Monthly Archive for July, 2010

Ma non importa, non è per questo che ti chiamo

L’impostazione, dico, l’impostazione prima di tutto, prima di fare scelte, prima di mettere sui bilancini i prezzi, i costi e ricavi, la partita iva e la partita persa, prima di rintracciare avvocati per esaminare contratti da stracciare per avvolgerci il pesce di venerdì, i piedi il sabato, la testa la domenica, e il lunedì farci un buco per respirare, due buchi per guardare, tre buchi per piangere, quattro per ridere che tanto con tutti questi buchi finisce comunque per strapparsi ed arriva venerdì e il pesce senza carta inizia a puzzare.

Legno

Prima di scrivere uno spartito, fai caso a che giro di accordi vorrai usare, il do minore non sta bene con il si bemolle, il la fa rima con fa e non con il sol, il sol si piega, secondo me la corda sul sol si sente anche un po’ triste, facci caso a queste cose prima di buttare giù il pezzo della tua vita, quello che dedicherai alla tua fidanzata quando ti lascerà (perché ti lascerà, e lo sai), quello con cui festeggerai la tua nuova casa, quello che metterai sul al tuo funerale. Oggi ho cambiato idea, non voglio più Let it be, ma Ok with my decay, è più rappresentativa ed è sufficientemente lunga per perdere di vista il momento e distrarsi e dimenticarsi che siamo, siete peraltro, a un funerale, ringraziatemi quindi e procuratevi uno stereo e non abbiate paura a decidere finché siete in vita cosa mettere su al vostro funerale, non abbiate paura di cose che non potete controllare (a parte che canzone far mettere su). Non abbiate paura a dire le cose con il loro nome, a non fare male, a trattenersi quando vorreste sfogarvi e a strafare quando si dovrebbe tacere. A confondere voi stessi.

Sette anni fa (sette-anni-fa) avevo ventun’anni ed aprivo un blog scrivendo Salve mondo, una frase che solo gli ingegneri potevano capire, io che gli ingegneri mi stavano un po’ sul cazzo, io che un ingegnere lo sono diventato, almeno sulla carta, quella sì buona per avvolgere il pesce, invece sta nell’armadio a prendere polvere nel Reparto “Cose che non voglio vedere per un bel po’”, appoggiata sopra alla foto che mi hai fatto a Talamone, che non sono più riuscito ad appendere, anche perché svegliarsi ogni mattina e come prima cosa vedere me stesso mi fa un po’ impressione, sarebbe meglio vedere tipo te, o te, o voi, o magari anche nulla, va benissimo anche una porta socchiusa (così di notte fa corrente) di legno colorato, il legno fa un buon odore e la prossima volta che torno in montagna (perché non voglio far passare altri trentanni prima di fare le cose) non vado sulle rocce, a fotografare marmottine o a farmi screpolare le labbra dal vento e dal sole d’alta quota, mi infilo in una segheria e non esco più, tra montagne giganti di segatura, rotolarsi nei trucioli, mangiarsene anche qualcuno non perché è buono ma perché è bello, farsi una parrucca di trucioli, un vestito di frassino, delle scarpe in pioppo, un’avvolgente cuscino di larice, voglio dormire sopra delle assi di legno, sopra e sotto, non fraintendete, non voglio dormire in una bara ma tra i tronchi grandi così che non riesci nemmeno ad abbracciarli per intero, come quello che volevamo rubare di nascosto parcheggiando l’auto a fari spenti ai piedi della salita sotto l’hotel mentre tutti dormono. La prossima volta, sicuramente prima di trentanni, vado in montagna a farmi adottare da un falegname, che se devo imparare qualcosa, un mestiere, se voglio finalmente sentirmi qualcuno, non me ne frega un cazzo di sentirmi uno scrittore, un giornalista, un lavoratore, un proletario, un giovane, un non giovane, un non adulto, un quasi adulto, un tardoadolescente, uno simpatico, uno simpatico e basta, un lamentoso, un ipersensibile, uno che ascolta, uno forte, un rompicoglioni, un perdente, un perdente che non vuole vincere, un perditempo, un affettuoso, un romantico, ecco, non mi interessa romantico, io voglio essere un falegname anche se mi dispiace fare del male agli alberi, infatti mi volterei dall’altra parte mentre i taglialegna, quei cattivoni dei taglialegna li buttano giù nel bosco (dove tra qualche settimana iniziano a crescere i lamponi, ho controllato), il posto dove mi ritirerò quando avrò sessantanni e nel frattempo saranno passati questi benedetti trentanni in cui abbiamo rimandato tutto, le rivoluzioni delle persone, le risposte senza monosillabi che francamente hanno stancato, lo sai usare il vocabolario, i preventivi ribassati altrimenti non ci danno il lavoro. Ma tu pensa, trentanni di preventivi ribassati per il ricatto morale di un mondo che ci vuole a buon mercato (e a cattivo viso), con la penna che trema se bisogna aggiungerci uno zero, mentre dovremmo invece piazzarci ben due, di zeri, e ricalcarli ripetutamente con la Bic nera fino a bucare il foglio, poi infilarcelo davanti come una maschera e guardarlo dritto negli occhi, sopra le gotE, e dirgli: guarda che ti sbagli, guarda che noi facciamo i falegnami nei boschi, intagliamo il legno e costruiamo sedie, mobili, finestre, porte, case che sanno di legno e non sanno di intonaco, le nostre case se piove si gonfiano le tue crollano, le nostre case di legno se piove diventano più scure ma poi si asciugano e tornano come prima, come sette anni fa.

