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Sensibile

Oggi ho letto un annuncio di lavoro di una ricerca di “tirocinanti con esperienza“. L’annuncio non mi interessava, il punto non è esporci per le cose che ci interessano, il punto è che basta. Armato di Treccani, ho iniziato oggi a rispondere, a questi annunci, sventolandogli nella loro casella di posta elettronica la definizione di ‘tirocinio’ data dalla Treccani stessa. Perché basta. Ci rimane solo il vocabolario, per difenderci.

Questa la mia risposta, e buongiorno e buonafortuna.

Leggo il vostro annuncio di ricerca tirocinanti e mi assale un dubbio. Lo rileggo:

XXX ricerca due figure per TIROCINIO RETRIBUITO.
La prima figura riguarda […], con esperienza alle spalle, passione per […], e con massima flessibilità di orario.

Metto a fuoco un passaggio in particolare. E mi chiedo: qual è il senso di proporre ‘tirocini’ per persone (cito dal vostro annuncio) “con esperienza alle spalle”? O forse la Treccani si sbaglia? Qui si può leggere la definizione di Tirocinio:

E beninteso, non sto cercando lavoro, nè conosco qualcuno interessato alla vostra ricerca. Il mio è solo un appunto all’uso dell’italiano, se mi è concesso.

Mi scuso dell’intrusione, in ogni caso.

Buona giornata.

Un anno dopo c’è ancora il Bayern in finale

bayern2012

 

Sarebbe consolatorio e molto più accettabile poter tracciare una linea per terra e stabilire un Prima e un Dopo. Sarebbe infinitamente più comprensibile, sopportabile, mettersi per terra e delimitare un confine tra quello che eravamo e quello che ora siamo. La verità è che a tracciare linee per terra non siamo stati noi, ma le fratture di un tempo che nessuno, nemmeno i più onesti e indipendenti e artigiani conoscitori del territorio potevano prevedere. E che il disegno di queste fratture non è per niente netto, definitivo, tranciante: la frattura è nervosa come molti noi quella domenica mattina, scende in strada, no risale, chiama al telefono, accende la tv. Non si capisce da dove sbuchi, fin dove arrivi, che piega prenderà. Quel disegno non riesce nemmeno lui a tramutarsi in punto fermo, per quanto tragico, per quanto sinistramente notturno, per quanto ci scarichi addosso, a noi pasciuti abitanti della Bassa, l’inadeguatezza della sorpresa, e il coraggio e la dignità del Riprendersi. Quel diagramma, ed è questa la mia personalissima verità che dopo un anno credo di essere riuscito a rammendare, non sa essere giudice, condanna, rivalsa: non c’è, un prima e un dopo, tutto è fluido e interrotto come soltanto il dondolio della tua auto in una piazzola di sosta alle 4 del mattino. Nulla scrissi, un anno fa, per una serie finita di motivi. Un anno dopo, mentre tutti linkano lodevoli e meritevoli video commemorativi, infarciti però di musiche inoppurtanamente pop (come se un terremoto fosse la vittoria dei Mondiali, maledetta sindrome da YouTube), decido ancora di non raccontare. Fu qualcosa di così invisibile, per chi ebbe la fortuna di trovarsi appena qualche km fuori dall’epicentro, e proprio per questo se n’è parlato per giorni, settimane, mesi. Tentavamo tutti di acchiappare la parafrasi giusta che illuminasse quella parte buissima in cui siamo finiti, per qualche secondo, noi pasciuti abitanti della Bassa appena qualche km fuori dall’epicentro: non ci crollò nulla in testa, e quello che abbiamo vissuto è talmente invisibile che raccontarlo lo tramuterebbe in Altro. Cosa rimane, allora? Circa 10 minuti dopo la scossa entrai in un autogrill, ero solo, ancora faceva buio. Mi ritrovai circondato da tifosi bavaresi del Bayern Monaco, qualche ora prima avevano perso la finale di Coppa dei Campioni a casa loro. E confesso, per qualche secondo, la cosa più straniante del terremoto non fu il terremoto ma il ritrovarmi tifosi bavaresi in un autogrill. Nessuno di loro pensava alla scossa, e anche le cassiere del bar proseguivano inermi a servire caffè. Quando un terremoto viene a trovarti e tu sei da solo, non ti sembra un terremoto, ma un modo di ricordarti dove eri finito. Io ero in un autogrill, da solo, abbastanza lontano da casa. Più che un punto, furono due punti: e tre, e quattro, e tutti quelli che ci cadono addosso dai cornicioni tutte le volte che proviamo a tornare a casa, nell’unico modo che conosciamo: tremando.

