Archive for the 'Attualità' Category

Oscar Luigi Scalfaro e lo strano caso del prendisole

Tra le tante cose che questa mattina leggerete in giro sulla scomparsa del caro Presidente Scalfaro, forse la più incredibile sarà di quella volta che Oscar Luigi venne sfidato a duello (!) e fece incazzare Totò.

Considerato persona di rigide vedute in tema di morale fu protagonista il 20 luglio del 1950, all’inizio della sua attività parlamentare, di un episodio che fece molto scalpore, poi divenuto noto come “il caso del prendisole”.
Il fatto ebbe luogo nel ristorante romano “da Chiarina”, in via della Vite, quando insieme ai colleghi di partito Sampietro e Titomanlio Scalfaro ebbe un vivace alterco con una giovane signora, Edith Mingoni in Toussan, da lui pubblicamente ripresa in quanto il suo abbigliamento, a parere dell’onorevole, era sconveniente poiché ne mostrava le spalle nude.
Secondo una ricostruzione de Il Foglio, la signora si sarebbe tolta un bolerino a causa del caldo e Scalfaro avrebbe attraversato la sala per gridarle: «È uno schifo! Una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto al locale e alle persone presenti. Se è vestita a quel modo è una donna disonesta. Le ordino di rimettere il bolerino!». Sempre secondo questa fonte, Scalfaro sarebbe uscito dal locale e vi sarebbe rientrato con due poliziotti. L’episodio terminò perciò in questura, ove la donna, militante del Movimento Sociale Italiano, querelò Scalfaro ed il collega Sampietro per ingiurie.

La vicenda tenne banco sui giornali e riviste italiane per lungo tempo: la stampa laica accusava Scalfaro di “moralismo” e “bigottismo”, quella cattolica lo difendeva. […] Alla Camera furono presentate interrogazioni parlamentari nell’attesa di una delibera sull’autorizzazione a procedere (della cui competente Giunta Scalfaro stesso era membro) contro i due parlamentari a seguito della querela sporta dalla signora. Peraltro, poiché la Mingoni aveva dichiarato la sua militanza politica, nella richiesta di autorizzazione a procedere si afferma che dai parlamentari sarebbe stata chiamata “fascista” e minacciata di denuncia per apologia del fascismo. L’episodio fu raccontato dalla stampa anche in una versione secondo la quale Scalfaro avrebbe dato uno schiaffo alla signora.

Il padre della Mingoni in Toussan (un colonnello pluridecorato dell’aeronautica militare a riposo), ritenendo offensiva nei confronti della figlia una frase pronunciata da Scalfaro durante un dibattito parlamentare, lo sfidò a duello. Al padre subentrò poi come sfidante il marito della signora, anch’egli ufficiale dell’aeronautica. La sfida fu respinta, la qual cosa, risaputa pubblicamente, fece indignare il “principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis”, in arte Totò, del quale il quotidiano socialista Avanti! pubblicò una vibrante lettera aperta a Scalfaro. Nella missiva, il comico napoletano rimproverava a Scalfaro un comportamento prima villano e poi codardo.

«Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti.
La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata.
Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima.
Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto.
Non si pretende da Lei , dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.
principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis»
(Avanti!, 23 novembre 1950)

Il processo per la querela non fu mai celebrato per l’amnistia del dicembre 1953.
(via Wikipedia)

I muscoli del capitano Schettino

Guarda i muscoli del capitano, tutti di plastica e di metano. 
Guardalo nella notte che viene, quanto sangue ha nelle vene. 

Quando ho scoperto questo intenso pezzo di Francesco De Gregori facevo il liceo e devo aver preso quella piega romantica che ancora oggi riemerge nei momenti più impensabili. La prima immagine che mi veniva in mente era il famoso quadro di Friedrich, con il viaggiatore che guarda l’acqua frangersi sugli scogli, e pensa alla vita, all’infinito, e guarda dritto l’orizzonte senza paura.

Il capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero, 
fuma la pipa, in questa alba fresca e scura che rassomiglia un pò alla vita. 

