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Albina

Bina era una piccola signora che viveva ai margini della piazza, la sua storica rivendita numero uno di Sali e Tabacchi l’ultimo avamposto prima di finire tra i vicoli semi deserti del paese vecchio. L’ultimo baluardo di vita pubblica dove da bambini ci si spingeva per acquistare qualche sciocchezza con gli spiccioli rimediati dalla nonna, dall’aver servito a messa, dai risparmi delle feste.

Bina si chiamava in realtà Albina, ma io l’ho saputo che già ero grandicello, e mi faceva un po’ ridere questo nome desueto, come desueto è il termine desueto. Una decina di anni fa, non ricordo di preciso, l’avevano persino nominata Cavaliere del Lavoro, che un po’ come ricevere un Oscar alla carriera, un riconoscimento per il servizio reso al pubblico durante una vita. La sua piccola bottega era quasi una cantina, un grottino zeppo di oggetti e cibo, alcuni invenduti da anni, altri accostati quasi a casaccio tra i generi di prima necessità, i tabacchi e i liquori, oltre al nutrito reparto caramelle e dolciumi.

Da Bina ci andavi da bambino a comprare le gigomme, che nel nord italia chiamavamo cicche, o chewingum come gli americani. A volte ci andavo con Alfonso, che abitava poco distante: quando aveva fame si mangiava una gigomma e non si capiva di che si sfamasse visto che notoriamente le gomme da masticare non si dovevano ingoiare. Da Bina ci tornavi da ragazzino per le patatine o una lattina di bibita, e a volte nei sacchetti delle patatine trovavi la sorpresa, che non era il pupazzetto o l’anellino ma il fatto che erano scadute da qualche mese. Chissà da quanto tempo le teneva sotto il bancone! Poi da Bina ci andavi ancora da grande, per comprare le sigarette di nascosto, e tutto si basava sulla sua complicità, in un silenzio mantenuto con i genitori quando sarebbero passati di lì per comprare il latte o il caffè. Quante cose sapeva Bina.

Bina non teneva sempre aperta la sua rivendita: a volte nevicava molto, o non c’era nessuna signora che la veniva a trovare per fare due chiacchiere quando si era fuori stagione, e allora stare in negozio da sola era noioso. Bastava però bussare alla porta di casa, appena dall’altro lato della piccola strada per chiamarla e farla scendere ad aprire solo un momento. Eroica, ad ogni ora. Dopo pranzo, dopo cena, mentre faceva il riposino o era in bagno, Bina era sempre disponibile. Scendeva le scale a volte un po’ contrariata chiedendo “Che devi piglià?” e quella frase mi suonava sempre come “Sicuro di averne proprio bisogno ora da venirmi a chiamare a casa?”. Così rispondevo timidamente sperando che reputasse sensata la mia richiesta. Potevi chiamarla se avevi finito il latte, lo zucchero, di certo non per caramelle gommose o boeri. I boeri erano dei cioccolatini con il liquore dentro che quando li aprivi sull’involucro ti diceva se ne avevi vinto un altro o altri due. Per anni non mi ci sono avvicinato perché erano cioccolatini da grandi un po’ alcolici. Poi quando ne ho provato uno il liquore non c’era mica, forse era evaporato nel tempo, chissà.

Bina teneva anche le cartoline. Era l’unico posto con le cartoline in paese, così quando veniva qualche parente o amico da Ferrara e voleva mandare delle cartoline lo si mandava da Bina. Poi tornava a casa un po’ incredulo perché le uniche disponibili risalivano agli anni Sessanta, c’erano le Prinz parcheggiate in piazza, un sacco di gente e posti oramai chiusi. Addirittura alcune erano in bianco e nero, accartocciate dal sole e dall’umidità. Andavano alla grande in paese le cartoline! Più avanti è arrivato il Parco Nazionale, ne ha distribuite alcune di nuove con flora e fauna locale, le vedevi nel distributore in mezzo alle vecchie che pure resistevano, e a quel punto comprarle diventava perfino interessante: oggetti vintage da mercatino che oggi farebbero furore tra i collezionisti.

Bina era un po’ un piccolo mondo pieno di meraviglie, una wunderkammer di ninnoli curiosi che poco ha a che fare con i moderni bazar dei cinesi. Se gli adulti facevano la spesa da Fioretta, i ragazzini avevano bisogno dei generi che vendeva Bina, e non mancavano di sostare ore in chiacchiere sui gradini sotto casa sua, quasi fosse un secondo bar, senza i vecchi che giocavano a carte e la puzza di fumo a rovinare gli amaretti esposti.