Polvere di stelle

La gente è stanca. Questo, è successo. Qualcuno più informato e calmo di me vi verrà a spiegare il tracollo di voti dei partiti, in direzione M5S, spiegherà l’unicità dell’operazione di Grillo, vorrà la testa dei dirigenti del Pd, vorrà insultare chi ancora si affida a un imbonitore come Berlusconi. Ma sono chiacchiere già sorpassate dal presente, sempre più reattivo di noi umani che un po’ arrogantemente lo viviamo. La gente è stanca. Nient’altro.

A crollare non è la “politica”, non stiamo assistendo a una “rivoluzione”, molto più banalmente: è il crollo, con dinamiche arruffate e istrioniche tipicamente italiche, delle sovrastrutture che finora in qualche modo avevano sorretto l’intera baracca. La gente è stanca, e non è più interessata (perlomeno nella sua maggioranza, entità che noi Buoni a torto riteniamo invisibile e invece dovremmo iniziare a concepirla come drammaticamente reale, molto più del nostro Singolo Agire) al “Presidente della Repubblica”, al “Semestre Bianco”, al “Governissimo”, alle “Riforme”, sento parlare di “Matteo Renzi”, ma la gente è stanca, e non è più interessata nemmeno alle singole figure.

Non accade soltanto nella nostra politica, prendete la Chiesa, per esempio: persino il papa, figura inamovibile per eccellenza, sente l’aria che tira e getta la spugna. La gente è stanca, e vuole che il prete faccia il prete, molto semplicemente, e sia povero tra i poveri, e anzi non vuole nemmeno più chiese, non vuole prediche, non vuole nemmeno pregare: sono tutte sovrastrutture, appunto, di un passato che ci sta avvelenando le tubature dell’acqua potabile. I tubi iniziano a creparsi, e qui e là l’acqua schizza e ci inzuppa con concetti anacrostici, sorpassati. Provate a pronunciare ad alta voce cose ormai astratte come “Stabilità della maggioranza”, scandite bene le parole per distaccarla dalla patina invisibile dell’Assimilato: sono termini, concetti, lontanissimi da una realtà che non è nemmeno diventata internet (internet è uno strumento e basta), non è diventata moderna, è soltanto tremendamente stanca.

La gente è stanca, e ha i riflessi molto più allentati, o irritati, comunque certamente alterati, come sempre quando siamo stanchi: fosse povera, soltanto, farebbe la rivoluzione, fosse cosciente, soltanto, avrebbe più senso civico. E’ stanca, invece, e vuole cose semplici e banali come i preti poveri tra i poveri, e i politici (poveri) tra la gente, anzi, vuole la gente al posto dei politici, vuole eliminare completamente ogni sovrastruttura che si interpone tra lei stessa, la gente, e il mondo: voglio una casa? Basta pagare le banche, Voglio fare qualcosa? Basta chiedere permessi allo Stato (chi?), Voglio l’acqua, il pane, le rose e le spine, qui, ora, a portata di mano, e non ho dannatamente voglia, dice sempre la suddetta gente stanca, di pensare ai “Semestri Bianchi” e allo “Spread”, quando torno a casa, alla sera, sono stanco, e non ho voglia di vestirmi bene per fare un colloquio, voglio direttamente il lavoro, pensate a Zuckeberg, il miliardario di Facebook, anche lui è stanco, e quando presenta i suoi prodotti lo fa in FELPA, senza la giacca e la cravatta che fanno così Novecento.

