Archivio per la categoria 'Attualità'

. buon 2 agosto

questo non è un post politico né culturale né rivoluzionario (a proposito, buon 2 agosto): questo è un post su una persona che va in libreria. certo non siamo l’emilia romagna (se sei emiliano o romagnolo o tutt’e due, non lamentarti: vivi in una regione ricca e sensibile alle esigenze dei giovani, ti consiglio di apprezzare la tua fortuna), non siamo la lombardia (bene per lo smog male per i negozi di sushi ogni tre per due) e non siamo nemmeno roma, roma, roma (che fa la stupida solo di rado), firenze non ne parliamo, è una cugina che non ci guarda e non gli interessa e al pranzo di natale ci tira i capelli insieme a siena e lucca (ricordi che succede in ottobre?): siamo perugia.

se credi che sia divertente, hai sbagliato regione. noi siamo quella che nelle cartine politiche è sempre verde, il cuore pulsante di questa scarpa malandata senza tacco, boschi-campi e fiumiciattoli come direbbe bilbo baggins (sì, siamo simpatizzanti degli hobbit perché ci sentiamo hobbit anche noi).

la notizia è che la libreria oberdan chiude, dopo simonelli e il fallimento di altri piccoli negozi più marginali (non parliamo di altre attività che hanno chiuso nel giro di due anni per altri problemi e che hanno demolito l’interesse del centro storico, uno su tutti lo storico teatro pavone, le diatribe riguardo il cinema turreno che vogliono buttare giù per costruire un parcheggio, o lo stato di abbandono che sta degradando il cinema modernissimo che ormai di moderno ha solo il nome).

sulla pagina facebook ne parlano attraverso questo comunicato, laconico e lapidario (nel senso di lapide, e buon 2 agosto di nuovo). c’è chi, come succedeva per voldemort, non vuole fare “il nome del colpevole”, e chi invece crede di essere così rivoluzionario che un nome è solo un nome, e per giunta rosso e troneggiante, ditemi se non esiste qualcosa di più comunista: la-feltrinelli.

ma questo non è un post politico, nè di cultura, nè rivoluzionario (buon 2 agosto a mamme e piccini). è un post, come ho già detto, riguardo le persone che vanno in libreria: non importa quale, non gli interessa il nome. hanno bisogno di sapere che ci siano librerie, e libri e persone che salgono per lui sugli scaffali e prezzi - aehm - modici e un’offerta, diocristo, un’offerta.
perugia è un posto dove le persone litigano tramite i manifesti.
c’hanno costruito il minimetrò rubandoci i soldi tramite lo scandalo dei semafori gialli e grazie all’aumento delle tariffe delle strisce blu (va bene), c’hanno dimezzato e ribaltato il servizio apm mettendo in croce anziani e ragazzini (va bene), c’hanno tolto i cinema, i teatri, i laboratori teatrali, i circoli arci, le aule dei licei, ci hanno chiuso perfino i locali dove si faceva karaoke (che ora sono privati e se vuoi cantare devi tesserarti come al partito), e va bene, va benissimo. e non è una diatriba su chi sia la vittima o il carnefice, le persone che amano i libri sono stanche di decidere di chi sia la colpa e di pensare a quello che avrebbe potuto offrire la oberdan o quello che offre la feltrinelli (che sì, se volete saperlo, dev’esserci in un capoluogo regionale, da chi altro vogliamo farci ridere dietro?): il dubbio è su quello che resta, non rispetto a quello che se ne va. quando si rimane da soli a giocare, si può dire o no di avere già vinto?