Ora che anche Bina riposa in cima alla salita dell’aia, con Fioretta, Diamante e gli altri personaggi che hanno riempito le nostre giornate negli anni Ottanta facendo la storia di un piccolo paese di montagna come Villa Santa Lucia, ci sentiamo tutti un po’ più adulti e un po’ più soli. Si chiude un’epoca: quella di quando eravamo piccoli noi e ci chiedevamo come sarebbe stato tra vent’anni questo posto. Dopo che anche il bar ha abbassato le serrande ora la piazza sembra vuota per davvero e a chi come il sottoscritto ha fatto in tempo a vederla ancora piena di persone, lascia un po’ l’amaro in bocca.

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Salviamo la Galleria del Carbone

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La Galleria del Carbone è un posto un po’ segreto e un po’ magico nel cuore della Ferrara medievale, nella tranquilla via del Carbone, proprio di fronte al cinema Apollo, tra il ghetto ebraico e la confusione delle vie dello shopping mondano. Organizza mostre di tutto rispetto con artisti locali e internazionali, reading, proiezioni e quant’altro. Eventi che nel loro piccolo da oltre dieci anni hanno contribuito alla cultura di questa città con semplicità e sobrietà, a volte lontano dai riflettori dei mass media ma con un giro di affezionati avventori via via crescente. Lo mantengono una coppia di artisti ferraresi, Paolo e Lucia, che di alcune mostre sono anche i curatori, con la dedizione che si riserverebbe alla propria casa, tenendo aperto tutto l’anno con vigore e passione e investendo tempo e denaro anche in tempi difficili.

E’ un posto da salvaguardare e da difendere prima che in una città di provincia siano sempre meno le gallerie e le biblioteche e sempre di più i centri commerciali e i parrucchieri cinesi. Paolo e Lucia hanno scritto la lettera che vedete qui sotto alle Istituzioni e chiedono anche il nostro sostegno. Bastano nome, cognome, e la città, qui sotto nei commenti, oppure potete raccogliere un numero di firme di un gruppo e inviarle per fax (qualcuno lo usa ancora?) al numero 0532/761642 o via email all’indirizzo: acca.blu@libero.it 

 

L’Accademia d’Arte Città di Ferrara – Galleria del Carbone, favorita da piccoli finanziamenti elargiti dalla Fondazione Cassa di Risparmio, dalla Camera di Commercio di Ferrara e da alcuni privati cittadini, è riuscita a sviluppare nei trascorsi dodici anni, con passione e lavoro volontario non retribuito, la sua attività culturale. L’”Accademia” è un APS iscritta al registro dell’associazionismo provinciale dal 1998, è pertanto “senza scopo di lucro” come da statuto.

Ora però l’Associazione è in grave difficoltà finanziaria da quando la crisi economica si è aggravata: la parte espositiva in “Galleria” è rimasta senza aiuti e ha dovuto intensificare le forme di autofinanziamento ma, nonostante gli sforzi, la situazione si è fatta sempre più critica fino a diventare insostenibile. Il contributo fornito dalle iscrizioni all’Associazione permette di coprire al massimo due o tre mensilità del canone di affitto della “Galleria” e per i rimanenti mesi e per le spese di gestione non c’è denaro.

E’ necessario, ma anche doveroso, chiedere aiuto prima di decidere di arrendersi e di chiudere la struttura che dà la possibilità ai cittadini, numerosi, che da sempre ci seguono con interesse di dialogare con gli artisti, siano essi ferraresi, italiani o stranieri.

La voce più importante del bilancio dell’Associazione è l’affitto, sarebbe perciò auspicabile poter usufruire gratuitamente, o con un canone simbolico, di una sede messa a disposizione da un’Istituzione cittadina, evitando la chiusura della “Galleria”, per poi continuare ad autofinanziarsi con le esigue risorse appena sufficienti a proseguire l’attività culturale.

Tale richiesta si spera possa essere tenuta nella giusta considerazione, è condivisa dai seguenti Firmatari.

12-12-12

Oggi è il 12-12-12, una data che capita una volta soltanto ogni cento anni. Non che sia particolarmente pazzesco, l’anno scorso c’è stato l’11-11-11, e così via l’anno prima. Senz’altro non ci sarà il 13-13-13 l’anno prossimo, quindi bisogna aspettare il nuovo secolo per ripetere il giochino. Questa mattina non ci ho dato troppo peso e le 12.12 del 12-12-12 mi hanno colto impreparato mentre stavo organizzando il materiale per il restyling del sito della mia pittrice preferita, peraltro forse il primo sito che abbia realizzato in vita mia, se si esclude questo nella sua forma originale (1997). Ma non importa.

