Monthly Archive for January, 2012

Chiedi cos’è (stato) Splinder

Per coloro che non hanno mai sentito parlare di Splinder, o sono sul web da troppo poco tempo, gli basti sapere che quella che chiude oggi i battenti dopo circa undici lunghi anni è stata la più grande piattaforma di pubblicazione per blog in Europa degli anni Zero. La più diffusa in Italia prima dell’avvento di WordPress, la più vasta community di scrittori in erba, appassionati, grafomani, giornalisti, scrittori e disperati. Tutti i blogger negli anni hanno a suo tempo iniziato a scrivere sulla rete aprendo un blog su Splinder prima di mettersi in proprio comprandosi un dominio nomecognome.net. Hanno passato le giornate a leggere blog su Splinder, commentare blog su Splinder, linkare blog su Splinder.
Per quel che mi riguarda si è trattato per anni della principale attività alternativa allo studio dell’Ingegneria, quella che ha causato notti insonni, appelli mancati, distrazioni in aula, chiacchiere al pub e organizzazione di eventi smandrappati.

Perché c’è stato un tempo – in cui non esistevano i social network e nemmeno YouTube – in cui ad un gruppo sempre più ampio di persone venne la mania di aprire un blog per raccontarsi e per raccontare qualcosa. Erano i primi anni del Duemila e come per incanto sulla rete si potevano intavolare discussioni bellissime, approfondire concetti, raccontare storie, aggregarle, mescolarle, ascoltando quello che i lettori avevano da dire e a loro volta da proporre nei rispettivi blog. Ognuno produceva contenuti e ne fruiva altri, in uno scambio enorme di conoscenza, sensazioni, idee messe nero su bianco.
Ovviamente all’inizio scriveva solo chi aveva qualcosa da dire, per lo più aspiranti scrittori ed addetti al mestiere come giornalisti o addetti stampa, ma anche molte ragazzine che tenevano un diario virtuale al posto di quello con il lucchetto nascosto in un cassetto. C’era parecchia qualità in giro, mescolata ad una buona dose di cosiddetta fuffa.
Ci si conosceva fuori dalla rete alle blogfest, alle blogcene, e ai blograduni, che sembrano nomi ridicoli ma dietro c’erano persone che nella vita reale abitavano in posti lontanissimi e quando si incontravano di persona quelle poche volte l’anno avevano un sacco di cose da dirsi perchè conoscevano l’uno dell’altro interi scampoli di esistenza letta tra le righe di un blog.

Noi nel nostro piccolo eravamo una piccola perla di blog, cari i miei quindici lettori. Ci leggevano in centinaia ogni giorno, avevamo un programma su una webradio, stampavamo un giornalino, andavamo ai raduni e ne abbiamo persino organizzato uno un po’ bucolico ai Giardini Margherita di Bologna dove si è finito per giocare a bandiera come quando eravamo ragazzini.
Eravamo quasi famosi. Una volta hanno riconosciuto me ed Attimo per strada a Bologna e la cosa ci aveva fatto parecchio ridere per quanto fosse assurda. La cosa che ci distingueva, fin dagli inizi quando eravamo ancora su Splinder, era avere un blog a più voci che unisse l’Italia da nord a sud. Idea certamente non nuova, ma siamo stati un po’ come il Parma di Scala, pieno di talenti incredibili che sono passati e negli anni hanno avuto successo e fortuna altrove.
Tra gli oltre 50 collaboratori persone che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e con cui collaborare come Francesco Costa, oggi in forza al Post, Francesco Locane, conduttore di Radio Città del Capo, Margherita Ferrari, Mauro Zucconi, Marco Bertollini, Gabriele Capasso (che non ha un blog di riferimento ma oggi scrive per TvBlog e CalcioBlog) e tanti altri che negli anni sono passati da uno pseudonimo sulla rete a scrivere libri veri e propri o a collaborare per riviste e giornali vari. Questo grazie anche a Splinder, principale piazza di ritrovo in quegli anni.