Hai capito insomma, smettila di mangiarti le unghie e fai come ti dico: l’impostazione, prima di tutto. Mettiti il vestito peggiore che hai, quello con le toppe, metti la tua tuta ecco, l’inseparabile tuta in crilico che puzza ancora di palestra da liceo, datti una spettinata, apri l’uscio di casa (in metallo, terribile il metallo), fai entrare le zanzare, e poi chiudile dentro, lascia che si pungano tra di loro, che si riproducano dentro il formaggio del tuo frigo (avrai lasciato aperto anche quello, sei un buon padrone di casa) e depositano le uova nelle nostre cocacole sgasate. Non ti servirà più scegliere, se hai scelto l’impostazione giusta. Che poi c’è sempre l’altro che mi dice che il giusto non esiste, che è tutto giusto e tutto sbagliato, che ci sta tutto. Ci sta tutto, anche che io non me ne vada mai di qui, magari resterò l’ultimo di noi, magari imparerò da solo a incidere il legno sfasciando camera mia, buttando giù a mazzate il mio lettone-armadio, lasciando in piedi solo quello di mia sorella per ricordo, il simulacro di un’esistenza fissa in un posto, di un’infanzia dove se ti alzavi di scatto dal letto finivi per sbattere la testa, un po’ come tirare le redini a un cavallo imbizzarrito, un bernoccolo per ogni erezione, prima o poi quella testa dura imparerà. Resto qui da solo mentre voi siete in Australia, Francia, Germania, Umbria, Toscana, Campania, Sicilia, Lombardia, Usa a curare l’impostazione (mi raccomando) e io tiro giù a mazzate la scrivania, il tavolo, le imposte delle finestre, tutto questo legno dipinto, rigato, tenuto insieme con colla e viti, tutto giù, per rimontarli in forme diverse che non devono, non devono per nulla al mondo ricordare quello che sono stati. Una sedia diventerà un comodino, un letto una scrivania, la porta una finestra, una finestra diventerà soltanto un buco rettangolare nel muro, da dove entreranno le zanzare e da dove si intrufolerà chi gli verrà voglia di tornare. E sarà bello non avere niente da dirci, perché dopo trent’anni si finisce per dimenticarsi che cosa si voleva dire, ce l’avevo qui, sulla punta della lingua, ma ho finito per morsicarmela.

