E che nel 2010 cominci una vera guerra, una seria. Gente morta e altra viva. Ecco cosa spero. Un bella guerra fra poveri: in Italia dico. Tutti gli sfigati da una parte tutti gli sfigati storpi e con la diarrea dall’altra. Arbitrano i tassisti.
Poi, vorrei che quest’anno fallisse Trenitalia, la Fiat e tutti quanti restassimo sconvolti e “dio come faremo” con sta menata dell’indotto. Eh santo cielo, un modo ci sarà, prima cominciamo meglio è.
Uhm… altro? Non mi viene in mente molto d’altro. Ah già, l’augurio che mi è stato fatto da un amico e che condivido: vorrei che fosse un bell’anno noioso. Basta sorprese. Del cavolo. Una noia mortale. Da stare proprio a casa e aspettare che passi. Dedicarmi alle cose più tranquille. Lavorare con calma. Fare quel che riesco senza correre. Che sarà mai.
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Noi italiani del Secondo Medioevo possiamo essere definiti come dei cretini abusivi, senza un’opinione propria, ma bensì una costruita e rubata alla tv, fatta da salottini tanto falsi quanto trash. Abbiamo paura di essere giudicati, e ci imponiamo un certo stile di vita conservatore, seguendo fittizi e malsani dogmi, solo per apparire. Potremmo chiederci perché noi italiani siamo indietro rispetto alla normale evoluzione del resto del mondo. Sembra che con la seconda guerra mondiale noi abbiamo vissuto l’apice del nostro fallimento come sanguisughe, e inevitabilmente da allora siamo tornati indietro, al posto di maturare ed evolvere, ignorando o uccidendo chi nel corso della storia aveva le idee e la personalità di darci un carattere istituzionale. Siamo indietro. Si vede da ciò che guardiamo in tv, o che i campi intellettuali come la lettura e il teatro e il cinema, sono beatamente ignorati, e non leggiamo e non andiamo a teatro e al cinema andiamo a vedere Boldi e De Sica.
Ma perché tutto ciò? Io penso che la colpa sia fondamentalmente nostra. Possono esserci molti stimoli negativi, tuttavia siamo comunque un paese che permette di formarsi come meglio si crede, e queste mie parole controcorrente sono la dimostrazione. Nonostante questa libertà, però leggo che ben l’80% della popolazione si informa tramite la tv, il che spiegherebbe l’inutilità di legarsi al dito le notizie sbagliate, acquisendo quelle che saranno le nostre opinioni riguardo un argomento da talk show trash quanto il sacchetto d’umido. Posso citare del recente dibattito delle croci nelle scuole, come esempio lampante; esso, infatti, manifesta il pensiero conservatore che accomuna l’80% di italiani, che non è credente per davvero, che mai è andato in chiesa (sfiderei a dire che chi va in chiesa poi guarda scorreggiare in diretta quelli del grande fratello), ma che difende, dovesse morire, quel pezzetto di legno nelle aule. Esso ormai non rappresenta più il cristo, ma l’ignoranza di cui gli italiani sono fieramente pieni nel legarsi alle loro idee antiche e del tutto sbagliate, dettate come messaggio subliminale da ciò che per lui è una giusta informazione. Ma certamente la tv, ma anche le istituzioni, sono intelligenti sotto questo punto di vista. Infatti noi cretini non seguiamo la giusta idea, ma la semplice idea espressa da un parlatore che è tanto bravo a parlare da ipnotizzarci.
Quindi non crediamo a meno che non creda chi ascoltiamo. E la religione, come la tv, è un chiaro esempio di specchietto per le allodole. Non mostrano lati negativi della medaglia, ma solo idee che permettono al cittadino cretino medio, di seguire il pensiero comune senza troppi dubbi. A esempio, al catechismo non ti dicono che la data di nascita di Gesù è stata scelta non prima del 240 d.c., così da un giorno all’altro. E dalla scatola magica arrivano a porsi delle domande profonde nei loro salottini, con l’illusione di creare un intrattenimento intelligente, e maturo, discutendo a volte anche argomentazioni interessanti, in modo da far sentire il telespettatore sensibile e umano. Tutto per illuderci di essere ciò che vorremmo. Domenica pomeriggio, a Domenica In, per esempio, si parlava dell’esagerazione nell’aver mostrato in tv persone trans in questo periodo. Domanda profonda, a prima vista intelligente e sensibile. Ma vedi se gli stessi si chiedono del perché nella stessa tv dei trans non c’è l’ombra di una persona di colore. Insomma all’italiano non importa nulla di tutto ciò. Il suo è un finto interessamento al mondo, perché la mentalità da eroe l’abbiamo esaurita, e ora siamo solo zombie che seguono una cosa senza chiedersi troppo il perché. Direi di svegliarci, ma sarebbe inutile, perché fondamentalmente siamo un popolo pigro, e non ditemi che esagero.
