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Novanta!

Mi sveglio all’improvviso per un tuono. Non so che ore sono, mi siedo sul letto. Il tuono non smette, è lungo e fa un rumore fortissimo. Trema tutto. Come fai a capire che trema tutto quando c’è buio, mi son sempre chiesto quando mi hanno raccontato dei terremoti? Ora lo so.

Merda!

Dico forte, e non so che altro fare, cos’altro dire. Merda, merda, merda, dico continuamente io che raramente utilizzo questo vocabolo. Non riesco ad alzarmi a gridare, non riesco a correre sotto un tavolo, come attratto da un macigno che mi tiene inchiodato a guardare il vuoto ascoltando il frastuono agghiacciante da un intorno a me indefinito. Attonito, immobile. Per istinto ti prendo per mano ma non dici niente, non capisco se hai paura ma voglio farti coraggio, o voglio cercare qualcuno da stringere forte finchè tutto non sarà finito. Però non finisce in fretta, saranno passati minuti interi nella mia testa invece che una ventina di secondi nel mondo reale. Fai in tempo a pensare un sacco di cose in venti secondi, ed è esattamente il mio incubo peggiore, quando ti restano pochi secondi di vita e non sai cosa fare se non pensare a mille cose inutili e sciocche.

Penso al tetto che ora crolla, ci crollerà in testa da un momento all’altro perché la scossa è troppo forte e siamo all’ultimo piano, e finiremo sul piano sotto e quello sotto su quello sotto ancora, come nei fumetti, dove si alza la nuvola di polvere e alla fine c’è un cumulo di macerie e noi due sul letto in cima ai detriti con i cerotti in testa e le bruciature sulle guance. Saremo precipitati insieme, in silenzio, con la mano destra stretta forte nella tua e la sinistra premuta contro la libreria perché non ci cada addosso.

A quasi ventinove anni per la prima volta in vita mia ho creduto di morire, e rassegnato al mio destino ho atteso senza fare nulla che tutto si compisse tenendoti per mano. Come se andarsene in quel modo alla fine fosse bellissimo e giusto. Come se nel momento tragico la pillola fosse meno amara se presa in buona compagnia. Non è forse questo il senso di tutto alla fine? Tenersi per mano, aver vicino le persone care quando capita qualcosa di brutto. Non essere soli. Poi vada come vada, in fondo non lo decidiamo noi.

Quando tutto finisce sembra un film di JJ Abrams, con la telecamera girata a mano e scene concitate nella penombra della luna che filtra dalle tapparelle abbassate. Non si possono aprire, sono elettriche ed è saltata la luce. Uso l’iPhone per farmi luce, tiro su l’orologio a pendolo caduto, sistemo il computer con lo schermo enorme di vetro che incredibilmente si è piegato fino ad un pelo dal crollare distruggendosi, accendo il cellulare per chiamare i familiari ma le linee sono intasate. Vado su Repubblica e INGV dal cellulare a leggere notizie di quanto è successo ma sono intasati e non si aprono. Appena due minuti dopo la scossa, invece di uscire in strada e mettermi al sicuro, sono ancora dentro casa che tergiverso e voglio sapere, capire cosa è successo. So che quando aprirò le tapparelle perché sarà tornata la luce troverò uno scenario infernale: case crollate, cumuli di macerie. Il mio pessimismo a volte dipinge scenari catastrofici e forse è un bene che non si possa aprire per vedere l’accaduto.

Usciamo di casa con straordinaria lentezza, radunando le cose importanti da salvare in uno zaino, vestendoci con le uniche cose a portata di mano: abiti da cerimonia di un matrimonio di un amico la sera precedente. E così eleganti vaghiamo storditi per i corridoi, diamo sostegno all’anziana vicina di casa con i ninnoli di porcellana rovinati a terra, consoliamo una giovane donna in lacrime con i gatti impazziti, scendiamo in strada come due alieni in mezzo a pigiami imbarazzanti, coperte di lana, cellulari intasati. Ovunque intorno gente che gira impazzita, sirene, macchine, persone in bici e il sottoscritto in giacca e scarpe con i tacchi che attraversa la città per andare a controllare come sta la nonna che soffre di cuore, ma che ha fatto la guerra e non si fa certo intimidire da una scossetta come suo nipote che in vita sua ha visto solo l’avvento dei computer, e di internet, ma non sa come sono fatti i bunker, non sa cosa vuol dire avere paura, perdere tutto, stringere la cinghia.