Poco fa ho trovato su ilpost.it questo frammento qui sotto del New York Times di cento anni fa che dice tra l’altro:

Per coloro che si dilettano in questo genere di svaghi, oggi è un giorno da celebrare scrivendo un bel po’ di lettere e datandole, tutte e ciascuna, 12-12-12. La sequenza dei dodici è veramente un’offerta che vale un giorno solo e non ritorna. Quelli che oggi rimandano il momento di scrivere, non ne avranno mai più l’occasione finché vivono!

Allora ho pensato: che bello, potrei scrivere qualcosa per celebrare questo momento inutile e tramandarlo ai posteri, sempre che tra cent’anni io abbia posteri che leggono questo blog e qualcuno ancora lo scriva al posto mio. Visto che questo giorno speciale è stato piuttosto ordinario lascerò solo un appunto per ricordarmi di questo momento.

Cari posteri, oggi ho 29 anni, sono seduto alla mia scrivania nera comprata all’Ikea, come si usa in questi anni, e vi scrivo dal mio iMac, come si usa in questi anni. Ho cucinato poco fa un’ottima pasta che si chiama Obst Special (che non è altro che farfalline con tonno capperi e peperoncino). Ora sono un po’ pieno. Oggi è esploso il router e sono andato a comprarne uno nuovo, dalla forma tondeggiante ed avveneristica. Sono ancora tra quelli che scrive ed se la parola dopo inizia con la vocale. Poi ho lavorato tutto il pomeriggio e andrò avanti questa sera.  Ho uno studio grafico e una partita iva, un commercialista, un’auto nuova. Ho mal di testa da quasi un mese ogni giorno e lunedì mi faranno una risonanza per capirne di più. Sto per imbarcarmi in un’avventura più grande di me che sognavo da troppo tempo per attendere ancora invece di provare a realizzarla. Sono tornato da pochi giorni da Lione. Sono andato in aereo, quest’anno ne ho presi sei. Vi sembreranno pochi ma non ne ho preso nemmeno uno per paura per tredici lunghi anni e ho ripreso solo l’anno scorso. Qualcuno che oggi si è fatto un grosso tatuaggio sul braccio mi ha fatto notare che è già ora di fare il consueto video con le foto dell’anno e che in quello scorso dal momento in cui spunta Lisa inizio a sorridere in tutti gli scatti. Pensavate me ne fossi dimenticato, ma era solo un artificio letterario! Lisa è in effetti quella persona che mi fa sorridere ogni giorno mentre corro come una trottola cercando di non dire di no a nessuno. E’ quella che mi sopporta quando mi lamento, che mi conforta quando mi abbatto, che mi apprezza e sostiene quando faccio qualcosa di buono. E’ la prima che mi dà il buongiorno e l’ultima a darmi la buonanotte, è la persona speciale che con leggerezza e semplicità mi ha conquistato giorno dopo giorno, che amo tantissimo e di cui cerco di prendermi cura nel mio piccolo. Tutto qui. L’amore è una cosa semplice e spontanea che non necessita di troppe spiegazioni. E poi chi è Lisa, cari i miei posteri, spero lo saprete già molto bene e conserviate un buon ricordo di lei.

e.

 

Non imparare l’arte, lasciala da parte

Scendendo i gradini del famigerato (e a mio parere bellissimo) Ponte di Calatrava a Venezia e giungendo in Piazzale Roma, da qualche tempo si trova un pianoforte a coda nel bel mezzo del passaggio e un signore riccioluto che suona appassionato. Immaginate la scena surreale di uno snodo quotidiano dove transitano migliaia di persone tra pendolari, pensionati e turisti e questo pianoforte in un contesto che non c’entra apparentemente nulla. Ovviamente il più delle volte intorno al pianista (al secolo Paolo Zanarella, imprenditore padovano) si crea un piccolo capannello di persone curiose che ascoltano, fotografano, mormorano. Chiunque passi si ferma al volo per catturare quell’immagine e in pochi secondi finisce tramite uno smartphone sui social network dove viene segnalato, commentato, apprezzato. E’ talmente facile fare effetto inviando una foto sui social network di uno che suona un piano in mezzo ad una piazza con gli autobus che passano che è come fare gol a porta vuota. Irresistibile. Bellissimo. Che figata. Che romantico!