Categorie: Attualità, Società

Un uomo e il suo nulla

taricLa tragica scomparsa di Pietro Taricone non mi lascia indifferente, nonostante chi mi conosce sa che di reality non mi interesso e ignoro buona parte dei programmi tv esistenti. O’ guerriero divise parecchio il pubblico dieci anni fa tra ragazzine adoranti (e qualche attempata signora) e un’opinione pubblica che lo dipingeva come ciò che i nostri figli non dovevano diventare, un modello da non imitare. Nel modo di dire comune, lo spacconcello napoletano o genericamente del sud era apostrofato con qualcosa del tipo “uno come Taricone”.
Al di la di simpatie o meno va riconosciuto che tutti quelli che vennero dopo di lui al Grande Fratello e nella pletora di reality più o meno di successo proposti in un decennio, furono talmente costruiti e forzati nel voler essere personaggi ad ogni costo, dal risultare infine inutili, meteore dello show business televisivo degli anni zero. Carne da macello nell’era berlusconiana al servizio della nostra noia da prime time. Passata che era l’annata di gloria con passaggi tv (per lo più a Buona Domenica) e ospitate in discoteca, tornavano nel dimenticatoio con il loro nome anonimo: Antonio del Grande Fratello, Gigi dell’Isola, Marina della Pupa e il Secchione, cose così.
Lui no: era diventato Taricone, un cognome finalmente, come gli attori veri che sperava di affiancare un giorno e che in qualche modo raggiunse in un paio di produzioni azzeccate tra mille cianfrusaglie minori. In Ricordati di me di Muccino forse la sua parte migliore, dove in stecca con Silvestrin prometteva mari e monti alla arrampicatrice velina interpretata dalla Romanoff.

Proprio come una meteora che aveva voluto non essere se n’è andato giovane, tragicamente, in maniera un po’ inutile se vogliamo ma senz’altro facendo una cosa che amava fare e di cui aveva messo in conto i rischi. Se gli chiedessero un commento sulla sua fine direbbe orgoglione: nessun problema ragazzi, fa parte del gioco, non è niente.
Cosa lascia alla fine uno come Taricone dopo la sua scomparsa? Il nulla che un reality come il GF ha prodotto: ore ed ore di intrattenimento fine a se stesso dove il massimo delle gesta di un uomo, quello per cui verrà ricordato, è stato stendere una coperta tra due divani per qualche minuto di intimità con una ragazza. Per il resto solo dispiacere per una persona giovane e forte che lascia un figlio piccolo, ma per queste cose non serve essere famosi.

Categorie: Attualità, Tv

Silenziosi come un tuono

La piazza di Carpi è grande. Sarà lunga almeno due campi da calcio. Almeno, eh. Forse di più. Dentro finiscono per starci un sacco di cose. Una chiesa, là in fondo. Poi un castello, un teatro. Dei portici, dei barettini, dei bancomat, tanti ciottoli. Un palco. Un referendum, che firmo subito e convinco gli altri con me a fare altrettanto. Cantanti, scrittori, partigiani, reduci. E tanta gente.

Parlano tutti, in questa piazza grande che si apre come una prateria improvvisa in un buco della Bassa. Parlano i giovani sotto il palco, ragazzine in tiro sfattoni alternativi fotografi improvvisati gente capitata per caso o per noia o per contagio. Parlano anche i cani, per chi li sa ascoltare. Parlano sul palco canzoni di guerra, di dolore morte e cose molto molto brutte e molto molto lontane, per questo forse così vicine. Tutti parlano, dicono quel che va detto in una giornata come il 25 aprile in un momento come questo. Parlano parlano e la piazza sembra proprio grande, sì. Caspita, saranno anche più di due campi, minimo.

Dentro questa piazza ci sta tutto, non ci manca nulla, non siamo come loro, non lo saremo mai, siamo diversi. Io però non parlo, sto muto, per conto mio, giro per la piazza faccio incazzare il resto della compagnia perché faccio l’asociale, faccio finta di fotografare per non dover dire qualcosa pure io. Mi guardo attorno, penso che è davvero enorme questa piazza a Carpi, pure bella voglio dire, fa pure caldo, è già estate mascherata da primavera, la primavera quando arriva è già finita che neanche te ne accorgi, se non fosse per gli starnuti che ti fanno alzare la testa al cielo e vedi sopra di te del vetro.

Materiali Resistenti

Così mi rendo conto che siamo completamente circondati dal vetro, un’enorme campana di vetro senza la neve e noi ci siamo finiti dentro, una calotta trasparente che ricopre tutta questa piazza di Carpi così grande che dentro finiamo per starci tutti, e fuori rimangono loro. E le parole del comandante Dièvel sono proiettili che finiscono sul vetro, come le firme sul referendum sull’acqua pubblica, cosa vuoi che c’entri con la Resistenza, scorreva sangue sulle montagne e ora scorre acqua qui in pianura, o al massimo birra a 3 euro per inzupparci le pizze inscatolate fredde, come “muori tutto vivi solo tu” che ti vengono i brividi a sentirlo dire da Max Collini, come “il reggae è quello che ci vuole in un’Italia fascista”, come Capovilla che si sparge il corpo e la voce di merda, come i coglioni di Nori, nel senso delle poesie che legge, come i miei occhi che lo fissano immobile mentre descrive cos’è la guerra, sono tutti proiettili sparati in cielo nemmeno fosse capodanno, invece è il 25 aprile, fingiamo di essere in primavera ma è già estate, molto è già compromesso, forse tutto, chissà quanto è spesso quel vetro, chissà se si lascerà perforare, chissà che magari stavolta si infrange e si spacca tutto e piovono addosso schegge di vetro, speriamo che facciano feriti anche dall’altra parte.