Lungo il corso principale della città ci sono macchine schiacciate da capitelli e calcinacci, aree transennate, vigili del fuoco già all’opera. Nel tempo in cui mi infilavo due calzini e un completo elegante la macchina organizzativa era già ampiamente in moto, twitter era già pieno di racconti da ogni dove, le agenzie battevano notizie in rapida successione e la gente per strada raccontava cose a vanvera con il passaparola che ingigantisce sempre tutto. Qualcuno dice che ci sono crolli in centro, molti morti, qualcuno che è niente in confronto al Friuli, qualcuno che sono crollati i ponti e non si può raggiungere certi paesi verso Bologna, qualcuno giura che ad un certo punto ha segnato anche Zoff, di testa su calcio d’angolo.

Il mondo là fuori

Ieri mi trovavo a spiegare un po’ la storia della comunicazione sulla rete, come si è evoluta la conversazione nelle varie forme che progresso e mode hanno via via messo a disposizione, da Usenet ai social passando per i blog, a un gruppo di circa 25 volontari del Servizio Civile del Comune di Ferrara, impegnati per larga parte in asili, musei, biblioteche o comunque in ruoli non strettamente connessi all’uso del web. Età variabile tra i venti e i ventotto anni suppergiù.

Nessuno dei presenti aveva internet alla fine degli anni Novanta.

Nessuno ha mai sentito parlare dei Gruppi di discussione Usenet.

Nessuno ha un account su Ferraraforum, il forum più popolare della mia città fino almeno al 2008.

Due hanno/hanno avuto un blog.

Nessuno ha mai usato un feed rss.

Tutti hanno un account Facebook tranne tre.

Solo in tre hanno un account Twitter.

Niente di nuovo forse, anche se le proporzioni mi hanno in parte stupito. Lo scrivo qui per ricordare a voi smanettoni dell’Internet che c’è tutto un mondo la fuori che non sa cosa sono i trending topics, i meme, i LOAL e le trollface, i viral e tutte queste menate. E vive bene lo stesso.

Pensateci un po’ quando dite che quel film è stupendo perché ne han parlato bene i vostri quattro twitteri di riferimento, o che il nuovo disco della band indie è molto figo perché ha avuto buone recensioni sui blog musicali.

La Pasqua, quando ero bambino

Quando ero piccolo si trascorreva la giornata di Pasqua in Abruzzo con nonni, zii e cugini dalla parte di mio padre. Natale a Ferrara, Pasqua in Abruzzo, fifty-fifty. Si mangiava sempre un sacco e c’erano le lasagne, che sembra strano mangiarle lontano 400 chilometri dalle zone dove sono nate, ma è anche vero che al nord si mangia la pizza che è nata a Napoli e quindi ci sta. Poi era il momento dell’agnello, che a me non piaceva ma dovevo mangiare lo stesso per fare contenta mia nonna. L’agnello non mi piaceva per due ragioni principalmente: era selvatico e duro da masticare, ed era cosparso di aceto insieme all’insalata che l’accompagnava. Se riuscivo a sopravvivere all’agnello poi si poteva aprire l’uovo di Pasqua.

Diciamocelo, l’uovo di Pasqua non era poi sta gran cosa anche per un bambino: molto meglio i regali di Natale che facevi la lista e qualcosa di quello che ti piaceva lo ottenevi. Ad andar bene nell’uovo di pasqua c’era un portachiavi da due lire, un pupazzetto, una macchinina inutile non richiesta. Gingilli che duravano un paio di giorni di attenzione. Poi si pose il problema dei regali per maschietti finiti in mano a femminucce e viceversa. Così andavano alla grande le uova con l’espressa dicitura e colore: regali per lui, regali per lei. Ti regalavano l’ovetto colore azzurro e dentro trovavi sempre balocchi di presunto interesse maschile: macchine, pistole, soldatini. Se eri goloso al limite ti rifacevi con il cioccolato, ma ho sempre preferito le barrette o le merendine, all’uovo al latte o fondente. Per aprirlo ero meticoloso: coltello alla mano per seguire il taglio a metà e dividere in due semisfere precise il tutto, con buona pace della madre insegnante di matematica. Siamo tipi precisi: avessi avuto per genitori dei camionisti forse avrei sfogato i miei istinti rompendo l’uovo con un bel pugno al centro.