Per l’improvvisato pianista si tratta già di una vittoria: pubblicità, notorietà, applausi e stima per il gesto artistico che in effetti è simpatico ed originale di questi tempi. Qualcuno però si chiede mai se il pianista oltre che originale sia anche bravo? Qualcuno si sofferma davvero ad ascoltare la sua “arte”? E se fosse un modesto esecutore di melodie al pianoforte come tanti altri studenti del conservatorio cittadino che non raggiungeranno mai un palcoscenico?

E se al suo posto ci fosse stato un marocchino? Se l’artista di strada fosse stato cingalese? Un pianista cingalese che si esibisce a Venezia con un pianoforte a coda. Bello no? L’avrebbero fatto esibire senza cacciarlo via? Saremmo rimasti a guardare lo stesso o lo avremmo bandito come il solito busker di strada che chiede elemosina? Ci soffermiamo mai ad ascoltare i poveracci che suonano per strada e magari hanno un aspetto più trasandato dell’imprenditore padovano? A volte dietro le persone più impensabili si nascondono dei veri maestri di musica, persone con abilità incredibili e doti musicali da far invidia a musicisti blasonati. Però l’abito fa il monaco ovviamente e il barbone non lo fotografiamo per metterlo su Instagram, anche per una forma di rispetto per il suo status di barbone.

Non lo so se in questa società dell’apparenza e della comunicazione ha ancora senso eccellere in qualcosa, aver studiato l’arte e averla messa da parte, oppure sia più vincente l’idea di farsi notare in qualche modo più rapido (come sognano molti giovani gonfi di televisione) mascherando magari altre carenze e capacità. Se sia più applaudito, fotografato e chiacchierato chi suona in una piazza solo perché lo sta facendo in una piazza, piuttosto che un uomo qualunque che non si mette in mostra ma ha studiato e ha doti artistiche eccellenti, ma suonerà sempre solo in orchestra senza che il suo nome venga ricordato da nessuno.

 

Recensioni fuori tempo massimo

Poi prometto di smetterla con questi post da nerd ma volevo condividere questi pensieri e so che all’ascolto ci sono molti smanettoni.

Davvero per caso dopo le cose scritte un paio di giorni fa, ho avuto modo di avere tra le mani un iPad 2 per qualche tempo più lungo delle solite prove in negozio o da amici in velocità. Due giorni in cui ho sincronizzato le mie applicazioni, ho provato a farne un uso per quelli che sono i miei interessi con le cose che mi aspettavo di poter fare o non fare con un oggetto simile. Dovrebbe essere sempre così: il consumatore prova un prodotto svariate ore prima di comprarlo per rendersi conto davvero di come funziona per i suoi scopi. Premetto che iPad 2 è uscito nella primavera del 2011 quindi è ormai superato da ben due generazioni nuove che tuttavia non ne aumentano le potenzialità in termini di applicazioni che si possono utilizzare. Ecco i pensieri in ordine sparso sull’oggetto in questione:

1) Tutti i computer dovrebbero utilizzare un’interfaccia touch screen oltre alla tastiera. E’ comoda per un’innumerevole serie di operazioni che facciamo quotidianamente con il mouse. La soluzione ibrida sarà la vera killer feature dei computer di domani. Passata la prima mezz’ora di adattamento si diventa dipendenti dalla semplicità con cui si fruiscono i contenuti con le dita, su uno schermo ben più grande di uno smartphone.

2) Le dimensioni dell’iPad non mi piacciono. E’ troppo grande, pesante, ingrombrante, delicato. Non si sa come tenerlo sulle gambe, in mano, non si sa dove appoggiarlo. Senza una custodia che lo protegga ovunque è un oggetto troppo delicato per la vita reale e la sottigliezza e lo schermo grande lo rendono più vulnerabile dell’iPhone. Decisamente meglio quelli più piccini e magari con una base gommata.

3) La cornice bianca è bella solo per guardare cose con sfondo scuro. Per tutto il resto è più elegante nera. Eppure la versione bianca vende più del doppio perché iPad viene pubblicizzato più spesso così e sui bordi le ditate si notano meno. E di ditate se ne fanno davvero una marea.

4) La definizione dello schermo di iPad 2 non è Retina, quindi si notano i pixel in maniera piuttosto imbarazzante. Se ci si abitua al progresso e a monitor sempre più definiti in cui ormai non si sforzano più gli occhi per leggere testi piccoli e nitidissimi, non si può più accettare una risoluzione così bassa su uno schermo così grande. Nei tablet da 7 pollici a parità di risoluzione questo problema si perde quasi del tutto e i pixel si faticano a notare sui Galaxy Tab 7 e Google Nexus 7. Vedremo su iPad Mini, ma dovrebbe essere simile ai suoi fratelli di pari misura.