farò rifare l’asfalto per quando tornerai

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dici che la nostra città è bellissima, che ne sei innamorata e non ci rendiamo conto di quanto sia pieno di fascino il nostro centro storico e ti rispondo hai ragione, c'era la luna quasi piena, una piazza piena di gente, musiche armoniose provenire dal palco, caldo, un bicchiere di birra vuoto, ragazzi che vagano senza meta, biciclette, lavori in corso, le solite cose, i soliti posti che conosci benissimo ma se ti fermi a pensarci, se ti fermi solo un momento, dieci secondi della tua vita di corsa in cui dimentichi chi sei e da dove vieni, se ci pensi ti scoppia la testa perché questi luoghi sono davvero pieni di poesia e forse sei te che hai l'occhio troppo allenato perché si riempie ogni giorno della triste venezia e tutto il resto ti sembra quasi normale ma non è vero, o forse siamo tutti troppo stanchi perché ci addormentiamo sul treno di ritorno e a volte anche in quello d'andata, o dopo il turno in magazzino nel posto più pesante di tutti con i colleghi che ti fottono i soldi dalle chiavette del caffè o forse perché il lavoro per alcuni nemmeno c'è e ormai abbiamo quasi trent'anni, ancora no ma quasi dai, tre anni volano e siamo grandi agli occhi dei novantuno che ci vedono sposati, partorienti, in carriera, un po' come facevamo noi tanti anni fa, quando c'erano le camicie di flanella a scacchettoni, i bomber con il risvolto arancio e la musica grunge, eppure perfino l'aria ora è precaria figuriamoci il resto che piano piano non c'è più perché c'è la crisi e quest'anno la festa non si farà, la ricorrenza non avverrà, le persone non ci sono più ché hanno una vita lontana o si sono lasciate andare alla soluzione più comoda e come cazzo è possibile che qui da noi tutti questi suicidi non vedi che bello il castello illuminato, le vetrate di giori, il parco urbano e il sottomura, come si spiega questa tristezza che ci coglie ad un certo punto, lo sai tu?, non si può uscire di scena così senza pensare a tutti noi che rimaniamo qui a guardarci i diamanti, a fare i listoni a piedi, a gonfiare le ruote per tirare avanti nonostante non è che ci sia tanto da ridere ma ci proviamo cazzo, ci proviamo insieme ogni santo giorno a trovare un senso, a sorridere, a voler condividere il peso di tutta questa incertezza con chi ci sta intorno e ci fa stare bene, tutta questa pesantezza che incombe ogni santo giorno che non si capisce come andrà a finire ma pensa a chi vive a milano ed è tutto grigio per davvero quando esce di casa e ha pensieri in testa grigi, vestiti eleganti grigi e per terra è grigio come in cielo, mica come da noi che c'è il castello, le luci, e un bicchiere di plastica un tempo pieno di birra ed ora vuoto, ecco pensa a loro quando ti senti giù e pensi che questa città sia troppo stretta, troppo di provincia, troppo inutile, troppo noiosa anche se artisticamente oh, artisticamente è perfetta, niente da ridire.

Cartoline da Roma

Qualche giorno fa, passeggiando per Villa Borghese a Roma sotto un sole del trentadue - come direbbe qualcuno di mia conoscenza - vado ad affacciarmi all'immensa terrazza che sovrasta Piazza del Popolo e che propone una vista eccezionale sui tetti della Capitale e il Cupolone. Mentre decido quale scatto banale fare del panorama ricordando i consigli del buon Merchiori sulla regola dei terzi, il soggetto decentrato, il bilanciamento del bianco e altri cazzi, mi cade l'occhio in basso e vedo questa cosa proprio sotto la terrazza:

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E mi immagino questo ragazzetto che di notte vandaleggia la strada sottostante con una frase d'amore (niente di che), poi il giorno dopo porta su zitto zitto la morosa al Pincio, con una scusa si mette a spupazzarsela sulla terrazza e mentre lei lo abbraccia si sporge e legge la dedica impazzendo di gioia per la sorpresa. Basta poco per far felice una ragazza, anche un gesto carino ed adolescenziale abusato come il graffito, ma questa idea dell'andare a farglielo leggere dall'alto mi ha stretto il cuore e mi ha fatto tornare in mente Amelie quando manda Nino fino in cima a Montmartre per guardare dal binocolo lei che scappa. Ci sono ancora romantici a Roma, e non per forza mettono i lucchettini dove li mettono tutti gli altri perchè l'hanno letto su un libro. Poi quando mi decido a fare uno scatto alla gente che si affaccia dalla terrazza, una coppia mi passa davanti proprio mentre scatto, come vuole la legge di Murphy dei fotografi dilettanti. Ma quando arrivo a casa e guardo la foto scopro che la ragazza si era divertita a saltare facendo una faccia buffa, per tentare di uscire invano dall'inquadratura:

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Quando dalla terrazza mi volto indietro per tornare verso l'ombra vedo davanti a me la scenografia di Lost e penso che Roma è una bella città per viverci un pochino, se si esclude il traffico e l'idea di dormire sotto lo stesso cielo di Berlusconi. Nemmeno a farlo apposta proprio in quel momento passa un aereo e attendo di vedere se esplode spezzandosi in due, o se esce il fumo nero dal fogliame per venirmi a prendere.

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Quando faccio ritorno alla panchina dove i miei compari di viaggio si riposano all'ombra mi viene in mente perchè in realtà non è una bella idea vivere nelle grandi città: la presenza di uomini d'affari o cialtroni nerd che girano con il Segway. Uno dei due che vedo, finisce sopra una zona di fogliame e così l'aggeggio si pianta di colpo, si ingolfa e non riparte più. Poraccio.

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Andare in giro con fotografi wannabe è faticoso, si è sempre li a cercare il taglio giusto, l'inquadratura simpatica, l'idea spiritosona per la foto dell'anno, mica come i giapponesi che scattano a cazzo di cane un po' tutto tanto per l'idea di ricordare ogni cosa. Non ci si gode molto le cose, i posti, i monumenti, li si guarda cercando un qualcosa di originale da ritrarre, una particolarità, una anomalia fotogenica. Fabio e Simone cercano la giusta inquadratura con due reflex identiche, però quella di Simone ha il grandangolo e così si bulla di fare foto migliori. Fabio potrebbe ribattere però che ha più capelli di Simone (ancora per poco) e quindi in realtà sono pari. Alla fine facciamo la foto con il grandangolo ed ha un campo talmente lungo che noi siamo piccoli piccoli, quasi indistinguibili. Simone non indossa nemmeno le consuete infradito, e questo non aiuta l'analisi a posteriori.

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Puoi dirlo a tutti

Tra qualche ora saremo ancora sotto ai piedi bollenti del Savonarola per svolantinare pagine fotocopiate. Manifestiamo per il diritto alle cose belle, e per il dovere di farle. Puoi dirlo a tutti.

Dopo il concerto dei Pixies, ci abbiamo preso gusto, e anche per l'adunata de La Tempesta sotto le stelle ci sarà uno speciale in bianco e nero per gli intrepidi in coda sotto al sole pronti ad assistere alla maratona di musica italiana e indipendente.
I colori questa volta ce li abbiamo messi noi: Eugenio racconta cosa significa per un ferrarese andare a un concerto in bicicletta, il sottoscritto blatera di case liberate dai genitori e di poster portanti, Enver ci spiega quanto importante sia fare musica oggi in Italia, e come farlo, soprattutto, Accento Svedese ha un problema con il cellulare che glielo risolveranno i Uochi Toki, Luca RadioNoiseBlues riannoda i fili scoperti di Vasco Brondi, Gaia vive nel mondo prima, e dopo, dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

In prima pagina troverete il saluto di Enrico Molteni, con una clamorosa rivelazione sulle prossime sorti de La Tempesta. E ha scritto per noi anche Alessandro Alosi, de I pan del diavolo.