Quindi con buona pace del catechista che insegnava l’importanza della Pasqua rispetto al Natale (la notizia è che Gesù è risorto, non che è nato, a nascere siam buoni tutti no?) ho sempre atteso con tiepido interesse l’arrivo della festa primaverile. Manca l’atmosfera e il calore che c’è a Natale, dove tutti diventano buoni, tutti comprano regali, si fanno un mucchio di sorrisi e bevono la cioccolata calda, si stringono per il freddo, cantano in coro, e cose così. Gli spot natalizi degli anni Ottanta devono avermi rovinato il cervello, ma senz’altro erano meglio della Cantata 147 di Bach che ogni anno allietava in tv la venuta delle uova kinder e ferrero.

Il giorno dopo Pasqua c’era Pasquetta. Quando ero piccolo non facevo le gite fuori porta e le scampagnate perché rimanevo in famiglia e quindi era un giorno un po’ inutile. Per molti anni ho cercato di capire cosa fosse questa Pasquetta di cui tutti parlavano. Cercavo sul calendario quando fosse e non ne trovavo traccia da nessuna parte. Ho scoperto che era il cosiddetto Lunedì dell’Angelo solo intorno al Liceo, quando il cosa fare a Pasquetta divenne più rilevante di cosa fare a Pasqua. In ogni caso in montagna sul Gran Sasso fino alla fine degli anni Novanta c’era sempre molta neve, quindi non si andava molto in giro. Si stava tutto il giorno in casa davanti al camino, c’erano i compiti delle vacanze da fare, libri da leggere, a volte influenze primaverili da smaltire. In tempo per il rientro a scuola con il quaderno in ordine, la pancia piena e la faccia riposata.

Grazie Antonio

Tornava alla lettura e i leggeri nomi Tig o Wig, e la leggera brezza che muoveva le frange gialle e blu dell’ ombrellone, come a un cliccare sulla tastiera la parola «leggero» le aprirono nella memoria la finestrella di quando Pereira dopo aver denunciato sul quotidiano «Lisboa» l’ assassinio di Monteiro Rossi è in fuga, alla stazione: «… mentre si allontanava tra la folla aveva la sensazione che la sua età non gli pesasse più, come fosse tornato ragazzo… e allora ripensò alla spiaggia della Grange e a una fragile ragazza che gli aveva dato gli anni migliori della sua vita…». E poi il romanzo le richiamava il film, il finale del film, con Mastroianni che cammina spedito e leggero mentre lo strillone grida la notizia ragazzo assassinato! ragazzo assassinato! spedito e leggero mentre Dulce Pontes canta così bene «A brisa do coraca» di Morricone, e mentre tu seduto al cinema ascolti e guardi il passo leggero di Pereira che infine, in extremis, ce l’ ha fatta, dentro ti senti qualcosa come un’onda del mare che un pò si muove, che un pò si muove come per dirti mentre scorrono i titoli di coda: allora forse «è migliorabile il mondo».
(Lamarque Vivian, Corriere della Sera, 23 agosto 2009)

Generatore di ottimismo (omaggio a Guerra)

(clicca refresh sul browser per generarne un’altra)

Che mi hai portato a fare sopra a San Marco se non mi vuoi più bene

Io dico che bisogna essere dei completi idioti se tra tutti i giorni del carnevale si sceglie proprio il martedì grasso per andare a Venezia in treno con i bambini piccoli. Per poi lamentarsi che non si riesce a salire perché è troppo pieno, dove per troppo pieno si intende che la gente dentro non occupa solo il corridoio centrale ma anche i posti tra i sedili dove di solito stanno le gambe delle persone sedute come me, che dormivo e un signore mi ha bellamente appoggiato il gomito in testa e io che sono una persona riservata ed educata e non mi piace fare polemica sui treni specie quando c’è già il caos e nervosismo diffuso ho solo alzato la testa guardandolo come dire ma-che-cazzo! E la gente che vuole salire lo stesso e vuole passare oltre – oltre dove signora? siamo tutti qui pressati non può andare oltre – e quello che sbuffa e la bambina si lamenta che ha caldo e non respira e ha già la mascherina addosso e si scioglie il trucco e io mi chiedo razza di genitore coglione come mai proprio oggi con tanti giorni che hai avuto per venire a questo benedetto Carnevale di Venezia o per mostrare Venezia ai tuoi figli, perché proprio il martedì grasso hai dovuto scegliere, quando la città è nel suo momento più orribile e caotico, ci sono i sensi unici di marcia a piedi, si gira in un unico serpentone in coda, i prezzi sono tutti gonfiati e le frittole con lo zabaione terminate.