5) Le applicazioni per iPad sono le versioni comode di quelle per iPhone. E’ come se ogni adorabile app per iPhone che usiamo quotidianamente per sveltire molte operazioni quando siamo in giro diventi più comoda e più funzionale, pur mantenendone un aspetto simile e familiare. E’ come se il dispositivo finale che andava fatto fin dall’inizio fosse il tablet, mentre lo smartphone sia oggi un compromesso di portabilità con annesso un telefono. Non a caso i bozzetti e il brevetto di iPad è precedente a iPhone, ma venne accantonato temporaneamente per ragioni di convenienza e marketing.

6) Scrivere su una tastiera virtuale è difficile fino a che non la si usa davvero per un mesetto almeno. Se si è già abituati con smartphone e altre interfacce touch screen è difficile commettere errori ed anzi diventa quasi comodo non dover affrontare la corsa di ogni pulsante ma solo il “tap” sul vetro che risulta perfino “morbido” al tatto.

7) Il tablet come strumento di cazzeggio è micidiale e pienamente sostitutivo del portatile sul divano o a letto. Posto che risulta scomodo per le dimensioni, se si appoggia in maniera funzionale consente di usare posta, chat, social network, musica, youtube e quant’altro con interfacce più gradevoli e pratiche delle versioni per computer. Non si sente nessuna mancanza del computer e tutto funziona alla stessa maniera o meglio. Persino i filmati sui giornali online si vedono senza problemi, non essendo più legati all’odioso plugin di Flash. Persino Rai.tv sembra più interessante su un tablet.

8) No, per leggere i libri l’iPad è il male assoluto. Serve un’ebook o la cara vecchia carta o il mal di testa è assicurato.

9) Non fatevi fregare dalla versione Wifi+3G se avete già uno smartphone. Comprate solo wifi e abilitate il tethering sul cellulare per fare da ponte e condividere la connessione tra i due oggetti o son soldi buttati. Si paga l’operatore telefonico una volta sola e lo si sfrutta due.

10) Riassunto delle categorie sociali cui un oggetto simile è utile: manager come agenda, bambini come gioco ed intrattenimento educativo, gamers per giochini e passatempo più semplici delle console più potenti, pendolari con molte ore da buttare. Ma in generale per tutte queste persone salvo bambini e anziani con problemi di vista: la misura migliore e più pratica per godere appieno della potenza delle app per tablet senza il compromesso dello schermo piccolo sono secondo me i 7 pollici. iPad e altre tavolette da 10” sono comodi solo per l’uso sopra un tavolo e allora addio mobilità.

Spero che ritorni presto l’era del portatile bianco

C’è stato un momento preciso nel 2008, nei mesi che vanno dalla primavera al tardo autunno, in cui tutti gli amici e i conoscenti con cui parlavo avevano appena aperto un account Facebook. La moda del social network blu era scoppiata anche in Italia con leggero ritardo sugli States e nel giro di un annetto si sono affacciate e ritrovate sulla rete le persone più improbabili, sull’onda della moda e del passaparola.

Martedì sera Apple ha presentato il suo “iPad Mini” negli States. E’ un tablet, una di quelle tavolette che fanno tutto e niente comode da portare in giro per avere internet sempre con te, come gli smartphone, ma con schermo più grande. E’ un invenzione che ha circa tre anni nella forma che conosciamo oggi ma nell’ultimo anno stanno prendendo piede modelli con schermo più piccolo e prezzo più accessibile per tutti, con la conseguente maggiore penetrazione sul mercato consumer. Chi non si intende di economia, web e hi-tech, trascuri tranquillamente la frase “maggiore penetrazione sul mercato consumer”.

Mercoledì mattina mi chiama la “signora dei biscotti”, da cui vado saltuariamente a sistemare il pc quando qualcosa non funziona. Dice che ha un errore all’avvio e che non sa se riparare un vecchio computer solo per videochiamare la nipotina che vive a Milano. Ha sentito parlare dei tablet e ne vuole comprare uno “che abbia Skype” e buonanotte.
Un’ora più tardi sono da un cliente che dice di voler comprare un tablet per mostrare dei lavori finiti quando va dai fornitori e mi chiede consiglio su quale modello faccia al suo caso.
Nel pomeriggio di mercoledì chiama F. che ribadisce di voler comprare un tablet per i suoi frequenti viaggi a Londra, ma l’iPad mini costa troppo e si guarderà intorno ancora un poco.
Mercoledì sera R. dice che invece lo comprerà per Natale.
Questa mattina – siamo a venerdì – sono da un altro cliente in un negozio di prossima apertura. Per mostrarmi delle bozze di un logo estrae dalla tasca interna della giacca un tablet su cui smanetta allegramente come se lo sapesse usare da una vita.