(Le foto di Materiali Resistenti, qui sotto)

Categorie: Attualità, Musica, Politica, Società

Vincere a tavolino

Nello sport c’è un’eventualità nota a tutti e che da sempre regola ogni incontro tra due squadre nel caso una di esse non si presenti. Si chiama “vittoria a tavolino“.
Ovviamente i tifosi della squadra che non si presenta saranno poi furibondi con i calciatori, con la dirigenza, e lanceranno i peggiori insulti. Tuttavia non si sentiranno privati del loro diritto di seguire il calcio e tifare la loro squadra per episodi simili. Per quest’anno sarà andata così, si è perso il match, la qualificazione o la coppa. Pazienza, ci si rifarà al prossimo giro. Nessun tifoso di chi ha perso a tavolino si sognerebbe di dare la colpa alla squadra che ha vinto senza giocare, la quale vuoi per sportività, vuoi per spirito di competizione, avrebbe senz’altro preferito disputare l’incontro e vincere sul campo. Nemmeno la dirigenza o la squadra stessa si sognerebbe mai di insultare l’avversario, reo di aver vinto a tavolino per colpe che non ha e che evidentemente sono tutte da ricercare tra i vinti, siano esse burocratiche, di negligenza o di natura sportiva.

Questo accade nello sport. Fosse pure la Juventus o l’Inter o una squadra blasonata, ognuno sa che ci sono scadenze da rispettare, carte e scartoffie da consegnare per iscrizioni e altro, e queste valgono per tutti.

Quale parte della frase “vincere a tavolino” non è chiara al nostro presidente del consiglio? Quale malsana abitudine da persona ricca e potente gli fa pensare non che possa, ma che sia giusto, non rispettare una regola così basilare? Davvero il mondo del calcio è moralmente migliore di quello dell’illuminata dirigenza politica italiana? Di questi tempi parrebbe di si.

Categorie: Attualità, Politica

Per un nuovo miracolo italiano

D’altro canto, già il 6 aprile, in una conversazione tra gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore tecnico dell’impresa Opere pubbliche e ambiente Spa di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato Gagliardi si capisce che c’è attesa per le mosse di Balducci sugli appalti: “Alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno”. “Lo so”, e ride. “Per carità, poveracci”. “Va buò”. “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”.

da Repubblica.it - La cricca degli appalti

Categorie: Attualità, Politica

Appunti da rileggere tra almeno dieci anni

Secondo me andrà così:

1. Il cinema punterà sempre di più sul malefico 3D e già dai prossimi due o tre anni i film di animazione delle grandi major saranno quasi esclusivamente tridimensionali.

2. Gli occhialini 3D diventeranno un oggetto di massa e la gente si comprerà i suoi da indossare quando va al cinema

3. Con l’avvento dell’alta definizione televisiva anche i programmi tv saranno trasmessi via via sempre più spesso in 3D

4. Verranno eliminati del tutto gli occhiali 3D o inglobati all’interno delle lenti da vista per chi è portatore di occhiali o lenti a contatto. Una sorta di trattamento extra della lente da vista che consentirà di essere già predisposti alla visione di proiezioni 3D.

5. Quando questo succederà, se avrò comprato occhiali 3D, avrò manifestato l’esigenza di farmi le lenti da vista con il 3D incorporato, o se in ogni caso dalla cazzo di tv uscirà la facciona di Berlusconi in tre cazzo di dimensioni, uccidetemi senza alcuna pietà nel modo a voi più congeniale.

Categorie: Attualità, Cinema

Predicare bene

Da un’Ansa delle 14.05:

Con in mano i volantini per difendere il crocifisso, un attivista della Lega Nord Liguria si e’ fatto scappare una serie di bestemmie stamani a Genova durante una animata discussione con un passante che la pensava diversamente.