Abbiamo intessuto relazioni tra persone, avuto opportunità di lavoro, incluse le attuali professioni per molti di noi, incluso il sottoscritto. Quello che era un gioco è diventato un lavoro a tempo pieno e una palestra dove esercitare l’arte del web design, del marketing, e in generale di ogni aspetto che ruota attorno alla comunicazione e all’informatica.
Abbiamo conosciuto ragazze, ci siamo fidanzati, mollati, desiderati, frequentati per un po’ e poi buttati via. Abbiamo fatto sognare qualcuno per quello che abbiamo scritto e abbiamo sognato una sconosciuta dalla penna tagliente per poi scoprire che nella vita reale eravamo entrambi anche qualcos’altro, con i nostri difetti e i nostri non detti.

Splinder insomma è stata lo specchio dei nostri anni Zero, quella che ha custodito i nostri pensieri più profondi e più sciocchi, il nostro desiderio di comunicare qualcosa con il mondo fuori, ma anche colei che ha costruito le nostre identità in rete, il nostro essere diversi a volte da come siamo nella realtà di tutti i giorni, in casa, al lavoro o con gli amici.
All’epoca sotto uno pseudonimo, oggi con nome e cognome come i moderni social impongono, molte delle nostre presenze online si sono costruite negli anni attraverso le parole che abbiamo scritto sui blog, le cose che abbiamo raccontato e quelle che abbiamo taciuto. Siamo diventati grandi insieme a Splinder e grazie a lei molti di noi ancora oggi adorano scrivere, raccontarsi e non buttarsi via. Rintanati da qualche parte al sicuro dietro uno schermo, proprio come allora.

Ci siamo ancora quasi tutti, sparsi qua e la come dieci anni fa, prima che arrivasse la grande onda dei blog e la piazza di Splinder a riunirci qualche anno per poi disperderci di nuovo. A voi il difficile compito di scoprire dove siamo finiti, come ci chiamiamo oggi, e se siamo ingrassati un po’.

Oscar Luigi Scalfaro e lo strano caso del prendisole

Tra le tante cose che questa mattina leggerete in giro sulla scomparsa del caro Presidente Scalfaro, forse la più incredibile sarà di quella volta che Oscar Luigi venne sfidato a duello (!) e fece incazzare Totò.

Considerato persona di rigide vedute in tema di morale fu protagonista il 20 luglio del 1950, all’inizio della sua attività parlamentare, di un episodio che fece molto scalpore, poi divenuto noto come “il caso del prendisole”.
Il fatto ebbe luogo nel ristorante romano “da Chiarina”, in via della Vite, quando insieme ai colleghi di partito Sampietro e Titomanlio Scalfaro ebbe un vivace alterco con una giovane signora, Edith Mingoni in Toussan, da lui pubblicamente ripresa in quanto il suo abbigliamento, a parere dell’onorevole, era sconveniente poiché ne mostrava le spalle nude.
Secondo una ricostruzione de Il Foglio, la signora si sarebbe tolta un bolerino a causa del caldo e Scalfaro avrebbe attraversato la sala per gridarle: «È uno schifo! Una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto al locale e alle persone presenti. Se è vestita a quel modo è una donna disonesta. Le ordino di rimettere il bolerino!». Sempre secondo questa fonte, Scalfaro sarebbe uscito dal locale e vi sarebbe rientrato con due poliziotti. L’episodio terminò perciò in questura, ove la donna, militante del Movimento Sociale Italiano, querelò Scalfaro ed il collega Sampietro per ingiurie.

La vicenda tenne banco sui giornali e riviste italiane per lungo tempo: la stampa laica accusava Scalfaro di “moralismo” e “bigottismo”, quella cattolica lo difendeva. […] Alla Camera furono presentate interrogazioni parlamentari nell’attesa di una delibera sull’autorizzazione a procedere (della cui competente Giunta Scalfaro stesso era membro) contro i due parlamentari a seguito della querela sporta dalla signora. Peraltro, poiché la Mingoni aveva dichiarato la sua militanza politica, nella richiesta di autorizzazione a procedere si afferma che dai parlamentari sarebbe stata chiamata “fascista” e minacciata di denuncia per apologia del fascismo. L’episodio fu raccontato dalla stampa anche in una versione secondo la quale Scalfaro avrebbe dato uno schiaffo alla signora.