Ecco, io non so se ci sia un nesso tra queste storie, se sia una casualità, o il mercato ci stia imponendo questo tipo di oggetti e in molti li accettino ed utilizzino per moda più che per necessità. Ma penso di non sbagliarmi se dico che in Italia il 2013 sarà l’anno dei tablet, come il 2008 lo era stato per l’adozione di Facebook. L’era post-pc è ormai arrivata anche da noi. Vedremo in quale maniera cafona e nostrana si manifesterà. Vedendo la gente ai concerti scattare le foto con questi aggeggi ho già un po’ paura.

Una modesta proposta contro la corruzione in politica

Ci si candida a ricoprire una carica pubblica, qualunque essa sia, per il solo entusiasmo ed onore di servire la moltitudine, la città, il Paese. Per il bene comune e non per affar proprio. Per questa ragione si rinuncia completamente ad ogni forma di stipendio e benefit derivante dalla posizione assunta e si mantiene lo stesso status raggiunto in precedenza: per tutta la durata del mandato chi è eletto continua a percepire lo stipendio che aveva al momento della nomina, come se continuasse a svolgere il lavoro precedente invece del nuovo ruolo politico. Chi era un imprenditore rimarrà un imprenditore, chi un giornalista un giornalista. Chi uno spazzino resterà uno spazzino, in termini economici ovviamente. Niente privilegi in forma di denaro, nessuna comodità extra rispetto quelle in dotazione alla maggioranza degli uffici e diffusamente riconosciute come necessarie o importanti quali telefono gratis, auto aziendale con rimborso spese su presentazione di ricevute, rimborso pasti entro una diaria limite, eccetera.

Per gli anni in cui si è eletti insomma, non si deve muovere una foglia del patrimonio personale e degli interessi propri. Ci si dedica al bene comune. Se non si accetta questa semplice regola si lascia perdere del tutto la politica, che in fondo dovrebbe essere solo e soltanto questo. Poi ci sono altri modi in cui la corruzione può dilagare per abusi di potere, tangenti, appalti, eccetera. Ma iniziamo con cose semplici e si sa mai che diano il buon esempio a tutti.

Trenta in un attimo

Adesso prova a sistemare le cose. Adesso che diventi grande e hai capito come funziona il gioco è il momento di cercare di prendere il timone per guidare un po’ tu. Basta perdere tempo su internet a leggere cosa dicono gli altri. Pensa di più, prendi posizione, decidi cosa ti piace, qual è il tuo verso, quale il tuo stile. Chi sei, cosa vuoi, dove vai? Butta le vecchie scarpe, le pile di gazzette, liberati delle vhs scolorite e degli appunti di analisi. Respira, piangi, corri molto, incazzati più di quanto hai fatto finora e se vuoi fare la rivoluzione non rimandare a domani. Tira le somme, decidi quali saranno le conseguenze, agisci in fretta prima che il mal di schiena o il sonno sul regionale ti colgano impreparato. O rimani più semplicemente la bella persona che sei che a noi andrà bene ugualmente. Continueremo ad ascoltare volentieri le storie che avrai da raccontare, quando sarai felice o quando sbatterai il pugno sul tavolo. Trenta sono arrivati in un Attimo, sarà facile farli diventare insieme Sessanta, Novanta e poi basta che diventa tutto più complicato. All the very best.


Il vecchio dilemma di Nanni Moretti

E’ già passata più di una settimana da quando questa notizia è stata pubblicata ma mi sono chiesto per lungo tempo se fosse il caso di segnalarla, fare finta di niente, ringraziare brevemente o fare lo gnorri passando per snob. Ma eccomi qui, alla fine hanno prevalso le buone maniere, come è giusto che sia.

Il racconto della mia notte del terremoto del 20 maggio, che si legge qui, è stato candidato ai Macchianera Italian Awards 2012, che per chi non è avvezzo al mondo dei blog sono un po’ i premi di riferimento per blogger e scribacchini della rete, gli oscar de noantri.

Il post, che si intitola “Novanta!” come la paura, è candidato nella categoria “Miglior articolo o post dell’anno” (la numero 9 sulla scheda). Per votarlo si può seguire il badge sopra di colore viola oppure direttamente qui sotto compilando il modulo di votazione per almeno 20 categorie su 40, pena l’annullamento del voto, entro e non oltre mercoledì 26 settembre. Lo so, è una bella noia, al Neri piacciono le cose complicate.