La gente torna a casa alla sera dopo milioni di giornate sprovviste di empatia, intimamente sola, e soprattutto stanca. Non averlo capito, o essersi sforzati tutti di non accettare questa stanchezza, di dannarsi l’anima per dimostrare anche a noi stessi (che stanchi non lo siamo e alcuni di noi sono addirittura i Buoni) che c’è un’alternativa, che bisogna “resistere”, è stato il primo errore di chi non si è accorto di vivere nel passato. Viene giù tutto, è già tutto finito: siamo stanchi, spogli delle sovrastrutture che ci hanno portato alla stanchezza, e non vogliamo altro, forse, credo, non vogliamo più nemmeno nulla. La gente deve fare la gente, e basta.

Il mercato del lavoro in Italia

Una cosa che nessuno dice, tanto per esaudire subito il mio bisogno annuale di populismo gratuito e pressapochista e scontato: la flessibilità nel mercato del lavoro è un becero luogo comune, in realtà non serve a nulla, se non a piegarsi la schiena nelle svariate ore passate al computer nella ricerca di una nuova occupazione.

È sbagliato spiegare le proprie teorie usando casi personali, lo so. Ma nel mio piccolo e parzialissimo microcosmo, e dopo qualche anno che navigo nel mercato del lavoro, ho notato sulla mia pelle come diversificarsi sia un boomerang, per chi è alla ricerca dell’unica cosa che conta, nell’ottica di un’Indipendenza: uno stipendio normale. Essere flessibili, io ho anche provato ad esserlo: ho studiato una cosa, e ho scelto di farne un’altra, e poi un’altra ancora, imparando sempre a mie spese in termini di tempo, denaro e stress mentale. Ho lavorato sia nella città dove abito, sia come pendolare. Ho fatto tirocini, e contratti più stabili. Ho imparato a fare più cose, ma non mi sono mai (ecco la parolina magica) specializzato.

E intanto il tempo passava, e oggi mi ritrovo con un’età non più appettibile per provare nuove sperimentazioni, dal punto di vista contrattuale e del datore di lavoro, un’età in cui “saper fare un po’ di tutto”, invece che “bene una cosa sola” si trasforma da pregio elastico a marmoreo sintomo di indecisione e vaghezza e, soprattutto, non appetibilità.

Ecco, nel mio piccolo microcosmo vedo che chi ha saputo scegliere, oggi si ritrova più libero di costruirsi qualcosa che possa quantomeno assomigliare a un “futuro”. Chi invece, vuoi per indole personale, vuoi per le circostanze, ha provato a imboccare strade differenti, è condannato a un eterno presente dove persino la curiosità (scambiata da molti per “puzza sotto il naso”) è diventata esecrabile. Ce n’è abbastanza per emigrare non in un altro paese, ma da se stessi.

Non imparare l’arte, lasciala da parte

Scendendo i gradini del famigerato (e a mio parere bellissimo) Ponte di Calatrava a Venezia e giungendo in Piazzale Roma, da qualche tempo si trova un pianoforte a coda nel bel mezzo del passaggio e un signore riccioluto che suona appassionato. Immaginate la scena surreale di uno snodo quotidiano dove transitano migliaia di persone tra pendolari, pensionati e turisti e questo pianoforte in un contesto che non c’entra apparentemente nulla. Ovviamente il più delle volte intorno al pianista (al secolo Paolo Zanarella, imprenditore padovano) si crea un piccolo capannello di persone curiose che ascoltano, fotografano, mormorano. Chiunque passi si ferma al volo per catturare quell’immagine e in pochi secondi finisce tramite uno smartphone sui social network dove viene segnalato, commentato, apprezzato. E’ talmente facile fare effetto inviando una foto sui social network di uno che suona un piano in mezzo ad una piazza con gli autobus che passano che è come fare gol a porta vuota. Irresistibile. Bellissimo. Che figata. Che romantico!

Per l’improvvisato pianista si tratta già di una vittoria: pubblicità, notorietà, applausi e stima per il gesto artistico che in effetti è simpatico ed originale di questi tempi. Qualcuno però si chiede mai se il pianista oltre che originale sia anche bravo? Qualcuno si sofferma davvero ad ascoltare la sua “arte”? E se fosse un modesto esecutore di melodie al pianoforte come tanti altri studenti del conservatorio cittadino che non raggiungeranno mai un palcoscenico?