Il padre della Mingoni in Toussan (un colonnello pluridecorato dell’aeronautica militare a riposo), ritenendo offensiva nei confronti della figlia una frase pronunciata da Scalfaro durante un dibattito parlamentare, lo sfidò a duello. Al padre subentrò poi come sfidante il marito della signora, anch’egli ufficiale dell’aeronautica. La sfida fu respinta, la qual cosa, risaputa pubblicamente, fece indignare il “principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis”, in arte Totò, del quale il quotidiano socialista Avanti! pubblicò una vibrante lettera aperta a Scalfaro. Nella missiva, il comico napoletano rimproverava a Scalfaro un comportamento prima villano e poi codardo.

«Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti.
La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata.
Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima.
Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto.
Non si pretende da Lei , dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.
principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis»
(Avanti!, 23 novembre 1950)

Il processo per la querela non fu mai celebrato per l’amnistia del dicembre 1953.
(via Wikipedia)

Fare le pulci al circo

Probabilmente non avete mai visto – davvero – un circo delle pulci. Attenzione, causa prurito!

Guardando la città bianca

Un giorno, per via del freddo, tutto lo smog che respiravano noncuranti divenne una massa grigia simile a neve. Allora finalmente videro, e capirono di avere esagerato con i macchinoni, le industrie, gli impianti di riscaldamento. E non fecero nulla, perché non c’era più niente da fare.

Rimasero a guardare la città ricoperta: in fondo sembrava pur sempre neve.

I muscoli del capitano Schettino

Guarda i muscoli del capitano, tutti di plastica e di metano. 
Guardalo nella notte che viene, quanto sangue ha nelle vene. 

Quando ho scoperto questo intenso pezzo di Francesco De Gregori facevo il liceo e devo aver preso quella piega romantica che ancora oggi riemerge nei momenti più impensabili. La prima immagine che mi veniva in mente era il famoso quadro di Friedrich, con il viaggiatore che guarda l’acqua frangersi sugli scogli, e pensa alla vita, all’infinito, e guarda dritto l’orizzonte senza paura.

Il capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero, 
fuma la pipa, in questa alba fresca e scura che rassomiglia un pò alla vita. 

Mi piace quest’immagine romantica del capitano che con sguardo fiero, petto in fuori e occhi socchiusi dal troppo vento rimane là, sicuro di cosa deve fare, di come ci si deve comportare. Un esempio per tutti. Non certo come i capitani che ci sono oggi. Di romantico non hanno più molto. Forse rimane l’esperienza, ma in fondo governare una nave altamente tecnologica dev’essere piuttosto semplice finché le cose vanno per il verso giusto. Non è mica da questi particolari che si giudicano i capitani.

E poi il capitano, se vuole, si leva l’ancora dai pantaloni
e la getta nelle onde e chiama forte quando vuole qualcosa,
c’è sempre uno che gli risponde. 

Ma capitano non te lo volevo dire, 
ma c’è in mezzo al mare una donna bianca, 
così enorme, alla luce delle stelle, 
che di guardarla uno non si stanca. 

Il capitano è rispettato e prende le decisioni per il bene di tutti. Quando ordina qualcosa il mozzo esegue senza discussioni, ma la settimana scorsa le decisioni non le ha prese lui o sarebbe andata molto peggio. Non ha nemmeno obbedito agli ordini dei suoi superiori a terra, il capitano Schettino. E’ un capitano moderno: celebra i matrimoni a bordo, fa il piacione con le signore attempate, dispensa sorrisi a completi in saldo, a polo inamidate, a cravattini stanchi. Non si prende le responsabilità se qualcosa va male, ma è colpa sua se qualcosa è andato liscio come l’olio. E’ un capitano italiano. Non è nemmeno questione di essere capitani: è semplicemente italiano, schietto, semplice e scaltro. Persegue il suo interesse da bravo cittadino.