Mi piace quest’immagine romantica del capitano che con sguardo fiero, petto in fuori e occhi socchiusi dal troppo vento rimane là, sicuro di cosa deve fare, di come ci si deve comportare. Un esempio per tutti. Non certo come i capitani che ci sono oggi. Di romantico non hanno più molto. Forse rimane l’esperienza, ma in fondo governare una nave altamente tecnologica dev’essere piuttosto semplice finché le cose vanno per il verso giusto. Non è mica da questi particolari che si giudicano i capitani.

E poi il capitano, se vuole, si leva l’ancora dai pantaloni
e la getta nelle onde e chiama forte quando vuole qualcosa,
c’è sempre uno che gli risponde. 

Ma capitano non te lo volevo dire, 
ma c’è in mezzo al mare una donna bianca, 
così enorme, alla luce delle stelle, 
che di guardarla uno non si stanca. 

Il capitano è rispettato e prende le decisioni per il bene di tutti. Quando ordina qualcosa il mozzo esegue senza discussioni, ma la settimana scorsa le decisioni non le ha prese lui o sarebbe andata molto peggio. Non ha nemmeno obbedito agli ordini dei suoi superiori a terra, il capitano Schettino. E’ un capitano moderno: celebra i matrimoni a bordo, fa il piacione con le signore attempate, dispensa sorrisi a completi in saldo, a polo inamidate, a cravattini stanchi. Non si prende le responsabilità se qualcosa va male, ma è colpa sua se qualcosa è andato liscio come l’olio. E’ un capitano italiano. Non è nemmeno questione di essere capitani: è semplicemente italiano, schietto, semplice e scaltro. Persegue il suo interesse da bravo cittadino.

Questa nave fa duemila nodi, in mezzo ai ghiacci tropicali, 
ed ha un motore di un milione di cavalli 
che al posto degli zoccoli hanno le ali. 
La nave è fulmine, torpedine, miccia, 
scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d’acciaio, 
pistone, rabbia, guerra lampo e poesia. 

Il problema, capitano, è quando hai per le mani una piccola città. Quando da te dipendono le sorti di migliaia di turisti e lavoratori. Quando hai tutto questo potenziale sotto il culo e lo manovri con la leggerezza di chi tiene un chiosco di gelati. Se si distrae lui al limite si scioglie della crema, ma se lo fai tu, pluridecorato ed apprezzato professionista del mare, va a finire male. Ed è andata a finire anche bene, capitano Schettino, dalla tua idea di avvicinarti a riva per fare un salutino fino alla tua fuga alla chetichella per salvare le venerabili chiappe. Ti è andata bene che alla fine non sei dovuto tornare a bordo come ti hanno chiesto al telefono. Hai detto si, si, ora vado e poi sei rimasto giù perchè era buio e stava affondando tutto e l’ultimo dei tuoi pensieri era voler andare a picco con la tua nave, capitano. Non sei certo un eroe romantico come quello di De Gregori. Sei italiano, si salvi chi può, ognuno pensi per se stesso, come ci ha insegnato la peggiore classe dirigente di un paese europeo dal dopoguerra ad oggi.

In questa notte elettrica e veloce, in questa croce di Novecento, 
il futuro è una palla di cannone accesa e noi la stiamo quasi raggiungendo.

Il vostro futuro è tutto qui: un gigante riverso davanti un’isola bellissima che ora ha paura di quello che succederà, se il gigante vomiterà olio nero, se i rottami inquineranno le acque e la gente e i media non lasceranno l’isola alla sua tranquillità. Cent’anni dopo il più grande disastro marino della storia un incidente moderno che si poteva evitare, capitano, fossi stato meno cocciuto, meno sbruffone, meno sicuro di te, che in fondo non lo eri proprio per niente se al tuo confronto un tuo superiore che ti intima di fare il tuo dovere diventa addirittura un eroe, quando ha semplicemente svolto il suo compito in maniera ordinata e precisa. Forse hai peccato di superbia pensando di poter governare quella barchetta come volevi. Forse le leggi della fisica per te non valevano. O siete tutti pieni di prosopopea voi capitani, e le cose vanno sempre a finire nello stesso modo.