Come il mondo evolve rapidamente così il mondo della pubblicità si adatta ad esso per essere attuale e sempre interessante ai nostri occhi. Da qualche tempo nel sottopasso della stazione della mia città campeggia un poster che reclamizza una qualche tariffa Tim. Nella fretta con cui frequento tale ambiente ci ho fatto caso credo solo un mese dopo che qualcosa di diverso c’era: è scritto in rumeno e reclamizza una qualche offerta speciale dedicata a chi di loro vive in Italia. Dove devono telefonare i rumeni? E da dove partono solitamente per tornare nella loro terra natia? Esatto.
Nel panico generale per l’influenza A, oltre certe case farmaceutiche c’è qualcun’altro che si sta fregando le mani felice (in tutti i sensi): i produttori di antibatterici e prodotti disinfettanti per le mani, che nessuno si filava prima e ora vanno a ruba nei supermercati. Dove li vogliamo reclamizzare questi prodotti utili nei luoghi affollati e dove trascorriamo ore vicini ad altri sconosciuti? Esatto. Via la Romania, dentro il lavamani anti suina.
Per avere sul telefonino alcune notizie di attualità e sport via sms gratis, da qualche anno Vodafone mi manda anche almeno uno spot al giorno che reclamizza questo o quello e che consente al servizio di mantenersi gratuito per l’utente. Di solito sono spot nazionali, ma dev’essere l’andazzo degli ultimi tempi e questa voglia sfrenata di personalizzazione promozionale. Ieri l’sms Vodafone mi invitava alla riapertura di una grossa profumeria della mia città, utilizzando quindi un dato privato in possesso dell’operatore telefonico per mirare tale messaggio promozionale.
Dato il mio scarsissimo interesse per tale spot personalizzato devo dedurre che la profumeria non abbia richiesto a Vodafone di selezionare solo le donne della mia città, oppure il maglione che ho addosso da tre giorni comincia a puzzare, e il mio operatore sa perfino troppo di me.
“Cosa ci mettiamo in prima pagina?”
“Oggi non è successo un cazzo”
“Qualcosa dobbiamo trovare… furti? Rapine?”
“Niente, è agosto, cosa vuoi che succeda”
“Molestie? Stalking?”
“La gente è al mare, non sta a molestarsi”
“Zingari? Rumeni? Primo piano sui rumeni, eh?”
“Piantala”
“Il turismo allora… Fotona grande di ragazza seminuda al mare… ‘Tutti al mare’”
“Mi rifiuto. Possibile che non ti venga in mente niente?”
“Che dice la nota della questura?”
Quel giorno la nota della questura segnalava un ragazzo trovato in possesso di una ‘modica’ quantità di hashish. Ne trovano praticamente tutti i giorni, gente con un po’ di erba in tasca per farsi i propri spinelli. Robe da un modulo, qualche riga in fondo alla pagina della Nera.
Quel giorno però, non succedeva nulla. Eppure i giornali devono uscire lo stesso, anche se il mondo è stitico, o è impegnato a fare altro che produrre notizie per i quotidiani. Serviva un’apertura per la prima pagina di domenica.
Non è affatto vero che fare il giornalista sia il mestiere più divertente del mondo. Che ci si alza tardi alla mattina, che si vanno a vedere le partite gratis, che si è pagati per non lavorare. Fare il giornalista è molto, molto diverso da come viene dipinto, dall’ideale con cui vengono mandati a morire centinaia di giovani nelle facoltà di scienze della comunicazione.
Fare il giornalista significa, tra le altre svariate cose, interpretare il mondo anche quando il mondo dorme. Come intervistare uno che dorme, e prendere nota dei suoi gorgoglii mentre russa. Il giornale non è la realtà, è la riproduzione della realtà messa in piedi da gente come me, te, noi.
Quel giorno non era successo nulla, ma la domenica il giornale deve uscire lo stesso. Presero dalla nota della questura, questo ragazzo trovato con addosso un po’ di hashish. E lo sbatterono in prima pagina, con annessa fotona da urlo. All’interno, il servizio che spiegava con dovizia chi fosse questo ragazzo, le sue abitudini. Uno studente, sì. Ma uno studente drogato marcio. La verginità di un ragazzo stuprata dalle civette della domenica mattina.