Questa nave fa duemila nodi, in mezzo ai ghiacci tropicali, 
ed ha un motore di un milione di cavalli 
che al posto degli zoccoli hanno le ali. 
La nave è fulmine, torpedine, miccia, 
scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d’acciaio, 
pistone, rabbia, guerra lampo e poesia. 

Il problema, capitano, è quando hai per le mani una piccola città. Quando da te dipendono le sorti di migliaia di turisti e lavoratori. Quando hai tutto questo potenziale sotto il culo e lo manovri con la leggerezza di chi tiene un chiosco di gelati. Se si distrae lui al limite si scioglie della crema, ma se lo fai tu, pluridecorato ed apprezzato professionista del mare, va a finire male. Ed è andata a finire anche bene, capitano Schettino, dalla tua idea di avvicinarti a riva per fare un salutino fino alla tua fuga alla chetichella per salvare le venerabili chiappe. Ti è andata bene che alla fine non sei dovuto tornare a bordo come ti hanno chiesto al telefono. Hai detto si, si, ora vado e poi sei rimasto giù perchè era buio e stava affondando tutto e l’ultimo dei tuoi pensieri era voler andare a picco con la tua nave, capitano. Non sei certo un eroe romantico come quello di De Gregori. Sei italiano, si salvi chi può, ognuno pensi per se stesso, come ci ha insegnato la peggiore classe dirigente di un paese europeo dal dopoguerra ad oggi.

In questa notte elettrica e veloce, in questa croce di Novecento, 
il futuro è una palla di cannone accesa e noi la stiamo quasi raggiungendo.

Il vostro futuro è tutto qui: un gigante riverso davanti un’isola bellissima che ora ha paura di quello che succederà, se il gigante vomiterà olio nero, se i rottami inquineranno le acque e la gente e i media non lasceranno l’isola alla sua tranquillità. Cent’anni dopo il più grande disastro marino della storia un incidente moderno che si poteva evitare, capitano, fossi stato meno cocciuto, meno sbruffone, meno sicuro di te, che in fondo non lo eri proprio per niente se al tuo confronto un tuo superiore che ti intima di fare il tuo dovere diventa addirittura un eroe, quando ha semplicemente svolto il suo compito in maniera ordinata e precisa. Forse hai peccato di superbia pensando di poter governare quella barchetta come volevi. Forse le leggi della fisica per te non valevano. O siete tutti pieni di prosopopea voi capitani, e le cose vanno sempre a finire nello stesso modo.

E il capitano disse al mozzo di bordo 
“Giovanotto, io non vedo niente. 
C’è solo un pò di nebbia che annuncia il sole. 
Andiamo avanti tranquillamente”. 

L’incredibile seggiovia di Lido di Spina

Se come me siete nati negli anni Ottanta non avrete forse mai sentito parlare di questa bizzarra architettura ormai invisibile nel paesaggio dei nostri lidi. Trattasi della prima seggiovia biposto ad ammorsamento fisso in Italia, costruita dalla ditta Nascivera nel 1968 nei pressi della località di Lido di Spina in provincia di Ferrara. La seggiovia era al servizio del camping Spina e portava i clienti in spiaggia costeggiando la riserva naturale della Sacca di Bellocchio in circa 15 minuti. Era lunga mt. 1006 e aveva 10 piloni di appoggio di cui due di ritenuta (partenza e arrivo). In linea c’erano 127 seggiole biposto colorate. Venne smantellata dopo sei anni per problemi di corrosione legati all’ambiente marino.

Di seguito alcune foto dell’epoca davvero suggestive. Saranno i colori, o le macchine anni sessanta bianche parcheggiate sotto e l’idea di arrivare in spiaggia dall’alto godendosi il panorama invece del caos sulla Romea, ma non riesco a smettere di guardarle affascinato da un paio di giorni.