Tutto questo per segnalare in realtà che mentre il treno arrivava tronfio a Padova e io mi pregustavo l’apocalisse di ulteriori mascherati che volevano salire forse spingendone fuori altre come certe scene di vecchi film, Trenitalia ha annunciato un treno aggiuntivo per Santa Lucia, in occasione del Carnevale. Sta a vedere che finalmente alcune piccole cose di buon senso in questo paese iniziano a succedere davvero. Forse doveva arrivare Monti per darci una sferzata.

Il capitano che cacciò Beppe

Questa mattina a colazione chiacchierando con mia nonna scopro infine il principale motivo per il quale sono nato e vivo a Ferrara, avendo metà parenti in Lombardia e metà in Abruzzo. E la storia ha dell’incredibile.

Mio nonno materno era nella Polizia Stradale, categoria che da bambino mi affascinava molto e dalla quale invece oggi mi guardo bene quando sono al volante, pensando sempre di commettere qualche errore o reato che mi costi multe salate. Erano gli anni ’50 e Beppe si trovava in servizio a Reggio Emilia. Guidava la moto, faceva i rilievi sulle statali, qualche incidente, multe da fare, cose così. Il ricordo che ho di mio nonno non combacia con quello di un poliziotto di oggi. Il rigore e la compostezza erano valori che gli appartenevano, ma in casa era sempre una persona buona e gentile, niente a che vedere con certa arroganza e prosopopea tipica da caserme e simili. Da certi atteggiamenti e chiacchiere all’interno della Polizia venne fuori che il Capitano del comando, il capo tra gli altri di Beppe, era ghéi. Dice proprio così la nonna raccontando, con la e aperta lombarda e una parola a lei insolita. Forse all’epoca avrebbero detto effeminato, tuttalpiù omosessuale.

Lo immagino discriminato e deriso il Capitano, in una società che non era pronta a certi atteggiamenti ancora oggi faticosamente vissuti in certi ambienti, figuriamoci tra la dirigenza di una centrale di Polizia negli anni ’50. Venne segnalato in maniera anonima alla sede centrale e questa cosa gli rese la vita più complicata perché un conto è una voce, un conto una chiacchiera o una burla, ma se qualcuno fa rapporto su un aspetto della vita privata di un uomo diventa una mezza verità. Diventa un outing non richiesto.
Forse per via che Beppe era nelle mire del Capitano e non ricambiava certi atteggiamenti e attenzioni venne tacciato insieme ad un collega di essere il responsabile della segnalazione ai piani alti, atto che tuttavia non aveva compiuto. Il Capitano ghèi decise per punizione di trasferirlo ad altra sede. Ferrara era una città di provincia decentrata ed ancora piccola, una sede che nessuno richiedeva e nessuno ambiva particolarmente, nonché città natale del Capitano. Lì venne mandato il nonno Beppe, con due figlie piccole, una moglie al seguito e quaranta giorni di tempo.

Lì nacqui io, quasi trent’anni dopo. Ferrarese per colpa di un capitano ghèi.

Hell vetica!

“Hai visto che ho usato anche l’Helvetica? Che brava eh?”

Sms, mail, segnalazioni sui social network di casi d’uso e tesi sull’argomento. Questa mia mania per il carattere Helvetica inizia ad essere nota anche ai sassi. Mi aspetto da un momento all’altro che anche mia nonna scelga i biscotti per la mia colazione mattutina sulla base dei font sulla confezione. Mi rendo conto di essere una persona orribile quando trovo le cose scritte in Helvetica Neue e faccio gli occhi a cuoricino, o quando spiego agli amici come riconoscere Helvetica dall’Arial guardando i particolari di alcune lettere. O quando trovo scritte in Comic Sans e mi lamento a voce alta come se avessi trovato una mosca nella minestra o mi avessero fatto uno sgarbo gravissimo. Per tutti quelli che hanno vissuto quei momenti, mi scuso per gli episodi passati e per quelli che verranno, almeno fino a quando Microsoft non ritirerà da questo pianeta il suo font peggio riuscito di sempre.