Il giorno dopo, quel ragazzo ha collegato un tubo di gomma con lo scappamento della sua macchina. Ha avviato il motore, ed è rimasto lì, ad aspettare di morire. Ed è finito, per la seconda volta in pochi giorni, sulle prime pagine dei giornali.
La domanda è: si è ucciso per la vergogna dello sputtanamento? Ci starebbe bene proprio un primo piano, sulla faccenda.
Intanto, un giornalista e un documentarista di Forlì, hanno ricostruito l’assurda vicenda in un documentario, Il giorno in cui la notte scese due volte.
Qui, la ricostruzione della storia di Alberto.
Prima di narrare le mia gesta in questa soleggiatissima domenica ferrarese dedicherò un paio di righe ancora alla giornata di venerdì.
La sera decisi infatti di concedermi un calice di Nero d’Avola prima del concerto di Vasco e mi recai quindi da Zuni.
Dentro al locale si stava svolgendo la presentazione di una mostra di fumetti molto carina, organizzata dalla casa editrice Ernest. La cosa davvero davvero bella, oltre ai fumetti, che erano realizzati in modo artigianale, con copertine in cartoncino e etichette fatte a mano, era la moltitudine di palloncini che volteggiavano per la stanza, reggendo il volantino di presentazione dei fumetti. Davvero adorabile.
Oggi sono di nuovo a Ferrara con appena cinque ore di sonno. Ri-gulp.
C’è sole, c’è caldissimo e soprattutto c’è tanta, ma tanta, ma tantissima, ma proprio una marea di gente.
Pensate che poco fa, davanti al Teatro Comunale c’erano non una, ma ben due file! Una per la conferenza delle 14.30 sull’Asia e una, della stessa lunghezza, per la conferenza delle 16.30 con Saviano (che comunque sarà trasmessa in video conferenza anche al Cinema Apollo).
Io, questa mattina, sono arrivata un po’ tardi e la conferenza che volevo seguire sull’Unione Europea era già piena, così ho ripiegato su quella sulla Crisi con Tito Boeri e Bill Emmott. Che dire? Tito sarebbe sicuramente un ministro dell’Economia molto più affascinante di Tremonti, e probabilmente anche più capace, ma tant’è.
Mentre cercavo di dormire sul comodo balconino vellutato del Teatro Comunale, cercando contemporaneamente di seguire la discussione, pensavo anche ai futuri sviluppi di questo Festival. Ma aspetto la fine della giornata per pronunciarmi dettagliatamente. E sono talmente stanca già ora che credo immetterò l’ennesima dose di caffeina della giornata nel mio gracile corpo.
Ah, il Trattato di Lisbona è passato, anche se Bill Emmott non era d’accordo!

Buone notizie: molto interessante e suggestiva l’installazione Male magnum Male nostrum di Dario Lazzaretto.
Cattive notizie: niente spillette di mr. Wiggles.
Io la vedo brutta
(Loretta Napoleoni)
Nel 2007, prima edizione di Internazionale a Ferrara, arrivai qui con un drappello di amici e, nell’ordine, vidi:
- un pezzo del cappello di Gipi,
- una coda da cancelli di San Siro per il concerto di Springsteen al cinema Apollo per l’incontro precedente a quello di Marjane Satrapi (maledetti imbucati, al momento buono non c’era più un posto neanche a piangere),
- un pezzo del mento di Pier Andrea Canei allo Zuni,
- Tullio De Mauro con l’impermeabile e il passeggino doppio dei nipotini gemelli.
Fine. Bello, eh?
Quest’anno no, quest’anno ho deciso di impegnarmi: niente programmi utopici, niente tentativo di vedere tutto, ma un programma razionale che preveda un po’ meno bar, code più razionali e selezione preventiva degli incontri.
Oh. Si vede che sono doventata grande.
E infatti sono uscita ora dall’incontro con Loretta Napoleoni, ‘Tutto quello che volete sapere sulla crisi e non avete mai osato chiedere’. Io a Loretta Napoleoni la amo. Perché da umanista oltranzista quale sono, la leggo o l’ascolto e mi si spalanca l’empireo della comprensione. Così è stato anche oggi. Certo, l’argomento principale delle domande non permette di dare risposte definitive e immutabili. Ed è anche un po’ rassicurante, per una testa poco analitica come mia, vedere che anche il mondo dei numeri, dell’economia globale e delle banche non può essere regolato e definito da dogmi immutabili. Che ci sono delle variabili, un sacco, e che ogni tanto impazziscono.
O forse no, non è rassicurante. E’ un po’ terribile.