E se al suo posto ci fosse stato un marocchino? Se l’artista di strada fosse stato cingalese? Un pianista cingalese che si esibisce a Venezia con un pianoforte a coda. Bello no? L’avrebbero fatto esibire senza cacciarlo via? Saremmo rimasti a guardare lo stesso o lo avremmo bandito come il solito busker di strada che chiede elemosina? Ci soffermiamo mai ad ascoltare i poveracci che suonano per strada e magari hanno un aspetto più trasandato dell’imprenditore padovano? A volte dietro le persone più impensabili si nascondono dei veri maestri di musica, persone con abilità incredibili e doti musicali da far invidia a musicisti blasonati. Però l’abito fa il monaco ovviamente e il barbone non lo fotografiamo per metterlo su Instagram, anche per una forma di rispetto per il suo status di barbone.

Non lo so se in questa società dell’apparenza e della comunicazione ha ancora senso eccellere in qualcosa, aver studiato l’arte e averla messa da parte, oppure sia più vincente l’idea di farsi notare in qualche modo più rapido (come sognano molti giovani gonfi di televisione) mascherando magari altre carenze e capacità. Se sia più applaudito, fotografato e chiacchierato chi suona in una piazza solo perché lo sta facendo in una piazza, piuttosto che un uomo qualunque che non si mette in mostra ma ha studiato e ha doti artistiche eccellenti, ma suonerà sempre solo in orchestra senza che il suo nome venga ricordato da nessuno.

 

Spero che ritorni presto l’era del portatile bianco

C’è stato un momento preciso nel 2008, nei mesi che vanno dalla primavera al tardo autunno, in cui tutti gli amici e i conoscenti con cui parlavo avevano appena aperto un account Facebook. La moda del social network blu era scoppiata anche in Italia con leggero ritardo sugli States e nel giro di un annetto si sono affacciate e ritrovate sulla rete le persone più improbabili, sull’onda della moda e del passaparola.

Martedì sera Apple ha presentato il suo “iPad Mini” negli States. E’ un tablet, una di quelle tavolette che fanno tutto e niente comode da portare in giro per avere internet sempre con te, come gli smartphone, ma con schermo più grande. E’ un invenzione che ha circa tre anni nella forma che conosciamo oggi ma nell’ultimo anno stanno prendendo piede modelli con schermo più piccolo e prezzo più accessibile per tutti, con la conseguente maggiore penetrazione sul mercato consumer. Chi non si intende di economia, web e hi-tech, trascuri tranquillamente la frase “maggiore penetrazione sul mercato consumer”.

Mercoledì mattina mi chiama la “signora dei biscotti”, da cui vado saltuariamente a sistemare il pc quando qualcosa non funziona. Dice che ha un errore all’avvio e che non sa se riparare un vecchio computer solo per videochiamare la nipotina che vive a Milano. Ha sentito parlare dei tablet e ne vuole comprare uno “che abbia Skype” e buonanotte.
Un’ora più tardi sono da un cliente che dice di voler comprare un tablet per mostrare dei lavori finiti quando va dai fornitori e mi chiede consiglio su quale modello faccia al suo caso.
Nel pomeriggio di mercoledì chiama F. che ribadisce di voler comprare un tablet per i suoi frequenti viaggi a Londra, ma l’iPad mini costa troppo e si guarderà intorno ancora un poco.
Mercoledì sera R. dice che invece lo comprerà per Natale.
Questa mattina – siamo a venerdì – sono da un altro cliente in un negozio di prossima apertura. Per mostrarmi delle bozze di un logo estrae dalla tasca interna della giacca un tablet su cui smanetta allegramente come se lo sapesse usare da una vita.