Categorie: Attualità, Politica

. ti regalo un post

Posso dire che tutto questo spopolare del libro di Brondi mi sta facendo venire l’orticaria. Non ci metto il punto interrogativo, perché non ho bisogno di chiedere il permesso. Sgrat. Conservo molto orgogliosamente la copia del suo manoscritto quandoancoranonerafigo (il manoscritto, non lui), con la prima pagina di carta assorbente da forno che nella borsa mi si è stropicciata tutta, con la forma scomoda e improbabile e le figure molto autentiche dei fogli con la sua vera calligrafia. Sgrat. La conservo gelosamente, all’interno ci sono perfino due gambi di papaveri (seccati) da questa primavera in un giorno di particolare ispirazione artistico-fotografica - poi abortita. Ogni tanto quando riapro il libro questi due gambi vengono fuori senza petali e sembrano delle zampe di cavalletta molto lunghi: ogni volta ho paura. Conservo e mi domando: come mai quest’odio e quest’orticaria per questo spopolare del libro di Brondi (edito tutt’oggi da Baldini/Castoldi, altro che fogliazzi riciclati di carta igienica di seconda mano)? Forse perché vorrei essere pubblicata anche io da Baldini e Castoldi? O forse - e io sono più propensa per questa ipotesi - le cose che sono mie sono mie e basta e non devono essere di nessun altro perché ho l’esclusiva sulle cose che trovo molto belle e da quel momento vorrei che sprofondassero nell’0blio generale a parte qualche raro momento in cui IO decido di farle tornare a galla e farvi attingere a tutti ma solo con le dovute maniere e a piccole dosi ecco sì, senza esagerare. Punto interrogativo. Ma non troppo, perché in fondo so la risposta a questa domanda. Sono gelosa di molte cose. Della mia canzone preferita, e anche di Vasco Brondi, a quanto pare, e del suo manoscritto quando ancora si poteva chiamar tale - mano/scritto, scritto a mano, partecipato, stuprato, partorito in via Croce Bianca (dico bene?) che sarebbe il vicolo di Ferrara, io ci sono stata, dove alla fine trovi il Korova, che adesso è il bar dei due fratelli di Vasco Brondi che lavorano facendo a gomitate con gli articoli di giornale incorniciati, le teche, gli altari benedetti, i poster, i videofilmati, i distinti saluti sulle cartoline autografate dal loro stesso fratello minore. Quello che prendevano a schiaffoni da bambino. Quello che gambizzavano quando non si sopportava. Ecco sì, secondo me QUEL manoscritto è nato secondo una sequenza di passeggiate dalla macchina al Korova, nelle fredde notti di dicembre-gennaio a Ferrara. Dico questo augurandomi che Vasco Brondi non abbia avuto un pass o un tagliandino apposito per parcheggiare DIETRO al Korova e non fare più di dieci passi per andare a lavorare, togliendosi così tutto il gusto che invece abbiamo noi, dico noi, che per andare a trovarlo chiuso per ferie, beh, anche andandolo a trovare chiuso per ferie, ci facciamo tutta Ferrara, vicoli, vicoluzzi e vicoletti per un totale di cento chilometri quadrati lungo le strette vie illuminate. Questa é Ferrara. Questo è Vasco Brondi? Era sicuramente Vasco Brondi sì, con i guanti tagliati in cima e le dita scoperte (i fili sì, erano pezzi di maglia tranciati male), e anche se ne sto dando un’immagine insopportabilmente emo punk che sicuramente Brondi non è mai forse stato a parte il periodo del gruppo che aveva al liceo (voci di corridoio), mi piace immaginarmelo così. Così che cammina nel freddo e nel gelo, soffiandosi sulle mani congelate. Mancano dieci giorni al suo ventiduesimo compleanno, la sua ragazza é appena partita per Parigi, in