E il capitano disse al mozzo di bordo 
“Giovanotto, io non vedo niente. 
C’è solo un pò di nebbia che annuncia il sole. 
Andiamo avanti tranquillamente”. 

Governo di Unità Nazionale

Se cade è a causa di eventi enormi, condotte eclatanti, puttanai strabilianti. Questo significa che uno leggermente meno incline ad eventi enormi, condotte eclatanti, puttanai strabilianti – uno così ma leggermente più presentabile – avrebbe potuto continuare a guidare quel paese. Ci sono quelli che non lo difendono più a causa di eventi enormi e condotte eclatanti, ma dategliene uno appena appena meglio e se lo faranno bastare.

Evviva le persone normali“. Floris chiude così una puntata moscia di Ballarò, moscia per vari motivi, tra cui per esempio il fatto che Floris non sia uno come Santoro (Santoro avrebbe pescato a mani nude nella carne macinata uscita dall’insaccatrice del Parlamento, la smorfia di Berlusconi alla lettura dei risultati, il deputato che invece di votare va in bagno a pisciare, il vedo-nonvedo serale davanti alla moka di Napolitano), ci ha messo semplicemente la musica della Piovra, e qualche immagine di repertorio. Un altro motivo per giustificare la scarsa rilevanza emotiva della puntata di stasera di Ballarò consiste proprio nel rendersi conto di come i momenti che più mordevano lo stomaco, gira che ti rigira, erano appunto proprio le immagini di repertorio stesse, quelle delle dichiarazioni di Silvio, forse l’unico, in questi diecimila ultimi anni, a metterci (finto) sentimento. Ma il punto è un altro, il punto è che oggi si celebra l’inizio della Fine, vada come vada molto difficilmente vedremo ancora Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio. Quando accadrà, questa notte, domani, mai, è tutto sommato relativo: il punto è che riusciremo lo stesso a prendere sonno.

Ecco, e qui torno alla citazione iniziale dell’imprenscindibile Rafaeli, ed è questa la vera e definitiva e secolare vittoria di Berlusconi: stasera riusciremo comunque a prendere sonno. Incapaci, i più, di scorgere il “calcio dell’asino” (come l’ha definito Lucia Annunziata) che sta cercando di propinarci, indirizzando la Fine, sì, dove vuole lui (elezioni anticipate), ma soprattutto incapaci di renderci conto di constatare come ci siano voluti “eventi non prevedibili”, e fattori esterni al nostro paese, per costringerlo con le spalle al muro. C’era una gara, tra Silvio e i Buoni, e i Buoni non sono riusciti a vincerlo, un po’ come il fragile Andromeda alle prese con i Cavalieri d’Oro, alla fine toccava sempre al fratello Phoenix intervenire, sporcarsi le mani, e sbrigare la faccenda. I Buoni, ancora una volta, si sono dimostrati pavidi e inetti come Andromeda, soverchiati da un ribrezzo verso l’uomo e un inconfessabile e remotissimo senso di (paradossale)… rispetto (vogliamo chiamarlo così? soggezione, forse) verso il Drago dalle Mille Teste. Abbiamo perso tutti, noi buoni, negli anni ci siamo spogliati dell’armatura, ci siamo persino liberati dalle catene dei partiti e della politica, per provare a scalzare il Drago, ma ci voleva il fuoco per scacciarlo via, per rintanarlo da dove era venuto, dalla terra.