(il materiale è tratto da Funiforum.org, grazie a Matteo per la segnalazione)

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Quella sensazione di normalità in politica

La straordinaria tempestività con cui un membro del Governo Monti, il sottosegretario Malinconico, si è dimesso a poche ore dallo scoppio di uno scandalo che lo riguarda ci fa applaudire un gesto che altresì dovremmo guardare con sdegno per il reato che in verità lo ha causato. Non siamo più abituati al buon senso, alla politica fatta di persone che sono capaci di fare un passo indietro quando è necessario, che non urlano, non vanno ai talk show sguaiati in televisione. Cose che in molti altri paesi europei sono la prassi minima dello stare in politica. I nuovi ministri hanno un rigore estraneo ai costumi soliti dell’italietta, sono colti e preparati, hanno brillanti carriere alle spalle e punti di eccellenza nelle loro competenze, tutto un altro mondo rispetto quanto ci aveva abituato la politica italiana degli ultimi vent’anni. Da tempo sostenevo la necessità di un esecutivo tecnico che fermasse la palla per un po’ di tempo e si prendesse cura del paese malato facendo tacere la rissa continua di dichiarazioni da tiggì a chi offende di più. Confesso che trovo tutto questo bellissimo.

Mi piace l’austerità di Monti, il suo humour british e posato, lo stile asciutto e serio del ministro del lavoro Fornero e il look tatcheriano di quello dell’Interno Cancellieri. Niente veline, niente giovanotti arroganti servi del potente di turno (ricordate Capezzone spuntare all’ora dei pasti?), niente barzellette, mortadelle in parlamento, cartelli, schiamazzi. Eppure questa gente è ancora tutta al suo posto in parlamento se non che – deo gratias – non la dobbiamo ascoltare tutti i santi giorni. Sarà davvero interessante vedere come l’Italia riuscirà a superare la fase Monti di lacrime e tasse, come potrà accantonare un domani tutto questo per tornare alle urne e votare di nuovo una delle solite facce della Seconda Repubblica tornando al vecchio modo populistico di fare politica. Sarà come aver fatto la dieta per un periodo e ritrovarsi costretti poi a dover mangiare al ristorante tutti i giorni piatti grassi e succulenti. Avremo lo stomaco chiuso da mesi di privazioni e non avremo più voglia di vedere ancora i politici da Vespa, a litigare al telegiornale, ad occuparsi le poltrone, a fare a cazzotti in parlamento e a fare i propri comodi in attesa del vitalizio d’oro. Ed è un vizio dell’intera classe dirigente italiana che oggi siede in Parlamento.

Forse per ripartire dopo Monti un domani, servirà azzerarla del tutto proponendo facce nuove, ma è noto che in Italia questo meccanismo non è mai avvenuto e per nostra natura mai avverrà. Tanto meglio allora avere al governo dei tecnici, esperti nei loro campi in grado di governare ed amministrare il Paese con serietà e non per proprio tornaconto. A chi affidereste il ministero della Difesa se non ad un esperto militare? A chi quello della giustizia se non ad un magistrato? Da chi preferite farvi tagliare il prosciutto: dal macellaio o dal benzinaio? I denti ve li cura un amico architetto o un dentista? Ad ognuno il suo mestiere. Io al primato della politica non ho mai creduto tanto.

L’otto gennaio del duemiladodici

Ho girato per dieci anni con una data precisa in tasca: l’otto gennaio del duemiladodici. Una data lontanissima che sapeva di futuro: duemiladodici. Ogni volta che aprivo il portafoglio e leggevo quella data di scadenza sulla patente mi sembrava così remota nel tempo da non riuscire ad immaginarmi come sarei stato quel giorno. Dove sarei stato. Quale persona sarei diventato.