cui, dice, non volano mosche, è sabato sera e davanti al Korova si riuniranno gruppetti di adolescenti poco più piccoli di lui che vorranno bere parlare mangiarsi le unghie attaccar bottone far saltare bottoni ruttare vomitare e poi andare a casa, che domani ci si ha l’appuntamento con il mal di testa domenicale. Non so se avete mai visto le stradine della vecchia Ferrara: ecco, sono puntellate di sassi in rilievo, completamente inadatti a scarpe con la suola bassa e poco malleabile tipo Converse, anche se molto più pittoreschi dei sanpietrini a Roma; ecco io mi immagino che Vasco Broni cammina (molto, perché è senza tagliandino) e gli vengono in mente parole, parole, parole alla Mina, gli vengono in mente frasi, frasi, frasi, concetti - poi improvvisamente uno di quei sassi in rilievo delle stradine vecchie lo fanno inciampare e i discorsi si compromettono: “e i tuoi capelli che sono…” … “nastro isolante” … “c’è un incendio…” “nei bar”. Per una prosa poesia di squisiti versi alla cazzo, che si sposano benissimo e che ci fanno piangere, come se io adesso dicessi oggi ho pensato molto … ai destini degli elettricisti … che mangiano dei gelati troppo sciolti … e i tuoi occhi ricolmi di soli. Sono capace anche io di fare Vasco Brondi, ma in quel manoscritto, con la sua calligrafia tremendamente brutta e incomprensibile, ecco in quel pezzetto rilegato alla peggio, Vasco Brondi era solo un povero coglione che inciampava nelle proprie emozioni come facciamo tutti noi e andava a lavorare com’è giusto che sia, ma era anche un tizio, ecco, sì, un tizio che a me sarebbe piaciuto frequentare, pur nel suo spastico esprimersi e nel suo impostato modo di parlare e soprattutto nel suo modo di leggere così uguale. Era uno che a fine serata cercava di tenere insieme i fogli con le mollette e di venderteli o magari di regalarteli, basta che gli offrivi una vodka, sua grandissima passione. Cosa voglio dire, cosa sto dicendo? Non voglio fare la nostalgica, e nemmeno la moralista. Quella che dice “Ah Brondi era meglio quando non era Brondi”. E chi era, allora? Oppure dire: il successo cambia tutti. E’ un concetto sdoganato, e comunque fa bene lui, a campare col suo unico talento: mettere in fila parole molto belle. Vasco Brondi, per me, è uno che ha fatto molto l’amore col vocabolario. Lo Zanichelli è il suo migliore amico, e come si fa a non voler bene a uno così?  Non sto dicendo niente, su Vasco Brondi, la metà di queste frasi le sapevate già tutti. Sto dicendo che sono gelosa del suo manoscritto prima che lo scoprissero: è diverso leggerlo in quei fogli stupidi, invece che sul libro carino ordinato (e con una copertina orribile) di Baldini e Castoldi. La morale di questa storia è che dovete svegliarvi tutti. Ma a piccole dosi, però, come quando e quanto lo dico io. Poi basta. Sono gelosa delle cose che ritengo belle, perché ormai di cose belle ce ne sono rimaste poche, bisognerebbe per giustizia, secondo me, riazzerare tutto e ridistribuire le preziosità: a te i libri, a te i testi di Vasco Brondi, a te la neve, a te l’esclusiva di dire Sono stato sulla luna! Mi sono persa tra i miei stessi cosavolevodire: non lo so. A questo punto potrei e dovrei premere seleziona tutto e poi fare canc, liberare questo impaccio, togliermi da quest’impasse - per dirla alla Battisti. C’erano alcune cose che volevo dire: che le cose che amiamo ci costringono ad un continuo andirivieni di odio-amore; e che mi dà fastidio che ora la gente legga Vasco Brondi sul libro edito da Castoldi e Baldini, perché dov’eravate fino a ieri?