Ecco, io non so se ci sia un nesso tra queste storie, se sia una casualità, o il mercato ci stia imponendo questo tipo di oggetti e in molti li accettino ed utilizzino per moda più che per necessità. Ma penso di non sbagliarmi se dico che in Italia il 2013 sarà l’anno dei tablet, come il 2008 lo era stato per l’adozione di Facebook. L’era post-pc è ormai arrivata anche da noi. Vedremo in quale maniera cafona e nostrana si manifesterà. Vedendo la gente ai concerti scattare le foto con questi aggeggi ho già un po’ paura.

La città ancora viva

Nel dibattito su Ferrara, i suoi pregi e le sue virtù, capita ogni tanto qualcuno a dare una piccola scossa, schiaffone o carezza che sia, a smuovere un poco le coscienze collettive solite a discutere per lo più nei bar o nelle pieghe di un articolo di estense.com, secondo partigianerie e schemi ormai ben definiti.
E’ successo due volte nell’ultimo anno: prima un graffito nella piazza cittadina con una frase provocatoria dell’artista Andrea Amaducci ha ricordato a tutti che “Ferrara 500 anni fa era New York”, scatenando riflessioni inaspettate nel bene e nel male e pochi giorni fa il post di Lorenzo Mazzoni sui blog del Fatto Quotidiano dal titolo “La città morta”. Un’analisi spietata e per alcuni versi vera dei vizi che si nascondono in questa città di provincia. Cose arcinote a chi vive qui e forse poco interessanti a chi da queste parti non passa mai, il tutto condito con un pizzico di retorica e acidità che hanno fatto storcere il naso ai molti che in questa città investono tempo e denaro, e annuire rammaricati i delusi, gli scontenti e i critici di ogni tempo ed età.
Confesso che mi ha divertito leggere commenti e pareri di amici e conoscenti: avrei potuto indovinare la loro posizione in merito anche prima che la esprimessero. Chi si è sentito punto sul vivo dagli argomenti criticati nel pezzo ha reagito con livore e disprezzo, chi da questa città se ne vuole andare da un bel po’ perché non ci vede un futuro ha eletto i pensieri di Mazzoni a vessillo personale condividendoli sui soliti social network.

Eppure questa città non è ancora morta come si vuol far credere. Pur sopravvissuti di un soffio al taglio delle province montiano ed essendo sempre di più un dormitorio per la vicina Bologna non possiamo dire che da queste parti lo spirito di iniziativa non manchi. I punti che Mazzoni critica non dipendono in larga misura dall’amministrazione comunale o dalle mancate virtù dei ferraresi: il terremoto è un evento naturale che ha colpito trasversalmente e dal quale ancora fatichiamo a capire come ripartire, la naturale propensione alla fuga dei commercianti spaventati è un sintomo che si è sempre verificato nei luoghi colpiti da calamità a causa degli oneri insostenibili per chi ha famiglie da mantenere e vede le vendite già scarse di una piccola bottega del centro crollare rapidamente a picco.

Che a Ferrara non ci sia lavoro non è una novità e le ragioni sono dovute a talmente tante cause e concause storiche che non è una tendenza alla quale potremo venire meno nemmeno in un paio di generazioni sudando sette camicie. Chi investe su nuove attività commerciali o scommette su qualche iniziativa che debba avere un minimo di visibilità preferisce il palcoscenico di una grande città e difficilmente si interesserà ad una zona decentrata come la nostra. Un ragazzo che cresce a Ferrara sa bene che al 90% quando avrà terminato l’università (se non prima) dovrà rivolgere lo sguardo altrove per cercare lavoro nei tanti settori in cui questa città è carente. Sa altrettanto bene che oltre all’agricoltura questa città si regge sul suo straordinario patrimonio culturale e su tutto l’indotto che gira intorno a mostre, musei, festival culturali che negli ultimi anni hanno portato in città milioni di persone entusiaste di vivere la nostra città anche solo per pochi giorni. E’ un male questo? Non mi pare. E’ un male che il Comune o l’Arci siano in grado malgrado risorse limitate di organizzare eventi che richiamano in città persone da ogni dove da aprile ad ottobre? Direi di no. E’ qualcosa che non ci è chiaro e ci sorprende essendo cresciuti a Ferrara? Nemmeno. C’è chi nasce in altrettante centinaia di città di provincia italiane (o paesi sperduti nel nulla) e sa che le sue prospettive sono molto più limitate di chi vive nelle grandi metropoli ma magari si barcamena per restare ed avere una vita meno caotica e stressante del travet milanese tutto traffico e ufficio.