Tutto questo legato assieme con ago e filo da Alessandro Baronciani, che ha illustrato lo speciale. Sono 500 copie, finiscono in fretta, quindi vedete un po' voi.

Ciccsoft Speciale Tempesta sotto le stelle - sabato 10 luglio 2010 - Ferrara piazza Castello

 

Chi non ci sarà in piazza Castello questa sera, può scaricare il pdf a questo indirizzo: http://www.ciccsoft.com/latempesta/ciccsoft-tempesta.zip

Grazie ad Alessandro, Enrico e Alessandro.
E poi a Federico, Luca ed Enrico. E a Gaia.
E a Simone che ha fatto le due di notte con noi.

I temibili fratelli Ciccone

F: Comunque ti accorgi che hai il cervello fottuto quando stai facendo la cacca e leggi le etichette dello shampoo...
E: Si, lo faccio sempre anche io.
F: Ma invece di leggere, guardi i font.
E: Certo, certo. Lo faccio sempre.
F: Mi viene da piangere. E' colpa tua.

Caro papà, ridammi la Uno

Caro papà,
    ti scrivo questa lettera come si conviene - guarda come sono ordinato ho anche messo la virgola, l'a-capo e il rientro della seconda riga - per farti sapere che la tua decisione di prendere la mia macchina per andare in Abruzzo a trovare la nonna, lasciandomi qui l'ammiraglia di famiglia, non funziona. So che una Golf 2.0 TDI è meglio di una vecchia Fiat Uno dell'ottantanove e che dovrei bearmi di girare tutti i giorni con siffatta meraviglia della tecnica e mille cavalli sotto il culo, eppure a quanto pare l'estetica e la potenza non contano più niente. Le macchine di una volta avevano un appeal che le nuove non hanno più. Ci distraggono con mille funzionalità, maggiore sicurezza, luci colorate, eleganza negli interni e motori potenti, ma sono talmente belle e perfette che ti spiace sporcarle, usarle, viverle. Vuoi mettere una spartana Fiat di vent'anni fa, con i suoi rumori, l'aria condizionata manuale a suon di finestrini giù, le spie che si accendono a caso, il volante durissimo da girare e il cambio che ti resta in mano? Mangiarci un panino, bere una birra, rovesciarci un gelato, entrarci con le scarpe infangate senza andare giù di testa perchè è tutto pulito e nuovo? Tutto un suo fascino, non so se mi spiego.

La verità, papà, è che alle ragazze piace di più la Uno. Ecco, in soldoni è quello il punto. Perchè capita una volta che ti fanno apprezzamenti sulla macchina e dici: beh si dai, sarà affascinata dalle auto di una volta, magari non è una smaniosa di correre e le piace stare a centoventi in autostrada fissa perchè andando oltre la carrozzeria trema tutta, magari ha la passione per le cose vecchie. Poi capita un'altra volta un'altra ragazza e dici: toh ma guarda quanto piacciono 'ste macchine vecchie. Poi un'altra e un'altra ancora, e a quel punto ti starai chiedendo figlio mio ma quante ragazze frequenti e allora chiarirò a scanso di equivoci e per non risultare sbruffone con il pubblico che altresì ci legge ormai da venti righe che le conosci tutte, son brave ragazze non è che siano facce nuove eh, che io sulla Uno mica ci faccio salire gente a caso, non sia mai. Ma ecco, dicevo, quando poi capita raramente di prendere la Golf, proprio come forzatamente devo fare in questi giorni, io che non vado in discoteca e agli aperitivi fighetti in spiaggia, io che non devo andare a far colpo su qualche oca bionda lampadata in tiro o alle serate mondane ai ridenti lidi ferraresi, finisce che mi prendo i malumori di chi si aspettava di salire su una rombante Fiat Uno, e si ritrova su una Golf top di gamma piena di optional di cui l'unico che mi riesce di far apprezzare per salvare la faccia è l'apribottiglie marchiato Volkswagen e l'attacco per l'ipod. Ma più l'apribottiglie.