Categorie: Attualità, Musica, Non catalogati, Personale, Varie

L’italiano del secondo medioevo

Noi italiani del Secondo Medioevo possiamo essere definiti come dei cretini abusivi, senza un’opinione propria, ma bensì una costruita e rubata alla tv, fatta da salottini tanto falsi quanto trash. Abbiamo paura di essere giudicati, e ci imponiamo un certo stile di vita conservatore, seguendo fittizi e malsani dogmi, solo per apparire. Potremmo chiederci perché noi italiani siamo indietro rispetto alla normale evoluzione del resto del mondo. Sembra che con la seconda guerra mondiale noi abbiamo vissuto l’apice del nostro fallimento come sanguisughe, e inevitabilmente da allora siamo tornati indietro, al posto di maturare ed evolvere, ignorando o uccidendo chi nel corso della storia aveva le idee e la personalità di darci un carattere istituzionale. Siamo indietro. Si vede da ciò che guardiamo in tv, o che i campi intellettuali come la lettura e il teatro e il cinema, sono beatamente ignorati, e non leggiamo e non andiamo a teatro e al cinema andiamo a vedere Boldi e De Sica.

Ma perché tutto ciò? Io penso che la colpa sia fondamentalmente nostra. Possono esserci molti stimoli negativi, tuttavia siamo comunque un paese che permette di formarsi come meglio si crede, e queste mie parole controcorrente sono la dimostrazione. Nonostante questa libertà, però leggo che ben l’80% della popolazione si informa tramite la tv, il che spiegherebbe l’inutilità di legarsi al dito le notizie sbagliate, acquisendo quelle che saranno le nostre opinioni riguardo un argomento da talk show trash quanto il sacchetto d’umido. Posso citare del recente dibattito delle croci nelle scuole, come esempio lampante; esso, infatti, manifesta il pensiero conservatore che accomuna l’80% di italiani, che non è credente per davvero, che mai è andato in chiesa (sfiderei a dire che chi va in chiesa poi guarda scorreggiare in diretta quelli del grande fratello), ma che difende, dovesse morire, quel pezzetto di legno nelle aule. Esso ormai non rappresenta più il cristo, ma l’ignoranza di cui gli italiani sono fieramente pieni nel legarsi alle loro idee antiche e del tutto sbagliate, dettate come messaggio subliminale da ciò che per lui è una giusta informazione. Ma certamente la tv, ma anche le istituzioni, sono intelligenti sotto questo punto di vista. Infatti noi cretini non seguiamo la giusta idea, ma la semplice idea espressa da un parlatore che è tanto bravo a parlare da ipnotizzarci.

Quindi non crediamo a meno che non creda chi ascoltiamo. E la religione, come la tv, è un chiaro esempio di specchietto per le allodole. Non mostrano lati negativi della medaglia, ma solo idee che permettono al cittadino cretino medio, di seguire il pensiero comune senza troppi dubbi. A esempio, al catechismo non ti dicono che la data di nascita di Gesù è stata scelta non prima del 240 d.c., così da un giorno all’altro. E dalla scatola magica arrivano a porsi delle domande profonde nei loro salottini, con l’illusione di creare un intrattenimento intelligente, e maturo, discutendo a volte anche argomentazioni interessanti, in modo da far sentire il telespettatore sensibile e umano. Tutto per illuderci di essere ciò che vorremmo. Domenica pomeriggio, a Domenica In, per esempio, si parlava dell’esagerazione nell’aver mostrato in tv persone trans in questo periodo. Domanda profonda, a prima vista intelligente e sensibile. Ma vedi se gli stessi si chiedono del perché nella stessa tv dei trans non c’è l’ombra di una persona di colore. Insomma all’italiano non importa nulla di tutto ciò. Il suo è un finto interessamento al mondo, perché la mentalità da eroe l’abbiamo esaurita, e ora siamo solo zombie che seguono una cosa senza chiedersi troppo il perché. Direi di svegliarci, ma sarebbe inutile, perché fondamentalmente siamo un popolo pigro, e non ditemi che esagero.

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Senso dell’umorismo e libertà di stampa. (un altro post in aggiornamento)

Prima di narrare le mia gesta in questa soleggiatissima domenica ferrarese dedicherò un paio di righe ancora alla giornata di venerdì.

La sera decisi infatti di concedermi un calice di Nero d’Avola prima del concerto di Vasco e mi recai quindi da Zuni.

Dentro al locale si stava svolgendo la presentazione di una mostra di fumetti molto carina, organizzata dalla casa editrice Ernest. La cosa davvero davvero bella, oltre ai fumetti, che erano realizzati in modo artigianale, con copertine in cartoncino e etichette fatte a mano, era la moltitudine di palloncini che volteggiavano per la stanza, reggendo il volantino di presentazione dei fumetti. Davvero adorabile.

Oggi sono di nuovo a Ferrara con appena cinque ore di sonno. Ri-gulp.

C’è sole, c’è caldissimo e soprattutto c’è tanta, ma tanta, ma tantissima, ma proprio una marea di gente.

Pensate che poco fa, davanti al Teatro Comunale c’erano non una, ma ben due file! Una per la conferenza delle 14.30 sull’Asia e una, della stessa lunghezza, per la conferenza delle 16.30 con Saviano (che comunque sarà trasmessa in video conferenza anche al Cinema Apollo).