Dice: c’è la nebbia d’inverno, lo smog a livelli micidiali, gli scarichi del petrolchimico e mi viene la depressione. Fuggire da queste cose è ormai impossibile ovunque si viva: restano le montagne, la via dei monti e dei campi, il vivere sereno dell’agricoltore o del guardiaboschi. Siamo sicuri che le nuove generazioni sceglierebbero quella strada per vivere sani, rinunciando agli aperitivi, all’intrattenimento, al mondo sempre connesso di oggi che vede nelle città i principali punti di aggregazione? Sicuri che per respirare aria pura ed essere felici davvero serva isolarsi fino a questo punto? Ferrara sarà forse inquinata e tumorale quanto Milano, ma aprendo le finestre si riesce ancora a vedere il cielo invece di un grigio palazzone con i clacson impazziti in sottofondo. Piccoli particolari che possono fare la differenza qui come in altre città. Non siamo meglio o peggio di molti altri comuni, siamo quello che abbiamo ottenuto da cinquant’anni di vita sfrenata e produttiva, dal progresso, dall’industrializzazione di un’Italia intera.

Poi ci sono i problemi locali dovuti al malcostume, la politica clientelare, le scelte inoculate, le cattive gestioni di qualcuno che finiscono per distruggere l’interesse comune. E’ fallita la Spal perché chi l’ha comprata e amministrata non era interessato davvero alle sue sorti: un susseguirsi di imprenditori furbetti e poco lungimiranti. Abbiamo trasferito un ospedale in campagna per gli affari privati di qualcuno, ormai tanti anni fa, ed ora ce lo teniamo anche se rappresenta un brillante esempio di cattiva gestione e sarà una delle eredità più fastidiose di sempre che ci porteremo dietro per anni. Avessero davvero chiesto un’opinione ai cittadini sul trasferimento di un ospedale fuori città sarebbe stato un plebiscito di no, ma tra quando si è fatto l’affare e quando questo si è concluso operativamente sono passati 21 anni e con essi è mutata anche l’idea di politica partecipata e la sensibilità verso certe procedure di democrazia dal basso.
Una mattina di settembre di sette anni fa è stato “morto un ragazzo” da quattro poliziotti iracondi per un temperamento che appartiene a loro e non ai ferraresi tutti che ancora indignati lo piangono e lo ricordano. Ferite aperte e non dimenticate che hanno portato Ferrara sulla scena per vicende tristi, capitate non perché questa è una città marcia e morta ma perché purtroppo casi come questo sono successe e succedono nemmeno troppo raramente anche in molte altre città. Essere persone migliori spetta a noi, far si che il malcostume non arrivi in una piccola comunità spetta al carattere e all’educazione di chi ci vive. Possiamo fare la nostra parte ma non possiamo in alcun modo prevedere come si comporterà il nostro vicino, che magari finirà con lo screditare una città intera.

Le mele marce nella società sono un male trasversale di cui questa città non vuole e non deve ritenersi responsabile. Assistiamo al crescere di delinquenza e degrado o alle fine delle risorse economiche ogni giorno da ogni parte di questo paese acciaccato. Ne facciamo parte nel bene e nel male e abbiamo i nostri momenti tristi come tutti. Se sapremo essere più virtuosi di chi ci ha preceduto come cittadini sta a noi e alle nuove generazioni. I gruppi di persone sono fatti dalle singole eccellenze che ognuno di noi può portare per il bene comune: se gli amministratori di domani prenderanno decisioni pubbliche migliori, se avranno comportamenti esemplari come cittadini, più attenti a rispettare il prossimo perché possa godere anch’esso dei beni pubblici, avremo già fatto un grosso passo avanti. E se guardo all’educazione dei bimbi di oggi e alle lezioni di civiltà che ci offrono ogni giorno, non riesco ad essere così pessimista. Rivolgiamo a loro le nostre attenzioni per cambiare questa città. E vedrete che Ferrara è ancora viva, e faremo in modo di mantenerla tale per quanto ci è possibile. Ci proviamo tutti insieme ogni giorno ed è grazie anche alle riflessioni di qualche cittadino che storce il naso come Mazzoni o Amaducci se ogni tanto una voce arriva ai piani alti e qualcuno prova davvero a cambiare le cose.