Fare l’eternauta

Mi piace camminare nella neve, pensavo ieri recandomi nel lungo tratto tra casa e ufficio: circa cinque minuti di pensieri congelati in solitaria guardando le nuvolette di alito e le signore anziane fare piano per non cadere sui lastroni di ghiaccio. Mi piace camminare nella neve con gli scarponi che metti una volta ogni qualche anno, se vai in montagna a fare la settimana bianca, ma tanto chi ci va più. Mi piace fare stomp stomp stomp e lasciare le impronte sulle croste ghiacciate, sulla neve fresca, su quella sporca e quella battuta da altri piedi e troppe macchine.

Stomp stomp stomp.

Vestito come un pellegrino con i pantaloni di lana pesantissimi che metti una volta all’anno quando c’è neve o troppo freddo per i jeans. E lo zaino in spalla, la berretta che fa di me un imbacuccato ridicolo cui improvvisamente non interessa più niente di chi c’è in giro, chi si potrebbe incontrare, chi passa di fianco. Testa bassa a guardare dove mettere i piedi.

Stomp stomp stomp.

Sembro l’Eternauta, che si fa largo nella neve sfidando il vento e i fiocchi che cadono leggeri e silenziosi. Perchè i fiocchi non fanno rumore e rubano anche quelli degli altri. Forse li mangiano. Infatti non vola una mosca ed è tutto ovattato, persino le macchine fanno sfrush sfrush e scivolano morbide come il pinguino nella caverna di fight club. Alcune hanno le catene e fanno crac crac crac spezzettando il ghiaccio sottostante in finissimo mojito, passasse qualcuno subito dietro con rum e mentuccia.

Stomp stomp stomp.

Davanti all’ufficio i ragazzini giocano a palle di neve – e non potrebbero fare altrimenti visto quanta ce n’è – così vengo preso dal raptus di fermarmi a giocare un momento con loro. Non capirebbero. Darei fastidio. La signora spala la neve dal terrazzo, non è che me la presta? Quando passo sotto il suo balcone si ferma per un attimo, per evitare di ricoprirmi buttandola giù. Mi ricopra pure, signora, così mi sveglio!

Stomp stomp stomp.

Il generale nella neve ha completato la sua breve ma onesta missione. Entra trionfante nel fortino. Non volevo inzaccherare tutto l’androne, penseranno senz’altro che sono stato io. Come hanno fatto gli altri ad entrare oggi senza sporcare? Forse dormono ancora tutti.

Plotch plotch plotch.

Lascio gli scarponi fuori a fianco dello zerbino. Ho lasciato acceso il riscaldamento un giorno e mezzo in mia assenza e appena entro gli occhiali si appannano che sembra di stare in piscina. Il vetro ha fatto persino la condensa. Devo avere esagerato, il pavimento è tutto bello caldo che concilia il sonno. In calzini, concedo un pisolino ai piedi.

Chiedi cos’è (stato) Splinder

Per coloro che non hanno mai sentito parlare di Splinder, o sono sul web da troppo poco tempo, gli basti sapere che quella che chiude oggi i battenti dopo circa undici lunghi anni è stata la più grande piattaforma di pubblicazione per blog in Europa degli anni Zero. La più diffusa in Italia prima dell’avvento di WordPress, la più vasta community di scrittori in erba, appassionati, grafomani, giornalisti, scrittori e disperati. Tutti i blogger negli anni hanno a suo tempo iniziato a scrivere sulla rete aprendo un blog su Splinder prima di mettersi in proprio comprandosi un dominio nomecognome.net. Hanno passato le giornate a leggere blog su Splinder, commentare blog su Splinder, linkare blog su Splinder.
Per quel che mi riguarda si è trattato per anni della principale attività alternativa allo studio dell’Ingegneria, quella che ha causato notti insonni, appelli mancati, distrazioni in aula, chiacchiere al pub e organizzazione di eventi smandrappati.