Avevo diciott’anni, i capelli mossi tagliati corti con residui di colpi di sole dall’estate festosa post diploma, ero da poco iscritto ad Ingegneria di cui avevo sostenuto appena un paio di esami. Era la seconda volta che ripetevo l’esame per la patente perché alla prima, il giorno dell’anniversario della morte di Freddie Mercury, avevo sbagliato all’ultimo una guida ormai finita perfettamente, non vedendo una macchina arrivare uscendo da un incrocio. “Accosti qui – mi disse rammaricata l’esaminatrice – capisce bene che non posso darle la patente, anche se era andato così bene… cosa le è successo?”. Il mio rammarico era non avere sulla patente la data per me fondamentale dell’anniversario di Freddie Mercury, e dover aspettare tutto il periodo delle feste per riprovarci. Problemi da diciottenni. Ma dicevamo dell’otto gennaio. Quel giorno mi era capitata casualmente la stessa esaminatrice: questa volta faccia attenzione, mi raccomando. Esame pulito e rapido, patente firmata accostando giù di strada davanti alla palestra del Barco. Era l’inizio di una nuova vita, di una maggiore indipendenza, di una serie interminabile di viaggi e di giretti per la bassa a scoprire cosa c’era al di fuori delle mura cittadine.

Oggi ho ventotto anni, i capelli tagliati cortissimi, quei pochi che restano. Ho cambiato tre paia di occhiali. Non sono più uno studente da qualche tempo, ho un paio di lavori, una partita iva, poche idee ma molto confuse sul futuro e nessun programma preciso in testa. Ho ancora la stessa macchina di quando ho preso la patente: una Fiat brUno dell’89 che ha girato ormai l’Europa. Ho ancora le scarpe che avevo quel giorno, non si sono rotte e le ho tenute, anche se sono nell’armadio e non le metto più. Ho ancora i jeans di dieci anni fa, ma fatico ad entrarci. Non ho più il primo portachiavi dell’auto con un simpatico bracchetto in silverplate ed ora mi è rimasto solo l’anello con la chiave. C’è crisi.
Ieri, otto dicembre duemiladodici, ultimo giorno di patente, è stata una giornata diversa da come forse la immaginavo a diciotto anni. Mi sono svegliato tardi nella nuova casa che mi hanno comprato, ho pranzato con mia mamma e ho fatto una passeggiata a piedi al sole contemplando la campagna verde nonostante l’inverno. Mi sono perso nei tuoi occhi verdi mentre mi dicevi che sapevi cos’era una wpa e ti ho stretto forte mentre saltellavi felice di questi giorni e di quanto siamo fortunati. Ho cercato un vino da portare a chi ne aveva bisogno e ho trovato solo bottiglie aperte ormai marsalate così mi sono presentato a mani vuote ad ascoltare una storia triste con le lacrime agli occhi, cercando di parlare d’altro, concentrandomi sui formaggi stagionati e gli amari freschi. Ho letto il dizionario e accarezzato il gatto, ho superato la mezzanotte per guidare con la patente scaduta come un fuorilegge qualunque.

Così è stato il mio otto gennaio duemiladodici: una giornata tranquilla e serena in compagnia delle persone cui voglio più bene. Quello che sono diventato non so se avrebbe fatto felice il me di dieci anni fa, con i suoi pensieri e progetti di allora, ma a conti fatti direi che gli è andata piuttosto bene. Prossimo appuntamento: nove gennaio duemilaventidue. Un numerone.

Il commesso gentile

Quando entri in un negozio di abbigliamento ci sono solo due possibilità: il commesso deve vendere a tutti i costi e ti si getta addosso affamato con una frase che nella migliore delle ipotesi suona come “posso aiutarti?” e nella peggiore come “se hai bisogno chiedi pure” che in entrambi i casi a me suonano come “se non devi comprare levati dalle palle e non farmi perdere tempo”, con la differenza che alla prima si può rispondere “sto solo dando un’occhiata” mentre la seconda ti insinua un senso di colpa dovuto al tono seccato del commesso a cui non ti sei rivolto come prima cosa entrando.

Il cliente ideale entra, dice buongiorno e chiede subito indicazioni al commesso, poi prova, compra, paga, saluta di nuovo ed esce. Questo non sono io. Il sottoscritto invece data una rapida occhiata e constatato che si, ci sono capi interessanti ma per provarli deve passare sul cadavere assillante del commesso, esce in fretta e rinuncia ad ogni intento di acquisto. Uscendo non saluta, e in molti casi trova pure il commesso che ci tiene e dice acidamente: arrivederci! ottenendo indietro un timido borbottio di chi era già con un piede oltre la porta.