Il mondo là fuori

Ieri mi trovavo a spiegare un po’ la storia della comunicazione sulla rete, come si è evoluta la conversazione nelle varie forme che progresso e mode hanno via via messo a disposizione, da Usenet ai social passando per i blog, a un gruppo di circa 25 volontari del Servizio Civile del Comune di Ferrara, impegnati per larga parte in asili, musei, biblioteche o comunque in ruoli non strettamente connessi all’uso del web. Età variabile tra i venti e i ventotto anni suppergiù.

Nessuno dei presenti aveva internet alla fine degli anni Novanta.

Nessuno ha mai sentito parlare dei Gruppi di discussione Usenet.

Nessuno ha un account su Ferraraforum, il forum più popolare della mia città fino almeno al 2008.

Due hanno/hanno avuto un blog.

Nessuno ha mai usato un feed rss.

Tutti hanno un account Facebook tranne tre.

Solo in tre hanno un account Twitter.

Niente di nuovo forse, anche se le proporzioni mi hanno in parte stupito. Lo scrivo qui per ricordare a voi smanettoni dell’Internet che c’è tutto un mondo la fuori che non sa cosa sono i trending topics, i meme, i LOAL e le trollface, i viral e tutte queste menate. E vive bene lo stesso.

Pensateci un po’ quando dite che quel film è stupendo perché ne han parlato bene i vostri quattro twitteri di riferimento, o che il nuovo disco della band indie è molto figo perché ha avuto buone recensioni sui blog musicali.

La notizia del nostro presente è fortemente esagerata

Forse non lo sapete, ma in edicola c’è un giornale che viene voglia di comprarlo soltanto ‘guardandolo‘. E’ un mensile, e costa 50 centesimi, la metà di un caffè, e rappresenta lo stato dell’arte della grafica e dell’impaginazione di un periodico: è semplicemente impossibile, infatti, pensare qualcosa di più razionale e armonico di IL, il magazine del borghesissimo Sole 24 Ore. Discorsi fanatici da fanatico quale sono dei giornali, lo so: ma prendete l’ultimo numero in edicola, osservate soltanto la copertina, composta unicamente da caratteri dosati, quasi fossero stati messi lì con le mani, e non disegnate su uno schermo lucido di un Mac. Una grazia declinata su diverse tonalità di grigio, di pieni e di vuoti, di griglie seducenti: la perfezione stilistica, appunto.

Il lenzuolo

Sembra anacronistico, oggi, ai tempi in cui le notizie ormai le leggiamo in bagno sugli schermi degli smartphone, ritrovare la bellezza proprio in edicola, eppure IL è l’esempio di come basti il Bello, per aprire il portafoglio, è l’iPhone dei giornali italiani, ma a un prezzo di un Nokia scassato. Roba da far passare in secondo piano i contenuti, i direttori, le firme: IL è un oggetto da esibire in salotto, in bella vista, prima ancora che da sfogliare. Oggi l’ho comprato, non aspettando come faccio sempre il sabato perché francamente Il Sole 24 Ore non rientra tra le mie letture quotidiane, e poi avevo paura terminasse in edicola visto il gran vociare che se ne faceva su Twitter (come se la gente che usa Twitter andasse ancora in edicola, già). E così, il secondo grande merito di IL (il primo è la Bellezza) è stato farmi portare a casa anche un quotidiano dalle dimensioni così esagerate, in tempi in cui tutti i quotidiani puntano a rosicare preziosi centimetri di carta, riducendo le dimensioni il più possibile per tagliare costi di stampa, visto che appunto, i giornali, stanno diventando ‘anacronistici’, e non se ne vendono più. E allora bisogna tagliare, tutto.
E viene da sorridere, a pensare che proprio nell’imponente dimensione da broadsheet, quindi segno tangibile di un tempo che fu e che mai più tornerà, per i quotidiani, riscontri il grande merito di IL, che questo mese tenta di sostenere l’utopistica tesi dei quotidiani più vivi che mai. Non c’è affatto contrasto, in fondo. Perché il formato da lenzuolo del Sole 24 Ore mi costringe, per leggerlo, a prendere una sedia, a sedermi al tavolo della cucina, con la luce fioca, a fare rumore mentre lo sfoglio, a muovermi non solo con gli occhi ma anche con la testa, il collo, il dito per tenere il segno, lungo quelle pagine di un giallo come non se ne fanno più. Tradotto in una sola parola: esperienza.