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Se ricapita, ecco, prendi la tua Golf che si guida meglio ed è piena di comodità, e lasciami la mia carcassa a benzina, sia mai che salga la donna della mia vita e mi trovi su una macchina lussuosa che non mi si addice. L'apribottiglie te lo lascio nel caso, io ne prendo uno al discount a un euro con accendino omaggio, e a quel punto la mia Fiat Uno sarà davvero perfetta.

Stai parlando con me?

C'è un pezzo nel repertorio del Teatro degli Orrori che si chiama "La canzone di Tom". E' molto bello, lento ed intenso, tratto dal loro primo disco "Dell'impero delle tenebre" e che li ha portati all'attenzione di un pubblico molto ampio sebbene la consacrazione definitiva ci sia stata l'anno scorso con l'album "A sangue freddo". Ma non è questo il punto. Al termine del loro concerto a Padova questa sera M. si soffermava sul testo della canzone e del significato che potesse avere. Ve lo riporto a pezzi, poi spiego.

Hai sentito di Tom?
Tom che se n'è andato via!
Questo non è uno scherzo,
Non è neanche una fantasia.

Hai sentito di Tom?
Tom che se n'è andato via!
Come ci illudi, Tom,
di essere ancora tutti vivi
mentre guardiamo sempre dall'altra parte.

In questa prima parte, il cantante parla con un ipotetico amico o amica, l'ascoltatore stesso oppure una generica terza persona, informandola della scomparsa di Tom. Ma si rivolge anche a Tom, con un triste commento alla sua dipartita e al suo effetto su chi è rimasto. Ci sono dunque tre attori nel pezzo, che chiameremo per semplicità Autore, Amica, Tom. Prosegue:

Avrei voluto dirti tante cose...
forse la più importante non la ricordo più!
Avrei voluto averti amato...
ma è così tardi ora!
Parlami ancora Tom...
Parlami ancora...
Dimmi qualcosa.

A questo punto è chiaro che l'Autore si sta rivolgendo a Tom e non parla più con l'Amica che informava poco fa della triste notizia. Oppure no? E se fosse invece che queste parole siano rivolte proprio all'amica e solo le ultime tre righe a Tom? Poi continua:

Ma non importa...
Non è per questo che ti chiamo...
Volevo dirti...
Volevo dirti "ti amo"!
Cantare una canzone, per non dimenticarti più!
Cantare una canzone, per averti sempre...
sempre con me!

Con chi parla ora l'Autore? Con Tom? Con l'Amica? Se sta chiamando qualcuno allora è l'Amica per metterla al corrente della scomparsa di Tom, certo non Tom che non c'è più. Eppure la canzone è "per non dimenticarti" e quel "volevo dirti" sembra indicare un saluto affettuoso proprio verso Tom. A questo punto le correnti di pensiero diventano due: c'è chi dice che l'Autore (o un'Autrice che non sia il cantante del Teatro stesso, come peraltro nel brano "Due" dove a parlare in prima persona è una lei?) rivolge questo "ti amo" a Tom, come il sottoscritto, o chi invece vede in quel "ma non importa", uno stacco tra le parole rivolte a Tom e un ritorno alla discussione e alla "telefonata" con l'Amica, come sostiene M.

Voi che ne pensate? Per la cronaca, non trovando un accordo la discussione è poi finita sul quantitativo di belle fanciulle presenti al concerto sul quale si è avuta ampia convergenza. Le parole esatte degli apprezzamenti, secondo i testimoni, non comprendevano esattamente il termine "belle fanciulle".

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)