Tutto questo per dire che – posto che non si vince un bel niente se non una targa di plexiglass di quelle che si impolverano facilmente sulle mensole o in cantina – vorrei ringraziare le persone che hanno segnalato a mia totale insaputa il post, senz’altro più di una se mi trovo in nomination. Oltre che sorprendermi la cosa mi imbarazza un bel po’, trovandomi a dover fare i conti con giornalisti come Alessandro Gilioli dell’Espresso o scrittori adorabili come Mauro Zucconi. Quindi ecco qui questo breve post di segnalazione, che è uscito come al solito molto più lungo di quanto immaginassi. Se volete votarmi votatemi, se non avete tempo e voglia stiamo tutti bene uguale, tanto il vestito buono è da stirare e il 29 avrei pure un mezzo impegno. Grazie a tutti!

e.

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La città ancora viva

Nel dibattito su Ferrara, i suoi pregi e le sue virtù, capita ogni tanto qualcuno a dare una piccola scossa, schiaffone o carezza che sia, a smuovere un poco le coscienze collettive solite a discutere per lo più nei bar o nelle pieghe di un articolo di estense.com, secondo partigianerie e schemi ormai ben definiti.
E’ successo due volte nell’ultimo anno: prima un graffito nella piazza cittadina con una frase provocatoria dell’artista Andrea Amaducci ha ricordato a tutti che “Ferrara 500 anni fa era New York”, scatenando riflessioni inaspettate nel bene e nel male e pochi giorni fa il post di Lorenzo Mazzoni sui blog del Fatto Quotidiano dal titolo “La città morta”. Un’analisi spietata e per alcuni versi vera dei vizi che si nascondono in questa città di provincia. Cose arcinote a chi vive qui e forse poco interessanti a chi da queste parti non passa mai, il tutto condito con un pizzico di retorica e acidità che hanno fatto storcere il naso ai molti che in questa città investono tempo e denaro, e annuire rammaricati i delusi, gli scontenti e i critici di ogni tempo ed età.
Confesso che mi ha divertito leggere commenti e pareri di amici e conoscenti: avrei potuto indovinare la loro posizione in merito anche prima che la esprimessero. Chi si è sentito punto sul vivo dagli argomenti criticati nel pezzo ha reagito con livore e disprezzo, chi da questa città se ne vuole andare da un bel po’ perché non ci vede un futuro ha eletto i pensieri di Mazzoni a vessillo personale condividendoli sui soliti social network.

Eppure questa città non è ancora morta come si vuol far credere. Pur sopravvissuti di un soffio al taglio delle province montiano ed essendo sempre di più un dormitorio per la vicina Bologna non possiamo dire che da queste parti lo spirito di iniziativa non manchi. I punti che Mazzoni critica non dipendono in larga misura dall’amministrazione comunale o dalle mancate virtù dei ferraresi: il terremoto è un evento naturale che ha colpito trasversalmente e dal quale ancora fatichiamo a capire come ripartire, la naturale propensione alla fuga dei commercianti spaventati è un sintomo che si è sempre verificato nei luoghi colpiti da calamità a causa degli oneri insostenibili per chi ha famiglie da mantenere e vede le vendite già scarse di una piccola bottega del centro crollare rapidamente a picco.

Che a Ferrara non ci sia lavoro non è una novità e le ragioni sono dovute a talmente tante cause e concause storiche che non è una tendenza alla quale potremo venire meno nemmeno in un paio di generazioni sudando sette camicie. Chi investe su nuove attività commerciali o scommette su qualche iniziativa che debba avere un minimo di visibilità preferisce il palcoscenico di una grande città e difficilmente si interesserà ad una zona decentrata come la nostra. Un ragazzo che cresce a Ferrara sa bene che al 90% quando avrà terminato l’università (se non prima) dovrà rivolgere lo sguardo altrove per cercare lavoro nei tanti settori in cui questa città è carente. Sa altrettanto bene che oltre all’agricoltura questa città si regge sul suo straordinario patrimonio culturale e su tutto l’indotto che gira intorno a mostre, musei, festival culturali che negli ultimi anni hanno portato in città milioni di persone entusiaste di vivere la nostra città anche solo per pochi giorni. E’ un male questo? Non mi pare. E’ un male che il Comune o l’Arci siano in grado malgrado risorse limitate di organizzare eventi che richiamano in città persone da ogni dove da aprile ad ottobre? Direi di no. E’ qualcosa che non ci è chiaro e ci sorprende essendo cresciuti a Ferrara? Nemmeno. C’è chi nasce in altrettante centinaia di città di provincia italiane (o paesi sperduti nel nulla) e sa che le sue prospettive sono molto più limitate di chi vive nelle grandi metropoli ma magari si barcamena per restare ed avere una vita meno caotica e stressante del travet milanese tutto traffico e ufficio.