Esperienza d’uso, direbbe un Jobs de noantri, qualcosa che i giornali di oggi, che stanno appallottolati in borsa, che si fanno sempre più timidi, nel tentativo di mantenersi simpatici, pratici, accondiscendenti ai nostri tempi sempre più compressi, non sanno più regalarci. Qualcuno una volta, ora non ricordo chi, disse che il vero stile di un uomo si misurava da come reggeva il giornale mentre lo sfogliava seduto a un tavolino di un bar. Oggi non c’è nessuno stile, nessuna liturgia, nel leggere di sfuggita su giornali sempre più piccoli, ed anzi, il respiro dell’Esperienza (opposta, certo, ma comunque significativa) lo si ritrova facendo scorrere le dita sulla liscissima superficie di un vetro di un tablet. E quindi il futuro è come sempre scritto sui nostri polpastrelli: è il tatto, la vista, l’odore, la percezione, è sporcarsi le mani d’inchiostro o sporcare il vetro con le nostre impronte unte. Questo, è un quotidiano, un giornale, la parola scritta, e di fronte al vetro di un iPad, o al lenzuolo ingiallito di un giornale obbligati a leggerlo a un tavolo, provo quel senso di rispetto che oggi, le cose sospese a metà, non mi fanno più provare. E bastano soltanto due euro, per farmelo tornare in mente.

Che mi hai portato a fare sopra a San Marco se non mi vuoi più bene

Io dico che bisogna essere dei completi idioti se tra tutti i giorni del carnevale si sceglie proprio il martedì grasso per andare a Venezia in treno con i bambini piccoli. Per poi lamentarsi che non si riesce a salire perché è troppo pieno, dove per troppo pieno si intende che la gente dentro non occupa solo il corridoio centrale ma anche i posti tra i sedili dove di solito stanno le gambe delle persone sedute come me, che dormivo e un signore mi ha bellamente appoggiato il gomito in testa e io che sono una persona riservata ed educata e non mi piace fare polemica sui treni specie quando c’è già il caos e nervosismo diffuso ho solo alzato la testa guardandolo come dire ma-che-cazzo! E la gente che vuole salire lo stesso e vuole passare oltre – oltre dove signora? siamo tutti qui pressati non può andare oltre – e quello che sbuffa e la bambina si lamenta che ha caldo e non respira e ha già la mascherina addosso e si scioglie il trucco e io mi chiedo razza di genitore coglione come mai proprio oggi con tanti giorni che hai avuto per venire a questo benedetto Carnevale di Venezia o per mostrare Venezia ai tuoi figli, perché proprio il martedì grasso hai dovuto scegliere, quando la città è nel suo momento più orribile e caotico, ci sono i sensi unici di marcia a piedi, si gira in un unico serpentone in coda, i prezzi sono tutti gonfiati e le frittole con lo zabaione terminate.

Tutto questo per segnalare in realtà che mentre il treno arrivava tronfio a Padova e io mi pregustavo l’apocalisse di ulteriori mascherati che volevano salire forse spingendone fuori altre come certe scene di vecchi film, Trenitalia ha annunciato un treno aggiuntivo per Santa Lucia, in occasione del Carnevale. Sta a vedere che finalmente alcune piccole cose di buon senso in questo paese iniziano a succedere davvero. Forse doveva arrivare Monti per darci una sferzata.

Buffet

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Si comincia!

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Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)