparato a convivere con i propri fantasmi e passare oltre, accettando nel nuovo corso delle cose post undici settembre di fare code agli aeroporti per controlli severissimi ad ogni imbarco, o facendo attenzione al tipo sospetto che abbandona un pacco su un treno, esattamente come chi elabora un lutto presto o tardi si rialza e riprende la sua vita sperando sia ancora lunga. Deal with it, dicono gli americani.

Dieci anni dopo, abbiamo elaborato il nostro undici settembre e siamo qui a ricordarlo e raccontarlo perchè il mondo di domani non ripeta gli stessi errori. Almeno fino al prossimo evento della Storia, che spiazzerà tutti di nuovo e aprirà nuovi scenari, parole, paure, costringendoci a fare i conti con lui e cambiando ancora un po’ le nostre vite. Come sempre è stato e sempre sarà.

11 pezzi che forse non conoscete di Freddie Mercury

My fairy king – Dal primo album omonimo dei Queen, nel 1973, lascia spazio al piano di Freddie e al repertorio favolistico e sognante tipico della sua scrittura dell’epoca. Cori, orchestra, e i primi accenni delle sonorità che hanno portato poco tempo dopo alla gigantesca Bohemian Rhapsody.


Nevermore – 
Da Queen II, una ballata struggente d’amore, breve ed intensa, che ben mette in luce le doti canore di Mercury. Quando tornerà il mio amore? Mai più.


In the lap of the gods (revisited) – 
La versione live di Wembley con lo stadio che canta il ritornello è uno dei momenti più intensi di quell’ultimo storico live della band londinese. Con lo stesso titolo esiste un brano completamente diverso sullo stesso disco (Sheer Heart Attack), da non confondere con la versione rivista divenuta assai più celebre. Cori così se li sogna Vasco Rossi.


Seaside rendezvous – 
Da “A night at the Opera”, forse l’album più bello di sempre, un divertissement romantico e old fashioned a suon di tip tap dove il genio creativo di Freddie attinge dai clichè di un’epoca alla quale ha spesso reso omaggio con soluzioni vocali e musicali curiosissime ed originali. I fiati e il kazoo sono imitati con la voce, il tempo è dato da ditali che sbattono su un asse di legno. Adorabile.


Love of my life – 
Ad un certo punto i Queen si accorsero che questo pezzo non particolarmente celebrato inizialmente, era diventato un inno per una generazione di romantici. In particolare in Sudamerica rimane uno dei pezzi della band più conosciuti ed amati di sempre, e doveva essere inserito in scaletta ad ogni costo, ovviamente lasciando che il pubblico cantasse a squarciagola quasi l’intero brano. Anche a Wembley andò così.


The Millionaire Waltz – 
Un esercizio di stile di Mercury, tra falsetti e cori, un’opera delicata ed originale che forse segna il culmine del loro periodo più glam. Ad un certo punto Freddie si mette ad imitare Marlene Dietrich in una parodia dell’Angelo Azzurro ed è un po’ da standing ovation.


Teo Torriatte (let us cling together) – 
Verso la fine degli anni ’70 i Queen divennero talmente popolari in Giappone da includere svariate date nei loro tour in Sol Levante e da dover rilasciare edizioni speciali di ogni album, pratica che presto sarebbe divenuta prassi per molte band. Questo pezzo è espressamente scritto per questo popolo, e il ritornello è cantato addirittura in giapponese. Un must per ogni live degli anni a seguire per un pezzo in puro stile Queen diventato ormai un classico.


Dreamer’s ball – 
In un album dal titolo Jazz, questo brano sembra davvero avere una sonorità simile a quelle jazz blues della New Orleans degli anni Venti. Solito stile Mercury, voce trasognante e calda, cori, liriche romantiche.


Man on the prowl – 
Rockabilly vecchio stile, con una spolverata di ammiccamenti e coretti tipicamente Queen, dall’album The Works del 1984. Ogni tanto Freddie sembra fare il verso a Elvis nel modo di cantare e nel finale lo strumentale di piano è bruscamente interrotto: durante le registrazioni il nastro finì prima del tempo e la band decise di tenere questa chiusura anche nell’album.


A winter’s tale – 
Pubblicata postuma sull’album Made in Heaven, rappresenta lo stile più maturo e disilluso del Mercury malato degli ultimi tempi. Un inno alla natura e all’amore con picchi vocali incredibili, scritta dalla sua residenza a Montreaux, guardando il lago di Ginevra. E’ l’ultimo brano inciso interamente da Mercury prima di morire, in un’unica sessione successiva all’uscita di Innuendo. Nonostante la magrezza e l’evidente fatica fisica di quel periodo dimostra qui una voce ancora potente e magnetica.


In my defence – 
Il manifesto dell’essere Freddie Mercury. Un pezzo scritto da Dave Clark, ma portato al successo in questa versione inclusa nel Freddie Mercury Album, struggente e definitiva. Che cosa dire in mia difesa? Sono solo un cantante con una canzone, come potrei correggere ciò che è sbagliato? Nel finale, l’ultima immagine di Freddie che saluta e se ne va: I still love you, dice. Come non credergli?

Buffet

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Si comincia!

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Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)