Dice: c’è la nebbia d’inverno, lo smog a livelli micidiali, gli scarichi del petrolchimico e mi viene la depressione. Fuggire da queste cose è ormai impossibile ovunque si viva: restano le montagne, la via dei monti e dei campi, il vivere sereno dell’agricoltore o del guardiaboschi. Siamo sicuri che le nuove generazioni sceglierebbero quella strada per vivere sani, rinunciando agli aperitivi, all’intrattenimento, al mondo sempre connesso di oggi che vede nelle città i principali punti di aggregazione? Sicuri che per respirare aria pura ed essere felici davvero serva isolarsi fino a questo punto? Ferrara sarà forse inquinata e tumorale quanto Milano, ma aprendo le finestre si riesce ancora a vedere il cielo invece di un grigio palazzone con i clacson impazziti in sottofondo. Piccoli particolari che possono fare la differenza qui come in altre città. Non siamo meglio o peggio di molti altri comuni, siamo quello che abbiamo ottenuto da cinquant’anni di vita sfrenata e produttiva, dal progresso, dall’industrializzazione di un’Italia intera.

Poi ci sono i problemi locali dovuti al malcostume, la politica clientelare, le scelte inoculate, le cattive gestioni di qualcuno che finiscono per distruggere l’interesse comune. E’ fallita la Spal perché chi l’ha comprata e amministrata non era interessato davvero alle sue sorti: un susseguirsi di imprenditori furbetti e poco lungimiranti. Abbiamo trasferito un ospedale in campagna per gli affari privati di qualcuno, ormai tanti anni fa, ed ora ce lo teniamo anche se rappresenta un brillante esempio di cattiva gestione e sarà una delle eredità più fastidiose di sempre che ci porteremo dietro per anni. Avessero davvero chiesto un’opinione ai cittadini sul trasferimento di un ospedale fuori città sarebbe stato un plebiscito di no, ma tra quando si è fatto l’affare e quando questo si è concluso operativamente sono passati 21 anni e con essi è mutata anche l’idea di politica partecipata e la sensibilità verso certe procedure di democrazia dal basso.
Una mattina di settembre di sette anni fa è stato “morto un ragazzo” da quattro poliziotti iracondi per un temperamento che appartiene a loro e non ai ferraresi tutti che ancora indignati lo piangono e lo ricordano. Ferite aperte e non dimenticate che hanno portato Ferrara sulla scena per vicende tristi, capitate non perché questa è una città marcia e morta ma perché purtroppo casi come questo sono successe e succedono nemmeno troppo raramente anche in molte altre città. Essere persone migliori spetta a noi, far si che il malcostume non arrivi in una piccola comunità spetta al carattere e all’educazione di chi ci vive. Possiamo fare la nostra parte ma non possiamo in alcun modo prevedere come si comporterà il nostro vicino, che magari finirà con lo screditare una città intera.

Le mele marce nella società sono un male trasversale di cui questa città non vuole e non deve ritenersi responsabile. Assistiamo al crescere di delinquenza e degrado o alle fine delle risorse economiche ogni giorno da ogni parte di questo paese acciaccato. Ne facciamo parte nel bene e nel male e abbiamo i nostri momenti tristi come tutti. Se sapremo essere più virtuosi di chi ci ha preceduto come cittadini sta a noi e alle nuove generazioni. I gruppi di persone sono fatti dalle singole eccellenze che ognuno di noi può portare per il bene comune: se gli amministratori di domani prenderanno decisioni pubbliche migliori, se avranno comportamenti esemplari come cittadini, più attenti a rispettare il prossimo perché possa godere anch’esso dei beni pubblici, avremo già fatto un grosso passo avanti. E se guardo all’educazione dei bimbi di oggi e alle lezioni di civiltà che ci offrono ogni giorno, non riesco ad essere così pessimista. Rivolgiamo a loro le nostre attenzioni per cambiare questa città. E vedrete che Ferrara è ancora viva, e faremo in modo di mantenerla tale per quanto ci è possibile. Ci proviamo tutti insieme ogni giorno ed è grazie anche alle riflessioni di qualche cittadino che storce il naso come Mazzoni o Amaducci se ogni tanto una voce arriva ai piani alti e qualcuno prova davvero a cambiare le cose.

Buffet

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(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)