E così, con la tovaglia piena di tappi di champagne e di tasti F5 sparsi ovunque, a fine serata, non mi ricordo nemmeno più cosa ci sia da festeggiare oggi, o domani, o quanda sarà davvero compiuta, la Fine. La Fine è in atto dal suo Inizio, e probabilmente molto prima. La Fine è iniziata da quando abbiamo chiuso gli occhi, noi elettori di destra, e da quando abbiamo smesso di parlarci, noi elettori di sinistra, e poi si è allargata ed è uscita dalle urne vuote, per entrare nei nostri ristoranti pieni. Alcuni padri della patria oggi invocano un Governo di Unità Nazionale, che risollevi le nostre sorti. E come spesso mi accade, intravedo il presente tra i vagoni di un treno, forse uno degli ultimi avamposti in cui persone diverse sono costrette a stare assieme, a condividere aria, disagi, fortune e sfortune. Oggi, per dire, sono salito sul vagone, e di fianco a me c’era seduto un bisonte, stravaccato, con le sue gambe ostruiva il cestello dei rifiuti sotto al finestrino. Io, che sono timido e spaurito, ho preferito non ‘disturbare’ l’aggraziata postura del bisonte, e mi sono alzato per andare a gettare nel cestino del bagno il mio bicchiere di caffè da macchinetta a 80 sudati centesimi, lasciando sul mio sedile il mio zaino Invicta. Quando sono tornato, un signore si stava per sedere proprio lì, mentre il bisonte incurante continuava a guardare un filmato su Yahoo sul suo netbook, facendo finta di nulla, dimenticandosi che quello zaino era il mio, ovvero quello di sconosciuto: dunque perché ricordarsene? E poi sono arrivato in tempo, ho evitato il ‘sopruso’, mi sono seduto, e poi è salita una tipetta tutta entusiasta, che parlando al telefono raccontava all’amica che oggi “c’era il voto di fiducia sul governo”, e io stavo per dirle “ma no cretina, non era un voto di fiducia”, e invece di spiegarle pacatamente il senso della giornata, ho taciuto, tra la rabbia e la ragionevolezza ho scelto come sempre il silenzio, come aveva fatto poco prima il bisonte incurante del mio zaino segnaposto, e ho proseguito a origliare la telefonata (le famigerate intercettazioni?), facendomi investire dal suo entusiasmo: “Sai, sono davvero indignata, non si può andare avanti così, bisogna fare qualcosa di costruttivo, e allora ho deciso che parteciperò alla tendopoli che stanno tirando su in Prato della Valle, devi venirci anche tu, è strabello!”. Già.
Io, lei, il bisonte, tutti pronti, tutti vittime della sindrome “Guardo solo al Mio Giardino”, tutti possibili candidati per incarichi di responsabilità nel prossimo Governo di Unità Nazionale. Silvio già trema.

. scelti per voi

In questi dieci giorni, tra le altre, mi sono successe tre cose degne di nota.
Uno: sono andata a vedere L’ultimo terrestre, il film di Gipi in uscita nelle sale dal 9 settembre.
Due: ho visto il nuovo video degli Zen Circus (album in uscita l’11 ottobre): L’amorale.
Tre: ho ascoltato la nuova canzone di Dente (anche lui album in uscita l’11 ottobre): Giudizio universatile.

L’ultimo terrestre è bellissimo, non perché è un film di Gipi ma perché oltre ad avere un cast straordinario e ad essere a conti fatti un ibrido tra un film e un fumetto senza che questo disturbi la visione o vi si intrometta, è una celebrazione della diversità e della normalità insieme, una miscela commovente che strappa le giunture a chi si siede in sala per assistere. Consiglio: non siate frettolosi, arrivate alla fine senza farvi impressionare dagli iniziali tempi dilatati e andrà tutto bene. Dubito che qualsiasi altra persona sulla Terra, al giorno d’oggi, abbia la sensibilità di un personaggio come Gipi: a conti fatti, in un modo o in un altro, riesce sempre a farmi piangere, sia sulla carta che sulla pellicola. Fatevi un pianto anche voi, ogni tanto fa bene.

Il nuovo singolo degli Zen Circus, L’amorale, invece, non è granché: peggio di come mi aspettavo ma, ad oggi, niente di tremendo, piuttosto commerciale. Non mi sembra all’altezza di tanti altri prorompenti singoli e però questa volta – a differenza di quel che mi aspettavo dai Marta sui tubi o dai Verdena – non ero preparata al calo di tensione. Chi ha spento la luce? Gli Zen proseguono imperterriti nella loro critica ironica e apertamente atea condita da un ritornello simil filastrocca cantilenante. Aspettatevi una canzone commerciale. Per consolarci, nel video gli Zen circus sono tutti seminudi e stanno benissimo.