Io, questa mattina, sono arrivata un po’ tardi e la conferenza che volevo seguire sull’Unione Europea era già piena, così ho ripiegato su quella sulla Crisi con Tito Boeri e Bill Emmott. Che dire? Tito sarebbe sicuramente un ministro dell’Economia molto più affascinante di Tremonti, e probabilmente anche più capace, ma tant’è.

Mentre cercavo di dormire sul comodo balconino vellutato del Teatro Comunale, cercando contemporaneamente di seguire la discussione, pensavo anche ai futuri sviluppi di questo Festival. Ma aspetto la fine della giornata per pronunciarmi dettagliatamente. E sono talmente stanca già ora che credo immetterò l’ennesima dose di caffeina della giornata nel mio gracile corpo.

Ah, il Trattato di Lisbona è passato, anche se Bill Emmott non era d’accordo!

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Telegrafica

Buone notizie: molto interessante e suggestiva l’installazione Male magnum Male nostrum di Dario Lazzaretto.

Cattive notizie: niente spillette di mr. Wiggles.

Categorie: Attualità, Società

Giochiamo al piccolo economista (senza rovinare nessuno!)

Io la vedo brutta
(Loretta Napoleoni)

Nel 2007, prima edizione di Internazionale a Ferrara, arrivai qui con un drappello di amici e, nell’ordine, vidi:

- un pezzo del cappello di Gipi,

- una coda da cancelli di San Siro per il concerto di Springsteen al cinema Apollo per l’incontro precedente a quello di Marjane Satrapi (maledetti imbucati, al momento buono non c’era più un posto neanche a piangere),

- un pezzo del mento di Pier Andrea Canei allo Zuni,

- Tullio De Mauro con l’impermeabile e il passeggino doppio dei nipotini gemelli.

Fine. Bello, eh?

Quest’anno no, quest’anno ho deciso di impegnarmi: niente programmi utopici, niente tentativo di vedere tutto, ma un programma razionale che preveda un po’ meno bar, code più razionali e selezione preventiva degli incontri.

Oh. Si vede che sono doventata grande.

E infatti sono uscita ora dall’incontro con Loretta Napoleoni, ‘Tutto quello che volete sapere sulla crisi e non avete mai osato chiedere’. Io a Loretta Napoleoni la amo. Perché da umanista oltranzista quale sono, la leggo o l’ascolto e mi si spalanca l’empireo della comprensione. Così è stato anche oggi. Certo, l’argomento principale delle domande non permette di dare risposte definitive e immutabili. Ed è anche un po’ rassicurante, per una testa poco analitica come mia, vedere che anche il mondo dei numeri, dell’economia globale e delle banche non può essere regolato e definito da dogmi immutabili. Che ci sono delle variabili, un sacco, e che ogni tanto impazziscono.

O forse no, non è rassicurante. E’ un po’ terribile.

Loretta Napoleoni ha parlato di crisi che si ripetono sostanzialmente uguali negli anni a causa di modelli che non mutano, di necessità osservare attentamente le potenze economiche emergenti, come la Cina, senza paura e senza la tentazione di rifugiarsi nel protezionismo, per provare a cambiare veramente qualcosa.

E io ho capito, giuro. Che bello.

Programma del pomeriggio: pranzo senza farsi spennare (ahah) e incontro con Paul Ginsborg e Marc Lazar moderato da Gad Lerner. Andiamo a farci venire un fegato grosso così.

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Far partire una rivoluzione dal supermercato di Sesto San Giovanni. (un post in aggiornamento)

Salve a tutti! Esordisco sulle pagine di questo blog in modo totalmente improvvisato. Cosa che, tra l’altro, mi si addice perfettamente.

In questo momento mi trovo nella sala stampa del Festival, cercando di darmi un’aria professionale, con millemila taccuini e foglietti, l’accredito in bella vista sulla maglietta e la mia borsa immensa (la quale, tra l’altro, si è rotta stamattina mentre correvo verso il treno delle nove, che è partito proprio sotto i miei occhi) e chiedendomi: “Ma qualcuno di questa redazione istantenea si sarà impossessato della sciccosissima cartellina grigia contenente tutte le biografie di tutti gli ospiti? Potrò chiederne una in più?”. Sono curiosa e mi esalto con poco, davvero.