Perché c’è stato un tempo – in cui non esistevano i social network e nemmeno YouTube – in cui ad un gruppo sempre più ampio di persone venne la mania di aprire un blog per raccontarsi e per raccontare qualcosa. Erano i primi anni del Duemila e come per incanto sulla rete si potevano intavolare discussioni bellissime, approfondire concetti, raccontare storie, aggregarle, mescolarle, ascoltando quello che i lettori avevano da dire e a loro volta da proporre nei rispettivi blog. Ognuno produceva contenuti e ne fruiva altri, in uno scambio enorme di conoscenza, sensazioni, idee messe nero su bianco.
Ovviamente all’inizio scriveva solo chi aveva qualcosa da dire, per lo più aspiranti scrittori ed addetti al mestiere come giornalisti o addetti stampa, ma anche molte ragazzine che tenevano un diario virtuale al posto di quello con il lucchetto nascosto in un cassetto. C’era parecchia qualità in giro, mescolata ad una buona dose di cosiddetta fuffa.
Ci si conosceva fuori dalla rete alle blogfest, alle blogcene, e ai blograduni, che sembrano nomi ridicoli ma dietro c’erano persone che nella vita reale abitavano in posti lontanissimi e quando si incontravano di persona quelle poche volte l’anno avevano un sacco di cose da dirsi perchè conoscevano l’uno dell’altro interi scampoli di esistenza letta tra le righe di un blog.

Noi nel nostro piccolo eravamo una piccola perla di blog, cari i miei quindici lettori. Ci leggevano in centinaia ogni giorno, avevamo un programma su una webradio, stampavamo un giornalino, andavamo ai raduni e ne abbiamo persino organizzato uno un po’ bucolico ai Giardini Margherita di Bologna dove si è finito per giocare a bandiera come quando eravamo ragazzini.
Eravamo quasi famosi. Una volta hanno riconosciuto me ed Attimo per strada a Bologna e la cosa ci aveva fatto parecchio ridere per quanto fosse assurda. La cosa che ci distingueva, fin dagli inizi quando eravamo ancora su Splinder, era avere un blog a più voci che unisse l’Italia da nord a sud. Idea certamente non nuova, ma siamo stati un po’ come il Parma di Scala, pieno di talenti incredibili che sono passati e negli anni hanno avuto successo e fortuna altrove.
Tra gli oltre 50 collaboratori persone che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e con cui collaborare come Francesco Costa, oggi in forza al Post, Francesco Locane, conduttore di Radio Città del Capo, Margherita Ferrari, Mauro Zucconi, Marco Bertollini, Gabriele Capasso (che non ha un blog di riferimento ma oggi scrive per TvBlog e CalcioBlog) e tanti altri che negli anni sono passati da uno pseudonimo sulla rete a scrivere libri veri e propri o a collaborare per riviste e giornali vari. Questo grazie anche a Splinder, principale piazza di ritrovo in quegli anni.

Abbiamo intessuto relazioni tra persone, avuto opportunità di lavoro, incluse le attuali professioni per molti di noi, incluso il sottoscritto. Quello che era un gioco è diventato un lavoro a tempo pieno e una palestra dove esercitare l’arte del web design, del marketing, e in generale di ogni aspetto che ruota attorno alla comunicazione e all’informatica.
Abbiamo conosciuto ragazze, ci siamo fidanzati, mollati, desiderati, frequentati per un po’ e poi buttati via. Abbiamo fatto sognare qualcuno per quello che abbiamo scritto e abbiamo sognato una sconosciuta dalla penna tagliente per poi scoprire che nella vita reale eravamo entrambi anche qualcos’altro, con i nostri difetti e i nostri non detti.

Splinder insomma è stata lo specchio dei nostri anni Zero, quella che ha custodito i nostri pensieri più profondi e più sciocchi, il nostro desiderio di comunicare qualcosa con il mondo fuori, ma anche colei che ha costruito le nostre identità in rete, il nostro essere diversi a volte da come siamo nella realtà di tutti i giorni, in casa, al lavoro o con gli amici.
All’epoca sotto uno pseudonimo, oggi con nome e cognome come i moderni social impongono, molte delle nostre presenze online si sono costruite negli anni attraverso le parole che abbiamo scritto sui blog, le cose che abbiamo raccontato e quelle che abbiamo taciuto. Siamo diventati grandi insieme a Splinder e grazie a lei molti di noi ancora oggi adorano scrivere, raccontarsi e non buttarsi via. Rintanati da qualche parte al sicuro dietro uno schermo, proprio come allora.

Ci siamo ancora quasi tutti, sparsi qua e la come dieci anni fa, prima che arrivasse la grande onda dei blog e la piazza di Splinder a riunirci qualche anno per poi disperderci di nuovo. A voi il difficile compito di scoprire dove siamo finiti, come ci chiamiamo oggi, e se siamo ingrassati un po’.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Comunque lui rimane il migliore

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)