Ma dicevamo ci sono solo due possibilità: la seconda è che il commesso sia indaffarato o che il negozio sia talmente grande che nessuno ti chiede niente quando entri, come nei casi di grandi magazzini con abbigliamento a prezzi modici. Questi sono i negozi che piacciono a noi timidi. Una volta dentro provi quello che ti pare, non devi ascoltare il commento del commesso che pur di venderti qualcosa ti dice che stai bene con la camicia color caco e pochi minuti dopo pure con la berretta con il pon pon fucsia mentendo spudoratamente. La camicia caco che hai provato per fare l’alternativo puoi rimetterla tranquillamente giù tutta stropicciata e scappare alla chetichella senza la minima interazione con esseri umani. Se poi decidi per l’acquisto non hai nessuno a dirti che la la berretta con il pon pon fucsia che hai scelto ti sta davvero male addosso, anche perché il commesso di sicuro non lo farebbe mai. Massima liberta dunque.

Noi timidi infatti, le rare volte che entrando decidiamo di affidarci al commesso, sappiamo già come va a finire. Provati pantaloni, camicie, giubbotti o qualsiasi altro capo che con infinita pazienza ci viene proposto in varie fogge e taglie, non siamo affatto capaci a dire di no e ci sentiamo in dovere di uscire con qualcosa in mano, per non deludere il commesso, per non aver fatto perdere tempo invano al commesso, per ripagare il lavoro del commesso. Quel commesso gentile che è stato messo li apposta, con la sua faccia pulita e il suo sorriso affabile, per quelli come noi che ci caschiamo sempre e apriamo il portafoglio per sopperire alla nostra incapacità comunicativa.

Breve galateo delle mostre d’arte

Alle mostre meglio andare da soli o in compagnia? E se si va in compagnia si guardano le cose insieme aspettando gli altri o ognuno va per conto proprio secondo il suo passo e i suoi gusti? Allora tanto vale andare da soli?

Se si va insieme poi ci si ferma davanti ai quadri a commentarli a voce alta? Non è che si disturba l’altra gente?

Se si commenta il quadro sostandovi davanti, a che distanza è meglio stare per non disturbare gli altri? Io vorrei vedere da vicino le pennellate di un quadro ma se mi avvicino troppo la gente dietro non vede niente e sbuffa, mi riprende, l’allarme suona e mi riprende, l’addetto auser della sala mi riprende.

Inoltre: da che lato si comincia a visitare una sala? Orario? Antiorario? C’è una regola precisa e sensata che è quella che l’allestimento dovrebbe suggerire (ma spesso non fa)?

Perché non si possono fare foto alle opere senza flash ma si può sostare con un taccuino per venti minuti e disegnare uno schizzo?

Questo mi è venuto in mente visitando ieri la mostra Gli anni folli a Palazzo dei Diamanti a Ferrara, appena in tempo prima della chiusura. Le altre cose che volevo appuntare qui sono che è molto bella seppure come al solito piuttosto corta e gli spazi di Palazzo Diamanti a mio avviso scarsi, che vale la pena andarci nonostante la coda in questi giorni (chiude l’8 gennaio), che ho scoperto un autore che non conoscevo che si chiama Kees van Dongen e mi sono innamorato di un suo quadro che è questo qui, e che dovrei appuntarmi più spesso i nomi degli autori che mi piacciono mentre giro un museo. Un’altra opera bellissima che ho visto non la ritrovo nel sito della mostra ed ora andrà perduta come lacrime eccetera eccetera. Mi è altresì venuto in mente, girando per la mostra, che c’era un altro quadro che mi aveva colpito al Museo di arte contemporanea Filippo De Pisis e non mi ricordo autore né titolo. Toccherà tornarci quanto prima a vedere, se nel mentre chiarisco i dubbi di cui sopra.

Buffet

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Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

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Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)