Per ora la situazione è calma, le code non sono ancora cominciate, ma prevedo un pomeriggio di fuoco (e il sabato e la domenica saranno sicuramente peggio, ma ciò, in fondo, è un gran bene per il paese).

Le cose a cui sto pensando sono:

  • oggi si vota in Irlanda sul Trattato di Lisbona e il mio buon proposito per la giornata sarà capire esattamente di cosa si tratta e sicuramente in questa amabile occasione troverò persone che ne sanno;
  • Internazionale da questo numero cambia grafica. Vorrei comprarlo per vedere per bene com’è ma mi sono promessa di non prelevare e di vivere fino a stasera con settanta centesimi;
  • prima, mentre seguivo la prima conferenza, Mihai Mircea Butcovan, scrittore romeno, parlava dei discorsi che sentiva davanti a lui alla cassa del supermercato, e mi è tornata in mente la signora che mesi fa incontrai sull’autobus mentre andavo in facoltà. Questa signora era un condensato degli stereotipi di destra più indistruttibili (gli stranieri, i kebab, gli studenti che fanno degrado, le badanti che rubano il lavoro ai nostri figli, i nostri figli che dovranno chiedere l’elemosina agli immigrati, ecc…) e parlava con tanta, tanta cattiveria. Non mi parevano neanche opinioni, le sue. Mi parevano cattivi sentimenti e basta. Mi sarebbe piaciuto averla di fianco, per sentire che ne pensava della conferenza che stavo ascoltando. Dicevano, gli scrittori che parlavano al Cinema Apollo, che una volta gli italiani non erano infelici come adesso. E io ci credo.
  • leggo dal twitter di Internazionale che poco fa David Randall era seduto sul divano in pelle qui dietro. gulp!

Tramite questo aggiornamento delle ore 19.00 posso aggiungere che:

  • La mia vita a Ferrara si svolge tutta in via Ragno, davvero.
  • Ho partecipato, oltre all’incontro di questa mattina dal titolo Italieni, indovina chi viene a cena. Quando lo straniero entra in famiglia. , anche all’incontro con il sig. Randall, che stamattina si crogiolava sul divano qui dietro. Si parlava di Citizien Journalism. Il caro David ci ha mostrato e ha commentato i video spediti dai lettori di Internazionale. E grazie a uno di questi video ho scoperto che i due pilastri della mia alimentazione, ossia le patate e il caffè, contengono, in certi casi, una sostanza cancerogena che si chiama acrilamide. Sono spacciata!
  • Cominciano a formarsi le prime, lunghissime code davanti al Cinema Apollo. Se non sapete come ingannare il tempo potete prendere qualcosa di buono da bere. Le alternative sono due, a seconda della lunghezza della vostra coda. Se la vostra coda è lunghissima dovreste trovarvi all’altezza di Zuni. Vi consiglio lo spritz, che è buono perchè il boss  di Zuni è veneto. Se siete più fortunati e la vostra coda è più corta, c’è un locale dall’altro lato di via Ragno, che mi pare si chiami Clandestino, ha organizzato una vendita di vino d’asporto. wow! In ogni caso non temete, la coda sembra lunga, ma poi molta gente riesce a entrare.
  • Mi scuso per i sicuri orribili errori che sto producendo. Ma questi computer sono lentissimi e mi snervano e non ho voglia di rileggere.
Categorie: Attualità, Società

Ciccsoft suona l’Internazionale

Per la tre giorni di Internazionale, Ciccsoft ha organizzato una ‘redazione istantenea‘. Per seguire, a modo molto nostro, il festival della rivista che spiega l’Italia meglio di quanto facciano gli Italiani, e ci racconta tutto quello che capita nel mondo e viene tralasciato quotidianamente dalla stampa. Più o meno.

Anita, Frine e Capola, saranno le nostre ‘inviate’ sul campo, che tra un giro per i bar e una coda estenuante per Gipi, proveranno a raccontarci che aria si respira a Ferrara durante il festival.

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Il presidente suda

Cerco mani che battono e non le trovo. Ma gli applausi ci sono, escono da un altoparlante. Come in una sit com.

La visita di Berlusconi ad Onna per inauguare le nuove case dopo il terremoto. Tanto per mettere i puntini sulle i, sempre che non siano crollate pure quelle. L’altro racconto, lo trovate qui.

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