Il nuovo singolo di Dente invece (Giudizio universatile) richiama sul serio i primi dischi di Renato Zero mescolati ad un motivetto da riviera anni Settanta. Non so se questa è una cosa positiva oppure no, ma mi affido al leit-motiv della canzone che giustamente e democraticamente suggerisce “giudica tu se il cielo sta venendo giù“. Faffaraffaraffafà.

Poi volevo dirvi che il 30 settembre esce il nuovo film di Cronenberg, A dangerous method, con un cast d’eccezione tipo Keira Knightley, Viggo Mortensen e Michael Fassbender.

Ci vediamo al cinema.

Perchè ci ricordiamo dell’11 settembre

Oggi ricorrono dieci anni dall’attentato alle Twin Towers di New York, una giornata che in qualche modo ha cambiato la vita di molti americani e non, e la percezione del resto del mondo sul concetto di terrorismo. Quel giorno di dieci anni fa avevo iniziato l’università da appena un giorno, mi trovavo a lezione nell’ultimo banco in fondo e un’amica seduta a fianco a me mi informava tranquilla di un attentato alle Torri Gemelle. Io che avevo 18 anni, e non ero mai stato a New York, nemmeno sapevo cosa fossero le Torri Gemelle. Mai viste, mai fatto caso a queste due cose altissime che svettavano sulla skyline di Manhattan, eppure in tanti film e fotografie erano sempre state li ed oggi sono la prima cosa che notiamo quando guardiamo un’immagine di New York. Foto prima dell’undici settembre, foto dopo l’undici settembre, tutto estremamente facile. La parola attentato unita ad un posto che non conoscevo non ha suscitato in me emozioni particolari sul momento, facendomi bollare la cosa come la solita bomba in un palazzo americano, eventi di certo non all’ordine del giorno ma qualcosa di già noto nell’immaginario collettivo. Poi il tam tam mediatico e i particolari che iniziavano a trapelare persino a noi studenti chiusi in aula magna a seguire una lezione di geometria: aerei che si schiantano contro grattacieli. La dinamica è nuova, terrificante se avessero confermato che non si trattava di uno sciagurato incidente. Ma poi giunge il secondo schianto e gli aerei sono due e quindi non poteva essere una coincidenza. Quando arrivo a casa ad ora di cena tutti le televisioni del mondo hanno gli occhi sgranati davanti all’orrore di qualcosa che nessuna mente avrebbe mai potuto concepire. La tecnica terroristica aveva raggiunto il suo apice di imprevedibilità: potenzialmente dal giorno seguente sarebbe potuto succedere di tutto.

Negli anni a seguire abbiamo temuto altri attacchi terroristici simili e nella catena di eventi legati ad Al Qaeda abbiamo assistito alla bomba alla stazione di Madrid e quella nella metro di Londra. Attentati più simili a quelli cui eravamo abituati seppure di impatto terribile per numero di morti e per significato politico. Eppure le torri di New York sono rimaste impresse nella nostra mente come una pietra miliare della storia cui abbiamo assistito tutti in maniera forse per la prima volta globalizzata. Senz’altro l’evento storico più importante per la mia generazione che non ha conosciuto guerre o rivoluzioni.