Loretta Napoleoni ha parlato di crisi che si ripetono sostanzialmente uguali negli anni a causa di modelli che non mutano, di necessità osservare attentamente le potenze economiche emergenti, come la Cina, senza paura e senza la tentazione di rifugiarsi nel protezionismo, per provare a cambiare veramente qualcosa.
E io ho capito, giuro. Che bello.
Programma del pomeriggio: pranzo senza farsi spennare (ahah) e incontro con Paul Ginsborg e Marc Lazar moderato da Gad Lerner. Andiamo a farci venire un fegato grosso così.
Salve a tutti! Esordisco sulle pagine di questo blog in modo totalmente improvvisato. Cosa che, tra l’altro, mi si addice perfettamente.
In questo momento mi trovo nella sala stampa del Festival, cercando di darmi un’aria professionale, con millemila taccuini e foglietti, l’accredito in bella vista sulla maglietta e la mia borsa immensa (la quale, tra l’altro, si è rotta stamattina mentre correvo verso il treno delle nove, che è partito proprio sotto i miei occhi) e chiedendomi: “Ma qualcuno di questa redazione istantenea si sarà impossessato della sciccosissima cartellina grigia contenente tutte le biografie di tutti gli ospiti? Potrò chiederne una in più?”. Sono curiosa e mi esalto con poco, davvero.
Per ora la situazione è calma, le code non sono ancora cominciate, ma prevedo un pomeriggio di fuoco (e il sabato e la domenica saranno sicuramente peggio, ma ciò, in fondo, è un gran bene per il paese).
Le cose a cui sto pensando sono:
- oggi si vota in Irlanda sul Trattato di Lisbona e il mio buon proposito per la giornata sarà capire esattamente di cosa si tratta e sicuramente in questa amabile occasione troverò persone che ne sanno;
- Internazionale da questo numero cambia grafica. Vorrei comprarlo per vedere per bene com’è ma mi sono promessa di non prelevare e di vivere fino a stasera con settanta centesimi;
prima, mentre seguivo la prima conferenza, Mihai Mircea Butcovan, scrittore romeno, parlava dei discorsi che sentiva davanti a lui alla cassa del supermercato, e mi è tornata in mente la signora che mesi fa incontrai sull’autobus mentre andavo in facoltà. Questa signora era un condensato degli stereotipi di destra più indistruttibili (gli stranieri, i kebab, gli studenti che fanno degrado, le badanti che rubano il lavoro ai nostri figli, i nostri figli che dovranno chiedere l’elemosina agli immigrati, ecc…) e parlava con tanta, tanta cattiveria. Non mi parevano neanche opinioni, le sue. Mi parevano cattivi sentimenti e basta. Mi sarebbe piaciuto averla di fianco, per sentire che ne pensava della conferenza che stavo ascoltando. Dicevano, gli scrittori che parlavano al Cinema Apollo, che una volta gli italiani non erano infelici come adesso. E io ci credo.
- leggo dal twitter di Internazionale che poco fa David Randall era seduto sul divano in pelle qui dietro. gulp!
Tramite questo aggiornamento delle ore 19.00 posso aggiungere che:
- La mia vita a Ferrara si svolge tutta in via Ragno, davvero.
- Ho partecipato, oltre all’incontro di questa mattina dal titolo Italieni, indovina chi viene a cena. Quando lo straniero entra in famiglia. , anche all’incontro con il sig. Randall, che stamattina si crogiolava sul divano qui dietro. Si parlava di Citizien Journalism. Il caro David ci ha mostrato e ha commentato i video spediti dai lettori di Internazionale. E grazie a uno di questi video ho scoperto che i due pilastri della mia alimentazione, ossia le patate e il caffè, contengono, in certi casi, una sostanza cancerogena che si chiama acrilamide. Sono spacciata!
Cominciano a formarsi le prime, lunghissime code davanti al Cinema Apollo. Se non sapete come ingannare il tempo potete prendere qualcosa di buono da bere. Le alternative sono due, a seconda della lunghezza della vostra coda. Se la vostra coda è lunghissima dovreste trovarvi all’altezza di Zuni. Vi consiglio lo spritz, che è buono perchè il boss di Zuni è veneto. Se siete più fortunati e la vostra coda è più corta, c’è un locale dall’altro lato di via Ragno, che mi pare si chiami Clandestino, ha organizzato una vendita di vino d’asporto. wow! In ogni caso non temete, la coda sembra lunga, ma poi molta gente riesce a entrare.- Mi scuso per i sicuri orribili errori che sto producendo. Ma questi computer sono lentissimi e mi snervano e non ho voglia di rileggere.