Non ricordiamo l’undici settembre perchè è successo agli Stati Uniti o perchè da quel momento è iniziato il conflitto in Afghanistan, ricordiamo l’undici settembre perchè da quel giorno abbiamo avuto tutti paura. Tanta paura per anni, che il precedente c’era stato ed ora poteva essere il caos. Che sarebbe toccato anche a noi. Che l’aereo era diventato pericoloso. Che la metropolitana poteva essere a rischio, ma anche l’autobus, anche la coda alle poste, anche l’autostrada, il benzinaio. Nel significato più totale di terrorismo si era creata una distinzione tra quello che gli esseri umani concepivano come possibile e rischioso e il resto delle nostre vite quotidiane, improvvisamente sopraffatte da un’angoscia e una tensione che non ci era mai passata per la mente. Poi ogni cosa con gli anni finisce per scemare, e non sono servite guerre in medio oriente o la cattura e uccisione di Bin Laden a calmare i nostri animi, ma solo il nostro cervello che con il tempo ha imparato a convivere con i propri fantasmi e passare oltre, accettando nel nuovo corso delle cose post undici settembre di fare code agli aeroporti per controlli severissimi ad ogni imbarco, o facendo attenzione al tipo sospetto che abbandona un pacco su un treno, esattamente come chi elabora un lutto presto o tardi si rialza e riprende la sua vita sperando sia ancora lunga. Deal with it, dicono gli americani.

Dieci anni dopo, abbiamo elaborato il nostro undici settembre e siamo qui a ricordarlo e raccontarlo perchè il mondo di domani non ripeta gli stessi errori. Almeno fino al prossimo evento della Storia, che spiazzerà tutti di nuovo e aprirà nuovi scenari, parole, paure, costringendoci a fare i conti con lui e cambiando ancora un po’ le nostre vite. Come sempre è stato e sempre sarà.

Sulle dimissioni di Steve Jobs

Scusate se faccio il bastian contrario rispetto a molti articoli che si leggono in giro. Le dimissioni di Steve Jobs da CEO di Apple non sono una semplice fase di transizione dell’azienda più innovatrice al mondo e non saranno indolori. Sono l’inizio di un lento e progressivo impoverimento delle idee e dello spirito che Apple ha avuto fino ad oggi e che Jobs ha saputo imprimere ad un’azienda di computer un tempo simile ad altre. Quel quid in più dato dalla sua visione delle cose senz’altro unica, che è mancata ad esempio a Microsoft in tutti gli anni zero, e continua a mancare ancora oggi che Steve Ballmer è succeduto a Bill Gates. L’idea di marketing di Jobs, i suoi keynote di presentazione dei nuovi prodotti, seguiti maniacalmente come messe cantate da milioni di adepti nel mondo, i prodotti dalla linea elegante e perfettamente minimale, simmetrici fino all’ossessione, sono tutti parti della mente di un uomo soltanto. Al limite di un ristretto staff di collaboratori visionari e brillanti (Jonathan Ive su tutti), non di tutta l’azienda. Questo forse ci fa preoccupare oggi alla notizia che la guida carismatica di Apple non ci sarà più e che il volto che ha reso celebre questo marchio non sia più associato ad esso.

L’eredità che il nuovo CEO Tim Cook eredita è pesante e complicata e sbaglierebbe a mio avviso se cercasse di campare portando avanti lo stile e il metodo imposto da Jobs negli ultimi 15 anni. Jobs è arrivato in Apple quando la società era al tracollo e ha sfornato negli anni computer e nuovi dispositivi innovativi e dal design rivoluzionario. Questa fortuna non potrà durare per sempre ed anzi i competitor si stanno avvicinando ogni giorno che passa sempre di più. Come è arrivata Apple con i suoi iPod nel 2001 e ci ha convinto che il lettore mp3 andava fatto in quel modo e che anche i suoi computer erano fatti bene, poi che il telefono doveva essere touchscreen, che i tablet non dovevano avere maniglie e pulsanti, che l’immediatezza e la velocità di un software è più importante di una lista di caratteristiche tecniche hardware da addetti ai lavori, così arriverà presto qualche nuova mente illuminata con idee geniali e prodotti innovativi e guiderà qualche altra azienda.

Apple può amministrare questo vantaggio sul mercato per qualche anno ma poi? Non ci accontenteremo certo di nuovi iPhone e nuovi iPad per tutti gli anni Dieci. La lezione di Jobs sarà stata utile ad Apple se sarà capace di innovare in maniera nuova, di stare al passo con i tempi non scopiazzando se stessa e le idee che il suo leader ha proposto in passato. Se i suoi prodotti saranno un po’ meno eleganti pazienza, in un futuro dove tutto è sempre più precario ci accontenteremo che funzionino bene e tengano alto il nome di un marchio che oggi fa sognare non solo il mondo informatico ma anche molta gente comune.

La parte peggiore dell’Italia

La parte peggiore del Paese si chiama Alice. La parte peggiore del Paese ha i capelli intrecciati sopra la nuca, colore del grano o dei muri delle case al mattino presto, e offre bicchieri d’acqua pubblica ai passanti. La parte peggiore del Paese la incrocio ogni giorno nel percorso che dalla stazione di Venezia Santa Lucia mi porta nel mio ufficio appena dietro Rialto: lungo il tragitto vedo gelatai napoletani, pizzaioli pugliesi e ristoranti tipici gestiti da cinesi, e poi lei, china sulla sua macchina da cucire dentro al suo negozio. O bottega. O studio. O laboratorio. Aspetta, ma che cos’è?

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Chiamare le cose col proprio nome e non vergognarsene

Lo sappiamo, che Santoro è un vittimista ammalato di protagonismo, che cavalca l’onda, che fa del populismo, che le sue trasmissioni le butta sempre in caciara. Sappiamo tutto. Ma sapere non basta. Santoro riesce a fare due cose: infastidire chi non la pensa come lui, e far commuovere chi la pensa come lui. Perché ieri sera, a vederlo paonazzo sputazzare il suo cazziatone memorabile contro Castelli, ma poteva esserci qualsiasi altro politico lì seduto, mi sono ‘commosso’: quella di Santoro di ieri sera si può chiamare soltanto con un semplice, chiaro e inequivocabile nome: frustrazione.
E non mi vergogno ad avere provato empatia verso di lui.

Esperimento politico

Sono venuto in possesso di una copiosa quantità di depliant informativi sul Referendum per l’Acqua del prossimo 12 giugno. Ho pensato allora di provare a fare un piccolissimo e inutile esperimento ‘politico’: ogni mattina li lascerò sul vagone del mio regionale per Venezia e vediamo quanti vengono raccolti e quanti invece lasciati abbrustolire dal sole nell’indifferenza generale.

Oggi, 0 depliant raccolti. Ma siamo persone molto pazienti, se vogliamo.

(Aggiornamenti, nel caso, su twitter)

Sporcarsi le mani fa bene alla salute e alla pelle

Quando parlo di “sporcarsi le mani”, intendo anche cose come queste:

Merita molta simpatia un ragazzo di vent’anni (Mattia Calise, grillino) che vuole fare il sindaco di Milano, disinteressatamente, spendendo per la sua campagna elettorale quello che Letizia Moratti spende per una messa in piega, e dichiara ai giornali, insieme a qualche comprensibile fesseria, anche molte cose giuste. Ma la simpatia non basta quando il ragazzo Mattia ripete la solfa (vecchia come il cucco) «destra e sinistra sono la stessa cosa», e mette sullo stesso piano Moratti e Pisapia, che sono due persone profondamente diverse in rappresentanza di culture diverse, interessi diversi, mondi diversi. Per i grillini tutto – tranne loro stessi – è “vecchia politica”, ma in questa macina indistinta e rozza tritano persone, esperienze, ideali, comunità che hanno qualche merito da spendere, e qualche esperienza da raccontare. Non voterei mai per un candidato minore (è il caso di Mattia) che rifiuta di dirmi con chi intende allearsi in un eventuale secondo turno di ballottaggio. Il voto non è solo una nobile testimonianza, è una monetina che serve, insieme a milioni di altre monetine, a formare un patrimonio. Si va in politica, si fa politica, per battersi e spesso anche per allearsi e compromettersi. «Destra e sinistra sono uguali» non è politica né antipolitica: è un lusso per presuntuosi. La politica è umile. E fa i conti con l’imperfezione.

(via albs)

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Che bella la pattumella!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)