Per la tre giorni di Internazionale, Ciccsoft ha organizzato una ‘redazione istantenea‘. Per seguire, a modo molto nostro, il festival della rivista che spiega l’Italia meglio di quanto facciano gli Italiani, e ci racconta tutto quello che capita nel mondo e viene tralasciato quotidianamente dalla stampa. Più o meno.
Anita, Frine e Capola, saranno le nostre ‘inviate’ sul campo, che tra un giro per i bar e una coda estenuante per Gipi, proveranno a raccontarci che aria si respira a Ferrara durante il festival.
Come i vecchi che tutto di un botto rincoglioniscono, così la crisi, il futuro precario e il crollo della morale e del senso del limite portano a tutto questo. (Per inciso, se eticamente è disastroso, graficamente è spettacolare e di un’eleganza complessiva che Repubblica.it si sogna, con tutti quei caratteri di mille dimensioni diverse e le sottolineature grossolane, ma è solo questione di tempo e ci arrivano anche loro).
A Milano c’è un posto, più d’uno a dire il vero, dove i prezzi sono fatti in base alla tua provenienza.
Anche a Venezia comunque la situazione è la stessa.

Che Bucchi sia un maestro non devo dirvelo certo io. Certo questa è da standing ovation.

Oggi viene presentata a Ferrara una nuova rivista scritta dai giovani del Centro di Aggregazione Giovanile l’Urlo. Non entro nel merito dei contenuti e dell’iniziativa che anzi è ottima e magari ce ne fossero sempre di più. L’idea di chiamarla “MA SA DIT” (“ma che dici?” per i non ferraresi) però è davvero un po’ miserella. Dopo il tentativo di rivista “MAIAL” (espressione di sorpresa locale sdoganata recentemente anche in tv) negli anni scorsi, far uscire nuovamente una pubblicazione avente per titolo un’esclamazione tipica del nostro dialetto lo trovo un po’ riduttivo. Possibile che per esprimere un’idea di collettività locale nei giovani ferraresi non si riesca a trovare mai niente di meglio che questi modi di dire logori e un po’ provincialotti? Non ci siamo.
* * *
La rivista CronacaComune è un giornale online a cura dell’ufficio stampa del Comune di Ferrara. Essendo un ufficio stampa ci si aspetta che sappiano il loro mestiere meglio di chiunque altro in fatto di giornalismo, eppure le regole base della comunicazione online evidentemente gli mancano. Da una rivista online uno si aspetterebbe uno o più link nel pezzo ogni tanto no? Almeno quando si cita l’indirizzo web di un’altra rivista online, perbacco. Invece niente. A far copia incolla dei comunicati stampa a sto punto son buoni tutti. Non ci siamo.
E’ domenica pomeriggio, piove, e insomma un post lungo e inutile mi pare particolarmente appropriato al momento.
La cosa sorprendente del Diventare adulti non è tanto il Diventarlo per davvero (lo diventano tutti, anche quelli che vengono colpiti dalla Sindrome di Peter Pan), quanto il Rendersene conto. E non fare nulla per modificare questo processo. Un po’ come la teoria del Tempo in Lost: whatever happened, happened.

Uno capisce anche che sta diventando più reazionario, o più nostalgico, o più insofferente, ma tutti i tentativi di resistenza sono vani, inutili. Avverte la pigrizia che si fa largo tra le pieghe (o piaghe?) dei venerdì sera, eppure lentamente cede e anzi, pensa di essere una persona migliore perchè “inizia ad ascoltare il suo corpo e i segnali che manda”. Il suo corpo ogni giorno più vecchio, sì. Passiamo la vita a costruirci la nostra torre d’avorio, con i muri trasparenti alcuni, con lastre di cemento armanto altri, sempre più alta e inaccessibile fino a quando le voci che si sentono sul fondo appaiono lontane, o fuorvianti: comunque, non ci riguardano più.
Diventare adulti assomiglia molto a diventare individualisti: si esce dal gruppo per farsene uno tutto nostro: famiglia, convinvenza, singletudine. E mentre tiriamo su i muri dei nostri Nidi, vomitando come rondini ai nostri figli quello che mangiamo, ci sentiamo appunto più realizzati, perché “finalmente stiamo costruendo Noi stessi”: tra mille ostacoli, lacci e lacciuoli come lo stipendio da precari che ti costringe un altro anno in più a casa dei tuoi, ma poi un contrattino arriverà, e arriverà l’appartamento in affitto o il mutuo. E infine “potrò finalmente sentirmi libero”.
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